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2024-05-15
Ai macroniani la destra non fa più schifo
Charles Michel (Ansa)
Todos caballeros. A meno di un mese dalle elezioni europee il presidente del Consiglio Ue Charles Michel scopre che «con i partiti politici definiti di estrema destra si può collaborare». La conversione sulla via di Bruxelles è uno schiaffo in pieno volto alla galassia socialista e rossoverde che in questi cinque anni ha condizionato le politiche comunitarie, trasformando la transizione green e digitale in un incubo per i cittadini del continente. Quella che avviene durante il Forum per la Democrazia di Copenaghen è una presa di distanza neppure sfumata: «Al Consiglio europeo c’erano dubbi e preoccupazioni prima delle elezioni di Stati membri, poi abbiamo visto che era possibile lavorare con i governi di quei Paesi anche se nella coalizione c’era un partito di estrema destra».
Continua ad aggiungere «estrema» per tenere fede alla narrazione distorta da slogan mediatici compiacenti, ma il succo è facilmente individuabile: un’apertura ai conservatori di Ecr e ai sovranisti di Id. Michel, di fatto emanazione di Emmanuel Macron, aggiunge: «Non voglio fare esempi specifici». Poiché non si tratta di Spagna, Francia, Germania, Polonia (la destra non è più al governo) e l’Ungheria non è così centrale nel dibattito elettorale, è fin troppo facile intuire che sta parlando dell’Italia del governo di Giorgia Meloni, rappresentato a Bruxelles in un modo così grottesco da rendere lunare quella raffigurazione nell’impatto con la realtà.
Il belga numero due della Ue ha pulito gli occhiali e arriva ad ammettere: «Se osservo i partiti politici che vengono definiti di estrema destra, noto che vi sono al loro interno delle personalità con cui si può collaborare, perché condividono gli stessi obiettivi sui temi chiave, mentre ci sono altri con cui non è possibile collaborare. Al nuovo Parlamento europeo la questione principale sarà riconoscere i partiti politici pronti a cooperare per sostenere l’Ucraina, difendere i principi democratici e rendere l’Ue più forte». Improvvisamente non si parla d’altro. E deliri come i desideri Lgbtq, l’aborto nella Costituzione, il suicidio assistito universale, il fascismo marziano, la tassazione feroce degli immobili sono finiti nel deposito di Indiana Jones.
Quello di Michel è pragmatismo puro che arriva a smentire il «mai accordi con l’estrema destra» di Ursula von der Leyen, peraltro invisa all’euroburocrate belga di Renew Europe, quindi da contrastare con argomentazioni opposte. Ora diventa importante capire se l’uscita del colonnello macroniano che fu al centro del Sofagate (quando ad Ankara non aprì bocca mentre Recep Erdogan lasciava in piedi lady Ursula fra gli imbarazzi del mondo) sia spontanea o determinata da interessi elettorali maturati dopo aver preso visione degli ultimi sondaggi. Non è più così scontato che Ppe e alleati non marcatamente di sinistra abbiano i numeri per tenere fuori dagli accordi i Conservatori riformisti di Giorgia Meloni e i sovranisti di Identità e Democrazia, dove alberga la Lega di Matteo Salvini. A destra è in atto una ristrutturazione dei gruppi con l’obiettivo di un avvicinamento sulle posizioni mediane, con la marginalizzazione e l’espulsione di qualche frangia impresentabile. Un cammino che può avere appeal presso il blocco centrista del parlamento.
Per il capo delegazione di Fratelli d’Italia a Bruxelles, Carlo Fidanza, l’endorsement va accolto con molta prudenza. «Fa piacere questa conversione, ma noi ribadiamo l’impegno per creare una maggioranza alternativa alla sinistra e riprodurre il sistema di governo italiano. Con due temi cardine: una transizione verde sostenibile per i cittadini e un controllo serio e regolamentato delle frontiere esterne, dossier sui quali abbiamo avuto un’ampia conversione. Il nostro obiettivo principale rimane quello di mandare la sinistra all’opposizione, come abbiamo fatto in Italia». Sulla spontaneità delle parole di Michel, Fidanza non si sbilancia: «Mi auguro che sia sincero e non solo mosso da interessi elettorali. Che ci sia in atto un ripensamento dei centristi nei confronti della sinistra rossoverde è fuor di dubbio, anche perché l’elettorato di liberali e popolari non sta da quella parte. Solo non vorrei che si trattasse della solita logica dei “due forni”: prendere voti a destra per poi sedersi a sinistra».
Anche la Lega osserva la dichiarazione in controluce. L’europarlamentare presidente del gruppo Id, Marco Zanni, ricorda cinque anni di disastri e intuisce nelle parole di Michel un certo interesse di facciata. «Finalmente, ora che è al termine di un mandato fallimentare dove è stato ininfluente quando non dannoso, Michel apre le porte al centrodestra che è in crescita in tutta Europa. E lo fa con la sua famiglia politica in picchiata nei sondaggi. Troppo poco, troppo tardi, specialmente dopo una legislatura in cui questa Ue ha fatto di tutto per escludere vergognosamente la Lega e i suoi alleati insultando il voto democratico di milioni di cittadini europei».
Secondo Zanni, più che le aperture tardive di euroburocrati in scadenza, «conta un cambio radicale di chi ha comandato e mal governato a Bruxelles finora, portando avanti una serie di politiche folli e fortemente penalizzanti verso imprese, lavoratori e famiglie. A cominciare dalle eurofollie green. Grazie lo stesso a Michel per avere evidenziato l’ovvio e ciò che sapevamo da tempo». Si sente il rumore di una porta che si chiude, magari non a chiave.
Un tribunale mette sotto tutela Afd il secondo partito della Germania
Il Tribunale amministrativo superiore della Renania Settentrionale-Vestfalia, con sede a Münster, ha respinto il ricorso presentato dall’Afd contro l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (Verfassungsschutz), ossia i servizi segreti interni della Germania, i quali avevano classificato il partito sovranista tedesco come un «caso sospetto» di estremismo di destra. I giudici, in sostanza, hanno dato torto al partito guidato da Alice Weidel e Tino Chrupalla, che attualmente è la seconda forza politica del Paese, data dai sondaggi intorno al 20%, dietro alla Cdu (30%) ma davanti ai tre partiti di governo.
Le motivazioni della sentenza non sono ancora note, ma il giudice Gerald Buck ha già spiegato che esisterebbero «prove sufficienti» per affermare che l’Afd starebbe «perseguendo obiettivi che attentano alla dignità umana di determinati gruppi di persone e ai princìpi democratici». La fondatezza di un’accusa tanto grave, tuttavia, non risiederebbe in presunte attività eversive del partito volte a rovesciare le istituzioni. Al contrario, sostengono i giudici, «c’è il fondato sospetto» che «una parte rilevante dell’Afd» non consideri veri tedeschi gli immigrati che hanno conseguito la cittadinanza». Il che, secondo il tribunale, «costituisce una discriminazione inammissibile ai sensi della Costituzione».
Il fatto che l’Afd conti tra le sue file diversi esponenti di origine straniera non ha convinto i togati. A pesare sarebbero piuttosto «numerose dichiarazioni rivolte contro i migranti» da alcuni membri del partito. I giudici, peraltro, si sono rifiutati di esaminare circa 470 istanze probatorie presentate dai legali dell’Afd, giudicandole irrilevanti. La decisione del tribunale permetterà al Verfassungsschutz di tenere sotto osservazione il partito e persino di infiltrarlo con agenti dei servizi segreti.
I vertici dell’Afd hanno contestato la sentenza, annunciando un ricorso presso il Tribunale amministrativo federale e, in caso, presso la Corte costituzionale. «Siamo stupiti che non debbano essere fornite prove a sostegno delle accuse e che il tribunale non le abbia neppure richieste», ha dichiarato la presidente Alice Weidel . «Per noi è un verdetto inaccettabile». Le ha fatto eco il copresidente Tino Chrupalla, il quale ha aggiunto che l’annuncio della sentenza «nel bel mezzo della campagna elettorale dimostra che dietro c’è una motivazione politica». In effetti, oltre alle Europee, in autunno si terranno le elezioni regionali in Turingia, Brandeburgo e Sassonia: tre Stati federati orientali in cui l’Afd è primo in tutti i sondaggi.
Nel frattempo, diversi avversari politici hanno colto l’occasione per rilanciare la proposta di mettere al bando l’Afd. Marco Wanderwitz, esponente della Cdu, ha persino affermato, in un’intervista a Die Zeit, che «soprattutto all’Est il partito non può più essere sconfitto politicamente». Dove non arriva la politica, insomma, devono arrivare i giudici. Di diverso avviso è Marco Buschmann (Fdp), il ministro della Giustizia: la sentenza, ha dichiarato, «non apre automaticamente la strada a una procedura di messa al bando dell’Afd». E comunque, ha aggiunto, sarebbe opportuno continuare a combattere l’Afd con la forza degli argomenti: «Questa dovrebbe rimanere l’aspirazione dei veri democratici».
Occorre ricordare che il Verfassungsschutz dipende dal ministro dell’Interno e che i suoi presidenti sono dirette emanazioni della politica. L’attuale, Thomas Haldenwang, è un membro della Cdu, che sin dalla sua nomina nel 2018 (sotto l’ultimo governo di Angela Merkel) aveva dichiarato che avrebbe rilanciato la lotta contro l’estremismo di destra. Di recente, inoltre, il presidente della succursale in Turingia, Stephan Kramer (membro della Spd), ha promesso che farà tutto ciò che è in suo potere per scongiurare la vittoria elettorale dell’Afd. Che, attualmente, in Turingia veleggia intorno al 30%.
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Michel, il presidente del Consiglio Ue, si converte sulla via delle Europee: «Ci preoccupavamo per certe forze andate al governo, invece con loro si può collaborare». Ma Fdi e Lega non abboccano: «Troppo tardi, noi lavoriamo a maggioranze alternative».Gli 007 potranno infiltrare Afd, secondo partito in Germania. E tra i rivali c’è chi torna a chiederne lo scioglimento.Lo speciale contiene due articoli.Todos caballeros. A meno di un mese dalle elezioni europee il presidente del Consiglio Ue Charles Michel scopre che «con i partiti politici definiti di estrema destra si può collaborare». La conversione sulla via di Bruxelles è uno schiaffo in pieno volto alla galassia socialista e rossoverde che in questi cinque anni ha condizionato le politiche comunitarie, trasformando la transizione green e digitale in un incubo per i cittadini del continente. Quella che avviene durante il Forum per la Democrazia di Copenaghen è una presa di distanza neppure sfumata: «Al Consiglio europeo c’erano dubbi e preoccupazioni prima delle elezioni di Stati membri, poi abbiamo visto che era possibile lavorare con i governi di quei Paesi anche se nella coalizione c’era un partito di estrema destra».Continua ad aggiungere «estrema» per tenere fede alla narrazione distorta da slogan mediatici compiacenti, ma il succo è facilmente individuabile: un’apertura ai conservatori di Ecr e ai sovranisti di Id. Michel, di fatto emanazione di Emmanuel Macron, aggiunge: «Non voglio fare esempi specifici». Poiché non si tratta di Spagna, Francia, Germania, Polonia (la destra non è più al governo) e l’Ungheria non è così centrale nel dibattito elettorale, è fin troppo facile intuire che sta parlando dell’Italia del governo di Giorgia Meloni, rappresentato a Bruxelles in un modo così grottesco da rendere lunare quella raffigurazione nell’impatto con la realtà. Il belga numero due della Ue ha pulito gli occhiali e arriva ad ammettere: «Se osservo i partiti politici che vengono definiti di estrema destra, noto che vi sono al loro interno delle personalità con cui si può collaborare, perché condividono gli stessi obiettivi sui temi chiave, mentre ci sono altri con cui non è possibile collaborare. Al nuovo Parlamento europeo la questione principale sarà riconoscere i partiti politici pronti a cooperare per sostenere l’Ucraina, difendere i principi democratici e rendere l’Ue più forte». Improvvisamente non si parla d’altro. E deliri come i desideri Lgbtq, l’aborto nella Costituzione, il suicidio assistito universale, il fascismo marziano, la tassazione feroce degli immobili sono finiti nel deposito di Indiana Jones. Quello di Michel è pragmatismo puro che arriva a smentire il «mai accordi con l’estrema destra» di Ursula von der Leyen, peraltro invisa all’euroburocrate belga di Renew Europe, quindi da contrastare con argomentazioni opposte. Ora diventa importante capire se l’uscita del colonnello macroniano che fu al centro del Sofagate (quando ad Ankara non aprì bocca mentre Recep Erdogan lasciava in piedi lady Ursula fra gli imbarazzi del mondo) sia spontanea o determinata da interessi elettorali maturati dopo aver preso visione degli ultimi sondaggi. Non è più così scontato che Ppe e alleati non marcatamente di sinistra abbiano i numeri per tenere fuori dagli accordi i Conservatori riformisti di Giorgia Meloni e i sovranisti di Identità e Democrazia, dove alberga la Lega di Matteo Salvini. A destra è in atto una ristrutturazione dei gruppi con l’obiettivo di un avvicinamento sulle posizioni mediane, con la marginalizzazione e l’espulsione di qualche frangia impresentabile. Un cammino che può avere appeal presso il blocco centrista del parlamento. Per il capo delegazione di Fratelli d’Italia a Bruxelles, Carlo Fidanza, l’endorsement va accolto con molta prudenza. «Fa piacere questa conversione, ma noi ribadiamo l’impegno per creare una maggioranza alternativa alla sinistra e riprodurre il sistema di governo italiano. Con due temi cardine: una transizione verde sostenibile per i cittadini e un controllo serio e regolamentato delle frontiere esterne, dossier sui quali abbiamo avuto un’ampia conversione. Il nostro obiettivo principale rimane quello di mandare la sinistra all’opposizione, come abbiamo fatto in Italia». Sulla spontaneità delle parole di Michel, Fidanza non si sbilancia: «Mi auguro che sia sincero e non solo mosso da interessi elettorali. Che ci sia in atto un ripensamento dei centristi nei confronti della sinistra rossoverde è fuor di dubbio, anche perché l’elettorato di liberali e popolari non sta da quella parte. Solo non vorrei che si trattasse della solita logica dei “due forni”: prendere voti a destra per poi sedersi a sinistra».Anche la Lega osserva la dichiarazione in controluce. L’europarlamentare presidente del gruppo Id, Marco Zanni, ricorda cinque anni di disastri e intuisce nelle parole di Michel un certo interesse di facciata. «Finalmente, ora che è al termine di un mandato fallimentare dove è stato ininfluente quando non dannoso, Michel apre le porte al centrodestra che è in crescita in tutta Europa. E lo fa con la sua famiglia politica in picchiata nei sondaggi. Troppo poco, troppo tardi, specialmente dopo una legislatura in cui questa Ue ha fatto di tutto per escludere vergognosamente la Lega e i suoi alleati insultando il voto democratico di milioni di cittadini europei».Secondo Zanni, più che le aperture tardive di euroburocrati in scadenza, «conta un cambio radicale di chi ha comandato e mal governato a Bruxelles finora, portando avanti una serie di politiche folli e fortemente penalizzanti verso imprese, lavoratori e famiglie. A cominciare dalle eurofollie green. Grazie lo stesso a Michel per avere evidenziato l’ovvio e ciò che sapevamo da tempo». Si sente il rumore di una porta che si chiude, magari non a chiave.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/elezioni-europee-macroniani-2668260507.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-tribunale-mette-sotto-tutela-afd-il-secondo-partito-della-germania" data-post-id="2668260507" data-published-at="1715719606" data-use-pagination="False"> Un tribunale mette sotto tutela Afd il secondo partito della Germania Il Tribunale amministrativo superiore della Renania Settentrionale-Vestfalia, con sede a Münster, ha respinto il ricorso presentato dall’Afd contro l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (Verfassungsschutz), ossia i servizi segreti interni della Germania, i quali avevano classificato il partito sovranista tedesco come un «caso sospetto» di estremismo di destra. I giudici, in sostanza, hanno dato torto al partito guidato da Alice Weidel e Tino Chrupalla, che attualmente è la seconda forza politica del Paese, data dai sondaggi intorno al 20%, dietro alla Cdu (30%) ma davanti ai tre partiti di governo. Le motivazioni della sentenza non sono ancora note, ma il giudice Gerald Buck ha già spiegato che esisterebbero «prove sufficienti» per affermare che l’Afd starebbe «perseguendo obiettivi che attentano alla dignità umana di determinati gruppi di persone e ai princìpi democratici». La fondatezza di un’accusa tanto grave, tuttavia, non risiederebbe in presunte attività eversive del partito volte a rovesciare le istituzioni. Al contrario, sostengono i giudici, «c’è il fondato sospetto» che «una parte rilevante dell’Afd» non consideri veri tedeschi gli immigrati che hanno conseguito la cittadinanza». Il che, secondo il tribunale, «costituisce una discriminazione inammissibile ai sensi della Costituzione». Il fatto che l’Afd conti tra le sue file diversi esponenti di origine straniera non ha convinto i togati. A pesare sarebbero piuttosto «numerose dichiarazioni rivolte contro i migranti» da alcuni membri del partito. I giudici, peraltro, si sono rifiutati di esaminare circa 470 istanze probatorie presentate dai legali dell’Afd, giudicandole irrilevanti. La decisione del tribunale permetterà al Verfassungsschutz di tenere sotto osservazione il partito e persino di infiltrarlo con agenti dei servizi segreti. I vertici dell’Afd hanno contestato la sentenza, annunciando un ricorso presso il Tribunale amministrativo federale e, in caso, presso la Corte costituzionale. «Siamo stupiti che non debbano essere fornite prove a sostegno delle accuse e che il tribunale non le abbia neppure richieste», ha dichiarato la presidente Alice Weidel . «Per noi è un verdetto inaccettabile». Le ha fatto eco il copresidente Tino Chrupalla, il quale ha aggiunto che l’annuncio della sentenza «nel bel mezzo della campagna elettorale dimostra che dietro c’è una motivazione politica». In effetti, oltre alle Europee, in autunno si terranno le elezioni regionali in Turingia, Brandeburgo e Sassonia: tre Stati federati orientali in cui l’Afd è primo in tutti i sondaggi. Nel frattempo, diversi avversari politici hanno colto l’occasione per rilanciare la proposta di mettere al bando l’Afd. Marco Wanderwitz, esponente della Cdu, ha persino affermato, in un’intervista a Die Zeit, che «soprattutto all’Est il partito non può più essere sconfitto politicamente». Dove non arriva la politica, insomma, devono arrivare i giudici. Di diverso avviso è Marco Buschmann (Fdp), il ministro della Giustizia: la sentenza, ha dichiarato, «non apre automaticamente la strada a una procedura di messa al bando dell’Afd». E comunque, ha aggiunto, sarebbe opportuno continuare a combattere l’Afd con la forza degli argomenti: «Questa dovrebbe rimanere l’aspirazione dei veri democratici». Occorre ricordare che il Verfassungsschutz dipende dal ministro dell’Interno e che i suoi presidenti sono dirette emanazioni della politica. L’attuale, Thomas Haldenwang, è un membro della Cdu, che sin dalla sua nomina nel 2018 (sotto l’ultimo governo di Angela Merkel) aveva dichiarato che avrebbe rilanciato la lotta contro l’estremismo di destra. Di recente, inoltre, il presidente della succursale in Turingia, Stephan Kramer (membro della Spd), ha promesso che farà tutto ciò che è in suo potere per scongiurare la vittoria elettorale dell’Afd. Che, attualmente, in Turingia veleggia intorno al 30%.
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
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Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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