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2020-02-19
Assieme a Ubi
Intesa si mangia i vecchi nemici. E Mps resta sola
Carlo Messina (Ansa)
Ore 23.36. Lunedì. L'istituto guidato da Carlo Messina annuncia con una nota scarna di aver dato il via a una maxi operazione con una Offerta pubblica di scambio per mangiarsi Ubi, valorizzandola qualcosa come 4,9 miliardi di euro. Lo scambio è di 10 azioni contro 17, che significa 4,25 euro per ogni titolo di Ubi. La notizia arriva poche ore dopo la diffusione dei conti da parte del capo di Ubi, Victor Massiah, il quale dopo aver annunciato 2.000 esuberi, 2.360 ricollocamenti e il taglio di oltre 170 filiali, aveva confermato un buon dividendo e sentenziato: «L'operazione su Mps? La valuteremo quando c'è chiarezza». Invece, la luce è arrivata in piena notte e di colpo il sistema bancario si è accorto che il concetto di terzo polo bancario, di cui si vocifera da oltre quattro anni, è ormai stantio e superato. La mossa di Messina in un solo colpo si mangia Ubi, per certi versi mettendola anche in sicurezza rispetto al mare magnum europeo. E dimostra che i grandi player domineranno per acquisizione. Ne consegue che chi resta indietro o mangia o sarà mangiato.
Ma l'idea di apparecchiare nozze paritetiche sembra da accantonare. Una doccia fredda per Mps e per certi versi pure per Bpm. Con l'Ops su Ubi nascerà un polo bancario da 460 miliardi di impieghi e oltre 1.100 miliardi di risparmi affidati. Stando alle stime di Messina già nel 2022 produrrà 6 miliardi di utili e dal 2020 oltre 21 miliardi di ricavi. Un forza d'urto sufficiente a misurarsi con le nuove regole europee e, come ha osservato ieri il segretario nazionale della Fabi Lando Maria Sileoni, a creare valore per tutto il Nord Italia. «Operazione che crea valore per tutti, anche per il nostro territorio. Mentre Unicredit si è alleggerita in Italia per preparare probabilmente una grande operazione su scala internazionale, Intesa fa una mossa importante nei nostri confini. Intesa e Ubi sono due banche ben gestite. Per quanto riguarda l'occupazione, chiederemo almeno il 50% di nuove assunzioni rispetto alle uscite solo volontarie», ha concluso Sileoni.
Ciò che crea ulteriore valore è il prezzo riconosciuto alla banca bergamasca. Oltre 4 euro per azione significa innescare una svolta definitiva per il sistema bancario. Le acquisizioni degli ultimi anni sono state in realtà salvataggi, più o meno urgenti. Ma in ogni caso il messaggio inviato agli istituti stranieri è stato uno e molto semplice. Le nostre banche valgono 1 euro. Non una cifra simbolica, ma quanto effettivamente Intesa ha pagato per le due Venete andate a gambe all'aria dopo aver bruciato la dote del fondo Atlante (quasi 5 miliardi raccolti dai vari istituti tricolore). La maxi svalutazione è cominciata con il fallimento di banca Etruria (con le altre tre Popolari) e il pasticcio sull'avvio del bail in tricolore. In quell'occasione partì il massacro degli Npl e la valutazione infima fissata dai commissari al 17%.
Si è creato così un benchmark di riferimento che ha piallato le speranze dell'intero sistema e fatto guadagnare milioni anche a chi ha varcato il nostro confine appositamente per partecipare a un banchetto improvviso. Adesso le carte in tavola sono cambiate. Al tempo stesso, la mossa di Messina svincola una volta per tutte le relazioni politiche. Annientando la possibilità che si formi un terzo polo per aggregazione, l'Ops su Ubi imporrà innanzitutto al Monte dei Paschi di Siena scelte importanti. Entro l'estate il Tesoro dovrà uscire dal capitale e l'istituto ora guidato da Marco Morelli dovrà semplicemente essere venduto.
L'avverbio non va frainteso: di semplice non c'è nulla. Ma ciò che conta è che da adesso il valore riconosciuto a Ubi si rifletterà anche su tutte le altre banche. Vale anche per Banco Bpm. Anche se in queste ore Giuseppe Castagna, amministratore delegato del gruppo lombardo veneto, si sentirà più «piccolo» di prima e dovrà affrontare da solo il consolidamento del mercato. Farà il salto e si mangerà Mps? Oppure starà a guardare che arrivi qualcuno dall'estero? Rischiando di rimanere ancora più solo. Perché, bisogna ricordare, all'orizzonte c'è sempre il gruppo francese Credit Agricole. Che in Italia già è in pianta stabile e in queste settimane osserva da vicino la vicenda Carige e il futuro delle Bcc di Cassa centrale banca. Non è escluso che se la Bce chiedesse più capitale per l'istituto genovese, Credit Agricole possa sostenere l'azionista Ccb diventando partner stabile e magari aprendo il vero assalto a Mps. C'è il tema teorico dell'italianità, ma se gli stranieri devono fare shopping da noi almeno paghino un prezzo congruo. Ciò che è da combattere a tutti i costi sono le svendite.
Infine, si aprirebbe di nuovo un partita Italia-Francia e potrebbe essere l'occasione migliore o ideale per Intesa per muovere una volta su tutte su Generali. L'operazione ideata da Messina a gennaio del 2017 non è andata in porto. Adesso è tutto diverso.
Da quota 100 la vera spinta per alleggerire gli sportelli
Negli ultimi 18 mesi il computo degli esuberi bancari è arrivato a valere più o meno 15.000 unità. Tantissime persone che sono uscite dal mondo degli sportelli per avviarsi solitamente alla pensione. Una parte di questi esuberi è stata sostenuta dal sistema bancario in piena autonomia. L'altra metà è potuta avvenire grazie a quota 100. La norma leghista inserita nella manovra 2019 ha di fatto consentito l'avvio dei grandi pacchetti di riassetto dei bilanci. Basti pensare che Intesa, lo scorso maggio, ha annunciato 1.000 uscite legate al pilastro leghista e altre 600 agganciate al fondo di solidarietà. Un discorso simile vale per tutti gli altri esuberi del comparto.
E ora a posteriori si comprende quanto questa novità pensionistica (della durata di soli tre anni) sia una sorta di risarcimento dopo anni di dieta forzata sui non performing loans, gli Npl. Per almeno due decenni gli istituti hanno erogato credito a maglie larghe. Quasi sempre spinti e incentivati dai vari governi che si sono susseguiti. In fondo, la pratica dei roll over, i fidi continuativi, erano un modo per tenere più alta l'asticella del Pil. Per alcuni un trucco per modificare i dati della congiuntura, per altri un sistema che garantiva alle piccole aziende, in carente asfissia di capitali, di restare in vita. All'improvviso dopo il 2011, i governi a Roma, su input di Bruxelles, hanno cambiato le regole. Di punto in bianco gli Npl sono diventati un tumore da asportare. Per giunta in tempi rapidissimi. Dunque senza possibilità di cura se non con interventi chirurgici. Il valore delle banche è precipitato. Nel frattempo gli istituti hanno dovuto affrontare i tassi negativi e un radicale cambio di passo tecnologico. La rivoluzione è esplosa assieme ai mali tipici dell'Italia: conflitti d'interessi dei manager e degli azionisti. Soci ammanicati e spesso una vigilanza estremamente carente.
Ci sono stati morti e caduti. Non stiamo a rivedere la lunga lista dei crac dal Veneto fino a Bari. E - con una storia a sé stante - il salvataggio pubblico del Monte dei Paschi di Siena. Superate le secche peggiori, però, il sistema bancario ha cominciato a capire dove poteva andare a prendere la marginalità necessaria per rilanciarsi e stare in piedi. Innanzitutto, dalle grandi masse di risparmio gestito e, poi, dai nuovi flussi tecnologici. La rivoluzione ha un prezzo umano. Quando i flussi di lavoro cambiano in modo veloce, migliaia di persone devono essere ricollocate (quelle che possono imparare una nuova mansione) e altre vengono espulse. Per questo ultimo tassello serviva quota 100, senza la quale - in poche parole - la grande operazione di Intesa su Ubi non sarebbe potuta avvenire. Nel senso che non ci sarebbe stato l'ambiente adatto per farla fiorire. Ecco perché il consigliere delegato di Intesa, Carlo Messina, ha più volte elogiato la manovra gialloblù. Per lo stesso motivo, l'attuale governo non ha potuto fare marcia indietro. Stoppare in anticipo il corso di quota 100 avrebbe creato migliaia di esodati sul modello di Elsa Fornero. E non avrebbe compreso le necessità del Nord Italia produttivo. Anche su questo tema si è esposto molto Messina. Lo scorso settembre si è rivolto al governo giallorosso e ai suoi supporter esterni come Matteo Renzi. «Non ci può e non ci deve essere contrapposizione tra questo governo e le regioni del Nord. Immaginare di governare contro la Lombardia e il Veneto dove governa, secondo me molto bene, la Lega è un elemento che deve essere tenuto in considerazione», ha detto a un convegno sulle assicurazioni. Il riferimento era soprattutto a Giancarlo Giorgetti e a una buona fetta del Carroccio. Ma c'era anche un messaggio a Sergio Mattarella: attenzione a sostenere troppo a lungo un governo avulso dalla realtà.
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Dopo anni di salvataggi e svendite ripartono le acquisizioni importanti. Tramonta la prospettiva di creare un terzo polo e ora Mps dovrà cercare da sola un partner. Se fosse Credit Agricole, almeno dovrà pagare...Con la riforma leghista ridotti gli organici senza danneggiare i lavoratori in esubero.Lo speciale contiene due articoliOre 23.36. Lunedì. L'istituto guidato da Carlo Messina annuncia con una nota scarna di aver dato il via a una maxi operazione con una Offerta pubblica di scambio per mangiarsi Ubi, valorizzandola qualcosa come 4,9 miliardi di euro. Lo scambio è di 10 azioni contro 17, che significa 4,25 euro per ogni titolo di Ubi. La notizia arriva poche ore dopo la diffusione dei conti da parte del capo di Ubi, Victor Massiah, il quale dopo aver annunciato 2.000 esuberi, 2.360 ricollocamenti e il taglio di oltre 170 filiali, aveva confermato un buon dividendo e sentenziato: «L'operazione su Mps? La valuteremo quando c'è chiarezza». Invece, la luce è arrivata in piena notte e di colpo il sistema bancario si è accorto che il concetto di terzo polo bancario, di cui si vocifera da oltre quattro anni, è ormai stantio e superato. La mossa di Messina in un solo colpo si mangia Ubi, per certi versi mettendola anche in sicurezza rispetto al mare magnum europeo. E dimostra che i grandi player domineranno per acquisizione. Ne consegue che chi resta indietro o mangia o sarà mangiato. Ma l'idea di apparecchiare nozze paritetiche sembra da accantonare. Una doccia fredda per Mps e per certi versi pure per Bpm. Con l'Ops su Ubi nascerà un polo bancario da 460 miliardi di impieghi e oltre 1.100 miliardi di risparmi affidati. Stando alle stime di Messina già nel 2022 produrrà 6 miliardi di utili e dal 2020 oltre 21 miliardi di ricavi. Un forza d'urto sufficiente a misurarsi con le nuove regole europee e, come ha osservato ieri il segretario nazionale della Fabi Lando Maria Sileoni, a creare valore per tutto il Nord Italia. «Operazione che crea valore per tutti, anche per il nostro territorio. Mentre Unicredit si è alleggerita in Italia per preparare probabilmente una grande operazione su scala internazionale, Intesa fa una mossa importante nei nostri confini. Intesa e Ubi sono due banche ben gestite. Per quanto riguarda l'occupazione, chiederemo almeno il 50% di nuove assunzioni rispetto alle uscite solo volontarie», ha concluso Sileoni. Ciò che crea ulteriore valore è il prezzo riconosciuto alla banca bergamasca. Oltre 4 euro per azione significa innescare una svolta definitiva per il sistema bancario. Le acquisizioni degli ultimi anni sono state in realtà salvataggi, più o meno urgenti. Ma in ogni caso il messaggio inviato agli istituti stranieri è stato uno e molto semplice. Le nostre banche valgono 1 euro. Non una cifra simbolica, ma quanto effettivamente Intesa ha pagato per le due Venete andate a gambe all'aria dopo aver bruciato la dote del fondo Atlante (quasi 5 miliardi raccolti dai vari istituti tricolore). La maxi svalutazione è cominciata con il fallimento di banca Etruria (con le altre tre Popolari) e il pasticcio sull'avvio del bail in tricolore. In quell'occasione partì il massacro degli Npl e la valutazione infima fissata dai commissari al 17%. Si è creato così un benchmark di riferimento che ha piallato le speranze dell'intero sistema e fatto guadagnare milioni anche a chi ha varcato il nostro confine appositamente per partecipare a un banchetto improvviso. Adesso le carte in tavola sono cambiate. Al tempo stesso, la mossa di Messina svincola una volta per tutte le relazioni politiche. Annientando la possibilità che si formi un terzo polo per aggregazione, l'Ops su Ubi imporrà innanzitutto al Monte dei Paschi di Siena scelte importanti. Entro l'estate il Tesoro dovrà uscire dal capitale e l'istituto ora guidato da Marco Morelli dovrà semplicemente essere venduto. L'avverbio non va frainteso: di semplice non c'è nulla. Ma ciò che conta è che da adesso il valore riconosciuto a Ubi si rifletterà anche su tutte le altre banche. Vale anche per Banco Bpm. Anche se in queste ore Giuseppe Castagna, amministratore delegato del gruppo lombardo veneto, si sentirà più «piccolo» di prima e dovrà affrontare da solo il consolidamento del mercato. Farà il salto e si mangerà Mps? Oppure starà a guardare che arrivi qualcuno dall'estero? Rischiando di rimanere ancora più solo. Perché, bisogna ricordare, all'orizzonte c'è sempre il gruppo francese Credit Agricole. Che in Italia già è in pianta stabile e in queste settimane osserva da vicino la vicenda Carige e il futuro delle Bcc di Cassa centrale banca. Non è escluso che se la Bce chiedesse più capitale per l'istituto genovese, Credit Agricole possa sostenere l'azionista Ccb diventando partner stabile e magari aprendo il vero assalto a Mps. C'è il tema teorico dell'italianità, ma se gli stranieri devono fare shopping da noi almeno paghino un prezzo congruo. Ciò che è da combattere a tutti i costi sono le svendite. Infine, si aprirebbe di nuovo un partita Italia-Francia e potrebbe essere l'occasione migliore o ideale per Intesa per muovere una volta su tutte su Generali. L'operazione ideata da Messina a gennaio del 2017 non è andata in porto. Adesso è tutto diverso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-finita-lera-delle-banche-a-1-euro-intesa-si-mangia-ubi-per-5-miliardi-2645188802.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-quota-100-la-vera-spinta-per-alleggerire-gli-sportelli" data-post-id="2645188802" data-published-at="1767731256" data-use-pagination="False"> Da quota 100 la vera spinta per alleggerire gli sportelli Negli ultimi 18 mesi il computo degli esuberi bancari è arrivato a valere più o meno 15.000 unità. Tantissime persone che sono uscite dal mondo degli sportelli per avviarsi solitamente alla pensione. Una parte di questi esuberi è stata sostenuta dal sistema bancario in piena autonomia. L'altra metà è potuta avvenire grazie a quota 100. La norma leghista inserita nella manovra 2019 ha di fatto consentito l'avvio dei grandi pacchetti di riassetto dei bilanci. Basti pensare che Intesa, lo scorso maggio, ha annunciato 1.000 uscite legate al pilastro leghista e altre 600 agganciate al fondo di solidarietà. Un discorso simile vale per tutti gli altri esuberi del comparto. E ora a posteriori si comprende quanto questa novità pensionistica (della durata di soli tre anni) sia una sorta di risarcimento dopo anni di dieta forzata sui non performing loans, gli Npl. Per almeno due decenni gli istituti hanno erogato credito a maglie larghe. Quasi sempre spinti e incentivati dai vari governi che si sono susseguiti. In fondo, la pratica dei roll over, i fidi continuativi, erano un modo per tenere più alta l'asticella del Pil. Per alcuni un trucco per modificare i dati della congiuntura, per altri un sistema che garantiva alle piccole aziende, in carente asfissia di capitali, di restare in vita. All'improvviso dopo il 2011, i governi a Roma, su input di Bruxelles, hanno cambiato le regole. Di punto in bianco gli Npl sono diventati un tumore da asportare. Per giunta in tempi rapidissimi. Dunque senza possibilità di cura se non con interventi chirurgici. Il valore delle banche è precipitato. Nel frattempo gli istituti hanno dovuto affrontare i tassi negativi e un radicale cambio di passo tecnologico. La rivoluzione è esplosa assieme ai mali tipici dell'Italia: conflitti d'interessi dei manager e degli azionisti. Soci ammanicati e spesso una vigilanza estremamente carente. Ci sono stati morti e caduti. Non stiamo a rivedere la lunga lista dei crac dal Veneto fino a Bari. E - con una storia a sé stante - il salvataggio pubblico del Monte dei Paschi di Siena. Superate le secche peggiori, però, il sistema bancario ha cominciato a capire dove poteva andare a prendere la marginalità necessaria per rilanciarsi e stare in piedi. Innanzitutto, dalle grandi masse di risparmio gestito e, poi, dai nuovi flussi tecnologici. La rivoluzione ha un prezzo umano. Quando i flussi di lavoro cambiano in modo veloce, migliaia di persone devono essere ricollocate (quelle che possono imparare una nuova mansione) e altre vengono espulse. Per questo ultimo tassello serviva quota 100, senza la quale - in poche parole - la grande operazione di Intesa su Ubi non sarebbe potuta avvenire. Nel senso che non ci sarebbe stato l'ambiente adatto per farla fiorire. Ecco perché il consigliere delegato di Intesa, Carlo Messina, ha più volte elogiato la manovra gialloblù. Per lo stesso motivo, l'attuale governo non ha potuto fare marcia indietro. Stoppare in anticipo il corso di quota 100 avrebbe creato migliaia di esodati sul modello di Elsa Fornero. E non avrebbe compreso le necessità del Nord Italia produttivo. Anche su questo tema si è esposto molto Messina. Lo scorso settembre si è rivolto al governo giallorosso e ai suoi supporter esterni come Matteo Renzi. «Non ci può e non ci deve essere contrapposizione tra questo governo e le regioni del Nord. Immaginare di governare contro la Lombardia e il Veneto dove governa, secondo me molto bene, la Lega è un elemento che deve essere tenuto in considerazione», ha detto a un convegno sulle assicurazioni. Il riferimento era soprattutto a Giancarlo Giorgetti e a una buona fetta del Carroccio. Ma c'era anche un messaggio a Sergio Mattarella: attenzione a sostenere troppo a lungo un governo avulso dalla realtà.
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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