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2018-06-29
Due dimissioni pesanti incombono sulla conferma di Ruffini alle Entrate
ANSA
- Nuovi problemi per l'uomo di Matteo Renzi dopo i mancati introiti delle cartelle rottamate.
- Dal 2008 il gettito delle accise sui carburanti è aumentato del 26,6%. Uno studio elenca tutti i numeri del salasso tributario che rende i nostri distributori tra i più temuti in assoluto. «E se non saranno disinnescate le clausole di salvaguardia, avremo ulteriori rincari».
Lo speciale contiene due articoli.
Acque agitate all'Agenzia delle entrate. A far preoccupare il direttore Ernesto Maria Ruffini, a rischio di spoils system, innanzitutto l'atto di accusa della Corte dei conti, che nella sua relazione di martedì scorso ha denunciato il buco da quasi 10 miliardi di euro prodotto dalle rottamazioni delle cartelle targate Renzi.
«A fronte di un ammontare lordo complessivo di crediti rottamati di 31,3 miliardi, l'introito atteso ammonta a 17,8 miliardi», osserva la Corte dei conti, che aggiunge come «di tale importo sono stati riscossi nei termini solo 6,5 miliardi, comprensivi degli interessi per pagamento rateale. A tale somma deve aggiungersi la parte rateizzata ancora da riscuotere pari a 1,7 miliardi comprensivi di interessi. Pertanto», sottolineano i giudici, «dei 17,8 miliardi previsti in base alle istanze di definizione pervenute, 9,6 miliardi non sono stati riscossi e costituiscono omessi versamenti. Per una parte di queste posizioni debitorie si può affermare che l'istanza di rottamazione ha avuto essenzialmente finalità dilatorie rispetto all'espletamento delle procedure esecutive».
Nel frattempo, a Ruffini, oggetto di tanti tweet compiaciuti di Matteo Renzi, che è alla ricerca della conferma da parte del ministero dell'Economia dove i due viceministri Laura Castelli (Movimento 5 stelle) e Massimo Garavaglia (Lega) stanno decidendo il da farsi, sono arrivate sul tavolo due dimissioni di peso.
La prima è quella del suo nuovo capo ufficio stampa Salvatore Padula, assunto - come abbiamo raccontato su queste pagine - con un contratto di tre anni all'indomani delle elezioni politiche e che ha preso il posto del suo predecessore interno all'Agenzia delle entrate, superando nel bando di selezione tanti altri candidati sempre interni. Padula lascerà tra pochi giorni (quindi dopo appena due mesi) l'Agenzia delle entrate, dove al fianco di Ruffini resterà il suo portavoce, Giovanni Bartoloni, che ha anche l'incarico di assistente dell'europarlamentare del Pd Enrico Gasbarra.
Altre dimissioni di peso sono quelle di Giuseppe Caporello, da anni in Agenzia delle entrate come responsabile della sicurezza informatica e della privacy. Caporello vigila su tutto il mondo dei dati in mano al fisco, dalle precompilate alla fatturazione elettronica. Nonostante il suo contratto sia stato appena rinnovato, Caporello ha preferito fare le valigie. Anche lui lascia a fine mese.
Negli spot fatti per promuovere la sua riconferma, Ruffini ha appena lanciato il «tagliacode» per gli sportelli dell'ex Equitalia. Arrivando però tra gli ultimi. Nella stessa Agenzia delle entrate funziona per esempio da anni. Ma la prenotazione appuntamenti funziona oramai ovunque, dai Comuni di Roma e Torino alle prefetture, fino agli ospedali, per esempio l'Ifo o il Bambin Gesù tramite l'app Qurami (scritto proprio così): tutte le mattine puoi prendere il tuo numeretto virtuale. Ma negli anni se ne sono dotati anche Ama, Acea, A2a e moltissimi Comuni, da Bologna a Cagliari, così come le Camere di commercio, per esempio quella di Padova, a quasi tutte le Università. Insomma, non proprio una grande novità.
Ignazio Mangrano
Benzina, 5 miliardi di tasse in più in 10 anni
Cinque miliardi e mezzo di euro. Tanto è aumentato in Italia negli ultimi dieci anni il gettito raccolto dallo Stato grazie alle accise su prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi. A snocciolare i numeri di questo salasso (nemmeno troppo) nascosto a carico dei contribuenti è il Centro studi Impresalavoro, che ha realizzato sul tema una ricerca basata sui dati del Def (il Documento di economia e finanza presentato ogni anno dal governo alle Camere) e della Commissione europea.
Nel dettaglio, lo studio mostra come le accise applicate sui carburanti hanno permesso allo Stato italiano di aumentare i propri incassi di 5,4 miliardi di euro in 10 anni. Il gettito totale è infatti passato dai 20,3 miliardi del 2008 ai 25,7 miliardi del 2017 (+26,6%).
Con il suo prezzo di 1,623 euro al litro, la nostra benzina è la quarta più cara del continente, superiore alla media europea dell'11,2%. Secondo il centro studi Impresalavoro, riempire il serbatoio costa a noi italiani il 5,2% in più rispetto ai vicini francesi, il 10,1% in più dei tedeschi e addirittura il 26,3% in più rispetto agli austriaci. In tutta Europa pagano la benzina più di noi solamente gli olandesi (1,688 euro al litro), i danesi (1,671 euro) e i greci (1,624 euro). Naturalmente a «fare il prezzo» e a renderlo così pesante sono proprio le citate accise. Nel nostro Paese il prelievo statale rappresenta infatti ben il 62,9% del prezzo finale, contro il 59,9% della media europea, il 52,3% della Spagna, il 60,4% della Germania e il 61,5% della Francia.
Non se la passano meglio gli italiani che preferiscono il diesel. Da noi questo tipo di carburante costa 1,501 euro al litro. Per trovarne uno più caro in tutto il continente bisogna andare fino in Svezia, dove il diesel si paga 1,548 euro al litro. Anche in questo caso, l'Italia supera la media europea del 10,7%, e batte in scioltezza Germania (+16,1%) e Austria (+21,7%). La colpa, manco a dirlo, è sempre delle famose tasse, che da sole si prendono il 59,2% del prezzo finale contro il 54,2% della media europea.
Le accise sui carburanti in Italia sono ben 17, alcune delle quali, come è noto, risalgono al 1935 e sono a dir poco anacronistiche. Ogni volta che premiamo il grilletto della pistola del distributore, benzina o diesel che sia, versiamo contributi per varie voci di spesa pubblica a volte innegabilmente assurde, «dalla guerra di Etiopia all'acquisto di autobus ecologici, dal rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 all'emergenza migranti causata dalla crisi libica», ricorda lo studio di Impresalavoro. Senza contare le varie emergenze, dal terremoto in Emilia (2012) a quelli del Friuli (1976) e dell'Irpinia (1980), dall'alluvione in Liguria (2011) a quella di Firenze (1966).
«Questi numeri», commenta Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del centro studi Impresalavoro, «dovrebbero far riflettere, soprattutto nel momento in cui occorre reperire risorse utili a disinnescare le cosiddette clausole di salvaguardia. Il nuovo governo dovrà infatti reperire ben 12,4 miliardi di euro per il 2019 per scongiurare l'incremento dell'Iva (dal 10% all'11,5% l'aliquota agevolata e dal 22% al 24,2% quella ordinaria) e delle accise. In caso contrario, solo quest'ultima voce porterebbe alle casse dello Stato risorse aggiuntive per 350 milioni annui a partire dal 2020, facendo quindi salire il gettito oltre la soglia dei 26 miliardi. I rincari potrebbero quindi essere consistenti e non dimentichiamo che l'Iva si applica anche sulle accise».
Gianluca De Maio
Nuovi problemi per l'uomo di Matteo Renzi dopo i mancati introiti delle cartelle rottamate.Dal 2008 il gettito delle accise sui carburanti è aumentato del 26,6%. Uno studio elenca tutti i numeri del salasso tributario che rende i nostri distributori tra i più temuti in assoluto. «E se non saranno disinnescate le clausole di salvaguardia, avremo ulteriori rincari».Lo speciale contiene due articoli. Acque agitate all'Agenzia delle entrate. A far preoccupare il direttore Ernesto Maria Ruffini, a rischio di spoils system, innanzitutto l'atto di accusa della Corte dei conti, che nella sua relazione di martedì scorso ha denunciato il buco da quasi 10 miliardi di euro prodotto dalle rottamazioni delle cartelle targate Renzi.«A fronte di un ammontare lordo complessivo di crediti rottamati di 31,3 miliardi, l'introito atteso ammonta a 17,8 miliardi», osserva la Corte dei conti, che aggiunge come «di tale importo sono stati riscossi nei termini solo 6,5 miliardi, comprensivi degli interessi per pagamento rateale. A tale somma deve aggiungersi la parte rateizzata ancora da riscuotere pari a 1,7 miliardi comprensivi di interessi. Pertanto», sottolineano i giudici, «dei 17,8 miliardi previsti in base alle istanze di definizione pervenute, 9,6 miliardi non sono stati riscossi e costituiscono omessi versamenti. Per una parte di queste posizioni debitorie si può affermare che l'istanza di rottamazione ha avuto essenzialmente finalità dilatorie rispetto all'espletamento delle procedure esecutive».Nel frattempo, a Ruffini, oggetto di tanti tweet compiaciuti di Matteo Renzi, che è alla ricerca della conferma da parte del ministero dell'Economia dove i due viceministri Laura Castelli (Movimento 5 stelle) e Massimo Garavaglia (Lega) stanno decidendo il da farsi, sono arrivate sul tavolo due dimissioni di peso.La prima è quella del suo nuovo capo ufficio stampa Salvatore Padula, assunto - come abbiamo raccontato su queste pagine - con un contratto di tre anni all'indomani delle elezioni politiche e che ha preso il posto del suo predecessore interno all'Agenzia delle entrate, superando nel bando di selezione tanti altri candidati sempre interni. Padula lascerà tra pochi giorni (quindi dopo appena due mesi) l'Agenzia delle entrate, dove al fianco di Ruffini resterà il suo portavoce, Giovanni Bartoloni, che ha anche l'incarico di assistente dell'europarlamentare del Pd Enrico Gasbarra. Altre dimissioni di peso sono quelle di Giuseppe Caporello, da anni in Agenzia delle entrate come responsabile della sicurezza informatica e della privacy. Caporello vigila su tutto il mondo dei dati in mano al fisco, dalle precompilate alla fatturazione elettronica. Nonostante il suo contratto sia stato appena rinnovato, Caporello ha preferito fare le valigie. Anche lui lascia a fine mese. Negli spot fatti per promuovere la sua riconferma, Ruffini ha appena lanciato il «tagliacode» per gli sportelli dell'ex Equitalia. Arrivando però tra gli ultimi. Nella stessa Agenzia delle entrate funziona per esempio da anni. Ma la prenotazione appuntamenti funziona oramai ovunque, dai Comuni di Roma e Torino alle prefetture, fino agli ospedali, per esempio l'Ifo o il Bambin Gesù tramite l'app Qurami (scritto proprio così): tutte le mattine puoi prendere il tuo numeretto virtuale. Ma negli anni se ne sono dotati anche Ama, Acea, A2a e moltissimi Comuni, da Bologna a Cagliari, così come le Camere di commercio, per esempio quella di Padova, a quasi tutte le Università. Insomma, non proprio una grande novità.Ignazio Mangrano<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/due-dimissioni-pesanti-incombono-sulla-conferma-di-ruffini-alle-entrate-2582155809.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="benzina-5-miliardi-di-tasse-in-piu-in-10-anni" data-post-id="2582155809" data-published-at="1781229677" data-use-pagination="False"> Benzina, 5 miliardi di tasse in più in 10 anni Cinque miliardi e mezzo di euro. Tanto è aumentato in Italia negli ultimi dieci anni il gettito raccolto dallo Stato grazie alle accise su prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi. A snocciolare i numeri di questo salasso (nemmeno troppo) nascosto a carico dei contribuenti è il Centro studi Impresalavoro, che ha realizzato sul tema una ricerca basata sui dati del Def (il Documento di economia e finanza presentato ogni anno dal governo alle Camere) e della Commissione europea. Nel dettaglio, lo studio mostra come le accise applicate sui carburanti hanno permesso allo Stato italiano di aumentare i propri incassi di 5,4 miliardi di euro in 10 anni. Il gettito totale è infatti passato dai 20,3 miliardi del 2008 ai 25,7 miliardi del 2017 (+26,6%). Con il suo prezzo di 1,623 euro al litro, la nostra benzina è la quarta più cara del continente, superiore alla media europea dell'11,2%. Secondo il centro studi Impresalavoro, riempire il serbatoio costa a noi italiani il 5,2% in più rispetto ai vicini francesi, il 10,1% in più dei tedeschi e addirittura il 26,3% in più rispetto agli austriaci. In tutta Europa pagano la benzina più di noi solamente gli olandesi (1,688 euro al litro), i danesi (1,671 euro) e i greci (1,624 euro). Naturalmente a «fare il prezzo» e a renderlo così pesante sono proprio le citate accise. Nel nostro Paese il prelievo statale rappresenta infatti ben il 62,9% del prezzo finale, contro il 59,9% della media europea, il 52,3% della Spagna, il 60,4% della Germania e il 61,5% della Francia. Non se la passano meglio gli italiani che preferiscono il diesel. Da noi questo tipo di carburante costa 1,501 euro al litro. Per trovarne uno più caro in tutto il continente bisogna andare fino in Svezia, dove il diesel si paga 1,548 euro al litro. Anche in questo caso, l'Italia supera la media europea del 10,7%, e batte in scioltezza Germania (+16,1%) e Austria (+21,7%). La colpa, manco a dirlo, è sempre delle famose tasse, che da sole si prendono il 59,2% del prezzo finale contro il 54,2% della media europea. Le accise sui carburanti in Italia sono ben 17, alcune delle quali, come è noto, risalgono al 1935 e sono a dir poco anacronistiche. Ogni volta che premiamo il grilletto della pistola del distributore, benzina o diesel che sia, versiamo contributi per varie voci di spesa pubblica a volte innegabilmente assurde, «dalla guerra di Etiopia all'acquisto di autobus ecologici, dal rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 all'emergenza migranti causata dalla crisi libica», ricorda lo studio di Impresalavoro. Senza contare le varie emergenze, dal terremoto in Emilia (2012) a quelli del Friuli (1976) e dell'Irpinia (1980), dall'alluvione in Liguria (2011) a quella di Firenze (1966). «Questi numeri», commenta Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del centro studi Impresalavoro, «dovrebbero far riflettere, soprattutto nel momento in cui occorre reperire risorse utili a disinnescare le cosiddette clausole di salvaguardia. Il nuovo governo dovrà infatti reperire ben 12,4 miliardi di euro per il 2019 per scongiurare l'incremento dell'Iva (dal 10% all'11,5% l'aliquota agevolata e dal 22% al 24,2% quella ordinaria) e delle accise. In caso contrario, solo quest'ultima voce porterebbe alle casse dello Stato risorse aggiuntive per 350 milioni annui a partire dal 2020, facendo quindi salire il gettito oltre la soglia dei 26 miliardi. I rincari potrebbero quindi essere consistenti e non dimentichiamo che l'Iva si applica anche sulle accise». Gianluca De Maio
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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