Donald non molla: «Voglio l’uranio». Ma ora Teheran scarica i pakistani

La crisi nello Stretto di Hormuz resta il baricentro dello scontro tra pressione militare e diplomazia, mentre i tentativi di mediazione si moltiplicano senza produrre, almeno per ora, una svolta concreta. Nelle ultime ore si sono susseguiti contatti politici, missioni diplomatiche e operazioni navali che delineano un quadro sempre più complesso e instabile, segnato da un evidente iper attivismo diplomatico da parte di Teheran.
Il nodo della riapertura dello stretto è stato al centro del colloquio telefonico di domenica tra il primo ministro britannico Keir Starmer e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Downing Street ha parlato di «urgente necessità di ripristinare la navigazione», evidenziando le gravi ripercussioni sull’economia globale e sul costo della vita. Londra ha inoltre ribadito l’impegno condiviso con la Francia per garantire la libertà di transito in uno dei corridoi energetici più strategici al mondo. Sul fronte iraniano, la linea politica resta rigida. Il presidente Masoud Pezeshkian ha chiarito che Teheran «non entrerà in negoziati sotto pressioni, minacce o assedio», denunciando «continue violazioni e comportamenti coercitivi» da parte degli Stati Uniti. Una posizione ribadita dopo il colloquio telefonico con il premier pakistano Shehbaz Sharif, uno dei principali mediatori della crisi.
Proprio il Pakistan continua a rappresentare il fulcro della mediazione. In questo contesto si inserisce l’intensa attività del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, protagonista di una fitta sequenza di missioni e contatti. Dopo una prima visita a Islamabad e una successiva tappa a Muscat, dove ha incontrato il sultano dell’Oman Haitham bin Tariq per discutere della de-escalation, Araghchi è tornato nella capitale pakistana per un nuovo ciclo di colloqui con le autorità locali. Secondo fonti pakistane, l’obiettivo era quello di proseguire le consultazioni con i mediatori per arrivare a una soluzione del conflitto, mentre è stato escluso l’arrivo di una delegazione statunitense.
L’iper attivismo diplomatico iraniano si è manifestato anche attraverso una rete parallela di contatti regionali e internazionali. Prima di rientrare a Islamabad, Araghchi ha avuto un colloquio telefonico con il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, discutendo degli sviluppi del cessate il fuoco e delle difficoltà nella sua attuazione, oltre agli sforzi di Teheran per ridurre le tensioni. In parallelo, il capo della diplomazia iraniana ha parlato con il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, sottolineando «l’importanza del ruolo costruttivo» dei Paesi europei, e con l’omologo saudita Faisal bin Farhan, aggiornandolo sulle iniziative per fermare la guerra. Secondo quanto riportato dall’agenzia Fars, l’Iran ha inoltre trasmesso agli Stati Uniti, tramite i mediatori pakistani, un messaggio chiaro sulle proprie «linee rosse», che comprendono il dossier nucleare e il controllo dello Stretto di Hormuz. Comunicazioni che, secondo fonti vicine ai Pasdaran, non rientrano in un negoziato formale ma servono a delimitare i margini della trattativa. Dopo questo nuovo passaggio a Islamabad, Araghchi ha lasciato il Pakistan diretto a Mosca. Secondo l’agenzia Irna, la missione in Russia prevede un incontro con il presidente Vladimir Putin. Una mossa che conferma la strategia iraniana di moltiplicare i tavoli diplomatici, coinvolgendo attori globali e regionali in una partita sempre più ampia. In serata, però, il portavoce del Comitato di sicurezza nazionale iraniano, Ebrahim Rezaei, ha scritto su X: «Il Pakistan è un buon vicino e un buon amico» dell’Iran, «ma non è un mediatore adatto per i negoziati e manca della credibilità necessaria per mediare», in quanto «tiene sempre in considerazione gli interessi di Trump». Sul terreno, la pressione militare non si allenta. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha confermato l’intercettazione nel Mar Arabico di una nave della «flotta ombra» iraniana, costretta a invertire la rotta sotto scorta dopo l’intervento di un elicottero partito dal cacciatorpediniere Uss Pinckney.
Teheran continua a usare lo Stretto di Hormuz come leva strategica. Il vicepresidente del Parlamento iraniano Ali Nikzad ha dichiarato che lo stretto «non tornerà alle condizioni precedenti» al conflitto, definendo questa linea una direttiva della guida suprema.
All’inizio della guerra con l’Iran, Israele ha schierato l’Iron Dome negli Emirati Arabi Uniti, intercettando missili iraniani e rafforzando la cooperazione militare tra i due Paesi.
In questo scenario si inseriscono anche le dichiarazioni di Donald Trump, che ha rivendicato una posizione di forza ma ha lasciato aperta la porta al dialogo. «La guerra finirà presto e saremo vincitori», ha detto a Fox News, aggiungendo che gli iraniani «possono venire o chiamarci» grazie a «linee sicure e affidabili». Il presidente ha inoltre affermato che la Cina «potrebbe aiutare l’Iran, ma non molto», invitando Pechino a fare di più per la fine della guerra. Trump ha infine avvertito che il sistema petrolifero iraniano potrebbe «esplodere» in caso di ulteriori interruzioni e che gli Stati Uniti «prenderanno le polveri nucleari dell’Iran» come parte di un eventuale accordo. A complicare ulteriormente il quadro resta l’incertezza interna iraniana. A Mashhad è stato svelato un murale dedicato ai leader assassinati della Repubblica islamica, tra i quali compare anche la guida suprema Mojtaba Khamenei, riaccendendo i dubbi sulla reale catena di comando.






