- Esce in Italia il libro capolavoro dello storico Christopher Lasch, che mostra la distruttiva azione a tenaglia di pensiero liberal e neoliberismo.
- Vogliono zittirci su Bibbiano ma fecero parlare le indagate. Nel 2018 Mantova ospitò l’evento sugli affidi Lgbt con le protagoniste di «Angeli e demoni». Ora però la sinistra locale boicotta il nostro libro.
Lo speciale comprende due articoli.
C’è un uomo che già nel 1977 aveva capito come sarebbe andata a finire. In quell’anno è uscito negli Stati Uniti Haven in Heartless World, capolavoro dello storico delle idee Christopher Lasch. Ora quel libro meraviglioso viene portato in Italia dall’editore Neri Pozza con il titolo Rifugio in un mondo senza cuore. La famiglia in stato d’assedio. E come si evince dal sottotitolo, l’opera di Lasch, benché scritta oltre 40 anni fa, parla del nostro presente. Il fatto è che Lasch individua con lucidità incredibile le ragioni della crisi della famiglia nella società occidentale, e mostra come la cultura progressista da un lato e il capitalismo sregolato dall’altro abbiano contributo a picconare l’ultimo «rifugio» degli uomini in un tempo sempre più oscuro.
«I divorzi continuano ad aumentare, i conflitti generazionali si inaspriscono e il pensiero progressista vede nella famiglia una forma di repressione anacronistica», scriveva lo storico americano. Egli aveva individuato alcuni problemi fondamentali che, ad oggi, non solo non sono stati risolti, ma hanno finito per aggravarsi. Ad esempio «la convinzione generale che il lavoro sia più importante della famiglia induce le donne a scegliere di entrare nel mercato del lavoro e lasciare che i bambini crescano negli asili o per strada e siano educati dalla televisione».
Come si vede già da questa affermazione, Lasch critica sia il modello neoliberista che tende a trasformare ogni individuo in forza lavoro sia la cultura di sinistra (quella femminista in particolare) che «ancora attribuisce alla famiglia la responsabilità delle ingiustizie inflitte alle donne» e vede nell’uscita da casa l’unica forma di liberazione possibile.
Lasch è tagliente: «Le femministe non hanno dato risposte a chi sostiene che gli asili nido non rappresentano dei sostituti della famiglia. Non hanno dato risposte a chi sostiene che l’indifferenza ai bisogni dei giovani è diventata una delle caratteristiche di una società che vive solo al presente, definisce il consumo di prodotti come la forma più alta di soddisfazione personale e sfrutta le risorse esistenti con criminale disinteresse per il futuro». Secondo lo studioso «il movimento femminista, come il radicalismo culturale degli anni Sessanta da cui è nato, rispecchia semplicemente la cultura che vuole criticare».
Ancora una volta, tuttavia, sarebbe troppo facile (nonché sterile) limitarsi ad attaccare l’ideologia liberal. Occorre invece prendere coscienza delle due forze che agiscono a tenaglia per eliminare la famiglia naturale. Una delle quali è per l’appunto il capitale. «La principale critica all’attuale organizzazione del lavoro è che costringe le donne a scegliere tra il desiderio di essere autosufficienti economicamente e i bisogni dei figli», scrive Lasch. «Invece di dar la colpa alla famiglia per questo stato di cose, dovremmo attribuirne la responsabilità alle inesorabili esigenze del mercato del lavoro. Invece di chiederci come le donne possano liberarsi dalla famiglia, dovremmo domandarci come riorganizzare il lavoro – rendendolo più umano – in modo che per le donne sia possibile competere economicamente con gli uomini senza sacrificare la famiglia o anche solo la speranza di una famiglia».
Purtroppo, è evidente come queste domande sollevate dallo studioso statunitense alla fine degli anni Settante non siano state prese in seria considerazione.
Già quando il saggio uscì in America fu molto contestato e interpretato in base alle convinzioni politiche binarie. I conservatori lo lodarono presentandolo come un libro «reazionario», invitando i lettori a non tenere conto della fuffa marxista che conteneva. In pratica, dunque, accolsero soltanto la parte di critica all’ideologia progressista. Gran parte del mondo liberal, invece, attaccò ferocemente l’opera, trattando Lasch (da sempre considerato «di sinistra») come una sorta di traditore. Mark Poser, ad esempio (come ricorda lo stesso Lasch in una prefazione scritta per l’edizione economica del saggio), scrisse che «magnificare la vecchia famiglia borghese significa idealizzare gli uomini e le donne che hanno dominato la società nel periodo aureo del capitalismo». Il risultato di queste incomprensioni è la situazione in cui ci troviamo oggi. Da un lato un mercato del lavoro sempre più oppressivo che tende a sradicare e isolare le persone. Dall’altro l’ideologia progressista che fa da foglia di fico al neoliberismo rivestendolo di una patina zuccherosa di «diritti». Ecco perché, adesso più che mai, è urgente leggere con attenzione l’opera di Lasch. Soffermandosi in particolare su alcuni passaggi, ad esempio quello in cui parla di educatori e asili nido.
Lo storico spiega che il capitalismo, negli anni, ha esteso il suo potere sulla vita privata dei lavoratori esercitando una forma angosciante di controllo. Accadde così che «medici, psicologi, insegnanti, puericultori, funzionari dei tribunali minorili e altri professionisti cominciarono a vigilare sull’educazione del fanciullo, un tempo di competenza della famiglia». Vi ricorda qualcosa, questa descrizione? Se ci aggiungete le fissazioni rieducative della sinistra, ottenete il quadro perfetto dell’Italia di oggi: quella di Bibbiano e degli asili obbligatori per tutti.
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