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2023-11-01
Donna urla «morirete tutti»: panico a Parigi
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Una donna che gridava «Allah akbar» in una stazione ferroviaria parigina è stata neutralizzata ieri dalla polizia, che è stata costretta a spararle. L’autrice delle minacce sarebbe una trentottenne nota alle forze dell’ordine, come riferito da Bfm tv, che però non risulterebbe essere schedata come minaccia per la sicurezza pubblica.
Come riportato da Le Parisien, alcuni passeggeri della Rer, la rete ferroviaria urbana, hanno segnalato per telefono la presenza sospetta alle 7.21 e alle 7.54. Le due chiamate sono state ricevute dalla Sncf, la compagnia ferroviaria pubblica transalpina. Gli autori delle telefonate hanno detto di aver visto una donna completamente velata gridare parole come «bum!», «morirete tutti», o ancora «Allah akbar». Per altri testimoni, l’autrice delle minacce teneva le mani nascoste sotto il velo. La stessa è stata poi avvistata alla stazione Rer della biblioteca François-Mitterrand, nel XIII arrondissement di Parigi. Le autorità di polizia hanno disposto che i treni non si fermassero più in quella stazione, nel frattempo evacuata. A quel punto sono intervenute un’unità cinofila, la Brigata anti crimine (Bac) e gli artificieri.
Come detto, l’autrice delle minacce era vestita secondo le regole della sharia. Per Le Figaro, la donna indossava un abaya, il lungo velo musulmano che lascia scoperto solo il viso di chi lo porta. Ma, in una conferenza stampa tenutasi ieri, il portavoce del governo, Olivier Véran, ha dichiarato che la sospetta fosse vestita con un «velo integrale». Lo stesso rappresentante governativo ha precisato che gli agenti erano «dotati di mini telecamere portatili».
La minaccia rappresentata dalla donna è stata presa sul serio dalle forze dell’ordine. Giunti alla stazione della Rer, gli agenti della Bac le hanno intimato di mostrare loro le mani. Malgrado le armi puntate, l’autrice delle minacce si è rifiutata di eseguire l’ordine e, secondo il prefetto di Parigi, Laurent Nuñez, «si è diretta verso gli agenti di polizia» che hanno aperto il fuoco. La Procura di Parigi ha confermato a Le Figaro che «otto colpi sono stati esplosi da due poliziotti». Le pallottole hanno raggiunto la donna al ventre ferendola in modo grave, ma senza ucciderla. Sotto il velo non è stato trovato alcun esplosivo e la donna è stata portata in ospedale in ambulanza. Come detto, l’autrice delle minacce era già nota alle forze dell’ordine. Per Le Parisien, si tratterebbe di una cittadina francese che, in passato, è già ricoverata in psichiatria. Il 13 luglio 2021, la trentottenne avrebbe impugnato un cacciavite minacciando una pattuglia di militari. In quella occasione, la donna indossava un djellaba (tunica tipica del Maghreb, ndr) e avrebbe gridato parole confuse in arabo.
Il timore che si producesse un nuovo attentato islamista ha fatto reagire rapidamente le autorità transalpine. Come detto, la polizia è intervenuta immediatamente, inoltre sono state aperte due inchieste. La prima, affidata alla Procura parigina, riguarda tra l’altro «l’apologia del terrorismo». La seconda invece è legata a «violenza volontaria» (per l’uso di un’arma) ed è stata affidata all’Igpn, l’organo d’inchiesta interno della polizia francese. Fino a ieri sera la Procura nazionale antiterrorismo non ha acquisito la competenza delle indagini. Con molta probabilità la pronta risposta delle forze dell’ordine e del governo di Elisabeth Borne punta ad evitare nuovi attentati, o sommosse nelle banlieue come quelle dello scorso luglio, in un contesto reso esplosivo dalla guerra contro Israele scatenata da Hamas.
Inoltre da quando i terroristi di Hamas hanno ucciso barbaramente o rapito civili israeliani, in Francia sono stati registrati «più di 800 atti antisemiti». Lo ha confermato sempre ieri Véran assicurando anche una «risposta penale ferma» del governo. Ma ormai, al di là delle Alpi, alcuni francesi di fede ebraica subiscono le umiliazioni e le minacce già viste durante il regime di Vichy e l’occupazione nazista. Ieri, a Parigi e periferia, degli sconosciuti hanno disegnato delle stelle di David su palazzi in cui vivono degli ebrei. Sempre a Parigi, giorni fa, la porta di un appartamento abitato da una famiglia israelita è stata incendiata. Una settimana fa, nell’Eure, la famiglia di un ragazzino delle medie ha sporto denuncia per minacce antisemite rivolte al giovane a scuola. L’8 ottobre scorso, sullo stadio Jean-Claude Mazet di Carcassonne, qualcuno ha scritto «uccidere gli ebrei è un dovere».
Nel frattempo anche sui media pubblici non mancano le sparate antisemite. Domenica, su France Inter, il comico Guillaume Meurice ha definito Benjamin Netanyahu un «nazista senza prepuzio» ed è stato denunciato. L’agenzia France Presse (Afp) invece si è rifiutata di usare l’aggettivo «terrorista» per definire il movimento di Hamas. Inoltre, uno dei suoi inviati a Gerusalemme non ha partecipato alla proiezione, organizzata dalle forze israeliane, degli orribili video girati dagli uomini di Hamas mentre sterminavano o rapivano gli abitanti dei kibbutz. Una parte importante delle risorse di Afp è rappresentata da una compensazione finanziaria dello Stato francese (113,3 milioni di euro secondo il progetto di finanziaria 2023). Sul suo sito l’agenzia si vanta di essere «in posizione di leadership nella lotta alla disinformazione».
La polizia di Londra si piega alla jihad e leva dai muri le foto dei bimbi rapiti
Londra è sempre più nel caos. Ieri, dopo che alcuni agenti sono stati ripresi mentre rimuovevano dalle serrande di un negozio alcuni manifesti raffiguranti ostaggi ebrei nelle mani di Hamas - tra cui anche alcuni bambini -, è scoppiata una grossa polemica contro la polizia metropolitana. Lunedì, invece, un attivista palestinese ha riempito un McDonald’s di topi, tinti con i colori della bandiera palestinese, come segno di protesta verso la posizione pro Israele assunta dalla grande catena di fast food.
«Nel preciso giorno in cui il centro di Londra è diventato nuovamente una zona off limits per gli ebrei, com’è possibile che la polizia metropolitana pensi che strappare manifesti di bambini rapiti, mentre permette alle persone di invocare “jihad” e “Intifada”, sia il modo giusto per ridurre le tensioni all’interno della comunità?», ha dichiarato al Mail Online un portavoce di Campaign against antisemitism, organizzazione non governativa britannica formata da ebrei inglesi. «È difficile, qui, non vedere in gioco un duplice standard». All’origine di queste affermazioni, la scelta da parte della polizia londinese di rimuovere alcuni manifesti raffiguranti ostaggi israeliani, apposti sulle serrande di una farmacia a Edgware, dopo che alcuni dipendenti avevano pubblicato dichiarazioni anti Israele sui social media. Non è una novità, purtroppo, vedere foto con i volti dei bambini rapiti da Hamas strappate dai muri di Londra, ma questa volta i responsabili sono alcuni agenti. Il motivo ufficialmente addotto è la volontà di evitare l’escalation, ma nei fatti è una totale resa alle manifestazioni islamiste, perché simili gesti impediscono alla comunità ebraica di sensibilizzare la cittadinanza sulle loro istanze e i loro drammi.
Che possano esistere dei poliziotti antisemiti è un’ipotesi non scartabile, ma nella realtà la pista più verosimile è un’altra. Ossia che Sadiq Khan, sindaco di Londra di religione musulmana, abbia tradito la sua reale posizione rispetto al conflitto in corso. Già bersaglio di un duro articolo comparso nei giorni scorsi sul Jewish Chronicle, il più antico giornale ebreo del mondo, il primo cittadino della Capitale inglese, in precedenza protagonista di gesti di chiara opposizione all’antisemitismo e vicino alla comunità ebraica, è ora accusato da quest’ultima di non aver mai realmente condannato il massacro del 7 ottobre. «Sono sicuro che, avvicinandoci alle elezioni dell’anno prossimo, questo non abbia nulla a che fare con il fatto che il 15% degli elettori di Londra sia musulmano, a differenza dell’1,6% ebreo», ha scritto polemicamente Stephen Pollard nel succitato articolo.
E qui, forse, tocchiamo il cuore del problema. Perché l’altro ieri, sempre a Londra, un attivista palestinese ha inondato un McDonald’s di ratti, precedentemente divisi a gruppi e tinti di nero, rosso e verde. Con il bianco naturale dei roditori, il colori corrispondono a quelli della bandiera palestinese. Il video, piuttosto raccapricciante, mostra l’uomo rilasciare i topi nel locale al grido di «Palestina libera!». La catena di fast food sarebbe rea, infatti, di aver offerto pasti gratis ai soldati israeliani.
Se si sommano questi episodi a quelli che da giorni si susseguono nei vari Paesi europei, si giunge facilmente alla conclusione che il multiculturalismo ha fallito e che l’immigrazione incontrollata è un rischio per la tenuta sociale delle nostre città. In una società aperta, infatti, tutti dovrebbero poter rappresentare le loro istanze, quindi anche ebrei e palestinesi (a patto che non si giustifichi il terrorismo sui civili). Se questo però diventa un problema di sicurezza, e per altro in una sola direzione, allora forse occorre porsi dei seri interrogativi sul nostro modello sociale. E magari farlo prima che, complici anche le difficoltà economiche, ci esploda il conflitto in casa.
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Trentottenne con il velo terrorizza i passanti in una stazione della metro e costringe le forze dell’ordine a sparare. Nella Capitale francese è allarme antisemitismo: oltre 800 aggressioni dal 7 ottobre e stelle di David sui muri per marchiare le case degli ebrei.A Londra gli islamisti attaccano anche i McDonald’s, liberando centinaia di ratti nei fast food.Lo speciale contiene due articoli.Una donna che gridava «Allah akbar» in una stazione ferroviaria parigina è stata neutralizzata ieri dalla polizia, che è stata costretta a spararle. L’autrice delle minacce sarebbe una trentottenne nota alle forze dell’ordine, come riferito da Bfm tv, che però non risulterebbe essere schedata come minaccia per la sicurezza pubblica. Come riportato da Le Parisien, alcuni passeggeri della Rer, la rete ferroviaria urbana, hanno segnalato per telefono la presenza sospetta alle 7.21 e alle 7.54. Le due chiamate sono state ricevute dalla Sncf, la compagnia ferroviaria pubblica transalpina. Gli autori delle telefonate hanno detto di aver visto una donna completamente velata gridare parole come «bum!», «morirete tutti», o ancora «Allah akbar». Per altri testimoni, l’autrice delle minacce teneva le mani nascoste sotto il velo. La stessa è stata poi avvistata alla stazione Rer della biblioteca François-Mitterrand, nel XIII arrondissement di Parigi. Le autorità di polizia hanno disposto che i treni non si fermassero più in quella stazione, nel frattempo evacuata. A quel punto sono intervenute un’unità cinofila, la Brigata anti crimine (Bac) e gli artificieri. Come detto, l’autrice delle minacce era vestita secondo le regole della sharia. Per Le Figaro, la donna indossava un abaya, il lungo velo musulmano che lascia scoperto solo il viso di chi lo porta. Ma, in una conferenza stampa tenutasi ieri, il portavoce del governo, Olivier Véran, ha dichiarato che la sospetta fosse vestita con un «velo integrale». Lo stesso rappresentante governativo ha precisato che gli agenti erano «dotati di mini telecamere portatili».La minaccia rappresentata dalla donna è stata presa sul serio dalle forze dell’ordine. Giunti alla stazione della Rer, gli agenti della Bac le hanno intimato di mostrare loro le mani. Malgrado le armi puntate, l’autrice delle minacce si è rifiutata di eseguire l’ordine e, secondo il prefetto di Parigi, Laurent Nuñez, «si è diretta verso gli agenti di polizia» che hanno aperto il fuoco. La Procura di Parigi ha confermato a Le Figaro che «otto colpi sono stati esplosi da due poliziotti». Le pallottole hanno raggiunto la donna al ventre ferendola in modo grave, ma senza ucciderla. Sotto il velo non è stato trovato alcun esplosivo e la donna è stata portata in ospedale in ambulanza. Come detto, l’autrice delle minacce era già nota alle forze dell’ordine. Per Le Parisien, si tratterebbe di una cittadina francese che, in passato, è già ricoverata in psichiatria. Il 13 luglio 2021, la trentottenne avrebbe impugnato un cacciavite minacciando una pattuglia di militari. In quella occasione, la donna indossava un djellaba (tunica tipica del Maghreb, ndr) e avrebbe gridato parole confuse in arabo.Il timore che si producesse un nuovo attentato islamista ha fatto reagire rapidamente le autorità transalpine. Come detto, la polizia è intervenuta immediatamente, inoltre sono state aperte due inchieste. La prima, affidata alla Procura parigina, riguarda tra l’altro «l’apologia del terrorismo». La seconda invece è legata a «violenza volontaria» (per l’uso di un’arma) ed è stata affidata all’Igpn, l’organo d’inchiesta interno della polizia francese. Fino a ieri sera la Procura nazionale antiterrorismo non ha acquisito la competenza delle indagini. Con molta probabilità la pronta risposta delle forze dell’ordine e del governo di Elisabeth Borne punta ad evitare nuovi attentati, o sommosse nelle banlieue come quelle dello scorso luglio, in un contesto reso esplosivo dalla guerra contro Israele scatenata da Hamas.Inoltre da quando i terroristi di Hamas hanno ucciso barbaramente o rapito civili israeliani, in Francia sono stati registrati «più di 800 atti antisemiti». Lo ha confermato sempre ieri Véran assicurando anche una «risposta penale ferma» del governo. Ma ormai, al di là delle Alpi, alcuni francesi di fede ebraica subiscono le umiliazioni e le minacce già viste durante il regime di Vichy e l’occupazione nazista. Ieri, a Parigi e periferia, degli sconosciuti hanno disegnato delle stelle di David su palazzi in cui vivono degli ebrei. Sempre a Parigi, giorni fa, la porta di un appartamento abitato da una famiglia israelita è stata incendiata. Una settimana fa, nell’Eure, la famiglia di un ragazzino delle medie ha sporto denuncia per minacce antisemite rivolte al giovane a scuola. L’8 ottobre scorso, sullo stadio Jean-Claude Mazet di Carcassonne, qualcuno ha scritto «uccidere gli ebrei è un dovere».Nel frattempo anche sui media pubblici non mancano le sparate antisemite. Domenica, su France Inter, il comico Guillaume Meurice ha definito Benjamin Netanyahu un «nazista senza prepuzio» ed è stato denunciato. L’agenzia France Presse (Afp) invece si è rifiutata di usare l’aggettivo «terrorista» per definire il movimento di Hamas. Inoltre, uno dei suoi inviati a Gerusalemme non ha partecipato alla proiezione, organizzata dalle forze israeliane, degli orribili video girati dagli uomini di Hamas mentre sterminavano o rapivano gli abitanti dei kibbutz. Una parte importante delle risorse di Afp è rappresentata da una compensazione finanziaria dello Stato francese (113,3 milioni di euro secondo il progetto di finanziaria 2023). Sul suo sito l’agenzia si vanta di essere «in posizione di leadership nella lotta alla disinformazione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/donna-morirete-tutti-panico-parigi-2666111943.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-polizia-di-londra-si-piega-alla-jihad-e-leva-dai-muri-le-foto-dei-bimbi-rapiti" data-post-id="2666111943" data-published-at="1698799916" data-use-pagination="False"> La polizia di Londra si piega alla jihad e leva dai muri le foto dei bimbi rapiti Londra è sempre più nel caos. Ieri, dopo che alcuni agenti sono stati ripresi mentre rimuovevano dalle serrande di un negozio alcuni manifesti raffiguranti ostaggi ebrei nelle mani di Hamas - tra cui anche alcuni bambini -, è scoppiata una grossa polemica contro la polizia metropolitana. Lunedì, invece, un attivista palestinese ha riempito un McDonald’s di topi, tinti con i colori della bandiera palestinese, come segno di protesta verso la posizione pro Israele assunta dalla grande catena di fast food. «Nel preciso giorno in cui il centro di Londra è diventato nuovamente una zona off limits per gli ebrei, com’è possibile che la polizia metropolitana pensi che strappare manifesti di bambini rapiti, mentre permette alle persone di invocare “jihad” e “Intifada”, sia il modo giusto per ridurre le tensioni all’interno della comunità?», ha dichiarato al Mail Online un portavoce di Campaign against antisemitism, organizzazione non governativa britannica formata da ebrei inglesi. «È difficile, qui, non vedere in gioco un duplice standard». All’origine di queste affermazioni, la scelta da parte della polizia londinese di rimuovere alcuni manifesti raffiguranti ostaggi israeliani, apposti sulle serrande di una farmacia a Edgware, dopo che alcuni dipendenti avevano pubblicato dichiarazioni anti Israele sui social media. Non è una novità, purtroppo, vedere foto con i volti dei bambini rapiti da Hamas strappate dai muri di Londra, ma questa volta i responsabili sono alcuni agenti. Il motivo ufficialmente addotto è la volontà di evitare l’escalation, ma nei fatti è una totale resa alle manifestazioni islamiste, perché simili gesti impediscono alla comunità ebraica di sensibilizzare la cittadinanza sulle loro istanze e i loro drammi. Che possano esistere dei poliziotti antisemiti è un’ipotesi non scartabile, ma nella realtà la pista più verosimile è un’altra. Ossia che Sadiq Khan, sindaco di Londra di religione musulmana, abbia tradito la sua reale posizione rispetto al conflitto in corso. Già bersaglio di un duro articolo comparso nei giorni scorsi sul Jewish Chronicle, il più antico giornale ebreo del mondo, il primo cittadino della Capitale inglese, in precedenza protagonista di gesti di chiara opposizione all’antisemitismo e vicino alla comunità ebraica, è ora accusato da quest’ultima di non aver mai realmente condannato il massacro del 7 ottobre. «Sono sicuro che, avvicinandoci alle elezioni dell’anno prossimo, questo non abbia nulla a che fare con il fatto che il 15% degli elettori di Londra sia musulmano, a differenza dell’1,6% ebreo», ha scritto polemicamente Stephen Pollard nel succitato articolo. E qui, forse, tocchiamo il cuore del problema. Perché l’altro ieri, sempre a Londra, un attivista palestinese ha inondato un McDonald’s di ratti, precedentemente divisi a gruppi e tinti di nero, rosso e verde. Con il bianco naturale dei roditori, il colori corrispondono a quelli della bandiera palestinese. Il video, piuttosto raccapricciante, mostra l’uomo rilasciare i topi nel locale al grido di «Palestina libera!». La catena di fast food sarebbe rea, infatti, di aver offerto pasti gratis ai soldati israeliani. Se si sommano questi episodi a quelli che da giorni si susseguono nei vari Paesi europei, si giunge facilmente alla conclusione che il multiculturalismo ha fallito e che l’immigrazione incontrollata è un rischio per la tenuta sociale delle nostre città. In una società aperta, infatti, tutti dovrebbero poter rappresentare le loro istanze, quindi anche ebrei e palestinesi (a patto che non si giustifichi il terrorismo sui civili). Se questo però diventa un problema di sicurezza, e per altro in una sola direzione, allora forse occorre porsi dei seri interrogativi sul nostro modello sociale. E magari farlo prima che, complici anche le difficoltà economiche, ci esploda il conflitto in casa.
6 aprile 2009, L'Aquila: le macerie riempiono una strada nel centro dopo il devastante terremoto che ha colpito la città (Ansa)
«Il 6 aprile di 17 anni fa il terremoto in Abruzzo, la ferita resta aperta», ha dichiarato il ministro. «Oggi ricordiamo commossi le 309 persone la cui vita fu spezzata dalla violenza del terremoto che nel 2009 colpì l’Abruzzo». Piantedosi ha rivolto il proprio pensiero anche ai feriti e a chi ha dovuto affrontare le conseguenze del sisma, sottolineando la reazione della popolazione nei giorni successivi. «Il mio pensiero va anche a tutti coloro che rimasero feriti e a chi, con dignità e determinazione, ha affrontato il dolore e la devastazione che seguirono al sisma», ha aggiunto. Il ministro ha poi voluto ringraziare le strutture impegnate nei soccorsi: «Rinnovo la mia gratitudine alle Forze dell’ordine, ai Vigili del fuoco, ai militari, ai volontari della Protezione Civile e a tutti i soccorritori che, fin dalle prime ore, hanno lavorato senza sosta per salvare vite umane e assistere la popolazione colpita». Infine, ha richiamato l’impegno sul fronte della prevenzione e della sicurezza dei territori.
A L’Aquila, la commemorazione si è svolta tra la sera del 5 e la notte del 6 aprile, in una forma diversa rispetto al tradizionale corteo, ma con una partecipazione diffusa e raccolta. La città si è fermata nel silenzio, accompagnata dalla musica dei Solisti Aquilani, che all’Emiciclo hanno eseguito brani di Händel, Vivaldi e Bach durante la cerimonia. Accanto alle istituzioni, con il sindaco Pierluigi Biondi e rappresentanti locali, erano presenti cittadini, forze dell’ordine e associazioni.
Al centro della commemorazione il telo con i nomi delle vittime, stampati in rosso, e lo striscione dei familiari con la scritta: «Per loro. Per tutti i familiari delle vittime. L’Aquila 6 aprile 2009». La notte del ricordo è proseguita al Parco della Memoria, dove è stato acceso il braciere dal funzionario comunale Daniele Ciuffetelli, in rappresentanza dei dipendenti del Comune. Qui si è svolta anche la lettura dei nomi delle 309 vittime e la deposizione dei fiori sulla fontana monumentale.
Nel corso della cerimonia è intervenuto Vincenzo Vittorini, in rappresentanza dei familiari, che ha ricordato «la notte più lunga per gli aquilani» e il valore della memoria come responsabilità condivisa. «Abbiamo scelto di non sfilare, ma di ritrovarci», ha spiegato, richiamando anche la figura di Antonietta Centofanti e citando José Saramago: «Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo». Un appello, rivolto soprattutto ai più giovani, a farsi «sentinelle della memoria» per non disperdere il ricordo nel tempo. La commemorazione si è chiusa nel segno della sobrietà, tra musica, fiori e silenzio, mentre sui social il sindaco Biondi ha scritto: «Onoriamo la nostra notte più lunga, la luce fa sperare. Onoriamo il dolore, attraversiamo il buio, camminiamo nel silenzio verso il giorno».
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Gli sfollati fuggono dal campo di Zamzam a causa del conflitto in corso nel Darfur settentrionale in Sudan (Ansa)
Dopo oltre 150.000 morti e 13 milioni di profughi, il conflitto tra il capo dell’esercito al Burhan e il leader paramilitare Hemeti resta senza sbocco. I governativi riconquistano la capitale, mentre i paramilitari dominano il Darfur e sono accusati di pulizia etnica. Paese diviso e crisi umanitaria fuori controllo.
Da ormai tre anni il Sudan è dilaniato da una sanguinosa guerra civile che ha causato oltre 150.000 vittime e quasi 13 milioni di profughi. La nazione africana ha una popolazione di 46 milioni di abitanti e oltre la metà di questi hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, mentre 20 milioni sono a rischio di carestia.
Questo conflitto è iniziato all’interno del Consiglio Sovrano, nato dopo il colpo di stato del 25 ottobre del 2021, per il tentativo di integrare nell’esercito nazionale il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido. Il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemeti, capo di questi miliziani, aveva chiesto un lungo periodo di transizione per non perdere il suo potere, ma al rifiuto del capo della giunta militare era iniziato il conflitto. Le Forze di Supporto Rapido avevano agito all’alba del 13 aprile prendendo di sorpresa l’esercito del generale Abdel-Fattah al Burhan, che aveva perso il controllo di interi quartieri di Khartoum. I governativi avevano reagito utilizzando l’aviazione sudanese e martellando la capitale con centinaia di vittime fra la popolazione civile. Intanto lo scontro fra i due generali aveva coinvolto tutto il paese con i paramilitari che avevano dilagato in Darfur, la loro regione di provenienza. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti gli eredi dei miliziani Janjaweed ( diavoli a cavallo), i genocidiari che nei primi anni del 2000 avevano massacrato la popolazione africana del Darfur.
Lo stesso Hemeti aveva fatto parte di queste bande irregolari,utilizzate dal governo del presidente Omar al Bashir per effettuare un’autentica pulizia etnica dei popoli non arabi. Il conflitto ha vissuto molte fasi alterne nell’arco di questi tre anni, ma oggi le Forze armate Sudanesi hanno stabilmente ripreso il controllo di Khartoum, riportando il governo nella capitale dopo essersi spostati a Port Sudan, eletta come capitale provvisoria. Nel Kordofan, una regione a sud, si continua combattere e le Forze di Supporto Rapido hanno siglato un’alleanza con un signore della guerra locale Abdelaziz al Hilu, che con i suoi mercenari ha preso il controllo del Kordofan settentrionale. Le milizie, create sia su base etnica che politica, hanno un ruolo sempre più importante nella guerra civile sudanese che coinvolge direttamente o indirettamente diverse nazioni dell’area. Il generale al Burhan ogni settimana vola al Cairo dove prende ordini dal presidente egiziano al Sisi, che è il suo principale mentore e che ha rifornito l’esercito sudanese di armi ed istruttori. Le Forze di Supporto Rapido sono invece economicamente sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, e parzialmente dall’Arabia Saudita, che attraverso il poroso confine con il Ciad permette ai paramilitari di avere armi e soldi. Con il passare dei mesi i paramilitari hanno perso terreno, ma hanno preso il controllo della totalità del Darfur, la regione occidentale. Qui per espugnare l’ultima città difesa da un milizia alleata dei governativi hanno bloccato ogni via di accesso prendendo el Fasher per fame. Una volta entrate le Forze di Supporto Rapido hanno giustiziato i notabili della città, costringendo alla fuga migliaia di persone.
Le Nazioni Unite hanno aperto una serie di inchieste per indagare sui crimini di guerra commessi sia dai ribelli che dai governativi, in una nazione nella quale lo stupro è diventato un’arma di guerra. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti accusate di pulizia etnica in Darfur, dove vivono diverse tribù africane come i Fur e i Masalit, che questi miliziani vogliono sterminare per arabizzare la regione. Questa operazione viene portata avanti da anni utilizzando uomini delle tribù beduine dei Baggara e degli Abbala, da cui provengono la maggioranza dei fedelissimi di Hemeti. Al terzo anno di combattimenti le forze del governo ed i suoi alleati controllano circa il 70% del Sudan, mentre i ribelli l’altro 30%. Il generale Hemeti ha anche formato un governo parallelo nelle aree sotto il suo controllo ed ha minacciato una secessione nel martoriato Darfur, tutto mentre il popolo del Sudan continua a morire nell’indifferenza del mondo.
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Un ingegnere prepara un drone intercettore FPV (First Person View) P1-Sun per il volo durante i test effettuati dal produttore SkyFall in una località non specificata in Ucraina (Getty Imasges)
«Secondo un documento operativo sulle tattiche FPV attribuito a fonti militari legate al conflitto ucraino», questi sistemi sono diventati uno degli strumenti più incisivi delle operazioni tattiche, capaci di influenzare direttamente l’esito degli scontri e di ridefinire il rapporto tra forze terrestri e supporto aereo. I droni FPV (First Person View) sono piccoli velivoli senza pilota controllati a distanza tramite una telecamera che trasmette immagini in tempo reale all’operatore, il quale li guida come se fosse a bordo. A differenza dei droni tradizionali vengono pilotati manualmente con grande precisione, consentendo manovre rapide e voli a bassa quota. Derivati dal mondo civile e costruiti con componenti modulari a basso costo, sono facilmente modificabili e impiegabili in massa. Possono raggiungere velocità elevate, ma hanno autonomia limitata e raggio operativo ridotto. In ambito militare vengono spesso utilizzati come munizioni guidate, dirette direttamente contro il bersaglio, combinando flessibilità, precisione e costi contenuti.
Questo rapporto tra efficacia operativa e prezzo ha accelerato la diffusione dei FPV e ne ha favorito l’integrazione nelle unità combattenti. Nel documento emerge come i droni «kamikaze» abbiano progressivamente assunto un ruolo dominante nel causare perdite sul campo, trasformandosi da strumenti di supporto a protagonisti dell’azione offensiva. Il cambiamento non riguarda solo la tecnologia, ma anche la dottrina. Le operazioni non si limitano più a un singolo drone impiegato in modo isolato, ma prevedono coordinamento, sequenze di attacco e integrazione con altre armi. In questo scenario, il drone diventa una sorta di artiglieria tattica a corto raggio, capace di intervenire in tempi rapidi e con elevata precisione. Tra le tecniche più diffuse figura la modalità cosiddetta «classica», basata sulla cooperazione tra drone di ricognizione e drone d’attacco. Il primo individua il bersaglio e trasmette le coordinate, mentre il secondo procede all’ingaggio. Questo schema consente di colpire rapidamente obiettivi mobili o posizioni fortificate. Accanto a questa tecnica si sviluppano operazioni di «free hunting», in cui i droni vengono lanciati contro obiettivi già individuati, aumentando la pressione costante sull’avversario.
Un’evoluzione significativa è rappresentata dagli attacchi «swarm», cioè l’impiego simultaneo di più droni contro un singolo obiettivo o una zona specifica. Questo approccio consente di saturare le difese e ridurre la capacità di reazione. L’uso coordinato di più piattaforme trasforma il drone in uno strumento di attacco di massa, capace di generare effetti simili a quelli di un bombardamento di precisione su scala tattica. Il documento descrive inoltre l’impiego dei FPV come supporto diretto alle unità d’assalto. Durante l’avanzata, i droni vengono utilizzati in sequenza per neutralizzare posizioni nemiche, coprire il movimento delle truppe e colpire eventuali rinforzi. Questa integrazione con la manovra terrestre riduce l’esposizione dei soldati e aumenta la velocità dell’offensiva. L’efficacia cresce ulteriormente quando i droni vengono combinati con artiglieria e mortai, creando un sistema di fuoco distribuito e flessibile.Particolarmente rilevante è la tattica dell’imboscata, in cui il drone viene posizionato in anticipo e resta in attesa del bersaglio. In questa configurazione il FPV si trasforma in una mina intelligente, capace di colpire improvvisamente veicoli o personale. L’impiego di droni relay estende il raggio operativo e aumenta il tempo di attesa, rendendo l’attacco più imprevedibile. Questa modalità dimostra come i droni possano essere utilizzati non solo per l’offensiva immediata, ma anche per il controllo del terreno.
Il documento evidenzia anche l’uso di attacchi combinati. Un primo drone colpisce un veicolo o una posizione, mentre un secondo interviene contro il personale durante le operazioni di evacuazione. Analogamente, la tecnica del doppio attacco prevede l’impiego di due droni in successione per penetrare coperture e colpire all’interno di strutture protette. Queste procedure indicano un crescente livello di coordinamento e sofisticazione tattica. Un altro elemento significativo riguarda l’organizzazione delle squadre operative. L’impiego dei FPV richiede team dedicati, composti da pilota, operatore di ricognizione, specialista delle munizioni e coordinatore. Questo assetto conferma la trasformazione del drone in un sistema integrato e non più in uno strumento individuale. La professionalizzazione degli operatori e la standardizzazione delle procedure aumentano l’efficacia complessiva delle operazioni. L’analisi del documento mostra come i droni FPV stiano riducendo il vantaggio dei mezzi corazzati, abbassando il costo delle operazioni offensive e aumentando la letalità a corto raggio. La combinazione di flessibilità, precisione e rapidità rende questi sistemi centrali nella guerra moderna. La diffusione capillare dei FPV indica una trasformazione destinata a incidere sui conflitti futuri, dove la superiorità numerica e l’innovazione tattica avranno un peso sempre maggiore. La guerra sul campo di battaglia diventa così più decentralizzata e dinamica. Unità leggere, supportate da droni a basso costo, possono colpire con precisione e rapidità, ridisegnando gli equilibri operativi. In questo scenario, la capacità di adattamento e l’uso intelligente della tecnologia diventano fattori decisivi, mentre i droni FPV si affermano come uno degli strumenti più influenti della guerra contemporanea.
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