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2018-09-03
È meglio se lo chiamate sciampo (e per sceglierlo usate la testa)
Lo usiamo ogni volta che ci laviamo i capelli, se la soffice e bianca schiuma che produce ci cade dal capo negli occhi ce li fa bruciare un poco e si chiama shampoo (ma esiste anche il lemma italiano, l'adattamento sciampo, che useremo perché abbiamo più simpatia per i nazionalisti che per i globalisti). Lo sciampo è un fluido detergente specifico per capelli e cuoio capelluto, composto da più elementi: tensioattivi che nettano, viscosizzanti perché sia cremoso al tatto regalando un'esperienza sensoriale piacevole al fruitore, agenti di regolazione del ph, profumi ed eventuali altri ingredienti a scopo «curativo», da oli nutrienti a sostanze idratanti fino a vari altri funzionali, anche di origine vegetale, dalle più disparate azioni estetiche e medicali. Si potrebbe pensare che basti un detergente schiumoso qualunque per lavare i capelli, ma non è così: cuoio capelluto e capelli possiedono un ph leggermente acido, tra 4 e 5,5. Di conseguenza, occorre rispettarlo. La scala del ph va da 0 a 14: fino a 6,9 siamo in ambiente acido, a 7 il ph è neutro, da 7,1 in su ci troviamo in ambiente basico (anche detto alcalino). Mantenere acido il ph di cuoio capelluto e capelli è importantissimo: il ph della pelle protegge il sottobosco della nostra capigliatura dalla formazione di funghi e batteri, lo stesso obiettivo ha la produzione di sebo, e per questo motivo uno squilibrio del ph o una pulizia troppo aggressiva non solo non sono consigliabili, ma possono essere alla base di precise problematiche, come cute e capelli troppo grassi (appena togliamo il sebo le ghiandole sebacee ricominciano a produrne) e la forfora.
Quando la forfora non è di tipo patologico, cioè dipendente da cause interne, allora dipende da trattamenti errati che alterano il ph e quella micro quota di sebo necessaria a mantenere il giusto equilibrio. Si tratta di errori, spesso compiuti inconsapevolmente, che possono essere innanzitutto di tipo meccanico: sfregare il cuoio capelluto durante il lavaggio con le unghie invece che coi polpastrelli e spazzolare o pettinare con esagerato vigore o con pettini e spazzole troppo duri può abradere, escoriare e infiammare la cute; l'uso del phon (o del casco) troppo caldo e ravvicinato può seccare oltremodo il cuoio capelluto e farlo desquamare (l'ideale è usare la temperatura più bassa possibile e tenere l'asciugacapelli ad almeno 20 centimetri dal capo e, se si deve usare il getto caldissimo per lo styling, terminare col colpo d'aria fredda che riabbassa la temperatura di capelli e cuoio capelluto).
Tornando alla forfora, essa consiste - appunto - in una desquamazione dello strato corneo della pelle del cranio. In condizioni di perfetto ph, la pelle si desquama minimamente di suo: è così che lascia andare le cellule morte, in una «caduta» pressoché invisibile. Nel caso di forfora evidente, siamo di fronte ad un problema e la causa può risiedere, oltre che nei trattamenti meccanici errati, nei trattamenti igienici sbagliati che vanno a modificare un ph sano. Uno sciampo troppo alcalino, infatti, cioè non acido come dovrebbe essere, condiziona in negativo il ph del cuoio capelluto, che - al solito - si secca e si sovradesquama.
Anche lozioni alcoliche (le tipiche fialette rinforzanti) o i profumi per capelli o addirittura gli stessi sciampo che contengono molto alcol o che sono troppo aggressivi possono scaturire lo stesso effetto. Rimosso in eccesso il sebo e sballato il ph, il cuoio capelluto non ha più la sua protezione e, oltre alla forfora, vi possono attecchire microganismi micotici per i quali le squame di forfora sono il nutrimento perfetto. Riassumendo, la prima cosa che dovremmo guardare dello sciampo è il ph (se non è indicato si può rilevare da sé con una cartina tornasole imbibita nello sciampo per 30 secondi). Anche i capelli, come il cuoio capelluto, sono ricoperti dallo strato chiamato proprio manto acido che, sui capelli, ha la precisa funzione di tenere chiuse le cuticole, sigillare la corteccia e mantenere l'idratazione nel fusto. Quindi, anche i capelli secchi possono essere un problema di ph non rispettato. Le tinture coloranti per capelli, per esempio, hanno generalmente un ph alcalino da 10 a 13. Esse agiscono alzando il ph dei capelli, allo scopo di sollevarne le cuticole e permettere al colore di penetrare nel fusto. Perciò dopo la tintura si deve usare un'emulsione nutriente: oltre a nutrire, serve a rimodulare il ph. Solitamente lo sciampo ha un ph lievemente acido, al massimo neutro, e il balsamo ne ha uno più basso: essendo il trattamento finale sui capelli, deve chiudere le cuticole al meglio che può.
Un altro elemento importante per selezionare il tipo di sciampo più adatto alla nostra criniera è che svolga le funzioni di cui abbiamo bisogno ed è importante osservare come reagisce la nostra testa. Ne esistono di ogni tipo: per capelli secchi, per capelli grassi, per cute grassa e capelli secchi, per capelli tinti, lisci, ricci, sottili, bianchi. Ce ne sono di supercremosi e di iperschiumosi, ci sono quelli oleosi e ci sono quelli solidi (una sorta di saponetta di sciampo).
Non si può definire a priori quale sia il miglior sciampo: si deve pensare al miglior sciampo per sé e ricordare che le proprie caratteristiche possono anche cambiare nel tempo. È però possibile affermare una regola generale: il lavaggio deve ripulire alla perfezione, naturalmente, ma pelle e capelli devono rimanere nutriti, non secchi come se ci fossimo fatti lo scalpo e lo avessimo passato in forno, onde evitare i danni esaminati in precedenza. Se il vostro sciampo è aggressivo e vi lascia la pelle troppo secca, integrate col balsamo.
Un dibattito contemporaneo molto partecipato riguarda proprio l'aggressività di alcuni tensioattivi. I componenti sul banco degli imputati sono solfati e parabeni. Solfati sono il Sodium lauryl sulfate (Sls), tacciato anche di cancerogenità, e il Sodium Laureth Sulfate (Sles). Il primo è uno dei tensioattivi chimici più utilizzati nell'industria della detersione, grazie al suo altissimo potere schiumogeno e al suo basso costo. Il secondo è più costoso e più delicato e si usa spesso in aggiunta al primo. È stata l'America a sollevare per prima dubbi sulla potenziale cancerogenicità del primo, per poi rassicurare, tramite l'American cancer society, che non sia cancerogeno, ma solo irritante: l'Acs ha specificato che, essendo un detergente estremamente efficace, può sciupare la barriera cutanea, ma il suo potere irritante si manifesta ad alte concentrazioni che non sono quelle utilizzate in cosmesi. La nostra opinione è che se non si vuole ricorrere agli sciampo senza solfati, i cui detergenti sono a volte troppo delicati (non puliscono come i primi), basta usare in maniera più accorta quelli contenenti solfati. Regola numero uno, diluirli prima di schiumare. Lo sciampo va sempre diluito con l'acqua. Esattamente come quando laviamo i piatti.
Se non si vuol usare un dosatore per allungare lo sciampo con l'acqua e poi distribuirlo sulla cute, basta metterlo nel palmo della mano e farci cadere un po' d'acqua, emulsionando il tutto prima di lavarci i capelli. Oppure metterlo sui capelli e poi passare un veloce getto di acqua col doccino. Ricordiamoci poi che lo sciampo che contiene solo Sls sarà più aggressivo di quello che contiene Sls «tagliato» con Sles e non dimentichiamoci del nutrimento del balsamo: passarne un pochino anche sul cuoio capelluto rappresenta un modo di nutrire anch'esso dopo lo sgrassamento.
«Ce ne sono solo tre tipi. Tutto il resto è marketing»
Beatrice Mautino, laureata in Biotecnologie industriali, è ricercatrice in neuroscienze all'Università di Torino ed è una delle più note divulgatrici scientifiche italiane. Per l'editore Chiarelettere ha pubblicato un libro molto interessante intitolato Il trucco c'è e si vede. Inganni e bugie sui cosmetici. E i consigli per difendersi.
Nel suo libro parla anche di sciampo, spiegando che sostanzialmente ne esistono solo due categorie.
«Sì, sostanzialmente ne esistono due tipi, tre se consideriamo anche quelli per bambini, ovvero quelli dolci o delicati. Il fatto è che uno sciampo è composto da alcuni elementi che sono comuni a tutti i prodotti e spesso le caratteristiche presentate sulle confezioni non hanno alcun effetto reale sul capello».
Quali sono questi tre tipi di sciampo?
«I primi sono i “duri e puri" che si limitano a lavare i capelli, togliendo il grasso e il sebo prodotto dalle ghiandole all'interno del bulbo pilifero. Il sebo ha una funzione protettiva, ma ha la controindicazione di ungere. Questi sciampi contengono detergenti che rendono i capelli puliti».
Passiamo alla seconda categoria.
«Sono gli sciampi che, dico io, scendono a compromessi. Oltre a lavare i capelli, hanno anche ingredienti tipici dei balsami. Questi ultimi vanno a rivestire il capello con una pellicolina che lo protegge. Fanno un po' quello che fa il sebo, ma senza ungere il capello. E gli permettono di resistere meglio ai danni meccanici (ad esempio le spazzolate) o ai danni chimici (tinte eccetera)».
Infine la terza categoria.
«Comprende, come dicevo, gli sciampi più dolci. Sono come quelli della prima categoria, ma contengono detergenti meno aggressivi. Quindi, nei fatti, lavano meno».
In sostanza tutti gli sciampi in commercio si posizionano in queste tre categorie da lei individuate.
«Sì. Nella prima categoria troviamo quelli per capelli grassi o quelli volumizzanti. Rimuovendo il sebo, separano le fibre e donano volume ai capelli. Nella seconda categoria ci sono invece i prodotti per capelli lisci, colorati, trattati, quelli anti crespo...».
Sugli scaffali si trovano però anche tanti prodotti presentati come «nutritivi»...
«Certo, ora si mettono nello sciampo proteine della seda, olio di avocado... Sono cose che vengono aggiunte per far sembrare diversi i prodotti. Il grosso di questi ingredienti, in realtà, finisce nello scarico. Non si può nutrire il capello, al massimo lo si può proteggere con ingredienti come i siliconi i sali quaternari d'ammonio che sono tipici dei balsami. Tutto il resto - le varie proteine, il germe di grano, le vitamine - non hanno una funzione reale nei confronti dei capelli. Sono ingredienti in genere superflui. Servono a differenziare il prodotto a livello di profumo, consistenza, aspetto…».
Nel suo libro lei parla anche dei famigerati parabeni. Spesso leggiamo sulle confezioni che gli sciampo sono appunto «senza parabeni»...
«I parabeni, di fatto, sono conservanti. Sono stati usati per oltre 70 anni, fino a quando non è uscito un articolo scientifico di un gruppo di ricerca inglese, in cui si suggeriva che potessero essere collegati allo sviluppo del tumore al seno. In quell'articolo si parlava in particolare dei parabeni nei deodoranti. In seguito, però, si è capito che l'accusa era infondata e gli organismi regolatori di Usa e Ue hanno dichiarato i parabeni sicuri. Per essere corretti, non bisognerebbe nemmeno scrivere “senza parabeni" sulle confezioni, perché la Commissione Ue consiglia in un documento di non usare la parola “senza" di fronte a ingredienti che sono autorizzati. In realtà, però, lo fanno tutti. In ogni caso, negli sciampi senza parabeni ci sono altri conservanti».
Tartufo bianco, caviale, champagne per lavate di capo da oltre 160 euro
La versione luxury delle cose esiste ormai di tutto e dunque non poteva mancare all'appello il luxury sciampo, da una parte utile a dichiararsi vip anche quando si rimuove lo sporco - non proprio nobile - dai capelli, dall'altra giustificata dal fatto che sovente si tratta di sciampo che utilizzano ingredienti introvabili nel normale prodotto da supermercato. Truffle Shampoo di Fluente costa 145 sterline a flacone e contiene polvere di meteorite, polvere di diamanti e olio di tartufo bianco russo. Sembra che sia molto apprezzato da Kate Middleton. Il Russian Amber Imperial Shampoo è talmente lussuoso che nemmeno è in flacone, ma in barattolo: quello da 355 ml costa 156 dollari e sostiene di trasformare tutti i tipi di capelli, un po' come se fosse una bacchetta magica. 10 Ten di Alterna costa 60 dollari a flacone e contiene tartufo bianco, caviale, cacao africano, incenso arabo e oli come quello di enotera e quello di vinaccioli di champagne. Senza fosfati, giura di rinnovare e ristrutturare profondamente i capelli e sembra essere amato da molti vip. Alterna è un marchio che possiede più linee di sciampo di lusso, dai prezzi via via più accessibili, ma sempre con ingredienti «anomali» rispetto a quelli ai quali siamo abituati: accanto alla Ten, ci sono la linea Caviar e la linea Bamboo. Lo U Luxury Shampoo di Unite costa 45 dollari a flacone e contiene anche perle polverizzate. Bulgari propone anche un luxury shampoo «di genere». La linea Man, infatti, ha vari Shampoo and shower gel dedicati, detergenti doccia e capelli dalla consistenza del gel e dai ricercati profumi per l'uomo «esigente e raffinato» dalla «virilità ed eleganza naturali».
Con l’acqua di cottura del riso o con cenere bollita
La cura estetico-igienica fa parte della storia dell'uomo, naturalmente, ma nel passato farsi uno sciampo era un'operazione decisamente meno veloce e meno frequente di oggi. Anche perché l'asciugatura avveniva all'aria, al massimo vicino a un fuoco acceso.
Le donne cinesi e giapponesi utilizzavano l'acqua di cottura del riso fermentata. In Occidente, fin dai tempi dell'antico Egitto si conoscevano le proprietà detergenti di una sorta di sapone di liscivia, che si poteva ottenere mescolando ceneri bollite con grassi e che veniva usato sia per il corpo, sia per i capelli. Il sapone solido è, in sostanza, lo sciampo prima dello sciampo fino al XVIII secolo: lo si scioglieva e bolliva, tagliato a pezzetti, in un'acqua nella quale si aggiungevano erbe per profumare. Fu Kasey Hebert a produrre il primo vero e proprio sciampo liquido, il cui nome era Shaempoo, e a venderlo per le strade di Londra. La parola «shampoo» è un adattamento inglese dell'indiano «champo», a sua volta derivato dal verbo hindi «champna», che vuol dire massaggiare. Effettivamente, lo sciampo è un massaggio saponato dei capelli. Fu però Sake Dean Mahomed che introdusse lo «champo» (e la parola con cui comunemente è denominato), sempre in Gran Bretagna, per la precisione a Brighton. Il servizio di massaggio detergente dei capelli era una delle attività svolte nei suoi Bagni dei vapori indiani, che aveva aperto sul lungomare della cittadina inglese nel 1759. Il prodotto come lo conosciamo oggi, tuttavia, fu realizzato e commercializzato solo nel 1930.
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Supercremoso, oleoso o solido? Bisogna trovare quello giusto per i propri capelli. Ecco i nostri consigli. Come mantenere in equilibrio il ph e evitare la forfora. Attenti ai fosfati: possono essere irritanti. «Ce ne sono solo tre tipi. Tutto il resto è marketing». L'esperta Beatrice Mautino: «L'aggiunta di olio di avocado o proteine della seta? Serve all'etichetta. Quelle sostanze finiscono nello scarico». Tartufo bianco, caviale, champagne per lavate di capo da oltre 160 euro. Con l'acqua di cottura del riso o con cenere bollita. Lo speciale contiene quattro articoli. Lo usiamo ogni volta che ci laviamo i capelli, se la soffice e bianca schiuma che produce ci cade dal capo negli occhi ce li fa bruciare un poco e si chiama shampoo (ma esiste anche il lemma italiano, l'adattamento sciampo, che useremo perché abbiamo più simpatia per i nazionalisti che per i globalisti). Lo sciampo è un fluido detergente specifico per capelli e cuoio capelluto, composto da più elementi: tensioattivi che nettano, viscosizzanti perché sia cremoso al tatto regalando un'esperienza sensoriale piacevole al fruitore, agenti di regolazione del ph, profumi ed eventuali altri ingredienti a scopo «curativo», da oli nutrienti a sostanze idratanti fino a vari altri funzionali, anche di origine vegetale, dalle più disparate azioni estetiche e medicali. Si potrebbe pensare che basti un detergente schiumoso qualunque per lavare i capelli, ma non è così: cuoio capelluto e capelli possiedono un ph leggermente acido, tra 4 e 5,5. Di conseguenza, occorre rispettarlo. La scala del ph va da 0 a 14: fino a 6,9 siamo in ambiente acido, a 7 il ph è neutro, da 7,1 in su ci troviamo in ambiente basico (anche detto alcalino). Mantenere acido il ph di cuoio capelluto e capelli è importantissimo: il ph della pelle protegge il sottobosco della nostra capigliatura dalla formazione di funghi e batteri, lo stesso obiettivo ha la produzione di sebo, e per questo motivo uno squilibrio del ph o una pulizia troppo aggressiva non solo non sono consigliabili, ma possono essere alla base di precise problematiche, come cute e capelli troppo grassi (appena togliamo il sebo le ghiandole sebacee ricominciano a produrne) e la forfora. Quando la forfora non è di tipo patologico, cioè dipendente da cause interne, allora dipende da trattamenti errati che alterano il ph e quella micro quota di sebo necessaria a mantenere il giusto equilibrio. Si tratta di errori, spesso compiuti inconsapevolmente, che possono essere innanzitutto di tipo meccanico: sfregare il cuoio capelluto durante il lavaggio con le unghie invece che coi polpastrelli e spazzolare o pettinare con esagerato vigore o con pettini e spazzole troppo duri può abradere, escoriare e infiammare la cute; l'uso del phon (o del casco) troppo caldo e ravvicinato può seccare oltremodo il cuoio capelluto e farlo desquamare (l'ideale è usare la temperatura più bassa possibile e tenere l'asciugacapelli ad almeno 20 centimetri dal capo e, se si deve usare il getto caldissimo per lo styling, terminare col colpo d'aria fredda che riabbassa la temperatura di capelli e cuoio capelluto). Tornando alla forfora, essa consiste - appunto - in una desquamazione dello strato corneo della pelle del cranio. In condizioni di perfetto ph, la pelle si desquama minimamente di suo: è così che lascia andare le cellule morte, in una «caduta» pressoché invisibile. Nel caso di forfora evidente, siamo di fronte ad un problema e la causa può risiedere, oltre che nei trattamenti meccanici errati, nei trattamenti igienici sbagliati che vanno a modificare un ph sano. Uno sciampo troppo alcalino, infatti, cioè non acido come dovrebbe essere, condiziona in negativo il ph del cuoio capelluto, che - al solito - si secca e si sovradesquama. Anche lozioni alcoliche (le tipiche fialette rinforzanti) o i profumi per capelli o addirittura gli stessi sciampo che contengono molto alcol o che sono troppo aggressivi possono scaturire lo stesso effetto. Rimosso in eccesso il sebo e sballato il ph, il cuoio capelluto non ha più la sua protezione e, oltre alla forfora, vi possono attecchire microganismi micotici per i quali le squame di forfora sono il nutrimento perfetto. Riassumendo, la prima cosa che dovremmo guardare dello sciampo è il ph (se non è indicato si può rilevare da sé con una cartina tornasole imbibita nello sciampo per 30 secondi). Anche i capelli, come il cuoio capelluto, sono ricoperti dallo strato chiamato proprio manto acido che, sui capelli, ha la precisa funzione di tenere chiuse le cuticole, sigillare la corteccia e mantenere l'idratazione nel fusto. Quindi, anche i capelli secchi possono essere un problema di ph non rispettato. Le tinture coloranti per capelli, per esempio, hanno generalmente un ph alcalino da 10 a 13. Esse agiscono alzando il ph dei capelli, allo scopo di sollevarne le cuticole e permettere al colore di penetrare nel fusto. Perciò dopo la tintura si deve usare un'emulsione nutriente: oltre a nutrire, serve a rimodulare il ph. Solitamente lo sciampo ha un ph lievemente acido, al massimo neutro, e il balsamo ne ha uno più basso: essendo il trattamento finale sui capelli, deve chiudere le cuticole al meglio che può. Un altro elemento importante per selezionare il tipo di sciampo più adatto alla nostra criniera è che svolga le funzioni di cui abbiamo bisogno ed è importante osservare come reagisce la nostra testa. Ne esistono di ogni tipo: per capelli secchi, per capelli grassi, per cute grassa e capelli secchi, per capelli tinti, lisci, ricci, sottili, bianchi. Ce ne sono di supercremosi e di iperschiumosi, ci sono quelli oleosi e ci sono quelli solidi (una sorta di saponetta di sciampo). Non si può definire a priori quale sia il miglior sciampo: si deve pensare al miglior sciampo per sé e ricordare che le proprie caratteristiche possono anche cambiare nel tempo. È però possibile affermare una regola generale: il lavaggio deve ripulire alla perfezione, naturalmente, ma pelle e capelli devono rimanere nutriti, non secchi come se ci fossimo fatti lo scalpo e lo avessimo passato in forno, onde evitare i danni esaminati in precedenza. Se il vostro sciampo è aggressivo e vi lascia la pelle troppo secca, integrate col balsamo. Un dibattito contemporaneo molto partecipato riguarda proprio l'aggressività di alcuni tensioattivi. I componenti sul banco degli imputati sono solfati e parabeni. Solfati sono il Sodium lauryl sulfate (Sls), tacciato anche di cancerogenità, e il Sodium Laureth Sulfate (Sles). Il primo è uno dei tensioattivi chimici più utilizzati nell'industria della detersione, grazie al suo altissimo potere schiumogeno e al suo basso costo. Il secondo è più costoso e più delicato e si usa spesso in aggiunta al primo. È stata l'America a sollevare per prima dubbi sulla potenziale cancerogenicità del primo, per poi rassicurare, tramite l'American cancer society, che non sia cancerogeno, ma solo irritante: l'Acs ha specificato che, essendo un detergente estremamente efficace, può sciupare la barriera cutanea, ma il suo potere irritante si manifesta ad alte concentrazioni che non sono quelle utilizzate in cosmesi. La nostra opinione è che se non si vuole ricorrere agli sciampo senza solfati, i cui detergenti sono a volte troppo delicati (non puliscono come i primi), basta usare in maniera più accorta quelli contenenti solfati. Regola numero uno, diluirli prima di schiumare. Lo sciampo va sempre diluito con l'acqua. Esattamente come quando laviamo i piatti. Se non si vuol usare un dosatore per allungare lo sciampo con l'acqua e poi distribuirlo sulla cute, basta metterlo nel palmo della mano e farci cadere un po' d'acqua, emulsionando il tutto prima di lavarci i capelli. Oppure metterlo sui capelli e poi passare un veloce getto di acqua col doccino. Ricordiamoci poi che lo sciampo che contiene solo Sls sarà più aggressivo di quello che contiene Sls «tagliato» con Sles e non dimentichiamoci del nutrimento del balsamo: passarne un pochino anche sul cuoio capelluto rappresenta un modo di nutrire anch'esso dopo lo sgrassamento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-meglio-se-lo-chiamate-sciampo-e-per-sceglierlo-usate-la-testa-2601343647.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="ce-ne-sono-solo-tre-tipi-tutto-il-resto-e-marketing" data-post-id="2601343647" data-published-at="1778375317" data-use-pagination="False"> «Ce ne sono solo tre tipi. Tutto il resto è marketing» Beatrice Mautino, laureata in Biotecnologie industriali, è ricercatrice in neuroscienze all'Università di Torino ed è una delle più note divulgatrici scientifiche italiane. Per l'editore Chiarelettere ha pubblicato un libro molto interessante intitolato Il trucco c'è e si vede. Inganni e bugie sui cosmetici. E i consigli per difendersi. Nel suo libro parla anche di sciampo, spiegando che sostanzialmente ne esistono solo due categorie. «Sì, sostanzialmente ne esistono due tipi, tre se consideriamo anche quelli per bambini, ovvero quelli dolci o delicati. Il fatto è che uno sciampo è composto da alcuni elementi che sono comuni a tutti i prodotti e spesso le caratteristiche presentate sulle confezioni non hanno alcun effetto reale sul capello». Quali sono questi tre tipi di sciampo? «I primi sono i “duri e puri" che si limitano a lavare i capelli, togliendo il grasso e il sebo prodotto dalle ghiandole all'interno del bulbo pilifero. Il sebo ha una funzione protettiva, ma ha la controindicazione di ungere. Questi sciampi contengono detergenti che rendono i capelli puliti». Passiamo alla seconda categoria. «Sono gli sciampi che, dico io, scendono a compromessi. Oltre a lavare i capelli, hanno anche ingredienti tipici dei balsami. Questi ultimi vanno a rivestire il capello con una pellicolina che lo protegge. Fanno un po' quello che fa il sebo, ma senza ungere il capello. E gli permettono di resistere meglio ai danni meccanici (ad esempio le spazzolate) o ai danni chimici (tinte eccetera)». Infine la terza categoria. «Comprende, come dicevo, gli sciampi più dolci. Sono come quelli della prima categoria, ma contengono detergenti meno aggressivi. Quindi, nei fatti, lavano meno». In sostanza tutti gli sciampi in commercio si posizionano in queste tre categorie da lei individuate. «Sì. Nella prima categoria troviamo quelli per capelli grassi o quelli volumizzanti. Rimuovendo il sebo, separano le fibre e donano volume ai capelli. Nella seconda categoria ci sono invece i prodotti per capelli lisci, colorati, trattati, quelli anti crespo...». Sugli scaffali si trovano però anche tanti prodotti presentati come «nutritivi»... «Certo, ora si mettono nello sciampo proteine della seda, olio di avocado... Sono cose che vengono aggiunte per far sembrare diversi i prodotti. Il grosso di questi ingredienti, in realtà, finisce nello scarico. Non si può nutrire il capello, al massimo lo si può proteggere con ingredienti come i siliconi i sali quaternari d'ammonio che sono tipici dei balsami. Tutto il resto - le varie proteine, il germe di grano, le vitamine - non hanno una funzione reale nei confronti dei capelli. Sono ingredienti in genere superflui. Servono a differenziare il prodotto a livello di profumo, consistenza, aspetto…». Nel suo libro lei parla anche dei famigerati parabeni. Spesso leggiamo sulle confezioni che gli sciampo sono appunto «senza parabeni»... «I parabeni, di fatto, sono conservanti. Sono stati usati per oltre 70 anni, fino a quando non è uscito un articolo scientifico di un gruppo di ricerca inglese, in cui si suggeriva che potessero essere collegati allo sviluppo del tumore al seno. In quell'articolo si parlava in particolare dei parabeni nei deodoranti. In seguito, però, si è capito che l'accusa era infondata e gli organismi regolatori di Usa e Ue hanno dichiarato i parabeni sicuri. Per essere corretti, non bisognerebbe nemmeno scrivere “senza parabeni" sulle confezioni, perché la Commissione Ue consiglia in un documento di non usare la parola “senza" di fronte a ingredienti che sono autorizzati. In realtà, però, lo fanno tutti. 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Truffle Shampoo di Fluente costa 145 sterline a flacone e contiene polvere di meteorite, polvere di diamanti e olio di tartufo bianco russo. Sembra che sia molto apprezzato da Kate Middleton. Il Russian Amber Imperial Shampoo è talmente lussuoso che nemmeno è in flacone, ma in barattolo: quello da 355 ml costa 156 dollari e sostiene di trasformare tutti i tipi di capelli, un po' come se fosse una bacchetta magica. 10 Ten di Alterna costa 60 dollari a flacone e contiene tartufo bianco, caviale, cacao africano, incenso arabo e oli come quello di enotera e quello di vinaccioli di champagne. Senza fosfati, giura di rinnovare e ristrutturare profondamente i capelli e sembra essere amato da molti vip. Alterna è un marchio che possiede più linee di sciampo di lusso, dai prezzi via via più accessibili, ma sempre con ingredienti «anomali» rispetto a quelli ai quali siamo abituati: accanto alla Ten, ci sono la linea Caviar e la linea Bamboo. Lo U Luxury Shampoo di Unite costa 45 dollari a flacone e contiene anche perle polverizzate. Bulgari propone anche un luxury shampoo «di genere». La linea Man, infatti, ha vari Shampoo and shower gel dedicati, detergenti doccia e capelli dalla consistenza del gel e dai ricercati profumi per l'uomo «esigente e raffinato» dalla «virilità ed eleganza naturali». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-meglio-se-lo-chiamate-sciampo-e-per-sceglierlo-usate-la-testa-2601343647.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-lacqua-di-cottura-del-riso-o-con-cenere-bollita" data-post-id="2601343647" data-published-at="1778375317" data-use-pagination="False"> Con l’acqua di cottura del riso o con cenere bollita La cura estetico-igienica fa parte della storia dell'uomo, naturalmente, ma nel passato farsi uno sciampo era un'operazione decisamente meno veloce e meno frequente di oggi. Anche perché l'asciugatura avveniva all'aria, al massimo vicino a un fuoco acceso. Le donne cinesi e giapponesi utilizzavano l'acqua di cottura del riso fermentata. In Occidente, fin dai tempi dell'antico Egitto si conoscevano le proprietà detergenti di una sorta di sapone di liscivia, che si poteva ottenere mescolando ceneri bollite con grassi e che veniva usato sia per il corpo, sia per i capelli. Il sapone solido è, in sostanza, lo sciampo prima dello sciampo fino al XVIII secolo: lo si scioglieva e bolliva, tagliato a pezzetti, in un'acqua nella quale si aggiungevano erbe per profumare. Fu Kasey Hebert a produrre il primo vero e proprio sciampo liquido, il cui nome era Shaempoo, e a venderlo per le strade di Londra. La parola «shampoo» è un adattamento inglese dell'indiano «champo», a sua volta derivato dal verbo hindi «champna», che vuol dire massaggiare. Effettivamente, lo sciampo è un massaggio saponato dei capelli. Fu però Sake Dean Mahomed che introdusse lo «champo» (e la parola con cui comunemente è denominato), sempre in Gran Bretagna, per la precisione a Brighton. Il servizio di massaggio detergente dei capelli era una delle attività svolte nei suoi Bagni dei vapori indiani, che aveva aperto sul lungomare della cittadina inglese nel 1759. Il prodotto come lo conosciamo oggi, tuttavia, fu realizzato e commercializzato solo nel 1930.
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Tra Italia e Francia ci sono 515 chilometri di confine. Tre le Regioni italiane che si affacciano di là: Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta. Due le francesi che guardano di qua: Provenza-Alpi-Costa Azzurra e Rodano-Alpi. Nel corso dei secoli, la frontiera con i cugini d’Oltralpe è cambiata più volte a causa di guerre, motivi politici, accordi diplomatici. La modifica più dolorosa avvenne nel 1860 quando Vittorio Emanuele II cedette la Savoia e un bel tratto di costa ligure, da Mentone a Nizza, a Napoleone III per l’aiuto fornito nella seconda guerra d’indipendenza, ma soprattutto per tenerlo buono dopo le annessioni di Parma, Modena, Romagna e Toscana. Ancora oggi ci sono dispute di confine: la Francia considera tutta sua la vetta del Monte Bianco; l’Italia, usando il ragionevole e scientifico metro orografico dello spartiacque, reclama il versante da cui scendono le acque verso la pianura Padana e il Mare nostrum.
Torniamo alla «dolorosa» cessione di Nizza che fece incavolare il nizzardo Garibaldi contro Cavour («Ha venduto la mia patria, Nizza è francese come io sono un tartaro»). Oltre a costringere migliaia di nizzardi all’esodo in Liguria, a obbligare i rimasti a gallicizzare la carta d’identità e a cambiare sull’atlante i nomi di località che per secoli vi figuravano in italiano (Nizza-Nice; Mentone-Menton; Villafranca Marittima-Villefranche sur Mer; Roccabruna-Roquebrune Cap Martin), il trattato di Torino del 1860 permise ai nuovi padroni transalpini di francesizzare i piatti popolari e tipici dell’antica contea. L’insalata nizzarda, piatto povero e marinaio che piaceva tanto a Garibaldi per la sua semplicità (a quei tempi contava solo su tre ingredienti: acciughe, pomodori e olio d’oliva) divenne la salade niçoise. Oggi, definita dai manuali gastronomici d’Oltralpe «une spécialité culinaire emblématique de Nice», è arricchita con uova sode, tonno, carciofi, peperoni, cipolle. La salade niçoise rimane comunque imparentata con il condiglione (cundigiun in dialetto ligure) tipico della Riviera di Ponente, di Ventimiglia, Arma di Taggia, Oneglia, Finale Ligure... Anch’esso, nato povero con pochi ingredienti, acciughe, olio d’oliva, pomodori, basilico, è diventato una ricca insalatona come quella francese: cipolle, olive, pomodori, peperoni, uova sode, tonno e, chi ha la fortuna di trovarli essendo un prodotto di nicchia, i «pelandroni d’Albenga», fagiolini «mangiatutto» molto apprezzati dai buongustai per il sapore marcato e avvolgente.
Trattati a parte, c’è sempre stato, nelle zone di frontiera tra Italia e Francia, un intenso passaggio di uomini e di cibi. Lo dimostrano proprio i piatti di confine dell’una e dell’altra parte che riflettono, nonostante le divisioni politiche, la fusione culturale, comunitaria e il sapere gastronomico che non conosce frontiere nelle zone geografiche interconnesse come lo sono la Valle d’Aosta, il Piemonte, la Liguria, la Savoia e la Provenza. Ai tempi del De bello gallico, i legionari di Cesare introdussero le tecniche di panificazione e le «razioni K», il pasto militare, dei loro tempi: laridum, lardo, la dissetante posca, una bevanda fatta con acqua e aceto, il garum, condimento buono per tutti i cibi, legumi vari con i quali preparare varie puls, sorta di polentine pre-mais. Secoli dopo, furono i contrabbandieri e i passeurs carichi di sale, caffè, tabacco e generi alimentari a percorrere sentieri infischiandosene delle frontiere. Scambi di cultura popolare, di riti e credenze, di gastronomia povera avvennero anche grazie ai pellegrini che percorrevano la Via francigena, a pastori, vaccari, genti trans - e cis - alpine.
Nelle zone di frontiera, soprattutto nelle Alpi Liguri e tra la Valle di Susa, la Val Cenischia e la zona di Moncenisio (al di qua) e quella del Mont Cenis nella Savoie (al di là) i buoni piatti popolari non hanno mai badato ai confini. La fonduta di formaggio, spesso a base di fontina, è tipica della Valle d’Aosta, non c’è dubbio, ma la fondue savoiarda è sua sorella o una parente molto stretta: per gustare l’una o l’altra si intingono con ingordigia bocconi di pane nelle scodelle di formaggio fuso. Ancora: è nata prima la soupe grasse savoiarda o la soupa grasa (pane di segale, in brodo con lardo, cipolla, toma) dell’Alta Val di Susa? Vogliamo mettere a confronto la bagna càuda, salsa piemontese che più piemontese non si può (è fatta con acciughe, aglio e olio d’oliva) con l’anchoiade provenzale che ha gli stessi ingredienti? Ma per favore... Meglio la bouillabasse provenzale (zuppa di pesce, indispensabili lo scorfano, la gallinella di mare, la triglia e il grongo) o la ligure boiabessa, che sembra una parolaccia ma non lo è? In questo caso, onestamente, faccio pendere la bilancia verso Marsiglia.
Poi ci sono i finti piatti francesi. Vogliamo parlare del vitel tonnè? Detto così sembra gallico, ma non lo è. Intanto, vitello in francese si dice veau e la parola tonnè è inutile cercarla sul Larousse perché non esiste. L’Accademia italiana della cucina, a tale proposito, considera il vitello tonnato un grande classico della tradizione culinaria piemontese, frutto di un’antica ricetta Saluzzese della metà dell’Ottocento. Sottolinea l’Accademia che «si serviva a Saluzzo un arrosto tonnato, delizioso, che alla fine pretendeva un sugo d’arrosto denso; la carne è arricchita con tonno, pochi capperi, una acciuga e il tuorlo crudo di un uovo, si batteva questa salsa e la si stendeva tiepida sulle morbide fette d’arrosto». L’Accademia ha codificato la versione storica raccomandando: è assolutamente vietato usare la maionese.
Anche i marron glacées hanno un nome fuorviante. Non sono francesi. I marroni canditi si mangiavano già in tempi antichi. Ne parla Virgilio nelle Bucoliche. Erano castagne cotte nell’acqua e ricoperte di miele. Ma i marron glacée come li intendiamo adesso nacquero alla metà del Cinquecento nelle cucine del duca Carlo Emanuele I di Savoia. Il dolce è italianissimo. Il nome francese si spiega con il fatto che, alla corte sabauda, la lingua ufficiale era il francese. Va da sé che i francesi sostengono che i marron glacée sono una loro invenzione della fine del Seicento. Luigi XIV, il Re Sole, ne era ghiotto ma onestamente ammetteva che i migliori erano quelli dei pasticceri torinesi grazie alla qualità delle castagne piemontesi e allo zucchero di canna che arrivava da Venezia.
È molto interessante la storia del pain perdu, un dolce povero che nasce dal recupero del pane duro, vecchio, cioè perduto. Un panettiere francese, Pascale Suivre, che ha aperto nel veronese alcune boulangeries nelle quali sforna baguette, croissant, pain au chocolat, quiche, lo spiega così: «Era la merenda che la mamma mi preparava imbevendo di uova o latte il pain perdu che poi cuoceva in padella fino alla doratura». Ancora oggi le mamme francesi lo preparano e non c’è dubbio che sia un dolce tradizionale transalpino. Tanto è vero che, nei Paesi anglosassoni, lo chiamano french toast e, arricchito con zucchero, vaniglia, miele, frutta, sciroppo d’acero o altri mielosi ingredienti, è diffuso in tutto il mondo. Cosa c’entra l’Italia? Beh, se vogliamo ricostruire l’origine storica del pain perdu, troviamo le prime fonti a Roma, nel De re coquinaria di Apicio che suggeriva di immergere il pane raffermo nel latte, friggerlo e servirlo col miele. Una traccia moderna ci porta al pani indorau o su pai n’dorau (pane dorato) in Sardegna. Il pani indorau è un piatto tipico della tradizione culinaria sarda, soprattutto di quella dell’Ogliastra e del Campidano. La ricetta appartiene alla civiltà contadina dell’isola, nata per riciclare il pane raffermo, duro. Si prepara con fette di pane, meglio se si usa il civraxiu, una pagnotta tipica di Sanluri, immerse nel latte e successivamente nell’uovo sbattuto. Quando le fette hanno assorbito l’uno e l’altro, si mettono a friggere assumendo il caratteristico colore indorau.
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Antonio Riva
L’abito «importante», quello scenografico, strutturato, quasi scultoreo come nelle creazioni di Antonio Riva Milano, continua a rappresentare un sogno per molte donne. Il desiderio di sentirsi uniche, protagoniste e memorabili nel giorno del matrimonio non è affatto scomparso. Anzi, per alcune spose quell’abito resta un momento quasi «artistico», irripetibile. E oggi il concetto di sogno è molto più personale. Accanto agli abiti voluminosi e costruiti, convivono scelte molto diverse: linee minimal, abiti corti, tailleur, cambi d’abito durante la giornata, persino look non tradizionali. Il punto non è più stupire tutti, ma rappresentare sé stesse. Ne parliamo con Antonio Riva.
Il suo marchio nasce nel 1994: quali sono stati i momenti chiave che hanno definito la sua identità stilistica nei primi anni?
«I primi anni del mio lavoro sono stati fondamentali per costruire un linguaggio estetico coerente e riconoscibile. Ho sempre puntato su una sartorialità rigorosa e sulla volontà di distinguermi per l’unicità dei miei abiti, in controtendenza rispetto a un periodo in cui la moda sposa iniziava a diventare più industriale. L’apertura dell’atelier a Milano ha segnato un passaggio importante: non solo come luogo fisico ma come spazio dove far vivere emozioni».
Lei descrive i suoi abiti come «molto costruiti»: cosa significa, nel concreto, progettare un abito con una forte tridimensionalità?
«Significa pensare l’abito come un’architettura: la tridimensionalità nasce dallo studio delle proporzioni e dalla capacità di modellare il tessuto sul corpo attraverso strutture interne - bustier, supporti, pieghe ingegnerizzate - che permettono all’abito di mantenere una forma precisa».
I volumi importanti e i fiocchi sono diventati una sua firma distintiva: da dove nasce questa scelta estetica?
«Dal desiderio di esprimere una femminilità forte ma mai banale. I volumi importanti permettono di creare una presenza scenica, quasi scultorea, che rende protagonista la donna che lo indossa. Il fiocco, invece, è un elemento apparentemente semplice, ma reinterpretato in chiave contemporanea diventa un segno grafico potente. Non è un dettaglio decorativo fine a sé stesso: è parte integrante della struttura, spesso pensato come un elemento architettonico. L’ispirazione arriva sia dalla tradizione dell’alta moda italiana sia dall’arte e dal design».
Quanto conta il legame con il territorio lombardo, in particolare tra Milano e Lecco, nella sua visione creativa?
«È centrale. Milano rappresenta il cuore pulsante della moda e del design, un luogo di confronto continuo e di apertura internazionale. Lecco, invece, è legata a una dimensione più intima e artigianale, fatta di silenzi, natura e concentrazione. Queste peculiarità si riflettono nel processo creativo: da un lato l’energia e la contemporaneità della città, dall’altro la precisione e la calma necessarie per il lavoro sartoriale. Inoltre, la Lombardia vanta una tradizione tessile e manifatturiera di altissimo livello, che consente di lavorare con fornitori e artigiani d’eccellenza».
Il concetto di «timelessness» è centrale nelle sue collezioni: come si crea oggi un abito davvero senza tempo?
«Creare un abito senza tempo significa sottrarsi alla logica delle tendenze effimere e concentrarsi su elementi essenziali: proporzione, qualità, equilibrio. Un abito è timeless quando, a distanza di anni, continua a emozionare e a risultare attuale. Anche la scelta dei materiali è fondamentale: tessuti nobili, lavorati con cura, che mantengono la loro eleganza nel tempo».
I suoi abiti sono spesso descritti come opere d’arte: qual è il confine tra moda e arte nel suo lavoro?
«Il confine è sottile e spesso sfumato. La moda ha una funzione, deve essere indossata, mentre l’arte può esistere indipendentemente dall’uso. Tuttavia, quando un abito nasce da una ricerca formale e concettuale profonda, può avvicinarsi molto a un’opera d’arte. Nel mio lavoro, cerco di mantenere questo equilibrio: creare capi che abbiano una forte componente estetica e culturale, ma che restino vivi, in movimento, legati alla persona che li indossa».
Ogni creazione è accompagnata da un certificato di autenticità: quanto è importante oggi comunicare il valore dell’artigianalità?
«È fondamentale per sottolineare unicità, qualità e tempo dedicato a ogni capo da sposa. È un modo per raccontare la storia dell’abito, il tempo e le competenze che sono stati necessari per realizzarlo. È anche una forma di tutela, che sottolinea il valore del lavoro artigianale e lo distingue dalla produzione industriale».
Dopo oltre 30 anni di attività, come è cambiato il sogno delle spose?
«Oggi le spose cercano autenticità e personalizzazione. Sono più consapevoli, più informate e desiderano un abito che le rappresenti davvero. Vogliono vivere l’esperienza unica della ricerca e della scelta dell’abito perfetto per il loro giorno speciale».
Guardando al futuro, quali sono le nuove direzioni creative?
«Ricerca su materiali innovativi e nuove costruzioni più leggere: l’obiettivo è evolvere mantenendo intatto il Dna del brand: un equilibrio tra rigore sartoriale, ricerca formale e una visione contemporanea della femminilità».
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Sconvolta dal dolore, la donna ha «scelto» di morire, per chiudere una vita ormai per lei priva di senso. Ora è in corso un contenzioso legale, promosso dai familiari della donna, che si chiedono come sia possibile accettare l’idea che si possa considerare quella richiesta di suicidio assistito il frutto di una decisione libera e consapevole. Una mamma, sconvolta dal dolore, in preda ad una profonda depressione che annichilisce l’esistenza, che intravvede nella morte una via d’uscita dalla sofferenza e chiede di «essere suicidata»: può essere ritenuta una scelta libera, incondizionata, lucida, pienamente consapevole? Se così fosse (e purtroppo così è stato ritenuto in questo caso!) dovremmo rivedere tutti i parametri del nostro vivere civile: di fronte a chi sta per gettarsi da un ponte o si è puntato una pistola alla tempia, norma legale e dovere civile è aiutare a dare compimento all’atto suicida!
Sta tutta qui, senza tanti vaniloqui né arzigogoli ideologici, la sostanza della legalizzazione del suicidio assistito. L’istinto nativo e primordiale di ogni essere vivente è la sopravvivenza e la conservazione della vita: solo una pulsione innaturale e patologica può spingere a togliersele. Ho lavorato per anni in un Pronto Soccorso ospedaliero e ho visto decine di casi di persone che avevano tentato il suicidio nei modi più impensabili, segno di una chiara autodeterminazione a farla finita: la prassi clinica impone che sempre si richieda una valutazione psichiatrica, partendo dall’assunto che chi cerca la morte non può che avere un pensiero «sconvolto», una mente malata, che va ricalibrata secondo il naturale istinto di sopravvivenza. Ciò considerato, acquista toni ancora più paradossali l’idea che il suicidio possa essere un «bene» che lo Stato deve tutelare come un diritto.
Il fatto della povera signora Wendy Duffy non fa che confermare un altro aspetto che impone di opporsi a qualsiasi legge che apra a logiche eutanasiche: a inizio anni Duemila, le prime legislazioni a favore di eutanasia e suicidio assistito prevedevano che vi potessero accedere solo malati terminali oncologici e ora, dopo meno di 20 anni, si apre la porta a persone sane che - per i motivi più diversi - hanno deciso di porre fine alla propria vita. Si tratta proprio di quel pendio scivoloso verso il «diritto di morire» a opera dello Stato, preteso dalla dittatura dell’autodeterminazione senza limiti. Purtroppo, oggi in Italia siamo costretti a prendere atto che vi sono regioni che hanno normato procedure di suicidio assistito, secondo i criteri espressi dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242/19: è certamente un danno il cui prezzo viene pagato dalle persone più fragili e deboli - la deriva che papa Francesco chiamò la «cultura dello scarto». Ci si permetta un inciso: una mamma sconvolta dal dolore per la prematura scomparsa di un figlio, non è forse emblema di una struggente fragilità e debolezza? Ma rimane un danno sicuramente meno devastante rispetto a quello prodotto da una legge dello Stato che affermi il valore legale del suicidio. Senza dimenticare il pericoloso cortocircuito fra i concetti di «legale» e «morale»: siamo giunti all’assurdo, in questi tempi, di essere costretti a insegnare ai nostri figli, nipoti, studenti, discepoli che non tutto ciò che è protetto dalla legge è per ciò stesso etico. Moralità e legalità, a partire dalla legalizzazione dell’aborto, sono entrate in rotta di collisione e ciò che è legale ha oscurato ciò che è morale. La Costituzione «più bella del mondo», garantendo in modo assoluto il grande valore della libertà, non prevedeva certo che questa potesse spingerci fino a sottomettere a una distorta concezione di essa il diritto alla vita. Si stanno aprendo scenari nefasti, ma siamo ancora in tempo: basta crederci, ricordando che il male si subisce e non si sceglie. Mai.
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