True
2026-04-27
Donald non molla: «Voglio l’uranio». Ma ora Teheran scarica i pakistani
Donald Trump dopo l'attentato (Ansa)
Il nodo della riapertura dello stretto è stato al centro del colloquio telefonico di domenica tra il primo ministro britannico Keir Starmer e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Downing Street ha parlato di «urgente necessità di ripristinare la navigazione», evidenziando le gravi ripercussioni sull’economia globale e sul costo della vita. Londra ha inoltre ribadito l’impegno condiviso con la Francia per garantire la libertà di transito in uno dei corridoi energetici più strategici al mondo. Sul fronte iraniano, la linea politica resta rigida. Il presidente Masoud Pezeshkian ha chiarito che Teheran «non entrerà in negoziati sotto pressioni, minacce o assedio», denunciando «continue violazioni e comportamenti coercitivi» da parte degli Stati Uniti. Una posizione ribadita dopo il colloquio telefonico con il premier pakistano Shehbaz Sharif, uno dei principali mediatori della crisi.
Proprio il Pakistan continua a rappresentare il fulcro della mediazione. In questo contesto si inserisce l’intensa attività del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, protagonista di una fitta sequenza di missioni e contatti. Dopo una prima visita a Islamabad e una successiva tappa a Muscat, dove ha incontrato il sultano dell’Oman Haitham bin Tariq per discutere della de-escalation, Araghchi è tornato nella capitale pakistana per un nuovo ciclo di colloqui con le autorità locali. Secondo fonti pakistane, l’obiettivo era quello di proseguire le consultazioni con i mediatori per arrivare a una soluzione del conflitto, mentre è stato escluso l’arrivo di una delegazione statunitense.
L’iper attivismo diplomatico iraniano si è manifestato anche attraverso una rete parallela di contatti regionali e internazionali. Prima di rientrare a Islamabad, Araghchi ha avuto un colloquio telefonico con il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, discutendo degli sviluppi del cessate il fuoco e delle difficoltà nella sua attuazione, oltre agli sforzi di Teheran per ridurre le tensioni. In parallelo, il capo della diplomazia iraniana ha parlato con il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, sottolineando «l’importanza del ruolo costruttivo» dei Paesi europei, e con l’omologo saudita Faisal bin Farhan, aggiornandolo sulle iniziative per fermare la guerra. Secondo quanto riportato dall’agenzia Fars, l’Iran ha inoltre trasmesso agli Stati Uniti, tramite i mediatori pakistani, un messaggio chiaro sulle proprie «linee rosse», che comprendono il dossier nucleare e il controllo dello Stretto di Hormuz. Comunicazioni che, secondo fonti vicine ai Pasdaran, non rientrano in un negoziato formale ma servono a delimitare i margini della trattativa. Dopo questo nuovo passaggio a Islamabad, Araghchi ha lasciato il Pakistan diretto a Mosca. Secondo l’agenzia Irna, la missione in Russia prevede un incontro con il presidente Vladimir Putin. Una mossa che conferma la strategia iraniana di moltiplicare i tavoli diplomatici, coinvolgendo attori globali e regionali in una partita sempre più ampia. In serata, però, il portavoce del Comitato di sicurezza nazionale iraniano, Ebrahim Rezaei, ha scritto su X: «Il Pakistan è un buon vicino e un buon amico» dell’Iran, «ma non è un mediatore adatto per i negoziati e manca della credibilità necessaria per mediare», in quanto «tiene sempre in considerazione gli interessi di Trump». Sul terreno, la pressione militare non si allenta. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha confermato l’intercettazione nel Mar Arabico di una nave della «flotta ombra» iraniana, costretta a invertire la rotta sotto scorta dopo l’intervento di un elicottero partito dal cacciatorpediniere Uss Pinckney.
Teheran continua a usare lo Stretto di Hormuz come leva strategica. Il vicepresidente del Parlamento iraniano Ali Nikzad ha dichiarato che lo stretto «non tornerà alle condizioni precedenti» al conflitto, definendo questa linea una direttiva della guida suprema.
All’inizio della guerra con l’Iran, Israele ha schierato l’Iron Dome negli Emirati Arabi Uniti, intercettando missili iraniani e rafforzando la cooperazione militare tra i due Paesi.
In questo scenario si inseriscono anche le dichiarazioni di Donald Trump, che ha rivendicato una posizione di forza ma ha lasciato aperta la porta al dialogo. «La guerra finirà presto e saremo vincitori», ha detto a Fox News, aggiungendo che gli iraniani «possono venire o chiamarci» grazie a «linee sicure e affidabili». Il presidente ha inoltre affermato che la Cina «potrebbe aiutare l’Iran, ma non molto», invitando Pechino a fare di più per la fine della guerra. Trump ha infine avvertito che il sistema petrolifero iraniano potrebbe «esplodere» in caso di ulteriori interruzioni e che gli Stati Uniti «prenderanno le polveri nucleari dell’Iran» come parte di un eventuale accordo. A complicare ulteriormente il quadro resta l’incertezza interna iraniana. A Mashhad è stato svelato un murale dedicato ai leader assassinati della Repubblica islamica, tra i quali compare anche la guida suprema Mojtaba Khamenei, riaccendendo i dubbi sulla reale catena di comando.
Continua a leggereRiduci
Araghchi parla con Arabia Saudita, Qatar e Francia. Poi, dopo una tappa in Oman, torna a Islamabad. L’Iran però rinfaccia ai mediatori di fare troppo gli interessi degli Usa. Il tycoon ai nemici: «Se vogliono, ci chiamino».La crisi nello Stretto di Hormuz resta il baricentro dello scontro tra pressione militare e diplomazia, mentre i tentativi di mediazione si moltiplicano senza produrre, almeno per ora, una svolta concreta. Nelle ultime ore si sono susseguiti contatti politici, missioni diplomatiche e operazioni navali che delineano un quadro sempre più complesso e instabile, segnato da un evidente iper attivismo diplomatico da parte di Teheran.Il nodo della riapertura dello stretto è stato al centro del colloquio telefonico di domenica tra il primo ministro britannico Keir Starmer e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Downing Street ha parlato di «urgente necessità di ripristinare la navigazione», evidenziando le gravi ripercussioni sull’economia globale e sul costo della vita. Londra ha inoltre ribadito l’impegno condiviso con la Francia per garantire la libertà di transito in uno dei corridoi energetici più strategici al mondo. Sul fronte iraniano, la linea politica resta rigida. Il presidente Masoud Pezeshkian ha chiarito che Teheran «non entrerà in negoziati sotto pressioni, minacce o assedio», denunciando «continue violazioni e comportamenti coercitivi» da parte degli Stati Uniti. Una posizione ribadita dopo il colloquio telefonico con il premier pakistano Shehbaz Sharif, uno dei principali mediatori della crisi.Proprio il Pakistan continua a rappresentare il fulcro della mediazione. In questo contesto si inserisce l’intensa attività del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, protagonista di una fitta sequenza di missioni e contatti. Dopo una prima visita a Islamabad e una successiva tappa a Muscat, dove ha incontrato il sultano dell’Oman Haitham bin Tariq per discutere della de-escalation, Araghchi è tornato nella capitale pakistana per un nuovo ciclo di colloqui con le autorità locali. Secondo fonti pakistane, l’obiettivo era quello di proseguire le consultazioni con i mediatori per arrivare a una soluzione del conflitto, mentre è stato escluso l’arrivo di una delegazione statunitense. L’iper attivismo diplomatico iraniano si è manifestato anche attraverso una rete parallela di contatti regionali e internazionali. Prima di rientrare a Islamabad, Araghchi ha avuto un colloquio telefonico con il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, discutendo degli sviluppi del cessate il fuoco e delle difficoltà nella sua attuazione, oltre agli sforzi di Teheran per ridurre le tensioni. In parallelo, il capo della diplomazia iraniana ha parlato con il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, sottolineando «l’importanza del ruolo costruttivo» dei Paesi europei, e con l’omologo saudita Faisal bin Farhan, aggiornandolo sulle iniziative per fermare la guerra. Secondo quanto riportato dall’agenzia Fars, l’Iran ha inoltre trasmesso agli Stati Uniti, tramite i mediatori pakistani, un messaggio chiaro sulle proprie «linee rosse», che comprendono il dossier nucleare e il controllo dello Stretto di Hormuz. Comunicazioni che, secondo fonti vicine ai Pasdaran, non rientrano in un negoziato formale ma servono a delimitare i margini della trattativa. Dopo questo nuovo passaggio a Islamabad, Araghchi ha lasciato il Pakistan diretto a Mosca. Secondo l’agenzia Irna, la missione in Russia prevede un incontro con il presidente Vladimir Putin. Una mossa che conferma la strategia iraniana di moltiplicare i tavoli diplomatici, coinvolgendo attori globali e regionali in una partita sempre più ampia. In serata, però, il portavoce del Comitato di sicurezza nazionale iraniano, Ebrahim Rezaei, ha scritto su X: «Il Pakistan è un buon vicino e un buon amico» dell’Iran, «ma non è un mediatore adatto per i negoziati e manca della credibilità necessaria per mediare», in quanto «tiene sempre in considerazione gli interessi di Trump». Sul terreno, la pressione militare non si allenta. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha confermato l’intercettazione nel Mar Arabico di una nave della «flotta ombra» iraniana, costretta a invertire la rotta sotto scorta dopo l’intervento di un elicottero partito dal cacciatorpediniere Uss Pinckney. Teheran continua a usare lo Stretto di Hormuz come leva strategica. Il vicepresidente del Parlamento iraniano Ali Nikzad ha dichiarato che lo stretto «non tornerà alle condizioni precedenti» al conflitto, definendo questa linea una direttiva della guida suprema. All’inizio della guerra con l’Iran, Israele ha schierato l’Iron Dome negli Emirati Arabi Uniti, intercettando missili iraniani e rafforzando la cooperazione militare tra i due Paesi.In questo scenario si inseriscono anche le dichiarazioni di Donald Trump, che ha rivendicato una posizione di forza ma ha lasciato aperta la porta al dialogo. «La guerra finirà presto e saremo vincitori», ha detto a Fox News, aggiungendo che gli iraniani «possono venire o chiamarci» grazie a «linee sicure e affidabili». Il presidente ha inoltre affermato che la Cina «potrebbe aiutare l’Iran, ma non molto», invitando Pechino a fare di più per la fine della guerra. Trump ha infine avvertito che il sistema petrolifero iraniano potrebbe «esplodere» in caso di ulteriori interruzioni e che gli Stati Uniti «prenderanno le polveri nucleari dell’Iran» come parte di un eventuale accordo. A complicare ulteriormente il quadro resta l’incertezza interna iraniana. A Mashhad è stato svelato un murale dedicato ai leader assassinati della Repubblica islamica, tra i quali compare anche la guida suprema Mojtaba Khamenei, riaccendendo i dubbi sulla reale catena di comando.
Ecco #DimmiLaVerità del 26 giugno 2026. Il deputato di Azione Fabrizio Benzoni e i dati clamorosi delle carceri italiane.
Dalle Pmi ai grandi marchi storici e ai Cavalieri del Lavoro, il made in Italy coniuga tradizione, innovazione e responsabilità sociale per uno sviluppo duraturo.
L'Italia affronta le grandi sfide della doppia transizione, della sostenibilità e della competitività globale facendo leva sulla qualità delle produzioni, sulla propria eccellenza manifatturiera e sul made in Italy. Le pagine dell'ultima edizione di Osservatorio sul Merito restituiscono l'immagine di un Paese che, pur tra le complessità, guarda al futuro con fiducia e determinazione, attraverso le testimonianze di rappresentanti delle istituzioni, imprenditori e imprenditrici che ogni giorno contribuiscono alla crescita del sistema Italia.
Capisaldi del made in Italy Tra i protagonisti di questo numero figurano alcuni dei nuovi Cavalieri del Lavoro nominati dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: imprenditori e imprenditrici che rappresentano al meglio i valori del merito, della responsabilità sociale e della visione strategica. Le loro storie raccontano come il successo non sia mai il frutto di un percorso individuale, ma il risultato di un ecosistema che valorizza il lavoro, le competenze, la capacità di innovare e di interpretare in anticipo i cambiamenti. Accanto a loro emergono i grandi marchi storici e le imprese familiari che hanno contribuito a costruire l'identità produttiva del Paese. Aziende che, nel corso di decenni e spesso di generazioni, hanno attraversato crisi economiche, rivoluzioni tecnologiche e mutamenti dei mercati senza smarrire i propri valori fondanti. Al contrario, hanno saputo trasformare le proprie radici in un vantaggio competitivo, alternando continuità e capacità di rinnovamento. Le sfide che attendono il sistema produttivo italiano sono numerose: dall'intelligenza artificiale all'Industria 5.0, dai criteri ESG alla ridefinizione degli equilibri economici globali. In questo scenario, la priorità è preservare e rafforzare un patrimonio fatto di competenze, cultura d'impresa, identità e capacità di adattamento, che continua a generare valore non solo per l'economia nazionale, ma anche per i territori e le comunità in cui queste realtà affondano le proprie radici. È qui che si riconosce uno dei tratti distintivi del capitalismo italiano: un modello d'impresa che mantiene saldo il legame con il territorio e le persone, investe nel capitale umano e scommette sul domani attraverso innovazione, sostenibilità e formazione.
Le traiettorie dello sviluppo A delineare le priorità della politica è il sottosegretario al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Fausta Bergamotto, che illustra le strategie del Governo per rafforzare il tessuto delle piccole e medie imprese, accelerare la trasformazione digitale, affrontare la sfida energetica e sostenere la competitività del made in Italy sui mercati internazionali. Ad arricchire il dibattito contribuiscono le riflessioni del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, del vicepresidente di Confindustria Marco Nocivelli, del presidente della Fondazione Nord Est Alberto Baban e del presidente di Confindustria Veneto Raffaele Boscaini, che indicano la necessità di costruire una crescita più solida, strutturale e duratura. Tra i temi centrali emerge quello della semplificazione amministrativa. «La burocrazia è oggi uno dei principali fattori di svantaggio competitivo per le nostre imprese», osserva Boscaini, richiamando l'urgenza di rendere il sistema più efficiente e favorevole agli investimenti. Un obiettivo che si intreccia con il percorso di riforma fiscale illustrato dal viceministro dell'Economia e delle Finanze Maurizio Leo. «La nostra strategia poggia su quattro pilastri: certezza del diritto, semplificazione degli adempimenti, lotta all'evasione e riduzione della pressione fiscale», spiega, delineando una visione orientata a sostenere crescita, legalità e competitività.
Il futuro del Paese Ma il futuro dell'Italia non si costruisce soltanto nelle fabbriche e nei distretti produttivi. Cultura e turismo rappresentano infatti due leve strategiche per lo sviluppo economico e sociale del Paese. La cultura, sottolinea il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni, non è soltanto tutela del patrimonio, ma uno strumento di benessere, inclusione e crescita. Dalle "prescrizioni culturali", che integrano arte e salute nei percorsi di prevenzione e cura, fino alla regolamentazione dell'intelligenza artificiale nell'industria audiovisiva e alla necessità di avvicinare i giovani al patrimonio culturale, il messaggio è chiaro: investire nella cultura significa investire nella coesione sociale e nel dialogo con il mondo contemporaneo. Lo stesso vale per il turismo, sempre più protagonista della crescita nazionale e della promozione dell'immagine del Paese nel mondo. Come evidenzia Elena Nembrini, direttore generale ENIT, la valorizzazione dei territori, dei grandi eventi e delle eccellenze artistiche, paesaggistiche e culturali contribuisce a rafforzare l'attrattività dell'Italia e a generare opportunità diffuse per imprese, comunità locali e nuove generazioni. È in questo intreccio virtuoso tra impresa, cultura, innovazione e territorio che prende forma un'Italia capace di trasformare il merito, il talento e la visione in strumenti concreti di crescita e sviluppo.
Per scaricare il numero di «Osservatorio sul Merito» basta cliccare sul link qui sotto.
Osservatorio sul Merito giugno 2026.pdf
Continua a leggereRiduci