
La vittoria del No al referendum porta in dono a Elly Schlein una gioia e un problema. Il segretario dem esce certamente rafforzata dal voto, non solo per il risultato finale ma anche perché da ieri i big del Pd che si sono schierati per il Sì, a partire dalla vicepresidente del parlamento europeo Pina Picierno, difficilmente potranno continuare a disseminare di problemi il suo cammino.
D’altro canto, però, il centrosinistra non è più destinato, alle prossime politiche, a una gioiosa e sicura sconfitta: pensate che c’è chi, ancora in preda all’euforia, alla Verità confida che in fondo a questo punto una legge elettorale col premio di maggioranza per la coalizione che prende un voto in più, quella presentata dal centrodestra, potrebbe andare più che bene alle attuali opposizioni. La Schlein sarebbe stata perfetta per condurre il campo largo a schiantarsi contro l’iceberg-Meloni: ora che la partita sembra quanto meno aprirsi, però, il centrosinistra ha il problema di riunirsi introno al candidato a premier che abbia più chance di battere Giorgia Meloni.
In molti nel Pd sono convinti che Giuseppe Conte sia più forte di Elly Schlein, ma è impossibile accettare come candidato il leader del secondo partito. L’ideale, secondo i più esperti, sarebbe trovare una rappresentanza di sintesi in grado di intercettare i voti di tutti i partiti della coalizione e pure di chi è andato a votare No ma non si riconosce in nessuna delle forze politiche dell’attuale centrosinistra. Silvia Salis (che ieri a pranzato con Franceschini) è una suggestione, Paolo Gentiloni un candidato naturale. Ma Dario Franceschini, a domanda della Stampa «Stavolta niente federatore o Papa straniero?», risponde: «Quella stagione è stata bella, ma oggi è naturale che i leader siano espressione dei partiti. E, per quel che ci riguarda, come è scritto nel nostro statuto, il candidato premier alle primarie di coalizione è il segretario del nostro partito». Quindi primarie? «Le primarie», sottolinea Franceschini, «possono produrre un effetto virtuoso ma, se mal gestite, diventano autolesionismo. Aprono fratture che poi ti porti dietro fino al voto». Per poi contraddirsi qualche domanda dopo: «Le primarie», aggiunge l’ex De Mita boy, «restano il modo più trasparente e coinvolgente per scegliere il leader».
In estrema sintesi, per Franceschini, «o c’è un nome su cui andare d’accordo tutti o chi guida si sceglie con le primarie». «Io non sono un fan delle primarie», avverte Andrea Orlando al Secolo XIX, «ma non so se alcune forze politiche potrebbero sedersi a un tavolo di coalizione senza le primarie. La divisività è un rischio reale. È per questo che serve una piattaforma che definisca i criteri». Scettico pure Romano Prodi: «Le primarie», dice Prodi a Repubblica, «sono utili alla fine di un percorso, non all’inizio». Prodi ha probabilmente in mente le primarie «confermative», ovvero una chiamata ai gazebo che suggelli una intesa già raggiunta, come accadde a lui nel 2005, quando vinse con il 75% delle primarie di coalizione confermative alle quali parteciparono, tra gli altri Fausto Bertinotti e Clemente Mastella, per tenere dentro la mobilitazione sia la sinistra che i moderati. Matteo Renzi da parte sua gioca a sparigliare: «Il centrosinistra dovrebbe organizzare prima possibile le primarie», dice a Canale 5 il leader di Italia viva, «il mio partito ci sarà. A me piacerebbe vedere una sindaca, un sindaco, un rappresentante delle istituzioni. Silvia Salis avrebbe quel profilo. Lei non ama lo strumento delle primarie, ma servono a far partecipare la gente». Conferma di essere pronto a partecipare Giuseppe Conte: «Devono essere aperte», avverte il leader del M5s a Il Resto del Carlino, «primarie dei cittadini e non di apparato. Io sono disponibile, ma ne discuteremo all’interno del M5s». E Elly? In un incontro con la stampa estera, il segretario del Pd dice di essere d’accordo con Franceschini: alla domanda «È finito il tempo dei Papi stranieri e dei federatori?», risponde con un netto «Sì». E la scelta del leader? «Ho detto che sono aperta alle primarie di coalizione», sottolinea il segretario dem, «ma si potrebbe anche fare come fa la destra: chi prende un voto in più». Dunque, o Elly o la Schlein, a meno che il segretario del Pd non venga battuto ai gazebo da Conte, ipotesi non completamente da escludere nel caso in cui, per dirne una, Avs non convergesse sull’ex premier, con il quale le affinità politiche sono ormai tantissime. Del resto la stessa Schlein, nel 2023, alle primarie Pd per la successione a Enrico Letta, fu sconfitta nel voto tra gli iscritti da Stefano Bonaccini ma poi ribaltò il risultato quando i gazebo furono aperti a tutti. Conte candidato premier, però, potrebbe tenere lontani dalle urne i moderati del Pd, per non parlare degli elettori di Renzi, soprattutto se la situazione internazionale nel 2027 non si sarà rasserenata.
In sostanza, come abbiamo scritto il giorno dopo i risultati, la vittoria del No al referendum è stata senza alcun ombra di dubbio un bel pieno di benzina nel motore del centrosinistra, ma questa benzina ha un prezzo assai alto: adesso, al netto degli elettori di centrodestra che non hanno votato a favore della riforma, il fronte che va dalla Conferenza episcopale italiana alla sinistra radicale passando per la Cgil e deve trovare il modo per mettersi insieme, strutturare una coalizione che abbia un programma condiviso e individuare un avversario da contrapporre a Giorgia Meloni. Tutto questo, in meno di un anno. Niente è impossibile, ma la strada è tutta in salita.






