Vitalizi from La Verità
Jimmy Lai è stato condannato a 20 anni di carcere: la corte di West Kowloon ha evitato l’ergastolo, la massima pena possibile, ma ha comminato a carico del fondatore dell’Apple Daily di Hong Kong, tra i principali attivisti pro-democrazia dell’ex colonia britannica, una pena durissima in considerazione dei suoi 78 anni e delle precarie condizioni di salute. Per Jodie Ginsberg, Ceo del Comitato per la protezione dei giornalisti, «di fatto è una condanna a morte». Sostegno anche dagli abitanti di Hong Kong. «Spero che Lai possa richiedere la libertà condizionale per motivi di salute, perché stare in prigione in queste condizioni anche solo per un giorno è un’ingiustizia e ha un forte impatto sulla sua salute fisica e mentale», ha detto una spettatrice presente in aula nel momento della sentenza. Secondo Shum Ho, ex lettore dell’Apple Daily, «Lai è la coscienza di Hong Kong».
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2026-02-09
Il Re è nudo: con Epstein cade il mito della superiorità morale della sinistra liberal
Il capo gabinetto del governo Starmer Morgan McSweeney. Nel riquadro, Jeffrey Epstein (Ansa)
La grande stampa ha insabbiato per anni il caso. Ora prova goffamente a coinvolgere Trump. Nel frattempo però si dimette Morgan McSweeney, capo gabinetto di Starmer.
Per quanto la stampa internazionale si sia affannata a cercare prove di attività illegali commesse dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump insieme con il faccendiere Jeffrey Epstein, i 3,5 milioni di files, 2.000 video e 180.000 foto pubblicati finora dal Dipartimento di Giustizia americano - con il benestare dell’amministrazione Trump, peraltro - segnano soprattutto la fine del mito della superiorità morale della sinistra globale.
Altro che «figli di un Dio minore»: i numerosi esponenti dell’élite progressista che si è accovacciata alla corte di Epstein rappresentano la cifra di un demi-monde politico che - con la complicità dei media internazionali - ha abbindolato cittadini ed elettori sventolando pubblicamente il vessillo del rigore morale (e guai a chi non vi si adeguava) mentre, in privato, perdeva la verginità in cambio di un tozzo di pane o, nel migliore dei casi, un weekend gratis ai Caraibi.
Michele Masneri sul Foglio ha collocato quel grande diario delle élite del secolo che sono gli Epstein files «fra Truman Capote e Fantozzi», mettendo in evidenza l’analfabetismo dei protagonisti («come spesso accade nelle classi alte», ha appuntato con snobismo): «È Fantozzi meets Succession», nota Masneri. In realtà, l’attitudine di ossequiosa rincorsa da parte di personaggi del calibro del principe Andrew duca di York (fratello del re d’Inghilterra) o di rampolli come Eduardo Teodorani Fabbri che lo chiamava «maestro», nei confronti di chi era già tecnicamente un avanzo di galera, figlio pur talentuoso di una collaboratrice scolastica e di un giardiniere, è funesta conseguenza di quell’esecrabile capolavoro di dissonanza cognitiva che è stata la soi-disant cultura woke.
Nel nuovo mondo che si è imposto prima con il Sessantotto e poi a partire dall’11 settembre, le élite globali sono riuscite a dare dignità, rango e accesso ai salotti buoni della finanza perfino a personaggi venuti dal nulla come Epstein, spacciando la sua diabolica intelligenza di self-made man per abilità e ingegnosità su cui poter e dover indulgere. I messaggi di solidarietà inviati dai pezzi grossi del mondo della cultura e della finanza a Epstein a seguito della sua prima condanna per abusi sessuali nel 2008 sono imbarazzanti: «Devi essere incredibilmente resiliente e lottare affinché ti rilascino presto, io starò sempre al tuo fianco», gli scriveva l’ex ambasciatore del Regno Unito negli Usa, il laburista Peter Mandelson. «Vedo in quale orribile maniera vieni trattato da questa orribile stampa e dall’opinione pubblica. È doloroso dirlo, ma penso che il modo migliore per andare avanti sia ignorare tutto», lo consolava il più importante linguista del XX secolo Noam Chomsky, da sempre feroce fustigatore della «corruzione» del Partito repubblicano.
Nel suo saggio Le origini del totalitarismo, Hannah Arendt aveva identificato la genesi della tragedia nazista nell’ipocrisia e nella corruzione della classe dirigente tedesca, che sosteneva di essere la guardiana delle tradizioni occidentali sfoggiando pubblicamente virtù che non solo non possedeva nella vita privata, ma in realtà disprezzava. «Ammettere la crudeltà, il disprezzo dei valori umani e l’amoralità generale sembrava rivoluzionario perché distruggeva la doppiezza su cui la società esistente sembrava poggiare. Hanno elevato la crudeltà a virtù principale perché contrastava l’ipocrisia umanitaria e liberale della società», scriveva Harendt. La storia sembra essersi ripetuta: accanto a Epstein, accolto e coccolato perché proveniente da quel ceto sociale medio-basso che prometteva di demolire le ipocrisie dei conservatori, si è accostata tutta la sinistra mondiale, con buona pace di chi vorrebbe Donald Trump e Matteo Salvini invischiati nello scandalo del secolo alla pari di Clinton o Bill Gates.
A proposito di Clinton: files e testimonianze documenterebbero un’intensa frequentazione dell’ex presidente degli Stati Uniti e di sua moglie Hillary Clinton con il faccendiere. La coppia presidenziale si è però sottratta finora a qualsiasi testimonianza, trincerandosi dietro la scusa del «processo politico». Convocati a ottobre, poi a dicembre e infine il 13 e il 14 gennaio, non si sono mai presentati definendo i mandati di comparizione «legalmente non validi», così hanno scritto in una lettera alla commissione di vigilanza Usa presieduta dal repubblicano James Comer. La commissione ha dovuto minacciare la loro incriminazione per oltraggio al Congresso per riuscire a portarli a testimoniare in aula, dove compariranno il 26 (Hillary) e 27 febbraio (Bill).
Dovrà dir qualcosa degli Epstein files anche Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti con Bill Clinton e scatenato sostenitore della causa green: il politico democratico è elencato tra i contatti di Epstein nei documenti legali desecretati. Gore e la moglie Tipper sono stati menzionati da Virginia Giuffrè, prima accusatrice di Epstein morta suicida nel 2025, che li avrebbe visti ospiti sull’isola privata del faccendiere a Little Saint James, ma sia Epstein che Gore hanno smentito.
È inequivocabilmente simpatizzante dei democratici anche il fondatore di Microsoft Bill Gates, riscopertosi filantropo dopo aver compreso che gli investimenti della sua Fondazione in prodotti farmaceutici rendevano più dei microchip. Collocato stabilmente nell’area progressista e liberal Usa, mentre indirizzava pubblicamente le sue attività verso la «salute globale» e nell’esportazione di farmaci immunizzanti verso i Paesi del terzo mondo, nel tempo libero si faceva spiegare da Epstein come «fare i soldi con i vaccini» e trattare le pandemie come un «modello di business», casualmente poco prima che ne scoppiasse una. I due si sono incontrati per la prima volta nel 2011, tre anni dopo la condanna di Epstein per reati sessuali. Gates ha ammesso di aver partecipato a diverse cene presso la casa di Epstein a New York tra il 2011 e il 2014, ha viaggiato più volte con il jet privato del predatore sessuale; nel 2014 ha fatto generose donazioni su suggerimento dello stesso Epstein, finendo sotto ricatto per una presunta relazione con una giocatrice di bridge russa che gli avrebbe passato una malattia sessualmente trasmissibile. L’email di Epstein, nella quale rivolgendosi a Gates scrive «mi implori di cancellare le email […] sulla descrizione del tuo pene», accende i riflettori sulla patetica vulnerabilità del guru della gauche internazionale. Guru e soprattutto finanziatore: oltre ai 50 milioni di dollari regalati a un’organizzazione a sostegno della democratica Kamala Harris durante la campagna presidenziale del 2024, più del 90% dei contributi finanziari di Gates è stato destinato a candidati democratici. «Non sono mai andato all’isola di Epstein, non ho mai incontrato donne», si è giustificato il fondatore di Microsoft, ma le dichiarazioni della sua ex moglie lo inchiodano più di qualsiasi autodifesa: «Bill deve rispondere del suo comportamento», ha sibilato Melinda French Gates precisando pubblicamente che i legami del marito con Epstein costituiscono uno dei fattori determinanti che hanno portato al loro divorzio nel 2021.
Anche Larry Summers è stato fan sfegatato del faccendiere. Ex rettore di Harvard, ministro delle Finanze di Bill Clinton e direttore del Consiglio economico nazionale Usa con Barack Obama, è stato in regolare contatto con Epstein fino al giorno prima dell’arresto del faccendiere nel 2019 per traffico sessuale di minori. «Mi vergogno profondamente delle mie azioni e riconosco il dolore che hanno causato», ha detto Summers, obbligato a dimettersi da tutti i suoi incarichi pubblici.
Figura di spicco del partito laburista britannico è anche Peter Mandelson, uno degli architetti del «New Labour» di Tony Blair negli anni Novanta, soprannominato «Principe delle Tenebre» per le sue abilità manipolatorie dietro le quinte, emerse negli spregiudicati rapporti d’affari che l’ex ambasciatore britannico negli Usa intratteneva con Epstein: nei file desecretati ci sono le prove che Mandelson nel 2009 ha dato suggerimenti al molestatore sessuale su come la banca d’investimento JPMorgan avrebbe potuto fare pressioni sul governo inglese - di cui lo stesso Mandelson faceva parte - affinché modificasse la legge sulla supertassa sui bonus dei banchieri, «minacciando velatamente» l’allora ministro delle finanze Alistair Darling. Mandelson ha dovuto dimettersi da Lord e dal partito laburista, di cui era eminente rappresentante; Scotland Yard ha aperto un fascicolo su di lui. E’ laburista anche l’attuale premier inglese Keir Starmer che, pur avendo ricevuto un dettagliato resoconto del Cabinet Office sulle «strette relazioni» di Mandelson con il criminale Epstein, è andato avanti con la sua nomina; al suo posto però si è sacrificato il suo capo di gabinetto Morgan McSweeney, che ieri ha dato le dimissioni per salvare il premier.
Tutta la rete delle amicizie di Epstein ruota intorno al milieu democratico e progressista mondiale: in Francia il più noto è il socialista francese Jack Lang, storico portavoce e ministro della Cultura del presidente gauchiste François Mitterrand. Epstein ha ricevuto diverse email dalla segretaria personale di Lang perché l’ex ministro gli chiedeva favori come l’uso di auto e aerei. Sua figlia Caroline Lang, produttrice cinematografica, è andata oltre: con Epstein ha aperto una società offshore nelle isole Vergini senza dichiararla («In effetti non ho mai pensato di doverla dichiarare al fisco perché non produceva redditi e non ne avevo tratto alcun guadagno personale», si è giustificata) e ha scoperto recentemente di essere stata inserita nel testamento di Epstein come beneficiaria di 5 milioni di euro. La Procura francese che si occupa dei reati contro la pubblica amministrazione ha aperto un fascicolo su di lei e su Jack Lang per riciclaggio e frode fiscale aggravata. Altri democratici sono stati nominati in diverse deposizioni relative alla cerchia di Epstein: il defunto ex governatore del New Mexico (ed ex ministro dell’Energia di Clinton) Bill Richardson, e anche il suo predecessore, sempre liberal, Bruce King, da cui Epstein ha acquistato la proprietà vicino a Santa Fe per costruire il suo Zorro Ranch, dove avrebbe fatto seppellire due donne morte per strangolamento «dopo sesso violento e fetish», si legge negli Epstein files. Ed è democratico anche l’intellettuale di sinistra Noam Chomsky: i documenti recentemente pubblicati rivelano che il linguista ha mantenuto contatti regolari con Epstein per anni, somministrandogli anche consigli su come gestire accuse di molestie. Chomsky ha descritto gli incontri come «un’esperienza di valore» basata su discussioni intellettuali. Anche l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak dell’Israel Democratic Party è stato fotografato mentre entrava nella residenza di Epstein a Manhattan nel 2016. Barak ha ammesso di aver volato sull’aereo di Epstein, ma ha negato di aver assistito a comportamenti inappropriati. Il suo collega laburista Thorbjorn Jagland, ex primo ministro norvegese, presidente del comitato Nobel e segretario generale del Consiglio d’Europa, aveva, come lui, stretti rapporti con Epstein. Jagland ha chiesto al predatore sessuale un aiuto finanziario per acquistare un appartamento ed è stato suo ospite a Parigi e New York. «Sono stato a Tirana, ragazze straordinarie», scriveva Jagland a Epstein nel maggio 2012. «Non posso andare avanti solo con donne giovani, come sai», gli confidava nel gennaio 2013. La polizia norvegese ha dichiarato giovedì di aver aperto un’indagine per «corruzione aggravata» nei confronti dell’ex primo ministro 75enne; il ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide ha affermato che chiederà la revoca dell’immunità di cui Jagland gode in quanto ex capo di un’organizzazione internazionale, per facilitare l’indagine.
È imbarazzante anche la posizione di Johanna Rubinstein, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Svezia (Unhcr) e figura di spicco nel panorama delle organizzazioni internazionali e dello sviluppo sostenibile, tanto cari al mondo progressista. La donna è stata tra il 2015 e il 2020 a capo della filiale americana della World Childhood Foundation, fondata dalla regina Silvia, moglie del re Carlo XVI Gustavo di Svezia, ed è stata moralmente indiscussa fino al rilascio delle email segrete che hanno rivelato che nel 2012 ha soggiornato con i figli nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali. «Grazie mille. Ai bambini sono piaciute tantissimo le tue storie e, naturalmente, la tua isola. Grazie mille per il pranzo meraviglioso e il pomeriggio in paradiso. È stata una gioia in più per me incontrarvi finalmente di persona», ha scritto Rubinstein a Epstein. Oggi, la sua testa è caduta: Rubinstein si è dimessa dall’Unhcr.
Ciò che balza agli occhi dopo decenni di indagini - la prima incarcerazione di Epstein risale al 2008 - è che nessuno, ex post, sembra mai essersi accorto di nulla. Tutti gli amici di Epstein, una volta colti in flagrante, hanno dichiarato di «non sapere» che il faccendiere fosse coinvolto in traffico di minorenni, abusi sessuali e chissà quant’altro. Eppure, bastava cercare online per saperne di più. Così peraltro lo stesso Epstein suggerì a Caroline Lang, che lo ha raccontato in un’intervista illuminante: «Mi ha detto che se avessi cercato su Google, avrei potuto trovare cose su di lui che non mi sarebbero piaciute», ha raccontato la figlia di Jack Lang, «così ho fatto e mi sono imbattuta in un solo articolo che diceva che era stato 13 mesi in prigione per aver pagato prostitute per massaggi. Ho trovato la cosa orribile e gliene ho parlato. Mi ha confermato tutto e mi ha detto di essersene pentito e di aver pagato, avendo passato 13 mesi in prigione». A quell’epoca però già si parlava di traffico di minorenni, le chiede l’intervistatore, questo non le ha fatto scattare qualcosa, né ha cambiato la natura delle vostre relazioni? «No», ha replicato candidamente Lang, «perché il suo comportamento era del tutto normale. Non ci ha mai provato con me, si è sempre comportato in modo esemplare con le mie figlie».
Risultato: sia la stampa internazionale, orientata politicamente a sinistra pur di essere qualificata come «autorevole», sia le autorità giudiziarie hanno minimizzato per decenni i crimini e le malefatte non soltanto di Epstein ma anche di chi gli ha aperto i salotti della finanza mondiale. Il giornalista Tucker Carlson ha parlato chiaramente di «insabbiamento orchestrato», osservando che quello che è stato presentato dalla stampa come uno «scandalo sessuale» è in realtà molto di più: un sistema di potere che ha cambiato il corso della storia e dell’economia occidentale, in peggio aggiungiamo noi. È per questo motivo che quello stesso sistema non poteva infierire più di tanto sul mostro che aveva generato: è convenuto a tutti passar sopra i tanti misteri tuttora insoluti, così come a qualcuno oggi conviene passar sopra i crimini legati all’immigrazione illegale o alle proteste politiche a colpi di martello contro le forze dell’ordine. Questo è l’insegnamento che ci lasciano decenni di cultura woke, che ha coccolato e poi assolto Epstein e il mondo putrido che ha rappresentato.
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Paolo Petrecca (Imagoeconomica)
La telecronaca contestata del direttore di Rai Sport nasce perché ha sostituito il vice Bulbarelli, dopo le telefonate di fuoco del portavoce del Quirinale. Il motivo? Aver svelato la «sorpresa» di Re Sergio.
Una valanga di critiche ha seppellito il direttore di Rai Sport Paolo Petrecca. La sua telecronaca «imbarazzata» della cerimonia di apertura dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina è diventata un clamoroso caso politico. I giornali le hanno dedicato «fiumi di parole», ma a nessun cronista è saltato in mente di scrivere il nome proibito o ineffabile: non Jahvè, ma Quirinale.
Tutti hanno raccontato l’effetto (la telecronaca di Petrecca), nessuno ha osato citare la causa, ovvero le telefonate furiose provenienti dal Colle e riguardanti la voce titolare dell’evento, il vicedirettore di Rai Sport Auro Bulbarelli, reo di avere annunciato la «sorpresa clamorosa» del cameo attoriale di Sergio Mattarella programmato all’inizio dell’evento.
Il 30 gennaio Bulbarelli, pur senza rivelare i particolari, ne aveva parlato durante la conferenza stampa di presentazione della copertura Rai della cerimonia. Si era solo divertito a solleticare la fantasia dei presenti con un rimando alla performance in veste di agente segreto della Regina Elisabetta alle Olimpiadi di Londra del 2012.
A mente fredda quell’uscita poteva essere considerata una specie di spot per l’inaugurazione, un modo per aumentare l’attesa per uno spettacolo che, visti i costi (per le cerimonie di apertura e chiusura sono stati investiti circa 70 milioni di euro, 20 dei quali destinati al direttore creativo Marco Balich), aveva bisogno di un grande ritorno di pubblico. Che c’è stato, nonostante la telecronaca inadeguata di Petrecca: oltre 9 milioni di spettatori e 46,2 di share. Numeri sanremesi, come ha rivendicato lo stesso direttore.
Ma i politici di sinistra (Pd, Avs e 5 stelle) mentre sparavano su Petrecca con più determinazione dei cecchini del biathlon hanno dimenticato di chiedere al Quirinale se fosse vero quanto rivelato dal nostro giornale con tanto di conferma del Colle e cioè che gli uomini del presidente erano intervenuti con il comitato organizzatore e con i vertici della Rai per chiedere conto delle parole di Bulbarelli, che stavano, a loro dire, rischiando di rovinare la sorpresa del finto arrivo di Mattarella allo stadio di San Siro su un tram guidato dall’ex campione di motociclismo Valentino Rossi.
L’inaccettabile intromissione nelle dinamiche interne della Rai non ha scandalizzato nessuna delle associazioni di categoria che, sulla carta, sono chiamate a difendere l’autonomia del lavoro giornalistico e la dignità di chi lo svolge. Non ha fiatato la nuova suffragetta dei cronisti Elly Schlein, non ha protestato Giuseppe Conte, né ha fatto un plissé Matteo Renzi. Muto pure l’ex giornalista Rai ed europarlamentare dem Sandro Ruotolo, che ha, invece, abbondantemente esternato su Petrecca.
Eppure dopo la conferenza stampa l’ad Giampaolo Rossi e altri dirigenti, da quanto ci risulta, avevano chiesto a Bulbarelli ragguagli sull’annunciata sorpresa e l’avevano commentata divertiti. Quasi immediatamente il sito di Rainews aveva dato ampio spazio alla storia di Mattarella. Due ore dopo, però, l’articolo era già stato cancellato. Che cosa era successo nel frattempo? Sembra che a Rossi sia arrivata la telefonata infastidita (è un eufemismo) del portavoce di Mattarella Giovanni Grasso e, a quel punto, l’ad avrebbe completamente cambiato atteggiamento.
Forse perché dal Quirinale avevano minacciato di annullare lo sketch che sarebbe stato girato lunedì 2 febbraio dentro a un deposito dell’Atm di Milano.
La prima parte del video, quello in cui si vede il Capo dello Stato di spalle su un tram storico, era già stata girata con una controfigura, escamotage utilizzato anche dalla Regina Elisabetta, ma per una scena in cui avrebbe dovuto lanciarsi da un elicottero con il paracadute. Mancavano le riprese più importanti, quelle in cui Mattarella sorride a due bambine, consegna loro un peluche e, infine, stringe la mano a Valentino Rossi in versione tranviere.
«È stato fatto tutto in gran segreto perché era importante che non si sapesse nulla prima della messa in onda la sera della cerimonia» ha confessato ai giornali il centauro. Peccato che già lunedì scorso, al termine dei ciak sul tram, fosse stata consegnata alle televisioni una scaletta (sebbene con obbligo di embargo) con la descrizione nei dettagli (con tanto di disegni) della scenetta. Insomma il segreto di Pulcinella. Tanto che venerdì mattina La Verità ha anticipato l’intero sketch con le immagini tratte dal copione.
Ieri Corriere della sera e Repubblica hanno intervistato a tutta pagina Valentino Rossi sulla sua esperienza con il presidente, ma entrambi i quotidiani si sono ben guardati dal citare l’incidente della doppia telefonata del Quirinale che ha portato al passo indietro di Bulbarelli.
Secondo le nostre fonti, tra i più «agitati», dopo le dichiarazioni del vicedirettore in conferenza stampa, si sarebbe dimostrato Danilo Di Tommaso, vice capo missione per la delegazione italiana ai Giochi. Potente e abilissimo capo della Comunicazione e del Cerimoniale del Coni, per qualcuno, nel 2019, da esperto tessitore di rapporti qual è, sarebbe stato capace di calamitare i voti necessari a ottenere l’organizzazione delle Olimpiadi 2026. Nominato Cavaliere di Gran Croce al Quirinale nel giugno del 2022 («su proposta della Presidenza del Consiglio dei ministri», all’epoca di Mario Draghi), ha un’antica consuetudine con i più stretti collaboratori del presidente: con il portavoce Grasso (autore delle telefonate incriminate) e con gli uffici che pianificano gli spostamenti di Mattarella quando hanno a che fare con lo sport.
La notte tra venerdì e sabato Di Tommaso (pressato dal Colle?) avrebbe telefonato a Bulbarelli usando un tono concitato: «Ora salta tutto».
Poche ore prima, Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano-Cortina (il comitato organizzatore dei Giochi) era intervenuto con durezza: «Le dichiarazioni sensazionalistiche rilasciate dal giornalista Rai Auro Bulbarelli in merito alla partecipazione del Presidente della Repubblica alla cerimonia inaugurale dei Giochi olimpici di Milano Cortina 2026 sono destituite di ogni fondamento […]. Qualsiasi considerazione, con paragoni di cerimonie avvenute del passato, è frutto di fantasia».
Perché Malagò ha dovuto mentire così spudoratamente? È stato lui a ricevere la telefonata diretta al Comitato olimpico ammessa dal Quirinale? Ieri su questo punto l’ex presidente del Coni non ci ha risposto. Dalla Fondazione hanno solo ammesso che l’intervento è stato deciso dal comitato organizzatore per «tutelare la cerimonia».
Il sindacato dell’Usigrai, dopo avere diramato un primo durissimo comunicato contro Petrecca (già sfiduciato tre volte dalle sue redazioni), sabato sera, ha finalmente dedicato un pensiero a Bulbarelli: «L’Usigrai difende l’impegno e il lavoro di colleghe e colleghi della Rai che con professionalità stanno rendendo possibile il racconto di un evento sportivo di portata mondiale come le Olimpiadi e anche la dignità di chi, dopo le polemiche seguite alla conferenza stampa di presentazione, ha fatto un passo di lato rinunciando alla telecronaca».
Ma anche questa nota (un po’ come quando Fonzie, in Happy days, doveva dire «ho sbagliato») non riesce a chiamare in causa il Quirinale.
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