Immaginate un individuo condannato, per qualche beffa del destino, a ricordare ogni singolo dettaglio di tutto ciò che vive senza riuscire a separare gli eventi salienti da quelli marginali. Il pover’uomo condurrebbe un’esistenza folle, non distinguerebbe le cose, e si ritroverebbe, nel giro di qualche anno, steso in un letto e inebetito. Succede a Funes El memorioso, personaggio raccontato dal genio argentino di Jorge Luis Borges, uno che sta alla letteratura come Lionel Messi al pallone.
C’entra qualcosa con lo spettacolo pirotecnico tra Psg e Bayern Monaco a cui il mondo ha assistito martedì sera in Champions League? In un certo senso, sì, c’entra. Innanzitutto perché l’aggettivo abusato sui social dai calciofili per descrivere quel 5-4 è stato proprio - non è un caso - «memorabile», cioè degno di essere ricordato perché straordinario, diverso dall’ordinario. E non c’è dubbio su questo: Kvaratskhelia sembrava re Alarico quando saccheggiava Roma, Dembele un tarantolato, Olise la rappresentazione plastica dei super Sayan raccontati da Dragon Ball. Ma il punto di forza del match è stato l’aver creato un evento, si diceva, da imprimere nella memoria, così potente da far dimenticare il noiosissimo 0-0 tra Milan e Juventus, avviluppato nella ruggine di un difensivismo strapaesano. «Il calcio del futuro gonfierà le reti in ogni partita», osservano in tanti, testimoni della rivoluzione tecnica che impone i terzini lanciati a briglia sciolta sulle fasce a fare da incursori e considera la fase difensiva un orpello, financo una zavorra. Il punto è: tanta adrenalina e punteggi tennistici sono un vantaggio per gli occhi, giustificano l’investimento fatto dai tifosi per andare allo stadio, ma alla lunga, se tutte le partite fossero dello stesso tenore, potrebbero persino annoiare, perdendo quell’aura di evento straordinario che ogni goleada comporta. In soldoni, se tutto diventa memorabile, tutto diventa dimenticabile.
L’ex punta di Milan e Parma Alessandro Melli non ha usato mezzi termini: «Questo tipo di calcio mi fa schifo, piace ai cronisti per lo show da commentare e a chi non capisce nulla: sembra l’Nba», ha tuonato dal suo profilo Facebook. Si tratta di stabilire che cosa si intende per calcio innovativo. Qualcuno lo vorrebbe proprio simile al basket Nba: grande show, tanti gol, zero bizantinismi. Altri propongono un compromesso equilibrato tra soverchierie tecniche, muscolari e quel minimo di arguzia tattica all’italiana che rende il pallone ancora capace di un pensiero creativo, non solo subordinato all’utile procedurale. Per intenderci, l’utile procedurale sarebbe il pensiero di TikTok, dei video di pochi secondi, del fascino del cotto e mangiato, dello spettacolo subito pronto e subito archiviato.
Di certo l’americanizzazione dello sport meno americano del mondo è soprattutto una faccenda generazionale. Il target commerciale delle partite del futuro è la Gen Z e la Gen Z sembra amare le partite sulla PlayStation più di quelle sui campi in erba reale.
La Fifa e l’Uefa lo sanno e sono corse ai ripari. Per esempio, hanno abolito la valenza doppia dei gol in trasferta nelle competizioni europee. Se quella regola fosse ancora attiva, nessuna squadra subirebbe 4 reti in casa in una semifinale di Champions con tanta leggerezza. Qualche anno fa Florentino Perez e Andrea Agnelli tentarono poi il golpe della Superlega, un campionato per sole stelle dai piedini fatati, senza squadre costrette a difendersi per non retrocedere. Addirittura pare che nel 2021 proprio la Fifa avesse azzardato esperimenti rivoluzionari durante la Future Cup under 19: in quell’occasione le squadre avevano giocato 30 minuti per tempo, col cronometro dell’arbitro fermo a ogni interruzione, senza regola del fuorigioco e con ammonizioni che prevedevano l’uscita dal campo dei giocatori per 5 minuti a ogni cartellino giallo. Fantascienza ovviamente. Ma interessante per capire da che parte sta tirando il vento.
Il rovescio della medaglia di tanta frenesia starebbe nell’altra semifinale di Champions, quell’Atletico Madrid-Arsenal non ancora terminata al momento in cui questo giornale va in stampa, ma foriera di un pensiero calcistico più tradizionalista. Un confronto tra il cholismo di Simeone e le alchimie di Arteta che potrebbe rendere la creatività tattica ancora un mezzo umano e intelligente per arginare l’egemonia della fisicità tecnica. Beninteso, qui nessuno sta evocando il ritorno ai tempi mitici del paròn Nereo Rocco, quando col suo spassoso accento triestino commentava: «Solo noi femo il catenaccio? E gli altri cossa fanno? Calcio prudente?» (e già ai tempi di Rocco esisteva il Brasile pirotecnico di Garrincha). Però il gusto per la sfumatura, l’irruzione di una soluzione tattica sorprendente nel corso di una partita capace di determinare una svolta senza svilire lo spettacolo, la variazione paludata alle incursioni nerborute, la sostituzione azzeccata e, perché no, una fase difensiva praticata con sapienza, potrebbero coesistere col desiderio di concepire una partita per soli attaccanti, emuli di Jannik Sinner quando vince 6-0 6-0.
Il pallone è una pratica in continua evoluzione e si dice che ogni evoluzione non ammetta la dipendenza da un precetto immutabile. Nemmeno dai nuovi dogmi che promettono divertimento illimitato. «La partita perfetta finisce 0-0», diceva Gianni Brera.





