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2023-11-01
Donna urla «morirete tutti»: panico a Parigi
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Una donna che gridava «Allah akbar» in una stazione ferroviaria parigina è stata neutralizzata ieri dalla polizia, che è stata costretta a spararle. L’autrice delle minacce sarebbe una trentottenne nota alle forze dell’ordine, come riferito da Bfm tv, che però non risulterebbe essere schedata come minaccia per la sicurezza pubblica.
Come riportato da Le Parisien, alcuni passeggeri della Rer, la rete ferroviaria urbana, hanno segnalato per telefono la presenza sospetta alle 7.21 e alle 7.54. Le due chiamate sono state ricevute dalla Sncf, la compagnia ferroviaria pubblica transalpina. Gli autori delle telefonate hanno detto di aver visto una donna completamente velata gridare parole come «bum!», «morirete tutti», o ancora «Allah akbar». Per altri testimoni, l’autrice delle minacce teneva le mani nascoste sotto il velo. La stessa è stata poi avvistata alla stazione Rer della biblioteca François-Mitterrand, nel XIII arrondissement di Parigi. Le autorità di polizia hanno disposto che i treni non si fermassero più in quella stazione, nel frattempo evacuata. A quel punto sono intervenute un’unità cinofila, la Brigata anti crimine (Bac) e gli artificieri.
Come detto, l’autrice delle minacce era vestita secondo le regole della sharia. Per Le Figaro, la donna indossava un abaya, il lungo velo musulmano che lascia scoperto solo il viso di chi lo porta. Ma, in una conferenza stampa tenutasi ieri, il portavoce del governo, Olivier Véran, ha dichiarato che la sospetta fosse vestita con un «velo integrale». Lo stesso rappresentante governativo ha precisato che gli agenti erano «dotati di mini telecamere portatili».
La minaccia rappresentata dalla donna è stata presa sul serio dalle forze dell’ordine. Giunti alla stazione della Rer, gli agenti della Bac le hanno intimato di mostrare loro le mani. Malgrado le armi puntate, l’autrice delle minacce si è rifiutata di eseguire l’ordine e, secondo il prefetto di Parigi, Laurent Nuñez, «si è diretta verso gli agenti di polizia» che hanno aperto il fuoco. La Procura di Parigi ha confermato a Le Figaro che «otto colpi sono stati esplosi da due poliziotti». Le pallottole hanno raggiunto la donna al ventre ferendola in modo grave, ma senza ucciderla. Sotto il velo non è stato trovato alcun esplosivo e la donna è stata portata in ospedale in ambulanza. Come detto, l’autrice delle minacce era già nota alle forze dell’ordine. Per Le Parisien, si tratterebbe di una cittadina francese che, in passato, è già ricoverata in psichiatria. Il 13 luglio 2021, la trentottenne avrebbe impugnato un cacciavite minacciando una pattuglia di militari. In quella occasione, la donna indossava un djellaba (tunica tipica del Maghreb, ndr) e avrebbe gridato parole confuse in arabo.
Il timore che si producesse un nuovo attentato islamista ha fatto reagire rapidamente le autorità transalpine. Come detto, la polizia è intervenuta immediatamente, inoltre sono state aperte due inchieste. La prima, affidata alla Procura parigina, riguarda tra l’altro «l’apologia del terrorismo». La seconda invece è legata a «violenza volontaria» (per l’uso di un’arma) ed è stata affidata all’Igpn, l’organo d’inchiesta interno della polizia francese. Fino a ieri sera la Procura nazionale antiterrorismo non ha acquisito la competenza delle indagini. Con molta probabilità la pronta risposta delle forze dell’ordine e del governo di Elisabeth Borne punta ad evitare nuovi attentati, o sommosse nelle banlieue come quelle dello scorso luglio, in un contesto reso esplosivo dalla guerra contro Israele scatenata da Hamas.
Inoltre da quando i terroristi di Hamas hanno ucciso barbaramente o rapito civili israeliani, in Francia sono stati registrati «più di 800 atti antisemiti». Lo ha confermato sempre ieri Véran assicurando anche una «risposta penale ferma» del governo. Ma ormai, al di là delle Alpi, alcuni francesi di fede ebraica subiscono le umiliazioni e le minacce già viste durante il regime di Vichy e l’occupazione nazista. Ieri, a Parigi e periferia, degli sconosciuti hanno disegnato delle stelle di David su palazzi in cui vivono degli ebrei. Sempre a Parigi, giorni fa, la porta di un appartamento abitato da una famiglia israelita è stata incendiata. Una settimana fa, nell’Eure, la famiglia di un ragazzino delle medie ha sporto denuncia per minacce antisemite rivolte al giovane a scuola. L’8 ottobre scorso, sullo stadio Jean-Claude Mazet di Carcassonne, qualcuno ha scritto «uccidere gli ebrei è un dovere».
Nel frattempo anche sui media pubblici non mancano le sparate antisemite. Domenica, su France Inter, il comico Guillaume Meurice ha definito Benjamin Netanyahu un «nazista senza prepuzio» ed è stato denunciato. L’agenzia France Presse (Afp) invece si è rifiutata di usare l’aggettivo «terrorista» per definire il movimento di Hamas. Inoltre, uno dei suoi inviati a Gerusalemme non ha partecipato alla proiezione, organizzata dalle forze israeliane, degli orribili video girati dagli uomini di Hamas mentre sterminavano o rapivano gli abitanti dei kibbutz. Una parte importante delle risorse di Afp è rappresentata da una compensazione finanziaria dello Stato francese (113,3 milioni di euro secondo il progetto di finanziaria 2023). Sul suo sito l’agenzia si vanta di essere «in posizione di leadership nella lotta alla disinformazione».
La polizia di Londra si piega alla jihad e leva dai muri le foto dei bimbi rapiti
Londra è sempre più nel caos. Ieri, dopo che alcuni agenti sono stati ripresi mentre rimuovevano dalle serrande di un negozio alcuni manifesti raffiguranti ostaggi ebrei nelle mani di Hamas - tra cui anche alcuni bambini -, è scoppiata una grossa polemica contro la polizia metropolitana. Lunedì, invece, un attivista palestinese ha riempito un McDonald’s di topi, tinti con i colori della bandiera palestinese, come segno di protesta verso la posizione pro Israele assunta dalla grande catena di fast food.
«Nel preciso giorno in cui il centro di Londra è diventato nuovamente una zona off limits per gli ebrei, com’è possibile che la polizia metropolitana pensi che strappare manifesti di bambini rapiti, mentre permette alle persone di invocare “jihad” e “Intifada”, sia il modo giusto per ridurre le tensioni all’interno della comunità?», ha dichiarato al Mail Online un portavoce di Campaign against antisemitism, organizzazione non governativa britannica formata da ebrei inglesi. «È difficile, qui, non vedere in gioco un duplice standard». All’origine di queste affermazioni, la scelta da parte della polizia londinese di rimuovere alcuni manifesti raffiguranti ostaggi israeliani, apposti sulle serrande di una farmacia a Edgware, dopo che alcuni dipendenti avevano pubblicato dichiarazioni anti Israele sui social media. Non è una novità, purtroppo, vedere foto con i volti dei bambini rapiti da Hamas strappate dai muri di Londra, ma questa volta i responsabili sono alcuni agenti. Il motivo ufficialmente addotto è la volontà di evitare l’escalation, ma nei fatti è una totale resa alle manifestazioni islamiste, perché simili gesti impediscono alla comunità ebraica di sensibilizzare la cittadinanza sulle loro istanze e i loro drammi.
Che possano esistere dei poliziotti antisemiti è un’ipotesi non scartabile, ma nella realtà la pista più verosimile è un’altra. Ossia che Sadiq Khan, sindaco di Londra di religione musulmana, abbia tradito la sua reale posizione rispetto al conflitto in corso. Già bersaglio di un duro articolo comparso nei giorni scorsi sul Jewish Chronicle, il più antico giornale ebreo del mondo, il primo cittadino della Capitale inglese, in precedenza protagonista di gesti di chiara opposizione all’antisemitismo e vicino alla comunità ebraica, è ora accusato da quest’ultima di non aver mai realmente condannato il massacro del 7 ottobre. «Sono sicuro che, avvicinandoci alle elezioni dell’anno prossimo, questo non abbia nulla a che fare con il fatto che il 15% degli elettori di Londra sia musulmano, a differenza dell’1,6% ebreo», ha scritto polemicamente Stephen Pollard nel succitato articolo.
E qui, forse, tocchiamo il cuore del problema. Perché l’altro ieri, sempre a Londra, un attivista palestinese ha inondato un McDonald’s di ratti, precedentemente divisi a gruppi e tinti di nero, rosso e verde. Con il bianco naturale dei roditori, il colori corrispondono a quelli della bandiera palestinese. Il video, piuttosto raccapricciante, mostra l’uomo rilasciare i topi nel locale al grido di «Palestina libera!». La catena di fast food sarebbe rea, infatti, di aver offerto pasti gratis ai soldati israeliani.
Se si sommano questi episodi a quelli che da giorni si susseguono nei vari Paesi europei, si giunge facilmente alla conclusione che il multiculturalismo ha fallito e che l’immigrazione incontrollata è un rischio per la tenuta sociale delle nostre città. In una società aperta, infatti, tutti dovrebbero poter rappresentare le loro istanze, quindi anche ebrei e palestinesi (a patto che non si giustifichi il terrorismo sui civili). Se questo però diventa un problema di sicurezza, e per altro in una sola direzione, allora forse occorre porsi dei seri interrogativi sul nostro modello sociale. E magari farlo prima che, complici anche le difficoltà economiche, ci esploda il conflitto in casa.
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Trentottenne con il velo terrorizza i passanti in una stazione della metro e costringe le forze dell’ordine a sparare. Nella Capitale francese è allarme antisemitismo: oltre 800 aggressioni dal 7 ottobre e stelle di David sui muri per marchiare le case degli ebrei.A Londra gli islamisti attaccano anche i McDonald’s, liberando centinaia di ratti nei fast food.Lo speciale contiene due articoli.Una donna che gridava «Allah akbar» in una stazione ferroviaria parigina è stata neutralizzata ieri dalla polizia, che è stata costretta a spararle. L’autrice delle minacce sarebbe una trentottenne nota alle forze dell’ordine, come riferito da Bfm tv, che però non risulterebbe essere schedata come minaccia per la sicurezza pubblica. Come riportato da Le Parisien, alcuni passeggeri della Rer, la rete ferroviaria urbana, hanno segnalato per telefono la presenza sospetta alle 7.21 e alle 7.54. Le due chiamate sono state ricevute dalla Sncf, la compagnia ferroviaria pubblica transalpina. Gli autori delle telefonate hanno detto di aver visto una donna completamente velata gridare parole come «bum!», «morirete tutti», o ancora «Allah akbar». Per altri testimoni, l’autrice delle minacce teneva le mani nascoste sotto il velo. La stessa è stata poi avvistata alla stazione Rer della biblioteca François-Mitterrand, nel XIII arrondissement di Parigi. Le autorità di polizia hanno disposto che i treni non si fermassero più in quella stazione, nel frattempo evacuata. A quel punto sono intervenute un’unità cinofila, la Brigata anti crimine (Bac) e gli artificieri. Come detto, l’autrice delle minacce era vestita secondo le regole della sharia. Per Le Figaro, la donna indossava un abaya, il lungo velo musulmano che lascia scoperto solo il viso di chi lo porta. Ma, in una conferenza stampa tenutasi ieri, il portavoce del governo, Olivier Véran, ha dichiarato che la sospetta fosse vestita con un «velo integrale». Lo stesso rappresentante governativo ha precisato che gli agenti erano «dotati di mini telecamere portatili».La minaccia rappresentata dalla donna è stata presa sul serio dalle forze dell’ordine. Giunti alla stazione della Rer, gli agenti della Bac le hanno intimato di mostrare loro le mani. Malgrado le armi puntate, l’autrice delle minacce si è rifiutata di eseguire l’ordine e, secondo il prefetto di Parigi, Laurent Nuñez, «si è diretta verso gli agenti di polizia» che hanno aperto il fuoco. La Procura di Parigi ha confermato a Le Figaro che «otto colpi sono stati esplosi da due poliziotti». Le pallottole hanno raggiunto la donna al ventre ferendola in modo grave, ma senza ucciderla. Sotto il velo non è stato trovato alcun esplosivo e la donna è stata portata in ospedale in ambulanza. Come detto, l’autrice delle minacce era già nota alle forze dell’ordine. Per Le Parisien, si tratterebbe di una cittadina francese che, in passato, è già ricoverata in psichiatria. Il 13 luglio 2021, la trentottenne avrebbe impugnato un cacciavite minacciando una pattuglia di militari. In quella occasione, la donna indossava un djellaba (tunica tipica del Maghreb, ndr) e avrebbe gridato parole confuse in arabo.Il timore che si producesse un nuovo attentato islamista ha fatto reagire rapidamente le autorità transalpine. Come detto, la polizia è intervenuta immediatamente, inoltre sono state aperte due inchieste. La prima, affidata alla Procura parigina, riguarda tra l’altro «l’apologia del terrorismo». La seconda invece è legata a «violenza volontaria» (per l’uso di un’arma) ed è stata affidata all’Igpn, l’organo d’inchiesta interno della polizia francese. Fino a ieri sera la Procura nazionale antiterrorismo non ha acquisito la competenza delle indagini. Con molta probabilità la pronta risposta delle forze dell’ordine e del governo di Elisabeth Borne punta ad evitare nuovi attentati, o sommosse nelle banlieue come quelle dello scorso luglio, in un contesto reso esplosivo dalla guerra contro Israele scatenata da Hamas.Inoltre da quando i terroristi di Hamas hanno ucciso barbaramente o rapito civili israeliani, in Francia sono stati registrati «più di 800 atti antisemiti». Lo ha confermato sempre ieri Véran assicurando anche una «risposta penale ferma» del governo. Ma ormai, al di là delle Alpi, alcuni francesi di fede ebraica subiscono le umiliazioni e le minacce già viste durante il regime di Vichy e l’occupazione nazista. Ieri, a Parigi e periferia, degli sconosciuti hanno disegnato delle stelle di David su palazzi in cui vivono degli ebrei. Sempre a Parigi, giorni fa, la porta di un appartamento abitato da una famiglia israelita è stata incendiata. Una settimana fa, nell’Eure, la famiglia di un ragazzino delle medie ha sporto denuncia per minacce antisemite rivolte al giovane a scuola. L’8 ottobre scorso, sullo stadio Jean-Claude Mazet di Carcassonne, qualcuno ha scritto «uccidere gli ebrei è un dovere».Nel frattempo anche sui media pubblici non mancano le sparate antisemite. Domenica, su France Inter, il comico Guillaume Meurice ha definito Benjamin Netanyahu un «nazista senza prepuzio» ed è stato denunciato. L’agenzia France Presse (Afp) invece si è rifiutata di usare l’aggettivo «terrorista» per definire il movimento di Hamas. Inoltre, uno dei suoi inviati a Gerusalemme non ha partecipato alla proiezione, organizzata dalle forze israeliane, degli orribili video girati dagli uomini di Hamas mentre sterminavano o rapivano gli abitanti dei kibbutz. Una parte importante delle risorse di Afp è rappresentata da una compensazione finanziaria dello Stato francese (113,3 milioni di euro secondo il progetto di finanziaria 2023). Sul suo sito l’agenzia si vanta di essere «in posizione di leadership nella lotta alla disinformazione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/donna-morirete-tutti-panico-parigi-2666111943.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-polizia-di-londra-si-piega-alla-jihad-e-leva-dai-muri-le-foto-dei-bimbi-rapiti" data-post-id="2666111943" data-published-at="1698799916" data-use-pagination="False"> La polizia di Londra si piega alla jihad e leva dai muri le foto dei bimbi rapiti Londra è sempre più nel caos. Ieri, dopo che alcuni agenti sono stati ripresi mentre rimuovevano dalle serrande di un negozio alcuni manifesti raffiguranti ostaggi ebrei nelle mani di Hamas - tra cui anche alcuni bambini -, è scoppiata una grossa polemica contro la polizia metropolitana. Lunedì, invece, un attivista palestinese ha riempito un McDonald’s di topi, tinti con i colori della bandiera palestinese, come segno di protesta verso la posizione pro Israele assunta dalla grande catena di fast food. «Nel preciso giorno in cui il centro di Londra è diventato nuovamente una zona off limits per gli ebrei, com’è possibile che la polizia metropolitana pensi che strappare manifesti di bambini rapiti, mentre permette alle persone di invocare “jihad” e “Intifada”, sia il modo giusto per ridurre le tensioni all’interno della comunità?», ha dichiarato al Mail Online un portavoce di Campaign against antisemitism, organizzazione non governativa britannica formata da ebrei inglesi. «È difficile, qui, non vedere in gioco un duplice standard». All’origine di queste affermazioni, la scelta da parte della polizia londinese di rimuovere alcuni manifesti raffiguranti ostaggi israeliani, apposti sulle serrande di una farmacia a Edgware, dopo che alcuni dipendenti avevano pubblicato dichiarazioni anti Israele sui social media. Non è una novità, purtroppo, vedere foto con i volti dei bambini rapiti da Hamas strappate dai muri di Londra, ma questa volta i responsabili sono alcuni agenti. Il motivo ufficialmente addotto è la volontà di evitare l’escalation, ma nei fatti è una totale resa alle manifestazioni islamiste, perché simili gesti impediscono alla comunità ebraica di sensibilizzare la cittadinanza sulle loro istanze e i loro drammi. Che possano esistere dei poliziotti antisemiti è un’ipotesi non scartabile, ma nella realtà la pista più verosimile è un’altra. Ossia che Sadiq Khan, sindaco di Londra di religione musulmana, abbia tradito la sua reale posizione rispetto al conflitto in corso. Già bersaglio di un duro articolo comparso nei giorni scorsi sul Jewish Chronicle, il più antico giornale ebreo del mondo, il primo cittadino della Capitale inglese, in precedenza protagonista di gesti di chiara opposizione all’antisemitismo e vicino alla comunità ebraica, è ora accusato da quest’ultima di non aver mai realmente condannato il massacro del 7 ottobre. «Sono sicuro che, avvicinandoci alle elezioni dell’anno prossimo, questo non abbia nulla a che fare con il fatto che il 15% degli elettori di Londra sia musulmano, a differenza dell’1,6% ebreo», ha scritto polemicamente Stephen Pollard nel succitato articolo. E qui, forse, tocchiamo il cuore del problema. Perché l’altro ieri, sempre a Londra, un attivista palestinese ha inondato un McDonald’s di ratti, precedentemente divisi a gruppi e tinti di nero, rosso e verde. Con il bianco naturale dei roditori, il colori corrispondono a quelli della bandiera palestinese. Il video, piuttosto raccapricciante, mostra l’uomo rilasciare i topi nel locale al grido di «Palestina libera!». La catena di fast food sarebbe rea, infatti, di aver offerto pasti gratis ai soldati israeliani. Se si sommano questi episodi a quelli che da giorni si susseguono nei vari Paesi europei, si giunge facilmente alla conclusione che il multiculturalismo ha fallito e che l’immigrazione incontrollata è un rischio per la tenuta sociale delle nostre città. In una società aperta, infatti, tutti dovrebbero poter rappresentare le loro istanze, quindi anche ebrei e palestinesi (a patto che non si giustifichi il terrorismo sui civili). Se questo però diventa un problema di sicurezza, e per altro in una sola direzione, allora forse occorre porsi dei seri interrogativi sul nostro modello sociale. E magari farlo prima che, complici anche le difficoltà economiche, ci esploda il conflitto in casa.
Giorgia Meloni (Ansa)
La sveglia all’Unione europea l’ha data ieri Giorgia Meloni. Il premier ha inviato una lettera alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al presidente di turno del Consiglio Ue, Nikos Christodoulides, e al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, riguardo la situazione epidemiologica in Africa collegata al recente focolaio di Ebola in Congo e in Uganda per sollecitare, «nel rispetto delle prerogative nazionali in materia di tutela della salute», un «coordinamento rafforzato della vigilanza alle frontiere attraverso regole comuni per la gestione degli arrivi diretti e indiretti dalle zone colpite». La situazione, ha scritto Meloni, richiede la «massima attenzione».
L’intervento del premier italiano mette a nudo i cortocircuiti dell’Ue nella gestione di flussi migratori e sicurezza sanitaria. Il quadro epidemiologico globale appare infatti frammentato: dopo la determinazione dell’epidemia come emergenza sanitaria pubblica, lo scorso 17 maggio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha innalzato il livello di allerta in Congo a «molto alto», pur considerandolo «alto» su scala regionale e «basso» nel mondo. In Europa, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha valutato come «molto bassa» la probabilità di trasmissione secondaria del virus nell’Ue. Ma Bruxelles ha mandato messaggi contraddittori: da una parte, nell’invitare gli operatori sanitari a una «maggiore consapevolezza», ha chiesto, di fatto, di controllare i potenziali sintomi per le persone che «tornano» dalle aree colpite; dall’altra ha sollecitato screening ma soltanto in uscita, stabilendo che quello dei passeggeri in ingresso negli aeroporti europei non è attualmente necessario. «Non ci sono prove», ha scritto la Commissione, «che dimostrino che lo screening delle persone che tornano dalle regioni colpite in Ue sia efficace nel prevenire l’ingresso della malattia in Europa. Pertanto, il Comitato per la sicurezza sanitaria Ue conclude che non sono necessarie misure aggiuntive al momento dell’ingresso in Europa». Secondo la Commissione Ue, insomma, non esistendo dati scientifici che dimostrino l’utilità dello screening all’arrivo per bloccare il virus, è inutile introdurre barriere sanitarie ai confini continentali. Guai, dunque, a cercare di controllare l’immigrazione selvaggia.
Meloni ha proposto l’inserimento del tema della gestione delle frontiere all’ordine del giorno del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno 2026. In vista di questo appuntamento, il governo ha chiesto di convocare una videoconferenza dei ministri della Salute europei già la prossima settimana, per definire le priorità operative nel Consiglio Epsco del 16 giugno, che riunirà i ministri del Lavoro, delle Politiche sociali, della Salute e della Tutela dei consumatori di tutti gli Stati membri. Inoltre, già questo fine settimana l’Italia invierà a Kinshasa, in Congo, una squadra di esperti dell’Istituto Spallanzani di Roma per fornire assistenza tecnica, consegnare materiale sanitario e medicinali, e rafforzare la sorveglianza epidemiologica. A livello nazionale, a ogni modo, i controlli alle frontiere sono attivi: «Il ministero della Salute, in raccordo con la Protezione civile, ha emanato circolari per attivare», recita la nota di Palazzo Chigi, «una sorveglianza sanitaria mirata e protocolli di vigilanza per i viaggiatori in rientro dalle regioni colpite», negli scali di Roma Fiumicino e Milano Malpensa.
Da Bruxelles, invece, la risposta dell’esecutivo europeo si muove nel segno dell’ambiguità e del paradosso. La Commissione «risponderà a tempo debito», ha dichiarato una delle portavoci, raccomandando, al tempo stesso, «misure di screening delle persone che provengono dalle zone colpite» (dunque dei passeggeri in entrata nell’Ue) ma sottolineando anche che «la misura più importante da adottare è lo screening in uscita dalle regioni colpite». Un doppio binario che fotografa la consueta incertezza comunicativa europea.
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Il capo di Confindustria, Emanuele Orsini (Ansa)
Soprattutto da quando Bruxelles si è data la mission di «salvare il pianeta» con un processo di decarbonizzazione a marce forzate. È una posizione trasversale, è la reazione di gran parte del mondo produttivo che percepisce l’Europa più come una camicia di forza che come un volano. L’ultima critica, in ordine di tempo, è venuta dall’assemblea di Confindustria, dove il presidente, Emanuele Orsini, pur ribadendo di «credere nell’Europa», ha sottolineato che «Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività», artefice di una burocrazia «lunare» che mette sotto scacco le istituzioni del Vecchio continente. E, come esempio, ha citato le 72 condizioni poste dalla Commissione per il via libera al decreto Bollette, definendole come «l’ultima conferma» della sua tesi. Di qui l’appello: «Fermatela!».
In trincea è soprattutto l’automotive, prima del Green deal fiore all’occhiello dell’industria europea, ora ruota di scorta delle case cinesi. A più riprese le associazioni di categoria, a cominciare da quelle tedesche, hanno evidenziato come le tempistiche per l’elettrificazione forzata non siano compatibili con la realtà e che la politica Ue abbia causato l’invasione di prodotti cinesi. Critiche alla mobilità sostenibile, come riferisce Politico, sono venute perfino dai commissari dell’Ue, che hanno manifestato profonda irritazione per i disagi logistici legati all’uso di auto elettriche durante gli spostamenti da Bruxelles a Strasburgo. Questo mentre la Commissione valuta l’introduzione di regole stringenti per costringere le grandi imprese ad acquistare o a prendere a noleggio a lungo termine quote elevate di auto a corrente.
Gli effetti delle rigidità normative di Bruxelles si fanno sentire anche sull’agricoltura e scatenano le proteste delle associazioni di categoria. La Coldiretti ha lanciato un forte appello alla Commissione europea per la sospensione del Cbam (Carbon border adjustment mechanism) e del sistema Ets (il sistema di scambio di quote di emissione di CO2), due pilastri del Green deal ritenuti oggi insostenibili. Per Coldiretti la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, non è assolutamente in grado di gestire il ruolo istituzionale che ricopre mentre oggi c’è bisogno di un’Europa diversa, più coraggiosa, meno ideologica e più vicina ai problemi reali.
Contro la Commissione si è mobilitata l’industria del tabacco dopo l’accelerazione dell’Unione europea sulla revisione della direttiva che regola produzione, etichettatura e vendita di sigarette, elettroniche incluse. La revisione legislativa è attesa entro fine anno. Troppo presto, dice la filiera. Il cambiamento dell’attuale assetto regolatorio metterebbe a repentaglio un comparto strategico dal punto di vista economico e occupazionale.
Sul piede di guerra pure i sindacati. La Ces, la Confederazione europea dei sindacati, punta l’indice contro i piani della Commissione europea di consentire alle imprese di registrarsi in Paesi con standard inferiori, compromettendo in questo modo i diritti dei lavoratori europei. «Secondo la proposta della Commissione, esiste il forte rischio che i lavoratori siano tutelati dalla legislazione del lavoro del Paese di registrazione dell’impresa, e non da quella del Paese di impiego», ammonisce la Ces.
Il settore siderurgico e metallurgico è tra i più critici. Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha sempre detto che «la riduzione delle emissioni attribuita ai settori Ets è fuorviante: il calo deriva in gran parte dalla generazione elettrica, che ha avuto accesso a incentivi alle rinnovabili estranei all’Ets».
Le norme green impattano anche sul settore immobiliare. L’Ance, l’Associazione dei costruttori, contesta la perentorietà delle scadenze per l’efficientamento energetico del patrimonio immobiliare. Senza massicci incentivi pubblici europei i costi ricadranno su imprese e proprietari.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Intanto, Giorgia Meloni chiede che al prossimo Consiglio europeo del 18 e 19 giugno in programma a Bruxelles si parli di regole comuni in tema di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite dal virus Ebola, mentre Raffaele Fitto insiste con l’idea di utilizzare per far fronte alla crisi energetica i Fondi di coesione, ovvero le risorse destinate a ridurre i divari economici, sociali e territoriali tra le diverse regioni europee, ma la sua idea non entusiasma: arriva un secco «no» sia dalle stesse regioni dell’Unione che da esponenti politici italiani di maggioranza e opposizione, tra i quali Letizia Moratti di Forza Italia, Enzo Amendola del Pd e Roberto Fico del M5s. Intanto, non viene accolta (almeno per il momento) la richiesta di Giorgia Meloni di concedere agli Stati membri della Ue margini di flessibilità sui vincoli economici per affrontare l’aumento dei prezzi dei carburanti.
Iniziamo dai contentini: la Commissione Ue, nell’Analisi sugli squilibri macroeconomici, consultata dall’Ansa, mette nero su bianco giudizi lusinghieri per il governo italiano: «L’Italia», si legge nel documento, «ha continuato ad attuare misure che migliorano la qualità delle finanze pubbliche, ridurre l’evasione fiscale e sostenere la sostenibilità di bilancio. Inoltre ha introdotto diverse misure contro l’evasione fiscale negli ultimi anni», attraverso «un sistema completo di compliance fiscale digitale», che si basa su fatturazione elettronica e trasmissione digitale dei dati. «Sono attesi ulteriori miglioramenti nella riscossione nel medio termine», si legge ancora e non mancano i complimenti sul rafforzamento del settore bancario e i «livelli record» del mercato del lavoro.
Manco a dirlo, però, arrivano pure le bacchettate: secondo la Commissione, «ulteriori interventi di politica economica dovrebbero dare priorità a tre obiettivi fondamentali: favorire la crescita delle imprese e le fusioni tra piccole e medie imprese, professionalizzandone la gestione e riducendo le soglie normative e gli incentivi legati alla dimensione che incoraggiano le aziende a rimanere piccole».
Per quel che riguarda la richiesta italiana di discutere di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite da Ebola, Bruxelles fa sapere che «la tutela della salute pubblica è la priorità assoluta della Commissione. Stiamo seguendo da vicino», sottolinea Eva Hrncirova, portavoce della Commissione, «l’evolversi della situazione. Si tratta di una situazione che richiede vigilanza e coordinamento. Disponiamo dei canali e degli strumenti necessari per agire rapidamente. L’Ue sta mobilitando aiuti, risorse logistiche, supporto di esperti e strumenti di sicurezza sanitaria per aiutare i Paesi colpiti a contenere l’epidemia e a ridurre il rischio di ulteriore trasmissione».
Continua a suscitare perplessità, invece, la proposta del Commissario europeo, Raffaele Fitto, di utilizzare i fondi di coesione, quelli destinati alle regioni europee più disagiate, per affrontare il caro-carburanti. A Fitto aveva risposto duramente la presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto: «I fondi di coesione non sono un bancomat e sono già stati impegnati». Ieri sono piovute critiche da altri esponenti politici: «Proporre di toccare i fondi Ue di coesione per far fronte alla crisi energetica», dice il deputato Pd Enzo Amendola, ex ministro degli Affari europei, a La7, «è come dire allora siamo alla frutta perché più di questo Bruxelles non può fare. La lettera di Fitto agli Stati membri, per Amendola «conferma che l’Unione europea non può concedere scostamenti di bilancio, invitando quindi a utilizzare tutte le risorse che si hanno: è come dire vi abbiamo dato miliardi di euro per le politiche di coesione e miliardi con il Pnrr, e più di questo non si può fare».
Perplessità sull’idea di Fitto anche da parte di Letizia Moratti, eurodeputata di Forza Italia: «Le preoccupazioni espresse dalle Regioni europee», argomenta la Moratti, «meritano grande attenzione. Le risorse della politica di coesione sono nate per ridurre i divari territoriali, sostenere la competitività, favorire l’innovazione, le infrastrutture, la formazione e lo sviluppo locale. Deviare tali fondi verso finalità diverse rischia di mettere in seria difficoltà amministrazioni regionali, imprese, artigiani e intere filiere produttive che hanno programmato investimenti e progetti sulla base di risorse già assegnate».
Un secco «no» arriva anche dal presidente della regione Campania, Roberto Fico, del M5s: «Io credo che quei fondi vadano usati per altri scopi e quindi non condivido questa proposta. Non penso», aggiunge Fico, «che sia una proposta adeguata al raggiungimento dell’obiettivo».
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Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.
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