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2022-04-04
L’Ue: effetto green, tasse energia +640%
C’è un momento in cui l’emergenza diventa normalità. È già successo con il Covid, potrebbe accadere di nuovo con la crisi energetica. Quando le fibrillazioni sugli approvvigionamenti si ridurranno, gli aumenti in bolletta arriveranno per decreto. A leggere il calendario dell’Unione europea, quel momento non dovrebbe essere poi così lontano: dal 1° gennaio 2023, a Bruxelles contano di introdurre una nuova direttiva in materia di tassazione dei prodotti energetici e dell’elettricità, con l’obiettivo di superare le norme e i prezzi stabiliti circa 20 anni fa. «La direttiva del 2003 non è più allineata alle politiche attuali dell’Ue in materia di clima ed energia», si legge nella proposta, che dovrebbe arrivare nella plenaria di Strasburgo il prossimo luglio. Le aspirazioni «green» passano attraverso una progressiva riduzione delle emissioni interne, da raggiungere soprattutto con l’aumento delle tasse sulle fonti di energia fossile, più inquinanti ma difficili da rimpiazzare. Almeno nel breve periodo.
«La tassazione svolge un ruolo diretto nel sostenere la transizione verde», scrive la Commissione europea, senza specificare quale sarà il prezzo da pagare. A farlo ci ha pensato la Corte dei conti europea, che ha analizzato le aliquote minime studiate dai tecnici di Bruxelles, fornendo un quadro preoccupante: nel 2023, è previsto un aumento del 500% per il gas naturale a uso commerciale, che crescerà ancora nel giro di 10 anni (+640% nel 2033). Più o meno il destino che toccherà al carbone per uso commerciale, lo stesso che il commissario Ue all’Industria e mercato interno, Thierry Breton, vorrebbe usare per sostituire il metano russo: il prossimo anno, il ritocco all’insù sarà del 300%, che arriverà fino a un +640% nel 2033. Viene il sospetto che la mano destra non sappia quel che fa la sinistra.
Più contenuti, si fa per dire, gli aumenti del carbone a uso non commerciale e del gasolio. Spulciando tra le tabelle allegate al testo della direttiva, spuntano fuori anche le ipotesi di riforma dei carburanti per i veicoli a motore: la base imponibile sulla benzina passerebbe dagli attuali 359 euro per ogni 1.000 litri ai 443 euro nel 2033. Le imposizioni sul gas naturale aumenterebbero del 400% in 10 anni. Almeno 11 Parlamenti europei hanno già esaminato la proposta, per ora solo il Senato della Repubblica Ceca ha espresso qualche riserva sulla direttiva, che non lascerebbe «sufficienti margini di discrezionalità nelle politiche fiscali degli Stati membri». La Commissione politiche europee del Senato italiano non ha sollevato criticità, sebbene la relazione del governo rilevi possibili «ricadute sull’articolazione delle politiche pubbliche», per quel che riguarda industria, famiglie e trasporti.
«Negli ultimi due anni c’è stato un tale sovvertimento delle cose che oggi il Green deal europeo rischia di essere antistorico, non tanto negli obiettivi, quanto nei tempi e negli strumenti», spiega l’eurodeputato della Lega Paolo Borchia, membro della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia. «Il tessuto economico non ha avuto sufficiente tempo per reagire alle conseguenze della pandemia, c’è il rischio che gli obiettivi siano eccessivamente ambiziosi rispetto alle reali capacità di adattamento della nostra economia». Già lo scorso anno, secondo i numeri elaborati dal Centro Europa ricerche, l’Italia è stato il Paese che più ha sofferto lo shock energetico, con un aumento dei prezzi delle fonti fossili del 180%. Per avere un termine di paragone, la crescita dei prezzi negli Stati Uniti si è attestata poco sotto il 70%. «Piove sul bagnato», confida alla Verità Aldo Arici, amministratore di Unifond, impresa bresciana che produce semilavorati in ottone. Le proiezioni elaborate sulle spese di marzo, le prime a risentire degli effetti della guerra, riflettono un aumento dei costi in bolletta di almeno 4 volte, con i prezzi dell’energia che sono schizzati dai 16.000 euro dello scorso anno agli attuali 66.000. «Per un’impresa come la nostra, la voce energia, insieme alla manodopera, fa il bilancio: se l’aumento è esponenziale, non c’è storia. Diventa un bagno di sangue», spiega Arici.
Le fonderie chiedono almeno di poter slegare il prezzo dell’energia elettrica da quello del gas. Peccato che, finora, nessuno abbia pensato di mettere mano a questa anomalia, a eccezione di Spagna e Portogallo, che hanno presentato un documento formale alla Commissione europea per fissare un tetto al prezzo del gas ed evitare l’effetto contagio. «Non possiamo fare di tutta l’erba un fascio», raccontano i rappresentanti delle imprese energivore del Nord Italia. «Se vogliamo parlare di transizione ecologica, va bene. Il problema è che qualcuno se ne deve fare carico, le aziende non possono chiudere. Il rischio è che si aprano casse integrazioni una dietro l’altra, con tutti i problemi sociali che si ripercuoterebbero sulla società». Più che una possibilità, purtroppo è una certezza per la Commissione europea: i settori energetici, infatti, saranno quelli che soffriranno il «più alto impatto in termini di disoccupazione», come si legge nel testo della nuova direttiva.
Nel 2035, il comparto dell’estrazione del gas perderà il 12% della forza lavoro attualmente impegnata nel nostro continente, senza certezze di reimpiego nelle nuove competenze della green economy. «Il caro energia non è una mera questione transitoria», commenta Antonio Gigliotti, direttore del centro studi Fiscal focus, il primo a evidenziare le criticità della nuova proposta europea. «Ci troviamo di fronte a un processo decennale, che non può essere affrontato a compartimenti stagni. Un processo che metterà a dura prova la capacità di risposta degli Stati europei, soprattutto quelli che si sono rivelati più dipendenti dalle fonti fossili come l’Italia».
«Gli ambientalisti ci costano il 2% del Pil»
«Improvvisamente scopriamo che siamo dipendenti dalla Russia. Ma dove siamo stati negli ultimi 50 anni? È dal 1974 che importiamo gas dalla Russia. La cultura verde in tutta Europa ha imposto divieti e questo è il risultato». Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia, non le manda a dire.
C’è una ricetta per compensare gli errori del passato?
«Magari. Dobbiamo cominciare ad alleggerire il peso della Russia facendo ciò che abbiamo tentato nei passati 50 anni, cioè più fonti rinnovabili, diversificare su altri Paesi, fare un altro gasdotto dal Medio Oriente dove c’è molto gas, altri due-tre rigassificatori, tenere aperta qualche centrale a carbone, fare accumuli di energia. Tutte cose belle da annunciare ma molto difficili da realizzare. Gli ecologisti devono rendersi conto che le rinnovabili fanno qualcosa, ma nel nostro bilancio energetico il fotovoltaico e l’eolico contano per il 17% della produzione elettrica che è il 6% del bilancio energetico. Il 97% della domanda dei trasporti è di derivati del petrolio. Non ci sono alternative».
Paghiamo il conto di politiche demagogiche e miopi?
«Anche la Francia, che pure ha scelto il nucleare, non sta meglio. Fra qualche anno avremo un problema in tutta Europa che è il sistema elettrico francese: quelle centrali stanno invecchiando e ora sono la prima fonte di produzione elettrica in Europa. Noi importiamo molta energia elettrica dalla Francia».
E le rinnovabili?
«Possiamo pure farle ma sono intermittenti. Il problema gas è cominciato la scorsa estate perché non c’era vento nel Nord Europa».
La scelta è quindi tra progredire inquinando o la decrescita felice?
«In un certo senso sì. Noi siamo in una trappola per il cambiamento climatico. Le emissioni di CO2 non caleranno perché avremo bisogno di più energia che non potrà non derivare da fonti fossili. C’è poi un altro lucchetto in questa trappola».
Quale lucchetto?
«La dipendenza dalle autocrazie. I governi della Russia, del Venezuela, dell’Iran durano a lungo proprio perché riforniscono di energia tutto il mondo, hanno un potere immenso. Io sono stato sempre favorevole alle importazioni di gas della Russia perché è meno costoso, i rifornimenti sono vicini e perché dobbiamo aiutare la Russia a liberarsi dell’autocrazia diventando una democrazia».
Anche noi dovremmo liberarci di tante paure.
«Potevamo fare più centrali nucleari ma la gente le teme. Potevamo fare più carbone e più trivelle: bloccati. Anche contro le rinnovabili c’è l’ostilità di chi non vuole davanti a case le pale eoliche, gigantesche e rumorose».
Come se ne esce?
«Siamo in una trappola. Al momento non c’è un’alternativa al petrolio».
Vanno riviste le scadenze della transizione ecologica?
«Non servirà rivederle, erano già un sogno. Nessuno ci ha mai creduto. Potevamo avvicinarci. I prezzi delle fonti fossili sono esplosi e per le fonti rinnovabili che costano meno ci sarà un’esplosione dei progetti, come già sta accadendo. Noi rincorriamo in Europa i sogni. Intanto negli Stati Uniti stanno andando avanti con il fracking, cioè la tecnica estrattiva che permette di sfruttare lo share gas. L’effetto è che il loro gas costa un decimo del nostro».
È un sistema che si potrebbe applicare anche in Italia?
«Tecnicamente sarebbe possibile ma è vietato in Europa perché considerato ambientalmente invasivo. Siamo dominati da quella cultura verde che ci impone di vietare l’estrazione in questo modo del gas come pure limita l’uso delle trivelle. Ma è un delitto economico».
La cultura verde è stata messa a dura prova dall’impatto del conflitto ucraino. Ci sarà una marcia indietro?
«È probabile un ridimensionamento. Molti si accorgono adesso che importiamo fossili e gas, ma prima dov’erano? Le rinnovabili si possono pure accelerare ma più di 2-3 miliardi di metri cubi di fonti fossili in meno sarà un miracolo, mentre importiamo 29 metri cubi di gas dalla Russia. I 5 stelle, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il suo vice Frans Timmermans sono in linea con le posizioni ecologiste e adesso devono prendere atto di queste difficoltà. Ma è tardi».
Quale è il costo che i veti ecologisti ci stanno facendo pagare?
«Quest’anno, con questi prezzi, le importazioni di energia hanno superato i 90 miliardi di euro, contro un valore dell’anno scorso intorno a 40 miliardi. Nel 2019 era stato di 23 miliardi di euro. Sono due punti di pil che vanno all’estero a cui si aggiunge la mancata crescita e l’inflazione. Avere tanto ecologismo accentua i problemi. Più rigassificatori e un maggiore sfruttamento del carbone ci avrebbero fatto comodo».
«Il vero disastro è stato dire no al nucleare»
«Oggi si dice di inasprire le sanzioni alla Russia e chiudere i rubinetti del gas per mettere Mosca in difficoltà. Ma per decenni in Italia abbiamo detto una serie di no allo sfruttamento delle nostre risorse e alla diversificazione delle fonti energetiche. Eppure già nel gennaio 2016, di fronte a un mancato pagamento di gas dall’Ucraina, la Russia chiuse i rubinetti verso Sud e in Italia subimmo uno shock negli approvvigionamenti, dovendo fare ricorso a misure di emergenza. Non abbiamo imparato niente», dice Carlo Andrea Bollino, professore di economia dell’energia all’università Luiss di Roma e presidente onorario dell’Associazione degli economisti dell’energia.
Da dove cominciamo con le follie dei fondamentalisti del green?
«In Italia il primo capolavoro, in senso ironico, è ovvio, è stata la rinuncia al nucleare. I francesi, vicini a noi culturalmente, sono favorevoli al nucleare da 40 anni e lo gestiscono in sicurezza».
Quanto ci è costato questo no?
«Basta guardare la Borsa elettrica e fare la differenza per tutti gli anni, da quando abbiamo bocciato il nucleare, tra i prezzi di mercato dell’energia in Italia e quelli in Francia e Germania. Primo anno di apertura della borsa elettrica in Italia, 2004: prezzo in Italia 51 euro a megawattora, prezzo medio in Germania, Francia e Spagna 28. Dieci anni dopo, nel 2014, prezzo medio italiano 52 euro, prezzo medio in Germania e Francia 33. Nel 2020 la pandemia ha fatto abbassare i prezzi: in Italia prezzo medio 39 euro, in Germania e Francia 30. Avessimo pagato l’elettricità ai prezzi di francesi e tedeschi, negli ultimi 15 anni avremmo risparmiato 80 miliardi di euro».
E la diversificazione delle fonti energetiche?
«I demagoghi della rivoluzione ecologista hanno anche ostacolato lo sviluppo di altre fonti energetiche. Si diceva no al nucleare e anche no al carbone. Risultato: oggi usiamo il doppio del gas di altri Paesi europei. Che dire poi della scellerata politica contro i termovalorizzatori?».
Intende gli inceneritori?
«I rifiuti vengono mandati in Germania, noi paghiamo lo smaltimento e il trasporto e loro li usano per produrre energia elettrica. Paghiamo per sottrarre energia all’Italia e darla ad altri. Questo accade soprattutto nel Centro e nel Mezzogiorno. Ma gli ecologisti non si sono messi d’accordo nemmeno sull’energia pulita delle rinnovabili».
Eolico e fotovoltaico?
«In questo caso hanno fatto fronte comune con i sindaci. Si è sempre detto che gli impianti dell’eolico e del fotovoltaico rovinano la bellezza dei paesaggi, il panorama dei borghi e sono un danno per il turismo. Quando li abbiamo permessi nel settore agricolo c’è anche chi aveva storto il naso, con l’argomentazione che si sarebbe consumato territorio agricolo. In realtà la lungimiranza imprenditoriale dei nostri agricoltori ha permesso di utilizzare fonti rinnovabili per migliorare le pratiche agricole. Ora il Pnrr ha sfoltito parte della burocrazia ma abbiamo perso tempo prezioso».
Anche l’idrogeno non raccoglie molti consensi.
«I tedeschi, nel loro Pnrr, affermano che vogliono essere i leader della nuova tecnologia europea dell’idrogeno, mentre noi non abbiamo ancora un indirizzo certo. In Italia è mancata una strategia energetica che guardasse lontano. Ora si agisce sull’emergenza ma temo che, conclusa la guerra, tutto tornerà come prima. Ad esempio, i sauditi vorrebbero fornirci l’idrogeno blu, dove l’anidride carbonica che risulta dal processo non viene liberata in aria ma catturata e immagazzinata. I verdi hanno storto il naso perché comunque all’origine si usa il petrolio che per loro è il diavolo, così come per il mini nucleare».
Che cos’è?
«Il sistema è in fase sperimentale negli Stati Uniti e nel Regno Unito. È una tecnologia ancora in fase di studio: il mini impianto può essere interrato, occupa poco spazio e richiede solo due anni per la costruzione contro i 12 di una normale centrale. Ma finché in Italia c’è il veto sull’atomo non si va avanti. E pensare che la tecnologia civile nucleare risale agli anni Quaranta ed è un vanto della scienza italiana».
Da quanto dice, l’obiettivo della decarbonizzazione entro il 2050 è un sogno.
«Le proiezioni più accreditate dicono che bisognerebbe quintuplicare gli investimenti in fonti rinnovabili. Poiché non vedo costruire cinque volte tanto gli impianti oggi, temo che sia un sogno irrealizzabile. Vietare è più facile che permettere la ricerca».
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La Commissione Ue ha previsto rincari fiscali astronomici per «sostenere la transizione verde» nei prossimi 10 anni. Ma si è ben guardata dal comunicarli. Li ha scoperti la Corte dei conti: eccoli.Il presidente di Nomisma Energia Davide Tabarelli: «Le scadenze fissate a Bruxelles? Non ci ha mai creduto nessuno».Il docente Carlo Andrea Bollino: «Francia e Germania pagano l’energia la metà di quanto facciamo noi».Lo speciale contiene tre articoliC’è un momento in cui l’emergenza diventa normalità. È già successo con il Covid, potrebbe accadere di nuovo con la crisi energetica. Quando le fibrillazioni sugli approvvigionamenti si ridurranno, gli aumenti in bolletta arriveranno per decreto. A leggere il calendario dell’Unione europea, quel momento non dovrebbe essere poi così lontano: dal 1° gennaio 2023, a Bruxelles contano di introdurre una nuova direttiva in materia di tassazione dei prodotti energetici e dell’elettricità, con l’obiettivo di superare le norme e i prezzi stabiliti circa 20 anni fa. «La direttiva del 2003 non è più allineata alle politiche attuali dell’Ue in materia di clima ed energia», si legge nella proposta, che dovrebbe arrivare nella plenaria di Strasburgo il prossimo luglio. Le aspirazioni «green» passano attraverso una progressiva riduzione delle emissioni interne, da raggiungere soprattutto con l’aumento delle tasse sulle fonti di energia fossile, più inquinanti ma difficili da rimpiazzare. Almeno nel breve periodo. «La tassazione svolge un ruolo diretto nel sostenere la transizione verde», scrive la Commissione europea, senza specificare quale sarà il prezzo da pagare. A farlo ci ha pensato la Corte dei conti europea, che ha analizzato le aliquote minime studiate dai tecnici di Bruxelles, fornendo un quadro preoccupante: nel 2023, è previsto un aumento del 500% per il gas naturale a uso commerciale, che crescerà ancora nel giro di 10 anni (+640% nel 2033). Più o meno il destino che toccherà al carbone per uso commerciale, lo stesso che il commissario Ue all’Industria e mercato interno, Thierry Breton, vorrebbe usare per sostituire il metano russo: il prossimo anno, il ritocco all’insù sarà del 300%, che arriverà fino a un +640% nel 2033. Viene il sospetto che la mano destra non sappia quel che fa la sinistra. Più contenuti, si fa per dire, gli aumenti del carbone a uso non commerciale e del gasolio. Spulciando tra le tabelle allegate al testo della direttiva, spuntano fuori anche le ipotesi di riforma dei carburanti per i veicoli a motore: la base imponibile sulla benzina passerebbe dagli attuali 359 euro per ogni 1.000 litri ai 443 euro nel 2033. Le imposizioni sul gas naturale aumenterebbero del 400% in 10 anni. Almeno 11 Parlamenti europei hanno già esaminato la proposta, per ora solo il Senato della Repubblica Ceca ha espresso qualche riserva sulla direttiva, che non lascerebbe «sufficienti margini di discrezionalità nelle politiche fiscali degli Stati membri». La Commissione politiche europee del Senato italiano non ha sollevato criticità, sebbene la relazione del governo rilevi possibili «ricadute sull’articolazione delle politiche pubbliche», per quel che riguarda industria, famiglie e trasporti. «Negli ultimi due anni c’è stato un tale sovvertimento delle cose che oggi il Green deal europeo rischia di essere antistorico, non tanto negli obiettivi, quanto nei tempi e negli strumenti», spiega l’eurodeputato della Lega Paolo Borchia, membro della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia. «Il tessuto economico non ha avuto sufficiente tempo per reagire alle conseguenze della pandemia, c’è il rischio che gli obiettivi siano eccessivamente ambiziosi rispetto alle reali capacità di adattamento della nostra economia». Già lo scorso anno, secondo i numeri elaborati dal Centro Europa ricerche, l’Italia è stato il Paese che più ha sofferto lo shock energetico, con un aumento dei prezzi delle fonti fossili del 180%. Per avere un termine di paragone, la crescita dei prezzi negli Stati Uniti si è attestata poco sotto il 70%. «Piove sul bagnato», confida alla Verità Aldo Arici, amministratore di Unifond, impresa bresciana che produce semilavorati in ottone. Le proiezioni elaborate sulle spese di marzo, le prime a risentire degli effetti della guerra, riflettono un aumento dei costi in bolletta di almeno 4 volte, con i prezzi dell’energia che sono schizzati dai 16.000 euro dello scorso anno agli attuali 66.000. «Per un’impresa come la nostra, la voce energia, insieme alla manodopera, fa il bilancio: se l’aumento è esponenziale, non c’è storia. Diventa un bagno di sangue», spiega Arici. Le fonderie chiedono almeno di poter slegare il prezzo dell’energia elettrica da quello del gas. Peccato che, finora, nessuno abbia pensato di mettere mano a questa anomalia, a eccezione di Spagna e Portogallo, che hanno presentato un documento formale alla Commissione europea per fissare un tetto al prezzo del gas ed evitare l’effetto contagio. «Non possiamo fare di tutta l’erba un fascio», raccontano i rappresentanti delle imprese energivore del Nord Italia. «Se vogliamo parlare di transizione ecologica, va bene. Il problema è che qualcuno se ne deve fare carico, le aziende non possono chiudere. Il rischio è che si aprano casse integrazioni una dietro l’altra, con tutti i problemi sociali che si ripercuoterebbero sulla società». Più che una possibilità, purtroppo è una certezza per la Commissione europea: i settori energetici, infatti, saranno quelli che soffriranno il «più alto impatto in termini di disoccupazione», come si legge nel testo della nuova direttiva. Nel 2035, il comparto dell’estrazione del gas perderà il 12% della forza lavoro attualmente impegnata nel nostro continente, senza certezze di reimpiego nelle nuove competenze della green economy. «Il caro energia non è una mera questione transitoria», commenta Antonio Gigliotti, direttore del centro studi Fiscal focus, il primo a evidenziare le criticità della nuova proposta europea. «Ci troviamo di fronte a un processo decennale, che non può essere affrontato a compartimenti stagni. 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Dobbiamo cominciare ad alleggerire il peso della Russia facendo ciò che abbiamo tentato nei passati 50 anni, cioè più fonti rinnovabili, diversificare su altri Paesi, fare un altro gasdotto dal Medio Oriente dove c’è molto gas, altri due-tre rigassificatori, tenere aperta qualche centrale a carbone, fare accumuli di energia. Tutte cose belle da annunciare ma molto difficili da realizzare. Gli ecologisti devono rendersi conto che le rinnovabili fanno qualcosa, ma nel nostro bilancio energetico il fotovoltaico e l’eolico contano per il 17% della produzione elettrica che è il 6% del bilancio energetico. Il 97% della domanda dei trasporti è di derivati del petrolio. Non ci sono alternative». Paghiamo il conto di politiche demagogiche e miopi? «Anche la Francia, che pure ha scelto il nucleare, non sta meglio. Fra qualche anno avremo un problema in tutta Europa che è il sistema elettrico francese: quelle centrali stanno invecchiando e ora sono la prima fonte di produzione elettrica in Europa. Noi importiamo molta energia elettrica dalla Francia». E le rinnovabili? «Possiamo pure farle ma sono intermittenti. Il problema gas è cominciato la scorsa estate perché non c’era vento nel Nord Europa». La scelta è quindi tra progredire inquinando o la decrescita felice? «In un certo senso sì. Noi siamo in una trappola per il cambiamento climatico. Le emissioni di CO2 non caleranno perché avremo bisogno di più energia che non potrà non derivare da fonti fossili. C’è poi un altro lucchetto in questa trappola». Quale lucchetto? «La dipendenza dalle autocrazie. I governi della Russia, del Venezuela, dell’Iran durano a lungo proprio perché riforniscono di energia tutto il mondo, hanno un potere immenso. Io sono stato sempre favorevole alle importazioni di gas della Russia perché è meno costoso, i rifornimenti sono vicini e perché dobbiamo aiutare la Russia a liberarsi dell’autocrazia diventando una democrazia». Anche noi dovremmo liberarci di tante paure. «Potevamo fare più centrali nucleari ma la gente le teme. Potevamo fare più carbone e più trivelle: bloccati. Anche contro le rinnovabili c’è l’ostilità di chi non vuole davanti a case le pale eoliche, gigantesche e rumorose». Come se ne esce? «Siamo in una trappola. Al momento non c’è un’alternativa al petrolio». Vanno riviste le scadenze della transizione ecologica? «Non servirà rivederle, erano già un sogno. Nessuno ci ha mai creduto. Potevamo avvicinarci. I prezzi delle fonti fossili sono esplosi e per le fonti rinnovabili che costano meno ci sarà un’esplosione dei progetti, come già sta accadendo. Noi rincorriamo in Europa i sogni. Intanto negli Stati Uniti stanno andando avanti con il fracking, cioè la tecnica estrattiva che permette di sfruttare lo share gas. L’effetto è che il loro gas costa un decimo del nostro». È un sistema che si potrebbe applicare anche in Italia? «Tecnicamente sarebbe possibile ma è vietato in Europa perché considerato ambientalmente invasivo. Siamo dominati da quella cultura verde che ci impone di vietare l’estrazione in questo modo del gas come pure limita l’uso delle trivelle. Ma è un delitto economico». La cultura verde è stata messa a dura prova dall’impatto del conflitto ucraino. Ci sarà una marcia indietro? «È probabile un ridimensionamento. Molti si accorgono adesso che importiamo fossili e gas, ma prima dov’erano? Le rinnovabili si possono pure accelerare ma più di 2-3 miliardi di metri cubi di fonti fossili in meno sarà un miracolo, mentre importiamo 29 metri cubi di gas dalla Russia. I 5 stelle, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il suo vice Frans Timmermans sono in linea con le posizioni ecologiste e adesso devono prendere atto di queste difficoltà. Ma è tardi». Quale è il costo che i veti ecologisti ci stanno facendo pagare? «Quest’anno, con questi prezzi, le importazioni di energia hanno superato i 90 miliardi di euro, contro un valore dell’anno scorso intorno a 40 miliardi. Nel 2019 era stato di 23 miliardi di euro. Sono due punti di pil che vanno all’estero a cui si aggiunge la mancata crescita e l’inflazione. Avere tanto ecologismo accentua i problemi. 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Non abbiamo imparato niente», dice Carlo Andrea Bollino, professore di economia dell’energia all’università Luiss di Roma e presidente onorario dell’Associazione degli economisti dell’energia. Da dove cominciamo con le follie dei fondamentalisti del green? «In Italia il primo capolavoro, in senso ironico, è ovvio, è stata la rinuncia al nucleare. I francesi, vicini a noi culturalmente, sono favorevoli al nucleare da 40 anni e lo gestiscono in sicurezza». Quanto ci è costato questo no? «Basta guardare la Borsa elettrica e fare la differenza per tutti gli anni, da quando abbiamo bocciato il nucleare, tra i prezzi di mercato dell’energia in Italia e quelli in Francia e Germania. Primo anno di apertura della borsa elettrica in Italia, 2004: prezzo in Italia 51 euro a megawattora, prezzo medio in Germania, Francia e Spagna 28. Dieci anni dopo, nel 2014, prezzo medio italiano 52 euro, prezzo medio in Germania e Francia 33. Nel 2020 la pandemia ha fatto abbassare i prezzi: in Italia prezzo medio 39 euro, in Germania e Francia 30. Avessimo pagato l’elettricità ai prezzi di francesi e tedeschi, negli ultimi 15 anni avremmo risparmiato 80 miliardi di euro». E la diversificazione delle fonti energetiche? «I demagoghi della rivoluzione ecologista hanno anche ostacolato lo sviluppo di altre fonti energetiche. Si diceva no al nucleare e anche no al carbone. Risultato: oggi usiamo il doppio del gas di altri Paesi europei. Che dire poi della scellerata politica contro i termovalorizzatori?». Intende gli inceneritori? «I rifiuti vengono mandati in Germania, noi paghiamo lo smaltimento e il trasporto e loro li usano per produrre energia elettrica. Paghiamo per sottrarre energia all’Italia e darla ad altri. Questo accade soprattutto nel Centro e nel Mezzogiorno. Ma gli ecologisti non si sono messi d’accordo nemmeno sull’energia pulita delle rinnovabili». Eolico e fotovoltaico? «In questo caso hanno fatto fronte comune con i sindaci. Si è sempre detto che gli impianti dell’eolico e del fotovoltaico rovinano la bellezza dei paesaggi, il panorama dei borghi e sono un danno per il turismo. Quando li abbiamo permessi nel settore agricolo c’è anche chi aveva storto il naso, con l’argomentazione che si sarebbe consumato territorio agricolo. In realtà la lungimiranza imprenditoriale dei nostri agricoltori ha permesso di utilizzare fonti rinnovabili per migliorare le pratiche agricole. Ora il Pnrr ha sfoltito parte della burocrazia ma abbiamo perso tempo prezioso». Anche l’idrogeno non raccoglie molti consensi. «I tedeschi, nel loro Pnrr, affermano che vogliono essere i leader della nuova tecnologia europea dell’idrogeno, mentre noi non abbiamo ancora un indirizzo certo. In Italia è mancata una strategia energetica che guardasse lontano. Ora si agisce sull’emergenza ma temo che, conclusa la guerra, tutto tornerà come prima. Ad esempio, i sauditi vorrebbero fornirci l’idrogeno blu, dove l’anidride carbonica che risulta dal processo non viene liberata in aria ma catturata e immagazzinata. I verdi hanno storto il naso perché comunque all’origine si usa il petrolio che per loro è il diavolo, così come per il mini nucleare». Che cos’è? «Il sistema è in fase sperimentale negli Stati Uniti e nel Regno Unito. È una tecnologia ancora in fase di studio: il mini impianto può essere interrato, occupa poco spazio e richiede solo due anni per la costruzione contro i 12 di una normale centrale. Ma finché in Italia c’è il veto sull’atomo non si va avanti. E pensare che la tecnologia civile nucleare risale agli anni Quaranta ed è un vanto della scienza italiana». Da quanto dice, l’obiettivo della decarbonizzazione entro il 2050 è un sogno. «Le proiezioni più accreditate dicono che bisognerebbe quintuplicare gli investimenti in fonti rinnovabili. Poiché non vedo costruire cinque volte tanto gli impianti oggi, temo che sia un sogno irrealizzabile. Vietare è più facile che permettere la ricerca».
La polizia scientifica sul luogo dell'esplosione del casale, Roma, 20 marzo 2026 (Ansa)
Una serie di scritte di matrice anarchica comparse sui muri della stazione Nomentana di Roma alzano ancora di più la tensione in vista della manifestazione «No Kings» prevista oggi a Roma.
A denunciare l’accaduto e a diffondere le immagini sui social è stato il consigliera capitolino di Fratelli d’Italia, Mariacristina Masi. «Nessuno muore nel ricordo di chi continua a lottare. Sara e Sandrone vivono», si legge su una delle scritte, tracciata con bomboletta nera su sfondo bianco, in memoria di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, i due anarchici morti il 20 marzo scorso nell’esplosione del Casale del Sellaretto, nel Parco degli Acquedotti.
Altre frasi apparse sul muro recitano: «Più fasci pestati a sangue», «Chi lotta può morire, chi non lotta è già morto. Ciao Sara, ciao Sandro». La più inquietante, «l’antifascismo non è letteratura. Bomboni a Casapound e bocce alla questura», fa esplicito riferimento all’uso di bottiglie incendiarie nei confronti della polizia e a quello di materiale esplosivo nei confronti della formazione di estrema destra.
La Digos e del nucleo informativo dei carabinieri sono al lavoro da giorni sulla manifestazione prevista per oggi, nell’ambito della quale scenderà in piazza il movimento «No Kings» Italia nell’ambito della mobilitazione globale in programma nel fine settimana «Together. Contro i re e le loro guerre». Gli organizzatori hanno previsto e comunicato alla questura l’arrivo di 15.000 persone, ma il timore è che la vittoria del No al referendum sulla giustizia fascia crescere vertiginosamente la cifra. La partenza del corteo è prevista alle 14 da piazza della Repubblica e raggiungerà piazza San Giovanni, passando per via Luigi Einaudi, piazza dei Cinquecento, via Cavour, piazza dell’Esquilino, via Liberiana, piazza Santa Maria Maggiore, via Merulana.
La data del 28 marzo era nota da tempo alle forze dell’ordine ed era stata scelta dagli attivisti di Askatasuna nell’ambito di una serie di mobilitazioni avviate dopo lo sgombero, che risale al 18 dicembre scorso, e da subito era stato considerato un appuntamento delicato sul fronte della sicurezza, anche in virtù degli scontri che si erano verificati nel capoluogo piemontesi dopo il blitz che ha smantellato il centro sociale. Gli investigatori temono che frange estreme possano infiltrarsi nel corteo, cercando lo scontro con le forze dell’ordine. Per questo è stato messo in piedi un monitoraggio degli arrivi da fuori regione, con controlli negli snodi principali, come stazioni di treni e pullman, ma anche ai caselli autostradali, che si sono fatti sempre più stringenti nelle ore a ridosso dell’evento.
Intanto sul fronte delle indagini sull’esplosione che ha ucciso i due anarchici nel casale abbandonato, gli elementi emersi rivelerebbero che i due stavano i due stavano realizzando due bombe diverse, da collocare vicine, che sarebbero esplose in sequenza, a qualche decina di minuti l’una dell’altra. Una sorta di trappola, con l’ordigno più piccolo che avrebbe avuto lo scopo di attirare le forze dell’ordine sul luogo dell’esplosione, per poi far scoppiare la bomba ad alto potenziale quando gli agenti sarebbero stati già nel raggio di azione. Con rischi mortali, visto che dai rilievi svolti sul posto, è emerso che l’ordigno sarebbe stato pieno di chiodi.
Una pianificazione che rende sempre più verosimile che il bersaglio fosse Il polo Tuscolano della polizia di Stato, all’interno del qual si trovano tra gli altri: la Direzione centrale della polizia di prevenzione, la Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere, la Direzione centrale per la polizia stradale, ferroviaria, delle comunicazioni e per i reparti speciali della polizia di Stato e la Direzione centrale anticrimine.
A separare il Casale Sellaretto dalla struttura dal centro della polizia c’è una striscia verde di parco (che confina con il retro del polo) lunga circa un chilometro, un tragitto percorribile a piedi di notte senza particolari difficoltà e al riparo da occhi indiscreti. Il Parco degli Acquedotti, infatti non è chiuso da cancelli ed è in larghissima parte privo di illuminazione. Una caratteristica che nelle ore notturne lo trasforma in una sorta di terra di nessuno.
La tecnica della doppia bomba è già stata usata in passato dalla galassia anarchica in numerose occasioni, come emerge anche dagli atti dell’inchiesta Scripta manent che aveva visto coinvolto Mercogliano (poi archiviato) e Alfredo Cospito, l’anarchico condannato per l’attentato al manager di Ansaldo energia Roberto Adinolfi e soprattutto per l’esplosione, avvenuta il 2 giugno 2006, di due ordigni piazzati davanti all’ex caserma degli allievi dei carabinieri di Fossano (Cuneo). Per quest’ultimo fatto, Cospito è stato condannato a 23 anni di reclusione. E anche in quel caso, le due bombe piazzate dagli anarchici esplosero a distanza di mezz’ora, una in un cassonetto e l’altra venti metri più in là, in un bidone dell’immondizia. Un attentato fotocopia di quello che, secondo quello che ipotizzano gli inquirenti, i due anarchici uccisi stavano pianificando a Roma.
Sfilano pure i fan delle case occupate galvanizzati per il No al referendum
Nel giorno del No a tutto non poteva mancare quello contro palazzinari e presunti «king» di Roma. E quindi anche Spin Time Lab oggi porterà nella mischia la sua bandiera in nome di occupazioni e diritto all’abitare. «Contro i re della rendita». «La vittoria del No al referendum», si legge sul profilo social, «ci dimostra che la maggioranza del Paese non è disposta a piegarsi di fronte al disegno antidemocratico e autoritario del governo e della destra che in Italia come in tutto il mondo cammina a braccetto con un mercato predatorio che concentra le ricchezze in sempre meno mani».
Occupato dal 2013, sette piani nel quartiere Esquilino di Roma, l’edificio si propone come «modello di auto recupero» e «di rigenerazione urbana». Tra spazi di coworking, un auditorium dove si tengono dibattiti e spettacoli e un ex parcheggio che oggi è sede della redazione del giornale under 30 Scomodo.
Sempre mescolando l’attività sociale a quella strettamente politica, negli anni è diventato uno spazio simbolo della sinistra romana e tappa di visite illustri. Notoria quella nel 2019 da parte dell’elemosiniere papale Konrad Krajewski che intervenne a riattivare la corrente a causa di un debito non saldato di circa 300.000 euro. Nel 2021 al suo interno si svolge il primo dibattito tra candidati alle primarie del centrosinistra al Comune di Roma. Nel 2025 ospita la quinta edizione dell’incontro mondiale dei movimenti popolari. Occasione in cui gli attivisti e gli occupanti di Spin Time vengono ricevuti a San Pietro da papa Leone XIV grazie all’immancabile intermediazione di don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea. Proprio la Ong fondata da Luca Casarini è presenza fissa nello stabile e non a caso ha organizzato pullman da tutta Italia per dare man forte alla manifestazione di oggi. Non mancano poi volti del piccolo e grande schermo. Da Nanni Moretti a Sabina Guzzanti che lo scorso gennaio si sono attivati per firmare un appello volto ad impedirne lo sgombero. Dopo quelli dei centri sociali Askatasuna a Torino e del Leoncavallo a Milano, per Spin Time la paura è di essere il prossimo obiettivo. Il fondo Investire Sgr, proprietario dell’immobile, rivendica lo spazio da tempo e nel 2023 puntava a riconvertirlo in un albergo in vista del Giubileo. Naufragata l’operazione, la palla è passata all’assessore comunale alla Casa, Tobia Zevi, che aveva inserito Spin Time nel Piano casa del Comune come immobile da acquisire. Trattativa anche questa che non va a buon fine. L’idea, però, era quella di fare leva sulla situazione abitativa piuttosto anomala dello stabile. Piano terra e interrato sono spazi aperti alla cittadinanza, i sette piani sopra, sono destinati a ben 400 inquilini di 25 Paesi diversi che ci vivono stabilmente.
Proprio la presenza di un numero considerevole di famiglie e minori per ora ha messo in stand by un eventuale intervento da parte della polizia e portato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, a disporre un censimento degli occupanti per verificare la presenza di persone considerate fragili. Intanto, in attesa di evoluzioni, gli attivisti di Spin Time mettono le mani avanti. E galvanizzati dai risultati del referendum, oggi è un immancabile giorno «di resistenza». «La vittoria del No ci dimostra che la maggioranza del paese non è disposta a piegarsi di fronte al disegno antidemocratico e autoritario del governo e della destra che in Italia come in tutto il mondo cammina a braccetto con un mercato predatorio che concentra le ricchezze in sempre meno mani», scrivono sempre sui social. E ancora. «Per noi tutelare la Costituzione significa costruire alternative solide che ci facciano guadagnare spazio respirabile nei centri urbani divorati dalla rendita e dalla speculazione, la cui strada è spianata dai manganelli e dai decreti repressivi che rendono sempre più rischiosa la resistenza». Sarà.
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Imagoeconomica
Premetto che dai giudici della legge non mi aspetto mai nulla, perché essendo in parte nominati dal Quirinale e in parte dalla sinistra so che hanno una predilezione per le sentenze «progressiste» tipo quelle, per intenderci, che hanno aperto la strada al federalismo del suicidio assistito (non c’è quello fiscale, ma quello della dolce morte sì). Invece ieri la Consulta mi ha sorpreso, perché non solo ha bacchettato la Cassazione sull’immigrazione, ma ha pure messo in riga alcune Regioni che volevano bandire concorsi riservati esclusivamente a medici abortisti.
Il primo pronunciamento mi sembra una specie di ristoro dopo la botta del No alla riforma della giustizia. Siccome temo che la vittoria dell’Anm finirà per rafforzare le toghe rosse pro clandestini, la sentenza della Corte costituzionale mi pare dia un altolà alla giurisprudenza creativa in stile Magistratura democratica. Tutto nasce da una questione sollevata dalla Cassazione a proposito della disciplina del trattenimento degli stranieri nei centri per il rimpatrio. La Suprema corte riteneva che rinchiudere in un Cpr un immigrato che abbia fatto domanda di protezione internazionale, anche se al solo scopo di ritardare o evitare l’espulsione, fosse incostituzionale. Di qui il ricorso ai giudici della legge perché censurassero la disciplina governativa. E invece, a sorpresa, la Consulta ha detto no, spiegando che l’immigrato può essere trattenuto anche se la Corte d’Appello non ha convalidato il suo fermo: basta che il questore emetta un nuovo provvedimento. Insomma, stop alle politiche delle porte aperte a tutti i costi. Per i giudici della legge è necessario scoraggiare «abusi del procedimento d’asilo, onde evitare che tale strumento (…) venga strumentalmente utilizzato al solo scopo di evitare o ritardare l’esecuzione di legittimi provvedimenti di espulsione». La sentenza spiega anche che la decisione di trattenere un migrante in un Cpr è ancor più giustificata quando lo straniero «abbia commesso gravi reati e possa sottrarsi all’espulsione ove lasciato in libertà». Così, mentre alcuni giudici sembrano non veder l’ora di lasciare a piede libero chiunque aspiri al patentino di profugo, la Consulta rimette un po’ le cose a posto e, mi auguro, rimetta un po’ in riga anche quei magistrati che non vedono l’ora di lasciare in libertà anche chi ha un curriculum di sentenze, con la scusa che è immigrato.
Ieri però la Corte costituzionale mi ha dato anche un’altra gioia, perché ha censurato la legge varata dalla Regione Sicilia per assumere medici abortisti. A Palermo lo scorso anno avevano annunciato concorsi riservati esclusivamente a personale sanitario favorevole all’interruzione volontaria di gravidanza. In pratica, per parteciparvi, medici e infermieri dovevano dichiarare di non essere obiettori di coscienza. Non bravi. Non ginecologi esperti e nemmeno autori di pubblicazioni in materia di gestazione. Ai candidati veniva richiesto solo di dichiarare che i loro convincimenti morali non sarebbero stati d’ostacolo nelle interruzioni di gravidanza. Una pretesa assurda e discriminatoria, che, come fa notare la Consulta, poi non avrebbe neppure potuto essere garantita a vita, perché, come è già accaduto in passato e come viene garantito dalla legge 194, medici e infermieri in qualsiasi momento del rapporto di lavoro - e senza alcuna conseguenza - avrebbero potuto cambiare idea. Dunque, la corsia riservata alle assunzioni dei medici abortisti va chiusa, perché anticostituzionale e discriminatoria.
Certo, il No al referendum sulla giustizia continua a bruciare, però con le sentenze di ieri un po’ di speranza di riuscire un giorno a fermare la deriva progressista ci viene restituita.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Le pulizie di Pasqua non sono finite. Giorgia Meloni vive ore agitate, e con lei governo e maggioranza: la dolorosa defenestrazione di Daniela Santanchè, Andrea Delmastro Delle Vedove e Giusy Bartolozzi, cui ha fatto seguito il repentino cambio dello storico capogruppo di Forza Italia al Senato, quasi sicuramente non saranno gli ultimi «movimenti» in seguito alla netta sconfitta incassata dal centrodestra nella campagna referendaria.
La parola «rimpasto» è da sola capace di irritare gli otoliti del premier, sia per la ferma volontà di concludere la legislatura senza nuove formazioni di governo tipiche del costume politico italiano, sia perché - come spiegato anche ieri su queste colonne - ogni passaggio dal Quirinale apre a rischi non calcolabili, come sa molto bene l’alleato leghista, cui brucia ancora la crisi apertasi nel 2019 e conclusa con la piroetta di Giuseppe Conte da guida dell’esecutivo gialloblù a quello giallorosso.
Dunque? In assoluto Giorgia Meloni darebbe volentieri una rinfrescata ad alcuni nomi del governo, e secondo fonti di maggioranza non troverebbe ostacoli da parte di Matteo Salvini. Primo perché al leghista, che in questi giorni ha costantemente sentito il leader di Fdi, non interessano «record» di permanenza al governo; secondo perché non ha mai fatto mistero di puntare al Viminale dopo la conclusione delle vicende giudiziarie; terzo perché un riequilibrio che includa la figura di Luca Zaia, il cui nome non a caso è stato fatto circolare per il Turismo, sarebbe molto gradito in via Bellerio. Più atterrita dalla prospettiva sembra Forza Italia, in fase estremamente complessa dopo il ribaltone Gasparri-Craxi. Nel pomeriggio era girata una terna di nomi di ministri da iscrivere su una sorta di libro nero. Tutti di area Fdi. Telefonate e Whatsapp tra ministeri e ambienti parlamentari. «Tu sai qualcosa?». «A te risulta?». Chissà se quei nomi erano usciti da Chigi o da chi, approfittando del marasma, punta a salire di grado. «Anche tra gli azzurri però ci sono persone che andrebbero sostituite», racconta alla Verità un dirigente di Fratelli d’Italia che ci tiene a rimanere anonimo, vista l’aria che tira. Vera o verosimile la voglia di rimpasto, «c’è però il tema fiducia», aggiunge. «Quando devi passare dal Quirinale e poi ancora dalle Camere, non è detto che tutto fili liscio. C’è chi non vede l’ora di impallinarci. Sono lì apposta», si sfoga ancora l’esponente del partito della Meloni.
Tirate le somme, e considerando i rischi impliciti in ogni passaggio al Colle, al momento il rimescolamento dovrebbe quindi contenersi a un livello leggermente più basso rispetto ai ministeri più pesanti. Primo: la casella lasciata suo malgrado libera dalla Santanchè sarà colmata in tempi brevi, probabilmente prima di Pasqua. A occuparla, secondo persone vicine a Palazzo Chigi, un profilo che salvi gli equilibri interni sia di coalizione (leggasi: uno di Fdi, quindi né Malagò né Zaia) sia di partito (dunque un parlamentare meloniano di lungo corso: in calo profili più «tecnici» come Caramanna e Nembrini). Ma il riordino di subgoverno impatterà invece sulla squadra, meno visibile ma non meno incisiva sui dossier, di viceministri e sottosegretari: sia perché ci sono da sistemare alcune caselle, tra cui quella lasciata libera dal leghista Massimo Bitonci (ora assessore in Veneto) al Mimit, che daranno l’occasione di qualche altra mano di vernice alla compagine dell’esecutivo. Equilibri solo apparentemente minori, che in realtà rifletteranno la volontà del premier di plasmare l’azione di governo verso le politiche ma anche di assorbire negli altri partiti i contraccolpi dei moti in atto.
A testimoniare grande fibrillazione sono i silenzi e il nervosismo di vari parlamentari di tutti i partiti di maggioranza, che paiono davvero a corto di certezze sul futuro prossimo del governo e della legislatura.
Lo schieramento più agitato pare nettamente quello azzurro, dove regna un clima di incertezza dopo l’esplicito e inedito intervento di Marina Berlusconi, di cui molti si chiedono se la profondità di azione sia destinata a ripetersi. Difficile, nel breve periodo, anche se il senso della sostituzione di Maurizio Gasparri interroga tuttora la politica. C’entrano le future tornate di nomine (vedi pezzo qui sotto)? C’entra un riposizionamento del partito non solo come linea ma anche come collocazione nei futuri equilibri? La tenuta della maggioranza è a rischio? Domande che continueranno a rimbalzare e a rendere più agitato il ritorno in pista del premier, chiamato a un rilancio che non si limiti alla legge elettorale ma ridia una prospettiva all’azione della maggioranza di qui alle prossime politiche. Salvo altre sorprese, che da lunedì scorso non possono più essere escluse.
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Marina Berlusconi (Ansa)
Sullo sfondo ci sono i prossimi appuntamenti economici e politici, e soprattutto la necessità, avvertita da molti, di rilanciare il profilo azzurro per tornare a contare di più nella coalizione.
Il primo dossier è quello delle nomine di primavera. La tornata vale 211 incarichi e riguarda soprattutto i vertici in scadenza di Eni, Enel, Leonardo, Poste, Terna ed Enav, con sullo sfondo anche il nodo Consob. È una partita che pesa oltre i nomi, perché misura i rapporti di forza nella maggioranza. E per Forza Italia è tanto più importante perché nelle precedenti tornate il partito non è riuscito a farsi valere davvero fino in fondo con Fratelli d’Italia e Lega. Stavolta, invece, gli azzurri vogliono evitare di restare schiacciati tra gli alleati, anche in vista di passaggi politici cruciali, dalle elezioni comunali di Milano nel 2027 alle prossime regionali fino ai futuri equilibri di governo.
In questo quadro Antonio Tajani prova a tenere insieme stabilità e rilancio. Attorno alle prossime nomine si misurerà anche la capacità di Forza Italia di pesare nei dossier che contano: non mancano differenze di vedute sui nomi. Ma il punto più delicato, tra gli azzurri, non riguarda soltanto le caselle o i singoli profili. È piuttosto il diverso accento con cui Marina Berlusconi e Tajani guardano alla fase che si è aperta. Marina continua a non mettere in discussione il segretario e mantiene con lui un rapporto di interlocuzione, anche attraverso Gianni Letta. Eppure, tra gli azzurri cresce l’idea che Giorgio Mulè, valorizzato dalla campagna referendaria, sia oggi uno dei nomi più forti per la nuova guida di Forza Italia.
Dentro questo quadro in ambienti azzurri si colgono anche diverse sfumature tra gli stessi Marina e Pier Silvio Berlusconi. Marina appare più orientata a una linea di raccordo, pur convinta che il partito debba alzare il proprio profilo e accelerare sul rinnovamento. Pier Silvio viene invece descritto da molti come più netto nel giudizio sulla necessità di una discontinuità profonda, quasi di un azzeramento delle vecchie liturgie, come aveva ricordato lui stesso lo scorso dicembre.
Anche la vicenda dei gruppi parlamentari va letta in questa chiave. L’uscita di Maurizio Gasparri dalla guida del gruppo al Senato e l’arrivo di Stefania Craxi hanno segnato un primo passaggio politico: non tanto una sfiducia formale al segretario, quanto il segnale di un partito che chiede di aprire una fase nuova. La scelta di Craxi, per la quale Marina avrebbe «grande stima», ha anche un valore simbolico evidente. Alla Camera, invece, il dossier è più delicato, perché Paolo Barelli rappresenta un punto di equilibrio importante per Tajani ed è anche suo consuocero: colpire lui, osservano in molti, significherebbe colpire anche il segretario. Poi c’è il peso politico del referendum. La vittoria del No non è stata vissuta solo come una sconfitta. Il fatto che la magistratura esca comunque rafforzata da questo passaggio viene osservato con attenzione da una famiglia che ha sempre vissuto il rapporto con la giustizia anche come una questione personale e storica.
Nel frattempo, altri passaggi economici contribuiranno a misurare il clima generale. Tra questi c’è l’appuntamento del 15 aprile su Monte dei Paschi, osservato come un test dei rapporti di forza tra finanza, grandi soci e politica.
Il punto finale, forse, è che Forza Italia avverte il bisogno di una figura capace di interpretare davvero la nuova fase. Roberto Occhiuto, che per un periodo era sembrato poter rappresentare questa possibilità, non ha convinto fino in fondo. E così, sempre più spesso, nel partito riaffiora un nome che resta sullo sfondo ma che molti considerano il più forte come possibile punto di riferimento futuro: Luigi Berlusconi. È il segno che la transizione è appena cominciata.
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