Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 7 aprile con Carlo Cambi
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Dall’Unione europea ai medici orfani delle chiusure, come Nino Cartabellotta, fino ai docenti: sempre più voci chiedono di richiudere tutto contro la crisi energetica. Affidando magari la pratica a «mister Dpcm» Conte.
C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano in smart working, e così anche le emissioni erano ridotte al minimo.
Un mondo chiuso per epidemia, che adesso qualcuno a quanto pare rimpiange, vedendo nel «tutti a casa» una soluzione facile per far fronte alle difficoltà imposte dalla guerra in Iran. Il primo a parlare di razionamenti, di limitare viaggi, cioè di restare a casa ma abbassando riscaldamento e condizionamento, è stato Dan Jorgensen, socialdemocratico danese e commissario all’Energia della Ue. Poi sono venuti altri, come ad esempio Nino Cartabellotta, orfano inconsolabile della pandemia, divenuto famoso proprio durante il lockdown. Con un post su X, il presidente della fondazione Gimbe ha scritto parole ottimistiche, cui mancava solo l’invito a predisporsi a un prossimo decesso: «Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi. Non spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto». Che cosa c’entri il gastroenterologo Cartabellotta con la guerra e il blocco delle petroliere in uscita dallo stretto di Hormuz non è dato sapere, ma pare evidente che, come molti suoi colleghi, lo «scienziato» sia in crisi da astinenza tv e dunque la crisi energetica gli faccia intravedere la possibilità di tornare ad apparire nei talk show.
Si capisce anche il suggerimento del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico. L’associazione riunisce insegnanti e formatori, perciò il sindacalista non si è trattenuto dal suggerire al governo e al Parlamento l’adozione della ormai mitica Dad, didattica a distanza, che consentiva ai docenti di tenere lezioni dal salotto di casa in tuta sportiva se non addirittura in pigiama. «La crisi energetica, con ripercussioni sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno a un tasso di inflazione altissimo», dunque, ha spiegato Pacifico, «per frenare il costo della vita si potrebbe valutare il collocamento dei lavoratori pubblici in smart working». Insomma, tutti a casa in pantofole anziché in cattedra, anche se, dopo aver lanciato il sasso, il presidente Anief precisa che la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere, ma si sa che è sempre meglio prevenire che curare.
Nel frattempo, per alleggerire il clima di pessimismo che aleggia sull’economia europea, Bruxelles ci tiene a ribadire non soltanto che non sono previsti allentamenti del patto di stabilità, cioè nessuna deroga ai vincoli di bilancio, ma che sia a livello comunitario che per quanto riguarda i singoli Stati sono vietati i tagli alle accise. In altre parole, l’Unione sposa la linea Cartabellotta, dicendo che i consumatori devono soffrire e anche un po’ morire.
Negando qualsiasi possibilità di sforamento dei parametri di bilancio e respingendo ogni apertura all’idea di tornare a comprare gas russo (scelta super ipocrita, che non tiene conto del fatto che gli Stati europei continuano ad acquistare il Gnl di Putin e il rialzo dei prezzi dei prodotti fossili sta comunque aiutando l’economia di Mosca), l’Europa apre la strada non soltanto all’austerity raccomandata dall’Agenzia internazionale dell’energia, la cui ricetta in sostanza si riduce a meno spostamenti e meno consumo di carburante, ma pure a un futuro lockdown, come quello adottato durante la pandemia. Del resto, a bordo campo si scalda i muscoli uno che in fatto di chiusure se ne intende. Ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia e spinto dalla possibilità di un ricorso alle primarie per la scelta del candidato leader di centrosinistra, Giuseppe Conte accarezza l’idea di tornare a Palazzo Chigi e di riutilizzare i famigerati Dpcm. A motivarli non sarebbe il Covid ma il virus iraniano. Nella malaugurata ipotesi di una vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni potrebbe tornare anche Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute del periodo 2020-2022. Lo slogan, ovviamente, non sarebbe più tachipirina e vigile attesa, ma meno benzina e vigile attesa. Perché ciò che conta è stare in casa e avere pazienza, sempre che la morte di cui sopra non arrivi prima.
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Marco Rubio e Pete Hegseth (Ansa)
Il conflitto in Medio Oriente ha fatto esplodere i dissidi tra i cattolici che, pur da diversi fronti (Vance isolazionista, Rubio neocon), volevano dissociarsi da Netanyahu, e gli evangelici sionisti che fanno capo al Pentagono di Hegseth. E che hanno fuorviato Trump.
«Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati». Lo scrisse Carl Schmitt nel 1922. Ci aveva visto lungo. Anche dietro la guerra in Medio Oriente non ci sono soltanto interessi economici. Oltre alla materia, c’è lo spirito. La religione. Dal lato dell’Iran, certo, il cui regime teocratico lotta per sopravvivere. Dal lato di Tel Aviv, che insegue senza più remore il sogno del Grande Israele, come proclamò Benjamin Netanyahu nell’agosto del 2025. E pure dal lato americano.
Nell’amministrazione Usa si è innescato un duello, essenzialmente teologico-politico, tra le anime del trumpismo: il conservatorismo di JD Vance, sovranista, isolazionista, ma cattolico, stavolta alleato del concorrente neocon Marco Rubio, anche lui discepolo (meno fervente) della Chiesa di Roma; e il sionismo protestante di Pete Hegseth, il capo del Pentagono, un evangelico convinto che la campagna bellica statunitense sia una riedizione delle crociate. Lui, che si è tatuato la scritta Deus vult, motto dei cavalieri del Santo Sepolcro.
Né Vance né Rubio erano favorevoli a bombardare l’Iran. Entrambi coltivano ambizioni presidenziali e non vogliono disastri sul groppone. Il segretario di Stato ha addossato esplicitamente le responsabilità del conflitto a Israele. Hegseth, invece, si è speso per convincere il presidente che la vittoria sarebbe stata totale e veloce. Tanto zelo potrebbe spiegare la sorpresa della Casa Bianca dinanzi al prevedibile blocco di Hormuz. Le difficoltà hanno messo il numero uno del Pentagono, per cui i dem invocano l’impeachment, in una posizione scomoda. Il timore di essere silurato da un furibondo Trump lo avrebbe spinto ad avviare un repulisti nel suo ministero, cominciato dalla rimozione del generale Randy George, capo di Stato maggiore dell’esercito e vicino a Vance. È stata l’ultima di una serie di esibizioni muscolari. Per il triduo pasquale, il Pentagono ha organizzato solamente celebrazioni protestanti. Nessun servizio liturgico per il personale cattolico. È un dettaglio? Semmai, il culmine di un percorso iniziato un paio di mesi fa, quando il segretario alla Difesa aveva portato al dicastero in Virginia il pastore Douglas Wilson. Un evangelico ultranazionalista che vorrebbe bandire le manifestazioni pubbliche della «superstizione» cattolica, tipo le processioni in onore di Maria.
La radicalizzazione ha alimentato inevitabili attriti con il Vaticano: The Free Press, qualche giorno fa, ha riferito di un incontro tenutosi a gennaio, sempre al Pentagono, con alcuni diplomatici della Santa Sede. Agli emissari della Chiesa sarebbe stato intimato di schierarsi apertamente al fianco degli Usa. Alcune scene inquietanti - i predicatori evangelici che impongono le mani sul presidente nello Studio ovale, o le invocazioni del solito Hegseth a Dio affinché conduca l’America al trionfo - hanno finito per convincere il Papa a mobilitarsi. Leone XIV - un americano - ha sentito Trump per invocare la pace e ha ribadito che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». L’altro ieri, persino The Donald ha dovuto ammettere: «A Dio non piace quello che sta succedendo». Dall’Ungheria, Vance, non senza imbarazzo, ha tentato di salvare capra e cavoli: «Spero che Dio sia d’accordo con la decisione che l’Iran non dovrebbe avere un’arma nucleare», ha detto. Ieri sera, da Castel Gandolfo, il pontefice ha tuonato: la minaccia di distruzione all’Iran e al suo popolo «non è accettabile». Ma se il tycoon ha tolto l’elmetto all’Altissimo, Hegseth ha perseverato nel delirio mistico, stabilendo un grottesco parallelo tra la risurrezione di Cristo e il recupero del pilota dell’F-15, «abbattuto il Venerdì Santo, nascostosi in una grotta per tutto il sabato e salvato domenica».
Il Vaticano è reduce da tensioni anche con il governo israeliano, dopo l’incidente della Domenica delle Palme al Santo Sepolcro. La geografia dei dissidi è dunque composita ma intelligibile: i protestanti che appoggiano Trump sono esponenti di quel «cristianesimo sionista» che - lo rilevarono quasi vent’anni fa i politologi John Mearsheimer e Stephen Walt - è una componente della «lobby israeliana» capace di influire, non sempre con esiti felici, sulla politica estera degli Usa. Netanyahu, non diversamente dai suoi predecessori, la sfrutta a suo vantaggio. I conservatori cattolici ne sono agli antipodi. E Trump?
Il presidente-narciso deve essere stato irretito dai santoni che lo hanno divinizzato e gli hanno promesso la redenzione. L’andamento del conflitto lo ha destato: è apparsa sempre più evidente la sua volontà di tirarsi fuori dal pantano. Lo testimonierebbe l’idea di sostituire, in qualità di negoziatori, il duo Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero ebreo) con Vance. In assenza del Signore degli eserciti, rimane solo la diplomazia.
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Ansa
L’ex ad Lovaglio licenziato pure da dg. In vista dell’assemblea, la lista proposta dal cda di Siena è data in vantaggio con oltre il 20%. In Germania invece Commerz gela Andrea Orcel sull’Ops: premio non adeguato, così non ci sono presupposti per un accordo, meglio soli.
Schiarite a Siena, temporali sull’asse Milano-Francoforte. Il cielo della finanza europea sembra uscito da un capriccioso bollettino meteo: sole a tratti, rovesci improvvisi e qualche fulmine. Partiamo dalla notizia che cambia gli equilibri del sistema bancario italiano: Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio, ha depositato le azioni per l’assemblea del 15 aprile di Montepaschi. È il segnale che le schermaglie sono finite. L’affluenza si annuncia superiore al 70%. Il peso di Delfin azionista di riferimento con il 17,5% diventa decisivo.
Sul tavolo, non ci sono solo nomi ma visioni. Da una parte la lista del cda uscente, dall’altra quella alternativa di Plt guidata dall’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio, che in serata è stato licenziato dal board del Monte «per giusta causa» anche come direttore generale. La terza lista è quella di minoranza delle Sgr e i fondi di Assogestioni.
La sorpresa è dietro l’angolo: Delfin potrebbe astenersi. Una non-scelta che è già una scelta. Perché? Perché a Milano, non quella dei salotti ma quella della procura, si guarda con attenzione ai movimenti dei grandi azionisti. Il sospetto di concerto aleggia, e in questi casi la prudenza diventa una strategia. Meglio non esporsi troppo visto che la lista del cda guidata da Fabrizio Palermo gode dell’appoggio del gruppo Caltagirone (11,45%). Si aggiungerebbero l’1,4% di Benetton e l’1% dei fondi Mediolanum. Poi le casse di previdenza che complessivamente arrivano all’1,5%. A completare il consenso altre quote più piccole che toccano complessivamente il 5%. In totale si arriva al 20%. Da questo calcolo resterebbero fuori le quote di Banco Bpm e quella del Mef. Così, paradossalmente, l’azionista più pesante potrebbe scegliere di non pesare. O meglio: di pesare senza farsi vedere. Eventualmente il suo voto si manifesterà quando sulle preferenze per i singoli membri del consiglio d’amministrazione. Gli advisor sono unanimi nel giudizio su Fabrizio Palermo come ad. Assi meno sulla conferma di Nicola Maione alla presidenza. Mentre Siena si prepara al voto con un certo ottimismo altrove il clima è decisamente più burrascoso.
A Francoforte addirittura c’è il gelo. L’Ops lanciata da Unicredit per acquisire Commerzbank si è schiantata contro un muro di ghiaccio. Il messaggio è semplice nella sua chiarezza: così non va. L’offerta non convince, il premio non è adeguato, il valore non si vede. E soprattutto - dettaglio non secondario - la fiducia non c’è. Che, in operazioni di questo tipo, è un po’ come dire che manca l’ossigeno. Il numero uno di Unicredit, Andrea Orcel, aveva immaginato un percorso diverso. Un’integrazione capace di creare un campione europeo secondo uno schema gradito alla Bce. Ma tra l’idea e la realtà c’è di mezzo un management tedesco che non ha alcuna intenzione di farsi conquistare: il valore possiamo crearlo da soli. Anzi, se proprio dobbiamo prenderci dei rischi, preferiamo farlo in autonomia. Una dichiarazione di indipendenza che suona anche come una bocciatura dell’operazione.
C’è poi il tema del metodo. I tedeschi lamentano di essere stati spesso informati a cose fatte, più che coinvolti. E qui si entra in un terreno delicato, quello delle relazioni tra pari. Perché un’Ops può anche essere tecnicamente impeccabile, ma se manca il rapporto fiduciario diventa una salita insidiosa.
Il risultato è che, mentre a Siena si intravedono schiarite a Francoforte si addensano nuvole scure. L’offerta resta formalmente in piedi, certo. Ma il percorso si complica. E non poco.
E così l’Europa bancaria si ritrova, ancora una volta, divisa tra due modelli. Quello italiano, fatto di equilibri sottili, mediazioni, astensioni strategiche. E quello tedesco, più diretto e roccioso.
In mezzo, come sempre, c’è il mercato. Che osserva, valuta, soppesa. E che sa benissimo che dietro queste partite non ci sono solo poltrone, ma strategie, assetti di potere, pezzi di futuro.
Alla fine, la fotografia è questa: a Siena si gioca una partita complessa ma aperta, con un arbitro invisibile che si chiama prudenza. A Francoforte, invece la palla al momento è stata respinta. Riprovare. E chissà che, in questo strano meteo della finanza, non sia proprio l’Italia - spesso data per imprevedibile - a mostrare, almeno per una volta, il cielo più stabile. Anche se, come sempre, basterà un voto in assemblea per cambiare il vento.
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L’attuale crisi energetica mette a nudo le ipocrisie delle nostre politiche green.
Da oltre trent’anni ci è stato doviziosamente spiegato che per salvare il pianeta occorre «decarbonizzare» l’economia, ovvero rinunciare ai combustibili fossili: petrolio, gas e carbone, devono restare nel sottosuolo, come diceva Greta Thunberg. Ci dicono entro il 2050. La chiamano transizione-energetica.
L’Ue ha l’ambizione di guidarla, e per fare la prima della classe si è anche data degli obiettivi intermedi: rinunciare al 90 per cento dei combustibili fossili entro il 2040. Vien da ridere: è tra quattordici anni.
Se vogliamo ridere di più, ecco le dichiarazioni di Alfonso Pecoraro Scanio: «Serve un’Europa libera dalla dipendenza dai combustibili fossili, capace di puntare con decisione sulla pace e sulle energie rinnovabili. Le guerre continuano ad essere, troppo spesso, legate al petrolio. È sempre più chiaro, come evidenziato anche da autorevoli analisi internazionali, che i combustibili fossili sono non solo tra i principali responsabili della crisi climatica, ma sono anche fattori strutturali di instabilità geopolitica e di conflitto. Gli importanti investimenti che l’Europa ha avviato sulle energie rinnovabili devono essere rafforzati».
Non gli sovviene neanche pallidamente che se per gas e petrolio si arriva a far la guerra, forse avranno un qualcosa di prezioso. Giova d’altra parte rammentare che il Nostro è un avvocato che s’è messo in testa che col fotovoltaico si diventa ricchi. Cosa magari vera, come è vero che si diventa ricchi a vender ai calvi tonti lozioni per far crescere i capelli. Ma se chiediamo all’avvocato cos’è l’energia e perché mai i combustibili fossili sarebbero responsabili di una non meglio identificata crisi climatica, non saprebbe profferire parola. Come lo so? Lo deduco dal fatto che una volta che mi chiesero di intervenire ad un dibattito l’avvocato si rifiutò di partecipare quando seppe che c’ero io.
Accade ora che, proprio per gli eventi bellici nel Golfo Persico, della fornitura di petrolio e gas mondiale, all’improvviso venga a mancare non il 90% che ci si propone di abbandonare fra 14 anni, ma appena il 20%. Sarebbe un buon inizio lungo quella strada maestra, no? A quanto pare, no, perché, invece, immediatamente scoppia il panico. Il prezzo del petrolio sale sopra i 100 dollari al barile, e vari esperti - ah, gli esperti, sempre invocati e mai che ne imbrocchino una giusta - non escludono che arrivi presto a 200 dollari. Gli economisti - buoni anche quelli - annunciano una imminente recessione economica mondiale, se l’interruzione delle forniture dovesse durare più di alcune settimane. Vi chiederete perché sbertuccio anche gli economisti, ed ecco perché: quelli che ora stanno gridando all’allarme per questo 20% in meno sono gli stessi - ma proprio gli stessi - che si sono inventati la green economy suggerendo la riduzione del 90%. Comunque sia, le borse crollano e l’inflazione rialza la testa.
I soloni dell’Ue convocano riunioni di emergenza. Fatih Birol (economista, ça va sans dire) direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia ha appena dichiarato che l’offensiva militare di Usa e Israele contro l’Iran ha creato «la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale degli ultimi decenni». Come mai non gli venne il sospetto di questa minaccia quando promuoveva, come ha promosso per lungo tempo, la riduzione dell’uso dei combustibili fossili.
Nei passati trent’anni il consumo mondiale di tutti i combustibili fossili è cresciuto del 50%; il carbone, in particolare, continua ogni anno a stabilire un nuovo primato. Ma nessuno nella classe politica europea ha il coraggio di dire che il re è nudo e che l’intera politica europea su clima ed energia ha prodotto un solo risultato: la fuga della attività manifatturiere dall’Europa ed un declino economico. In trent’anni, la diminuzione del 20% delle emissioni europee di CO2, equivalente a meno del 2% di quelle globali, è avvenuta grazie all’aumento delle importazioni di beni prodotti nei Paesi extraeuropei. Nessuno dei quali conosce i turbamenti di Pecoraro Scanio. Tutti però desiderano una sola cosa: che le proprie economie continuino a crescere.
Bene - direte - ma dopo questo pistolotto, hai proposte concrete? Ci provo. Dunque, nel breve termine:
1 metter la pietra tombale sulle sovvenzioni pubbliche al fotovoltaico;
2 abbandonare definitivamente l’Ets (Emission trading system), un assurdo sistema che sta distruggendo l’economia delle sane aziende energivore;
3 riavviare gli impianti a carbone;
4 ascoltare le istanze di Mosca, finora ignorate e riconsiderare la Russia quale privilegiato fornitore di gas.
Nel più lungo termine:
5 avviare un importante programma sugli impianti elettronucleari di grosso taglio, gli unici, con consolidata tecnologia, la cui economia di scala fornirebbe elettricità a costi che porterebbero l’odierna asfittica Europa su un piano competitivo.
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