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2024-09-29
«Il grido interiore», le opere di Munch in una grande mostra a Palazzo Reale
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Quando si pensa ad Edvard Munch (1863 -1944), è inevitabile, quasi scontato, il collegamento con la sua opera più famosa, L’Urlo (in norvegese, Skrik) , capolavoro indiscusso dell’arte moderna e quadro fra i più noti (ed imitati) al mondo. Come, o più, della Monna Lisa ; come, o più, delle iconiche serigrafie di Andy Warhol. Più che un’opera , L’Urlo (di cui ne esistono quasi 50 diverse versioni, fra disegni, bozzetti e dipinti) è un simbolo. La « traduzione in immagini» dell’angonscia umana, del dolore, del dramma interiore, dei fantasmi del nostro inconscio, della paura. L’Urlo, straordinaria «tavolozza » di colori distorti e dilatati, è lo specchio del sentire di Munch e dell’umanità intera. Poco importa cosa raffiguri (l’ambientazione è il fiordo norvegese di Ekeberg): quest’opera ha fatto del suo genio creatore l’interprete per antonomasia delle più profonde inquietudini dell’animo umano. La stessa inquietudine che ha attraversato tutta l’esistenza di Munch, segnata dalla malattia - fisica e mentale - e lastricata da grandi e precoci dolori: la perdita prematura della madre ( che lo lasciò orfano a soli 5 anni) e dell’amata sorella maggiore Sophie, uccise entrambe dalla tubercolosi; la follia della sorella minore, Laura; il rapporto conflittuale con il padre Christian; la relazione tormentata con la fidanzata Tulla Larsen. «La malattia fu un fattore costante durante tutta la mia infanzia e la mia giovinezza. La tubercolosi trasformò il mio fazzoletto bianco in un vittorioso stendardo rosso sangue. I membri della mia cara famiglia morirono tutti, uno dopo l’altro». Tutto questo, se da una parte lo trascinò ai limiti della follia, rendendolo schiavo delle nevrosi e dell’alcool, dall’altra lo portò ad essere il Genio universale che è, protagonista indiscusso dell’arte del Novecento e, insieme a Van Gogh, Gougain e Ensor, fra i più importanti (se non il più importante…) anticipatori dell’Espressionismo. Personalità complessa e artista dal talento straordinario, Munch ha fatto dell’arte la sua catarsi e in opera d’arte ha trasformato il suo assordante grido interiore. E la straordinaria mostra allestita a Palazzo Reale di Milano -dove L’Urlo è presente in una delle versioni litografiche custodite a Oslo- di questo «grido interiore » ha fatto il suo fulcro.
La mostra
Curato da Patricia G. Berman (una delle più grandi studiose al mondo di Munch) e ricco di 100 capolavori, il percorso espositivo si snoda attraverso sette sezioni, racconto in opere di un’artista che ha toccato imprescindibili temi universali - nascita, vita, amore, morte - e rappresentato, in quei volti senza sguardoe i quei paesaggi bislacchi, il proprio disagio interiore, l’instabilità dell’amore carnale, il vuoto lasciato dalla morte. « Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto», scriveva Munch nel 1928 ed è in questa frase la chiave della sua poetica artistica, profondamente attenta alle impressioni e capace di far vivere (e rivivere) emozioni e ricordi. Davanti a un’opera di Munch ci si mette a nudo, si fanno i conti con i propri demoni, ci si interroga. Provare angoscia è inevitabile. E questo accade con tutte (o quasi) le sue opere: perché Munch - come ha ben sottolineato la curatrice – non è solo L’Urlo. Ma è anche La morte di Marat (1907), Notte stellata (1922–19249), Le ragazze sul ponte (1927), Malinconia (1900–1901) , Danza sulla spiaggia (1904), Autoritratto tra il letto e l’orologio (1940-1943), tanto per citare alcuni degli straordinari capolavori presenti i mostra…
Di particolare interesse anche il tema dell’erotismo (sull'argomento, esposti a Palazzo reale Bacio vicino alla finestra, Coppie che si baciano nel parco e una conturbante Madonna, mescolanza e intreccio di sacro e profano), mentre un aspetto davvero poco conosciuto della sua opera è il « debito » verso l’Italia e il Rinascimento italiano: dopo un approccio difficile con il nostro Bel Paese («Sarebbe dovuto andare a Parigi - scrive l’artista utilizzando la terza persona- ma la sua salute non glielo permise…Malattia, alcol, disastri: questo fu il viaggio a Firenze»), Munch vi tornò a più riprese, provando emozioni sempre diverse e contrastanti, fino ad affermare che «… la Cappella Sistina è la stanza più bella al mondo» e, addirittura, nel 1922, trascorrendo un giorno intero nella Basilica milanese di Sant’Ambrogio, trovò l’Italia «più gloriosa che mai». Rappresentativi del «periodo italiano », quarta sezione dell’esposizione milanese , La tomba di P.A. Munch a Roma (1927) che ritrae uno scorcio del cimitero acattolico romano dove è sepolto lo zio (storico norvegese considerato il fondatore della scuola di storia norvegese) e Ponte di Rialto, Venezia (1926).
E dopo aver studiato con attenzione la nostra tradizione rinascimentale, aver assorbito le novità dirompenti del Postimpressionismo e aver interagito con la generazione emergente degli espressionisti, Munch inaugura un linguaggio unico e del tutto personale, premessa per la nascita di quelle Avanguardie che, nel XX Secolo, porteranno gli artisti a diventare gli strumenti migliori per raccontare le nostre emozioni più profonde. Questo racconta la mostra milanese: Munch oltre l’Urlo.
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Con 100 opere provenienti dal Munch Museum di Oslo, Milano rende omaggio al grande artista norvegese con una grande retrospettiva (sino al 26 gennaio 2025) che ne racconta l’intero percorso artistico e umano.Quando si pensa ad Edvard Munch (1863 -1944), è inevitabile, quasi scontato, il collegamento con la sua opera più famosa, L’Urlo (in norvegese, Skrik) , capolavoro indiscusso dell’arte moderna e quadro fra i più noti (ed imitati) al mondo. Come, o più, della Monna Lisa ; come, o più, delle iconiche serigrafie di Andy Warhol. Più che un’opera , L’Urlo (di cui ne esistono quasi 50 diverse versioni, fra disegni, bozzetti e dipinti) è un simbolo. La « traduzione in immagini» dell’angonscia umana, del dolore, del dramma interiore, dei fantasmi del nostro inconscio, della paura. L’Urlo, straordinaria «tavolozza » di colori distorti e dilatati, è lo specchio del sentire di Munch e dell’umanità intera. Poco importa cosa raffiguri (l’ambientazione è il fiordo norvegese di Ekeberg): quest’opera ha fatto del suo genio creatore l’interprete per antonomasia delle più profonde inquietudini dell’animo umano. La stessa inquietudine che ha attraversato tutta l’esistenza di Munch, segnata dalla malattia - fisica e mentale - e lastricata da grandi e precoci dolori: la perdita prematura della madre ( che lo lasciò orfano a soli 5 anni) e dell’amata sorella maggiore Sophie, uccise entrambe dalla tubercolosi; la follia della sorella minore, Laura; il rapporto conflittuale con il padre Christian; la relazione tormentata con la fidanzata Tulla Larsen. «La malattia fu un fattore costante durante tutta la mia infanzia e la mia giovinezza. La tubercolosi trasformò il mio fazzoletto bianco in un vittorioso stendardo rosso sangue. I membri della mia cara famiglia morirono tutti, uno dopo l’altro». Tutto questo, se da una parte lo trascinò ai limiti della follia, rendendolo schiavo delle nevrosi e dell’alcool, dall’altra lo portò ad essere il Genio universale che è, protagonista indiscusso dell’arte del Novecento e, insieme a Van Gogh, Gougain e Ensor, fra i più importanti (se non il più importante…) anticipatori dell’Espressionismo. Personalità complessa e artista dal talento straordinario, Munch ha fatto dell’arte la sua catarsi e in opera d’arte ha trasformato il suo assordante grido interiore. E la straordinaria mostra allestita a Palazzo Reale di Milano -dove L’Urlo è presente in una delle versioni litografiche custodite a Oslo- di questo «grido interiore » ha fatto il suo fulcro.La mostraCurato da Patricia G. Berman (una delle più grandi studiose al mondo di Munch) e ricco di 100 capolavori, il percorso espositivo si snoda attraverso sette sezioni, racconto in opere di un’artista che ha toccato imprescindibili temi universali - nascita, vita, amore, morte - e rappresentato, in quei volti senza sguardoe i quei paesaggi bislacchi, il proprio disagio interiore, l’instabilità dell’amore carnale, il vuoto lasciato dalla morte. « Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto», scriveva Munch nel 1928 ed è in questa frase la chiave della sua poetica artistica, profondamente attenta alle impressioni e capace di far vivere (e rivivere) emozioni e ricordi. Davanti a un’opera di Munch ci si mette a nudo, si fanno i conti con i propri demoni, ci si interroga. Provare angoscia è inevitabile. E questo accade con tutte (o quasi) le sue opere: perché Munch - come ha ben sottolineato la curatrice – non è solo L’Urlo. Ma è anche La morte di Marat (1907), Notte stellata (1922–19249), Le ragazze sul ponte (1927), Malinconia (1900–1901) , Danza sulla spiaggia (1904), Autoritratto tra il letto e l’orologio (1940-1943), tanto per citare alcuni degli straordinari capolavori presenti i mostra…Di particolare interesse anche il tema dell’erotismo (sull'argomento, esposti a Palazzo reale Bacio vicino alla finestra, Coppie che si baciano nel parco e una conturbante Madonna, mescolanza e intreccio di sacro e profano), mentre un aspetto davvero poco conosciuto della sua opera è il « debito » verso l’Italia e il Rinascimento italiano: dopo un approccio difficile con il nostro Bel Paese («Sarebbe dovuto andare a Parigi - scrive l’artista utilizzando la terza persona- ma la sua salute non glielo permise…Malattia, alcol, disastri: questo fu il viaggio a Firenze»), Munch vi tornò a più riprese, provando emozioni sempre diverse e contrastanti, fino ad affermare che «… la Cappella Sistina è la stanza più bella al mondo» e, addirittura, nel 1922, trascorrendo un giorno intero nella Basilica milanese di Sant’Ambrogio, trovò l’Italia «più gloriosa che mai». Rappresentativi del «periodo italiano », quarta sezione dell’esposizione milanese , La tomba di P.A. Munch a Roma (1927) che ritrae uno scorcio del cimitero acattolico romano dove è sepolto lo zio (storico norvegese considerato il fondatore della scuola di storia norvegese) e Ponte di Rialto, Venezia (1926).E dopo aver studiato con attenzione la nostra tradizione rinascimentale, aver assorbito le novità dirompenti del Postimpressionismo e aver interagito con la generazione emergente degli espressionisti, Munch inaugura un linguaggio unico e del tutto personale, premessa per la nascita di quelle Avanguardie che, nel XX Secolo, porteranno gli artisti a diventare gli strumenti migliori per raccontare le nostre emozioni più profonde. Questo racconta la mostra milanese: Munch oltre l’Urlo.
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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