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2021-01-07
L’Ema si sveglia e dà il suo ok a Moderna. Ma l’euroflop sui vaccini ormai è servito
L'Ema ha dato il via libera al secondo vaccino. Ieri l'Agenzia europea del farmaco «ha raccomandato la concessione di un'autorizzazione all'immissione in commercio condizionata del farmaco di Moderna», da somministrare in soggetti di età non inferiore ai 18 anni. «Il vaccino è sicuro ed efficace», ha dichiarato la Commissione europea dopo il parere positivo dell'Ema.
Il presidente, Ursula von der Leyen, ha garantito: «Adesso lavoriamo a tutta velocità per approvarlo e renderlo disponibile in Ue». Oggi l'Aifa esaminerà il dossier per autorizzarlo in Italia, nell'ambito del Servizio sanitario nazionale e se tutto procede come previsto, da qui a marzo riceveremo 1,3 milioni di dosi del vaccino Moderna, più altri 9 milioni tra aprile e settembre.
Anche il farmaco sviluppato dall'azienda americana, con sede a Cambridge in Massachusetts, è, come quello di Pfizer-Biontech, a base di Rna messaggero (o mRna), una delle due molecole contenenti le informazioni genetiche specifiche per ogni organismo vivente. In laboratorio è stata ricreata la sequenza genetica della proteina Spike, quella che il virus utilizza per agganciarsi alle nostre cellule e invaderle. All'interno del vaccino, per preservare il delicato codice genetico, l'mRna è protetto dentro sfere fatte di grassi (liposomi), simili a quelli presenti delle nostre cellule. Una volta iniettati nel nostro corpo, i liposomi liberano l'acido ribonucleico messaggero che contiene le informazioni necessarie per produrre una proteina copia della Spike. Nelle cellule viene letto dai ribosomi, che produrranno tante copie della Spike, riconosciuta come estranea dal sistema immunitario. Il farmaco attiverebbe una reazione immunitaria, producendo gli anticorpi che bloccano la proteina impedendo al virus di infettarci, ma non sarebbe in grado di provocare la malattia, perché rappresenta soltanto una piccola parte del virus.
Secondo l'Ema, l'mRna del vaccino non rimane nel corpo ma viene scomposto subito dopo la vaccinazione. Anche il farmaco di Moderna viene somministrato con due iniezioni nel braccio, però a 28 giorni di distanza e non 21 come quello di Pfizer. Ma è la modalità di conservazione, la principale differenza con l'unico vaccino fino ad oggi distribuito nell'Ue. Quello di Moderna può rimanere stabile a -20 gradi fino a un massimo di sei mesi, facilitando la logistica perché non richiede ultracongelatori costosi e voluminosi in grado di garantire la cosiddetta catena del freddo. La sperimentazione ha coinvolto circa 30.000 persone, tra i 18 e i 94 anni di età che non presentavano segni di infezione precedente. Metà dei partecipanti ha ricevuto il vaccino, l'altra metà solo «iniezioni fittizie», cioè placebo, ma nessuno sapeva che cosa era stato loro somministrato. Secondo lo studio clinico, il farmaco di Moderna ha dimostrato una riduzione del 94,1% del numero di casi di Covid sintomatici nelle persone che avevano ricevuto il vaccino: 11 su 14.134 persone vaccinate hanno avuto il Covid-19 con sintomi, mentre dei 14.073 ai quali erano state praticate iniezioni fittizie se ne sono ammalati 185. Sono piccoli numeri, ma sappiamo che le sperimentazioni sono state fatte in tempi rapidissimi e con un numero ridottissimo di volontari che si sono sottoposti al test. Il vaccino, inoltre, ha dimostrato un'efficacia del 90,9% nei partecipanti a rischio di Covid-19 grave, compresi quelli con malattie polmonari croniche, malattie cardiache, obesità, malattie del fegato, diabete o infezione da Hiv. Gli effetti collaterali più comuni, segnalati dopo la somministrazione del vaccino Moderna, sono dolore e gonfiore nel sito di iniezione, stanchezza, brividi, febbre, linfonodi ingrossati o dolenti sotto il braccio, mal di testa, dolori muscolari e articolari, nausea e vomito.
«Come per tutti i medicinali, monitoreremo attentamente i dati sulla sicurezza e l'efficacia del vaccino per garantire una protezione continua. Il nostro lavoro sarà sempre guidato dalle prove scientifiche e dal nostro impegno a salvaguardare la salute dei cittadini dell'Ue», ha dichiarato il direttore esecutivo di Ema, Emer Cooke. Il suo primo commento era stato: «Questo vaccino ci fornisce un altro strumento per superare l'attuale emergenza», perché da settimane è chiaro che l'Europa non riesce ad avere farmaci a sufficienza da somministrare a tutti per arrivare all'ipotizzata immunità di gregge.
Anche dopo l'autorizzazione del vaccino Moderna, sono sempre solo due gli antidoti che hanno ricevuto il via libera dall'Ema e le case farmaceutiche non riescono a produrne a sufficienza. Per il semaforo verde al farmaco di Astrazeneca si parla di fine gennaio o primi di febbraio. La strategia europea per accelerare lo sviluppo, la produzione e la diffusione di vaccini efficaci e sicuri, presentata lo scorso giugno dalla Commissione europea, si sta dimostrando inadeguata e gli accordi presi a Bruxelles sulla distribuzione già sono stati rotti dalla Germania, che ha contrattato separatamente altri 30 milioni di dosi da Pfizer-Biontech. Adesso la cancelliera tedesca, Angela Merkel, vuole produrre farmaci contro il coronavirus addirittura con la Russia e ne ha discusso telefonicamente con il presidente Vladimir Putin. Anche l'Italia sta sviluppando un vaccino suo, quello dell'azienda biofarmaceutica Reithera di Castel Romano e spera di averlo entro l'estate.
La Commissione si era impegnata a garantire che chiunque necessiti di un vaccino lo ottenga, ma per tutelare il proprio interesse nazionale i Paesi europei stanno pensando a muoversi ciascuno per conto proprio.
Un’anziana muore a Genova dopo l’iniezione
Emorragia cerebrale dopo essere stata sottoposta a vaccinazione anti Covid. È morta così una paziente di 89 anni, residente in una Rsa genovese, deceduta all'alba di ieri a poche ore dalla somministrazione del vaccino. Data la concomitanza degli eventi è stata disposta l'autopsia anche se, come dichiara l'Alise, l'Agenzia ligure per la sanità, «al momento non si rilevano nessi causali diretti tra emorragia e vaccino». L'anziana era stata vaccinata giovedì 5 gennaio.
Oltre al caso genovese, da quando sono iniziate le vaccinazioni in Europa, sono stati segnalati almeno altri 3 casi di morte post vaccino, anche se dopo le indagini autoptiche sono state escluse correlazioni con la dose anti Covid. In Slovenia, subito dopo essere stata vaccinata con il vaccino Pfizer-Biontech, una donna è deceduta per infarto. L'anziana in precedenza aveva già avuto un arresto cardiaco. Pure in questo caso però i primi riscontri non hanno messo in correlazione i due eventi, anche se è stata istituita una commissione sul caso. Non vi un legame evidente tra la vaccinazione anti Covid e il decesso di un paziente in Svizzera. Lo afferma Swissmedic, l'autorità elvetica per il controllo degli agenti terapeutici che ha dato l'autorizzazione all'uso del preparato messo a punto da Pfizer-Biontech, in relazione alla notizia della morte del novantunenne, nel cantone di Lucerna, che era stato vaccinato.
Anche in Portogallo, un'infermiera di 41 anni è morta lo scorso 1 gennaio dopo la somministrazione del vaccino, avvenuta 24 ore prima del decesso. A fare chiarezza sull'episodio, rispetto al quale la famiglia di Sonia Acevedo, madre di due figli, che da dieci anni lavorava nel reparto di pediatria di un istituto oncologico Ipo di Porto, aveva chiesto risposte, è stata l'autopsia, i cui risultati preliminari hanno dissipato ogni dubbio sul collegamento con l'iniezione, anche se non sono state chiarire le cause del decesso, ancora coperte da segreto istruttorio.
Ora le indagini sulle morti post vaccino fanno parte della fase 4, quella della farmacovigilanza, che esamina i possibili effetti avversi anche rari che possono essere sfuggiti alle sperimentazioni pur su larga scala di fase 3, rivelati nel «bugiardino»: dolore muscolare, mal di testa, febbre e nausea, insonnia, ingrossamento dei linfonodi ma anche possibili reazioni allergiche gravi e, addirittura, la paralisi temporanea di metà del viso (in casi inferiori a uno ogni 1.000). È capitato ieri, all'Aquila, a un operatore di pronto soccorso, che a poche ore dall'iniezione ha manifestato i sintomi della paralisi di Bell, una disfunzione non grave, che scompare spontaneamente in poco tempo. Sono sintomi che indicano, secondo la farmaceutica Pfizer-Biontech, che il sistema immunitario sta funzionando bene: il vaccino contro il Covid lo stimola fortemente. In genere chi ha questa reazione ha meno di 55 anni, quindi ha un sistema più reativo, e di solito la seconda dose ha più effetto della prima. Il 16% di chi farà la seconda dose svilupperà febbre sopra i 38 gradi.
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Nel continente, le immunizzazioni vanno a rilento per penuria di fiale. L'agenzia Ue sblocca l'altro farmaco Usa, però gli Stati stanno già facendo da soli (o con Vladimir Putin).Un'anziana muore a Genova dopo l'iniezione: non evidenziati nessi con la dose. All'Aquila, paresi facciale per un operatore sanitario.Lo speciale contiene due articoli.L'Ema ha dato il via libera al secondo vaccino. Ieri l'Agenzia europea del farmaco «ha raccomandato la concessione di un'autorizzazione all'immissione in commercio condizionata del farmaco di Moderna», da somministrare in soggetti di età non inferiore ai 18 anni. «Il vaccino è sicuro ed efficace», ha dichiarato la Commissione europea dopo il parere positivo dell'Ema.Il presidente, Ursula von der Leyen, ha garantito: «Adesso lavoriamo a tutta velocità per approvarlo e renderlo disponibile in Ue». Oggi l'Aifa esaminerà il dossier per autorizzarlo in Italia, nell'ambito del Servizio sanitario nazionale e se tutto procede come previsto, da qui a marzo riceveremo 1,3 milioni di dosi del vaccino Moderna, più altri 9 milioni tra aprile e settembre. Anche il farmaco sviluppato dall'azienda americana, con sede a Cambridge in Massachusetts, è, come quello di Pfizer-Biontech, a base di Rna messaggero (o mRna), una delle due molecole contenenti le informazioni genetiche specifiche per ogni organismo vivente. In laboratorio è stata ricreata la sequenza genetica della proteina Spike, quella che il virus utilizza per agganciarsi alle nostre cellule e invaderle. All'interno del vaccino, per preservare il delicato codice genetico, l'mRna è protetto dentro sfere fatte di grassi (liposomi), simili a quelli presenti delle nostre cellule. Una volta iniettati nel nostro corpo, i liposomi liberano l'acido ribonucleico messaggero che contiene le informazioni necessarie per produrre una proteina copia della Spike. Nelle cellule viene letto dai ribosomi, che produrranno tante copie della Spike, riconosciuta come estranea dal sistema immunitario. Il farmaco attiverebbe una reazione immunitaria, producendo gli anticorpi che bloccano la proteina impedendo al virus di infettarci, ma non sarebbe in grado di provocare la malattia, perché rappresenta soltanto una piccola parte del virus. Secondo l'Ema, l'mRna del vaccino non rimane nel corpo ma viene scomposto subito dopo la vaccinazione. Anche il farmaco di Moderna viene somministrato con due iniezioni nel braccio, però a 28 giorni di distanza e non 21 come quello di Pfizer. Ma è la modalità di conservazione, la principale differenza con l'unico vaccino fino ad oggi distribuito nell'Ue. Quello di Moderna può rimanere stabile a -20 gradi fino a un massimo di sei mesi, facilitando la logistica perché non richiede ultracongelatori costosi e voluminosi in grado di garantire la cosiddetta catena del freddo. La sperimentazione ha coinvolto circa 30.000 persone, tra i 18 e i 94 anni di età che non presentavano segni di infezione precedente. Metà dei partecipanti ha ricevuto il vaccino, l'altra metà solo «iniezioni fittizie», cioè placebo, ma nessuno sapeva che cosa era stato loro somministrato. Secondo lo studio clinico, il farmaco di Moderna ha dimostrato una riduzione del 94,1% del numero di casi di Covid sintomatici nelle persone che avevano ricevuto il vaccino: 11 su 14.134 persone vaccinate hanno avuto il Covid-19 con sintomi, mentre dei 14.073 ai quali erano state praticate iniezioni fittizie se ne sono ammalati 185. Sono piccoli numeri, ma sappiamo che le sperimentazioni sono state fatte in tempi rapidissimi e con un numero ridottissimo di volontari che si sono sottoposti al test. Il vaccino, inoltre, ha dimostrato un'efficacia del 90,9% nei partecipanti a rischio di Covid-19 grave, compresi quelli con malattie polmonari croniche, malattie cardiache, obesità, malattie del fegato, diabete o infezione da Hiv. Gli effetti collaterali più comuni, segnalati dopo la somministrazione del vaccino Moderna, sono dolore e gonfiore nel sito di iniezione, stanchezza, brividi, febbre, linfonodi ingrossati o dolenti sotto il braccio, mal di testa, dolori muscolari e articolari, nausea e vomito. «Come per tutti i medicinali, monitoreremo attentamente i dati sulla sicurezza e l'efficacia del vaccino per garantire una protezione continua. Il nostro lavoro sarà sempre guidato dalle prove scientifiche e dal nostro impegno a salvaguardare la salute dei cittadini dell'Ue», ha dichiarato il direttore esecutivo di Ema, Emer Cooke. Il suo primo commento era stato: «Questo vaccino ci fornisce un altro strumento per superare l'attuale emergenza», perché da settimane è chiaro che l'Europa non riesce ad avere farmaci a sufficienza da somministrare a tutti per arrivare all'ipotizzata immunità di gregge. Anche dopo l'autorizzazione del vaccino Moderna, sono sempre solo due gli antidoti che hanno ricevuto il via libera dall'Ema e le case farmaceutiche non riescono a produrne a sufficienza. Per il semaforo verde al farmaco di Astrazeneca si parla di fine gennaio o primi di febbraio. La strategia europea per accelerare lo sviluppo, la produzione e la diffusione di vaccini efficaci e sicuri, presentata lo scorso giugno dalla Commissione europea, si sta dimostrando inadeguata e gli accordi presi a Bruxelles sulla distribuzione già sono stati rotti dalla Germania, che ha contrattato separatamente altri 30 milioni di dosi da Pfizer-Biontech. Adesso la cancelliera tedesca, Angela Merkel, vuole produrre farmaci contro il coronavirus addirittura con la Russia e ne ha discusso telefonicamente con il presidente Vladimir Putin. Anche l'Italia sta sviluppando un vaccino suo, quello dell'azienda biofarmaceutica Reithera di Castel Romano e spera di averlo entro l'estate. La Commissione si era impegnata a garantire che chiunque necessiti di un vaccino lo ottenga, ma per tutelare il proprio interesse nazionale i Paesi europei stanno pensando a muoversi ciascuno per conto proprio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ema-ok-moderna-euroflop-vaccini-2649775132.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="unanziana-muore-a-genova-dopo-liniezione" data-post-id="2649775132" data-published-at="1609987182" data-use-pagination="False"> Un’anziana muore a Genova dopo l’iniezione Emorragia cerebrale dopo essere stata sottoposta a vaccinazione anti Covid. È morta così una paziente di 89 anni, residente in una Rsa genovese, deceduta all'alba di ieri a poche ore dalla somministrazione del vaccino. Data la concomitanza degli eventi è stata disposta l'autopsia anche se, come dichiara l'Alise, l'Agenzia ligure per la sanità, «al momento non si rilevano nessi causali diretti tra emorragia e vaccino». L'anziana era stata vaccinata giovedì 5 gennaio. Oltre al caso genovese, da quando sono iniziate le vaccinazioni in Europa, sono stati segnalati almeno altri 3 casi di morte post vaccino, anche se dopo le indagini autoptiche sono state escluse correlazioni con la dose anti Covid. In Slovenia, subito dopo essere stata vaccinata con il vaccino Pfizer-Biontech, una donna è deceduta per infarto. L'anziana in precedenza aveva già avuto un arresto cardiaco. Pure in questo caso però i primi riscontri non hanno messo in correlazione i due eventi, anche se è stata istituita una commissione sul caso. Non vi un legame evidente tra la vaccinazione anti Covid e il decesso di un paziente in Svizzera. Lo afferma Swissmedic, l'autorità elvetica per il controllo degli agenti terapeutici che ha dato l'autorizzazione all'uso del preparato messo a punto da Pfizer-Biontech, in relazione alla notizia della morte del novantunenne, nel cantone di Lucerna, che era stato vaccinato. Anche in Portogallo, un'infermiera di 41 anni è morta lo scorso 1 gennaio dopo la somministrazione del vaccino, avvenuta 24 ore prima del decesso. A fare chiarezza sull'episodio, rispetto al quale la famiglia di Sonia Acevedo, madre di due figli, che da dieci anni lavorava nel reparto di pediatria di un istituto oncologico Ipo di Porto, aveva chiesto risposte, è stata l'autopsia, i cui risultati preliminari hanno dissipato ogni dubbio sul collegamento con l'iniezione, anche se non sono state chiarire le cause del decesso, ancora coperte da segreto istruttorio. Ora le indagini sulle morti post vaccino fanno parte della fase 4, quella della farmacovigilanza, che esamina i possibili effetti avversi anche rari che possono essere sfuggiti alle sperimentazioni pur su larga scala di fase 3, rivelati nel «bugiardino»: dolore muscolare, mal di testa, febbre e nausea, insonnia, ingrossamento dei linfonodi ma anche possibili reazioni allergiche gravi e, addirittura, la paralisi temporanea di metà del viso (in casi inferiori a uno ogni 1.000). È capitato ieri, all'Aquila, a un operatore di pronto soccorso, che a poche ore dall'iniezione ha manifestato i sintomi della paralisi di Bell, una disfunzione non grave, che scompare spontaneamente in poco tempo. Sono sintomi che indicano, secondo la farmaceutica Pfizer-Biontech, che il sistema immunitario sta funzionando bene: il vaccino contro il Covid lo stimola fortemente. In genere chi ha questa reazione ha meno di 55 anni, quindi ha un sistema più reativo, e di solito la seconda dose ha più effetto della prima. Il 16% di chi farà la seconda dose svilupperà febbre sopra i 38 gradi.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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