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2023-11-01
Donna urla «morirete tutti»: panico a Parigi
iStock
Una donna che gridava «Allah akbar» in una stazione ferroviaria parigina è stata neutralizzata ieri dalla polizia, che è stata costretta a spararle. L’autrice delle minacce sarebbe una trentottenne nota alle forze dell’ordine, come riferito da Bfm tv, che però non risulterebbe essere schedata come minaccia per la sicurezza pubblica.
Come riportato da Le Parisien, alcuni passeggeri della Rer, la rete ferroviaria urbana, hanno segnalato per telefono la presenza sospetta alle 7.21 e alle 7.54. Le due chiamate sono state ricevute dalla Sncf, la compagnia ferroviaria pubblica transalpina. Gli autori delle telefonate hanno detto di aver visto una donna completamente velata gridare parole come «bum!», «morirete tutti», o ancora «Allah akbar». Per altri testimoni, l’autrice delle minacce teneva le mani nascoste sotto il velo. La stessa è stata poi avvistata alla stazione Rer della biblioteca François-Mitterrand, nel XIII arrondissement di Parigi. Le autorità di polizia hanno disposto che i treni non si fermassero più in quella stazione, nel frattempo evacuata. A quel punto sono intervenute un’unità cinofila, la Brigata anti crimine (Bac) e gli artificieri.
Come detto, l’autrice delle minacce era vestita secondo le regole della sharia. Per Le Figaro, la donna indossava un abaya, il lungo velo musulmano che lascia scoperto solo il viso di chi lo porta. Ma, in una conferenza stampa tenutasi ieri, il portavoce del governo, Olivier Véran, ha dichiarato che la sospetta fosse vestita con un «velo integrale». Lo stesso rappresentante governativo ha precisato che gli agenti erano «dotati di mini telecamere portatili».
La minaccia rappresentata dalla donna è stata presa sul serio dalle forze dell’ordine. Giunti alla stazione della Rer, gli agenti della Bac le hanno intimato di mostrare loro le mani. Malgrado le armi puntate, l’autrice delle minacce si è rifiutata di eseguire l’ordine e, secondo il prefetto di Parigi, Laurent Nuñez, «si è diretta verso gli agenti di polizia» che hanno aperto il fuoco. La Procura di Parigi ha confermato a Le Figaro che «otto colpi sono stati esplosi da due poliziotti». Le pallottole hanno raggiunto la donna al ventre ferendola in modo grave, ma senza ucciderla. Sotto il velo non è stato trovato alcun esplosivo e la donna è stata portata in ospedale in ambulanza. Come detto, l’autrice delle minacce era già nota alle forze dell’ordine. Per Le Parisien, si tratterebbe di una cittadina francese che, in passato, è già ricoverata in psichiatria. Il 13 luglio 2021, la trentottenne avrebbe impugnato un cacciavite minacciando una pattuglia di militari. In quella occasione, la donna indossava un djellaba (tunica tipica del Maghreb, ndr) e avrebbe gridato parole confuse in arabo.
Il timore che si producesse un nuovo attentato islamista ha fatto reagire rapidamente le autorità transalpine. Come detto, la polizia è intervenuta immediatamente, inoltre sono state aperte due inchieste. La prima, affidata alla Procura parigina, riguarda tra l’altro «l’apologia del terrorismo». La seconda invece è legata a «violenza volontaria» (per l’uso di un’arma) ed è stata affidata all’Igpn, l’organo d’inchiesta interno della polizia francese. Fino a ieri sera la Procura nazionale antiterrorismo non ha acquisito la competenza delle indagini. Con molta probabilità la pronta risposta delle forze dell’ordine e del governo di Elisabeth Borne punta ad evitare nuovi attentati, o sommosse nelle banlieue come quelle dello scorso luglio, in un contesto reso esplosivo dalla guerra contro Israele scatenata da Hamas.
Inoltre da quando i terroristi di Hamas hanno ucciso barbaramente o rapito civili israeliani, in Francia sono stati registrati «più di 800 atti antisemiti». Lo ha confermato sempre ieri Véran assicurando anche una «risposta penale ferma» del governo. Ma ormai, al di là delle Alpi, alcuni francesi di fede ebraica subiscono le umiliazioni e le minacce già viste durante il regime di Vichy e l’occupazione nazista. Ieri, a Parigi e periferia, degli sconosciuti hanno disegnato delle stelle di David su palazzi in cui vivono degli ebrei. Sempre a Parigi, giorni fa, la porta di un appartamento abitato da una famiglia israelita è stata incendiata. Una settimana fa, nell’Eure, la famiglia di un ragazzino delle medie ha sporto denuncia per minacce antisemite rivolte al giovane a scuola. L’8 ottobre scorso, sullo stadio Jean-Claude Mazet di Carcassonne, qualcuno ha scritto «uccidere gli ebrei è un dovere».
Nel frattempo anche sui media pubblici non mancano le sparate antisemite. Domenica, su France Inter, il comico Guillaume Meurice ha definito Benjamin Netanyahu un «nazista senza prepuzio» ed è stato denunciato. L’agenzia France Presse (Afp) invece si è rifiutata di usare l’aggettivo «terrorista» per definire il movimento di Hamas. Inoltre, uno dei suoi inviati a Gerusalemme non ha partecipato alla proiezione, organizzata dalle forze israeliane, degli orribili video girati dagli uomini di Hamas mentre sterminavano o rapivano gli abitanti dei kibbutz. Una parte importante delle risorse di Afp è rappresentata da una compensazione finanziaria dello Stato francese (113,3 milioni di euro secondo il progetto di finanziaria 2023). Sul suo sito l’agenzia si vanta di essere «in posizione di leadership nella lotta alla disinformazione».
La polizia di Londra si piega alla jihad e leva dai muri le foto dei bimbi rapiti
Londra è sempre più nel caos. Ieri, dopo che alcuni agenti sono stati ripresi mentre rimuovevano dalle serrande di un negozio alcuni manifesti raffiguranti ostaggi ebrei nelle mani di Hamas - tra cui anche alcuni bambini -, è scoppiata una grossa polemica contro la polizia metropolitana. Lunedì, invece, un attivista palestinese ha riempito un McDonald’s di topi, tinti con i colori della bandiera palestinese, come segno di protesta verso la posizione pro Israele assunta dalla grande catena di fast food.
«Nel preciso giorno in cui il centro di Londra è diventato nuovamente una zona off limits per gli ebrei, com’è possibile che la polizia metropolitana pensi che strappare manifesti di bambini rapiti, mentre permette alle persone di invocare “jihad” e “Intifada”, sia il modo giusto per ridurre le tensioni all’interno della comunità?», ha dichiarato al Mail Online un portavoce di Campaign against antisemitism, organizzazione non governativa britannica formata da ebrei inglesi. «È difficile, qui, non vedere in gioco un duplice standard». All’origine di queste affermazioni, la scelta da parte della polizia londinese di rimuovere alcuni manifesti raffiguranti ostaggi israeliani, apposti sulle serrande di una farmacia a Edgware, dopo che alcuni dipendenti avevano pubblicato dichiarazioni anti Israele sui social media. Non è una novità, purtroppo, vedere foto con i volti dei bambini rapiti da Hamas strappate dai muri di Londra, ma questa volta i responsabili sono alcuni agenti. Il motivo ufficialmente addotto è la volontà di evitare l’escalation, ma nei fatti è una totale resa alle manifestazioni islamiste, perché simili gesti impediscono alla comunità ebraica di sensibilizzare la cittadinanza sulle loro istanze e i loro drammi.
Che possano esistere dei poliziotti antisemiti è un’ipotesi non scartabile, ma nella realtà la pista più verosimile è un’altra. Ossia che Sadiq Khan, sindaco di Londra di religione musulmana, abbia tradito la sua reale posizione rispetto al conflitto in corso. Già bersaglio di un duro articolo comparso nei giorni scorsi sul Jewish Chronicle, il più antico giornale ebreo del mondo, il primo cittadino della Capitale inglese, in precedenza protagonista di gesti di chiara opposizione all’antisemitismo e vicino alla comunità ebraica, è ora accusato da quest’ultima di non aver mai realmente condannato il massacro del 7 ottobre. «Sono sicuro che, avvicinandoci alle elezioni dell’anno prossimo, questo non abbia nulla a che fare con il fatto che il 15% degli elettori di Londra sia musulmano, a differenza dell’1,6% ebreo», ha scritto polemicamente Stephen Pollard nel succitato articolo.
E qui, forse, tocchiamo il cuore del problema. Perché l’altro ieri, sempre a Londra, un attivista palestinese ha inondato un McDonald’s di ratti, precedentemente divisi a gruppi e tinti di nero, rosso e verde. Con il bianco naturale dei roditori, il colori corrispondono a quelli della bandiera palestinese. Il video, piuttosto raccapricciante, mostra l’uomo rilasciare i topi nel locale al grido di «Palestina libera!». La catena di fast food sarebbe rea, infatti, di aver offerto pasti gratis ai soldati israeliani.
Se si sommano questi episodi a quelli che da giorni si susseguono nei vari Paesi europei, si giunge facilmente alla conclusione che il multiculturalismo ha fallito e che l’immigrazione incontrollata è un rischio per la tenuta sociale delle nostre città. In una società aperta, infatti, tutti dovrebbero poter rappresentare le loro istanze, quindi anche ebrei e palestinesi (a patto che non si giustifichi il terrorismo sui civili). Se questo però diventa un problema di sicurezza, e per altro in una sola direzione, allora forse occorre porsi dei seri interrogativi sul nostro modello sociale. E magari farlo prima che, complici anche le difficoltà economiche, ci esploda il conflitto in casa.
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Trentottenne con il velo terrorizza i passanti in una stazione della metro e costringe le forze dell’ordine a sparare. Nella Capitale francese è allarme antisemitismo: oltre 800 aggressioni dal 7 ottobre e stelle di David sui muri per marchiare le case degli ebrei.A Londra gli islamisti attaccano anche i McDonald’s, liberando centinaia di ratti nei fast food.Lo speciale contiene due articoli.Una donna che gridava «Allah akbar» in una stazione ferroviaria parigina è stata neutralizzata ieri dalla polizia, che è stata costretta a spararle. L’autrice delle minacce sarebbe una trentottenne nota alle forze dell’ordine, come riferito da Bfm tv, che però non risulterebbe essere schedata come minaccia per la sicurezza pubblica. Come riportato da Le Parisien, alcuni passeggeri della Rer, la rete ferroviaria urbana, hanno segnalato per telefono la presenza sospetta alle 7.21 e alle 7.54. Le due chiamate sono state ricevute dalla Sncf, la compagnia ferroviaria pubblica transalpina. Gli autori delle telefonate hanno detto di aver visto una donna completamente velata gridare parole come «bum!», «morirete tutti», o ancora «Allah akbar». Per altri testimoni, l’autrice delle minacce teneva le mani nascoste sotto il velo. La stessa è stata poi avvistata alla stazione Rer della biblioteca François-Mitterrand, nel XIII arrondissement di Parigi. Le autorità di polizia hanno disposto che i treni non si fermassero più in quella stazione, nel frattempo evacuata. A quel punto sono intervenute un’unità cinofila, la Brigata anti crimine (Bac) e gli artificieri. Come detto, l’autrice delle minacce era vestita secondo le regole della sharia. Per Le Figaro, la donna indossava un abaya, il lungo velo musulmano che lascia scoperto solo il viso di chi lo porta. Ma, in una conferenza stampa tenutasi ieri, il portavoce del governo, Olivier Véran, ha dichiarato che la sospetta fosse vestita con un «velo integrale». Lo stesso rappresentante governativo ha precisato che gli agenti erano «dotati di mini telecamere portatili».La minaccia rappresentata dalla donna è stata presa sul serio dalle forze dell’ordine. Giunti alla stazione della Rer, gli agenti della Bac le hanno intimato di mostrare loro le mani. Malgrado le armi puntate, l’autrice delle minacce si è rifiutata di eseguire l’ordine e, secondo il prefetto di Parigi, Laurent Nuñez, «si è diretta verso gli agenti di polizia» che hanno aperto il fuoco. La Procura di Parigi ha confermato a Le Figaro che «otto colpi sono stati esplosi da due poliziotti». Le pallottole hanno raggiunto la donna al ventre ferendola in modo grave, ma senza ucciderla. Sotto il velo non è stato trovato alcun esplosivo e la donna è stata portata in ospedale in ambulanza. Come detto, l’autrice delle minacce era già nota alle forze dell’ordine. Per Le Parisien, si tratterebbe di una cittadina francese che, in passato, è già ricoverata in psichiatria. Il 13 luglio 2021, la trentottenne avrebbe impugnato un cacciavite minacciando una pattuglia di militari. In quella occasione, la donna indossava un djellaba (tunica tipica del Maghreb, ndr) e avrebbe gridato parole confuse in arabo.Il timore che si producesse un nuovo attentato islamista ha fatto reagire rapidamente le autorità transalpine. Come detto, la polizia è intervenuta immediatamente, inoltre sono state aperte due inchieste. La prima, affidata alla Procura parigina, riguarda tra l’altro «l’apologia del terrorismo». La seconda invece è legata a «violenza volontaria» (per l’uso di un’arma) ed è stata affidata all’Igpn, l’organo d’inchiesta interno della polizia francese. Fino a ieri sera la Procura nazionale antiterrorismo non ha acquisito la competenza delle indagini. Con molta probabilità la pronta risposta delle forze dell’ordine e del governo di Elisabeth Borne punta ad evitare nuovi attentati, o sommosse nelle banlieue come quelle dello scorso luglio, in un contesto reso esplosivo dalla guerra contro Israele scatenata da Hamas.Inoltre da quando i terroristi di Hamas hanno ucciso barbaramente o rapito civili israeliani, in Francia sono stati registrati «più di 800 atti antisemiti». Lo ha confermato sempre ieri Véran assicurando anche una «risposta penale ferma» del governo. Ma ormai, al di là delle Alpi, alcuni francesi di fede ebraica subiscono le umiliazioni e le minacce già viste durante il regime di Vichy e l’occupazione nazista. Ieri, a Parigi e periferia, degli sconosciuti hanno disegnato delle stelle di David su palazzi in cui vivono degli ebrei. Sempre a Parigi, giorni fa, la porta di un appartamento abitato da una famiglia israelita è stata incendiata. Una settimana fa, nell’Eure, la famiglia di un ragazzino delle medie ha sporto denuncia per minacce antisemite rivolte al giovane a scuola. L’8 ottobre scorso, sullo stadio Jean-Claude Mazet di Carcassonne, qualcuno ha scritto «uccidere gli ebrei è un dovere».Nel frattempo anche sui media pubblici non mancano le sparate antisemite. Domenica, su France Inter, il comico Guillaume Meurice ha definito Benjamin Netanyahu un «nazista senza prepuzio» ed è stato denunciato. L’agenzia France Presse (Afp) invece si è rifiutata di usare l’aggettivo «terrorista» per definire il movimento di Hamas. Inoltre, uno dei suoi inviati a Gerusalemme non ha partecipato alla proiezione, organizzata dalle forze israeliane, degli orribili video girati dagli uomini di Hamas mentre sterminavano o rapivano gli abitanti dei kibbutz. Una parte importante delle risorse di Afp è rappresentata da una compensazione finanziaria dello Stato francese (113,3 milioni di euro secondo il progetto di finanziaria 2023). Sul suo sito l’agenzia si vanta di essere «in posizione di leadership nella lotta alla disinformazione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/donna-morirete-tutti-panico-parigi-2666111943.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-polizia-di-londra-si-piega-alla-jihad-e-leva-dai-muri-le-foto-dei-bimbi-rapiti" data-post-id="2666111943" data-published-at="1698799916" data-use-pagination="False"> La polizia di Londra si piega alla jihad e leva dai muri le foto dei bimbi rapiti Londra è sempre più nel caos. Ieri, dopo che alcuni agenti sono stati ripresi mentre rimuovevano dalle serrande di un negozio alcuni manifesti raffiguranti ostaggi ebrei nelle mani di Hamas - tra cui anche alcuni bambini -, è scoppiata una grossa polemica contro la polizia metropolitana. Lunedì, invece, un attivista palestinese ha riempito un McDonald’s di topi, tinti con i colori della bandiera palestinese, come segno di protesta verso la posizione pro Israele assunta dalla grande catena di fast food. «Nel preciso giorno in cui il centro di Londra è diventato nuovamente una zona off limits per gli ebrei, com’è possibile che la polizia metropolitana pensi che strappare manifesti di bambini rapiti, mentre permette alle persone di invocare “jihad” e “Intifada”, sia il modo giusto per ridurre le tensioni all’interno della comunità?», ha dichiarato al Mail Online un portavoce di Campaign against antisemitism, organizzazione non governativa britannica formata da ebrei inglesi. «È difficile, qui, non vedere in gioco un duplice standard». All’origine di queste affermazioni, la scelta da parte della polizia londinese di rimuovere alcuni manifesti raffiguranti ostaggi israeliani, apposti sulle serrande di una farmacia a Edgware, dopo che alcuni dipendenti avevano pubblicato dichiarazioni anti Israele sui social media. Non è una novità, purtroppo, vedere foto con i volti dei bambini rapiti da Hamas strappate dai muri di Londra, ma questa volta i responsabili sono alcuni agenti. Il motivo ufficialmente addotto è la volontà di evitare l’escalation, ma nei fatti è una totale resa alle manifestazioni islamiste, perché simili gesti impediscono alla comunità ebraica di sensibilizzare la cittadinanza sulle loro istanze e i loro drammi. Che possano esistere dei poliziotti antisemiti è un’ipotesi non scartabile, ma nella realtà la pista più verosimile è un’altra. Ossia che Sadiq Khan, sindaco di Londra di religione musulmana, abbia tradito la sua reale posizione rispetto al conflitto in corso. Già bersaglio di un duro articolo comparso nei giorni scorsi sul Jewish Chronicle, il più antico giornale ebreo del mondo, il primo cittadino della Capitale inglese, in precedenza protagonista di gesti di chiara opposizione all’antisemitismo e vicino alla comunità ebraica, è ora accusato da quest’ultima di non aver mai realmente condannato il massacro del 7 ottobre. «Sono sicuro che, avvicinandoci alle elezioni dell’anno prossimo, questo non abbia nulla a che fare con il fatto che il 15% degli elettori di Londra sia musulmano, a differenza dell’1,6% ebreo», ha scritto polemicamente Stephen Pollard nel succitato articolo. E qui, forse, tocchiamo il cuore del problema. Perché l’altro ieri, sempre a Londra, un attivista palestinese ha inondato un McDonald’s di ratti, precedentemente divisi a gruppi e tinti di nero, rosso e verde. Con il bianco naturale dei roditori, il colori corrispondono a quelli della bandiera palestinese. Il video, piuttosto raccapricciante, mostra l’uomo rilasciare i topi nel locale al grido di «Palestina libera!». La catena di fast food sarebbe rea, infatti, di aver offerto pasti gratis ai soldati israeliani. Se si sommano questi episodi a quelli che da giorni si susseguono nei vari Paesi europei, si giunge facilmente alla conclusione che il multiculturalismo ha fallito e che l’immigrazione incontrollata è un rischio per la tenuta sociale delle nostre città. In una società aperta, infatti, tutti dovrebbero poter rappresentare le loro istanze, quindi anche ebrei e palestinesi (a patto che non si giustifichi il terrorismo sui civili). Se questo però diventa un problema di sicurezza, e per altro in una sola direzione, allora forse occorre porsi dei seri interrogativi sul nostro modello sociale. E magari farlo prima che, complici anche le difficoltà economiche, ci esploda il conflitto in casa.
Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.