Tajani conta le crepe della Ue «È rimasta in mezzo al guado Italia unico governo stabile»
Qualche verità sull’Europa in maschera la dice Antonio Tajani. Sollecitato da Maurizio Belpietro, il vicepremier e ministro degli Esteri definisce la Ue un’entità «in mezzo al guado», necessaria ma non sufficiente. Ne esce un ritratto da anello debole nello scacchiere mondiale, ma al tempo stesso irrinunciabile. Un po’ come la televisione per le famiglie; ci saranno anche programmi brutti ma è impossibile non accenderla. «Non abbiamo alternative all’Europa, da soli non potremmo mai competere a livello globale. Che ci fanno 60 milioni di italiani con un miliardo e mezzo di cinesi e indiani, con la Russia, gli Stati Uniti, l’Africa? L’Europa è l’unica soluzione possibile perché mette insieme Paesi con radici comuni: civiltà romana, diritto romano e religione cristiana».
Illuminati i pilastri (peraltro picconati a pranzo e a cena dalla sinistra postmarxista accampata a Bruxelles) arriva la conta delle crepe, che sono tante. «L’Europa potrebbe e dovrebbe andare meglio, siamo in mezzo al guado e manca una leadership forte». Emmanuel Macron e Friedrich Merz sono ai minimi storici di popolarità, Pedro Sánchez è appeso a un filo, oltremanica Keir Starmer ha appena fatto le valigie. Per il vicepremier è facile trarre una conclusione: «Il Paese che oggi garantisce più stabilità è l’Italia. Siamo il secondo governo più longevo della nostra storia, guardacaso dopo quello di Silvio Berlusconi del 2001. La stabilità è garantita dai governi di centrodestra perché la nostra coalizione non è solo elettorale come quelle di centrosinistra, ma strategica».
Questo non può diventare un alibi per Bruxelles. «L’Unione europea deve fare di più, sono ormai fondamentali il mercato unico dei capitali e dell’energia. Serve l’armonizzazione fiscale, non possono esserci paradisi fiscali come Olanda e Irlanda». Tajani sottolinea un paio di contraddizioni da brivido caldo. «La Francia non vuole che l’Italia compri l’energia dalla Spagna perché pretende di avere il suo mercato elettrico. Assurdo, le frontiere si abbattono oppure no. Francia e Spagna continuano ad approvvigionarsi con il gas russo. Noi non lo facciamo perché siamo coerenti: se vogliamo costringere Vladimir Putin a sedersi a un tavolo dobbiamo dare messaggi forti. Fino a quando noi saremo duri da una parte e morbidi dall’altra, lui continuerà a fare i suoi interessi».
Qui arriva un problema, la ricetta per realizzare un collante più resistente. Per Tajani è il superamento dell’unanimità decisionale, uno scoglio impossibile da superare per Giorgia Meloni e Matteo Salvini. «Io invece sono favorevole ad allargare la procedura del voto a maggioranza. Non in tutto ma in alcune materie. Il Mercosur, migliorabile per l’agroalimentare ma decisivo per gli altri comparti, con l’unanimità e il diritto di veto non l’avremmo mai firmato. Incrementare il voto a maggioranza aiuta l’Europa ad andare avanti».
Un’altra verità riguarda i rapporti con gli Stati Uniti, incrinati dal bullismo di Donald Trump. Qui il ministro degli Esteri contesta la lettura dell’opposizione che invita il governo ad abbandonare Washington per abbracciare ancora di più Bruxelles. «La loro è la scoperta dell’acqua calda, noi siamo in Ue ma dobbiamo continuare a guardare oltre l’Atlantico. Le offese gratuite sono inaccettabili ma dobbiamo fare in modo che i rapporti atlantici continuino con concretezza. L’Italia non è alleata degli Stati Uniti perché c’è un presidente piuttosto che un altro, è alleata perché siamo due facce della stessa medaglia che si chiama Occidente. Noi abbiamo bisogno degli Stati Uniti, ma gli Stati Uniti hanno bisogno di noi, come Italia e come Europa. Ricordo che siamo la quarta potenza commerciale mondiale e la seconda manifattura europea».
Il direttore della Verità paventa una ricaduta sui dazi come conseguenza dello showdown con Trump (era accaduto anche con la Spagna). Ma Tajani non teme ritorsioni. «Nonostante i dazi, i prodotti italiani sono stravenduti negli Usa. Significa che agli americani piacciono. E poi laggiù ci sono milioni di italoamericani che votano. Non credo che alla Casa Bianca convenga rompere con l’Italia e neppure credo che voglia farlo. Noi continuiamo a lavorare con gli Usa come alleati, non come sudditi».
Per la serie, diciamoci tutto, Tajani affronta altri temi spinosi. L’incendio mediorientale: «Come Nato, l’Italia è il Paese che ha il maggior numero di militari impegnati in missioni all’estero. Se in Libano ci fosse una tregua, potremmo avere un ruolo». La mediazione con Putin: «Non può essere lui a scegliersi il mediatore, quindi mai Gehrard Schroeder. Mario Draghi? Meglio una figura istituzionale come il presidente del consiglio Ue Antonio Costa». Imperversa il caso Vannacci. «La coalizione è solida, governiamo bene insieme anche se con sfumature diverse. È stato Roberto Vannacci a mettersi contro il centrodestra, i suoi hanno votato con la sinistra. Un anno fa il generale diceva: se facessi un partito farei il gioco della sinistra. Credo che debba mettersi d’accordo con sé stesso».
Sulle alleanze, Tajani apre ai centristi («Con Carlo Calenda governiamo già in Basilicata»), indica a sorpresa Carlo Cottarelli per Milano («Anche Maurizio Lupi va benissimo, ma è meglio convergere su un civico contro la sinistra-sinistra di Pierfrancesco Majorino») ed è orgoglioso del dialogo aperto con Marina e Piersilvio Berlusconi. «Li sento, sono i figli del fondatore, i loro consigli sono preziosi». Poi suona il gong. Per le verità di oggi è tutto. Per quelle di domani vale sempre la lezione di Rossella O’Hara





