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2024-05-15
Ai macroniani la destra non fa più schifo
Charles Michel (Ansa)
Todos caballeros. A meno di un mese dalle elezioni europee il presidente del Consiglio Ue Charles Michel scopre che «con i partiti politici definiti di estrema destra si può collaborare». La conversione sulla via di Bruxelles è uno schiaffo in pieno volto alla galassia socialista e rossoverde che in questi cinque anni ha condizionato le politiche comunitarie, trasformando la transizione green e digitale in un incubo per i cittadini del continente. Quella che avviene durante il Forum per la Democrazia di Copenaghen è una presa di distanza neppure sfumata: «Al Consiglio europeo c’erano dubbi e preoccupazioni prima delle elezioni di Stati membri, poi abbiamo visto che era possibile lavorare con i governi di quei Paesi anche se nella coalizione c’era un partito di estrema destra».
Continua ad aggiungere «estrema» per tenere fede alla narrazione distorta da slogan mediatici compiacenti, ma il succo è facilmente individuabile: un’apertura ai conservatori di Ecr e ai sovranisti di Id. Michel, di fatto emanazione di Emmanuel Macron, aggiunge: «Non voglio fare esempi specifici». Poiché non si tratta di Spagna, Francia, Germania, Polonia (la destra non è più al governo) e l’Ungheria non è così centrale nel dibattito elettorale, è fin troppo facile intuire che sta parlando dell’Italia del governo di Giorgia Meloni, rappresentato a Bruxelles in un modo così grottesco da rendere lunare quella raffigurazione nell’impatto con la realtà.
Il belga numero due della Ue ha pulito gli occhiali e arriva ad ammettere: «Se osservo i partiti politici che vengono definiti di estrema destra, noto che vi sono al loro interno delle personalità con cui si può collaborare, perché condividono gli stessi obiettivi sui temi chiave, mentre ci sono altri con cui non è possibile collaborare. Al nuovo Parlamento europeo la questione principale sarà riconoscere i partiti politici pronti a cooperare per sostenere l’Ucraina, difendere i principi democratici e rendere l’Ue più forte». Improvvisamente non si parla d’altro. E deliri come i desideri Lgbtq, l’aborto nella Costituzione, il suicidio assistito universale, il fascismo marziano, la tassazione feroce degli immobili sono finiti nel deposito di Indiana Jones.
Quello di Michel è pragmatismo puro che arriva a smentire il «mai accordi con l’estrema destra» di Ursula von der Leyen, peraltro invisa all’euroburocrate belga di Renew Europe, quindi da contrastare con argomentazioni opposte. Ora diventa importante capire se l’uscita del colonnello macroniano che fu al centro del Sofagate (quando ad Ankara non aprì bocca mentre Recep Erdogan lasciava in piedi lady Ursula fra gli imbarazzi del mondo) sia spontanea o determinata da interessi elettorali maturati dopo aver preso visione degli ultimi sondaggi. Non è più così scontato che Ppe e alleati non marcatamente di sinistra abbiano i numeri per tenere fuori dagli accordi i Conservatori riformisti di Giorgia Meloni e i sovranisti di Identità e Democrazia, dove alberga la Lega di Matteo Salvini. A destra è in atto una ristrutturazione dei gruppi con l’obiettivo di un avvicinamento sulle posizioni mediane, con la marginalizzazione e l’espulsione di qualche frangia impresentabile. Un cammino che può avere appeal presso il blocco centrista del parlamento.
Per il capo delegazione di Fratelli d’Italia a Bruxelles, Carlo Fidanza, l’endorsement va accolto con molta prudenza. «Fa piacere questa conversione, ma noi ribadiamo l’impegno per creare una maggioranza alternativa alla sinistra e riprodurre il sistema di governo italiano. Con due temi cardine: una transizione verde sostenibile per i cittadini e un controllo serio e regolamentato delle frontiere esterne, dossier sui quali abbiamo avuto un’ampia conversione. Il nostro obiettivo principale rimane quello di mandare la sinistra all’opposizione, come abbiamo fatto in Italia». Sulla spontaneità delle parole di Michel, Fidanza non si sbilancia: «Mi auguro che sia sincero e non solo mosso da interessi elettorali. Che ci sia in atto un ripensamento dei centristi nei confronti della sinistra rossoverde è fuor di dubbio, anche perché l’elettorato di liberali e popolari non sta da quella parte. Solo non vorrei che si trattasse della solita logica dei “due forni”: prendere voti a destra per poi sedersi a sinistra».
Anche la Lega osserva la dichiarazione in controluce. L’europarlamentare presidente del gruppo Id, Marco Zanni, ricorda cinque anni di disastri e intuisce nelle parole di Michel un certo interesse di facciata. «Finalmente, ora che è al termine di un mandato fallimentare dove è stato ininfluente quando non dannoso, Michel apre le porte al centrodestra che è in crescita in tutta Europa. E lo fa con la sua famiglia politica in picchiata nei sondaggi. Troppo poco, troppo tardi, specialmente dopo una legislatura in cui questa Ue ha fatto di tutto per escludere vergognosamente la Lega e i suoi alleati insultando il voto democratico di milioni di cittadini europei».
Secondo Zanni, più che le aperture tardive di euroburocrati in scadenza, «conta un cambio radicale di chi ha comandato e mal governato a Bruxelles finora, portando avanti una serie di politiche folli e fortemente penalizzanti verso imprese, lavoratori e famiglie. A cominciare dalle eurofollie green. Grazie lo stesso a Michel per avere evidenziato l’ovvio e ciò che sapevamo da tempo». Si sente il rumore di una porta che si chiude, magari non a chiave.
Un tribunale mette sotto tutela Afd il secondo partito della Germania
Il Tribunale amministrativo superiore della Renania Settentrionale-Vestfalia, con sede a Münster, ha respinto il ricorso presentato dall’Afd contro l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (Verfassungsschutz), ossia i servizi segreti interni della Germania, i quali avevano classificato il partito sovranista tedesco come un «caso sospetto» di estremismo di destra. I giudici, in sostanza, hanno dato torto al partito guidato da Alice Weidel e Tino Chrupalla, che attualmente è la seconda forza politica del Paese, data dai sondaggi intorno al 20%, dietro alla Cdu (30%) ma davanti ai tre partiti di governo.
Le motivazioni della sentenza non sono ancora note, ma il giudice Gerald Buck ha già spiegato che esisterebbero «prove sufficienti» per affermare che l’Afd starebbe «perseguendo obiettivi che attentano alla dignità umana di determinati gruppi di persone e ai princìpi democratici». La fondatezza di un’accusa tanto grave, tuttavia, non risiederebbe in presunte attività eversive del partito volte a rovesciare le istituzioni. Al contrario, sostengono i giudici, «c’è il fondato sospetto» che «una parte rilevante dell’Afd» non consideri veri tedeschi gli immigrati che hanno conseguito la cittadinanza». Il che, secondo il tribunale, «costituisce una discriminazione inammissibile ai sensi della Costituzione».
Il fatto che l’Afd conti tra le sue file diversi esponenti di origine straniera non ha convinto i togati. A pesare sarebbero piuttosto «numerose dichiarazioni rivolte contro i migranti» da alcuni membri del partito. I giudici, peraltro, si sono rifiutati di esaminare circa 470 istanze probatorie presentate dai legali dell’Afd, giudicandole irrilevanti. La decisione del tribunale permetterà al Verfassungsschutz di tenere sotto osservazione il partito e persino di infiltrarlo con agenti dei servizi segreti.
I vertici dell’Afd hanno contestato la sentenza, annunciando un ricorso presso il Tribunale amministrativo federale e, in caso, presso la Corte costituzionale. «Siamo stupiti che non debbano essere fornite prove a sostegno delle accuse e che il tribunale non le abbia neppure richieste», ha dichiarato la presidente Alice Weidel . «Per noi è un verdetto inaccettabile». Le ha fatto eco il copresidente Tino Chrupalla, il quale ha aggiunto che l’annuncio della sentenza «nel bel mezzo della campagna elettorale dimostra che dietro c’è una motivazione politica». In effetti, oltre alle Europee, in autunno si terranno le elezioni regionali in Turingia, Brandeburgo e Sassonia: tre Stati federati orientali in cui l’Afd è primo in tutti i sondaggi.
Nel frattempo, diversi avversari politici hanno colto l’occasione per rilanciare la proposta di mettere al bando l’Afd. Marco Wanderwitz, esponente della Cdu, ha persino affermato, in un’intervista a Die Zeit, che «soprattutto all’Est il partito non può più essere sconfitto politicamente». Dove non arriva la politica, insomma, devono arrivare i giudici. Di diverso avviso è Marco Buschmann (Fdp), il ministro della Giustizia: la sentenza, ha dichiarato, «non apre automaticamente la strada a una procedura di messa al bando dell’Afd». E comunque, ha aggiunto, sarebbe opportuno continuare a combattere l’Afd con la forza degli argomenti: «Questa dovrebbe rimanere l’aspirazione dei veri democratici».
Occorre ricordare che il Verfassungsschutz dipende dal ministro dell’Interno e che i suoi presidenti sono dirette emanazioni della politica. L’attuale, Thomas Haldenwang, è un membro della Cdu, che sin dalla sua nomina nel 2018 (sotto l’ultimo governo di Angela Merkel) aveva dichiarato che avrebbe rilanciato la lotta contro l’estremismo di destra. Di recente, inoltre, il presidente della succursale in Turingia, Stephan Kramer (membro della Spd), ha promesso che farà tutto ciò che è in suo potere per scongiurare la vittoria elettorale dell’Afd. Che, attualmente, in Turingia veleggia intorno al 30%.
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Michel, il presidente del Consiglio Ue, si converte sulla via delle Europee: «Ci preoccupavamo per certe forze andate al governo, invece con loro si può collaborare». Ma Fdi e Lega non abboccano: «Troppo tardi, noi lavoriamo a maggioranze alternative».Gli 007 potranno infiltrare Afd, secondo partito in Germania. E tra i rivali c’è chi torna a chiederne lo scioglimento.Lo speciale contiene due articoli.Todos caballeros. A meno di un mese dalle elezioni europee il presidente del Consiglio Ue Charles Michel scopre che «con i partiti politici definiti di estrema destra si può collaborare». La conversione sulla via di Bruxelles è uno schiaffo in pieno volto alla galassia socialista e rossoverde che in questi cinque anni ha condizionato le politiche comunitarie, trasformando la transizione green e digitale in un incubo per i cittadini del continente. Quella che avviene durante il Forum per la Democrazia di Copenaghen è una presa di distanza neppure sfumata: «Al Consiglio europeo c’erano dubbi e preoccupazioni prima delle elezioni di Stati membri, poi abbiamo visto che era possibile lavorare con i governi di quei Paesi anche se nella coalizione c’era un partito di estrema destra».Continua ad aggiungere «estrema» per tenere fede alla narrazione distorta da slogan mediatici compiacenti, ma il succo è facilmente individuabile: un’apertura ai conservatori di Ecr e ai sovranisti di Id. Michel, di fatto emanazione di Emmanuel Macron, aggiunge: «Non voglio fare esempi specifici». Poiché non si tratta di Spagna, Francia, Germania, Polonia (la destra non è più al governo) e l’Ungheria non è così centrale nel dibattito elettorale, è fin troppo facile intuire che sta parlando dell’Italia del governo di Giorgia Meloni, rappresentato a Bruxelles in un modo così grottesco da rendere lunare quella raffigurazione nell’impatto con la realtà. Il belga numero due della Ue ha pulito gli occhiali e arriva ad ammettere: «Se osservo i partiti politici che vengono definiti di estrema destra, noto che vi sono al loro interno delle personalità con cui si può collaborare, perché condividono gli stessi obiettivi sui temi chiave, mentre ci sono altri con cui non è possibile collaborare. Al nuovo Parlamento europeo la questione principale sarà riconoscere i partiti politici pronti a cooperare per sostenere l’Ucraina, difendere i principi democratici e rendere l’Ue più forte». Improvvisamente non si parla d’altro. E deliri come i desideri Lgbtq, l’aborto nella Costituzione, il suicidio assistito universale, il fascismo marziano, la tassazione feroce degli immobili sono finiti nel deposito di Indiana Jones. Quello di Michel è pragmatismo puro che arriva a smentire il «mai accordi con l’estrema destra» di Ursula von der Leyen, peraltro invisa all’euroburocrate belga di Renew Europe, quindi da contrastare con argomentazioni opposte. Ora diventa importante capire se l’uscita del colonnello macroniano che fu al centro del Sofagate (quando ad Ankara non aprì bocca mentre Recep Erdogan lasciava in piedi lady Ursula fra gli imbarazzi del mondo) sia spontanea o determinata da interessi elettorali maturati dopo aver preso visione degli ultimi sondaggi. Non è più così scontato che Ppe e alleati non marcatamente di sinistra abbiano i numeri per tenere fuori dagli accordi i Conservatori riformisti di Giorgia Meloni e i sovranisti di Identità e Democrazia, dove alberga la Lega di Matteo Salvini. A destra è in atto una ristrutturazione dei gruppi con l’obiettivo di un avvicinamento sulle posizioni mediane, con la marginalizzazione e l’espulsione di qualche frangia impresentabile. Un cammino che può avere appeal presso il blocco centrista del parlamento. Per il capo delegazione di Fratelli d’Italia a Bruxelles, Carlo Fidanza, l’endorsement va accolto con molta prudenza. «Fa piacere questa conversione, ma noi ribadiamo l’impegno per creare una maggioranza alternativa alla sinistra e riprodurre il sistema di governo italiano. Con due temi cardine: una transizione verde sostenibile per i cittadini e un controllo serio e regolamentato delle frontiere esterne, dossier sui quali abbiamo avuto un’ampia conversione. Il nostro obiettivo principale rimane quello di mandare la sinistra all’opposizione, come abbiamo fatto in Italia». Sulla spontaneità delle parole di Michel, Fidanza non si sbilancia: «Mi auguro che sia sincero e non solo mosso da interessi elettorali. Che ci sia in atto un ripensamento dei centristi nei confronti della sinistra rossoverde è fuor di dubbio, anche perché l’elettorato di liberali e popolari non sta da quella parte. Solo non vorrei che si trattasse della solita logica dei “due forni”: prendere voti a destra per poi sedersi a sinistra».Anche la Lega osserva la dichiarazione in controluce. L’europarlamentare presidente del gruppo Id, Marco Zanni, ricorda cinque anni di disastri e intuisce nelle parole di Michel un certo interesse di facciata. «Finalmente, ora che è al termine di un mandato fallimentare dove è stato ininfluente quando non dannoso, Michel apre le porte al centrodestra che è in crescita in tutta Europa. E lo fa con la sua famiglia politica in picchiata nei sondaggi. Troppo poco, troppo tardi, specialmente dopo una legislatura in cui questa Ue ha fatto di tutto per escludere vergognosamente la Lega e i suoi alleati insultando il voto democratico di milioni di cittadini europei».Secondo Zanni, più che le aperture tardive di euroburocrati in scadenza, «conta un cambio radicale di chi ha comandato e mal governato a Bruxelles finora, portando avanti una serie di politiche folli e fortemente penalizzanti verso imprese, lavoratori e famiglie. A cominciare dalle eurofollie green. Grazie lo stesso a Michel per avere evidenziato l’ovvio e ciò che sapevamo da tempo». Si sente il rumore di una porta che si chiude, magari non a chiave.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/elezioni-europee-macroniani-2668260507.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-tribunale-mette-sotto-tutela-afd-il-secondo-partito-della-germania" data-post-id="2668260507" data-published-at="1715719606" data-use-pagination="False"> Un tribunale mette sotto tutela Afd il secondo partito della Germania Il Tribunale amministrativo superiore della Renania Settentrionale-Vestfalia, con sede a Münster, ha respinto il ricorso presentato dall’Afd contro l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (Verfassungsschutz), ossia i servizi segreti interni della Germania, i quali avevano classificato il partito sovranista tedesco come un «caso sospetto» di estremismo di destra. I giudici, in sostanza, hanno dato torto al partito guidato da Alice Weidel e Tino Chrupalla, che attualmente è la seconda forza politica del Paese, data dai sondaggi intorno al 20%, dietro alla Cdu (30%) ma davanti ai tre partiti di governo. Le motivazioni della sentenza non sono ancora note, ma il giudice Gerald Buck ha già spiegato che esisterebbero «prove sufficienti» per affermare che l’Afd starebbe «perseguendo obiettivi che attentano alla dignità umana di determinati gruppi di persone e ai princìpi democratici». La fondatezza di un’accusa tanto grave, tuttavia, non risiederebbe in presunte attività eversive del partito volte a rovesciare le istituzioni. Al contrario, sostengono i giudici, «c’è il fondato sospetto» che «una parte rilevante dell’Afd» non consideri veri tedeschi gli immigrati che hanno conseguito la cittadinanza». Il che, secondo il tribunale, «costituisce una discriminazione inammissibile ai sensi della Costituzione». Il fatto che l’Afd conti tra le sue file diversi esponenti di origine straniera non ha convinto i togati. A pesare sarebbero piuttosto «numerose dichiarazioni rivolte contro i migranti» da alcuni membri del partito. I giudici, peraltro, si sono rifiutati di esaminare circa 470 istanze probatorie presentate dai legali dell’Afd, giudicandole irrilevanti. La decisione del tribunale permetterà al Verfassungsschutz di tenere sotto osservazione il partito e persino di infiltrarlo con agenti dei servizi segreti. I vertici dell’Afd hanno contestato la sentenza, annunciando un ricorso presso il Tribunale amministrativo federale e, in caso, presso la Corte costituzionale. «Siamo stupiti che non debbano essere fornite prove a sostegno delle accuse e che il tribunale non le abbia neppure richieste», ha dichiarato la presidente Alice Weidel . «Per noi è un verdetto inaccettabile». Le ha fatto eco il copresidente Tino Chrupalla, il quale ha aggiunto che l’annuncio della sentenza «nel bel mezzo della campagna elettorale dimostra che dietro c’è una motivazione politica». In effetti, oltre alle Europee, in autunno si terranno le elezioni regionali in Turingia, Brandeburgo e Sassonia: tre Stati federati orientali in cui l’Afd è primo in tutti i sondaggi. Nel frattempo, diversi avversari politici hanno colto l’occasione per rilanciare la proposta di mettere al bando l’Afd. Marco Wanderwitz, esponente della Cdu, ha persino affermato, in un’intervista a Die Zeit, che «soprattutto all’Est il partito non può più essere sconfitto politicamente». Dove non arriva la politica, insomma, devono arrivare i giudici. Di diverso avviso è Marco Buschmann (Fdp), il ministro della Giustizia: la sentenza, ha dichiarato, «non apre automaticamente la strada a una procedura di messa al bando dell’Afd». E comunque, ha aggiunto, sarebbe opportuno continuare a combattere l’Afd con la forza degli argomenti: «Questa dovrebbe rimanere l’aspirazione dei veri democratici». Occorre ricordare che il Verfassungsschutz dipende dal ministro dell’Interno e che i suoi presidenti sono dirette emanazioni della politica. L’attuale, Thomas Haldenwang, è un membro della Cdu, che sin dalla sua nomina nel 2018 (sotto l’ultimo governo di Angela Merkel) aveva dichiarato che avrebbe rilanciato la lotta contro l’estremismo di destra. Di recente, inoltre, il presidente della succursale in Turingia, Stephan Kramer (membro della Spd), ha promesso che farà tutto ciò che è in suo potere per scongiurare la vittoria elettorale dell’Afd. Che, attualmente, in Turingia veleggia intorno al 30%.
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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