C’è ancora da fare, ma, dopo una maratona nella notte, ieri, dai negoziati in Svizzera fra Stati Uniti e Iran, con la mediazione di Qatar e Pakistan, ecco dei risultati, fra cui l’accettazione da parte iraniana di ispezioni dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica.
La tensione resta e molto dipenderà dagli eventi in Libano, l’altro fronte su cui gli iraniani chiedono un cessate il fuoco, ma dove operano gli israeliani, non gli statunitensi.
Siamo solo all’inizio dei due mesi che Washington e Teheran si sono dati per giungere ad accordi più stabili. Per il vicepresidente americano JD Vance «è stata una giornata ottima. Abbiamo fatto progressi e i colloqui tecnici proseguiranno». Spicca il via libera dell’Iran al ritorno di ispettori dell’Aiea nei suoi centri nucleari. Ma gli iraniani rivendicano sempre il diritto a un programma atomico civile. Infatti il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha precisato: «Non abbiamo negoziato sul nostro programma nucleare e non abbiamo accettato alcun nuovo impegno. La collaborazione dell’Iran con l’Aiea proseguirà secondo le procedure attuali, previa approvazione del parlamento iraniano e del Consiglio di sicurezza nazionale». Nessun accenno, nelle trattative, è stato fatto al nutrito arsenale di missili balistici di Teheran, ancora per metà intatto, la cui distruzione doveva essere tra gli scopi della guerra iniziata da Trump e la cui esclusione dal trattato Jcpoa del 2015 era stata fra i motivi che avevano spinto nel 2018 Trump, al primo mandato, a stracciare quell’accordo che aveva limitato l’arricchimento dell’uranio iraniano.
Gli Stati Uniti hanno esentato i prodotti petroliferi iraniani dalle sanzioni, come confermato dal segretario al Tesoro Usa Scott Bessent: «Il Dipartimento del Tesoro ha emesso una licenza generale temporanea della durata di 60 giorni che autorizza produzione, consegna e vendita di petrolio iraniano». La deroga, valida «fino al 21 agosto», sarà l’incentivo per spingere gli ayatollah ad ammorbidirsi. La fine del blocco dello Stretto di Hormuz e gli accordi sullo sminamento e su un meccanismo di consultazione in caso di crisi, sono stati esaltati da Vance: «Volevamo un meccanismo per tenere aperto Hormuz. Ed è aperto. Volevamo anche un meccanismo di coordinamento per sminare lo Stretto di Hormuz, in modo che, quando sorgeranno dei conflitti, possiamo risolverli invece di farli degenerare». L’impegno iraniano per Hormuz pare confermato dal fatto che il capo negoziatore Mohammed Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi hanno annunciato che si recheranno in Oman per parlare dello Stretto con l’altra nazione rivierasca. Sullo sblocco parziale dei fondi iraniani all’estero, Vance ha assicurato che «non andranno a finanziare il terrorismo, ma serviranno ad arricchire gli agricoltori americani e a sfamare la popolazione iraniana», cioè verranno usati per scopi umanitari.
Il nodo resta il Libano. La «cellula di coordinamento» per il cessate il fuoco comprenderebbe Stati Uniti, Iran, Libano, Qatar e Pakistan, ma non Israele. Avrebbe fra i suoi compiti «limitare le azioni israeliane alla sola risposta a minacce imminenti». Resta sul tappeto il rifiuto di Israele di ritirarsi dalla fascia meridionale del paese. Il premier Benji Netanyahu ha ribadito che «le truppe israeliane resteranno in Libano tutto il tempo necessario e godono di piena libertà», mentre il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir contesta l’accordo voluto dal presidente Usa Donald Trump: «Adoriamo Trump ma la sicurezza degli israeliani viene prima di tutto». Oggi sono previsti a Washington colloqui fra delegati di Israele e Libano su «zone pilota» libere da Hezbollah e da militari ebraici, ma Beirut non ha potere su Hezbollah. Il presidente turco Recep Erdogan ha ammonito il collega iraniano Masoud Pezehskian sul fatto che «Israele saboterà gli accordi».






