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Nel libro di Aresu i nomi degli artefici dello sviluppo dell’Intelligenza artificiale che segna uno dei terreni di scontro tra Usa e Pechino. In cui il Dragone ha un vantaggio nascosto: il 50% dei tecnici di tutto il mondo.
Annabel Yao è la figlia di secondo letto di Ren Zhengfei, nata nel 1998. Conosciuta come la «seconda principessa di Huawei» per distinguerla dalla sorellastra Meng Wanzhou, coinvolta direttamente nella gestione finanziaria dell’azienda, ha vissuto una giovinezza di privilegi, tra gli studi di musica e pittura tradizionale e la pratica della danza classica, arrivando a interpretare ruoli da protagonista in produzioni come «Il lago dei cigni» al Shanghai Grand Theatre a soli quindici anni.
Come tante rampolle dei potenti cinesi, compresa la figlia di Xi Jinping, si iscrive a Harvard, dove si laurea in informatica nel 2020, due anni dopo essersi presentata al ballo delle debuttanti. L’evento allo Shangri-La Hotel si tiene il 24 novembre 2018. Pochi giorni dopo, il 1° dicembre, la principessa di Huawei Meng Wanzhou viene arrestata all’aeroporto di Vancouver: comincia il famoso caso di richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti, il «caso Huawei» al centro della guerra tecnologica tra Pechino e Washington. La giovane debuttante non è coinvolta nelle vicende aziendali e la vanità del suo ballo, davanti alla serietà della situazione, sembra ridicola. Nel 2015 era stata diffusa in Occidente una pubblicità di Huawei che raffigurava il piede di una ballerina provato dai tanti allenamenti, per esaltare la fatica necessaria per giungere ai risultati. A volere quell’immagine e stato lo stesso Ren Zhengfei. A gennaio 2021, la piccola principessa Annabel Yao annuncia di voler entrare nel mondo dello spettacolo con un post sulla piattaforma social Weibo. La ragazza pubblica il video della sua prima canzone, volta proprio a sfruttare, come bieca operazione di marketing, la sua nomea di «principessa». Si intitola Backfire. Wang Huning, versato nella cultura pop, può generosamente definirlo «dimenticabile», e senz’altro si colloca ben lontano dalle vette di interesse globale raggiunte dal K-pop. Eppure questa ragazza privilegiata, che sognava di fare la ballerina e invece non balla bene nemmeno nel video, sa prendersi un po’ in giro da sola e gioca con lo stereotipo che le hanno cucito addosso. Tenta l’impresa impossibile di liberarsi dal confronto con la sorellastra. Meng Wanzhou non ha mai dormito per terra, al contrario di migliaia di altri dipendenti di Huawei che hanno donato il loro tempo alla grande rinascita cinese di Ren Zhengfei, e in verità ama passeggiare nella campagna provenzale per respirare il profumo di lavanda. Le vicende storiche l’hanno trasformata in un’eroina di guerra.
A Stanford, nella primavera 2024, Jensen Huang di Nvidia parla agli studenti con addosso il suo proverbiale giubbotto in pelle, l’armatura che sussurra a ogni ragazzo asiatico che studia ingegneria o informatica: «Non sei un perdente, sei un figo». Gli adoranti studenti di Stanford vogliono sapere come si diventa Jensen Huang, come si costruisce Nvidia, come si ottiene un tale successo, come si fanno un sacco di soldi. L’uomo col giubbotto in pelle dice loro: «A voi studenti di Stanford auguro ampie dosi di dolore e sofferenza». Senza il dolore e la sofferenza che ha conosciuto, senza aver pulito i bagni e i pavimenti delle sale da ping pong, senza quelle prove lui non sarebbe dove è. E come possono diventare Jensen Huang quei ragazzi, perlopiù fortunati e privilegiati, che non si sono forgiati nella sofferenza? Echeggiano nella sala di Stanford i versi dell’Agamennone: «Solo a colui che ha sofferto Dike consente di imparare». To pathei mathos.
Echeggiano anche nelle sale del ballo delle debuttanti e nei flash delle fotografie che Annabel Yao ha pagato coi soldi di suo padre. «Cosa e come imparerà, questa generazione?» è una domanda che Wang Huning si pone e alla quale non ha risposta, concentrato a ingabbiare l’inquietudine dei giovani negli schemi del Partito. Quasi tutti loro, i membri della burocrazia celeste che governa la Cina, hanno risposto in modo ipocrita. I loro parenti si sono arricchiti e i loro figli sono andati a studiare a Harvard, come la figlia del segretario generale Xi Jinping. America contro America. Cina contro Cina. La risposta alla domanda su quella generazione sta forse nell’effetto DeepSeek: milioni e milioni di cinesi, compresi i nuovi ricercatori di Nvidia e di tutte le altre aziende americane che dipendono dai cinesi, vedono che puoi essere Liang Wenfeng, e cioè che puoi studiare nelle università cinesi, arricchirti con un hedge fund, poi fondare un laboratorio di intelligenza artificiale di soli ricercatori cinesi e far parlare tutto il mondo di te, umiliando gli americani fino a renderli ridicoli. Milioni e milioni già lavorano, con una mobilitazione soverchiante, per essere Liang Wenfeng, essere il ragazzo con gli occhiali a cui il segretario generale deve stringere la mano per dare un segnale al popolo. Milioni e milioni sognano i robot che fanno le capriole di Unitree di Wang Xingxing. A fare le capriole non sono solo i robot. Sono coloro che li guardano. Ma non basta.
Nessuno può sapere se le nuove generazioni cinesi avranno la ferocia di Ren Zhengfei quando dice alla sua divisione smartphone Honor, che ha dovuto vendere per via delle sanzioni americane: «Da oggi diventate il più forte concorrente di Huawei. Sorpassate Huawei. E, mi raccomando, gridate: abbasso Huawei». Wang Huning pensa: «E tu, grande veterano della guerra con l’America, sapresti gridare: abbasso mia figlia? Sapresti valutare in modo obiettivo e feroce quello che ti riguarda intimamente? Oppure, pensi che il tuo potere e i tuoi sacrifici possano comprare il futuro di chi ami?».
Eppure, il singolo dimenticato di Annabel Yao costruisce, senza volerlo, un pezzo di storia. Per via del suo titolo, Backfire. La piccola principessa non e stata «prigioniera» degli avversari come la sorellastra, che ha avuto il privilegio di soffrire, ma la sua dimenticabile canzone ha descritto, con una parola, ciò che l’America sembra aver fatto all’azienda di suo padre e al processo tecnologico cinese. Backfire: lo sparo che ti si ritorce contro. Nel duello, uno sfodera l’arma per sparare, già vede il viso dell’avversario lacerato, già immagina il proprio inesorabile trionfo, e invece si spara addosso. L’apprendista stregone americano non conosce le potenze che ha evocato, perché non conosce chi sta combattendo. Il capitano Mahan, pensatore del potere marittimo dell’America, scrive all’inizio del Novecento che la Cina sembra incapace di svilupparsi senza aiuti esterni.
Chi è messo all’angolo viene aiutato a industriarsi, soprattutto se dispone della formidabile scala della Cina. Chi segue i reportage delle più brave giornaliste al mondo - le reporter di Nikkei Asia Cheng Ting-Fang e Lauly Li, con base a Taipei - sulla guerra dei chip, sa quello che le strutture degli Stati Uniti, e perfino le antenne del Partito comunista cinese, apprendono solo dopo: tutte le divisioni e sussidiarie di Huawei, tutti i surrogati sono soggetti alle sanzioni, ma spunta sempre un’altra azienda, un’altra linea di produzione, un’altra innovazione, un’altra base a Singapore o nelle altre terre di confine del Sud-Est asiatico, dove l’occhio degli Stati Uniti non arriva.
E poi, una volta che quella nuova azienda viene punita, ne spunta di nuovo un’altra, e il processo non finisce mai. Teoricamente, può avere una fine nel lungo periodo, ma questa fine e come il collasso cinese: nel tempo in cui si fanno i giochi, non arriva mai. Il solo mercato cinese non e abbastanza per tutto, ma è abbastanza per la disponibilità di capitale umano e, se c’è un numero sufficiente di persone che vogliono essere Liang Wenfeng di DeepSeek, l’effetto sarà riproducibile con le parole del pezzo di Annabel Yao: «Baby, I’m a backfire».
Mentre il presidente Trump proclama nel 2025 la nuova età dell’oro circondato dai suoi capitalisti, dai suoi sostenitori provvisori, pronti ad applaudire a ogni cosa e al suo contrario, Jensen Huang si trova in Cina. Certo, anche la sua Nvidia ha pagato l’obolo della cerimonia del 20 gennaio, come tutte le altre. «Perché è in Cina?», si chiede Wang Huning. Il Partito ha i mezzi per seguire Jensen Huang, per conoscere i dettagli dei suoi incontri, sapere a quali clienti e fornitori e interessato. Il Partito, in Cina, può sapere quello che gli americani, poveri di antenne nel vasto territorio cinese, non sapranno mai. Ma resta una domanda, in mezzo a tante, troppe informazioni, che confondono sempre rispetto all’essenziale: perché? Il fondatore di Nvidia, osserva Wang Huning, ha detto che Huawei è l’azienda tecnologica più formidabile della Cina, perché ha conquistato ogni mercato in cui è entrata. «La sua presenza nell’intelligenza artificiale aumenta ogni anno», ha sottolineato Jensen Huang, che quando è andato all’università di Hong Kong per ricevere un dottorato ha elogiato la Greater Bay Area, il suo ecosistema di talenti e di startup, e ha voluto ricordare che i centri di design di Hong Kong, Pechino e Shenzhen l’hanno aiutato a costruire la sua azienda, mentre costruivano il grande ecosistema della Cina. Un esercito di costruttori. Quando Jensen Huang si toglie il giubbotto in pelle e va a Washington, ai politici degli Stati Uniti ripete incessantemente un dato: «Il 50% dei ricercatori di intelligenza artificiale al mondo è cinese». «Del resto, anche lui è cinese», conclude Wang Huning.
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La Cassazione: «L’anticonformismo non è una malattia mentale Il trattamento coatto è lecito solo a protezione dell’individuo».
Cinque anni fa gli rovinarono la vita con un Tso, perché in classe non voleva indossare la mascherina durante l’emergenza Covid. L’allora diciottenne Valerio Tellenio, marchigiano, venne trattato come un pazzo e solo a fine 2025 è arrivata la parola fine a un accanimento vergognoso. La prima sezione della Corte di Cassazione ha dichiarato «la nullità del trattamento sanitario obbligatorio», disposto nei confronti dello studente il 5 maggio 2021.
Una sentenza da applaudire, per le motivazioni esposte dai giudici. Intanto il giovane, però, ha lasciato la scuola e nemmeno riesce a trovare un lavoro stabile «perché appena sentono il suo nome, commercianti e titolari di azienda lo associano al ragazzo rinchiuso dopo il Tso», spiega l’avvocato Nicola Peverelli, legale di Tellenio. Una storia incredibile, purtroppo come tante altre accadute durante la pandemia quando umanità, legalità, senso civico, rispetto dell’individuo finirono calpestati nel silenzio pressoché generale.
Valerio frequentava il penultimo anno dell’istituto professionale di Fano, i professori l’avevano descritto come uno studente bravo, attento. Desiderava solo tornare in classe, dopo i lunghi periodi della didattica a distanza che era stata imposta, ma non sopportava la mascherina, leggeva che le posizioni scientifiche erano molto diverse sulla protezione offerta da uno schermo facciale.
Per questo a scuola era stato ripreso più volte, la direttrice scolastica aveva chiamato i vigili e anche i carabinieri per allontanarlo dalla classe sebbene non fosse un disturbatore. Il 4 maggio 2021, stanco di continui richiami, si lega al banco con un lucchetto a catena per bicicletta, poi accetta di liberarsi. Il giorno seguente ci riprova, allora la preside chiama polizia e 118. «Valerio non si era messo a urlare, a rompere arredi scolastici. Protestava in silenzio, non faceva nulla di pericoloso per sé e per i compagni di classe», raccontò allora alla Verità l’avvocato.
Al pronto soccorso due medici decisero di applicargli il Tso perché il giovane «rappresentava una minaccia per la salute pubblica» e il sindaco di Fano Massimo Seri (eletto con il Pd, oggi in Azione) firmò «senza informarsi sul giovane. Nemmeno andò a parlargli, eppure era uno studente di 18 anni, mica un delinquente», spiegava Peverelli.
Senza che i genitori potessero opporsi, Valerio venne mandato nel dipartimento di salute mentale dell’ospedale San Salvatore Muraglia, a Pesaro. Ci restò quattro giorni, neanche fosse uno squilibrato da rinchiudere. Gli venne tolto il cellulare e il suo letto aveva le cinghie. Il giudice tutelare convalidò il Tso e i familiari di Valerio impugnarono quella convalida. Il Tribunale di Pesaro respinse il ricorso e la Corte d’appello di Ancona confermò la decisione di primo grado.
Per fortuna è intervenuta la Corte di Cassazione a riportare un po’ di giustizia nella vicenda del giovane di Fano. Il «Tso non è una misura di difesa sociale ma a tutela della salute dell’interessato», dichiarano i giudici della suprema Corte. Questo significa che «in casi limite, possano essere adottate misure contro la volontà del soggetto, anche quando le finalità di protezione sociale sono assenti, ma deve nondimeno proteggersi il bene salute in quanto espressione anch’esso della dignità dell’essere umano. Dignità significa, tuttavia, anche il diritto di potersi difendere quando sono adottate, o meglio si discute se debbano essere adottate, misure che comprimono la libertà personale, e il diritto della persona di partecipare, debitamente informato, ai processi in cui si discute del suo interesse».
Doveva essere sentito il ragazzo, il provvedimento che impone il ricovero coattivo fu adottato applicando una norma «dichiarata costituzionalmente illegittima» senza audizione del giovane, senza la comunicazione del Tso al legale. E il giudice tutelare non aveva effettuato «alcuna indagine», dalla quale sarebbe risultato evidente come il referto psichiatrico conteneva anche «una accurata descrizione dei comportamenti tenuti a scuola […] non di per sé sintomo di patologia».
Inoltre, altri psichiatri dopo il ricovero formularono una diagnosi «diversa da quella della psichiatra che aveva convalidato la proposta» del Tso, eppure i giudici d’Appello «trascurarono di verificare» questi elementi fondamentali. La sentenza afferma anche un sacrosanto principio, ovvero che la manifestazione di idee anticonvenzionali non rappresenta un segnale patologico che può dar luogo a un Tso: «Occorre anche superare lo stereotipo in virtù del quale ogni manifestazione di “alienazione” intesa come diversità rispetto ai modelli convenzionali costituisca di per sé indice di pericolosità e di malattia mentale, da contrastare necessariamente mediante una limitazione della libertà».
Uno studente di 18 anni che non aveva problemi mentali fu trattato come un pazzo furioso mentre aveva solo «convinzioni anticonvenzionali», affermano gli Ermellini. Chi paga per questa ingiustizia, ribadita anche in appello? «Non potrò mai cancellare quello che mi è accaduto», disse alla Verità il diciottenne che lasciò gli studi.
Adesso il legale, assieme all’avvocato dei genitori di Valerio, Isabella Giampaoli, presenterà azioni risarcitorie. E si attendono almeno le scuse dell’ex sindaco, Seri, eletto alle ultime Regionali nella lista «Matteo Ricci presidente». Pensare che lo scorso ottobre ebbe la faccia tosta di dichiarare: «L’elezione è anche un riconoscimento al mio impegno basato sui contenuti e sul rispetto delle persone».
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Il fumo si alza dal porto di La Guaira dopo che a Caracas, in Venezuela, sono state udite esplosioni e aerei a bassa quota (Getty Images)
Con un’operazione militare durata poche ore, i Navy Seal e la Dea hanno colpito basi e infrastrutture venezuelane, rimuovendo Nicolàs Maduro come capo di un’organizzazione di narcotraffico. L’iniziativa mira a colpire il regime senza coinvolgere la popolazione.
Con lo schieramento del gruppo d'attacco guidato dalla portaerei Gerard Ford, l'operazione per spodestare il presidente venezuelano Nicolàs Maduro aveva ampia scelta su come poter essere condotta. Nel momento in cui scriviamo, dopo la conferenza stampa di Trump, sappiamo che nella notte tra venerdì e sabato (le 7 del mattino in Italia), caccia F-35 hanno distrutto le poche batterie di missili e di sistemi contraerei delle forze venezuelane. E che tale missione è stata seguita dall'attacco di elicotteri AH-64 Apache con cannoni e razzi incendiari a corto raggio sull'aeroporto militare situato nel centro di Caracas, La Carlota, e sulla principale base militare venezuelana di Fuerte Tiuna.
Sarebbe stata colpita anche la rete di distribuzione dell'energia elettrica, con alcuni quartieri rimasti al buio, soprattutto quelli dove sono presenti le sedi dei ministeri governativi, in primis quello della Difesa e il Parlamento. Il governo venezuelano ha affermato che anche gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira sono stati bersagliati e che gli attacchi mirerebbero a impadronirsi degli impianti petroliferi e le delle miniere. Il resto lo hanno fatto le squadre speciali dei Navy Seal (lo stesso Corpo che ha catturato Bin Laden), trasportate dai più grandi elicotteri Boeing CH-47 Chinook, che hanno agito in coordinamento con gli agenti dell'antidroga (Dea, Drug Enforcement Administration), in quella che pare un’operazione militare speciale organizzata e condotta da manuale. Tutto è accaduto in poco più di cinque ore con un unico obiettivo reale definito da Donald Trump: rovesciare il governo di Nicolàs Maduro, ma comprendendo che non avrebbe potuto, né voluto, usare la forza contro i venezuelani in genere, ma contro un sistema definito da lui stesso un narco-Stato. Per questo da mesi la Cia e la Marina avevano intercettato, distruggendole, imbarcazioni usate per il trasporto di droga che Maduro aveva invece definito semplici pescherecci (ma dai filmati, non parevano certo lenti scafi da pesca, bensì veloci unità d'altura).
Caccia a un trafficante, non a un leader
Di fatto il presidente Trump ha impostato la sua iniziativa non come un’operazione politico-militare, ma come una missione di sicurezza interna per la quale aveva dichiarato. «Ogni carico di droga causa milioni di dollari di danni agli Stati Uniti».
Dunque Nicolàs Maduro, che insieme alla moglie sarebbero stati portati fuori dal loro Paese, non era un bersaglio come Capo di Stato ma perché capo di un’organizzazione di criminali che distribuiva droga. Quindi non un leader da eliminare come Saddam Hussein fu per Bush, ma un trafficante da incriminare per cospirazione e narcotraffico nonché di trasporto illegale di armi pesanti verso gli Usa. Come hanno anche dichiarato le Autorità federali degli Stati di Washington, New York e Florida lo scorso marzo. In questo modo Trump era pienamente legittimato ad agire e per i Democratici del Congresso Usa sarà molto difficile additare diversamente l'operazione anche se il Congresso non ha deliberato alcun provvedimento di guerra. È innegabile che tycoon abbia ottenuto alcuni obiettivi in un unico colpo: ha rimosso il capo di un regime ostile, ha inferto un duro colpo al traffico di droga, ha dimostrato di poter risolvere un'altra situazione che si trascinava da decenni e contro la quale le amministrazioni democratiche avevano fatto poco. Infine, ha mostrato di colpire senza esitare come ha fatto nel 2025 in Iran, Yemen e Africa. Un messaggio per i Paesi solidali con Caracas: Colombia (il cui confine con il Venezuela è sotto il controllo delle milizie ELN (Ejército de Liberación Nacional, non del governo), la Bolivia, m anche Turchia. Quanto alla dimostrazione di forza, le possibili reazioni militari venezuelane non sarebbero state in grado di impedirla o arginarla, tanto che al momento non si ha notizia di perdite tra i soldati statunitensi. Quanto al fin troppo citato «diritto internazionale», certamente questa è una aggressione, ma soltanto nella sinistra nostrana si tende a dimenticare che in guerra (perché sono stati impiegati i militari), tale diritto cessa di essere applicato.
Un governo di militari divenuti petrolieri e rischio guerra civile
In Europa e in Italia dobbiamo essere realisti: l'arresto del leader di Caracas è un fatto violento ma per noi costituisce una notizia ottima come lo è per il futuro del Venezuela. Sempre che l'arresto del presidente coincida anche con la fine del suo governo, poiché la vicepresidente Delcy Rodríguez sarebbe ancora in carica e ha subito chiesto a Washington una dimostrazione sul fatto che l'ormai ex presidente e sua moglie Cilia Flores siano vivi. Lo ha fatto mentre sospendeva le garanzie istituzionali sui diritti civili derivanti dall'entrata del Paese in stato d'emergenza. Ricordiamo che il governo venezuelano è composto in larga parte da ex-militari divenuti ministri, gli stessi soggetti che dirigono gli impianti petroliferi e guadagnano da essi. C'è poi un lato meno probabile ma comunque possibile in questa vicenda: con questa operazione gli Usa potrebbero aver salvato il presidente da una popolazione inferocita e soprattutto dai capi dei narcotrafficanti che le accuse statunitensi vogliono complici e sostenitori del suo regime. Soltanto se Maduro fosse in futuro riconsegnato ai venezuelani per essere processato in patria, magari da un governo più democratico meno ostile a Washington, allora si potrà dire che l'operazione voluta da Trump sarà stata positiva. Se invece il leader rimosso sarà processato e detenuto negli Usa, ovvero questa volta sarà del tutto ignorato il diritto internazionale, allora ci sarà un doppio rischio: quello di una guerra civile in Venezuela e quello di una perdita di popolarità per il Tycoon proprio a ridosso delle elezioni di medio termine. Nelle ore subito successive ai fatti è già apparsa un fotografia che il 3 gennaio sembra la una copertina del 2026: Nicolàs Maduro stretto tra due agenti della Dea, apparentemente scesi da un jet executive a New York, un aeroplano in grado di fare viaggi intercontinentali ma non di decollare dalla portaerei Ford.
Dunque vicino alla capitale, oppure in uno stato amico degli Usa, c'era una base aerea sicura nella quale trasferire «l'obiettivo pregiato» dall'elicottero sul quale lo avevano messo i Navy Seal e gli agenti della Dea e consentire il trasferimento nelle prigioni Usa. Le prossime ore saranno fondamentali per capire che cosa accadrà al prezzo del barile di petrolio, se Putin era stato informato e se ci saranno sviluppi positivi per il nostro connazionale Alberto Trentini, cooperante in carcere da mesi senza un'accusa precisa.
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Masoud Pezeshkian (Ansa)
Continuano le proteste contro il regime di Teheran: commercianti e mercanti furiosi per il crollo della valuta nazionale, il rial ha perso il 60% del suo valore dall’estate scorsa. Avvertimento dagli Usa: se uccidete i manifestanti interverremo militarmente.
L’Iran torna al centro dell’attenzione internazionale. La Repubblica Islamica è scossa da disordini in oltre trenta città, da Fasa a Lordegan, oltre alla capitale Teheran. Secondo alcune fonti, difficili da verificare, i disordini iniziati domenica scorsa hanno causato sette morti, 33 feriti e 119 arresti.
Le notizie sono frammentarie a causa della difficoltà di comunicazione con un Paese sempre più arroccato. Il potere della Guida Suprema, l’ottantaseienne Ali Khamenei, scivola in un viale del tramonto segnato dalla fragilità fisica e politica, mentre per le strade dell’Iran la popolazione manifesta la propria rabbia contro il regime.
A differenza delle precedenti ondate di dissenso, la scintilla che sta incendiando il Paese in questi giorni non è divampata nelle università, ma nel cuore dell’economia tradizionale, il Grande Bazaar di Teheran. Sono i commercianti e i mercanti, un pilastro storico della società iraniana, ad aver dato il via alle proteste dopo un crollo verticale della valuta nazionale, il rial, che ha perso il 60% del suo valore dall’estate scorsa. L’inflazione alimentare ha raggiunto il 64,2%, la seconda più alta al mondo, rendendo i beni di prima necessità un lusso inaccessibile per milioni di famiglie. Il regime scricchiola sotto la pressione delle sanzioni. La catastrofe economica è il risultato delle sanzioni internazionali che dal 2018 isolano il Paese dal sistema finanziario globale. L’Iran, pur essendo una superpotenza energetica, vive il paradosso di un’economia in bancarotta. Il regime dispone delle maggiori riserve di petrolio e gas al mondo, ma ne vende meno di due milioni di barili al giorno quasi esclusivamente alla Cina, ben al di sotto della produzione potenziale. In più, la sua capacità di raffinazione rimane limitata.
Questo squilibrio, unito all’impossibilità di accedere ai mercati dei capitali, genera flussi economici negativi che prosciugano le riserve nazionali, lasciando la popolazione nell'oscurità a causa di continui blackout elettrici e razionamenti idrici. I consumatori iraniani, abituati a beni europei, hanno dovuto adattare i consumi a causa del riorientamento degli scambi commerciali verso Cina e Russia, mentre l’inflazione colpisce il potere d’acquisto.
Sul piano militare, il mito dell’invincibilità della Repubblica Islamica è stato sepolto sotto le macerie della guerra dei dodici giorni dello scorso giugno. L’attacco combinato di Israele e Stati Uniti ha messo a nudo la vulnerabilità di Teheran. Israele ha colpito con attacchi mirati installazioni militari e città, mentre gli Usa hanno lanciato bombe anti-bunker sui siti nucleari tra le montagne dell’Iran, distruggendo le ambizioni nucleari iraniane. Il regime ne è uscito indebolito, considerato incapace di controllare il proprio spazio aereo e infiltrato dall’intelligence nemica.
La deterrenza degli Ayatollah appare oggi molto meno temibile di un anno fa, ma il regime di Teheran continua a mostrare il suo volto brutale. Circa un mese fa l’attivista e Premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi è stata nuovamente arrestata a Mashhad, brutalmente picchiata dalle forze di sicurezza nonostante le precarie condizioni di salute. Nelle strade di Teheran si nota un insolito allentamento delle rigide norme sul velo. Molte donne non lo indossano più e la polizia morale sembra essere scomparsa dalle strade. Non si tratta però di una vera riforma. Come sottolineato da alcune fonti interne riportate dai quotidiani americani, queste aperture sul velo sono solo un allentamento momentaneo dettato dalla paura. Il regime, preoccupato dalla possibile insurrezione generale, preferisce non inasprire ulteriormente gli animi su questioni sociali.
Restano i numeri agghiaccianti delle esecuzioni compiute in Iran nel 2025: oltre 1.870 persone messe a morte dal governo, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Solo dal primo novembre sono state eseguite più di 490 condanne.
In questo scenario, il presidente americano Donald Trump, dopo il vertice a Palm Beach con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ha lanciato un avvertimento attraverso i social media. Trump ha diffidato esplicitamente il regime iraniano dall’aprire il fuoco sulla folla in rivolta, dichiarando che gli Stati Uniti sono carichi e pronti a intervenire militarmente se Teheran dovesse rispondere con il sangue alle proteste pacifiche: «Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti d'America verranno in loro soccorso. Siamo pronti a partire», ha dichiarato il presidente sui social media. Gli ha risposto prontamente Ali Larijani, consigliere di Ali Khamenei, che sul social X ha scritto: «Trump dovrebbe sapere che qualsiasi interferenza americana in questa questione interna equivarrebbe a destabilizzare l’intera regione e a danneggiare gli interessi americani. Dovrebbe stare attento con i suoi soldati».
L’atteggiamento degli Stati Uniti, che parallelamente proseguono i negoziati sul nucleare con Teheran, sarà fondamentale per capire come la vicenda potrà evolversi.
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