True
2026-04-15
Nel presepe allestito da chi tifa sbarchi c’è il «santo scafista» graziato da re Sergio
Alaa Faraj e Alessandra Sciurba (Ansa)
Libico condannato per aver ucciso 49 migranti in un naufragio sposa l’ex leader di Mediterranea davanti a vescovo e imam.
Lo scafista immacolato si sposa. Dopo la semi-grazia del presidente della Repubblica, ecco arrivare l’amore per Alaa Faraj, new entry nel presepe dei benemeriti del progressismo movimentista.
Condannato a 30 anni di carcere per omicidio plurimo colposo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, il «trafficante di uomini» in poco tempo è stato trasformato in un santino laico. E a giugno uscirà dalla prigione dell’Ucciardone a Palermo per portare all’altare l’attivista Alessandra Sciurba, docente universitaria, coordinatrice della «clinica legale migrazione e diritti». Ma soprattutto ex presidente dell’Ong Mediterranea saving humans, che avrebbe come ragione sociale quella di salvare i migranti condotti per mare fra mille pericoli dai colleghi di Faraj. Dal produttore al consumatore.
Il giovane libico (31 anni) è stato ritenuto da due gradi di giudizio in tribunale uno degli otto responsabili della «strage di Ferragosto», il naufragio che nell’estate del 2015 provocò 49 morti annegati, fra i quali alcuni bambini. Nel 2021 la Cassazione ha confermato i 30 anni. Allora gli scafisti venivano considerati «schiavisti», «mercanti di morte» ed erano giudicati molto male anche dal benpensante radical. Poi Marco Minniti è stato messo alla porta, l’operazione Frontex dell’Unione europea è stata criminalizzata dalla sinistra che l’aveva applaudita e lentamente è avvenuto l’upgrade dello scafista nella scala del perdonismo sociale. Oggi costui è equiparato a un dignitoso professionista senza partita Iva, tanto che chi si fa pagare per trasportare su infime bagnarole i disperati viene considerato a sua volta una vittima, anche quando li abbandona al loro destino in mezzo al mare.
Gli unici colpevoli a prescindere sono Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Così, dopo «Il santo bevitore», siamo alla celebrazione ufficiale del santo traghettatore. Al quale il Quirinale aveva fatto il regalo di nozze con sei mesi di anticipo. Infatti a fine 2025 Sergio Mattarella, commosso dalla vicenda e forse ispirato dal film di Paolo Sorrentino La grazia (dove tutto ruota attorno alla concessione o meno di due grazie da parte di un immaginario capo dello Stato), aveva concesso uno sconto di pena di 11 anni e 4 mesi per clemenza umanitaria. Alaa Faraj - che di anni di carcere dovrà farne ancora 9, forse 5 per buona condotta - si è sempre dichiarato innocente (come Olindo e Rosa, come Massimo Bossetti nel caso Yara).
Obiettivamente l’inchiesta presentava testimonianze contraddittorie e qualche penombra. Ma, soprattutto nella società dell’immagine e della «narrazione», non ci sono associazioni delle vittime che vadano in piazza a urlare il dolore per i 49 annegati al largo di Lampedusa. Ora Faraj si sposa. Lo farà con l’attivista Sciurba, conosciuta in carcere e portavoce della «sua» verità. E Lo farà con tutti gli onori (chi siamo noi per giudicare?). La cerimonia avverrà nella chiesa di San Gaetano a Brancaccio - quella di don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia - con una funzione che si annuncia spettacolare e simbolica, celebrata in tandem dall’imam di Palermo e dall’arcivescovo Corrado Lorefice, uno degli alti prelati sponsor di Mediterranea.
Baluardo dell’accoglienza diffusa, Lorefice è famoso per avere lanciato un anatema contro chiunque ritenga che le migrazioni debbano essere regolamentate: «Chi respinge i migranti non è cristiano». A questo punto vanno compresi anche gli scafisti. Con i cardinali Matteo Zuppi, Konrad Krajewski e Jean Claude Hollerich è stato anche uno dei finanziatori di Mediterranea; il presepe di mare sarebbe completo se l’ex leonka Luca Casarini - quello dell’osteria Allo sbirro morto - venisse incaricato di portare gli anelli.
Manca qualcosa alla riabilitazione mediatica di Faraj? Cosa serve ancora al riscatto del ruolo di scafista da parte di chi detesta gli altri revisionismi? Naturalmente un libro di sofferenza carceraria che esalti l’afflato civile del santo traghettatore attraverso la legittimazione letteraria. Tranquilli, c’è pure quello. È una raccolta epistolare pubblicata da Sellerio con le missive tra Faraj e Sciurba, dal titolo Perché ero ragazzo. Le lettere dal carcere, destinate a surclassare quelle di Antonio Gramsci, Nelson Mandela e forse pure di Sacco e Vanzetti, dipingono la realtà alternativa di un giovane che studiava ingegneria a Bengasi, è salito su un gommone per sfuggire alla guerra civile e ha attraversato il Mediterraneo per coronare il sogno di diventare calciatore.
Nessun crimine, nessuna vessazione indotta, praticamente Faraj viene raccontato come una vittima del perfido neocolonialismo occidentale. Il libro dal percorso segnato ha già vinto il premio letterario Tiziano Terzani; a questo punto urge fumetto di Zerocalcare per far digerire l’edificante storia anche nei centri sociali. Seguirà inevitabile docufilm apologetico con red carpet alla Mostra del cinema di Venezia. E quei 49 morti in fondo al mare, fatti scomparire dal gioco di prestigio del collettivo dei buoni? Restiamo umani. Domani.
Continua a leggereRiduci
Dalla crisi nello Stretto di Hormuz alle tensioni su Trump, fino agli scandali e alla politica interna, l’America tra guerra, economia e instabilità.
La Commissione condanna la Fondazione e chiude i rubinetti: «Revocati 2 milioni di euro». Fatale lo stand di Mosca a Venezia: «Quei soldi devono promuovere valori europei». Governo muto, Buttafuoco resta solo.
In mezzo a una crisi globale che fa tremare i polsi, cosa fa l’Unione europea? Punta il mirino contro la Biennale di Venezia e spara: niente più fondi alla Fondazione, «colpevole» di aver consentito alla Russia di aprire le porte dello stand di cui è proprietaria (come ogni Paese è proprietario dei propri spazi espositivi).
«Posso confermare che l’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura (Eacea) ha inviato una lettera per informare la Fondazione La Biennale di Venezia della nostra intenzione di sospendere o revocare una sovvenzione in corso pari a 2 milioni di euro», ha dichiarato il portavoce della Commissione Ue, Thomas Regnier. «La Commissione aveva inoltre inviato una lettera al governo italiano nel mese di marzo. Come già menzionato, la Commissione condanna la decisione della Fondazione Biennale di consentire alla Russia di partecipare alla Biennale d’arte di Venezia del 2026».
Come risponderà il governo italiano? I casi sono due: o farà notare che quei soldi sono nostri visto che siamo contributori netti (riceviamo meno di quel che conferiamo alla Ue, per capirci) e quindi ce li debbono dare, oppure - come alcuni ambienti ci dicono - il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, approfitterà della letterina per accerchiare l’ex amico Buttafuoco costringendolo alle dimissioni o cercando una sfiducia.
Per farla breve: o i russi se ne stanno alla larga da Venezia oppure niente euro da Bruxelles. In mezzo c’è Buttafuoco, uomo di grande rigore morale, spessore culturale e col vizio della coerenza. Insomma è un bel problema per Giuli e Fazzolari.
I soldi, dicevamo. «Gli eventi culturali finanziati con il denaro dei contribuenti europei», ha ribadito il portavoce della Commissione Ue, «dovrebbero salvaguardare i valori democratici, promuovere il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione, valori che non vengono rispettati nella Russia odierna». E qui diciamo che la Commissione europea finisce in fuorigioco: perché alla Russia è preclusa la possibilità di allestire il suo proprio stand, mentre a Israele, all’Iran, alla stessa America invece questo spazio è consentito? Si tratta di una provocazione, certo, ma nemmeno così campata per aria: oltre ai casi citati, ce ne sarebbero altri: siamo certi che in altri Paesi presenti in Biennale si possano applicare i principi etici, morali e quelle libertà di espressione citati dal portavoce? Non ne sarei molto sicuro. Ma meglio non porsi troppe domande, come del resto facciamo sui fornitori di gas e petrolio. Ci torneremo.
La verità è che la Russia rappresenta un problema politico, anzi il problema politico numero uno di questa Europa. È il nemico che consente di azionare la leva a debito per comprare tante armi da rimettere in piedi un po’ di industria… tedesca (e non solo). E allora sarebbe da domandare ai solerti funzionari della Commissione: siete sicuri che i cittadini vogliano spendere i soldi in armi o non in un tentativo di dialogo che porti alla pace magari attraverso la stessa Biennale del cattivo Buttafuoco? Impossibile da sapere perché - a proposito di democrazia - l’Unione è allergica a interrogare il popolo.
Nel giorno in cui Giorgia Meloni è stata bravissima a rimettersi sulla stessa frequenza d’onda degli italiani, molto critici verso il blasfemo e guerrafondaio Donald Trump, così come verso il suo compare d’armi Benjamin Netanyahu, dispiace che il governo non colga l’opportunità della Biennale per un dialogo «meta-politico», un dialogo alla luce del sole e non negli interstizi delle trattative con Mosca in materia energetica, trattative di cui la gente sa poco.
Va dato atto all’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, di aver squarciato il muro di gomma proponendo di congelare il ban, cioè le sanzioni europee, contro il gas russo. Descalzi si mette in una posizione di attenzione e il governo farebbe bene a non scommettere troppo sulla redditività di posizioni attendiste, perché in questo arco di tempo gli altri si muoveranno. Trump per primo. E in Europa non è detto che la Francia ci freghi sul tempo, usando la Total.
La Commissione europea che si erge a fiero paladino morale contro la Biennale è la stessa che in questi anni ha fatto il pieno di acquisti di gas dalla Russia: basti pensare che solo nell’ultimo trimestre il gas naturale russo ha fatto il 14,2% di tutte le forniture all’Unione europea. Nel primo trimestre 2026, le imprese russe hanno incassato dai Paesi Ue quasi 5 miliardi di dollari per la vendita di gas: saranno una ventina di miliardi sull’anno. E tanti acquisti abbiamo fatto anche nel 2025 e ancor più nel 2024 (anno del record di acquisti). Miliardi che - se vogliamo dirla con la retorica dei buoni - finiscono in bombe, missili, proiettili contro gli ucraini.
Detto questo, mi venite a raccontare che la Biennale fa il gioco di Vladimir Putin? Se qui c’è una propaganda, beh quella è dell’Unione europea ed è una propaganda tanto stupida quanto meschina. Il guaio è che nel governo c’è chi gioca di sponda con Bruxelles e contro Buttafuoco, la Biennale e il messaggio universale della cultura.
Post scriptum. Sia chiaro: a noi, il gas russo piace talmente tanto che ne vorremmo di più.
Continua a leggereRiduci
Maurizio Landini (Ansa)
Pronte proposte su sanità e appalti, utili solo a favorire una candidatura del segretario.
Ci risiamo. Dopo aver promosso cinque referendum sul lavoro miseramente falliti per mancato raggiungimento del quorum, dopo aver partecipato attivamente alla campagna referendaria sulla giustizia, la Cgil insiste nelle iniziative politiche.
Questa volta la decisione del leader della Confederazione di Corso d’Italia è quello di promuovere una raccolta di firme per inviare al Parlamento due proposte di legge di iniziativa popolare: una sulla sanità e la seconda sugli appalti. Il merito delle proposte non è ancora noto, ma il più importante sindacato in Italia impegnerà le proprie strutture nei prossimi mesi verso questo obiettivo: l’apparato è stato già allertato in proposito.
Sulla sanità è probabile che la filosofia della proposta legislativa sarà indirizzata al rafforzamento del settore pubblica, mentre sugli appalti è prevedibile che l’articolato riprenderà il contenuto che era stato già sottoposto a referendum, quando il sindacato voleva modificare le leggi che a suo dire favoriscono il ricorso ad appaltatori privi di solidità finanziaria, spesso non in regola con le norme antinfortunistiche. Si richiederà di cancellare alcune norme ed estendere la responsabilità dell’imprenditore committente nell’ottica di garantire maggiore sicurezza sul lavoro.
Il silenzioso (o silenziato) dibattito interno descrive una situazione preoccupante: da un lato evidenzia un vero e proprio affaticamento dell’apparato, impegnato ultimamente senza sosta su obiettivi che difficilmente si possono definire di natura sindacale, e dall’altro fa prevalere la sensazione che ormai la Cgil si sia gettata anima e corpo nell’agone politico, perdendo di vista la sua missione e sbiadendo la propria identità. L’obiettivo di Maurizio Landini, prossimo alla scadenza del mandato, è esclusivamente quello di entrare in politica, utilizzando l’occasione delle elezioni del 2027.
È la ragione principale di questo attivismo. Con il peso della sua organizzazione, Landini avrebbe potuto benissimo chiedere ai partiti che sono più o meno collegati alla Cgil, - Pd, Avs, Movimento 5 stelle - di mettere in campo proposte legislative finalizzate all’obiettivo, ma sembra preferire un suo diretto protagonismo. Ciò non per rivendicare l’autonomia sindacale, ma perché ciò lo renderà più visibile.
Ad ogni modo, l’«aspirante» parlamentare dovrebbe essere edotto che in Italia, seppur l’articolo 71 della Costituzione preveda che si possano presentare, raccogliendo 50.000 firme, proposte di legge di iniziativa popolare, storicamente l’esito di iniziative del genere non ha quasi mai trovato una traduzione effettiva in Parlamento. Il perché è presto detto: questo diritto è di fatto controllato dal Parlamento e dai partiti. Gli organi parlamentari non hanno l’obbligo di pronunciarsi sulle proposte di iniziativa popolare e non esiste un vincolo che dia priorità a queste proposte di legge rispetto ad altre. Solo il regolamento del Senato, modificato pochi anni fa, prevede che le commissioni di competenza debbano avviare l’esame dei progetti di legge di iniziativa popolare entro e non oltre un mese, chiamando in audizione uno dei promotori del progetto di legge. Questo però non vale per la Camera.
Nella maggior parte dei casi, l’iter legislativo non inizia proprio e le proposte di legge di iniziativa popolare rimangono depositate in commissione senza essere neppure discusse. A tutt’oggi i partiti sono i padroni assoluti di questo strumento di democrazia «dal basso», che ovviamente fanno funzionare solo quando l’oggetto della proposta risponde a uno specifico interesse, spesso elettorale e quasi mai generale, mentre in virtù della selezione operata dal Parlamento, rimangono tanti cadaveri eccellenti.
Giù la maschera, Landini. Il più importante sindacato italiano impieghi meglio le risorse finanziarie derivanti dagli iscritti, verso obiettivi contrattuali che migliorino le loro condizioni di vita.
Continua a leggereRiduci






