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2025-03-17
Dioniso è tornato in città. Così Fitzgerald e Ellis cantano il lato funebre dell’edonismo
Bret Easton Ellis (Ansa)
Per qualche istante fugace, fu Dioniso scatenato. La musica era forte e ritmata, il sudore imperlava le schiene e le fronti, i sorrisi erano smaglianti. Il denaro fluiva rapido, tutto sembrava facile e raggiungibile. Non è forse così il paradiso in terra? «Fu l’età dei miracoli, l’età dell’arte, l’età degli eccessi, e l’età della satira», così la rimpiangeva Francis Scott Fitzgerald. «Era la generazione in cui le ragazze si raffiguravano come maschiette, la generazione che corrompeva i più vecchi e che superò sé stessa più per mancanza di gusto che per mancanza di principi morali», raccontava lo scrittore americano che in quegli anni infilava il capo in una nube di profumo di successo. «Se solo uno potesse mostrare il 1922! Fu l’anno in cui la giovane generazione toccò l’apice, perché anche se l’Età del jazz continuò, fu sempre meno una questione di gioventù. Gli strascichi furono come una festa per bambini in cui i grandi prendono il sopravvento, lasciando i bambini perplessi, piuttosto trascurati e piuttosto spaesati. Nel 1923, i più grandi, stanchi di stare a guardare il carnevale con malcelata invidia, avevano scoperto che l’alcol giovane aveva preso il posto del sangue giovane, e un urlo diede inizio all’orgia».
Fu Dioniso scatenato, dunque. «Una razza intera diventava edonistica, abbracciando il piacere. Le precoci intimità della giovane generazione ci sarebbero state con o senza il proibizionismo; erano insite nel tentativo di adattare le usanze inglesi al contesto americano». Era l’età del jazz, e Francis era il suo profeta. Proprio lui, cattolico in un mondo protestante, bianco-bianco d’origini irlandesi, nato addirittura nel Minnesota. Che c’entrava, lui, con il jazz della metropoli, con i drink annacquati e le sale da ballo, con le lusinghe di Los Angeles e i fumi di New York? La Grande Mela lo attirava, i genitori acconsentirono a iscriverlo a Princeton, che lo rese uno scrittore (fu lì, tra l’altro, che conobbe il futuro critico Edmund Wilson, divenuto suo affezionato amico).
Francis sognava l’aristocrazia del Sud, la nobiltà d’animo, la cortesia e l’eroismo virile. Non ottenne nulla di tutto ciò. In cambio ebbe fama e dolore. Nel 1920 uscì il suo primo romanzo, Di qua dal paradiso, che il glorioso editor Max Perkins aveva curato per l’editore Scribner. In un lampo, Francis non era più il ragazzino che bramava la gloria militare ma si fece tutta la prima guerra mondiale rimpallando per gli Stati Uniti. Era diventato Scott Fitzgerald, il canto dell’età del jazz, il giovane prodigio: una celebrità.
«Nel suo percorso verso la rispettabilità, la parola Jazz ha significato prima di tutto sesso, poi ballo e infine musica», scrisse parecchi anni dopo. «Essa viene associata a uno stato di eccitazione nervosa, non dissimile da quello delle grandi città a ridosso di un fronte di guerra. Per molti inglesi la guerra non è mai finita perché tutte le forze che li minacciano sono ancora attive - e dunque mangiamo, beviamo e siamo felici perché domani saremo morti. Ma diverse erano le cause che avevano dato luogo a un’analoga situazione in America; sebbene ci fossero intere categorie di persone (i cinquantenni, per esempio) che passarono un decennio a negarne l’esistenza, anche quando la sua faccia dispettosa faceva capolino nella cerchia famigliare. Essi non si sognavano nemmeno di aver contribuito alla sua comparsa. […] Donne dai capelli argentei e uomini dai bei volti anziani, gente che non ha mai fatto consapevolmente nulla di disonesto in tutta la vita, continuano a rassicurarsi vicendevolmente nei residence di New York, Boston e Washington ripetendo che “sta crescendo un’intera generazione di giovani che non conoscerà mai il sapore dell’alcol”. Nel frattempo, nei convitti, le loro nipoti si passano la copia consumata de L’amante di Lady Chatterley e, semmai cominciano a viaggiare, a sedici anni conoscono già il sapore del gin e del bourbon». Dioniso era in città: avevano provato a scacciarlo ma era ritornato più forte di prima. Non restava che abbandonarsi al suo ballo, fingendo almeno per un po’ che non fosse una danza macabra.
Francis Scott Fitzgerald ha 24 anni e viene da Princeton quando pubblica il primo besteller. Bret Easton Ellis proviene da Camden e ne ha appena 22 quando il mondo si accorge di lui per Meno di zero. In Lunar Park, a metà tra finzione e autobiografia, racconta così la sua ascesa: «Da studente, al Camden College nel New Hampshire, mi ero iscritto a un corso di scrittura creativa e nell’inverno del 1983 avevo tirato fuori un manoscritto che alla fine era diventato Meno di zero. Raccontava per filo e per segno le vacanze di Natale a Los Angeles - per la precisione a Beverly Hills - di uno studente ricco, alienato e sessualmente ambiguo, iscritto a un college della costa orientale, descrivendo tutte le feste per cui vagava e tutte le droghe che prendeva e tutte le ragazze e i ragazzi con cui faceva sesso e tutti gli amici che osservava passivamente mentre si perdevano nella tossicodipendenza, nella prostituzione e in una smisurata apatia; giorni passati correndo strafatti di Nembutal con bellissime bionde su cabriolet scintillanti verso la spiaggia; notti perdute nelle sale vip dei club alla moda e tirando cocaina ai tavoli in vetrina di Spago».
Non è più l’età del jazz, sono i plastificati anni Ottanta. Ma le luci sono di nuovo accese, la musica torna a essere alta, i vestiti sono elegantissimi e le scarpe brillano. La nuova generazione si annoia con gin e bourbon: preferisce le droghe. Bret, come Francis, è il cantore della sua generazione, è una celebrità, è uno Scott Fitzgerald sotto anfetamine e amplificato da Mtv. Belli e dannati, come il romanzo di Fitzgerald del 1922. Bret e Francis sono, a tratti, la stessa persona, mezzo secolo dopo o poco più. Lo ha certificato sulla Stampa Giuseppe Culicchia, che ha tradotto le opere di entrambi: «Tante, forse troppe le similitudini che la vita ha riservato ai due scrittori», ha scritto. «Come Scott, Bret in giovane età ha conosciuto grazie ai suoi libri una fortuna e una popolarità straordinarie. E alla pari del primo, di cui scrivevano non solo le pagine culturali ma anche quelle in cui di Fitzgerald si documentavano i viaggi in transatlantico e la vita scintillante tra Parigi e la Costa Azzurra in compagnia di Hemingway o Picasso, anche lui si è ritrovato non solo sul Times Literary Supplement ma anche nella sezione gossip dedicata da quotidiani e riviste al jet-set newyorkese assieme a Jay McInerney o Jean-Michel Basquiat. Entrambi, all’indomani di quel successo che non a caso il nostro Ennio Flaiano definiva come il participio passato di succedere, a un certo punto delle rispettive carriere letterarie hanno tentato la strada di Hollywood, ed entrambi hanno scoperto di non essere fatti per gli schemi assai rigidi della Mecca del Cinema. Dopo il crollo di Wall Street del 1929 il mondo era cambiato, e agli occhi dei produttori le storie e i personaggi di Scott non funzionavano più. Quanto alle storie e ai personaggi di Bret, non potevano e non possono certo funzionare a Hollywood».
Due autori diversi, la stessa persona, persino le date fatidiche si inseguono. Nel 1925, cento anni fa, Francis Scott Fitzgerald pubblica Il Grande Gatbsy, e si consegna senza saperlo all’immortalità. Meno di zero di Bret è del 1985, Lunar Park che ne ricorda i fasti è del 2005. Vent’anni dopo, pochi giorni fa, nelle librerie italiane è uscita la versione tascabile di Le schegge, il suo ultimo, straordinario romanzo. Che cos’hanno in comune questi libri? La rabdomanzia. Hanno raccontato anche il ritorno di Dioniso, certo, ma nel crepuscolo che dipingevano hanno saputo indovinare le profondità delle tenebre in arrivo. Dalle opere di Francis come da quelle di Bret esala, tremendo, il fetore marcio del crollo.
I primi romanzi di Bret Easton Ellis erano - a sentire lui - «un atto d’accusa non solo a uno stile di vita che mi era familiare ma anche - pensavo con una certa presunzione - ai reaganiani anni Ottanta e, indirettamente, alla civiltà occidentale contemporanea». I successivi hanno sancito la distruzione di una generazione, la decadenza della civiltà. Dietro i sorrisi smaltati s’annidava l’incubo. Tama Janowitz che negli Ottanta fu compagna di scorribande e successo di Bret e ora in Italia è pressoché sconosciuta (ci è voluta la coraggiosa Accento edizioni per ristampare il suo piccolo gioiello Schiavi di New York, con prefazione di Veronica Raimo) lo ha scritto chiaro: «Per me gli altri esseri umani sono un misto di vipere, scimpanzé e formiche, una massa virtualmente indistinguibile… che si annusa le dita e stupra». Sembra la descrizione di Patrick Bateman, il serial killer che Ellis ha evocato nel suo capolavoro American Psycho e che ancora lo perseguita. Dietro lo sfavillio delle mille luci di New York si nascondeva il mostro, l’ombra. Dietro il sorriso alcolico di Dioniso, ecco Kali la sanguinaria, pronta al massacro.
L’era dionisiaca finisce sempre nel sangue, nella mattanza. Se ne accorse Fitzgerald che, alla metà degli anni Trenta, constatava: «I miei contemporanei cominciarono a scomparire nelle oscure fauci della violenza. Un mio compagno di classe aveva ucciso la moglie e sé stesso a Long Island, un altro era “accidentalmente” precipitato da un grattacielo di Philadelphia, un altro si era volutamente gettato da un grattacielo di New York. Uno era stato ucciso in uno spaccio clandestino di alcolici a Chicago; un altro lo avevano picchiato a sangue in uno spaccio clandestino di New York e si era rifugiato al Princeton Club, dove era morto; un altro ancora si era fatto spaccare la testa dall’ascia di un folle nel manicomio in cui era rinchiuso. Non furono catastrofi che mi sporsi a guardare: si trattava di miei amici; e per giunta, non erano successe durante la depressione, ma durante il boom economico».
Le bellezza dell’effimero è il maquillage del naufragio. Fitzgerald intravedeva l’angoscia e lo spaesamento dell’America, al pari del pittore suo contemporaneo Edward Hopper. «Nei quadri di Hopper», ha scritto il poeta Mark Strand, «ad accadere sono le cose che hanno a che fare con l’attesa. Le persone di Hopper paiono non avere occupazioni di sorta. Sono come personaggi abbandonati dai loro copioni che ora, intrappolati nello spazio della propria attesa, devono farsi compagnia da sé, senza una chiara destinazione, senza futuro». Così sono i ricchi e belli di Fitzgerald: anime dannate che si scaldano davanti agli ultimi fuochi. Così, in larga parte, sono i personaggi di Bret Easton Ellis, i nostri contemporanei. Il jazz e il pop, in lontananza, hanno una cadenza funebre.
Vettriano, il «signore delle ombre» snobbato dai critici perché popolare
Jack Vettriano, nato a Methil in Scozia nel 1951, è morto il primo di marzo. Per la prima volta l’Italia ospitava una sua grande mostra (a Palazzo Pallavicini a Bologna, aperta fino a luglio) e lui se n’è andato un paio di giorni dopo l’inaugurazione, quasi di soppiatto. Sorprendente coincidenza. Ma ancora più sorprendente è che di mostre di Vettriano - grandi mostre, di quelle con ampio apparato pubblicitario - non ne siano mai state realizzate. Non circolano suoi libri illustrati né merchandise. Eppure il pittore scozzese è stato per decenni tra gli artisti più popolari. Dipende probabilmente dal fatto che i critici, quasi tutti, non gli hanno mai perdonato il successo, il fatto che le sue opere risultassero gradite a molti, adatte ai tempi. L’arte contemporanea richiede più elaborazione concettuale, più impegno sociale e politico, più fuffa concettosa. Vettriano invece veniva da un altro tempo, dipingeva un altro mondo. Era sospeso nell’età del jazz. Scrive Francesca Bogliolo nell’introduzione al catalogo della mostra che «l’arte diviene per Vettriano occasione di introspezione e confronto con condizioni opposte, parti inconciliabili, conflittuali eppure necessarie, inevitabili. La musica a cui sembra rispondere questo sentimento è senza dubbio il jazz: per questo motivo i titoli delle sezioni di questa mostra si ispirano al genere musicale che Jack Vettriano ascolta durante la creazione delle sue opere, tanto da accompagnarne il naturale fluire. [...] Vettriano sa invitare a danzare, corteggia lo sguardo, lo accompagna al ballo senza fine della vita e lo consegna di volta in volta nelle mani di nostalgia, mistero, solitudine, intimità, fino a congedarsi con un inchino».
Un pittore da un altro tempo. Che ritirare donne e uomini anzi maschi e femmine e la loro sensualità, sempre con un lato in ombra. Oleoso sulla superficie, accattivante. Ma il crollo è sempre in agguato, la dissoluzione si avverte, la solitudine aleggia. Dicono che assomigli a Edward Hopper, anzi che lo copiasse. E certo delle somiglianze vi sono. Ma Vettriano è più oscuro. Hopper tenta, tramite la luce, di farsi investire dalla speranza. Vettriano è una superficie liscia, un completo stirato, una acconciatura fresca di parrucchiere, ma con il baratro aperto sotto i piedi. Un buco da cui il desiderio e altre passioni divoranti possono sbucare all’improvviso.
«Tra le sue opere, luce e oscurità si alternano, la presenza convive con l’assenza, la forma dialoga con il contenuto», scrive Bogliolo.
Come tanti artisti inzuppati in atmosfere più o meno decadenti, Vettriano ha venerato la femminilità, senza però ignorarne l’aspetto terribile. «Seducenti e romantiche, le donne di Vettriano occupano la tela con l’eleganza e la raffinatezza delle femme fatale, dive ammalianti eppure irraggiungibili», dice Bogliolo. Gli uomini, invece, «affascinanti e autorevoli, sembrano tuttavia possessori di un potere effimero e apparente, capace di vacillare davanti al colore di un rossetto, a un paio di tacchi a spillo, al bordo sottile di una veste. La passione è misurata, mai volgare, la tensione palpabile, le atmosfere rarefatte. La vita e l’immaginazione vanno sfumando i propri confini, compenetrandosi e sovrapponendosi al pari della luce e del buio. L’amore per la vita è nascosto tra i dettagli, che aprono a una narrazione dagli infiniti finali: in un barlume di luce è nascosto il segreto dell’ombra». Vettriano è lo sfavillio dell’età del jazz, con il crollo in agguato. I critici lo hanno detestato, il pubblico lo ha adorato. Chissà quanti ne hanno avvertito davvero il sotterraneo tormento.
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Cento anni fa «Il Grande Gatsby» celebrava gli eccessi di una civiltà già segnata dai germi del disfacimento. Motivi che ci suonano sinistramente familiari. Non a caso ritornano nell’opera dell’autore de «Le schegge».Il pittore scozzese si è spento a inizio marzo, proprio mentre l’Italia per la prima volta ospita una sua mostra (a Bologna). Un’occasione per dare un ultimo tributo a un artista paragonato a Hopper, ma più tormentatoLo speciale contiene due articoliPer qualche istante fugace, fu Dioniso scatenato. La musica era forte e ritmata, il sudore imperlava le schiene e le fronti, i sorrisi erano smaglianti. Il denaro fluiva rapido, tutto sembrava facile e raggiungibile. Non è forse così il paradiso in terra? «Fu l’età dei miracoli, l’età dell’arte, l’età degli eccessi, e l’età della satira», così la rimpiangeva Francis Scott Fitzgerald. «Era la generazione in cui le ragazze si raffiguravano come maschiette, la generazione che corrompeva i più vecchi e che superò sé stessa più per mancanza di gusto che per mancanza di principi morali», raccontava lo scrittore americano che in quegli anni infilava il capo in una nube di profumo di successo. «Se solo uno potesse mostrare il 1922! Fu l’anno in cui la giovane generazione toccò l’apice, perché anche se l’Età del jazz continuò, fu sempre meno una questione di gioventù. Gli strascichi furono come una festa per bambini in cui i grandi prendono il sopravvento, lasciando i bambini perplessi, piuttosto trascurati e piuttosto spaesati. Nel 1923, i più grandi, stanchi di stare a guardare il carnevale con malcelata invidia, avevano scoperto che l’alcol giovane aveva preso il posto del sangue giovane, e un urlo diede inizio all’orgia».Fu Dioniso scatenato, dunque. «Una razza intera diventava edonistica, abbracciando il piacere. Le precoci intimità della giovane generazione ci sarebbero state con o senza il proibizionismo; erano insite nel tentativo di adattare le usanze inglesi al contesto americano». Era l’età del jazz, e Francis era il suo profeta. Proprio lui, cattolico in un mondo protestante, bianco-bianco d’origini irlandesi, nato addirittura nel Minnesota. Che c’entrava, lui, con il jazz della metropoli, con i drink annacquati e le sale da ballo, con le lusinghe di Los Angeles e i fumi di New York? La Grande Mela lo attirava, i genitori acconsentirono a iscriverlo a Princeton, che lo rese uno scrittore (fu lì, tra l’altro, che conobbe il futuro critico Edmund Wilson, divenuto suo affezionato amico).Francis sognava l’aristocrazia del Sud, la nobiltà d’animo, la cortesia e l’eroismo virile. Non ottenne nulla di tutto ciò. In cambio ebbe fama e dolore. Nel 1920 uscì il suo primo romanzo, Di qua dal paradiso, che il glorioso editor Max Perkins aveva curato per l’editore Scribner. In un lampo, Francis non era più il ragazzino che bramava la gloria militare ma si fece tutta la prima guerra mondiale rimpallando per gli Stati Uniti. Era diventato Scott Fitzgerald, il canto dell’età del jazz, il giovane prodigio: una celebrità.«Nel suo percorso verso la rispettabilità, la parola Jazz ha significato prima di tutto sesso, poi ballo e infine musica», scrisse parecchi anni dopo. «Essa viene associata a uno stato di eccitazione nervosa, non dissimile da quello delle grandi città a ridosso di un fronte di guerra. Per molti inglesi la guerra non è mai finita perché tutte le forze che li minacciano sono ancora attive - e dunque mangiamo, beviamo e siamo felici perché domani saremo morti. Ma diverse erano le cause che avevano dato luogo a un’analoga situazione in America; sebbene ci fossero intere categorie di persone (i cinquantenni, per esempio) che passarono un decennio a negarne l’esistenza, anche quando la sua faccia dispettosa faceva capolino nella cerchia famigliare. Essi non si sognavano nemmeno di aver contribuito alla sua comparsa. […] Donne dai capelli argentei e uomini dai bei volti anziani, gente che non ha mai fatto consapevolmente nulla di disonesto in tutta la vita, continuano a rassicurarsi vicendevolmente nei residence di New York, Boston e Washington ripetendo che “sta crescendo un’intera generazione di giovani che non conoscerà mai il sapore dell’alcol”. Nel frattempo, nei convitti, le loro nipoti si passano la copia consumata de L’amante di Lady Chatterley e, semmai cominciano a viaggiare, a sedici anni conoscono già il sapore del gin e del bourbon». Dioniso era in città: avevano provato a scacciarlo ma era ritornato più forte di prima. Non restava che abbandonarsi al suo ballo, fingendo almeno per un po’ che non fosse una danza macabra.Francis Scott Fitzgerald ha 24 anni e viene da Princeton quando pubblica il primo besteller. Bret Easton Ellis proviene da Camden e ne ha appena 22 quando il mondo si accorge di lui per Meno di zero. In Lunar Park, a metà tra finzione e autobiografia, racconta così la sua ascesa: «Da studente, al Camden College nel New Hampshire, mi ero iscritto a un corso di scrittura creativa e nell’inverno del 1983 avevo tirato fuori un manoscritto che alla fine era diventato Meno di zero. Raccontava per filo e per segno le vacanze di Natale a Los Angeles - per la precisione a Beverly Hills - di uno studente ricco, alienato e sessualmente ambiguo, iscritto a un college della costa orientale, descrivendo tutte le feste per cui vagava e tutte le droghe che prendeva e tutte le ragazze e i ragazzi con cui faceva sesso e tutti gli amici che osservava passivamente mentre si perdevano nella tossicodipendenza, nella prostituzione e in una smisurata apatia; giorni passati correndo strafatti di Nembutal con bellissime bionde su cabriolet scintillanti verso la spiaggia; notti perdute nelle sale vip dei club alla moda e tirando cocaina ai tavoli in vetrina di Spago».Non è più l’età del jazz, sono i plastificati anni Ottanta. Ma le luci sono di nuovo accese, la musica torna a essere alta, i vestiti sono elegantissimi e le scarpe brillano. La nuova generazione si annoia con gin e bourbon: preferisce le droghe. Bret, come Francis, è il cantore della sua generazione, è una celebrità, è uno Scott Fitzgerald sotto anfetamine e amplificato da Mtv. Belli e dannati, come il romanzo di Fitzgerald del 1922. Bret e Francis sono, a tratti, la stessa persona, mezzo secolo dopo o poco più. Lo ha certificato sulla Stampa Giuseppe Culicchia, che ha tradotto le opere di entrambi: «Tante, forse troppe le similitudini che la vita ha riservato ai due scrittori», ha scritto. «Come Scott, Bret in giovane età ha conosciuto grazie ai suoi libri una fortuna e una popolarità straordinarie. E alla pari del primo, di cui scrivevano non solo le pagine culturali ma anche quelle in cui di Fitzgerald si documentavano i viaggi in transatlantico e la vita scintillante tra Parigi e la Costa Azzurra in compagnia di Hemingway o Picasso, anche lui si è ritrovato non solo sul Times Literary Supplement ma anche nella sezione gossip dedicata da quotidiani e riviste al jet-set newyorkese assieme a Jay McInerney o Jean-Michel Basquiat. Entrambi, all’indomani di quel successo che non a caso il nostro Ennio Flaiano definiva come il participio passato di succedere, a un certo punto delle rispettive carriere letterarie hanno tentato la strada di Hollywood, ed entrambi hanno scoperto di non essere fatti per gli schemi assai rigidi della Mecca del Cinema. Dopo il crollo di Wall Street del 1929 il mondo era cambiato, e agli occhi dei produttori le storie e i personaggi di Scott non funzionavano più. Quanto alle storie e ai personaggi di Bret, non potevano e non possono certo funzionare a Hollywood».Due autori diversi, la stessa persona, persino le date fatidiche si inseguono. Nel 1925, cento anni fa, Francis Scott Fitzgerald pubblica Il Grande Gatbsy, e si consegna senza saperlo all’immortalità. Meno di zero di Bret è del 1985, Lunar Park che ne ricorda i fasti è del 2005. Vent’anni dopo, pochi giorni fa, nelle librerie italiane è uscita la versione tascabile di Le schegge, il suo ultimo, straordinario romanzo. Che cos’hanno in comune questi libri? La rabdomanzia. Hanno raccontato anche il ritorno di Dioniso, certo, ma nel crepuscolo che dipingevano hanno saputo indovinare le profondità delle tenebre in arrivo. Dalle opere di Francis come da quelle di Bret esala, tremendo, il fetore marcio del crollo.I primi romanzi di Bret Easton Ellis erano - a sentire lui - «un atto d’accusa non solo a uno stile di vita che mi era familiare ma anche - pensavo con una certa presunzione - ai reaganiani anni Ottanta e, indirettamente, alla civiltà occidentale contemporanea». I successivi hanno sancito la distruzione di una generazione, la decadenza della civiltà. Dietro i sorrisi smaltati s’annidava l’incubo. Tama Janowitz che negli Ottanta fu compagna di scorribande e successo di Bret e ora in Italia è pressoché sconosciuta (ci è voluta la coraggiosa Accento edizioni per ristampare il suo piccolo gioiello Schiavi di New York, con prefazione di Veronica Raimo) lo ha scritto chiaro: «Per me gli altri esseri umani sono un misto di vipere, scimpanzé e formiche, una massa virtualmente indistinguibile… che si annusa le dita e stupra». Sembra la descrizione di Patrick Bateman, il serial killer che Ellis ha evocato nel suo capolavoro American Psycho e che ancora lo perseguita. Dietro lo sfavillio delle mille luci di New York si nascondeva il mostro, l’ombra. Dietro il sorriso alcolico di Dioniso, ecco Kali la sanguinaria, pronta al massacro.L’era dionisiaca finisce sempre nel sangue, nella mattanza. Se ne accorse Fitzgerald che, alla metà degli anni Trenta, constatava: «I miei contemporanei cominciarono a scomparire nelle oscure fauci della violenza. Un mio compagno di classe aveva ucciso la moglie e sé stesso a Long Island, un altro era “accidentalmente” precipitato da un grattacielo di Philadelphia, un altro si era volutamente gettato da un grattacielo di New York. Uno era stato ucciso in uno spaccio clandestino di alcolici a Chicago; un altro lo avevano picchiato a sangue in uno spaccio clandestino di New York e si era rifugiato al Princeton Club, dove era morto; un altro ancora si era fatto spaccare la testa dall’ascia di un folle nel manicomio in cui era rinchiuso. Non furono catastrofi che mi sporsi a guardare: si trattava di miei amici; e per giunta, non erano successe durante la depressione, ma durante il boom economico».Le bellezza dell’effimero è il maquillage del naufragio. Fitzgerald intravedeva l’angoscia e lo spaesamento dell’America, al pari del pittore suo contemporaneo Edward Hopper. «Nei quadri di Hopper», ha scritto il poeta Mark Strand, «ad accadere sono le cose che hanno a che fare con l’attesa. Le persone di Hopper paiono non avere occupazioni di sorta. Sono come personaggi abbandonati dai loro copioni che ora, intrappolati nello spazio della propria attesa, devono farsi compagnia da sé, senza una chiara destinazione, senza futuro». Così sono i ricchi e belli di Fitzgerald: anime dannate che si scaldano davanti agli ultimi fuochi. Così, in larga parte, sono i personaggi di Bret Easton Ellis, i nostri contemporanei. Il jazz e il pop, in lontananza, hanno una cadenza funebre. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dioniso-e-tornato-in-citta-cosi-fitzgerald-e-ellis-cantano-il-lato-funebre-delledonismo-2671337402.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vettriano-il-signore-delle-ombre-snobbato-dai-critici-perche-popolare" data-post-id="2671337402" data-published-at="1742149791" data-use-pagination="False"> Vettriano, il «signore delle ombre» snobbato dai critici perché popolare Jack Vettriano, nato a Methil in Scozia nel 1951, è morto il primo di marzo. Per la prima volta l’Italia ospitava una sua grande mostra (a Palazzo Pallavicini a Bologna, aperta fino a luglio) e lui se n’è andato un paio di giorni dopo l’inaugurazione, quasi di soppiatto. Sorprendente coincidenza. Ma ancora più sorprendente è che di mostre di Vettriano - grandi mostre, di quelle con ampio apparato pubblicitario - non ne siano mai state realizzate. Non circolano suoi libri illustrati né merchandise. Eppure il pittore scozzese è stato per decenni tra gli artisti più popolari. Dipende probabilmente dal fatto che i critici, quasi tutti, non gli hanno mai perdonato il successo, il fatto che le sue opere risultassero gradite a molti, adatte ai tempi. L’arte contemporanea richiede più elaborazione concettuale, più impegno sociale e politico, più fuffa concettosa. Vettriano invece veniva da un altro tempo, dipingeva un altro mondo. Era sospeso nell’età del jazz. Scrive Francesca Bogliolo nell’introduzione al catalogo della mostra che «l’arte diviene per Vettriano occasione di introspezione e confronto con condizioni opposte, parti inconciliabili, conflittuali eppure necessarie, inevitabili. La musica a cui sembra rispondere questo sentimento è senza dubbio il jazz: per questo motivo i titoli delle sezioni di questa mostra si ispirano al genere musicale che Jack Vettriano ascolta durante la creazione delle sue opere, tanto da accompagnarne il naturale fluire. [...] Vettriano sa invitare a danzare, corteggia lo sguardo, lo accompagna al ballo senza fine della vita e lo consegna di volta in volta nelle mani di nostalgia, mistero, solitudine, intimità, fino a congedarsi con un inchino». Un pittore da un altro tempo. Che ritirare donne e uomini anzi maschi e femmine e la loro sensualità, sempre con un lato in ombra. Oleoso sulla superficie, accattivante. Ma il crollo è sempre in agguato, la dissoluzione si avverte, la solitudine aleggia. Dicono che assomigli a Edward Hopper, anzi che lo copiasse. E certo delle somiglianze vi sono. Ma Vettriano è più oscuro. Hopper tenta, tramite la luce, di farsi investire dalla speranza. Vettriano è una superficie liscia, un completo stirato, una acconciatura fresca di parrucchiere, ma con il baratro aperto sotto i piedi. Un buco da cui il desiderio e altre passioni divoranti possono sbucare all’improvviso. «Tra le sue opere, luce e oscurità si alternano, la presenza convive con l’assenza, la forma dialoga con il contenuto», scrive Bogliolo. Come tanti artisti inzuppati in atmosfere più o meno decadenti, Vettriano ha venerato la femminilità, senza però ignorarne l’aspetto terribile. «Seducenti e romantiche, le donne di Vettriano occupano la tela con l’eleganza e la raffinatezza delle femme fatale, dive ammalianti eppure irraggiungibili», dice Bogliolo. Gli uomini, invece, «affascinanti e autorevoli, sembrano tuttavia possessori di un potere effimero e apparente, capace di vacillare davanti al colore di un rossetto, a un paio di tacchi a spillo, al bordo sottile di una veste. La passione è misurata, mai volgare, la tensione palpabile, le atmosfere rarefatte. La vita e l’immaginazione vanno sfumando i propri confini, compenetrandosi e sovrapponendosi al pari della luce e del buio. L’amore per la vita è nascosto tra i dettagli, che aprono a una narrazione dagli infiniti finali: in un barlume di luce è nascosto il segreto dell’ombra». Vettriano è lo sfavillio dell’età del jazz, con il crollo in agguato. I critici lo hanno detestato, il pubblico lo ha adorato. Chissà quanti ne hanno avvertito davvero il sotterraneo tormento.
Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.
Tradizione, innovazione e identità istituzionale si incontrano in un progetto inedito che porta il marchio dell’Esercito Italiano nel mondo del caffè. È stata presentata il 1° aprile, presso il Circolo Unificato «Pio IX», la nuova macchina da caffè a sistema ESE «Campagnola AR51», frutto della collaborazione tra DL Caffè e SIGIT S.p.A., con il supporto di Difesa Servizi S.p.A..
L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di valorizzazione del brand Esercito Italiano, sempre più orientato a costruire un dialogo concreto con il mondo produttivo nazionale e la società civile. Un progetto che non si limita al lancio di un prodotto, ma ambisce a rafforzare il legame tra istituzioni e cittadini attraverso simboli riconoscibili e valori condivisi.
A moderare l’evento è stata la giornalista Filomena Greco, davanti a una platea composta da rappresentanti istituzionali, partner industriali e operatori del settore. L’incontro ha offerto l’occasione per riflettere sulle potenzialità del co-branding tra pubblico e privato, evidenziando come queste sinergie possano generare valore sia in termini economici sia culturali.
Il nome «Campagnola AR51» richiama uno dei veicoli più iconici della storia militare italiana, la Fiat Campagnola AR51, simbolo di robustezza e affidabilità. Un richiamo non casuale, che intende trasferire questi stessi attributi al nuovo prodotto: una macchina da caffè progettata per garantire qualità, semplicità d’uso e sostenibilità.
La «Campagnola AR51» utilizza il sistema ESE (Easy Serving Espresso), uno standard sempre più diffuso in Europa. Le cialde in carta compostabile rappresentano infatti una soluzione attenta all’ambiente, senza rinunciare alla qualità dell’espresso, elemento centrale della tradizione italiana.
Oltre all’aspetto tecnico, il progetto assume una valenza strategica più ampia. La valorizzazione del marchio Esercito, infatti, non si limita alla dimensione simbolica, ma diventa uno strumento per promuovere il made in Italy e le competenze industriali del Paese. In questo contesto, la collaborazione con aziende italiane rappresenta un modello virtuoso di integrazione tra istituzioni e sistema produttivo.
Walter Schiavone, titolare DL caffè, commenta così questa iniziativa: «Affiancare il nostro brand a quello dell'esercito è motivo di orgoglio e di sfida. Caffè Esercito ci sta aprendo porte importanti e avremo soddisfazioni al di là di un prodotto di alta qualità. Non solo un buon caffè ma anche per il fatto che abbiamo ricreato un'auto iconica in versione macchina da caffè».
La «Campagnola AR51» segna così l’inizio di una nuova piattaforma di prodotti a marchio Esercito, destinata a evolversi nel tempo e ad ampliare la propria presenza sul mercato. Un’iniziativa che dimostra come anche realtà tradizionalmente legate alla sfera pubblica possano innovare il proprio linguaggio, trovando nuove modalità per raccontarsi e per creare valore condiviso.
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Gabriele Gravina (Ansa)
Dopo otto anni di promesse e mancate riforme, due mancate qualificazioni ai Mondiali - la prima preceduta dalla vittoria dell'Europeo nel 2021 - Gabriele Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Figc. Dopo l'ennesima umiliazione subita dal nostro calcio in Bosnia, con la sconfitta ai rigori nel playoff decisivo per strappare un pass a Usa, Canada e Messico 2026, sono state necessarie pressioni da più parti, dalla politica all'opinione pubblica.
Il passo indietro è arrivato nel pomeriggio, al termine di una giornata che aveva già preso una direzione precisa fin dalle prime ore. Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Federcalcio, chiudendo formalmente un ciclo travolto dal terzo Mondiale consecutivo mancato dall’Italia (la prima nel 2017 era sotto la gestione di Carlo Tavecchio, che al contrario di Gravina lasciò subito dopo la sconfitta con la Svezia). La decisione è stata comunicata all’inizio della riunione con tutte le componenti federali, riunite nella sede di via Allegri a Roma, mentre fuori si respirava un clima teso, tra contestazioni, lancio di uova e presenza delle forze dell’ordine. Gravina, arrivato in mattinata senza rilasciare dichiarazioni, ha scelto il silenzio anche dopo l’annuncio ufficiale. Nessuna conferenza stampa, nessuna intervista. Solo un passaggio interno, davanti a tutte le componenti del sistema calcio.
Nel comunicato diffuso dalla Federazione, il presidente uscente ha rivendicato il rapporto con le varie anime del movimento e ha annunciato che l’8 aprile interverrà in audizione alla Camera per relazionare sullo stato di salute del calcio italiano. Nello stesso contesto ha anche chiarito il senso delle parole pronunciate dopo la partita di Zenica, oggetto di polemiche: un riferimento, ha spiegato, alle differenze normative tra sport professionistici e dilettantistici, «che non volevano assolutamente essere offensive».
Attorno alla sua uscita si è sviluppato un fronte compatto nel riconoscere la difficoltà del momento, ma senza una direzione condivisa sul futuro. Il presidente della Lega Serie A, Ezio Maria Simonelli, ha parlato della necessità per la massima serie di «rivendicare un ruolo primario» e di farsi guida del sistema, indicando come priorità riforme, giovani e solidità economica dei club: «Come i tifosi siamo delusi». Nessuna convergenza, però, su un nome per la successione: «Assolutamente no, non se ne è parlato». Sulla stessa linea il presidente dell'Assocalciatori, Umberto Calcagno, che ha sottolineato come la giornata dovesse servire a rimettere al centro i temi: «La figura che verrà individuata dovrà essere un passo indietro rispetto a ciò che bisogna fare. Oggi sono importanti i programmi». Anche Renzo Ulivieri, numero uno dell'Assoallenatori, ha allargato lo sguardo oltre l’immediato: «Il calcio è in difficoltà non da ora, ma dal 2006».
E ora cosa succede al calcio italiano? Le dimissioni di Gravina basteranno a cambiare un movimento che da anni si regge su un sistema contorto e con profondi problemi strutturali? Ovvio che no. Specialmente se i nomi per la successione sono quelli che circolano nei corridoi del palazzo. Contestualmente alla rassegna delle dimissioni, lo stesso Gravina ha indetto l’assemblea elettiva per il prossimo 22 giugno, data in cui verrà scelto il nuovo presidente. Fino ad allora resterà in carica per la gestione ordinaria, dando vita quindi a una transizione che si apre senza una linea già tracciata. Tra i possibili candidati vengono indicati Giancarlo Abete, Giovanni Malagò, e Matteo Marani, con Demetrio Albertini più defilato. Nel primo caso si tratterebbe di un ritorno al passato. Abete è già stato presidente della Figc dal 2007 al 2014, anno in cui lasciò l'incarico dopo l'eliminazione della Nazionale al girone di Brasile 2014 in quella che rimane l'ultima, triste, apparizione dell'Italia a un campionato del mondo. La candidatura di Malagò è sponsorizzata dalla Lega Serie A e rappresenterebbe una scelta nella direzione dell'esperienza e dell'indiscussa capacità manageriale, ma con un rapporto tutto da ricostruire con il ministro dello Sport Andrea Abodi dopo la vicenda della non rieleggibilità al Coni. Fattore che in un momento così delicato in cui calcio e politica dovranno necessariamente andare a braccetto per far sì che qualcosa davvero cambi, non è per nulla da sottovalutare. Marani, invece, potrebbe essere visto come l'ennesimo salto nel vuoto: l'ex direttore del Guerin Sportivo è dal 2023 alla guida della Serie C: un mondo dove i problemi fioccano e ogni anno più di un club non riesce a completare la stagione. Nelle scorse ore si era fatto anche il nome di Paolo Maldini. E c'è chi indicherebbe come soluzione Beppe Marotta, oggi presidente dell'Inter.
Il terremoto federale non ha toccato solo la presidenza. Poco dopo le dimissioni di Gravina è arrivata anche la decisione di Gianluigi Buffon, che ha annunciato le dimissioni da capo delegazione: «Rassegnare le mie dimissioni un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia, era un atto impellente. Ora che il presidente Gravina ha scelto di fare un passo indietro, mi sento libero di fare quello che sento come atto di responsabilità». Una decisione analoga è attesa a stretto giro di posta anche da Gennaro Gattuso. In tutta questa storia le responsabilità del ct sono forse quelle minori, ma di fatto l'ex allenatore di Milan e Napoli ha già maturato il passo indietro di cui manca soltanto l'ufficialità. Anche nel caso della guida tecnica, i principali nomi che girano per la sostituzione di Gattuso sono due ritorni al passato: da una parte Antonio Conte, che però dovrebbe liberarsi dal contratto con il Napoli, dall'altra Roberto Mancini, anch'esso sotto contratto in Qatar con l'Al-Sadd. Insomma, cambiare per non cambiare. Sia inteso, sia Conte che Mancini sono due ottimi allenatori e alla guida degli azzurri hanno ottenuto ottimi risultati, specialmente Mancini, ma sembra quasi che il nostro movimento non riesca a produrre qualcosa di nuovo. Qualcosa che possa portare una buona dose di aria fresca a Coverciano.
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