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2023-11-01
Donna urla «morirete tutti»: panico a Parigi
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Una donna che gridava «Allah akbar» in una stazione ferroviaria parigina è stata neutralizzata ieri dalla polizia, che è stata costretta a spararle. L’autrice delle minacce sarebbe una trentottenne nota alle forze dell’ordine, come riferito da Bfm tv, che però non risulterebbe essere schedata come minaccia per la sicurezza pubblica.
Come riportato da Le Parisien, alcuni passeggeri della Rer, la rete ferroviaria urbana, hanno segnalato per telefono la presenza sospetta alle 7.21 e alle 7.54. Le due chiamate sono state ricevute dalla Sncf, la compagnia ferroviaria pubblica transalpina. Gli autori delle telefonate hanno detto di aver visto una donna completamente velata gridare parole come «bum!», «morirete tutti», o ancora «Allah akbar». Per altri testimoni, l’autrice delle minacce teneva le mani nascoste sotto il velo. La stessa è stata poi avvistata alla stazione Rer della biblioteca François-Mitterrand, nel XIII arrondissement di Parigi. Le autorità di polizia hanno disposto che i treni non si fermassero più in quella stazione, nel frattempo evacuata. A quel punto sono intervenute un’unità cinofila, la Brigata anti crimine (Bac) e gli artificieri.
Come detto, l’autrice delle minacce era vestita secondo le regole della sharia. Per Le Figaro, la donna indossava un abaya, il lungo velo musulmano che lascia scoperto solo il viso di chi lo porta. Ma, in una conferenza stampa tenutasi ieri, il portavoce del governo, Olivier Véran, ha dichiarato che la sospetta fosse vestita con un «velo integrale». Lo stesso rappresentante governativo ha precisato che gli agenti erano «dotati di mini telecamere portatili».
La minaccia rappresentata dalla donna è stata presa sul serio dalle forze dell’ordine. Giunti alla stazione della Rer, gli agenti della Bac le hanno intimato di mostrare loro le mani. Malgrado le armi puntate, l’autrice delle minacce si è rifiutata di eseguire l’ordine e, secondo il prefetto di Parigi, Laurent Nuñez, «si è diretta verso gli agenti di polizia» che hanno aperto il fuoco. La Procura di Parigi ha confermato a Le Figaro che «otto colpi sono stati esplosi da due poliziotti». Le pallottole hanno raggiunto la donna al ventre ferendola in modo grave, ma senza ucciderla. Sotto il velo non è stato trovato alcun esplosivo e la donna è stata portata in ospedale in ambulanza. Come detto, l’autrice delle minacce era già nota alle forze dell’ordine. Per Le Parisien, si tratterebbe di una cittadina francese che, in passato, è già ricoverata in psichiatria. Il 13 luglio 2021, la trentottenne avrebbe impugnato un cacciavite minacciando una pattuglia di militari. In quella occasione, la donna indossava un djellaba (tunica tipica del Maghreb, ndr) e avrebbe gridato parole confuse in arabo.
Il timore che si producesse un nuovo attentato islamista ha fatto reagire rapidamente le autorità transalpine. Come detto, la polizia è intervenuta immediatamente, inoltre sono state aperte due inchieste. La prima, affidata alla Procura parigina, riguarda tra l’altro «l’apologia del terrorismo». La seconda invece è legata a «violenza volontaria» (per l’uso di un’arma) ed è stata affidata all’Igpn, l’organo d’inchiesta interno della polizia francese. Fino a ieri sera la Procura nazionale antiterrorismo non ha acquisito la competenza delle indagini. Con molta probabilità la pronta risposta delle forze dell’ordine e del governo di Elisabeth Borne punta ad evitare nuovi attentati, o sommosse nelle banlieue come quelle dello scorso luglio, in un contesto reso esplosivo dalla guerra contro Israele scatenata da Hamas.
Inoltre da quando i terroristi di Hamas hanno ucciso barbaramente o rapito civili israeliani, in Francia sono stati registrati «più di 800 atti antisemiti». Lo ha confermato sempre ieri Véran assicurando anche una «risposta penale ferma» del governo. Ma ormai, al di là delle Alpi, alcuni francesi di fede ebraica subiscono le umiliazioni e le minacce già viste durante il regime di Vichy e l’occupazione nazista. Ieri, a Parigi e periferia, degli sconosciuti hanno disegnato delle stelle di David su palazzi in cui vivono degli ebrei. Sempre a Parigi, giorni fa, la porta di un appartamento abitato da una famiglia israelita è stata incendiata. Una settimana fa, nell’Eure, la famiglia di un ragazzino delle medie ha sporto denuncia per minacce antisemite rivolte al giovane a scuola. L’8 ottobre scorso, sullo stadio Jean-Claude Mazet di Carcassonne, qualcuno ha scritto «uccidere gli ebrei è un dovere».
Nel frattempo anche sui media pubblici non mancano le sparate antisemite. Domenica, su France Inter, il comico Guillaume Meurice ha definito Benjamin Netanyahu un «nazista senza prepuzio» ed è stato denunciato. L’agenzia France Presse (Afp) invece si è rifiutata di usare l’aggettivo «terrorista» per definire il movimento di Hamas. Inoltre, uno dei suoi inviati a Gerusalemme non ha partecipato alla proiezione, organizzata dalle forze israeliane, degli orribili video girati dagli uomini di Hamas mentre sterminavano o rapivano gli abitanti dei kibbutz. Una parte importante delle risorse di Afp è rappresentata da una compensazione finanziaria dello Stato francese (113,3 milioni di euro secondo il progetto di finanziaria 2023). Sul suo sito l’agenzia si vanta di essere «in posizione di leadership nella lotta alla disinformazione».
La polizia di Londra si piega alla jihad e leva dai muri le foto dei bimbi rapiti
Londra è sempre più nel caos. Ieri, dopo che alcuni agenti sono stati ripresi mentre rimuovevano dalle serrande di un negozio alcuni manifesti raffiguranti ostaggi ebrei nelle mani di Hamas - tra cui anche alcuni bambini -, è scoppiata una grossa polemica contro la polizia metropolitana. Lunedì, invece, un attivista palestinese ha riempito un McDonald’s di topi, tinti con i colori della bandiera palestinese, come segno di protesta verso la posizione pro Israele assunta dalla grande catena di fast food.
«Nel preciso giorno in cui il centro di Londra è diventato nuovamente una zona off limits per gli ebrei, com’è possibile che la polizia metropolitana pensi che strappare manifesti di bambini rapiti, mentre permette alle persone di invocare “jihad” e “Intifada”, sia il modo giusto per ridurre le tensioni all’interno della comunità?», ha dichiarato al Mail Online un portavoce di Campaign against antisemitism, organizzazione non governativa britannica formata da ebrei inglesi. «È difficile, qui, non vedere in gioco un duplice standard». All’origine di queste affermazioni, la scelta da parte della polizia londinese di rimuovere alcuni manifesti raffiguranti ostaggi israeliani, apposti sulle serrande di una farmacia a Edgware, dopo che alcuni dipendenti avevano pubblicato dichiarazioni anti Israele sui social media. Non è una novità, purtroppo, vedere foto con i volti dei bambini rapiti da Hamas strappate dai muri di Londra, ma questa volta i responsabili sono alcuni agenti. Il motivo ufficialmente addotto è la volontà di evitare l’escalation, ma nei fatti è una totale resa alle manifestazioni islamiste, perché simili gesti impediscono alla comunità ebraica di sensibilizzare la cittadinanza sulle loro istanze e i loro drammi.
Che possano esistere dei poliziotti antisemiti è un’ipotesi non scartabile, ma nella realtà la pista più verosimile è un’altra. Ossia che Sadiq Khan, sindaco di Londra di religione musulmana, abbia tradito la sua reale posizione rispetto al conflitto in corso. Già bersaglio di un duro articolo comparso nei giorni scorsi sul Jewish Chronicle, il più antico giornale ebreo del mondo, il primo cittadino della Capitale inglese, in precedenza protagonista di gesti di chiara opposizione all’antisemitismo e vicino alla comunità ebraica, è ora accusato da quest’ultima di non aver mai realmente condannato il massacro del 7 ottobre. «Sono sicuro che, avvicinandoci alle elezioni dell’anno prossimo, questo non abbia nulla a che fare con il fatto che il 15% degli elettori di Londra sia musulmano, a differenza dell’1,6% ebreo», ha scritto polemicamente Stephen Pollard nel succitato articolo.
E qui, forse, tocchiamo il cuore del problema. Perché l’altro ieri, sempre a Londra, un attivista palestinese ha inondato un McDonald’s di ratti, precedentemente divisi a gruppi e tinti di nero, rosso e verde. Con il bianco naturale dei roditori, il colori corrispondono a quelli della bandiera palestinese. Il video, piuttosto raccapricciante, mostra l’uomo rilasciare i topi nel locale al grido di «Palestina libera!». La catena di fast food sarebbe rea, infatti, di aver offerto pasti gratis ai soldati israeliani.
Se si sommano questi episodi a quelli che da giorni si susseguono nei vari Paesi europei, si giunge facilmente alla conclusione che il multiculturalismo ha fallito e che l’immigrazione incontrollata è un rischio per la tenuta sociale delle nostre città. In una società aperta, infatti, tutti dovrebbero poter rappresentare le loro istanze, quindi anche ebrei e palestinesi (a patto che non si giustifichi il terrorismo sui civili). Se questo però diventa un problema di sicurezza, e per altro in una sola direzione, allora forse occorre porsi dei seri interrogativi sul nostro modello sociale. E magari farlo prima che, complici anche le difficoltà economiche, ci esploda il conflitto in casa.
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Trentottenne con il velo terrorizza i passanti in una stazione della metro e costringe le forze dell’ordine a sparare. Nella Capitale francese è allarme antisemitismo: oltre 800 aggressioni dal 7 ottobre e stelle di David sui muri per marchiare le case degli ebrei.A Londra gli islamisti attaccano anche i McDonald’s, liberando centinaia di ratti nei fast food.Lo speciale contiene due articoli.Una donna che gridava «Allah akbar» in una stazione ferroviaria parigina è stata neutralizzata ieri dalla polizia, che è stata costretta a spararle. L’autrice delle minacce sarebbe una trentottenne nota alle forze dell’ordine, come riferito da Bfm tv, che però non risulterebbe essere schedata come minaccia per la sicurezza pubblica. Come riportato da Le Parisien, alcuni passeggeri della Rer, la rete ferroviaria urbana, hanno segnalato per telefono la presenza sospetta alle 7.21 e alle 7.54. Le due chiamate sono state ricevute dalla Sncf, la compagnia ferroviaria pubblica transalpina. Gli autori delle telefonate hanno detto di aver visto una donna completamente velata gridare parole come «bum!», «morirete tutti», o ancora «Allah akbar». Per altri testimoni, l’autrice delle minacce teneva le mani nascoste sotto il velo. La stessa è stata poi avvistata alla stazione Rer della biblioteca François-Mitterrand, nel XIII arrondissement di Parigi. Le autorità di polizia hanno disposto che i treni non si fermassero più in quella stazione, nel frattempo evacuata. A quel punto sono intervenute un’unità cinofila, la Brigata anti crimine (Bac) e gli artificieri. Come detto, l’autrice delle minacce era vestita secondo le regole della sharia. Per Le Figaro, la donna indossava un abaya, il lungo velo musulmano che lascia scoperto solo il viso di chi lo porta. Ma, in una conferenza stampa tenutasi ieri, il portavoce del governo, Olivier Véran, ha dichiarato che la sospetta fosse vestita con un «velo integrale». Lo stesso rappresentante governativo ha precisato che gli agenti erano «dotati di mini telecamere portatili».La minaccia rappresentata dalla donna è stata presa sul serio dalle forze dell’ordine. Giunti alla stazione della Rer, gli agenti della Bac le hanno intimato di mostrare loro le mani. Malgrado le armi puntate, l’autrice delle minacce si è rifiutata di eseguire l’ordine e, secondo il prefetto di Parigi, Laurent Nuñez, «si è diretta verso gli agenti di polizia» che hanno aperto il fuoco. La Procura di Parigi ha confermato a Le Figaro che «otto colpi sono stati esplosi da due poliziotti». Le pallottole hanno raggiunto la donna al ventre ferendola in modo grave, ma senza ucciderla. Sotto il velo non è stato trovato alcun esplosivo e la donna è stata portata in ospedale in ambulanza. Come detto, l’autrice delle minacce era già nota alle forze dell’ordine. Per Le Parisien, si tratterebbe di una cittadina francese che, in passato, è già ricoverata in psichiatria. Il 13 luglio 2021, la trentottenne avrebbe impugnato un cacciavite minacciando una pattuglia di militari. In quella occasione, la donna indossava un djellaba (tunica tipica del Maghreb, ndr) e avrebbe gridato parole confuse in arabo.Il timore che si producesse un nuovo attentato islamista ha fatto reagire rapidamente le autorità transalpine. Come detto, la polizia è intervenuta immediatamente, inoltre sono state aperte due inchieste. La prima, affidata alla Procura parigina, riguarda tra l’altro «l’apologia del terrorismo». La seconda invece è legata a «violenza volontaria» (per l’uso di un’arma) ed è stata affidata all’Igpn, l’organo d’inchiesta interno della polizia francese. Fino a ieri sera la Procura nazionale antiterrorismo non ha acquisito la competenza delle indagini. Con molta probabilità la pronta risposta delle forze dell’ordine e del governo di Elisabeth Borne punta ad evitare nuovi attentati, o sommosse nelle banlieue come quelle dello scorso luglio, in un contesto reso esplosivo dalla guerra contro Israele scatenata da Hamas.Inoltre da quando i terroristi di Hamas hanno ucciso barbaramente o rapito civili israeliani, in Francia sono stati registrati «più di 800 atti antisemiti». Lo ha confermato sempre ieri Véran assicurando anche una «risposta penale ferma» del governo. Ma ormai, al di là delle Alpi, alcuni francesi di fede ebraica subiscono le umiliazioni e le minacce già viste durante il regime di Vichy e l’occupazione nazista. Ieri, a Parigi e periferia, degli sconosciuti hanno disegnato delle stelle di David su palazzi in cui vivono degli ebrei. Sempre a Parigi, giorni fa, la porta di un appartamento abitato da una famiglia israelita è stata incendiata. Una settimana fa, nell’Eure, la famiglia di un ragazzino delle medie ha sporto denuncia per minacce antisemite rivolte al giovane a scuola. L’8 ottobre scorso, sullo stadio Jean-Claude Mazet di Carcassonne, qualcuno ha scritto «uccidere gli ebrei è un dovere».Nel frattempo anche sui media pubblici non mancano le sparate antisemite. Domenica, su France Inter, il comico Guillaume Meurice ha definito Benjamin Netanyahu un «nazista senza prepuzio» ed è stato denunciato. L’agenzia France Presse (Afp) invece si è rifiutata di usare l’aggettivo «terrorista» per definire il movimento di Hamas. Inoltre, uno dei suoi inviati a Gerusalemme non ha partecipato alla proiezione, organizzata dalle forze israeliane, degli orribili video girati dagli uomini di Hamas mentre sterminavano o rapivano gli abitanti dei kibbutz. Una parte importante delle risorse di Afp è rappresentata da una compensazione finanziaria dello Stato francese (113,3 milioni di euro secondo il progetto di finanziaria 2023). Sul suo sito l’agenzia si vanta di essere «in posizione di leadership nella lotta alla disinformazione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/donna-morirete-tutti-panico-parigi-2666111943.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-polizia-di-londra-si-piega-alla-jihad-e-leva-dai-muri-le-foto-dei-bimbi-rapiti" data-post-id="2666111943" data-published-at="1698799916" data-use-pagination="False"> La polizia di Londra si piega alla jihad e leva dai muri le foto dei bimbi rapiti Londra è sempre più nel caos. Ieri, dopo che alcuni agenti sono stati ripresi mentre rimuovevano dalle serrande di un negozio alcuni manifesti raffiguranti ostaggi ebrei nelle mani di Hamas - tra cui anche alcuni bambini -, è scoppiata una grossa polemica contro la polizia metropolitana. Lunedì, invece, un attivista palestinese ha riempito un McDonald’s di topi, tinti con i colori della bandiera palestinese, come segno di protesta verso la posizione pro Israele assunta dalla grande catena di fast food. «Nel preciso giorno in cui il centro di Londra è diventato nuovamente una zona off limits per gli ebrei, com’è possibile che la polizia metropolitana pensi che strappare manifesti di bambini rapiti, mentre permette alle persone di invocare “jihad” e “Intifada”, sia il modo giusto per ridurre le tensioni all’interno della comunità?», ha dichiarato al Mail Online un portavoce di Campaign against antisemitism, organizzazione non governativa britannica formata da ebrei inglesi. «È difficile, qui, non vedere in gioco un duplice standard». All’origine di queste affermazioni, la scelta da parte della polizia londinese di rimuovere alcuni manifesti raffiguranti ostaggi israeliani, apposti sulle serrande di una farmacia a Edgware, dopo che alcuni dipendenti avevano pubblicato dichiarazioni anti Israele sui social media. Non è una novità, purtroppo, vedere foto con i volti dei bambini rapiti da Hamas strappate dai muri di Londra, ma questa volta i responsabili sono alcuni agenti. Il motivo ufficialmente addotto è la volontà di evitare l’escalation, ma nei fatti è una totale resa alle manifestazioni islamiste, perché simili gesti impediscono alla comunità ebraica di sensibilizzare la cittadinanza sulle loro istanze e i loro drammi. Che possano esistere dei poliziotti antisemiti è un’ipotesi non scartabile, ma nella realtà la pista più verosimile è un’altra. Ossia che Sadiq Khan, sindaco di Londra di religione musulmana, abbia tradito la sua reale posizione rispetto al conflitto in corso. Già bersaglio di un duro articolo comparso nei giorni scorsi sul Jewish Chronicle, il più antico giornale ebreo del mondo, il primo cittadino della Capitale inglese, in precedenza protagonista di gesti di chiara opposizione all’antisemitismo e vicino alla comunità ebraica, è ora accusato da quest’ultima di non aver mai realmente condannato il massacro del 7 ottobre. «Sono sicuro che, avvicinandoci alle elezioni dell’anno prossimo, questo non abbia nulla a che fare con il fatto che il 15% degli elettori di Londra sia musulmano, a differenza dell’1,6% ebreo», ha scritto polemicamente Stephen Pollard nel succitato articolo. E qui, forse, tocchiamo il cuore del problema. Perché l’altro ieri, sempre a Londra, un attivista palestinese ha inondato un McDonald’s di ratti, precedentemente divisi a gruppi e tinti di nero, rosso e verde. Con il bianco naturale dei roditori, il colori corrispondono a quelli della bandiera palestinese. Il video, piuttosto raccapricciante, mostra l’uomo rilasciare i topi nel locale al grido di «Palestina libera!». La catena di fast food sarebbe rea, infatti, di aver offerto pasti gratis ai soldati israeliani. Se si sommano questi episodi a quelli che da giorni si susseguono nei vari Paesi europei, si giunge facilmente alla conclusione che il multiculturalismo ha fallito e che l’immigrazione incontrollata è un rischio per la tenuta sociale delle nostre città. In una società aperta, infatti, tutti dovrebbero poter rappresentare le loro istanze, quindi anche ebrei e palestinesi (a patto che non si giustifichi il terrorismo sui civili). Se questo però diventa un problema di sicurezza, e per altro in una sola direzione, allora forse occorre porsi dei seri interrogativi sul nostro modello sociale. E magari farlo prima che, complici anche le difficoltà economiche, ci esploda il conflitto in casa.
Romano Prodi premier nel 2006 (Ansa)
L’editorialista di Repubblica ha citato Giuseppe Conte spiegando che la nuova norma sarebbe peggiore della legge truffa e della legge Acerbo del 1923 che concesse la maggioranza alla lista di Benito Mussolini. «Stiamo virando dalle democrazie rappresentative alle autocrazie elettive», ha affermato in diretta un preoccupatissimo Giannini. A suo dire, esiste un piano di Giorgia Meloni che coincide con quello di Donald Trump in cui la riforma della giustizia, il premierato e, appunto, la legge elettorale si incastrano quali tasselli di un mosaico eversivo. Il centrodestra sarebbe, dunque, alla «ricerca di pieni poteri» e usa la legge elettorale come «scorciatoia per raggiungerli il prima possibile». Tale norma, infatti, «consente alla maggioranza di prendere tutto, dove tutto significa non solo il Parlamento, ma anche le nomine e le elezioni di tutti gli organi di garanzia, la Corte costituzionale, il Csm e la presidenza della Repubblica».
Ed eccolo qui il vero problema. La sinistra accusa Meloni di voler mettere le mani sul Colle e questo è semplicemente inaccettabile per un sola, cristallina ragione: il Quirinale è prerogativa progressista, non sia mai che vi salga qualcuno su cui il Partito democratico non abbia fatto calare la sua entusiastica benedizione. Per questo motivo i dem dichiarano ai quattro venti che il testo di legge è «inaccettabile» e «irricevibile». Elly Schlein ripete che «può essere molto distorsivo della rappresentanza e con premi alti e senza limiti. Quindi, da questo punto di vista», ribadisce il segretario del Pd, «rischiano di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il presidente della Repubblica».
Ovviamente, queste grida scomposte e allarmate sono strumentali e piuttosto pretestuose. Posto che, come notava qualcuno, questa legge potrebbe persino giovare alla Schlein, garantendole, in mancanza di altri leader credibili, di inchiodarsi alla guida del suo partito, non è affatto detto che una nuova norma avvantaggi la destra. Anzi, la storia recente insegna che le leggi elettorali pensate da una maggioranza per assicurarsi maggiore stabilità non hanno mai funzionato granché, rivelandosi più spesso un boomerang.
In ogni caso, è bene rinfrescarsi un poco la memoria a proposito di alchimie elettorali, premi di maggioranza e pieni poteri, anche solo per svelare l’ipocrisia democratica sul tema. Quelli che ora berciano di deriva autoritaria e si struggono per il premio di maggioranza abbondante, in passato hanno profittato eccome dei premi offerti dalle leggi elettorali vigenti. Nel 2006, per dire, si andò a votare con il famigerato Porcellum di cui va riconosciuta la paternità a Roberto Calderoli. Quella norma prevedeva un premio di maggioranza su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato. Il partito più votato risultò essere Forza Italia, ma vinse l’Unione di Romano Prodi con un margine risicatissimo, grazie ai famigerati voti esteri. Alla Camera, il centrosinistra prese il 49,81% dei voti contro il 49,74% del centrodestra. Grazie al premio, la sinistra prese 67 seggi in più e tanti saluti. Romano Prodi divenne presidente del Consiglio e, a stretto giro, la sinistra elesse Giorgio Napolitano al Quirinale. Nessuno si fece scrupoli, non ci furono pianti sulla deriva autoritaria e la legge elettorale pensata a destra alla fine fu un bel regalo per la sinistra. Altro giro e altro regalo nel 2013, di nuovo con il Porcellum. Il partito più votato alla Camera risultò essere il Movimento 5 stelle, che si era sempre opposto al Porcellum giudicandolo addirittura immorale. Il centrosinistra prese il 29,54% dei voti, il centrodestra il 29,18%, i grillini arrivarono al 25,5%. Grazie al premio previsto dalla legge, la sinistra ottenne 220 seggi in più e, dunque, la maggioranza alla Camera e, dato che Pier Luigi Bersani non fu in grado di trovare un accordo con i pentastellati, nacque il governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Il Pd, insomma, si prese senza restarci troppo male la presidenza del Consiglio e di lì a un paio di anni circa si avviò serenamente a scegliere Sergio Mattarella quale presidente della Repubblica.
In buona sostanza, quando c’è stato da prendere il potere, il Partito democratico non si è mai fatto troppi scrupoli, e non si è dato gran pena per il rispetto delle decisioni degli elettori, la concentrazione dei poteri. Come al solito, la deriva autoritaria non è deriva e non è autoritaria se favorisce il Pd.
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Il Bitcoin è scivolato sotto la soglia psicologica dei 64.000 dollari, bruciando - secondo i dati riportati da Bloomberg - qualcosa come 128 miliardi di capitalizzazione in poche ore. Ethereum ha fatto anche peggio, con cadute vicine all’8%.
Gli analisti lo chiamano «risk-off». Vuol dire che quando iniziano a volare i missili gli investitori cambiamo spalla al fucile. Vista la situazione puntano sulla concretezza dell’oro, che comunque è salito molto.
Il punto non è tanto quanto petrolio produce l’Iran - circa 3,45 milioni di barili al giorno, meno del 3% dell’offerta globale secondo la International Energy Agency.
Il punto è dove passa il petrolio degli altri. Il collo di bottiglia si chiama Stretto di Hormuz di cui ieri i pasdaran iraniani hanno annunciato la chiusura. Da lì transita circa un quinto dell’offerta mondiale di greggio: qualcosa come 21 milioni di barili al giorno provenienti da tutto il Golfo. Non è una rotta. È la rotta. Alternative? Poche, complicate e molto più costose. Tradotto: se Hormuz si inceppa, il prezzo dell’energia non sale. Vola.
Secondo Capital Economics, citata dal Wall Street Journal, il blocco del traffico nello stretto potrebbe spingere il greggio fino a 100 dollari al barile, trascinando anche il gas naturale.
Uno scenario che aggiungerebbe tra lo 0,6% e lo 0,7% all’inflazione globale media. In altre parole: proprio quello che le banche centrali non volevano vedere mentre iniziavano a sognare il taglio dei tassi. Il rischio - sottolinea ancora il giornale americano - è quello di mandare all’aria una convalescenza economica già fragile, rallentata da guerre commerciali e crescita asfittica. Paradossalmente, la perdita dei barili iraniani, da sola, sarebbe gestibile. Analisti di Ubs osservano che Arabia Saudita e altri produttori potrebbero compensare eventuali stop temporanei. In questo senso una prima risposta potrebbe arrivare dalla riunione dei Paesi Opec di oggi. Il vero problema è l’effetto domino: assicurazioni marittime che esplodono, navi che evitano l’area, traffico che rallenta anche senza un blocco formale. Negli anni Ottanta Teheran minò quelle acque: i mercati se lo ricordano benissimo. Un petrolio stabilmente a tre cifre significherebbe inflazione di ritorno, proprio quando sembrava sconfitta. Banche centrali costrette a fermare, o invertire, i tagli dei tassi. Crescita rallentata in Europa e Stati Uniti. Nuova pressione sui Paesi emergenti importatori di energia. In sintesi: la geopolitica che si trasforma immediatamente in macroeconomia.
La globalizzazione digitale, l’Intelligenza artificiale, la finanza algoritmica. Tutto modernissimo. Poi basta un tratto di mare tra Iran e Oman per ricordare che l’economia mondiale funziona ancora con logiche ottocentesche: navi, petrolio, strozzature fisiche. Le criptovalute dovevano essere il futuro senza confini. Alla prima crisi vera, hanno reagito come qualsiasi asset speculativo: scendendo. Il petrolio, invece, continua a fare quello che fa da un secolo: comanda. E oggi, più che nei palazzi della diplomazia, il destino dell’economia mondiale si decide lì, nello Stretto di Hormuz. Dove non passa solo il greggio. Passa il sangue dei mercati.
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Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer (Ansa)
«A seguito della situazione in corso in Iran, lunedì convocherò un collegio speciale dei commissari», ha scritto su X la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Nelle stesse ore, la numero uno dell’esecutivo comunitario ha sottolineato che «per la sicurezza e la stabilità regionale è di fondamentale importanza che non si verifichi un’ulteriore escalation attraverso gli attacchi ingiustificati dell’Iran contro i partner della regione». Dalla Commissione Ue e dal Servizio europeo per l’azione esterna è arrivato anche l’ormai rituale invito alla «massima moderazione», al «pieno rispetto del diritto internazionale» e alla protezione dei civili. Il lessico è quello tipico delle crisi internazionali: «grande preoccupazione», «stabilità regionale», «de-escalation». Nessuna iniziativa diplomatica autonoma, insomma, ma l’annuncio di un collegio straordinario e l’ennesimo appello alla prudenza.
Leggermente diverso, almeno nelle forme, l’atteggiamento dei cosiddetti «volenterosi». Germania, Francia e Regno Unito hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui affermano di «condannare gli attacchi iraniani nella regione» e chiedono che Teheran «si astenga da ulteriori azioni destabilizzanti e torni al tavolo dei negoziati». I tre leader precisano di «non aver partecipato ai raid», ma di restare «in stretto coordinamento con gli alleati». È un ricompattamento che mira a dare un segnale politico, pur muovendosi dentro il perimetro atlantico e, di fatto, oltre Bruxelles, ancora una volta scavalcata. Il premier britannico Keir Starmer ha inoltre confermato che «jet britannici sono stati coinvolti in operazioni di difesa degli alleati», chiarendo che Londra non ha preso parte all’attacco. Anche Berlino si è mossa sul piano dei contatti diretti: il cancelliere Friedrich Merz ha parlato al telefono con il premier israeliano Benjamin Netanyahu nelle ore successive all’inizio dell’operazione, secondo quanto riferito da fonti del governo tedesco. Parigi, dal canto suo, ha chiesto la convocazione urgente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il presidente Emmanuel Macron ha parlato di «gravi conseguenze per la pace e la sicurezza internazionali» e ha sollecitato una ripresa dei negoziati sul programma nucleare e sui missili iraniani, insistendo sulla necessità di «evitare un allargamento del conflitto» e di «privilegiare la via diplomatica».
Posizioni ritenute evidentemente morbide dal repubblicano Lindsey Graham, che ha definito «un eufemismo» dire di essere deluso dalla posizione europea, sostenendo che le democrazie occidentali «perdono la passione per la giustizia e il senso del bene e del male quanto più l’evento si svolge lontano dalle loro coste».
Ben diverse le reazioni di Mosca e Pechino. Il ministero degli Esteri russo ha definito i raid «un atto di aggressione armata non provocata», denunciando il rischio di una «pericolosa escalation» e chiedendo la convocazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Anche la Cina si è detta «fortemente preoccupata» e ha chiesto «l’immediata cessazione delle operazioni militari», richiamando al rispetto della «sovranità, sicurezza e integrità territoriale» dell’Iran. Pechino ha invitato tutte le parti a «evitare ulteriori escalation» e a tornare «al dialogo e ai negoziati» per salvaguardare pace e stabilità in Medio Oriente.
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