True
2026-03-26
La sinistra ha il problema di rottamare Elly
Elly Schlein (Ansa)
D’altro canto, però, il centrosinistra non è più destinato, alle prossime politiche, a una gioiosa e sicura sconfitta: pensate che c’è chi, ancora in preda all’euforia, alla Verità confida che in fondo a questo punto una legge elettorale col premio di maggioranza per la coalizione che prende un voto in più, quella presentata dal centrodestra, potrebbe andare più che bene alle attuali opposizioni. La Schlein sarebbe stata perfetta per condurre il campo largo a schiantarsi contro l’iceberg-Meloni: ora che la partita sembra quanto meno aprirsi, però, il centrosinistra ha il problema di riunirsi introno al candidato a premier che abbia più chance di battere Giorgia Meloni.
In molti nel Pd sono convinti che Giuseppe Conte sia più forte di Elly Schlein, ma è impossibile accettare come candidato il leader del secondo partito. L’ideale, secondo i più esperti, sarebbe trovare una rappresentanza di sintesi in grado di intercettare i voti di tutti i partiti della coalizione e pure di chi è andato a votare No ma non si riconosce in nessuna delle forze politiche dell’attuale centrosinistra. Silvia Salis (che ieri a pranzato con Franceschini) è una suggestione, Paolo Gentiloni un candidato naturale. Ma Dario Franceschini, a domanda della Stampa «Stavolta niente federatore o Papa straniero?», risponde: «Quella stagione è stata bella, ma oggi è naturale che i leader siano espressione dei partiti. E, per quel che ci riguarda, come è scritto nel nostro statuto, il candidato premier alle primarie di coalizione è il segretario del nostro partito». Quindi primarie? «Le primarie», sottolinea Franceschini, «possono produrre un effetto virtuoso ma, se mal gestite, diventano autolesionismo. Aprono fratture che poi ti porti dietro fino al voto». Per poi contraddirsi qualche domanda dopo: «Le primarie», aggiunge l’ex De Mita boy, «restano il modo più trasparente e coinvolgente per scegliere il leader».
In estrema sintesi, per Franceschini, «o c’è un nome su cui andare d’accordo tutti o chi guida si sceglie con le primarie». «Io non sono un fan delle primarie», avverte Andrea Orlando al Secolo XIX, «ma non so se alcune forze politiche potrebbero sedersi a un tavolo di coalizione senza le primarie. La divisività è un rischio reale. È per questo che serve una piattaforma che definisca i criteri». Scettico pure Romano Prodi: «Le primarie», dice Prodi a Repubblica, «sono utili alla fine di un percorso, non all’inizio». Prodi ha probabilmente in mente le primarie «confermative», ovvero una chiamata ai gazebo che suggelli una intesa già raggiunta, come accadde a lui nel 2005, quando vinse con il 75% delle primarie di coalizione confermative alle quali parteciparono, tra gli altri Fausto Bertinotti e Clemente Mastella, per tenere dentro la mobilitazione sia la sinistra che i moderati. Matteo Renzi da parte sua gioca a sparigliare: «Il centrosinistra dovrebbe organizzare prima possibile le primarie», dice a Canale 5 il leader di Italia viva, «il mio partito ci sarà. A me piacerebbe vedere una sindaca, un sindaco, un rappresentante delle istituzioni. Silvia Salis avrebbe quel profilo. Lei non ama lo strumento delle primarie, ma servono a far partecipare la gente». Conferma di essere pronto a partecipare Giuseppe Conte: «Devono essere aperte», avverte il leader del M5s a Il Resto del Carlino, «primarie dei cittadini e non di apparato. Io sono disponibile, ma ne discuteremo all’interno del M5s». E Elly? In un incontro con la stampa estera, il segretario del Pd dice di essere d’accordo con Franceschini: alla domanda «È finito il tempo dei Papi stranieri e dei federatori?», risponde con un netto «Sì». E la scelta del leader? «Ho detto che sono aperta alle primarie di coalizione», sottolinea il segretario dem, «ma si potrebbe anche fare come fa la destra: chi prende un voto in più». Dunque, o Elly o la Schlein, a meno che il segretario del Pd non venga battuto ai gazebo da Conte, ipotesi non completamente da escludere nel caso in cui, per dirne una, Avs non convergesse sull’ex premier, con il quale le affinità politiche sono ormai tantissime. Del resto la stessa Schlein, nel 2023, alle primarie Pd per la successione a Enrico Letta, fu sconfitta nel voto tra gli iscritti da Stefano Bonaccini ma poi ribaltò il risultato quando i gazebo furono aperti a tutti. Conte candidato premier, però, potrebbe tenere lontani dalle urne i moderati del Pd, per non parlare degli elettori di Renzi, soprattutto se la situazione internazionale nel 2027 non si sarà rasserenata.
In sostanza, come abbiamo scritto il giorno dopo i risultati, la vittoria del No al referendum è stata senza alcun ombra di dubbio un bel pieno di benzina nel motore del centrosinistra, ma questa benzina ha un prezzo assai alto: adesso, al netto degli elettori di centrodestra che non hanno votato a favore della riforma, il fronte che va dalla Conferenza episcopale italiana alla sinistra radicale passando per la Cgil e deve trovare il modo per mettersi insieme, strutturare una coalizione che abbia un programma condiviso e individuare un avversario da contrapporre a Giorgia Meloni. Tutto questo, in meno di un anno. Niente è impossibile, ma la strada è tutta in salita.
Continua a leggereRiduci
Il segretario dem era il candidato premier ideale in caso di elezioni politiche con Giorgia Meloni forte. Ma il risultato del referendum ha acceso tra le minoranze una fiammella di speranza per un ribaltone a Palazzo Chigi. E gli sfidanti alle primarie si moltiplicano.La vittoria del No al referendum porta in dono a Elly Schlein una gioia e un problema. Il segretario dem esce certamente rafforzata dal voto, non solo per il risultato finale ma anche perché da ieri i big del Pd che si sono schierati per il Sì, a partire dalla vicepresidente del parlamento europeo Pina Picierno, difficilmente potranno continuare a disseminare di problemi il suo cammino.D’altro canto, però, il centrosinistra non è più destinato, alle prossime politiche, a una gioiosa e sicura sconfitta: pensate che c’è chi, ancora in preda all’euforia, alla Verità confida che in fondo a questo punto una legge elettorale col premio di maggioranza per la coalizione che prende un voto in più, quella presentata dal centrodestra, potrebbe andare più che bene alle attuali opposizioni. La Schlein sarebbe stata perfetta per condurre il campo largo a schiantarsi contro l’iceberg-Meloni: ora che la partita sembra quanto meno aprirsi, però, il centrosinistra ha il problema di riunirsi introno al candidato a premier che abbia più chance di battere Giorgia Meloni.In molti nel Pd sono convinti che Giuseppe Conte sia più forte di Elly Schlein, ma è impossibile accettare come candidato il leader del secondo partito. L’ideale, secondo i più esperti, sarebbe trovare una rappresentanza di sintesi in grado di intercettare i voti di tutti i partiti della coalizione e pure di chi è andato a votare No ma non si riconosce in nessuna delle forze politiche dell’attuale centrosinistra. Silvia Salis (che ieri a pranzato con Franceschini) è una suggestione, Paolo Gentiloni un candidato naturale. Ma Dario Franceschini, a domanda della Stampa «Stavolta niente federatore o Papa straniero?», risponde: «Quella stagione è stata bella, ma oggi è naturale che i leader siano espressione dei partiti. E, per quel che ci riguarda, come è scritto nel nostro statuto, il candidato premier alle primarie di coalizione è il segretario del nostro partito». Quindi primarie? «Le primarie», sottolinea Franceschini, «possono produrre un effetto virtuoso ma, se mal gestite, diventano autolesionismo. Aprono fratture che poi ti porti dietro fino al voto». Per poi contraddirsi qualche domanda dopo: «Le primarie», aggiunge l’ex De Mita boy, «restano il modo più trasparente e coinvolgente per scegliere il leader».In estrema sintesi, per Franceschini, «o c’è un nome su cui andare d’accordo tutti o chi guida si sceglie con le primarie». «Io non sono un fan delle primarie», avverte Andrea Orlando al Secolo XIX, «ma non so se alcune forze politiche potrebbero sedersi a un tavolo di coalizione senza le primarie. La divisività è un rischio reale. È per questo che serve una piattaforma che definisca i criteri». Scettico pure Romano Prodi: «Le primarie», dice Prodi a Repubblica, «sono utili alla fine di un percorso, non all’inizio». Prodi ha probabilmente in mente le primarie «confermative», ovvero una chiamata ai gazebo che suggelli una intesa già raggiunta, come accadde a lui nel 2005, quando vinse con il 75% delle primarie di coalizione confermative alle quali parteciparono, tra gli altri Fausto Bertinotti e Clemente Mastella, per tenere dentro la mobilitazione sia la sinistra che i moderati. Matteo Renzi da parte sua gioca a sparigliare: «Il centrosinistra dovrebbe organizzare prima possibile le primarie», dice a Canale 5 il leader di Italia viva, «il mio partito ci sarà. A me piacerebbe vedere una sindaca, un sindaco, un rappresentante delle istituzioni. Silvia Salis avrebbe quel profilo. Lei non ama lo strumento delle primarie, ma servono a far partecipare la gente». Conferma di essere pronto a partecipare Giuseppe Conte: «Devono essere aperte», avverte il leader del M5s a Il Resto del Carlino, «primarie dei cittadini e non di apparato. Io sono disponibile, ma ne discuteremo all’interno del M5s». E Elly? In un incontro con la stampa estera, il segretario del Pd dice di essere d’accordo con Franceschini: alla domanda «È finito il tempo dei Papi stranieri e dei federatori?», risponde con un netto «Sì». E la scelta del leader? «Ho detto che sono aperta alle primarie di coalizione», sottolinea il segretario dem, «ma si potrebbe anche fare come fa la destra: chi prende un voto in più». Dunque, o Elly o la Schlein, a meno che il segretario del Pd non venga battuto ai gazebo da Conte, ipotesi non completamente da escludere nel caso in cui, per dirne una, Avs non convergesse sull’ex premier, con il quale le affinità politiche sono ormai tantissime. Del resto la stessa Schlein, nel 2023, alle primarie Pd per la successione a Enrico Letta, fu sconfitta nel voto tra gli iscritti da Stefano Bonaccini ma poi ribaltò il risultato quando i gazebo furono aperti a tutti. Conte candidato premier, però, potrebbe tenere lontani dalle urne i moderati del Pd, per non parlare degli elettori di Renzi, soprattutto se la situazione internazionale nel 2027 non si sarà rasserenata.In sostanza, come abbiamo scritto il giorno dopo i risultati, la vittoria del No al referendum è stata senza alcun ombra di dubbio un bel pieno di benzina nel motore del centrosinistra, ma questa benzina ha un prezzo assai alto: adesso, al netto degli elettori di centrodestra che non hanno votato a favore della riforma, il fronte che va dalla Conferenza episcopale italiana alla sinistra radicale passando per la Cgil e deve trovare il modo per mettersi insieme, strutturare una coalizione che abbia un programma condiviso e individuare un avversario da contrapporre a Giorgia Meloni. Tutto questo, in meno di un anno. Niente è impossibile, ma la strada è tutta in salita.
La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
Continua a leggereRiduci
iStock
Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.