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2023-11-01
Donna urla «morirete tutti»: panico a Parigi
iStock
Una donna che gridava «Allah akbar» in una stazione ferroviaria parigina è stata neutralizzata ieri dalla polizia, che è stata costretta a spararle. L’autrice delle minacce sarebbe una trentottenne nota alle forze dell’ordine, come riferito da Bfm tv, che però non risulterebbe essere schedata come minaccia per la sicurezza pubblica.
Come riportato da Le Parisien, alcuni passeggeri della Rer, la rete ferroviaria urbana, hanno segnalato per telefono la presenza sospetta alle 7.21 e alle 7.54. Le due chiamate sono state ricevute dalla Sncf, la compagnia ferroviaria pubblica transalpina. Gli autori delle telefonate hanno detto di aver visto una donna completamente velata gridare parole come «bum!», «morirete tutti», o ancora «Allah akbar». Per altri testimoni, l’autrice delle minacce teneva le mani nascoste sotto il velo. La stessa è stata poi avvistata alla stazione Rer della biblioteca François-Mitterrand, nel XIII arrondissement di Parigi. Le autorità di polizia hanno disposto che i treni non si fermassero più in quella stazione, nel frattempo evacuata. A quel punto sono intervenute un’unità cinofila, la Brigata anti crimine (Bac) e gli artificieri.
Come detto, l’autrice delle minacce era vestita secondo le regole della sharia. Per Le Figaro, la donna indossava un abaya, il lungo velo musulmano che lascia scoperto solo il viso di chi lo porta. Ma, in una conferenza stampa tenutasi ieri, il portavoce del governo, Olivier Véran, ha dichiarato che la sospetta fosse vestita con un «velo integrale». Lo stesso rappresentante governativo ha precisato che gli agenti erano «dotati di mini telecamere portatili».
La minaccia rappresentata dalla donna è stata presa sul serio dalle forze dell’ordine. Giunti alla stazione della Rer, gli agenti della Bac le hanno intimato di mostrare loro le mani. Malgrado le armi puntate, l’autrice delle minacce si è rifiutata di eseguire l’ordine e, secondo il prefetto di Parigi, Laurent Nuñez, «si è diretta verso gli agenti di polizia» che hanno aperto il fuoco. La Procura di Parigi ha confermato a Le Figaro che «otto colpi sono stati esplosi da due poliziotti». Le pallottole hanno raggiunto la donna al ventre ferendola in modo grave, ma senza ucciderla. Sotto il velo non è stato trovato alcun esplosivo e la donna è stata portata in ospedale in ambulanza. Come detto, l’autrice delle minacce era già nota alle forze dell’ordine. Per Le Parisien, si tratterebbe di una cittadina francese che, in passato, è già ricoverata in psichiatria. Il 13 luglio 2021, la trentottenne avrebbe impugnato un cacciavite minacciando una pattuglia di militari. In quella occasione, la donna indossava un djellaba (tunica tipica del Maghreb, ndr) e avrebbe gridato parole confuse in arabo.
Il timore che si producesse un nuovo attentato islamista ha fatto reagire rapidamente le autorità transalpine. Come detto, la polizia è intervenuta immediatamente, inoltre sono state aperte due inchieste. La prima, affidata alla Procura parigina, riguarda tra l’altro «l’apologia del terrorismo». La seconda invece è legata a «violenza volontaria» (per l’uso di un’arma) ed è stata affidata all’Igpn, l’organo d’inchiesta interno della polizia francese. Fino a ieri sera la Procura nazionale antiterrorismo non ha acquisito la competenza delle indagini. Con molta probabilità la pronta risposta delle forze dell’ordine e del governo di Elisabeth Borne punta ad evitare nuovi attentati, o sommosse nelle banlieue come quelle dello scorso luglio, in un contesto reso esplosivo dalla guerra contro Israele scatenata da Hamas.
Inoltre da quando i terroristi di Hamas hanno ucciso barbaramente o rapito civili israeliani, in Francia sono stati registrati «più di 800 atti antisemiti». Lo ha confermato sempre ieri Véran assicurando anche una «risposta penale ferma» del governo. Ma ormai, al di là delle Alpi, alcuni francesi di fede ebraica subiscono le umiliazioni e le minacce già viste durante il regime di Vichy e l’occupazione nazista. Ieri, a Parigi e periferia, degli sconosciuti hanno disegnato delle stelle di David su palazzi in cui vivono degli ebrei. Sempre a Parigi, giorni fa, la porta di un appartamento abitato da una famiglia israelita è stata incendiata. Una settimana fa, nell’Eure, la famiglia di un ragazzino delle medie ha sporto denuncia per minacce antisemite rivolte al giovane a scuola. L’8 ottobre scorso, sullo stadio Jean-Claude Mazet di Carcassonne, qualcuno ha scritto «uccidere gli ebrei è un dovere».
Nel frattempo anche sui media pubblici non mancano le sparate antisemite. Domenica, su France Inter, il comico Guillaume Meurice ha definito Benjamin Netanyahu un «nazista senza prepuzio» ed è stato denunciato. L’agenzia France Presse (Afp) invece si è rifiutata di usare l’aggettivo «terrorista» per definire il movimento di Hamas. Inoltre, uno dei suoi inviati a Gerusalemme non ha partecipato alla proiezione, organizzata dalle forze israeliane, degli orribili video girati dagli uomini di Hamas mentre sterminavano o rapivano gli abitanti dei kibbutz. Una parte importante delle risorse di Afp è rappresentata da una compensazione finanziaria dello Stato francese (113,3 milioni di euro secondo il progetto di finanziaria 2023). Sul suo sito l’agenzia si vanta di essere «in posizione di leadership nella lotta alla disinformazione».
La polizia di Londra si piega alla jihad e leva dai muri le foto dei bimbi rapiti
Londra è sempre più nel caos. Ieri, dopo che alcuni agenti sono stati ripresi mentre rimuovevano dalle serrande di un negozio alcuni manifesti raffiguranti ostaggi ebrei nelle mani di Hamas - tra cui anche alcuni bambini -, è scoppiata una grossa polemica contro la polizia metropolitana. Lunedì, invece, un attivista palestinese ha riempito un McDonald’s di topi, tinti con i colori della bandiera palestinese, come segno di protesta verso la posizione pro Israele assunta dalla grande catena di fast food.
«Nel preciso giorno in cui il centro di Londra è diventato nuovamente una zona off limits per gli ebrei, com’è possibile che la polizia metropolitana pensi che strappare manifesti di bambini rapiti, mentre permette alle persone di invocare “jihad” e “Intifada”, sia il modo giusto per ridurre le tensioni all’interno della comunità?», ha dichiarato al Mail Online un portavoce di Campaign against antisemitism, organizzazione non governativa britannica formata da ebrei inglesi. «È difficile, qui, non vedere in gioco un duplice standard». All’origine di queste affermazioni, la scelta da parte della polizia londinese di rimuovere alcuni manifesti raffiguranti ostaggi israeliani, apposti sulle serrande di una farmacia a Edgware, dopo che alcuni dipendenti avevano pubblicato dichiarazioni anti Israele sui social media. Non è una novità, purtroppo, vedere foto con i volti dei bambini rapiti da Hamas strappate dai muri di Londra, ma questa volta i responsabili sono alcuni agenti. Il motivo ufficialmente addotto è la volontà di evitare l’escalation, ma nei fatti è una totale resa alle manifestazioni islamiste, perché simili gesti impediscono alla comunità ebraica di sensibilizzare la cittadinanza sulle loro istanze e i loro drammi.
Che possano esistere dei poliziotti antisemiti è un’ipotesi non scartabile, ma nella realtà la pista più verosimile è un’altra. Ossia che Sadiq Khan, sindaco di Londra di religione musulmana, abbia tradito la sua reale posizione rispetto al conflitto in corso. Già bersaglio di un duro articolo comparso nei giorni scorsi sul Jewish Chronicle, il più antico giornale ebreo del mondo, il primo cittadino della Capitale inglese, in precedenza protagonista di gesti di chiara opposizione all’antisemitismo e vicino alla comunità ebraica, è ora accusato da quest’ultima di non aver mai realmente condannato il massacro del 7 ottobre. «Sono sicuro che, avvicinandoci alle elezioni dell’anno prossimo, questo non abbia nulla a che fare con il fatto che il 15% degli elettori di Londra sia musulmano, a differenza dell’1,6% ebreo», ha scritto polemicamente Stephen Pollard nel succitato articolo.
E qui, forse, tocchiamo il cuore del problema. Perché l’altro ieri, sempre a Londra, un attivista palestinese ha inondato un McDonald’s di ratti, precedentemente divisi a gruppi e tinti di nero, rosso e verde. Con il bianco naturale dei roditori, il colori corrispondono a quelli della bandiera palestinese. Il video, piuttosto raccapricciante, mostra l’uomo rilasciare i topi nel locale al grido di «Palestina libera!». La catena di fast food sarebbe rea, infatti, di aver offerto pasti gratis ai soldati israeliani.
Se si sommano questi episodi a quelli che da giorni si susseguono nei vari Paesi europei, si giunge facilmente alla conclusione che il multiculturalismo ha fallito e che l’immigrazione incontrollata è un rischio per la tenuta sociale delle nostre città. In una società aperta, infatti, tutti dovrebbero poter rappresentare le loro istanze, quindi anche ebrei e palestinesi (a patto che non si giustifichi il terrorismo sui civili). Se questo però diventa un problema di sicurezza, e per altro in una sola direzione, allora forse occorre porsi dei seri interrogativi sul nostro modello sociale. E magari farlo prima che, complici anche le difficoltà economiche, ci esploda il conflitto in casa.
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Trentottenne con il velo terrorizza i passanti in una stazione della metro e costringe le forze dell’ordine a sparare. Nella Capitale francese è allarme antisemitismo: oltre 800 aggressioni dal 7 ottobre e stelle di David sui muri per marchiare le case degli ebrei.A Londra gli islamisti attaccano anche i McDonald’s, liberando centinaia di ratti nei fast food.Lo speciale contiene due articoli.Una donna che gridava «Allah akbar» in una stazione ferroviaria parigina è stata neutralizzata ieri dalla polizia, che è stata costretta a spararle. L’autrice delle minacce sarebbe una trentottenne nota alle forze dell’ordine, come riferito da Bfm tv, che però non risulterebbe essere schedata come minaccia per la sicurezza pubblica. Come riportato da Le Parisien, alcuni passeggeri della Rer, la rete ferroviaria urbana, hanno segnalato per telefono la presenza sospetta alle 7.21 e alle 7.54. Le due chiamate sono state ricevute dalla Sncf, la compagnia ferroviaria pubblica transalpina. Gli autori delle telefonate hanno detto di aver visto una donna completamente velata gridare parole come «bum!», «morirete tutti», o ancora «Allah akbar». Per altri testimoni, l’autrice delle minacce teneva le mani nascoste sotto il velo. La stessa è stata poi avvistata alla stazione Rer della biblioteca François-Mitterrand, nel XIII arrondissement di Parigi. Le autorità di polizia hanno disposto che i treni non si fermassero più in quella stazione, nel frattempo evacuata. A quel punto sono intervenute un’unità cinofila, la Brigata anti crimine (Bac) e gli artificieri. Come detto, l’autrice delle minacce era vestita secondo le regole della sharia. Per Le Figaro, la donna indossava un abaya, il lungo velo musulmano che lascia scoperto solo il viso di chi lo porta. Ma, in una conferenza stampa tenutasi ieri, il portavoce del governo, Olivier Véran, ha dichiarato che la sospetta fosse vestita con un «velo integrale». Lo stesso rappresentante governativo ha precisato che gli agenti erano «dotati di mini telecamere portatili».La minaccia rappresentata dalla donna è stata presa sul serio dalle forze dell’ordine. Giunti alla stazione della Rer, gli agenti della Bac le hanno intimato di mostrare loro le mani. Malgrado le armi puntate, l’autrice delle minacce si è rifiutata di eseguire l’ordine e, secondo il prefetto di Parigi, Laurent Nuñez, «si è diretta verso gli agenti di polizia» che hanno aperto il fuoco. La Procura di Parigi ha confermato a Le Figaro che «otto colpi sono stati esplosi da due poliziotti». Le pallottole hanno raggiunto la donna al ventre ferendola in modo grave, ma senza ucciderla. Sotto il velo non è stato trovato alcun esplosivo e la donna è stata portata in ospedale in ambulanza. Come detto, l’autrice delle minacce era già nota alle forze dell’ordine. Per Le Parisien, si tratterebbe di una cittadina francese che, in passato, è già ricoverata in psichiatria. Il 13 luglio 2021, la trentottenne avrebbe impugnato un cacciavite minacciando una pattuglia di militari. In quella occasione, la donna indossava un djellaba (tunica tipica del Maghreb, ndr) e avrebbe gridato parole confuse in arabo.Il timore che si producesse un nuovo attentato islamista ha fatto reagire rapidamente le autorità transalpine. Come detto, la polizia è intervenuta immediatamente, inoltre sono state aperte due inchieste. La prima, affidata alla Procura parigina, riguarda tra l’altro «l’apologia del terrorismo». La seconda invece è legata a «violenza volontaria» (per l’uso di un’arma) ed è stata affidata all’Igpn, l’organo d’inchiesta interno della polizia francese. Fino a ieri sera la Procura nazionale antiterrorismo non ha acquisito la competenza delle indagini. Con molta probabilità la pronta risposta delle forze dell’ordine e del governo di Elisabeth Borne punta ad evitare nuovi attentati, o sommosse nelle banlieue come quelle dello scorso luglio, in un contesto reso esplosivo dalla guerra contro Israele scatenata da Hamas.Inoltre da quando i terroristi di Hamas hanno ucciso barbaramente o rapito civili israeliani, in Francia sono stati registrati «più di 800 atti antisemiti». Lo ha confermato sempre ieri Véran assicurando anche una «risposta penale ferma» del governo. Ma ormai, al di là delle Alpi, alcuni francesi di fede ebraica subiscono le umiliazioni e le minacce già viste durante il regime di Vichy e l’occupazione nazista. Ieri, a Parigi e periferia, degli sconosciuti hanno disegnato delle stelle di David su palazzi in cui vivono degli ebrei. Sempre a Parigi, giorni fa, la porta di un appartamento abitato da una famiglia israelita è stata incendiata. Una settimana fa, nell’Eure, la famiglia di un ragazzino delle medie ha sporto denuncia per minacce antisemite rivolte al giovane a scuola. L’8 ottobre scorso, sullo stadio Jean-Claude Mazet di Carcassonne, qualcuno ha scritto «uccidere gli ebrei è un dovere».Nel frattempo anche sui media pubblici non mancano le sparate antisemite. Domenica, su France Inter, il comico Guillaume Meurice ha definito Benjamin Netanyahu un «nazista senza prepuzio» ed è stato denunciato. L’agenzia France Presse (Afp) invece si è rifiutata di usare l’aggettivo «terrorista» per definire il movimento di Hamas. Inoltre, uno dei suoi inviati a Gerusalemme non ha partecipato alla proiezione, organizzata dalle forze israeliane, degli orribili video girati dagli uomini di Hamas mentre sterminavano o rapivano gli abitanti dei kibbutz. Una parte importante delle risorse di Afp è rappresentata da una compensazione finanziaria dello Stato francese (113,3 milioni di euro secondo il progetto di finanziaria 2023). 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Lunedì, invece, un attivista palestinese ha riempito un McDonald’s di topi, tinti con i colori della bandiera palestinese, come segno di protesta verso la posizione pro Israele assunta dalla grande catena di fast food. «Nel preciso giorno in cui il centro di Londra è diventato nuovamente una zona off limits per gli ebrei, com’è possibile che la polizia metropolitana pensi che strappare manifesti di bambini rapiti, mentre permette alle persone di invocare “jihad” e “Intifada”, sia il modo giusto per ridurre le tensioni all’interno della comunità?», ha dichiarato al Mail Online un portavoce di Campaign against antisemitism, organizzazione non governativa britannica formata da ebrei inglesi. «È difficile, qui, non vedere in gioco un duplice standard». All’origine di queste affermazioni, la scelta da parte della polizia londinese di rimuovere alcuni manifesti raffiguranti ostaggi israeliani, apposti sulle serrande di una farmacia a Edgware, dopo che alcuni dipendenti avevano pubblicato dichiarazioni anti Israele sui social media. Non è una novità, purtroppo, vedere foto con i volti dei bambini rapiti da Hamas strappate dai muri di Londra, ma questa volta i responsabili sono alcuni agenti. Il motivo ufficialmente addotto è la volontà di evitare l’escalation, ma nei fatti è una totale resa alle manifestazioni islamiste, perché simili gesti impediscono alla comunità ebraica di sensibilizzare la cittadinanza sulle loro istanze e i loro drammi. Che possano esistere dei poliziotti antisemiti è un’ipotesi non scartabile, ma nella realtà la pista più verosimile è un’altra. Ossia che Sadiq Khan, sindaco di Londra di religione musulmana, abbia tradito la sua reale posizione rispetto al conflitto in corso. Già bersaglio di un duro articolo comparso nei giorni scorsi sul Jewish Chronicle, il più antico giornale ebreo del mondo, il primo cittadino della Capitale inglese, in precedenza protagonista di gesti di chiara opposizione all’antisemitismo e vicino alla comunità ebraica, è ora accusato da quest’ultima di non aver mai realmente condannato il massacro del 7 ottobre. «Sono sicuro che, avvicinandoci alle elezioni dell’anno prossimo, questo non abbia nulla a che fare con il fatto che il 15% degli elettori di Londra sia musulmano, a differenza dell’1,6% ebreo», ha scritto polemicamente Stephen Pollard nel succitato articolo. E qui, forse, tocchiamo il cuore del problema. Perché l’altro ieri, sempre a Londra, un attivista palestinese ha inondato un McDonald’s di ratti, precedentemente divisi a gruppi e tinti di nero, rosso e verde. Con il bianco naturale dei roditori, il colori corrispondono a quelli della bandiera palestinese. Il video, piuttosto raccapricciante, mostra l’uomo rilasciare i topi nel locale al grido di «Palestina libera!». La catena di fast food sarebbe rea, infatti, di aver offerto pasti gratis ai soldati israeliani. Se si sommano questi episodi a quelli che da giorni si susseguono nei vari Paesi europei, si giunge facilmente alla conclusione che il multiculturalismo ha fallito e che l’immigrazione incontrollata è un rischio per la tenuta sociale delle nostre città. In una società aperta, infatti, tutti dovrebbero poter rappresentare le loro istanze, quindi anche ebrei e palestinesi (a patto che non si giustifichi il terrorismo sui civili). Se questo però diventa un problema di sicurezza, e per altro in una sola direzione, allora forse occorre porsi dei seri interrogativi sul nostro modello sociale. E magari farlo prima che, complici anche le difficoltà economiche, ci esploda il conflitto in casa.
Kulsum Shadab Wahab, fondatrice di Ara Lumiere, tra i capi della collezione «Wounds of Gold»
Da anni impegnata nel sostegno alle donne sopravvissute alla violenza di genere, Wahab ha fondato Ara Lumiere con l’obiettivo di offrire dignità, autonomia economica e nuove opportunità a chi è stata vittima di attacchi con l’acido.
Nel novembre scorso è stata inoltre nominata Women empowerment ambassador per la Camera nazionale della moda italiana, riconoscimento che rafforza il legame tra il suo impegno sociale e il sistema della moda. Il progetto Ara Lumiere si fonda su un modello produttivo preciso: l’atelier impiega esclusivamente donne sopravvissute ad attacchi con acido, coinvolgendole in ogni fase della creazione. Non si tratta di un gesto simbolico, ma di una scelta strutturale che integra artigianalità, formazione e indipendenza economica. Da questa esperienza concreta nasce «Wounds of Gold». La collezione trasforma la memoria in linguaggio visivo: le cicatrici non vengono nascoste né attenuate, ma diventano costruzione, superficie e architettura del capo. Linee irregolari, interruzioni materiche e contrasti tattili traducono l’idea di resilienza in forme sartoriali. La collezione attinge alla forza espressiva dei tessuti indiani, interpretati come materiali vivi, plasmati dal tempo e dall’intervento umano.
Le tradizioni della tessitura vengono rilette attraverso una sartorialità contemporanea che unisce radici culturali e visione futura. Ricami in zari e broccati vengono trattati e manipolati per evocare abrasioni e fratture, creando superfici che ricordano metalli consumati. Il risultato sono texture segnate ma risolute, capaci di raccontare una storia senza rinunciare alla raffinatezza. La palette cromatica è intensa e simbolica. L’oro emerge come elemento narrativo centrale: non semplice ornamento, ma segno di dignità riconquistata. L’argento introduce tensione e modernità, l’avorio suggerisce rinascita, mentre il nero ancora la collezione alla realtà, riconoscendo il trauma senza lasciargli dominare il racconto. Insieme, questi colori costruiscono un percorso visivo che va dalla frattura alla ricomposizione, dall’ombra alla luce. Le silhouette si distinguono per una struttura quasi architettonica, che tuttavia conserva una dimensione intima. Giacche e blazer sartoriali assumono la forma di corazze contemporanee: protettive ma eleganti, rigorose ma sensibili. Le linee volutamente irregolari, le proporzioni leggermente alterate e le texture stratificate riflettono corpi modellati dall’esperienza, lontani dall’idea di perfezione idealizzata che spesso domina la moda. A sostenere il percorso di Ara Lumiere è anche l’agenzia Negri Firman Pr & Communications, guidata da Silvia Negri. La collaborazione nasce da una visione comune: valorizzare un progetto che fonde moda etica, sostenibilità e impegno sociale, trasformando l’abbigliamento in uno strumento di advocacy e cambiamento. L’agenzia ha inoltre sviluppato il concept dell’evento di presentazione della collezione, curandone il posizionamento creativo, l’art direction e la produzione, con l’obiettivo di tradurre i valori del brand in un’esperienza immersiva.
Kulsum Shadab Wahab, originaria dell’India, è una filantropa e imprenditrice impegnata nel supporto alle donne sopravvissute alla violenza di genere e agli attacchi con l’acido. La sua attività filantropica e imprenditoriale nasce proprio in India, dove il progetto Ara Lumiere coinvolge donne sopravvissute a queste aggressioni nella produzione artigianale dei capi, offrendo formazione e indipendenza economica. Con «Wounds of Gold», Ara Lumiere dimostra come il processo creativo possa generare opportunità concrete oltre l’estetica. Ogni capo porta con sé una presenza e una storia, trasformando l’abito in una testimonianza viva.
La collezione invita a riconsiderare i concetti di bellezza, forza e lusso, mostrando come anche una cicatrice possa diventare forma, struttura e luce. In questo modo la moda si afferma non solo come espressione stilistica, ma come strumento di autonomia, dignità e rinascita. «Lo spirito delle donne, il loro coraggio, la loro resilienza e quella forza silenziosa saranno sempre la mia guida. Nel mio ruolo di ambasciatrice custodisco le loro storie e vado avanti con determinazione e responsabilità. Attraverso la moda e l’impegno sociale mi adopero per promuovere un mondo in cui ogni donna possa sentirsi libera, forte e capace di costruire il proprio destino, generando un cambiamento globale», ha concluso Kulsum Shadab Wahab.
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(Ansa)
L’ambasciatore dovrebbe evidenziare a Landini e compagni la drammatica situazione del popolo cubano e illustrare le sfide che il Paese, alle prese con «le strette» di Trump, affronta quotidianamente. Più o meno come successo di recente, in occasione di un convegno («Difendere Cuba e il diritto internazionale: la campagna Energia per la vita») organizzato nella Sala del Carroccio in Campidoglio. L’incontro è stato ideato da diverse associazioni e tra queste spiccavano i nomi di Cgil, Anpi e Arci. Così come tra i relatori si faceva notare la presenza del segretario generale della Cgil, Pino Gesmundo, considerato uno degli uomini più vicini al Lider Maximo , Landini.
Tutto legittimo, ci mancherebbe. Qui non è in discussione il diritto dei cubani di difendere la libertà del loro popolo o la possibilità di organizzare delle iniziative per raccogliere aiuti o solidarietà. Viene invece assai difficile comprendere perché questa sia diventata una delle principali attività (tra convegni e flotille varie) di un sindacato che dovrebbe avere ben altre priorità: preoccuparsi di chi sta perdendo il posto di lavoro.
Anche perché, nonostante i buoni dati sull’occupazione, peraltro ripetutamente confutati dalla stessa Cgil, basterebbe la situazione dell’automotive e di Stellantis per convincere i duri e puri della Fiom a spostare il centro dei loro pensieri.
Che la situazione in casa ex Fiat sia critica lo ripetiamo da mesi. Ma con gli eredi degli Agnelli non c’è mai limite al peggio. Solo ieri, tanto per lasciar spazio ai fatti nuovi, Stellantis ha «messo alla porta» della fabbrica di Atessa altri 305 dipendenti. Il linguaggio usato dall’azienda è molto meno diretto, si parla di apertura di una procedura di incentivazione all’esodo, ma la sostanza è quella. Ci sono altre posizioni di troppo che vanno tagliate.
Che si aggiungono alle continue sforbiciate degli ultimi anni. Nella Val di Sangro gli addetti sono passati dai circa 6.500 di alcuni anni fa agli attuali 4.330, con la prospettiva di scendere a poco più di 4.000 al termine della nuova procedura di incentivazione all’uscita. Nello stesso momento, come è ovvio che sia, è crollata anche la produzione, passata dai 297.000 furgoni realizzati nel 2018 aai 166.000 del 2025.
Cambiano solo i numeri, ma la sostanza degli altri stabilimenti italiani è la stessa. E i vari siti, da Mirafiori fino a Pomigliano, Termoli e Melfi, si portano dietro la drammatica scia di chiusure e licenziamenti che sta falcidiando l’indotto. Ieri l’epicentro è stato Cassino dove i lavoratori hanno proclamato una giornata di sciopero.
Motivazione? Secondo quanto riferito dalle organizzazioni sindacali, all’origine della protesta ci sarebbe la decisione di Stellantis di negare l’accesso all’assemblea delle aziende dell’indotto. In particolare Logitech, Teknoservice e Trasnova. Che paradossalmente sono quelle più colpite dalla crisi, con una cassa integrazione continua e prospettive occupazionali assai incerte.
Il punto è che la cronaca aziendale su Stellantis (ieri altro tracollo in Borsa: ha perso il 4,37%) assomiglia sempre di più a una sorta di bollettino di guerra. Con delle giornate più funeste, come quelle che sono appena trascorse. Anche perché raccontano di nuove iniziative strategiche (per adesso smentite) che porterebbero le ex fabbriche Agnelli sempre più lontane dal Belpase.
Giovedì Bloomberg ha parlato di incontri con i produttori cinesi Xiaomi e Xpeng per valutare diverse opzioni per una potenziale ristrutturazione delle attività europee del gruppo. Evidenziando che tra le alternative prese in considerazione ci sarebbe la possibilità di acquisire partecipazioni in alcuni marchi del gruppo. Per esempio Maserati. Stellantis ha smentito in modo anche abbastanza seccato.
Non sarebbe, però, la prima volta che una smentita degli Elkann si trasforma in tempi rapidi nell’ennesimo annuncio drammatico per i lavoratori.
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(IStock)
«Mostrano un legame molto solido e intenso […] una coppia matura, equilibrata, traspare fiducia e stima nell’altro […] caratterialmente sono l’opposto ma questo non li divide, piuttosto li integra», si legge nel provvedimento del tribunale di cui dà notizia il Corriere della Sera. Uniti civilmente dal 2019, vogliono adottare un bambino di un orfanatrofio all’estero ma l’articolo 6 della legge 184 sulle adozioni parla chiaro: «L’adozione è consentita a coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni».
Il vincolo matrimoniale è requisito fondamentale, in Italia non esiste il matrimonio legale tra persone dello stesso sesso e le coppie unite civilmente dopo la legge Cirinnà del 2016 non possono accedere all’adozione congiunta. La Consulta, con sentenza 33/2025 aveva dichiarato incostituzionale il comma 1 dell’articolo 29 bis della legge in questione «solo» nella parte in cui non includeva le persone singole, residenti in Italia, fra coloro che possono presentare dichiarazione di disponibilità all’adozione internazionale.
Il tribunale di Venezia sostiene che la normativa risulta discriminante sia per le coppie unite civilmente, sia per i bambini e contrasta con i principi della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Per l’avvocato Valentina Pizzol, che assiste la coppia, il divieto diventa facilmente aggirabile: «Se i nostri clienti divorziassero, ciascuno di loro potrebbe adottare un bimbo e dopo anche ricostituire l’unione civile», ha tenuto a sottolineare.
È vero, ritenendo che di fronte a una situazione di abbandono e di sofferenza del bambino bisogna guardare al suo concreto interesse, con la sentenza 33 la Consulta ha, però, aperto solo a persone di stato libero e non ai componenti di unioni civili. Il single può essere Lgbt, ma l’orientamento sessuale non sembra un criterio rilevante per valutare la sua idoneità genitoriale, mentre le coppie gay restano escluse. I giudici costituzionali dovevano immaginare che prima o poi anche le coppie dello stesso sesso avrebbero puntato i piedi per vedersi riconosciuto il diritto di adottare un minore all’estero.
Una norma che impedisce l’adozione internazionale a due uomini uniti civilmente non ha «alcuno scopo legittimo e non trova una ragione plausibile alla luce del principio di uguaglianza», sostiene il Tribunale dei minorenni, secondo il quale la coppia di veneziani «ha risorse idonee a farsi carico di minori in stato di abbandono». Fa bene Pro vita & famiglia a protestare, affermando attraverso il suo portavoce Jacopo Coghe che la decisione «di rimettere alla Corte costituzionale la norma sulle adozioni è grave perché strumentalizza e snatura il senso del supremo interesse di un minore».
L’associazione ricorda che «l’adozione esiste per dare a un bambino una mamma e un papà, non per esaudire il “diritto al figlio” degli adulti». Però la Consulta, riconoscendo che i single risultano in astratto idonei a prendersi cura di un minore abbandonato, idonei a offrire un «ambiente stabile e armonioso», lo scorso anno ha aperto la strada alle pretese anche degli omosessuali. Ha inaugurato «quella pericolosa deriva del “diritto al figlio”», come sottolinea Coghe.
Certo, poi spetta al giudice minorile accertare l’idoneità affettiva, la capacità di mantenere, di educare dell’aspirante genitore, tenendo pure conto della rete familiare di riferimento, però se un single omosessuale offre garanzie la sua dichiarazione di disponibilità ad adottare un minore straniero residente all’estero non viene negata. E la coppia omosessuale allora punta i piedi, si ribella.
Pro vita & famiglia denuncia anche una «contraddizione palese» nella magistratura minorile italiana: «Mentre il tribunale di Venezia vuole far adottare un bambino a coppie gay, i colleghi dell’Aquila, con la famiglia del bosco, li strappano ai genitori naturali. È chiaro che i giudici devono rivedere urgentemente la loro concezione, evidentemente fallace, di “superiore interesse del minore”».
Le sentenze della Consulta diventano il pretesto per forzare la mano con il legislatore anche in tema di suicidio assistito. L’archiviazione delle inchieste nei confronti di Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, autodenunciatosi per aver accompagnato in Svizzera nel 2022 due malati terminali che rifiutavano trattamenti di sostegno vitale, sta spostando la questione non punibilità riconosciuta dalla Consulta a una pretesa di diritto generalizzato «all’aiuto alla morte volontaria».
L’associazione ha annunciato mobilitazioni nelle piazze di tutta Italia, dal 6 al 19 aprile. Obiettivo, chiedere al governo di ritirare la legge che «escluderebbe il Servizio sanitario nazionale (e, dunque, le Regioni stesse) da questi percorsi; limiterebbe il diritto all’aiuto alla morte volontaria solo a pazienti attaccati a una macchina (escludendo così molti pazienti oncologici terminali o affetti da patologie neurodegenerative); eliminerebbe il ruolo dei Comitati etici locali, sostituiti da un Comitato nazionale di nomina governativa». Verrebbe anche annullato il testamento biologico, per chi fa richiesta di aiuto alla morte volontaria.
A dispetto delle proclamazioni e dei toni che si preannunciano sempre più accesi, non va dimenticato che la Consulta ha sempre ritenuto pregiudiziale a ogni trattamento di fine vita il ricorso alle cure palliative e che la cultura della vita va di pari passo con la cura della sofferenza. L’autodeterminazione vale anche nelle scelte di morte?
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