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2024-09-29
«Il grido interiore», le opere di Munch in una grande mostra a Palazzo Reale
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Quando si pensa ad Edvard Munch (1863 -1944), è inevitabile, quasi scontato, il collegamento con la sua opera più famosa, L’Urlo (in norvegese, Skrik) , capolavoro indiscusso dell’arte moderna e quadro fra i più noti (ed imitati) al mondo. Come, o più, della Monna Lisa ; come, o più, delle iconiche serigrafie di Andy Warhol. Più che un’opera , L’Urlo (di cui ne esistono quasi 50 diverse versioni, fra disegni, bozzetti e dipinti) è un simbolo. La « traduzione in immagini» dell’angonscia umana, del dolore, del dramma interiore, dei fantasmi del nostro inconscio, della paura. L’Urlo, straordinaria «tavolozza » di colori distorti e dilatati, è lo specchio del sentire di Munch e dell’umanità intera. Poco importa cosa raffiguri (l’ambientazione è il fiordo norvegese di Ekeberg): quest’opera ha fatto del suo genio creatore l’interprete per antonomasia delle più profonde inquietudini dell’animo umano. La stessa inquietudine che ha attraversato tutta l’esistenza di Munch, segnata dalla malattia - fisica e mentale - e lastricata da grandi e precoci dolori: la perdita prematura della madre ( che lo lasciò orfano a soli 5 anni) e dell’amata sorella maggiore Sophie, uccise entrambe dalla tubercolosi; la follia della sorella minore, Laura; il rapporto conflittuale con il padre Christian; la relazione tormentata con la fidanzata Tulla Larsen. «La malattia fu un fattore costante durante tutta la mia infanzia e la mia giovinezza. La tubercolosi trasformò il mio fazzoletto bianco in un vittorioso stendardo rosso sangue. I membri della mia cara famiglia morirono tutti, uno dopo l’altro». Tutto questo, se da una parte lo trascinò ai limiti della follia, rendendolo schiavo delle nevrosi e dell’alcool, dall’altra lo portò ad essere il Genio universale che è, protagonista indiscusso dell’arte del Novecento e, insieme a Van Gogh, Gougain e Ensor, fra i più importanti (se non il più importante…) anticipatori dell’Espressionismo. Personalità complessa e artista dal talento straordinario, Munch ha fatto dell’arte la sua catarsi e in opera d’arte ha trasformato il suo assordante grido interiore. E la straordinaria mostra allestita a Palazzo Reale di Milano -dove L’Urlo è presente in una delle versioni litografiche custodite a Oslo- di questo «grido interiore » ha fatto il suo fulcro.
La mostra
Curato da Patricia G. Berman (una delle più grandi studiose al mondo di Munch) e ricco di 100 capolavori, il percorso espositivo si snoda attraverso sette sezioni, racconto in opere di un’artista che ha toccato imprescindibili temi universali - nascita, vita, amore, morte - e rappresentato, in quei volti senza sguardoe i quei paesaggi bislacchi, il proprio disagio interiore, l’instabilità dell’amore carnale, il vuoto lasciato dalla morte. « Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto», scriveva Munch nel 1928 ed è in questa frase la chiave della sua poetica artistica, profondamente attenta alle impressioni e capace di far vivere (e rivivere) emozioni e ricordi. Davanti a un’opera di Munch ci si mette a nudo, si fanno i conti con i propri demoni, ci si interroga. Provare angoscia è inevitabile. E questo accade con tutte (o quasi) le sue opere: perché Munch - come ha ben sottolineato la curatrice – non è solo L’Urlo. Ma è anche La morte di Marat (1907), Notte stellata (1922–19249), Le ragazze sul ponte (1927), Malinconia (1900–1901) , Danza sulla spiaggia (1904), Autoritratto tra il letto e l’orologio (1940-1943), tanto per citare alcuni degli straordinari capolavori presenti i mostra…
Di particolare interesse anche il tema dell’erotismo (sull'argomento, esposti a Palazzo reale Bacio vicino alla finestra, Coppie che si baciano nel parco e una conturbante Madonna, mescolanza e intreccio di sacro e profano), mentre un aspetto davvero poco conosciuto della sua opera è il « debito » verso l’Italia e il Rinascimento italiano: dopo un approccio difficile con il nostro Bel Paese («Sarebbe dovuto andare a Parigi - scrive l’artista utilizzando la terza persona- ma la sua salute non glielo permise…Malattia, alcol, disastri: questo fu il viaggio a Firenze»), Munch vi tornò a più riprese, provando emozioni sempre diverse e contrastanti, fino ad affermare che «… la Cappella Sistina è la stanza più bella al mondo» e, addirittura, nel 1922, trascorrendo un giorno intero nella Basilica milanese di Sant’Ambrogio, trovò l’Italia «più gloriosa che mai». Rappresentativi del «periodo italiano », quarta sezione dell’esposizione milanese , La tomba di P.A. Munch a Roma (1927) che ritrae uno scorcio del cimitero acattolico romano dove è sepolto lo zio (storico norvegese considerato il fondatore della scuola di storia norvegese) e Ponte di Rialto, Venezia (1926).
E dopo aver studiato con attenzione la nostra tradizione rinascimentale, aver assorbito le novità dirompenti del Postimpressionismo e aver interagito con la generazione emergente degli espressionisti, Munch inaugura un linguaggio unico e del tutto personale, premessa per la nascita di quelle Avanguardie che, nel XX Secolo, porteranno gli artisti a diventare gli strumenti migliori per raccontare le nostre emozioni più profonde. Questo racconta la mostra milanese: Munch oltre l’Urlo.
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Con 100 opere provenienti dal Munch Museum di Oslo, Milano rende omaggio al grande artista norvegese con una grande retrospettiva (sino al 26 gennaio 2025) che ne racconta l’intero percorso artistico e umano.Quando si pensa ad Edvard Munch (1863 -1944), è inevitabile, quasi scontato, il collegamento con la sua opera più famosa, L’Urlo (in norvegese, Skrik) , capolavoro indiscusso dell’arte moderna e quadro fra i più noti (ed imitati) al mondo. Come, o più, della Monna Lisa ; come, o più, delle iconiche serigrafie di Andy Warhol. Più che un’opera , L’Urlo (di cui ne esistono quasi 50 diverse versioni, fra disegni, bozzetti e dipinti) è un simbolo. La « traduzione in immagini» dell’angonscia umana, del dolore, del dramma interiore, dei fantasmi del nostro inconscio, della paura. L’Urlo, straordinaria «tavolozza » di colori distorti e dilatati, è lo specchio del sentire di Munch e dell’umanità intera. Poco importa cosa raffiguri (l’ambientazione è il fiordo norvegese di Ekeberg): quest’opera ha fatto del suo genio creatore l’interprete per antonomasia delle più profonde inquietudini dell’animo umano. La stessa inquietudine che ha attraversato tutta l’esistenza di Munch, segnata dalla malattia - fisica e mentale - e lastricata da grandi e precoci dolori: la perdita prematura della madre ( che lo lasciò orfano a soli 5 anni) e dell’amata sorella maggiore Sophie, uccise entrambe dalla tubercolosi; la follia della sorella minore, Laura; il rapporto conflittuale con il padre Christian; la relazione tormentata con la fidanzata Tulla Larsen. «La malattia fu un fattore costante durante tutta la mia infanzia e la mia giovinezza. La tubercolosi trasformò il mio fazzoletto bianco in un vittorioso stendardo rosso sangue. I membri della mia cara famiglia morirono tutti, uno dopo l’altro». Tutto questo, se da una parte lo trascinò ai limiti della follia, rendendolo schiavo delle nevrosi e dell’alcool, dall’altra lo portò ad essere il Genio universale che è, protagonista indiscusso dell’arte del Novecento e, insieme a Van Gogh, Gougain e Ensor, fra i più importanti (se non il più importante…) anticipatori dell’Espressionismo. Personalità complessa e artista dal talento straordinario, Munch ha fatto dell’arte la sua catarsi e in opera d’arte ha trasformato il suo assordante grido interiore. E la straordinaria mostra allestita a Palazzo Reale di Milano -dove L’Urlo è presente in una delle versioni litografiche custodite a Oslo- di questo «grido interiore » ha fatto il suo fulcro.La mostraCurato da Patricia G. Berman (una delle più grandi studiose al mondo di Munch) e ricco di 100 capolavori, il percorso espositivo si snoda attraverso sette sezioni, racconto in opere di un’artista che ha toccato imprescindibili temi universali - nascita, vita, amore, morte - e rappresentato, in quei volti senza sguardoe i quei paesaggi bislacchi, il proprio disagio interiore, l’instabilità dell’amore carnale, il vuoto lasciato dalla morte. « Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto», scriveva Munch nel 1928 ed è in questa frase la chiave della sua poetica artistica, profondamente attenta alle impressioni e capace di far vivere (e rivivere) emozioni e ricordi. Davanti a un’opera di Munch ci si mette a nudo, si fanno i conti con i propri demoni, ci si interroga. Provare angoscia è inevitabile. E questo accade con tutte (o quasi) le sue opere: perché Munch - come ha ben sottolineato la curatrice – non è solo L’Urlo. Ma è anche La morte di Marat (1907), Notte stellata (1922–19249), Le ragazze sul ponte (1927), Malinconia (1900–1901) , Danza sulla spiaggia (1904), Autoritratto tra il letto e l’orologio (1940-1943), tanto per citare alcuni degli straordinari capolavori presenti i mostra…Di particolare interesse anche il tema dell’erotismo (sull'argomento, esposti a Palazzo reale Bacio vicino alla finestra, Coppie che si baciano nel parco e una conturbante Madonna, mescolanza e intreccio di sacro e profano), mentre un aspetto davvero poco conosciuto della sua opera è il « debito » verso l’Italia e il Rinascimento italiano: dopo un approccio difficile con il nostro Bel Paese («Sarebbe dovuto andare a Parigi - scrive l’artista utilizzando la terza persona- ma la sua salute non glielo permise…Malattia, alcol, disastri: questo fu il viaggio a Firenze»), Munch vi tornò a più riprese, provando emozioni sempre diverse e contrastanti, fino ad affermare che «… la Cappella Sistina è la stanza più bella al mondo» e, addirittura, nel 1922, trascorrendo un giorno intero nella Basilica milanese di Sant’Ambrogio, trovò l’Italia «più gloriosa che mai». Rappresentativi del «periodo italiano », quarta sezione dell’esposizione milanese , La tomba di P.A. Munch a Roma (1927) che ritrae uno scorcio del cimitero acattolico romano dove è sepolto lo zio (storico norvegese considerato il fondatore della scuola di storia norvegese) e Ponte di Rialto, Venezia (1926).E dopo aver studiato con attenzione la nostra tradizione rinascimentale, aver assorbito le novità dirompenti del Postimpressionismo e aver interagito con la generazione emergente degli espressionisti, Munch inaugura un linguaggio unico e del tutto personale, premessa per la nascita di quelle Avanguardie che, nel XX Secolo, porteranno gli artisti a diventare gli strumenti migliori per raccontare le nostre emozioni più profonde. Questo racconta la mostra milanese: Munch oltre l’Urlo.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.