True
2018-09-03
È meglio se lo chiamate sciampo (e per sceglierlo usate la testa)
Lo usiamo ogni volta che ci laviamo i capelli, se la soffice e bianca schiuma che produce ci cade dal capo negli occhi ce li fa bruciare un poco e si chiama shampoo (ma esiste anche il lemma italiano, l'adattamento sciampo, che useremo perché abbiamo più simpatia per i nazionalisti che per i globalisti). Lo sciampo è un fluido detergente specifico per capelli e cuoio capelluto, composto da più elementi: tensioattivi che nettano, viscosizzanti perché sia cremoso al tatto regalando un'esperienza sensoriale piacevole al fruitore, agenti di regolazione del ph, profumi ed eventuali altri ingredienti a scopo «curativo», da oli nutrienti a sostanze idratanti fino a vari altri funzionali, anche di origine vegetale, dalle più disparate azioni estetiche e medicali. Si potrebbe pensare che basti un detergente schiumoso qualunque per lavare i capelli, ma non è così: cuoio capelluto e capelli possiedono un ph leggermente acido, tra 4 e 5,5. Di conseguenza, occorre rispettarlo. La scala del ph va da 0 a 14: fino a 6,9 siamo in ambiente acido, a 7 il ph è neutro, da 7,1 in su ci troviamo in ambiente basico (anche detto alcalino). Mantenere acido il ph di cuoio capelluto e capelli è importantissimo: il ph della pelle protegge il sottobosco della nostra capigliatura dalla formazione di funghi e batteri, lo stesso obiettivo ha la produzione di sebo, e per questo motivo uno squilibrio del ph o una pulizia troppo aggressiva non solo non sono consigliabili, ma possono essere alla base di precise problematiche, come cute e capelli troppo grassi (appena togliamo il sebo le ghiandole sebacee ricominciano a produrne) e la forfora.
Quando la forfora non è di tipo patologico, cioè dipendente da cause interne, allora dipende da trattamenti errati che alterano il ph e quella micro quota di sebo necessaria a mantenere il giusto equilibrio. Si tratta di errori, spesso compiuti inconsapevolmente, che possono essere innanzitutto di tipo meccanico: sfregare il cuoio capelluto durante il lavaggio con le unghie invece che coi polpastrelli e spazzolare o pettinare con esagerato vigore o con pettini e spazzole troppo duri può abradere, escoriare e infiammare la cute; l'uso del phon (o del casco) troppo caldo e ravvicinato può seccare oltremodo il cuoio capelluto e farlo desquamare (l'ideale è usare la temperatura più bassa possibile e tenere l'asciugacapelli ad almeno 20 centimetri dal capo e, se si deve usare il getto caldissimo per lo styling, terminare col colpo d'aria fredda che riabbassa la temperatura di capelli e cuoio capelluto).
Tornando alla forfora, essa consiste - appunto - in una desquamazione dello strato corneo della pelle del cranio. In condizioni di perfetto ph, la pelle si desquama minimamente di suo: è così che lascia andare le cellule morte, in una «caduta» pressoché invisibile. Nel caso di forfora evidente, siamo di fronte ad un problema e la causa può risiedere, oltre che nei trattamenti meccanici errati, nei trattamenti igienici sbagliati che vanno a modificare un ph sano. Uno sciampo troppo alcalino, infatti, cioè non acido come dovrebbe essere, condiziona in negativo il ph del cuoio capelluto, che - al solito - si secca e si sovradesquama.
Anche lozioni alcoliche (le tipiche fialette rinforzanti) o i profumi per capelli o addirittura gli stessi sciampo che contengono molto alcol o che sono troppo aggressivi possono scaturire lo stesso effetto. Rimosso in eccesso il sebo e sballato il ph, il cuoio capelluto non ha più la sua protezione e, oltre alla forfora, vi possono attecchire microganismi micotici per i quali le squame di forfora sono il nutrimento perfetto. Riassumendo, la prima cosa che dovremmo guardare dello sciampo è il ph (se non è indicato si può rilevare da sé con una cartina tornasole imbibita nello sciampo per 30 secondi). Anche i capelli, come il cuoio capelluto, sono ricoperti dallo strato chiamato proprio manto acido che, sui capelli, ha la precisa funzione di tenere chiuse le cuticole, sigillare la corteccia e mantenere l'idratazione nel fusto. Quindi, anche i capelli secchi possono essere un problema di ph non rispettato. Le tinture coloranti per capelli, per esempio, hanno generalmente un ph alcalino da 10 a 13. Esse agiscono alzando il ph dei capelli, allo scopo di sollevarne le cuticole e permettere al colore di penetrare nel fusto. Perciò dopo la tintura si deve usare un'emulsione nutriente: oltre a nutrire, serve a rimodulare il ph. Solitamente lo sciampo ha un ph lievemente acido, al massimo neutro, e il balsamo ne ha uno più basso: essendo il trattamento finale sui capelli, deve chiudere le cuticole al meglio che può.
Un altro elemento importante per selezionare il tipo di sciampo più adatto alla nostra criniera è che svolga le funzioni di cui abbiamo bisogno ed è importante osservare come reagisce la nostra testa. Ne esistono di ogni tipo: per capelli secchi, per capelli grassi, per cute grassa e capelli secchi, per capelli tinti, lisci, ricci, sottili, bianchi. Ce ne sono di supercremosi e di iperschiumosi, ci sono quelli oleosi e ci sono quelli solidi (una sorta di saponetta di sciampo).
Non si può definire a priori quale sia il miglior sciampo: si deve pensare al miglior sciampo per sé e ricordare che le proprie caratteristiche possono anche cambiare nel tempo. È però possibile affermare una regola generale: il lavaggio deve ripulire alla perfezione, naturalmente, ma pelle e capelli devono rimanere nutriti, non secchi come se ci fossimo fatti lo scalpo e lo avessimo passato in forno, onde evitare i danni esaminati in precedenza. Se il vostro sciampo è aggressivo e vi lascia la pelle troppo secca, integrate col balsamo.
Un dibattito contemporaneo molto partecipato riguarda proprio l'aggressività di alcuni tensioattivi. I componenti sul banco degli imputati sono solfati e parabeni. Solfati sono il Sodium lauryl sulfate (Sls), tacciato anche di cancerogenità, e il Sodium Laureth Sulfate (Sles). Il primo è uno dei tensioattivi chimici più utilizzati nell'industria della detersione, grazie al suo altissimo potere schiumogeno e al suo basso costo. Il secondo è più costoso e più delicato e si usa spesso in aggiunta al primo. È stata l'America a sollevare per prima dubbi sulla potenziale cancerogenicità del primo, per poi rassicurare, tramite l'American cancer society, che non sia cancerogeno, ma solo irritante: l'Acs ha specificato che, essendo un detergente estremamente efficace, può sciupare la barriera cutanea, ma il suo potere irritante si manifesta ad alte concentrazioni che non sono quelle utilizzate in cosmesi. La nostra opinione è che se non si vuole ricorrere agli sciampo senza solfati, i cui detergenti sono a volte troppo delicati (non puliscono come i primi), basta usare in maniera più accorta quelli contenenti solfati. Regola numero uno, diluirli prima di schiumare. Lo sciampo va sempre diluito con l'acqua. Esattamente come quando laviamo i piatti.
Se non si vuol usare un dosatore per allungare lo sciampo con l'acqua e poi distribuirlo sulla cute, basta metterlo nel palmo della mano e farci cadere un po' d'acqua, emulsionando il tutto prima di lavarci i capelli. Oppure metterlo sui capelli e poi passare un veloce getto di acqua col doccino. Ricordiamoci poi che lo sciampo che contiene solo Sls sarà più aggressivo di quello che contiene Sls «tagliato» con Sles e non dimentichiamoci del nutrimento del balsamo: passarne un pochino anche sul cuoio capelluto rappresenta un modo di nutrire anch'esso dopo lo sgrassamento.
«Ce ne sono solo tre tipi. Tutto il resto è marketing»
Beatrice Mautino, laureata in Biotecnologie industriali, è ricercatrice in neuroscienze all'Università di Torino ed è una delle più note divulgatrici scientifiche italiane. Per l'editore Chiarelettere ha pubblicato un libro molto interessante intitolato Il trucco c'è e si vede. Inganni e bugie sui cosmetici. E i consigli per difendersi.
Nel suo libro parla anche di sciampo, spiegando che sostanzialmente ne esistono solo due categorie.
«Sì, sostanzialmente ne esistono due tipi, tre se consideriamo anche quelli per bambini, ovvero quelli dolci o delicati. Il fatto è che uno sciampo è composto da alcuni elementi che sono comuni a tutti i prodotti e spesso le caratteristiche presentate sulle confezioni non hanno alcun effetto reale sul capello».
Quali sono questi tre tipi di sciampo?
«I primi sono i “duri e puri" che si limitano a lavare i capelli, togliendo il grasso e il sebo prodotto dalle ghiandole all'interno del bulbo pilifero. Il sebo ha una funzione protettiva, ma ha la controindicazione di ungere. Questi sciampi contengono detergenti che rendono i capelli puliti».
Passiamo alla seconda categoria.
«Sono gli sciampi che, dico io, scendono a compromessi. Oltre a lavare i capelli, hanno anche ingredienti tipici dei balsami. Questi ultimi vanno a rivestire il capello con una pellicolina che lo protegge. Fanno un po' quello che fa il sebo, ma senza ungere il capello. E gli permettono di resistere meglio ai danni meccanici (ad esempio le spazzolate) o ai danni chimici (tinte eccetera)».
Infine la terza categoria.
«Comprende, come dicevo, gli sciampi più dolci. Sono come quelli della prima categoria, ma contengono detergenti meno aggressivi. Quindi, nei fatti, lavano meno».
In sostanza tutti gli sciampi in commercio si posizionano in queste tre categorie da lei individuate.
«Sì. Nella prima categoria troviamo quelli per capelli grassi o quelli volumizzanti. Rimuovendo il sebo, separano le fibre e donano volume ai capelli. Nella seconda categoria ci sono invece i prodotti per capelli lisci, colorati, trattati, quelli anti crespo...».
Sugli scaffali si trovano però anche tanti prodotti presentati come «nutritivi»...
«Certo, ora si mettono nello sciampo proteine della seda, olio di avocado... Sono cose che vengono aggiunte per far sembrare diversi i prodotti. Il grosso di questi ingredienti, in realtà, finisce nello scarico. Non si può nutrire il capello, al massimo lo si può proteggere con ingredienti come i siliconi i sali quaternari d'ammonio che sono tipici dei balsami. Tutto il resto - le varie proteine, il germe di grano, le vitamine - non hanno una funzione reale nei confronti dei capelli. Sono ingredienti in genere superflui. Servono a differenziare il prodotto a livello di profumo, consistenza, aspetto…».
Nel suo libro lei parla anche dei famigerati parabeni. Spesso leggiamo sulle confezioni che gli sciampo sono appunto «senza parabeni»...
«I parabeni, di fatto, sono conservanti. Sono stati usati per oltre 70 anni, fino a quando non è uscito un articolo scientifico di un gruppo di ricerca inglese, in cui si suggeriva che potessero essere collegati allo sviluppo del tumore al seno. In quell'articolo si parlava in particolare dei parabeni nei deodoranti. In seguito, però, si è capito che l'accusa era infondata e gli organismi regolatori di Usa e Ue hanno dichiarato i parabeni sicuri. Per essere corretti, non bisognerebbe nemmeno scrivere “senza parabeni" sulle confezioni, perché la Commissione Ue consiglia in un documento di non usare la parola “senza" di fronte a ingredienti che sono autorizzati. In realtà, però, lo fanno tutti. In ogni caso, negli sciampi senza parabeni ci sono altri conservanti».
Tartufo bianco, caviale, champagne per lavate di capo da oltre 160 euro
La versione luxury delle cose esiste ormai di tutto e dunque non poteva mancare all'appello il luxury sciampo, da una parte utile a dichiararsi vip anche quando si rimuove lo sporco - non proprio nobile - dai capelli, dall'altra giustificata dal fatto che sovente si tratta di sciampo che utilizzano ingredienti introvabili nel normale prodotto da supermercato. Truffle Shampoo di Fluente costa 145 sterline a flacone e contiene polvere di meteorite, polvere di diamanti e olio di tartufo bianco russo. Sembra che sia molto apprezzato da Kate Middleton. Il Russian Amber Imperial Shampoo è talmente lussuoso che nemmeno è in flacone, ma in barattolo: quello da 355 ml costa 156 dollari e sostiene di trasformare tutti i tipi di capelli, un po' come se fosse una bacchetta magica. 10 Ten di Alterna costa 60 dollari a flacone e contiene tartufo bianco, caviale, cacao africano, incenso arabo e oli come quello di enotera e quello di vinaccioli di champagne. Senza fosfati, giura di rinnovare e ristrutturare profondamente i capelli e sembra essere amato da molti vip. Alterna è un marchio che possiede più linee di sciampo di lusso, dai prezzi via via più accessibili, ma sempre con ingredienti «anomali» rispetto a quelli ai quali siamo abituati: accanto alla Ten, ci sono la linea Caviar e la linea Bamboo. Lo U Luxury Shampoo di Unite costa 45 dollari a flacone e contiene anche perle polverizzate. Bulgari propone anche un luxury shampoo «di genere». La linea Man, infatti, ha vari Shampoo and shower gel dedicati, detergenti doccia e capelli dalla consistenza del gel e dai ricercati profumi per l'uomo «esigente e raffinato» dalla «virilità ed eleganza naturali».
Con l’acqua di cottura del riso o con cenere bollita
La cura estetico-igienica fa parte della storia dell'uomo, naturalmente, ma nel passato farsi uno sciampo era un'operazione decisamente meno veloce e meno frequente di oggi. Anche perché l'asciugatura avveniva all'aria, al massimo vicino a un fuoco acceso.
Le donne cinesi e giapponesi utilizzavano l'acqua di cottura del riso fermentata. In Occidente, fin dai tempi dell'antico Egitto si conoscevano le proprietà detergenti di una sorta di sapone di liscivia, che si poteva ottenere mescolando ceneri bollite con grassi e che veniva usato sia per il corpo, sia per i capelli. Il sapone solido è, in sostanza, lo sciampo prima dello sciampo fino al XVIII secolo: lo si scioglieva e bolliva, tagliato a pezzetti, in un'acqua nella quale si aggiungevano erbe per profumare. Fu Kasey Hebert a produrre il primo vero e proprio sciampo liquido, il cui nome era Shaempoo, e a venderlo per le strade di Londra. La parola «shampoo» è un adattamento inglese dell'indiano «champo», a sua volta derivato dal verbo hindi «champna», che vuol dire massaggiare. Effettivamente, lo sciampo è un massaggio saponato dei capelli. Fu però Sake Dean Mahomed che introdusse lo «champo» (e la parola con cui comunemente è denominato), sempre in Gran Bretagna, per la precisione a Brighton. Il servizio di massaggio detergente dei capelli era una delle attività svolte nei suoi Bagni dei vapori indiani, che aveva aperto sul lungomare della cittadina inglese nel 1759. Il prodotto come lo conosciamo oggi, tuttavia, fu realizzato e commercializzato solo nel 1930.
Continua a leggereRiduci
Supercremoso, oleoso o solido? Bisogna trovare quello giusto per i propri capelli. Ecco i nostri consigli. Come mantenere in equilibrio il ph e evitare la forfora. Attenti ai fosfati: possono essere irritanti. «Ce ne sono solo tre tipi. Tutto il resto è marketing». L'esperta Beatrice Mautino: «L'aggiunta di olio di avocado o proteine della seta? Serve all'etichetta. Quelle sostanze finiscono nello scarico». Tartufo bianco, caviale, champagne per lavate di capo da oltre 160 euro. Con l'acqua di cottura del riso o con cenere bollita. Lo speciale contiene quattro articoli. Lo usiamo ogni volta che ci laviamo i capelli, se la soffice e bianca schiuma che produce ci cade dal capo negli occhi ce li fa bruciare un poco e si chiama shampoo (ma esiste anche il lemma italiano, l'adattamento sciampo, che useremo perché abbiamo più simpatia per i nazionalisti che per i globalisti). Lo sciampo è un fluido detergente specifico per capelli e cuoio capelluto, composto da più elementi: tensioattivi che nettano, viscosizzanti perché sia cremoso al tatto regalando un'esperienza sensoriale piacevole al fruitore, agenti di regolazione del ph, profumi ed eventuali altri ingredienti a scopo «curativo», da oli nutrienti a sostanze idratanti fino a vari altri funzionali, anche di origine vegetale, dalle più disparate azioni estetiche e medicali. Si potrebbe pensare che basti un detergente schiumoso qualunque per lavare i capelli, ma non è così: cuoio capelluto e capelli possiedono un ph leggermente acido, tra 4 e 5,5. Di conseguenza, occorre rispettarlo. La scala del ph va da 0 a 14: fino a 6,9 siamo in ambiente acido, a 7 il ph è neutro, da 7,1 in su ci troviamo in ambiente basico (anche detto alcalino). Mantenere acido il ph di cuoio capelluto e capelli è importantissimo: il ph della pelle protegge il sottobosco della nostra capigliatura dalla formazione di funghi e batteri, lo stesso obiettivo ha la produzione di sebo, e per questo motivo uno squilibrio del ph o una pulizia troppo aggressiva non solo non sono consigliabili, ma possono essere alla base di precise problematiche, come cute e capelli troppo grassi (appena togliamo il sebo le ghiandole sebacee ricominciano a produrne) e la forfora. Quando la forfora non è di tipo patologico, cioè dipendente da cause interne, allora dipende da trattamenti errati che alterano il ph e quella micro quota di sebo necessaria a mantenere il giusto equilibrio. Si tratta di errori, spesso compiuti inconsapevolmente, che possono essere innanzitutto di tipo meccanico: sfregare il cuoio capelluto durante il lavaggio con le unghie invece che coi polpastrelli e spazzolare o pettinare con esagerato vigore o con pettini e spazzole troppo duri può abradere, escoriare e infiammare la cute; l'uso del phon (o del casco) troppo caldo e ravvicinato può seccare oltremodo il cuoio capelluto e farlo desquamare (l'ideale è usare la temperatura più bassa possibile e tenere l'asciugacapelli ad almeno 20 centimetri dal capo e, se si deve usare il getto caldissimo per lo styling, terminare col colpo d'aria fredda che riabbassa la temperatura di capelli e cuoio capelluto). Tornando alla forfora, essa consiste - appunto - in una desquamazione dello strato corneo della pelle del cranio. In condizioni di perfetto ph, la pelle si desquama minimamente di suo: è così che lascia andare le cellule morte, in una «caduta» pressoché invisibile. Nel caso di forfora evidente, siamo di fronte ad un problema e la causa può risiedere, oltre che nei trattamenti meccanici errati, nei trattamenti igienici sbagliati che vanno a modificare un ph sano. Uno sciampo troppo alcalino, infatti, cioè non acido come dovrebbe essere, condiziona in negativo il ph del cuoio capelluto, che - al solito - si secca e si sovradesquama. Anche lozioni alcoliche (le tipiche fialette rinforzanti) o i profumi per capelli o addirittura gli stessi sciampo che contengono molto alcol o che sono troppo aggressivi possono scaturire lo stesso effetto. Rimosso in eccesso il sebo e sballato il ph, il cuoio capelluto non ha più la sua protezione e, oltre alla forfora, vi possono attecchire microganismi micotici per i quali le squame di forfora sono il nutrimento perfetto. Riassumendo, la prima cosa che dovremmo guardare dello sciampo è il ph (se non è indicato si può rilevare da sé con una cartina tornasole imbibita nello sciampo per 30 secondi). Anche i capelli, come il cuoio capelluto, sono ricoperti dallo strato chiamato proprio manto acido che, sui capelli, ha la precisa funzione di tenere chiuse le cuticole, sigillare la corteccia e mantenere l'idratazione nel fusto. Quindi, anche i capelli secchi possono essere un problema di ph non rispettato. Le tinture coloranti per capelli, per esempio, hanno generalmente un ph alcalino da 10 a 13. Esse agiscono alzando il ph dei capelli, allo scopo di sollevarne le cuticole e permettere al colore di penetrare nel fusto. Perciò dopo la tintura si deve usare un'emulsione nutriente: oltre a nutrire, serve a rimodulare il ph. Solitamente lo sciampo ha un ph lievemente acido, al massimo neutro, e il balsamo ne ha uno più basso: essendo il trattamento finale sui capelli, deve chiudere le cuticole al meglio che può. Un altro elemento importante per selezionare il tipo di sciampo più adatto alla nostra criniera è che svolga le funzioni di cui abbiamo bisogno ed è importante osservare come reagisce la nostra testa. Ne esistono di ogni tipo: per capelli secchi, per capelli grassi, per cute grassa e capelli secchi, per capelli tinti, lisci, ricci, sottili, bianchi. Ce ne sono di supercremosi e di iperschiumosi, ci sono quelli oleosi e ci sono quelli solidi (una sorta di saponetta di sciampo). Non si può definire a priori quale sia il miglior sciampo: si deve pensare al miglior sciampo per sé e ricordare che le proprie caratteristiche possono anche cambiare nel tempo. È però possibile affermare una regola generale: il lavaggio deve ripulire alla perfezione, naturalmente, ma pelle e capelli devono rimanere nutriti, non secchi come se ci fossimo fatti lo scalpo e lo avessimo passato in forno, onde evitare i danni esaminati in precedenza. Se il vostro sciampo è aggressivo e vi lascia la pelle troppo secca, integrate col balsamo. Un dibattito contemporaneo molto partecipato riguarda proprio l'aggressività di alcuni tensioattivi. I componenti sul banco degli imputati sono solfati e parabeni. Solfati sono il Sodium lauryl sulfate (Sls), tacciato anche di cancerogenità, e il Sodium Laureth Sulfate (Sles). Il primo è uno dei tensioattivi chimici più utilizzati nell'industria della detersione, grazie al suo altissimo potere schiumogeno e al suo basso costo. Il secondo è più costoso e più delicato e si usa spesso in aggiunta al primo. È stata l'America a sollevare per prima dubbi sulla potenziale cancerogenicità del primo, per poi rassicurare, tramite l'American cancer society, che non sia cancerogeno, ma solo irritante: l'Acs ha specificato che, essendo un detergente estremamente efficace, può sciupare la barriera cutanea, ma il suo potere irritante si manifesta ad alte concentrazioni che non sono quelle utilizzate in cosmesi. La nostra opinione è che se non si vuole ricorrere agli sciampo senza solfati, i cui detergenti sono a volte troppo delicati (non puliscono come i primi), basta usare in maniera più accorta quelli contenenti solfati. Regola numero uno, diluirli prima di schiumare. Lo sciampo va sempre diluito con l'acqua. Esattamente come quando laviamo i piatti. Se non si vuol usare un dosatore per allungare lo sciampo con l'acqua e poi distribuirlo sulla cute, basta metterlo nel palmo della mano e farci cadere un po' d'acqua, emulsionando il tutto prima di lavarci i capelli. Oppure metterlo sui capelli e poi passare un veloce getto di acqua col doccino. Ricordiamoci poi che lo sciampo che contiene solo Sls sarà più aggressivo di quello che contiene Sls «tagliato» con Sles e non dimentichiamoci del nutrimento del balsamo: passarne un pochino anche sul cuoio capelluto rappresenta un modo di nutrire anch'esso dopo lo sgrassamento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-meglio-se-lo-chiamate-sciampo-e-per-sceglierlo-usate-la-testa-2601343647.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="ce-ne-sono-solo-tre-tipi-tutto-il-resto-e-marketing" data-post-id="2601343647" data-published-at="1780012028" data-use-pagination="False"> «Ce ne sono solo tre tipi. Tutto il resto è marketing» Beatrice Mautino, laureata in Biotecnologie industriali, è ricercatrice in neuroscienze all'Università di Torino ed è una delle più note divulgatrici scientifiche italiane. Per l'editore Chiarelettere ha pubblicato un libro molto interessante intitolato Il trucco c'è e si vede. Inganni e bugie sui cosmetici. E i consigli per difendersi. Nel suo libro parla anche di sciampo, spiegando che sostanzialmente ne esistono solo due categorie. «Sì, sostanzialmente ne esistono due tipi, tre se consideriamo anche quelli per bambini, ovvero quelli dolci o delicati. Il fatto è che uno sciampo è composto da alcuni elementi che sono comuni a tutti i prodotti e spesso le caratteristiche presentate sulle confezioni non hanno alcun effetto reale sul capello». Quali sono questi tre tipi di sciampo? «I primi sono i “duri e puri" che si limitano a lavare i capelli, togliendo il grasso e il sebo prodotto dalle ghiandole all'interno del bulbo pilifero. Il sebo ha una funzione protettiva, ma ha la controindicazione di ungere. Questi sciampi contengono detergenti che rendono i capelli puliti». Passiamo alla seconda categoria. «Sono gli sciampi che, dico io, scendono a compromessi. Oltre a lavare i capelli, hanno anche ingredienti tipici dei balsami. Questi ultimi vanno a rivestire il capello con una pellicolina che lo protegge. Fanno un po' quello che fa il sebo, ma senza ungere il capello. E gli permettono di resistere meglio ai danni meccanici (ad esempio le spazzolate) o ai danni chimici (tinte eccetera)». Infine la terza categoria. «Comprende, come dicevo, gli sciampi più dolci. Sono come quelli della prima categoria, ma contengono detergenti meno aggressivi. Quindi, nei fatti, lavano meno». In sostanza tutti gli sciampi in commercio si posizionano in queste tre categorie da lei individuate. «Sì. Nella prima categoria troviamo quelli per capelli grassi o quelli volumizzanti. Rimuovendo il sebo, separano le fibre e donano volume ai capelli. Nella seconda categoria ci sono invece i prodotti per capelli lisci, colorati, trattati, quelli anti crespo...». Sugli scaffali si trovano però anche tanti prodotti presentati come «nutritivi»... «Certo, ora si mettono nello sciampo proteine della seda, olio di avocado... Sono cose che vengono aggiunte per far sembrare diversi i prodotti. Il grosso di questi ingredienti, in realtà, finisce nello scarico. Non si può nutrire il capello, al massimo lo si può proteggere con ingredienti come i siliconi i sali quaternari d'ammonio che sono tipici dei balsami. Tutto il resto - le varie proteine, il germe di grano, le vitamine - non hanno una funzione reale nei confronti dei capelli. Sono ingredienti in genere superflui. Servono a differenziare il prodotto a livello di profumo, consistenza, aspetto…». Nel suo libro lei parla anche dei famigerati parabeni. Spesso leggiamo sulle confezioni che gli sciampo sono appunto «senza parabeni»... «I parabeni, di fatto, sono conservanti. Sono stati usati per oltre 70 anni, fino a quando non è uscito un articolo scientifico di un gruppo di ricerca inglese, in cui si suggeriva che potessero essere collegati allo sviluppo del tumore al seno. In quell'articolo si parlava in particolare dei parabeni nei deodoranti. In seguito, però, si è capito che l'accusa era infondata e gli organismi regolatori di Usa e Ue hanno dichiarato i parabeni sicuri. Per essere corretti, non bisognerebbe nemmeno scrivere “senza parabeni" sulle confezioni, perché la Commissione Ue consiglia in un documento di non usare la parola “senza" di fronte a ingredienti che sono autorizzati. In realtà, però, lo fanno tutti. In ogni caso, negli sciampi senza parabeni ci sono altri conservanti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-meglio-se-lo-chiamate-sciampo-e-per-sceglierlo-usate-la-testa-2601343647.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tartufo-bianco-caviale-champagne-per-lavate-di-capo-da-oltre-160-euro" data-post-id="2601343647" data-published-at="1780012028" data-use-pagination="False"> Tartufo bianco, caviale, champagne per lavate di capo da oltre 160 euro La versione luxury delle cose esiste ormai di tutto e dunque non poteva mancare all'appello il luxury sciampo, da una parte utile a dichiararsi vip anche quando si rimuove lo sporco - non proprio nobile - dai capelli, dall'altra giustificata dal fatto che sovente si tratta di sciampo che utilizzano ingredienti introvabili nel normale prodotto da supermercato. Truffle Shampoo di Fluente costa 145 sterline a flacone e contiene polvere di meteorite, polvere di diamanti e olio di tartufo bianco russo. Sembra che sia molto apprezzato da Kate Middleton. Il Russian Amber Imperial Shampoo è talmente lussuoso che nemmeno è in flacone, ma in barattolo: quello da 355 ml costa 156 dollari e sostiene di trasformare tutti i tipi di capelli, un po' come se fosse una bacchetta magica. 10 Ten di Alterna costa 60 dollari a flacone e contiene tartufo bianco, caviale, cacao africano, incenso arabo e oli come quello di enotera e quello di vinaccioli di champagne. Senza fosfati, giura di rinnovare e ristrutturare profondamente i capelli e sembra essere amato da molti vip. Alterna è un marchio che possiede più linee di sciampo di lusso, dai prezzi via via più accessibili, ma sempre con ingredienti «anomali» rispetto a quelli ai quali siamo abituati: accanto alla Ten, ci sono la linea Caviar e la linea Bamboo. Lo U Luxury Shampoo di Unite costa 45 dollari a flacone e contiene anche perle polverizzate. Bulgari propone anche un luxury shampoo «di genere». La linea Man, infatti, ha vari Shampoo and shower gel dedicati, detergenti doccia e capelli dalla consistenza del gel e dai ricercati profumi per l'uomo «esigente e raffinato» dalla «virilità ed eleganza naturali». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-meglio-se-lo-chiamate-sciampo-e-per-sceglierlo-usate-la-testa-2601343647.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-lacqua-di-cottura-del-riso-o-con-cenere-bollita" data-post-id="2601343647" data-published-at="1780012028" data-use-pagination="False"> Con l’acqua di cottura del riso o con cenere bollita La cura estetico-igienica fa parte della storia dell'uomo, naturalmente, ma nel passato farsi uno sciampo era un'operazione decisamente meno veloce e meno frequente di oggi. Anche perché l'asciugatura avveniva all'aria, al massimo vicino a un fuoco acceso. Le donne cinesi e giapponesi utilizzavano l'acqua di cottura del riso fermentata. In Occidente, fin dai tempi dell'antico Egitto si conoscevano le proprietà detergenti di una sorta di sapone di liscivia, che si poteva ottenere mescolando ceneri bollite con grassi e che veniva usato sia per il corpo, sia per i capelli. Il sapone solido è, in sostanza, lo sciampo prima dello sciampo fino al XVIII secolo: lo si scioglieva e bolliva, tagliato a pezzetti, in un'acqua nella quale si aggiungevano erbe per profumare. Fu Kasey Hebert a produrre il primo vero e proprio sciampo liquido, il cui nome era Shaempoo, e a venderlo per le strade di Londra. La parola «shampoo» è un adattamento inglese dell'indiano «champo», a sua volta derivato dal verbo hindi «champna», che vuol dire massaggiare. Effettivamente, lo sciampo è un massaggio saponato dei capelli. Fu però Sake Dean Mahomed che introdusse lo «champo» (e la parola con cui comunemente è denominato), sempre in Gran Bretagna, per la precisione a Brighton. Il servizio di massaggio detergente dei capelli era una delle attività svolte nei suoi Bagni dei vapori indiani, che aveva aperto sul lungomare della cittadina inglese nel 1759. Il prodotto come lo conosciamo oggi, tuttavia, fu realizzato e commercializzato solo nel 1930.
@Alpine Cars
Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
Continua a leggereRiduci
Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
Continua a leggereRiduci
Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
Continua a leggereRiduci
Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
Continua a leggereRiduci