Vitalizi from La Verità
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2026-04-29
La Meloni scagiona Nordio: «Grazia chiesta al Quirinale. Le indagini le fa la Procura»
Il premier difende il ministro: «Escludo lasci». I magistrati di Milano cambiano linea e coinvolgono l’Interpol per i documenti dall’Uruguay. L’ex FI: mai indagata all’estero.
Se sul tavolo dell’affaire Minetti si intende mettere le dimissioni del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, la risposta è chiara e arriva direttamente dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: «A oggi escludo l’ipotesi di dimissioni», ha detto ai giornalisti, «il ministero non ha strumenti per fare indagini».
Perché è «ovvio che il ministero difficilmente potesse sapere qualcosa che non sapeva la Procura generale, competente più di chiunque altro per verificare che ci siano tutte le condizioni». Più cauta sul presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Non è il mio ruolo dire che cosa il presidente della Repubblica debba fare rispetto alla concessione di una grazia, che è stata chiesta alla presidenza della Repubblica».
Intanto sul caso Minetti adesso indaga anche l’Interpol. «Di concerto con il procuratore generale siamo già attivati per le verifiche, dalle forze nostre di polizia a quelle dell’Interpol, con massima urgenza». Lo ha detto il sostituto procuratore della Corte d’Appello di Milano, Gaetano Brusa. «Andremo avanti finché non troviamo tutti gli elementi, positivi o negativi. Ripeteremo accertamenti anche in Italia sull’autenticità di documenti sanitari e altro. Tutte le circostanze sono oggetto di accertamento: dalle modalità di adozione all’estero alla morte del legale della madre biologica del bimbo. Se incontreremo ostacoli faremo un passo successivo per una rogatoria». Nicole Minetti, ex igienista dentale ed ex consigliere di Regione Lombardia, era stata condannata in via definitiva a 3 anni e 11 mesi per induzione alla prostituzione e peculato nei processi Ruby bis e Rimborsopoli. Il Quirinale, dopo averle concesso la grazia, a seguito di un articolo del Fatto quotidiano, è intervenuto inviando una lettera al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, per chiedere ulteriori verifiche sulle modalità di adozione del figlio di Minetti. Il ministero ha avviato le procedure di verifica e mentre si attende un nuovo parere sulla vicenda la Procura di Milano si è attivata a livello internazionale. «Abbiamo ricevuto dal ministero un’autorizzazione ampia a svolgere tutti gli accertamenti a 360 gradi», ha continuato Brusa, che, riguardo al precedente mandato del ministero della Giustizia per le verifiche, avvenute nelle scorse settimane, ha spiegato: «Il ministero, come da prassi, ci ha fornito uno specchietto con tutti gli accertamenti che vanno svolti. Questa volta abbiamo accertamenti liberi».
I magistrati vogliono avere informazioni e documenti anche dall’estero, come dall’Uruguay, «su tutte le persone» di cui si parla, anche la stessa ex igienista dentale e il compagno, Giuseppe Cipriani, oltre alla documentazione del tribunale uruguayano sulla causa per il minore. Il procuratore generale di Milano, Francesca Nanni, ha aggiunto: «Dopo le nuove verifiche siamo sempre tenuti a dare un parere e potremo evidentemente anche modificarlo e anche il ministero darà un parere e poi il presidente deciderà».
C’è da capire per quale motivo nella prima istruttoria non siano stati fatti controlli all’estero. Nanni e Brusa lo hanno spiegato così: «Abbiamo agito sulla base della delega del ministero, che è una delega classica, attivata in casi simili, né più né meno. Normalmente il ministero ci dice se ritiene gli accertamenti non completi, li ha ritenuti idonei per il proprio parere e la presidenza della Repubblica li ha ritenuti sufficienti».
E poi Nanni ha precisato: «Magari il giornalista è stato molto bravo o qualcuno non ha detto a noi ciò che doveva dire. Potremmo alla fine anche ammettere di non essere stati perspicaci, seppure diligenti, ma prima dobbiamo fare tutte le verifiche». Sulle tempistiche, il procuratore generale ha chiarito che «a mano a mano che arriveranno gli esiti degli accertamenti della nostra delega a 360 gradi, quando riterremo di aver soddisfatto le richieste istruttorie del Quirinale, manderemo il nostro parere al ministero su quei fatti indicati gravissimi», per come emergono dai media. L’Interpol nel più breve tempo acquisirà «tutte le informazioni». Un dietrofront ma nessun mea culpa, insomma. La Procura generale di Milano ha anche spiegato che, se l’istanza di grazia di Nicole Minetti si rivelasse fondata su elementi incongruenti e non veritieri, trasmetterà gli atti alla Procura per l’apertura di una indagine a suo carico. Insomma, se Minetti avesse mentito e fornito prove false, sarebbe chiamata a risponderne.
All’Interpol si chiede di accertare i fatti che riguardano il periodo in cui Minetti avrebbe soggiornato a Ibiza, negli anni in cui faceva la dj. Il sostituto procuratore Brusa, probabilmente vista anche l’attenzione mediatica, avrebbe chiesto di essere informato per qualsiasi novità anche a indagini non concluse e quindi in caso di esiti parziali degli accertamenti. «L’interesse di tutti è chiarire», commentano in Procura. Bisogna verificare se ci siano eventuali procedimenti penali in Uruguay o all’estero «su tutte le persone» e si dovranno raccogliere documenti anche dal tribunale uruguaiano.
Minetti in una nota ha chiarito: «L’intero percorso adottivo si è svolto nel pieno rispetto della legge, seguendo la procedura ordinaria, come documentalmente dimostrato. Preciso, con assoluta chiarezza, di non essere mai stata indagata né di aver mai ricevuto comunicazioni di indagini a mio carico, né in Uruguay né in Spagna».
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Gianluca Rocchi (Ansa)
Zappi, già inibito, perde il ricorso: non è più presidente Aia. L’ex designatore delle giacchette nere si avvarrà della facoltà di non rispondere. I primi testimoni descrivono un «circolino»: lavorava solo chi era dentro.
Prima ancora delle designazioni sospette, prima della sala Var di Lissone, prima degli arbitri «graditi» e di quelli «schermati», c’è il sistema della classe arbitrale italiana. Una macchina che decide chi va in campo, chi cresce, chi resta fermo, chi viene promosso e chi viene messo alla porta.
Un mondo consumato da guerre interne, denunce e Procure. E adesso anche senza una vera guida: ieri il Collegio di garanzia dello sport del Coni ha respinto il ricorso di Antonio Zappi, presidente dell’Aia già inibito per 13 mesi dalla giustizia federale per la vicenda delle pressioni su Maurizio Ciampi e Alessandro Pizzi, chiamati a farsi da parte per favorire l’ascesa di Daniele Orsato e Stefano Braschi. La condanna sportiva diventa definitiva, Zappi decade dalla presidenza e l’Aia resta sospesa: Gabriele Gravina, dimissionario in Figc, può commissariarla subito oppure lasciare la scelta al nuovo presidente federale (che sarà eletto il 22 giugno).
È dentro questo vuoto di potere che il tema dei soldi diventa ancora più pesante. Perché la classe arbitrale italiana è sorretta da un paradosso: ogni anno decine di milioni di euro pubblici e federali finiscono sugli arbitri. Soldi che passano anche da Sport e Salute, quindi risorse dello Stato. In altre parole: soldi nostri, dei cittadini. Eppure, molti fischietti restano senza una vera contrattualistica, senza tutele piene, appesi a designazioni, gettoni, rimborsi e graduatorie. Più vieni mandato in campo, più incassi. Meno vieni designato, più sparisci dal circuito.
E allora il potere tecnico diventa anche potere economico. Dentro questa terra di mezzo - un’Aia senza presidente, in crisi di fondi e credibilità - che esplode l’inchiesta della Procura di Milano su Gianluca Rocchi.
A Milano il fascicolo nasce il 7 gennaio 2024, con la denuncia-querela dell’avvocato Michele Croce dopo Inter-Verona, per la mancata review sulla gomitata di Alessandro Bastoni. La posizione di Rocchi sarebbe stata iscritta solo a fine 2024 e, dopo 12 mesi, la Procura avrebbe chiesto la proroga, quindi nel maggio del 2025 si sarebbe aggiunto anche l’esposto dell’ex assistente arbitrale Domenico Rocca: il fascicolo potrebbe quindi avviarsi alla chiusura tra fine maggio e inizio estate. Ma pesa anche un altro elemento: il pm Maurizio Ascione ha fatto domanda per la Procura europea e, se il passaggio si concretizzasse, l’indagine potrebbe cambiare mano.
In ogni caso Rocchi non si presenterà all’interrogatorio di domani: il suo avvocato Antonio D’Avirro ha annunciato la facoltà di non rispondere, spiegando che «andare sarebbe un suicidio» senza conoscere meglio il fascicolo. Andrea Gervasoni, invece, dovrebbe rispondere al pm, ma D’Avirro ha spiegato alla Verità che nemmeno dopo il suo interrogatorio si saprà molto di più. Il nodo resta l’incontro del 2 aprile 2025 a San Siro: chi, insieme a Rocchi, avrebbe partecipato al presunto accordo sulle designazioni «gradite» all’Inter?
La Procura lavora sull’ipotesi Andrea Colombo per Bologna-Inter e su Daniele Doveri «schermato» in Inter-Milan di Coppa Italia per tenerlo lontano dagli snodi finali della stagione. Gli altri soggetti sarebbero del mondo arbitrale, ma i nomi restano il buco nero dell’inchiesta. Anche se in Procura sostengono di averli già individuati.
Dalle carte, dagli esposti di Rocca e Pasquale De Meo, dalle testimonianze e dalle parole di ex arbitri come Eugenio Abbattista e Daniele Minelli, emerge l’impressione di un «circolino» di preferiti attorno a Rocchi: arbitri e varisti più ascoltati, tutelati e spendibili. Chi era dentro lavorava, cresceva e incassava; chi restava fuori perdeva designazioni, gettoni e futuro. Un arbitro anonimo lo sintetizza così al nostro giornale: «Si parla di contratti, ma il termine è impreciso. Non è mai stato un vero contratto regolare». Senza tutele piene, chi decide se designarti decide anche quanto guadagni.
Ed è qui che i soldi entrano nell’inchiesta. L’Aia non è solo un’associazione in crisi tecnica: è una macchina finanziata con risorse enormi. In un documento Figc sulla destinazione delle risorse Sport e Salute per il 2023, visionato dalla Verità, il contributo ordinario assegnato alla Federcalcio è pari a 36,2 milioni di euro. Nello stesso allegato, però, la voce «Ufficiali di gara» vale da sola 34,4 milioni, quasi l’intero contributo pubblico ordinario. A questi si aggiungono 4,8 milioni per Formazione, Ricerca e Documentazione, destinati prevalentemente al comparto arbitrale. Nella tabella finale, la colonna Aia + Cr-Aa arriva a circa 44,86 milioni su 66,77 milioni di costi istituzionali rendicontati.
Formalmente il meccanismo può reggere: Sport e Salute finanzia la Figc, non direttamente l’Aia, e gli arbitri rientrano nella gestione dei campionati. Politicamente, però, il dato è esplosivo. Fondi pubblici che, nella missione rivendicata anche dal ministro Andrea Abodi, dovrebbero sostenere sport di base, giovani, inclusione, territori e impianti, finiscono in larga parte nel cuore di un sistema oggi attraversato da inchieste, esposti, designazioni opache e conti fuori controllo. Dopo la condanna definitiva di Zappi, il commissariamento dell’Aia sembra ormai inevitabile. Giuseppe Chinè, procuratore federale della Figc, ha indagato sulle pressioni interne e sulle nomine, mentre la Federazione ha aperto l’audit sui conti dopo il budget da oltre 53 milioni del 2025 quasi bruciato, i raduni cancellati e la formazione bloccata. Ora Abodi potrebbe chiedere conto dell’uso di quei fondi: se emergessero, rendicontazioni non coerenti o gravi inadempimenti, il tema del recupero delle somme diventerebbe inevitabile.
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JD Vance e Pete Hegseth (Ansa)
Il vicepresidente, insoddisfatto del capo del Pentagono, avrebbe inoltre snobbato un piano degli 007 israeliani per usare i curdi contro Teheran. Trump attacca Merz: «Per la Germania è giusto che l’Iran abbia l’atomica».
La guerra in Iran continua a creare tensioni nell’amministrazione Trump. Secondo The Atlantic, JD Vance avrebbe sottoposto al presidente americano dei dubbi sui briefing del Pentagono relativi all’andamento del conflitto. Il numero due della Casa Bianca avrebbe inoltre espresso preoccupazioni sullo stato degli arsenali missilistici statunitensi. Se confermata, questa notizia certificherebbe una crescente fibrillazione tra il vicepresidente e Pete Hegseth.
D’altronde, che tra i due non scorra buon sangue, non è una novità. Il capo del Pentagono è notoriamente in rotta di collisione con il segretario all’Esercito, Dan Driscoll, che è un ferreo alleato dello stesso Vance. Hegseth teme da mesi che Driscoll possa prima o poi sostituirlo alla guida del dipartimento della Difesa. Il segretario all’Esercito, dal canto suo, si è esplicitamente rammaricato, durante una recente audizione alla Camera, del fatto che Hegseth avesse silurato il capo di Stato maggiore degli Stati Uniti, Randy George. A questo si aggiunga anche che, come rivelato l’altro ieri da The Hill, un numero crescente di senatori repubblicani auspicherebbe un cambio di leadership ai vertici del Pentagono: una situazione, questa, che sta rendendo la poltrona di Hegseth sempre più traballante.
Ma non è tutto. Secondo la testata israeliana Yedioth Ahronoth, Vance si sarebbe anche opposto al piano, proposto dal Mossad, di utilizzare i curdi in un’operazione volta ad abbattere il regime iraniano. La rivelazione non stupisce più di tanto: il vicepresidente è infatti storicamente una delle figure più fredde verso Benjamin Netanyahu in seno all’attuale amministrazione statunitense. Non è inoltre un mistero che Vance fosse particolarmente scettico verso un’azione bellica su larga scala contro la Repubblica islamica. Ed è probabilmente anche per questo che il presidente americano lo ha significativamente coinvolto nel processo diplomatico volto a cercare di porre fine al conflitto iraniano. La Casa Bianca punta infatti sia a evitare il pantano sia ad abbassare celermente il costo dell’energia. Il presidente americano continua a trovarsi in difficoltà nei sondaggi. E l’alto prezzo della benzina, negli Stati Uniti, rischia di creare rilevanti problemi al Partito repubblicano, in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.
E veniamo quindi ai tentativi di risoluzione della crisi in corso. Secondo il Wall Street Journal, Trump non sarebbe soddisfatto della nuova proposta di pace iraniana. Una proposta, sulla cui base le discussioni sul nucleare dovrebbero avvenire soltanto dopo lo scioglimento di due nodi: la riapertura di Hormuz e la revoca del blocco americano ai porti della Repubblica islamica. Al contrario, il presidente americano vuole che il dossier atomico sia affrontato sin da subito. Una posizione, questa, che, ieri, Marco Rubio è sembrato riecheggiare. «Non ho alcun dubbio che, se questo regime clericale radicale rimarrà al potere in Iran, a un certo punto deciderà di dotarsi di un’arma nucleare. Questo problema fondamentale deve ancora essere affrontato. Rimane il punto cruciale della questione», ha affermato il segretario di Stato americano. In tal senso, davanti allo scetticismo di Washington, gli iraniani, secondo la Cnn, potrebbero presto consegnare ai mediatori pakistani una proposta di pace «rivista».
Ieri, sul social Truth, Trump ha attaccato la Germania proprio sulla questione del nucleare iraniano: «Il Cancelliere tedesco, Friedrich Merz, pensa che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare. Non sa di cosa parla! Se l’Iran avesse un’arma nucleare, il mondo intero sarebbe in ostaggio. Sto facendo qualcosa con l’Iran, proprio ora, che altre nazioni, o presidenti, avrebbero dovuto fare molto tempo fa. Non c’è da stupirsi che la Germania stia andando così male, sia economicamente che in altri ambiti!», ha attaccato il tycoon.
D’altronde, anche il regime khomeinista ha i suoi problemi. Secondo Bloomberg News, a causa dello sbarramento navale statunitense, Teheran starebbe affrontando crescenti difficoltà nell’immagazzinamento del proprio greggio: una situazione che potrebbe creare rilevanti danni al settore petrolifero iraniano. Inoltre, stando a Iran International, il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale della Repubblica islamica temerebbe nuove proteste contro il regime a causa della dura situazione economica che Teheran si sta trovando ad affrontare. Infine, l’Iran ha vietato l’esportazione di acciaio, dopo che i suoi impianti produttivi sono stati duramente danneggiati dai bombardamenti. Dal canto suo, Trump ha affermato ieri su Truth di essere stato informato dal governo iraniano che la Repubblica islamica sarebbe «in uno stato di collasso». «Vogliono che “apriamo lo Stretto di Hormuz” il prima possibile, mentre cercano di risolvere la loro situazione di leadership (cosa che credo riusciranno a fare!)», ha aggiunto. Come che sia, l’altro ieri una nave cisterna carica di gas naturale liquefatto ha attraversato lo Stretto: si è trattato della prima imbarcazione di questo tipo a transitare in loco dal 28 febbraio.
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Il nuovo testo pubblicato dalla Santa Sede riafferma un approccio «integrale»: la cura dell’ambiente abbraccia in primis la vita umana, dal concepimento alla morte naturale.
La cura dell’ambiente collegata alla famiglia fondata sul matrimonio e alla difesa della vita. È uno sguardo controcorrente, quello delle 79 pagine de L’ecologia integrale nella vita della famiglia, il nuovo documento pubblicato ieri dal dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale e dal dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e, appunto, pensato per educare alla cura del Creato.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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