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2019-07-24
È il giorno dei soldi russi. Se Conte le volterà le spalle la Lega è pronta alla crisi
Ansa
Conte sulle montagne russe: oggi è il giorno decisivo per le sorti dell'ex avvocato del popolo, del governo da lui presieduto, della maggioranza Lega-M5s e (ma qui il discorso è più complesso) di questa legislatura. Alle 16.30 il premier Giuseppe Conte sarà in Senato per l'informativa sull'affaire Savoini, dopo essere stato protagonista alle 15 alla Camera di un question time al quale seguirà il voto di fiducia sul decreto Sicurezza bis, previsto per le 17.15. Conte al Senato darà quindi la sua versione sul Russiagate all'amatriciana. Subito dopo il premier verrà il momento di Matteo Renzi, che ha chiesto di intervenire «prima di Salvini». Il quale Matteo Salvini dovrebbe prendere la parola dai banchi della Lega, per quello che potrebbe essere l'intervento che mette fine all'esperienza del governo Conte. Condizionali indispensabili, visto che il leader del Carroccio, da consumato showman, tiene alta l'attesa: «Io domani (oggi per chi legge, ndr) sono a Roma, ma ho il Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza sul tema immigrazione e non solo. Vediamo», ha risposto Salvini a chi gli ha chiesto se interverrà in aula, «se gli orari coincideranno o meno. A me pagano lo stipendio per risolvere i problemi legati alla criminalità e alla vita vera, non per commentare fantasie. Però vediamo, io domani sono a Roma, sono in ufficio di primo mattino».
Probabile che Salvini decida se intervenire o meno a seconda dei toni dell'informativa di Conte. Il quale è tra due fuochi: se cede alle insistenze dei suoi nuovi alleati, ovvero il Quirinale, l'Europa, la Banca centrale europea, e dei possibili nuovi alleati (il Pd) dovrà giocoforza bacchettare Salvini per i rapporti tra il suo entourage e i russi; se vuole invece sperare di restare a capo del governo del cambiamento, dovrà difendere Salvini come se fosse il più fedelissimo dei fedelissimi. Apprendista equilibrista, Conte spera ancora di poter restare a Palazzo Chigi, magari a capo di un «Conte bis», anche se la Lega staccherà la spina al governo, con il sostegno di una maggioranza arlecchino che sarebbe composta da Pd, M5s, Forza Italia e «responsabili» vari. La stessa maggioranza che, pensate un po', secondo qualcuno molto attivo in queste ore nei palazzi romani dovrebbe poi, nel 2022, riconfermare al Quirinale Sergio Mattarella per il secondo mandato quirinalizio. Le truppe leghiste sui territori intanto fremono: il voto a ottobre con Salvini a Palazzo Chigi è la richiesta unanime, pressante, quasi asfissiante che arriva al quartier generale del Carroccio da ogni parte d'Italia.
Ieri Salvini è tornato ad attaccare a muso duro il ministro grillino dei Trasporti, Danilo Toninelli: «Mi sembra chiaro ed evidente», ha detto il ministro dell'Interno, «che la Tav si farà. È un'opera fondamentale ma non è l'unica che un ministro ha bloccato. O il ministro dei blocchi sblocca, o non capisco cosa ci faccia al governo». Da parte sua, Luigi Di Maio è in enorme difficoltà. Ieri è stato cinicamente preso in giro anche da Beppe Grillo, che ha ironizzato pesantemente sul «mandato zero», la deroga alla regola dei due mandati varata per i consiglieri comunali del M5s: «Il mandato ora è in corso è il primo di un lungo viaggio», ha scritto Grillo sui social, pubblicando la canzone Se mi lasci non vale di Julio Iglesias, «...ma di andarmene a casa non ho proprio il coraggio…». «Mi auguro», ha detto Di Maio, «che possa esserci il prima possibile un incontro sia con Salvini sia con Conte. Io l'ho chiesto perché parlarci a mezzo stampa non è molto utile. Credo che stare al governo sia sempre delicato, significa», ha aggiunto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, «portare a casa ogni giorno un risultato. Il caso Arata-Siri? Credo che questi temi in questo momento richiedano il massimo della chiarezza. È quello che ho chiesto anche alla magistratura. Per il resto», ha precisato Di Maio, «io non ho ragione di dubitare di Salvini. Noi lavoriamo bene insieme in questo governo e portiamo a casa i risultati».
Un Di Maio pomeridiano garantista, dunque, a differenza del Di Maio mattutino, che su Facebook aveva attaccato pesantemente la Lega: «Un po' di positività ci vuole», ha scritto il capo politico del M5s, «con tutte queste notizie che intossicano le giornate. Tipo questa storia di Arata che è inquietante. Diceva che siamo dei “rompic..." mentre parlava con la mafia. Un'altra medaglia al valore per il M5s. Vedete che facciamo bene a dire no quando serve? Anche perché di mio ho sempre diffidato da chi dice di sì a tutto e a tutti. Se da fuori ci vedono ancora come “spaghetti e mafia"», ha aggiunto Di Maio, «è perché i partiti ancora si imbarcano questa gente».
Dunque, tra attacchi, contrattacchi, accelerate e retromarce, siamo finalmente al giorno della verità. L'ala del M5s che vuole tenere in piedi a tutti i costi il governo è pronta a offrire a Matteo Salvini la testa (politicamente parlando) di Toninelli. Oggi, salvo imprevisti, sapremo se la maggioranza Lega-M5s è arrivata al capolinea.
Il massone dell’intrigo moscovita aveva una rete dalla Libia alla Serbia
Ci sono altre sliding doors nella vita dell'avvocato-massone Gianluca Meranda, indagato per corruzione internazionale a Milano per il Russiagate leghista. E non sono le porte scorrevoli dell'hotel Metropol, ma quelle di un albergo molto meno famoso. È un tre stelle di Roma e si chiama Piccadilly. Lo snodo, finora segreto, di una vita altrettanto misteriosa che nessuno davvero conosce. Forse neppure la moglie. Ma partiamo dalla sala centrale del Metropol di Mosca, quasi una tappa obbligata per chi vuole respirare l'aria della storia. Oggi i turisti in quelle stanze possono sorseggiare il borsch, ma un tempo qui uomini senza pietà combattevano la Guerra fredda offrendo agli sfortunati ospiti ben altri menù. Da quelle sale sono passati personaggi come Tolstoj, Lenin, Kennedy e Gorbaciov. La mattina del 18 ottobre del 2018 nel salone centrale, quello delle colazioni, c'erano un gruppo di russi e uno di italiani che parlavano fitto. Tra questi l'ex portavoce di Matteo Salvini, Gianluca Savoini. Ma come spesso succede al Metropol non erano soli. Il vicepresidente di Confindustria Russia, Fabrizio Candoni, è molto chiaro al riguardo: «Al Metropol non si porta nemmeno l'amante, a meno che non ci si voglia fare una recita. Là sei sempre in mondovisione». Le microspie sono numerose almeno quanto i croissant. Ma un uomo adatto a quella recita forse c'era. Gianluca Meranda è un Maestro venerabile della massoneria. E grazie al grembiulino è entrato in contatto con il mondo slavo nelle sue declinazioni più inquietanti. La sua storia apre piste libiche, ma anche balcaniche. Collega islamismo e religione ortodossa, massoneria e ateismo. Ma soprattutto è un rabdomante del petrolio. Dove c'è l'oro nero, spunta lui. In Libia, Algeria, Russia. Classe 1970, cosentino, è un tipo che colpisce anche per il look non banale. Un gran frequentatore di cene romane, di circoli sul Tevere, di personaggi di tutto il mondo che blandisce con i suoi modi eleganti e le sue chiacchiere fluenti. Anche perché Meranda è poliglotta, inglese, francese, russo, persino un po' di svedese. Un avvocato «internazionalista» con studio al fianco del palazzo della Marina militare, la costola italiana del noto Sq law di Bruxelles. [...] Ma quando i finanzieri sono andati a bussare alla sua porta, nell'appartamento non certo lussuoso di via Acherusio, hanno trovato l'altro Meranda, quello che l'1 giugno è stato sfrattato dallo studio e che, per problemi economici, teneva gli scatoloni con le sue carte presso un'autorimessa perché non era riuscito nemmeno a pagare la ditta di traslochi che aveva svuotato le stanze del Lungotevere. È lo stesso che era diventato socio del cognato Giovanni in una impresa edile miseramente fallita. Anche la casa in cui sono entrati i militari delle Fiamme gialle non rispecchia l'immagine che Meranda ha sempre cercato di dare all'esterno di sé. Si tratta di una banale truffatore o è finito in giri che lo hanno condotto in disgrazia? [...]
A noi interessa invece provare a lumeggiare il lato oscuro di Meranda. E che è, in parte, raccontato nelle carte segretate che il Gran Maestro Massimo Criscuoli Tortora ha depositato presso la commissione Antimafia nel 2017, quando venne convocato dal presidente Rosy Bindi per parlare di mafia e massoneria. Infatti la Bindi e i suoi commissari erano convinti che la primula rossa della Piovra, Matteo Messina Denaro, fosse coperto da una loggia deviata trapanese. Criscuoli Tortora, come si può ancora ascoltare nelle registrazioni della sua audizione su Radio radicale, accettò questa singolare intromissione della politica nella Fratellanza da uomo di mondo. «Abbiamo qualche problema a consegnarvi gli elenchi dei nostri iscritti per via della privacy ma se mi arriva una richiesta ufficiale, se lei me lo ordina, io vi do la chiave della cassaforte e vado al bar» rispose alla Bindi il 24 gennaio 2017. [...]
È lui che per primo, il 21 ottobre 2015, ha messo sotto i riflettori l'avvocato del Russiagate, il massone elegante e poliglotta, di cui era stato anche vicino di scrivania quando aveva occupato una stanza nel grande ufficio di Lungotevere per sbrigare gli affari della sua piccola casa editrice. Il Gran Maestro ha firmato il decreto magistrale 183, un provvedimento di espulsione immediata a cui l'avvocato calabrese non si è opposto. L'intestazione era solenne: «Noi Massimo Criscuoli Tortora XIV Gran maestro per i poteri e le prerogative a noi conferiti dalla costituzione e dal regolamento dell'ordine…». Seguivano, come in un decreto presidenziale gli articoli del regolamento dell'ordine violati da Meranda le sue «colpe gravi» e «gravissime». Meranda veniva espulso «per aver attentato all'armonia e all'integrità della comunione massonica italiana Serenissima gran loggia d'Italia e in particolare per la ribellione contro il Gran maestro e le autorità massoniche e la violazione dei principi fondamentali della massoneria comunque posta in essere».
[...] Ma andiamo nel dettaglio. Meranda è entrato in massoneria attraverso la Gran Loggia di via Tosti e oggi farebbe parte della loggia Salvador Allende del Grande Oriente di Francia, l'obbedienza atea, quella che ha abolito la storica figura del Grande architetto e il volume della legge sacra. Ma tra la fine del 2013 e l'inizio del 2014 si presenta alla Serenissima gran loggia con un piano che secondo Criscuoli Tortora era chiarissimo: destituirlo. Meranda fa entrare con sé una quindicina di fratelli di altre obbedienze come se volesse lanciare una Opa sulla Serenissima. Ottiene di rifondare una loggia, la De dignitate hominis, e di divenirne il maestro venerabile. Il tempio si trovava a Roma in via Terni 62. Meranda in quella nuova avventura porta con sé un generale dell'esercito in pensione, D.P., che aveva operato per quasi tutta la carriera nel Sismi, i servizi segreti esteri, un noto costruttore calabrese, un mediatore italiano di petrolio in Algeria. Dopo l'espulsione di Meranda, anche i suoi uomini si dimisero in blocco e dopo qualche tempo alla Serenissima seppero che in una «dimora» nel quartiere Appio-Latino, a Roma, si era tenuto il battesimo della Protective, una loggia riservata serba che aveva filiali anche in Ungheria e Romania. Ma che soprattutto era un viatico con la massoneria russa e i suoi gran maestri. I nuovi fratelli avevano alloggiato e preparato la cerimonia d'iniziazione nell'hotel Piccadilly della catena Best Western di via Magna Grecia. Una struttura non certo monumentale come il Metropol, e di sicuro tutt'altro che compromettente, scelta forse perché richiamava alla memoria la statua londinese dell'ammiraglio Horatio Nelson, Gran maestro della massoneria inglese, che si trova a Piccadilly Circus. Un episodio che Criscuoli Tortora, come risulta a Panorama, ha denunciato nel suo dossier, inserendo, come si legge nelle carte, anche nomi pesantissimi della vecchia nomenclatura serba.
[...] Il suo braccio destro era, però, un italiano convertitosi all'Islam. Si chiama Gianluigi Biagioni Gazzoli, detto Khaled, e ha una storia davvero interessante. Originario di Misurata (Libia), ha sempre avuto stretti rapporti con il paese d'origine e con le associazioni filogovernative anche ai tempi del colonnello Gheddafi. Insegnante di arabo, segretario generale della Unione islamica d'Occidente, la più antica d'Italia, è stato anche candidato alla Camera, nel 2006, per l'Udeur di Clemente Mastella.
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Il premier riferirà al Senato sul Metropol: Europa e sinistra tifano per un attacco ai leghisti. Il Carroccio spinge il leader allo strappo: «Torniamo alle urne da soli». Il massone dell'intrigo moscovita aveva una rete dalla Libia alla Serbia. L'avvocato Gianluca Meranda, su cui l'Antimafia ha aperto un fascicolo, si era procurato contatti nei Balcani e il suo braccio destro era un tale Khaled, nato a Misurata e convertito all'islam. Lo speciale comprende due articli. Conte sulle montagne russe: oggi è il giorno decisivo per le sorti dell'ex avvocato del popolo, del governo da lui presieduto, della maggioranza Lega-M5s e (ma qui il discorso è più complesso) di questa legislatura. Alle 16.30 il premier Giuseppe Conte sarà in Senato per l'informativa sull'affaire Savoini, dopo essere stato protagonista alle 15 alla Camera di un question time al quale seguirà il voto di fiducia sul decreto Sicurezza bis, previsto per le 17.15. Conte al Senato darà quindi la sua versione sul Russiagate all'amatriciana. Subito dopo il premier verrà il momento di Matteo Renzi, che ha chiesto di intervenire «prima di Salvini». Il quale Matteo Salvini dovrebbe prendere la parola dai banchi della Lega, per quello che potrebbe essere l'intervento che mette fine all'esperienza del governo Conte. Condizionali indispensabili, visto che il leader del Carroccio, da consumato showman, tiene alta l'attesa: «Io domani (oggi per chi legge, ndr) sono a Roma, ma ho il Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza sul tema immigrazione e non solo. Vediamo», ha risposto Salvini a chi gli ha chiesto se interverrà in aula, «se gli orari coincideranno o meno. A me pagano lo stipendio per risolvere i problemi legati alla criminalità e alla vita vera, non per commentare fantasie. Però vediamo, io domani sono a Roma, sono in ufficio di primo mattino». Probabile che Salvini decida se intervenire o meno a seconda dei toni dell'informativa di Conte. Il quale è tra due fuochi: se cede alle insistenze dei suoi nuovi alleati, ovvero il Quirinale, l'Europa, la Banca centrale europea, e dei possibili nuovi alleati (il Pd) dovrà giocoforza bacchettare Salvini per i rapporti tra il suo entourage e i russi; se vuole invece sperare di restare a capo del governo del cambiamento, dovrà difendere Salvini come se fosse il più fedelissimo dei fedelissimi. Apprendista equilibrista, Conte spera ancora di poter restare a Palazzo Chigi, magari a capo di un «Conte bis», anche se la Lega staccherà la spina al governo, con il sostegno di una maggioranza arlecchino che sarebbe composta da Pd, M5s, Forza Italia e «responsabili» vari. La stessa maggioranza che, pensate un po', secondo qualcuno molto attivo in queste ore nei palazzi romani dovrebbe poi, nel 2022, riconfermare al Quirinale Sergio Mattarella per il secondo mandato quirinalizio. Le truppe leghiste sui territori intanto fremono: il voto a ottobre con Salvini a Palazzo Chigi è la richiesta unanime, pressante, quasi asfissiante che arriva al quartier generale del Carroccio da ogni parte d'Italia. Ieri Salvini è tornato ad attaccare a muso duro il ministro grillino dei Trasporti, Danilo Toninelli: «Mi sembra chiaro ed evidente», ha detto il ministro dell'Interno, «che la Tav si farà. È un'opera fondamentale ma non è l'unica che un ministro ha bloccato. O il ministro dei blocchi sblocca, o non capisco cosa ci faccia al governo». Da parte sua, Luigi Di Maio è in enorme difficoltà. Ieri è stato cinicamente preso in giro anche da Beppe Grillo, che ha ironizzato pesantemente sul «mandato zero», la deroga alla regola dei due mandati varata per i consiglieri comunali del M5s: «Il mandato ora è in corso è il primo di un lungo viaggio», ha scritto Grillo sui social, pubblicando la canzone Se mi lasci non vale di Julio Iglesias, «...ma di andarmene a casa non ho proprio il coraggio…». «Mi auguro», ha detto Di Maio, «che possa esserci il prima possibile un incontro sia con Salvini sia con Conte. Io l'ho chiesto perché parlarci a mezzo stampa non è molto utile. Credo che stare al governo sia sempre delicato, significa», ha aggiunto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, «portare a casa ogni giorno un risultato. Il caso Arata-Siri? Credo che questi temi in questo momento richiedano il massimo della chiarezza. È quello che ho chiesto anche alla magistratura. Per il resto», ha precisato Di Maio, «io non ho ragione di dubitare di Salvini. Noi lavoriamo bene insieme in questo governo e portiamo a casa i risultati». Un Di Maio pomeridiano garantista, dunque, a differenza del Di Maio mattutino, che su Facebook aveva attaccato pesantemente la Lega: «Un po' di positività ci vuole», ha scritto il capo politico del M5s, «con tutte queste notizie che intossicano le giornate. Tipo questa storia di Arata che è inquietante. Diceva che siamo dei “rompic..." mentre parlava con la mafia. Un'altra medaglia al valore per il M5s. Vedete che facciamo bene a dire no quando serve? Anche perché di mio ho sempre diffidato da chi dice di sì a tutto e a tutti. Se da fuori ci vedono ancora come “spaghetti e mafia"», ha aggiunto Di Maio, «è perché i partiti ancora si imbarcano questa gente». Dunque, tra attacchi, contrattacchi, accelerate e retromarce, siamo finalmente al giorno della verità. L'ala del M5s che vuole tenere in piedi a tutti i costi il governo è pronta a offrire a Matteo Salvini la testa (politicamente parlando) di Toninelli. 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Forse neppure la moglie. Ma partiamo dalla sala centrale del Metropol di Mosca, quasi una tappa obbligata per chi vuole respirare l'aria della storia. Oggi i turisti in quelle stanze possono sorseggiare il borsch, ma un tempo qui uomini senza pietà combattevano la Guerra fredda offrendo agli sfortunati ospiti ben altri menù. Da quelle sale sono passati personaggi come Tolstoj, Lenin, Kennedy e Gorbaciov. La mattina del 18 ottobre del 2018 nel salone centrale, quello delle colazioni, c'erano un gruppo di russi e uno di italiani che parlavano fitto. Tra questi l'ex portavoce di Matteo Salvini, Gianluca Savoini. Ma come spesso succede al Metropol non erano soli. Il vicepresidente di Confindustria Russia, Fabrizio Candoni, è molto chiaro al riguardo: «Al Metropol non si porta nemmeno l'amante, a meno che non ci si voglia fare una recita. Là sei sempre in mondovisione». Le microspie sono numerose almeno quanto i croissant. Ma un uomo adatto a quella recita forse c'era. Gianluca Meranda è un Maestro venerabile della massoneria. E grazie al grembiulino è entrato in contatto con il mondo slavo nelle sue declinazioni più inquietanti. La sua storia apre piste libiche, ma anche balcaniche. Collega islamismo e religione ortodossa, massoneria e ateismo. Ma soprattutto è un rabdomante del petrolio. Dove c'è l'oro nero, spunta lui. In Libia, Algeria, Russia. Classe 1970, cosentino, è un tipo che colpisce anche per il look non banale. Un gran frequentatore di cene romane, di circoli sul Tevere, di personaggi di tutto il mondo che blandisce con i suoi modi eleganti e le sue chiacchiere fluenti. Anche perché Meranda è poliglotta, inglese, francese, russo, persino un po' di svedese. Un avvocato «internazionalista» con studio al fianco del palazzo della Marina militare, la costola italiana del noto Sq law di Bruxelles. [...] Ma quando i finanzieri sono andati a bussare alla sua porta, nell'appartamento non certo lussuoso di via Acherusio, hanno trovato l'altro Meranda, quello che l'1 giugno è stato sfrattato dallo studio e che, per problemi economici, teneva gli scatoloni con le sue carte presso un'autorimessa perché non era riuscito nemmeno a pagare la ditta di traslochi che aveva svuotato le stanze del Lungotevere. È lo stesso che era diventato socio del cognato Giovanni in una impresa edile miseramente fallita. Anche la casa in cui sono entrati i militari delle Fiamme gialle non rispecchia l'immagine che Meranda ha sempre cercato di dare all'esterno di sé. Si tratta di una banale truffatore o è finito in giri che lo hanno condotto in disgrazia? [...] A noi interessa invece provare a lumeggiare il lato oscuro di Meranda. E che è, in parte, raccontato nelle carte segretate che il Gran Maestro Massimo Criscuoli Tortora ha depositato presso la commissione Antimafia nel 2017, quando venne convocato dal presidente Rosy Bindi per parlare di mafia e massoneria. Infatti la Bindi e i suoi commissari erano convinti che la primula rossa della Piovra, Matteo Messina Denaro, fosse coperto da una loggia deviata trapanese. Criscuoli Tortora, come si può ancora ascoltare nelle registrazioni della sua audizione su Radio radicale, accettò questa singolare intromissione della politica nella Fratellanza da uomo di mondo. «Abbiamo qualche problema a consegnarvi gli elenchi dei nostri iscritti per via della privacy ma se mi arriva una richiesta ufficiale, se lei me lo ordina, io vi do la chiave della cassaforte e vado al bar» rispose alla Bindi il 24 gennaio 2017. [...] È lui che per primo, il 21 ottobre 2015, ha messo sotto i riflettori l'avvocato del Russiagate, il massone elegante e poliglotta, di cui era stato anche vicino di scrivania quando aveva occupato una stanza nel grande ufficio di Lungotevere per sbrigare gli affari della sua piccola casa editrice. Il Gran Maestro ha firmato il decreto magistrale 183, un provvedimento di espulsione immediata a cui l'avvocato calabrese non si è opposto. L'intestazione era solenne: «Noi Massimo Criscuoli Tortora XIV Gran maestro per i poteri e le prerogative a noi conferiti dalla costituzione e dal regolamento dell'ordine…». Seguivano, come in un decreto presidenziale gli articoli del regolamento dell'ordine violati da Meranda le sue «colpe gravi» e «gravissime». Meranda veniva espulso «per aver attentato all'armonia e all'integrità della comunione massonica italiana Serenissima gran loggia d'Italia e in particolare per la ribellione contro il Gran maestro e le autorità massoniche e la violazione dei principi fondamentali della massoneria comunque posta in essere». [...] Ma andiamo nel dettaglio. Meranda è entrato in massoneria attraverso la Gran Loggia di via Tosti e oggi farebbe parte della loggia Salvador Allende del Grande Oriente di Francia, l'obbedienza atea, quella che ha abolito la storica figura del Grande architetto e il volume della legge sacra. Ma tra la fine del 2013 e l'inizio del 2014 si presenta alla Serenissima gran loggia con un piano che secondo Criscuoli Tortora era chiarissimo: destituirlo. Meranda fa entrare con sé una quindicina di fratelli di altre obbedienze come se volesse lanciare una Opa sulla Serenissima. Ottiene di rifondare una loggia, la De dignitate hominis, e di divenirne il maestro venerabile. Il tempio si trovava a Roma in via Terni 62. Meranda in quella nuova avventura porta con sé un generale dell'esercito in pensione, D.P., che aveva operato per quasi tutta la carriera nel Sismi, i servizi segreti esteri, un noto costruttore calabrese, un mediatore italiano di petrolio in Algeria. Dopo l'espulsione di Meranda, anche i suoi uomini si dimisero in blocco e dopo qualche tempo alla Serenissima seppero che in una «dimora» nel quartiere Appio-Latino, a Roma, si era tenuto il battesimo della Protective, una loggia riservata serba che aveva filiali anche in Ungheria e Romania. Ma che soprattutto era un viatico con la massoneria russa e i suoi gran maestri. I nuovi fratelli avevano alloggiato e preparato la cerimonia d'iniziazione nell'hotel Piccadilly della catena Best Western di via Magna Grecia. Una struttura non certo monumentale come il Metropol, e di sicuro tutt'altro che compromettente, scelta forse perché richiamava alla memoria la statua londinese dell'ammiraglio Horatio Nelson, Gran maestro della massoneria inglese, che si trova a Piccadilly Circus. Un episodio che Criscuoli Tortora, come risulta a Panorama, ha denunciato nel suo dossier, inserendo, come si legge nelle carte, anche nomi pesantissimi della vecchia nomenclatura serba. [...] Il suo braccio destro era, però, un italiano convertitosi all'Islam. Si chiama Gianluigi Biagioni Gazzoli, detto Khaled, e ha una storia davvero interessante. Originario di Misurata (Libia), ha sempre avuto stretti rapporti con il paese d'origine e con le associazioni filogovernative anche ai tempi del colonnello Gheddafi. Insegnante di arabo, segretario generale della Unione islamica d'Occidente, la più antica d'Italia, è stato anche candidato alla Camera, nel 2006, per l'Udeur di Clemente Mastella.
Xi Jinping (Ansa)
Dopo una visita sia nel nuovo Centro di studi strategici di Pechino sia presso l’ufficio scenari (Net assessment) del Pentagono nei primi anni Novanta mi convinsi di raccomandare ai miei studenti in International futures (Futuri internazionali, cioè scenaristica) presso la University of Georgia, nei pressi di Atlanta, di studiare il gioco cinese del «Go» oltre che quello degli scacchi, cosa che continuo a fare all’Università G. Marconi, Roma, agli studenti che chiedono metodi per gli scenari di geopolitica. Il primo gioco richiede una capacità di strategia paziente per occupare in modo prevalente, circolare e flessibile uno spazio, derivabile dal pensiero strategico di Sun Tsu. Il secondo richiede una strategia rapida e strutturata per abbattere il re avversario, compatibile con l’idea di vittoria veloce di Carl von Clausewitz. Semplificando, la raccomandazione fu ed è di usare nell’analisi strategica il blitz quando c’erano/ci sono le condizioni di superiorità per farlo e la circolarità di lungo periodo nei casi di inferiorità in attesa di un’inversione.
Pechino mostra di saper usare molto bene le due azioni strategiche in relazione alle condizioni di realtà: nel caso del dominio di Hong Kong, violando gli accordi siglati con Londra nel 1997, ha fatto un blitz; in quello di Taiwan adotta una strategia di dominio nel lungo termine aspettando o la superiorità militare nei confronti degli Stati Uniti oppure un loro cedimento, ricercando ambedue. L’America ha condotto con perfezione un’azione lampo di dominio nei confronti del Venezuela, ma con scopi condizionanti e non sostitutivi del regime, mostrando una postura di minimo sforzo per ottenere il risultato. Buona interpretazione di von Clausewitz in relazione ai vincoli di consenso interno. E sia lo sbarramento geopolitico per contenere il potere cinese nel Pacifico via negazione alla crescente flotta cinese degli spazi marini sia il tentativo di staccare la Russia dalla Cina sono buoni esempi di impiego delle logiche del «Go», ma troppo influenzate dal tradizionale concetto di «contenimento» che implica stallo, ma non soluzione. Sarebbe imprudente pensare che a Pechino non valutino contromosse. E ci sono segni che lo stiano facendo cercando posizioni dove l’America è meno forte.
Pechino ha aumentato il corteggiamento delle nazioni colpite dalla strategia dazista, trasformandola in opportunità di convergenza con le stesse. Ha trovato molteplici aperture negli alleati dell’America è ciò influisce sulla postura di convergenza/divergenza tra Ue e Cina. Nei confronti degli Stati Uniti Pechino impiega tre azioni: a) confronto simmetrico, per esempio la minaccia di blocco delle forniture delle terre rare che ha costretto Washington a ridurre la frizione con Pechino e a varare una strategia (Pax Silica) per prendere il controllo di queste materie, ma con tempi lunghi; b) ridurre al minimo le frizioni dirette con l’America a conduzione Donald Trump; c) ma sostenendo in modi il più nascosti possibile una moltiplicazione dei focolai di guerra o geo-turbolenze per disperdere la forza statunitense, per esempio la sospettata sollecitazione a una parte del regime iraniano di attivare Hamas per attaccare Israele e così ottenere una reazione che impedisse la convergenza di Gerusalemme con le nazioni arabe sunnite. O le forniture indirette di missilistica agli Huthi. Ora questa strategia sta cambiando: aumentando l’azione a) della strategia; ammorbidendo il punto b); e non insistendo troppo sul punto c).
In sintesi, Pechino si contrappone all’America cercando di convincerne gli alleati ad avere relazioni positive, per isolarla, ma dando segnali a Washington di non eccessiva ostilità concreta, pur forte quella verbale. Ciò serve per autotutela nelle contingenze e a ridurre le possibili frizioni con l’Ue scossa dalla relazione problematica con l’America per riuscire a penetrarla di più: nel gioco del Go tra le due potenze la Cina tenta di separare gli europei dall’America, non contrastando (al momento) la sua strategia di trattati commerciali globali, e Washington tenta di staccare la Russia dalla Cina stessa. Ma c’è un cambiamento più profondo a Pechino: la sua economia ha bisogno di sostenere l’export e ciò la costringe a una strategia «buonista», ma sta tentando un colpaccio: generare una moneta elettronica con garanzie solide che sostituisca il dollaro nel lungo termine, ma con benefici rapidi. Probabilmente anche per tale motivo Trump ha scelto un nuovo banchiere centrale credibile e il ministro del Tesoro ha corretto Trump stesso dichiarando che la discesa del dollaro non sarà eccessiva. Ma il dato che mostra volontà e potenziale di dominio globale della Cina è l’accelerazione del riarmo e degli investimenti tecnologici. Solo una riconvergenza forte tra Ue e Stati Uniti potrà mantenere la superiorità dell’alleanza tra democrazie sulla Cina autoritaria per condizionarla. In caso contrario saremo condizionati noi.
www.carlopelanda.com
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Con lo slogan globale Safety for Everyone, Honda sta ampliando l'impegno nelle tecnologie avanzate di sicurezza e di assistenza alla guida, iniziative per aumentare la sicurezza e influenzare il comportamento dei conducenti, oltre ad azioni indirizzate a migliorare il sistema della sicurezza stradale attraverso la collaborazione con governi, industria e comunità locali. Tra queste rientrano nuove iniziative come il Proactive Roadway Maintenance System, sviluppato dal 2021.
Durante il progetto pilota, i membri del team ODOT hanno guidato auto Honda equipaggiate con sensori avanzati di visione e LiDAR (Light Detection and Ranging) per monitorare circa 4.800 km di strade nell’Ohio centrale e sud-orientale. I veicoli hanno operato in un’ampia gamma di condizioni, comprendendo diversi tipi di strade in contesti rurali e urbani, condizioni meteorologiche variabili e diversi momenti della giornata. Il sistema ha rilevato le condizioni stradali e le carenze infrastrutturali, fornendo a ODOT informazioni operative concrete tramite l’identificazione di segnali stradali usurati o ostruiti, danni ai guardrail e alle barriere stradali, presenza di buche con dimensioni e posizione, dislivelli delle banchine con profondità relativa, segnaletica orizzontale insufficiente che influisce sul funzionamento di alcune funzioni di assistenza alla guida, come il mantenimento della corsia e in generale la scarsa qualità del manto stradale.
Man mano che i veicoli di prova Honda rilevavano lo stato delle superfici stradali critiche, della segnaletica orizzontale e degli elementi a bordo strada, gli operatori ODOT hanno analizzato le criticità in tempo reale tramite dashboard web sviluppate da Honda e Parsons. ODOT ha utilizzato questi dati per confrontarli con le normali ispezioni visive.
I dati raccolti dai veicoli sono stati elaborati tramite modelli di Edge AI, trasmessi a una piattaforma cloud Honda per l’analisi e integrati nel sistema iNET® Asset Guardian di Parsons.
Ciò ha permesso di implementare una pipeline capace di generare automaticamente ordini di lavoro prioritizzati per i team di manutenzione ODOT. Gli ordini di lavoro possono essere raggruppati per gravità e prossimità, mentre il sistema iNET® Asset Guardian semplifica i flussi di lavoro, migliorando l’efficienza delle operazioni di manutenzione sul campo.
i-Probe ha fornito la validazione dei dati e competenze analitiche per la valutazione della rugosità stradale e delle condizioni della segnaletica orizzontale. L’Università di Cincinnati ha supportato Honda nell’integrazione dei sensori sui veicoli di prova, ha guidato lo sviluppo delle funzionalità di rilevamento dei danni (inclusi buche, guardrail, segnali e dislivelli delle banchine) e ha fornito il servizio di manutenzione del sistema a ODOT durante la fase di sperimentazione.
I risultati hanno confermato che il rilevamento automatizzato tramite il Proactive Roadway Maintenance System ha raggiunto un’elevata accuratezza per segnali, guardrail e dislivelli delle banchine, oltre a garantire un’ottima capacità di individuazione delle buche sulla maggior parte dei tipi di strada: 99% di accuratezza per segnali danneggiati o ostruiti 93% per guardrail danneggiati e 89% nel rilevamento delle buche.
È stata inoltre realizzata una pipeline di feedback basata sull’intelligenza artificiale che ha consentito ai membri del team ODOT di segnalare le rilevazioni errate, permettendo al sistema di apprendere e migliorare nel tempo.
Le analisi condotte hanno mostrato che solo una piccola percentuale presentava una segnaletica orizzontale insufficiente, suggerendo la possibilità di ottimizzare i programmi di ritracciatura. I dati dei sensori dei veicoli hanno inoltre misurato in modo affidabile i livelli di rugosità stradale, fornendo informazioni preziose per la pianificazione della manutenzione. Il Proactive Roadway Maintenance System ha anche individuato dislivelli delle banchine ad alta gravità, difficili da identificare tramite le ispezioni visive di routine, segnalando con successo queste condizioni lungo la rete stradale.
Riducendo la necessità di ispezioni manuali, il sistema migliora la sicurezza delle squadre di manutenzione e ne limita l’esposizione ai rischi del traffico. Il team di progetto stima che il rilevamento automatizzato delle condizioni stradali potrebbe consentire a ODOT un risparmio annuo superiore a 4,5 milioni di dollari, grazie alla riduzione del tempo dedicato alle ispezioni manuali, all’ottimizzazione dei programmi di manutenzione e alla prevenzione di costose riparazioni rinviate tramite controlli proattivi.
Nella fase successiva di test, il team di progetto sta valutando le modalità per scalare il prototipo del Proactive Roadway Maintenance System verso un utilizzo operativo reale. In futuro, Honda mira a consentire ai propri clienti di contribuire a strade più sicure e migliori attraverso la condivisione anonimizzata dei dati dei loro veicoli. Questo approccio orientato alla comunità crea un senso di responsabilità condivisa a livello di gestione della rete stradale, permettendo agli automobilisti di passare dal semplice utilizzo delle strade a un contributo attivo al loro miglioramento.
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Il cui piatto piange a causa del ritiro statunitense da 31 agenzie a essa collegate, del ritardo nei versamenti da parte di alcuni Paesi contributori, nonché di una regola, che il portoghese ha definito «kafkiana», e che costringe l’ente a restituire il denaro non speso. Anche se quel denaro non è davvero nelle sue disponibilità.
Ecco all’opera il «segno di contraddizione» impresso da Donald Trump: la brutalità delle sue politiche, la scelta di additare l’ipocrisia del sistema internazionale, anziché continuare a far recitare agli Usa e all’Occidente la parte dei finti tonti, sono state sufficienti a squarciare il velo. E a mostrare per cosa stanno scorrendo i fiumi di lacrime degli interminabili pianti greci per la crisi del multilateralismo, la chimera che accende le intenzioni e i discorsi - nobili, beninteso - di tanti leader mondiali, da Sergio Mattarella al pontefice. Follow the money.
Guterres, con gli ambasciatori dei Paesi rappresentati all’Onu, ha dovuto battere cassa, temendo che le riserve si esauriscano entro luglio. Ha alluso al voltafaccia dell’America e, per tappare la voragine aperta dal tycoon, ha sollecitato i pagamenti dagli altri debitori, pur senza nominarli. Va detto che nella lista dei Paesi già in regola per il 2026, aggiornata al 29 gennaio, non figurano alcuni dei donatori più importanti: Italia, Francia, Germania, Giappone, Corea del Sud, Cina, Russia. C’è invece l’Ucraina, che ha dato oltre 2 milioni e 300.000 dollari. Giunti chissà da dove, visto che pure Kiev è in bolletta. Guterres si è limitato a segnalare che, nell’anno appena trascorso, è stato raggiunto il record di 1,57 miliardi di dollari di arretrati, il doppio rispetto al 2024. «O tutti gli Stati membri onorano i loro obblighi di pagare tutto e in tempo», ha scritto, «o devono modificare radicalmente le nostre regole finanziarie, per prevenire un imminente collasso finanziario dell’Onu». Il riferimento, appunto, è alla clausola che impone di restituire fondi non impiegati, il cui transito sui conti delle Nazioni Unite, però, è stato figurativo.
Gli Stati Uniti sono stati finora la vacca grassa: valgono il 22% del budget dell’organizzazione, seguiti dal 20% della Cina. Anche questo è un segnale: la ritirata di Trump - secondo lui, l’Onu ha un «grande potenziale» inespresso, tanto che, per risolvere la fase due della guerra a Gaza, ha preferito battezzare un controverso «Board of peace» - certifica il protagonismo del Dragone. Ma piuttosto che a una sconfitta per Washington, la mossa equivale alla denuncia di una stortura che si era già prodotta da parecchio tempo e che gli Usa, i primi ad aprire le porte delle istituzioni multilaterali a Pechino, avevano tollerato: l’influenza sproporzionata dei cinesi, alla faccia dei miliardi sborsati dall’America. Non a caso, Trump era entrato in polemica, già durante il primo mandato, con l’Oms, il cui capo, Tedros Adhanom Ghebreyesus, vicino al regime di Xi Jinping, in era Covid aveva usato il guanto di velluto con la Cina. L’uscita dall’agenzia sanitaria, annunciata subito dopo il secondo insediamento alla Casa Bianca, è stata completata pochi giorni fa.
La somma che Washington ha congelato ammonta a 2,19 miliardi di dollari per il bilancio Onu, 1,88 per le missioni di peacekeeping dei caschi blu ancora in corso e 528 milioni per quelle che si sono concluse, ma per le quali tocca saldare il conto.
In previsione dei chiari di luna, Guterres aveva messo all’opera una task force, denominata Un80, con il compito di prescrivere una spending review e migliorare l’efficienza del colosso fondato nel 1945. Entro il 2026, arriverà un taglio del 7% del budget complessivo erogato dagli Stati.
Dopo decenni di inefficacia, prigioniere del gioco delle grandi potenze e al netto di qualche tentativo di riformare il Consiglio di Sicurezza, estendendone la rappresentanza al di là degli equilibri definiti al termine della seconda guerra mondiale, le Nazioni Unite si sono arenate nell’ennesima secca: le frizioni provocate dal conflitto in Medio Oriente, durante il quale si è consumato lo scontro tra il segretario lusitano - «persona non grata in Israele» - e il governo di Benjamin Netanyahu. Infine, all’Assemblea generale di settembre, si era fatto notare il discorso con cui Giorgia Meloni, dando voce alle perplessità di parecchi Paesi, aveva denunciato la vetustà delle convenzioni «che regolano la migrazione e l’asilo. Sono regole», aveva detto il premier, «sancite in un’epoca nella quale non esistevano le migrazioni irregolari di massa e non esistevano i trafficanti di esseri umani. Convenzioni non più attuali in questo contesto».
All’età di 81 anni, insomma, l’Onu è invecchiata malino. E adesso è nel panico: teme di restare senza pensione d’oro.
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Ansa
Tutte le misure di risposta necessarie a livello del sistema energetico ucraino sono state attivate». Il malfunzionamento avrebbe infatti causato interruzioni simultanee su due linee elettriche ad alta tensione: una collega le reti di Moldavia e Romania, mentre l’altra mette in collegamento l’Ucraina centrale e occidentale.
A escludere esplicitamente un attacco cyber è stata una nota diffusa dal ministero della Trasformazione digitale: «L’emergenza nel sistema energetico non è stata causata da un attacco informatico». Dal primo pomeriggio, il sistema elettrico è stato parzialmente ripristinato, ma il sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko, a fine giornata, ha sottolineato che «3.419 grattacieli» sono rimasti «senza riscaldamento». Nella serata, Zelensky ha dichiarato: «Le cause sono in fase di indagine. Al momento non ci sono conferme di interferenze esterne o attacchi informatici. A causa delle condizioni meteorologiche, le linee si sono ghiacciate e si sono verificati spegnimenti automatici».
Il guasto a cascata in Moldavia ha coinvolto anche la capitale Chisinau, mettendo fuori uso alcuni semafori e mezzi pubblici. A intervenire in merito è stato il ministro dell’Energia della Moldavia, Dorin Junghietu: «A causa della perdita della corrente elettrica sul territorio dell’Ucraina, è scattato il sistema di protezione automatico».
E se la tregua riguarda solo le infrastrutture energetiche, Mosca ha preso di mira «oggetti delle infrastrutture di trasporto» utilizzate dalle forze armate ucraine. Dall’altra parte, Kiev, secondo Rbc Ukraine, ha colpito obiettivi militari russi nei territori occupati di Luhansk, Donetsk, Zaporizhzhia.
Sul fronte delle trattative, lo svolgimento del secondo round di negoziati ad Abu Dhabi previsto oggi resta un punto interrogativo. Dopo che il leader di Kiev non ha escluso il rinvio «a causa della situazione tra Stati Uniti e Iran», la Tass ha invece precisato che i colloqui non sono stati cancellati. Nel frattempo, l’inviato del Cremlino, Kirill Dmitriev, ha incontrato a Miami la delegazione americana composta dall’inviato Steve Witkoff, il genero di Donald Trump, Jared Kushner, il segretario al Tesoro, Scott Bessent e il consigliere della Casa Bianca, Josh Gruenbaum. Il primo a esprimersi sull’esito del meeting è stato Witkoff. Definendo il colloquio «produttivo e costruttivo», ha scritto su X: «Siamo incoraggiati da questo incontro, dal fatto che la Russia stia lavorando per garantire la pace in Ucraina». A confermare la riuscita positiva è stato anche Dmitriev: «Incontro costruttivo con la delegazione statunitense per la pace. Discussione produttiva anche sul gruppo di lavoro economico Usa-Russia».
Ma per il leader di Kiev è «indispensabile» l’incontro con il presidente russo, Vladimir Putin, per sciogliere il nodo dei territori. Egli, inoltre, confida nel vertice con gli Usa della prossima settimana. Dopo aver respinto il faccia a faccia a Mosca e aver invitato lo zar russo a Kiev, Zelensky ha affermato che «nessuno, tranne i leader, sarà in grado di risolvere» la questione territoriale. Durante un’intervista a una radio ceca ha infatti precisato: «Come minimo, dovremmo avere l’opportunità di mantenere i contatti con la Federazione russa, con il leader della Russia», altrimenti «le nostre squadre non saranno in grado di concordare sulle questioni territoriali».
Da Mosca arrivano intanto gesti di distensione verso l’Italia. In occasione a Roma del congresso di Democrazia sovrana popolare, è andata in onda un’intervista alla portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: «Il nostro obiettivo è la pace anche con il popolo italiano. Agli italiani dico: se volete conoscere ciò che accade nel mondo, venite in Russia. Non è vero ciò che viene trasmesso nelle tv italiane».
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