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2019-01-14
In Italia volano 126.000 droni, ma solo 6.000 piloti hanno il brevetto
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Non c'era nessun drone sull'aeroporto di Londra, ma i danni ammontano a oltre un milione di sterline. I presunti avvistamenti di droni che hanno paralizzato per due giorni l'aeroporto inglese di Gatwick prima di Natale e per qualche ora quello di Heathrow l'otto gennaio, dimostrano ancora una volta come impreparazione, panico e ignoranza possano fare danni quanto un attentato. Di più, le reazioni sproporzionate e a dir poco sclerotiche delle autorità inglesi e dei media hanno aggravato una situazione che in realtà non vedeva alcun pericolo per il traffico degli aeroporti. Il punto era, invece, prendersi la responsabilità di dichiarare che di droni non ce n'era neppure l'ombra.
Ma una possibile collisione tra aeromobili e droni oggi è l'incubo sul quale la società spende soldi per la ricerca e la costruzione di sistemi di contrasto, emette normative stringenti e amplifica notizie fino a dare del fenomeno una visione distorta e irreale.
Nonostante allarmi raramente concretizzati e incidenti finora mai accaduti non esiste più confine tra la sicurezza intesa come "security", fatta di regole e controlli, e quella definita come "Safety", creata da prevenzione, educazione all'uso di questi oggetti e da una corretta informazione.
Così la gravità di quanto successo a Gatwick e Heathrow rischia di non essere compresa. Cominciamo con il dire che Elaine Kirk (54 anni) e suo marito Paul Gait (47), arrestati come sospetti, nulla avevano a che fare con l'episodio. Sbattuti dentro e poi liberati, sono stati apostrofati come deficienti dall'opinione pubblica e da redattori assetati di scoop che hanno rubato le loro fotografie dai profili social e li hanno sbattuti in pagina con il titolo: «Sono questi idioti che hanno rovinato il Natale?"» Motivo dell'arresto: nel baule dell'auto di Paul c'era un elicottero radiocomandato che l'uomo ama far volare nel weekend, ma rigorosamente nelle apposite aree. I danni alla casa subiti per le perquisizioni, i due inglesi li chiederanno tramite il loro avvocato, mentre l'aver messo a terra 140.000 persone cancellando oltre 1.000 voli porterà alla determinazione di un costo di qualche milione di sterline che non si sa ancora a chi far pagare. I passeggeri coinvolti si aspettano dei risarcimenti, nonostante la Civil Aviation Authority abbia dichiarato che l'incidente si è verificato in circostanze straordinarie al di fuori del controllo delle compagnie aeree e per questo non è previsto alcun compenso.
Le tre compagnie aeree che si sono viste fermare sono Norwegian, British Airways e EasyJet, che non hanno ancora rilasciato una stima delle entrate perse ma che intendono capire a chi addossare la colpa del disastro. Soltanto EasyJet, che gestisce il 40% dei voli giornalieri da Gatwick, avrebbe perso circa 1,58 milioni di sterline ogni 24 ore, ma è una cifra che nasce dal tempo in cui il vettore è stato fermato, in un momento che il mercato lo porta a incassare circa 578 milioni l'anno. Gli altri vettori non hanno ancora rilasciato stime ma non mancheranno di chiedere al gestore aeroportuale come intende affrontare altri casi simili che dovessero capitare, stante l'impreparazione dimostrata. Negozi e i ristoranti hanno invece fatto i conti e stimano che il totale delle entrate perse sarebbe superiore al milione di sterline, mentre ancora si attende la conta da parte degli operatori dei trasporti su rotaia e gomma.
È bastato che un paio di dipendenti dell'aeroporto londinese credessero di aver visto qualcosa in volo per fermare il traffico. Se a Gatwick e a Heathrow ci fosse stato davvero un drone, arrivare a dover schierare militari con sistemi da guerra elettronica ha mostrato che l'aviazione civile e soprattutto le gestioni aeroportuali non sono preparate a un vero eventuale tentativo di atto terroristico che si voglia compiere usando mezzi come questi in vendita in qualsiasi grande magazzino. Se ci fosse stato davvero un criminale in giro con un radiocomando, la polizia e le forze di sicurezza inglesi avrebbero dovuto sapere come individuarlo e neutralizzare la minaccia. Incredibile, invece, che reparti di sicurezza addestrati contro i terroristi abbiano cercato nei militari una collaborazione che si è comunque rivelata sterile.
La verità è che i droni, nonostante salvino la vita di chi si perde nei boschi e aiutino nel lavoro, incutono timore e fanno pensare a situazioni catastrofiche che però da nessuna parte nel mondo pacificato si sono finora concretizzate. La psicosi ormai è tale che coinvolge in primis gli equipaggi, come accaduto il 21 settembre scorso al volo Porter Airlines con 54 passeggeri a bordo, partito da Ottawa, Canada. Durante l'avvicinamento all'aeroporto Bishop di Toronto, nonostante fosse ancora a 2.700 metri di quota, un po' troppo in alto per trovarsi davanti un piccolo drone, il comandante, credendo di vedere un tale oggetto in rotta di collisione ha effettuato una manovra di scampo che ha causato il ferimento di due assistenti di volo. Mentre un vero incidente accadde nell'ottobre 2016 a un piccolo aeromobile, la cui ala fu danneggiata per lo scontro contro un quadricottero di circa due chili, i cui resti furono invece ritrovati. Da anni il settore di droni è regolato in ogni nazione evoluta, le limitazioni all'utilizzo di quelli ricreativi sono definite e conosciute. Eppure queste macchine sono divenute lo spauracchio delle security e un alibi per le associazioni dei piloti. Chissà che la decisione del governo May di imporre la registrazione degli Apr raffreddi gli animi. Ma una cosa è certa, chi ha urlato "Al drone! Al drone!" adesso dovrebbe rispondere dei danni che ha causato.
Nel 2018 in Italia acquistati oltre 126.000 droni: 6.000 i brevetti rilasciati
In Italia, oltre a valere il regolamento europeo emesso da Easa, è in vigore quello nazionale dal 2014, ed esiste anche un elenco pubblico costantemente aggiornato dall'Enac nel quale appaiono i circa 10.000 droni registrati dagli operatori italiani. I piloti che intendono lavorare con i velivoli a pilotaggio remoto devono conseguire un attestato (una sorta di brevetto) e attualmente ne sono già stati rilasciati quasi 6.000. Il numero è alto, ma soltanto una minoranza delle persone così qualificate, circa il 20%, ha fatto delle operazioni specializzate con i droni la sua professione esclusiva vivendo di operazioni specializzate nel campo delle ispezioni e dei rilevamenti, della fotogrammetria o dell'agricoltura di precisione. Molti conseguono l'attestato per volare da hobbysti ma informati sulle regole. Secondo il mensile Dronezine, nei grandi magazzini le vendite 2017 hanno contato 86.000 unità vendute (dai micro droni giocattolo fino a quelli usabili anche per uso professionale), cifra che nel 2018 è salita a 126.000 esemplari. In tutto, dai primi tipi apparsi nelle vetrine quasi una decina d'anni fa, si stima che in Italia siano stati finora venduti oltre 500.000 droni, ma che che oltre la metà non sia più in condizioni di volare perché danneggiati nell'uso ludico.
Nonostante qualche turista sprovveduto e pochi altri episodi accaduti nelle piazze italiane di Milano, Venezia, Firenze e Roma, eventi che hanno comunque portato a denunce e multe secondo quanto previsto dalla legge, i divieti di volo attorno alle aree aeroportuali sembrano essere finora rispettati. Non mancano gli avvistamenti da parte di piloti di velivoli ed elicotteri, come peraltro riportato dall'Agenzia Nazionale per la Sicurezza del Volo, ma finora è sempre stato impossibile dimostrare con i fatti l'effettiva situazione di mancata collisione o eccessiva vicinanza tra aeromobili pilotati e non. E in qualche caso gli allarmi si sono dimostrati inesistenti o non generati dai droni. Impossibile escludere al 100% che possano accadere incidenti, ma evidentemente le regole, se rispettate, funzionano in Italia come negli Usa, dove gli esemplari registrati sono quasi un milione.
La maggior parte dei velivoli è made in China
GiphyIl mercato mondiale dei droni per uso ludico è dominato dai produttori cinesi che capitalizzano il 75% delle vendite globali. Queste oggi sfiorano la cifra 9 miliardi di dollari e secondo gli analisti del settore nel 2021 saranno superati i 12 miliardi di giro d'affari. Oggi il segmento dei prodotti destinati al settore consumer rappresenta il 31,5% del totale e crescerà di circa il 6% nel prossimo biennio, mentre per il segmento professionale e commerciale è prevista una crescita ben più alta, del 51% con quasi un milione di unità che entreranno in servizio. Si pensi che in Rwanda i velivoli a pilotaggio remoto recapitano nelle aree remote oltre la metà del sangue destinato alle trasfusioni.
Un rapido aumento è in corso anche per il settore agricoltura, che vede già un giro d'affari di 32 miliardi. Dunque pensare di arrestare un fenomeno destinato a soppiantare una buona fetta del mercato del lavoro aereo e a concretizzare il trasporto automatizzato di merci sarebbe folle, tanto vale imparare a convivere con questi nuovi attori dello spazio aereo investendo su tutti i fronti: dalla formazione dei piloti come sull'informazione volta alla sicurezza. L'Europa, che da qualche mese ha un regolamento comunitario per disciplinarne costruzione e utilizzo, sta investendo da diversi anni grandi capitali con i programmi Jarus e UTM, destinati a realizzare l'armonizzazione del traffico aereo tra velivoli convenzionali e quelli pilotati da remoto o automatizzati. Questo tuttavia non potrà fermare i terroristi come non fermerà gli stupidi, ed è per questa ragione che è necessario saper comprendere se c'è un drone in volo in un'area sensibile senza affidarsi ai presunti avvistamenti come accaduto a Londra. Temi, questi, al centro del prossimo salone Dronitaly dedicato al settore, che si svolgerà a Milano il 4 e 5 aprile.
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Non c'era nessun drone sull'aeroporto di Londra, ma i danni di questo «falso allarme» ammontano a oltre un milione di sterline. I presunti avvistamenti che hanno paralizzato per due giorni l'aeroporto inglese di Gatwick prima di Natale e per qualche ora quello di Heathrow l'otto gennaio, dimostrano come l'aviazione civile e soprattutto le gestioni aeroportuali non siano preparate a gestire emergenze o un eventuale tentativo di atto terroristico. Nel 2018 in Italia sono stati acquistati oltre 126.000 velivoli. Per ottenere il via libera per il volo occorre però seguire un corso e ottenere un attestato. A oggi «solo» il 5% delle persone ha conseguito la licenza.Il 75% delle vendite globali di dispositivi di volo appartiene al settore ludico i cui ricavi si aggirano intorno ai 9 miliardi di dollari. Una fetta importante del mercato appartiene però all'agricoltura in cui i velivoli vantano un giro di affari di 32 miliardi.Lo speciale contiene tre articoli.Non c'era nessun drone sull'aeroporto di Londra, ma i danni ammontano a oltre un milione di sterline. I presunti avvistamenti di droni che hanno paralizzato per due giorni l'aeroporto inglese di Gatwick prima di Natale e per qualche ora quello di Heathrow l'otto gennaio, dimostrano ancora una volta come impreparazione, panico e ignoranza possano fare danni quanto un attentato. Di più, le reazioni sproporzionate e a dir poco sclerotiche delle autorità inglesi e dei media hanno aggravato una situazione che in realtà non vedeva alcun pericolo per il traffico degli aeroporti. Il punto era, invece, prendersi la responsabilità di dichiarare che di droni non ce n'era neppure l'ombra.Ma una possibile collisione tra aeromobili e droni oggi è l'incubo sul quale la società spende soldi per la ricerca e la costruzione di sistemi di contrasto, emette normative stringenti e amplifica notizie fino a dare del fenomeno una visione distorta e irreale.Nonostante allarmi raramente concretizzati e incidenti finora mai accaduti non esiste più confine tra la sicurezza intesa come "security", fatta di regole e controlli, e quella definita come "Safety", creata da prevenzione, educazione all'uso di questi oggetti e da una corretta informazione.Così la gravità di quanto successo a Gatwick e Heathrow rischia di non essere compresa. Cominciamo con il dire che Elaine Kirk (54 anni) e suo marito Paul Gait (47), arrestati come sospetti, nulla avevano a che fare con l'episodio. Sbattuti dentro e poi liberati, sono stati apostrofati come deficienti dall'opinione pubblica e da redattori assetati di scoop che hanno rubato le loro fotografie dai profili social e li hanno sbattuti in pagina con il titolo: «Sono questi idioti che hanno rovinato il Natale?"» Motivo dell'arresto: nel baule dell'auto di Paul c'era un elicottero radiocomandato che l'uomo ama far volare nel weekend, ma rigorosamente nelle apposite aree. I danni alla casa subiti per le perquisizioni, i due inglesi li chiederanno tramite il loro avvocato, mentre l'aver messo a terra 140.000 persone cancellando oltre 1.000 voli porterà alla determinazione di un costo di qualche milione di sterline che non si sa ancora a chi far pagare. I passeggeri coinvolti si aspettano dei risarcimenti, nonostante la Civil Aviation Authority abbia dichiarato che l'incidente si è verificato in circostanze straordinarie al di fuori del controllo delle compagnie aeree e per questo non è previsto alcun compenso. Le tre compagnie aeree che si sono viste fermare sono Norwegian, British Airways e EasyJet, che non hanno ancora rilasciato una stima delle entrate perse ma che intendono capire a chi addossare la colpa del disastro. Soltanto EasyJet, che gestisce il 40% dei voli giornalieri da Gatwick, avrebbe perso circa 1,58 milioni di sterline ogni 24 ore, ma è una cifra che nasce dal tempo in cui il vettore è stato fermato, in un momento che il mercato lo porta a incassare circa 578 milioni l'anno. Gli altri vettori non hanno ancora rilasciato stime ma non mancheranno di chiedere al gestore aeroportuale come intende affrontare altri casi simili che dovessero capitare, stante l'impreparazione dimostrata. Negozi e i ristoranti hanno invece fatto i conti e stimano che il totale delle entrate perse sarebbe superiore al milione di sterline, mentre ancora si attende la conta da parte degli operatori dei trasporti su rotaia e gomma.È bastato che un paio di dipendenti dell'aeroporto londinese credessero di aver visto qualcosa in volo per fermare il traffico. Se a Gatwick e a Heathrow ci fosse stato davvero un drone, arrivare a dover schierare militari con sistemi da guerra elettronica ha mostrato che l'aviazione civile e soprattutto le gestioni aeroportuali non sono preparate a un vero eventuale tentativo di atto terroristico che si voglia compiere usando mezzi come questi in vendita in qualsiasi grande magazzino. Se ci fosse stato davvero un criminale in giro con un radiocomando, la polizia e le forze di sicurezza inglesi avrebbero dovuto sapere come individuarlo e neutralizzare la minaccia. Incredibile, invece, che reparti di sicurezza addestrati contro i terroristi abbiano cercato nei militari una collaborazione che si è comunque rivelata sterile.La verità è che i droni, nonostante salvino la vita di chi si perde nei boschi e aiutino nel lavoro, incutono timore e fanno pensare a situazioni catastrofiche che però da nessuna parte nel mondo pacificato si sono finora concretizzate. La psicosi ormai è tale che coinvolge in primis gli equipaggi, come accaduto il 21 settembre scorso al volo Porter Airlines con 54 passeggeri a bordo, partito da Ottawa, Canada. Durante l'avvicinamento all'aeroporto Bishop di Toronto, nonostante fosse ancora a 2.700 metri di quota, un po' troppo in alto per trovarsi davanti un piccolo drone, il comandante, credendo di vedere un tale oggetto in rotta di collisione ha effettuato una manovra di scampo che ha causato il ferimento di due assistenti di volo. Mentre un vero incidente accadde nell'ottobre 2016 a un piccolo aeromobile, la cui ala fu danneggiata per lo scontro contro un quadricottero di circa due chili, i cui resti furono invece ritrovati. Da anni il settore di droni è regolato in ogni nazione evoluta, le limitazioni all'utilizzo di quelli ricreativi sono definite e conosciute. Eppure queste macchine sono divenute lo spauracchio delle security e un alibi per le associazioni dei piloti. Chissà che la decisione del governo May di imporre la registrazione degli Apr raffreddi gli animi. Ma una cosa è certa, chi ha urlato "Al drone! Al drone!" adesso dovrebbe rispondere dei danni che ha causato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/droni-2625805997.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nel-2018-in-italia-acquistati-oltre-126-000-droni-6-000-i-brevetti-rilasciati" data-post-id="2625805997" data-published-at="1778392981" data-use-pagination="False"> Nel 2018 in Italia acquistati oltre 126.000 droni: 6.000 i brevetti rilasciati In Italia, oltre a valere il regolamento europeo emesso da Easa, è in vigore quello nazionale dal 2014, ed esiste anche un elenco pubblico costantemente aggiornato dall'Enac nel quale appaiono i circa 10.000 droni registrati dagli operatori italiani. I piloti che intendono lavorare con i velivoli a pilotaggio remoto devono conseguire un attestato (una sorta di brevetto) e attualmente ne sono già stati rilasciati quasi 6.000. Il numero è alto, ma soltanto una minoranza delle persone così qualificate, circa il 20%, ha fatto delle operazioni specializzate con i droni la sua professione esclusiva vivendo di operazioni specializzate nel campo delle ispezioni e dei rilevamenti, della fotogrammetria o dell'agricoltura di precisione. Molti conseguono l'attestato per volare da hobbysti ma informati sulle regole. Secondo il mensile Dronezine, nei grandi magazzini le vendite 2017 hanno contato 86.000 unità vendute (dai micro droni giocattolo fino a quelli usabili anche per uso professionale), cifra che nel 2018 è salita a 126.000 esemplari. In tutto, dai primi tipi apparsi nelle vetrine quasi una decina d'anni fa, si stima che in Italia siano stati finora venduti oltre 500.000 droni, ma che che oltre la metà non sia più in condizioni di volare perché danneggiati nell'uso ludico.Nonostante qualche turista sprovveduto e pochi altri episodi accaduti nelle piazze italiane di Milano, Venezia, Firenze e Roma, eventi che hanno comunque portato a denunce e multe secondo quanto previsto dalla legge, i divieti di volo attorno alle aree aeroportuali sembrano essere finora rispettati. Non mancano gli avvistamenti da parte di piloti di velivoli ed elicotteri, come peraltro riportato dall'Agenzia Nazionale per la Sicurezza del Volo, ma finora è sempre stato impossibile dimostrare con i fatti l'effettiva situazione di mancata collisione o eccessiva vicinanza tra aeromobili pilotati e non. E in qualche caso gli allarmi si sono dimostrati inesistenti o non generati dai droni. Impossibile escludere al 100% che possano accadere incidenti, ma evidentemente le regole, se rispettate, funzionano in Italia come negli Usa, dove gli esemplari registrati sono quasi un milione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/droni-2625805997.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-maggior-parte-dei-velivoli-e-made-in-china" data-post-id="2625805997" data-published-at="1778392981" data-use-pagination="False"> La maggior parte dei velivoli è made in China Giphy Il mercato mondiale dei droni per uso ludico è dominato dai produttori cinesi che capitalizzano il 75% delle vendite globali. Queste oggi sfiorano la cifra 9 miliardi di dollari e secondo gli analisti del settore nel 2021 saranno superati i 12 miliardi di giro d'affari. Oggi il segmento dei prodotti destinati al settore consumer rappresenta il 31,5% del totale e crescerà di circa il 6% nel prossimo biennio, mentre per il segmento professionale e commerciale è prevista una crescita ben più alta, del 51% con quasi un milione di unità che entreranno in servizio. Si pensi che in Rwanda i velivoli a pilotaggio remoto recapitano nelle aree remote oltre la metà del sangue destinato alle trasfusioni.Un rapido aumento è in corso anche per il settore agricoltura, che vede già un giro d'affari di 32 miliardi. Dunque pensare di arrestare un fenomeno destinato a soppiantare una buona fetta del mercato del lavoro aereo e a concretizzare il trasporto automatizzato di merci sarebbe folle, tanto vale imparare a convivere con questi nuovi attori dello spazio aereo investendo su tutti i fronti: dalla formazione dei piloti come sull'informazione volta alla sicurezza. L'Europa, che da qualche mese ha un regolamento comunitario per disciplinarne costruzione e utilizzo, sta investendo da diversi anni grandi capitali con i programmi Jarus e UTM, destinati a realizzare l'armonizzazione del traffico aereo tra velivoli convenzionali e quelli pilotati da remoto o automatizzati. Questo tuttavia non potrà fermare i terroristi come non fermerà gli stupidi, ed è per questa ragione che è necessario saper comprendere se c'è un drone in volo in un'area sensibile senza affidarsi ai presunti avvistamenti come accaduto a Londra. Temi, questi, al centro del prossimo salone Dronitaly dedicato al settore, che si svolgerà a Milano il 4 e 5 aprile.
Donald Trump (Ansa)
Ci fosse ancora Dante direbbe: «Stavvi Minòs orribilmente e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia», perché il presidente degli Stati Uniti assolve e danna sentendosi giudice universale. Nella seconda telefonata improvvisa al Corriere della Sera ieri Donald Trump, ancora un po’ piccato con Giorgia Meloni, ha dettato: «Sto ancora prendendo in considerazione la possibilità di spostare le truppe dall’Italia». Poi il maestrone dal pennarello nero - quello con cui firma gli estemporanei e incisivi executive order - ci ha dato la pagella: «L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei. E io ci sono sempre stato per l’Italia, e così il mio Paese». Viviana Mazza la corrispondente da Washington del Corriere che ha risposto alla Casa Bianca come già il 14 aprile quando Trump si disse scioccato da Gorgia Meloni ha provato a insistere: l’Italia potrebbe fornire utilissimi cacciamine per bonificare Hormuz, e Trump: «L’Italia non c’era quando ne avevamo bisogno e quanto a Hormuz sulla lettera di risposta dell’Iran non commento». Quello del presidente Usa è evidentemente uno «squillo» politico. Il 3 maggio alla vigila della visita di Marco Rubio in Italia - venerdì si è intrattenuto per un’ora e mezzo con Giorgia Meloni e giovedì il Segretario di Stato ha avuto un lungo colloquio con Leone XIV per ricucire le relazioni col Papa - il presidente americano aveva rilanciato su Truth, il suo social personale, un’intervista di Matteo Salvini al sito ultra conservatore Breitbart in cui tra l’altro ha affermato: «Il presidente Trump è il nostro alleato e il nostro amico e ogni malinteso sarà risolto molto presto», aggiungendo: «Siamo stati gli unici a sostenere apertamente il presidente Trump, sia nel primo che nel secondo mandato. È stata una bella conversazione quella che ho avuto con il vicepresidente J.D. Vance». A domanda di Viviana Mazza sul perché abbia ripostato quella intervista, il tycoon ha tagliato corto: «Lo ritenevo appropriato». Per avvertire silenziosamente Giorgia Meloni che ora il suo interlocutore più prossimo è Matteo Salvini dopo le critiche che la premier gli ha avanzato sulle frasi che Trump ha rivolto al Papa da lei definite «inaccettabili»? O per lanciare un messaggio a Marco Rubio avvertendolo: chi decide sono io. Non è un caso che la telefonata arrivi il giorno dopo l’incontro - «franco e costruttivo in una cornice di comune aderenza ai valori occidentali» - tra il Segretario di Stato americano e il presidente del Consiglio italiano. Meloni ha sintetizzato: «Entrambi comprendiamo quanto sia importante il rapporto transatlantico, ma entrambi comprendiamo quanto sia necessario per ciascuno difendere i propri interessi nazionali. Ed è bene che su questo ci si trovi d’accordo». Marco Rubio nulla ha detto di preciso sulla presenza delle truppe americane in Italia. Ben sapendo che Trump ci «sta ancora pensando» si è limitato a confermare che si è discusso «delle sfide alla sicurezza regionale, tra cui il Medio Oriente e l’Ucraina, e dell’importanza di una collaborazione transatlantica costante per affrontare le minacce globali in un quadro di rafforzamento della partnership strategica tra Usa e Italia». Insomma molto è appeso alle volontà di Trump, ma anche all’opera di ricucitura che Giorgia Meloni farà con la Casa Bianca. Peraltro Trump è ben consapevole che l’Italia resta il suo alleato più forte in Europa e infatti mentre ha maltrattato sia Friedrich Merz (le truppe dalla Germania le ritira sul serio) sia Pedro Sánchez (lo spagnolo ribelle a parole) con Meloni ha avuto toni duri, ma non di rottura. E se per Nicola Fratoianni (Avs) l’incontro con Rubio «è stato una farsa», Elly Schlein (Pd) che è alla corte di Barack Obama a Toronto, ha commentato: «Noi siamo alleati degli Usa, non di Trump». Peraltro si sa che la premier con Rubio si è «lamentata» della imprevedibilità e delle reazioni di Trump dicendo sostanzialmente che per l’alleanza con lui in Europa ha pagato un prezzo.
La lettura più «morbida» di queste ore l’ha data il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che peraltro ha visto Rubio prima di Meloni suggerendo che non è alle viste un incontro della premier con Trump e così ha riassunto questi due giorni «americani»: «Gli Stati Uniti sono il nostro principale alleato. I rapporti transatlantici sono fondamentali e siamo sempre pronti ad avere un dialogo franco. Se ci sono delle cose che non condividiamo, le diciamo. Noi le abbiamo sempre dette. Questo perché siamo convinti che l’Italia e l’Europa hanno bisogno degli Stati Uniti, ma anche gli Usa hanno bisogno dell’Italia e dell’Europa».
Un po’ più deciso il ministro della Difesa Guido Crosetto che pone l’accento su un punto, la qualità delle relazioni: «Sono contento», ha detto il ministro, «di essere, il 4 luglio, a New York, a festeggiare con gli Stati Uniti i 250 anni di indipendenza. È un momento nel quale sembra che le relazioni tra Italia e Stati Uniti non siano buone. Noi ricordiamo però che le relazioni sono tra popoli».
Trump: «Aspetto presto risposte dall’Iran»
La tensione nel Golfo Persico continua a crescere mentre Stati Uniti, Iran e potenze internazionali cercano un equilibrio sempre più fragile tra diplomazia e pressione militare. Washington ha rivisto la propria proposta di risoluzione all’Onu sullo Stretto di Hormuz nel tentativo di evitare uno scontro diretto con Cina e Russia al Consiglio di Sicurezza. Secondo Reuters, la nuova bozza chiede all’Iran di interrompere gli attacchi e le attività di minamento nello Stretto, eliminando però il riferimento al Capitolo VII della Carta Onu che avrebbe potuto aprire formalmente la strada a sanzioni o azioni militari.
Nonostante il linguaggio più prudente, il testo resta duro contro Teheran. La risoluzione prevede infatti che, in caso di mancato rispetto, il Consiglio possa valutare «misure efficaci, comprese le sanzioni» per garantire la libertà di navigazione. Viene inoltre riaffermato il diritto degli Stati membri a difendere le proprie navi da minacce e attacchi nello Stretto di Hormuz. Sulle modifiche americane pesa soprattutto il fattore geopolitico: un veto cinese rappresenterebbe infatti un grave imbarazzo diplomatico per Donald Trump alla vigilia del suo viaggio a Pechino previsto la prossima settimana. Nel frattempo il Comando centrale americano ha annunciato di aver reindirizzato 57 navi commerciali e impedito ad altre quattro di entrare o uscire dai porti iraniani. Il Centcom ha inoltre confermato che i cacciatorpediniere Uss Truxtun, Uss Rafael Peralta e Uss Mason stanno operando nel Mar Arabico a sostegno del blocco navale contro Teheran.
La crisi rischia però di trasformarsi anche in un’emergenza ambientale. Una vasta chiazza di petrolio si sta espandendo al largo dell’isola iraniana di Kharg, terminale strategico per le esportazioni energetiche della Repubblica islamica. Il New York Times, citando immagini satellitari, riferisce che lo sversamento avrebbe già raggiunto oltre 52 chilometri quadrati e si starebbe spostando verso Sud, in direzione delle acque saudite.
Sul fronte interno iraniano cresce intanto il peso politico di Mojtaba Khamenei, figlio della storica Guida suprema, morta all’inizio della guerra. Secondo la Cnn, l’intelligence americana ritiene che Mojtaba stia assumendo un ruolo centrale nella strategia militare iraniana. Per la prima volta Teheran ha anche confermato che il nuovo leader ha riportato ferite alla rotula e alla schiena durante i bombardamenti. La situazione resta estremamente delicata anche all’interno del Paese. Domani il Parlamento iraniano tornerà a riunirsi in sessione plenaria per la prima volta dall’inizio della guerra, ma lo farà in videoconferenza per motivi di sicurezza. Il dibattito si concentrerà soprattutto sull’aumento dei prezzi e sulla crisi economica aggravata dal conflitto e dalle sanzioni.
Mentre la pressione militare continua, emergono segnali di stanchezza anche da parte americana. Secondo The Atlantic, Donald Trump sarebbe sempre più riluttante a riaprire le ostilità contro l’Iran. Il presidente statunitense teme di restare intrappolato in un nuovo conflitto mediorientale e vuole evitare nuove escalation almeno fino alla conclusione della visita in Cina. Trump ha inoltre dichiarato di attendere «molto presto» una risposta ufficiale di Teheran all’ultima proposta americana per porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz.
Le mosse americane continuano però ad alimentare la diffidenza di Teheran. Il New York Times rivela che la Russia starebbe usando il Mar Caspio come corridoio strategico per rifornire l’Iran aggirando il blocco navale americano. Per questo il Caspio viene ormai definito da diversi analisti un «corridoio ombra» tra Mosca e Teheran. In quest’ottica va letto anche il recente attacco israeliano contro Bandar Anzali: non solo un raid contro una base navale iraniana, ma un colpo a una infrastruttura chiave per i collegamenti logistici e militari tra Russia e Iran.
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In Asia cominciano a scarseggiare i carburanti. Soffre anche la filiera della plastica. La Cina riduce le importazioni di greggio e frena i rincari del greggio. Rame in salita in attesa dei dazi Usa.