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2025-03-17
Dioniso è tornato in città. Così Fitzgerald e Ellis cantano il lato funebre dell’edonismo
Bret Easton Ellis (Ansa)
Per qualche istante fugace, fu Dioniso scatenato. La musica era forte e ritmata, il sudore imperlava le schiene e le fronti, i sorrisi erano smaglianti. Il denaro fluiva rapido, tutto sembrava facile e raggiungibile. Non è forse così il paradiso in terra? «Fu l’età dei miracoli, l’età dell’arte, l’età degli eccessi, e l’età della satira», così la rimpiangeva Francis Scott Fitzgerald. «Era la generazione in cui le ragazze si raffiguravano come maschiette, la generazione che corrompeva i più vecchi e che superò sé stessa più per mancanza di gusto che per mancanza di principi morali», raccontava lo scrittore americano che in quegli anni infilava il capo in una nube di profumo di successo. «Se solo uno potesse mostrare il 1922! Fu l’anno in cui la giovane generazione toccò l’apice, perché anche se l’Età del jazz continuò, fu sempre meno una questione di gioventù. Gli strascichi furono come una festa per bambini in cui i grandi prendono il sopravvento, lasciando i bambini perplessi, piuttosto trascurati e piuttosto spaesati. Nel 1923, i più grandi, stanchi di stare a guardare il carnevale con malcelata invidia, avevano scoperto che l’alcol giovane aveva preso il posto del sangue giovane, e un urlo diede inizio all’orgia».
Fu Dioniso scatenato, dunque. «Una razza intera diventava edonistica, abbracciando il piacere. Le precoci intimità della giovane generazione ci sarebbero state con o senza il proibizionismo; erano insite nel tentativo di adattare le usanze inglesi al contesto americano». Era l’età del jazz, e Francis era il suo profeta. Proprio lui, cattolico in un mondo protestante, bianco-bianco d’origini irlandesi, nato addirittura nel Minnesota. Che c’entrava, lui, con il jazz della metropoli, con i drink annacquati e le sale da ballo, con le lusinghe di Los Angeles e i fumi di New York? La Grande Mela lo attirava, i genitori acconsentirono a iscriverlo a Princeton, che lo rese uno scrittore (fu lì, tra l’altro, che conobbe il futuro critico Edmund Wilson, divenuto suo affezionato amico).
Francis sognava l’aristocrazia del Sud, la nobiltà d’animo, la cortesia e l’eroismo virile. Non ottenne nulla di tutto ciò. In cambio ebbe fama e dolore. Nel 1920 uscì il suo primo romanzo, Di qua dal paradiso, che il glorioso editor Max Perkins aveva curato per l’editore Scribner. In un lampo, Francis non era più il ragazzino che bramava la gloria militare ma si fece tutta la prima guerra mondiale rimpallando per gli Stati Uniti. Era diventato Scott Fitzgerald, il canto dell’età del jazz, il giovane prodigio: una celebrità.
«Nel suo percorso verso la rispettabilità, la parola Jazz ha significato prima di tutto sesso, poi ballo e infine musica», scrisse parecchi anni dopo. «Essa viene associata a uno stato di eccitazione nervosa, non dissimile da quello delle grandi città a ridosso di un fronte di guerra. Per molti inglesi la guerra non è mai finita perché tutte le forze che li minacciano sono ancora attive - e dunque mangiamo, beviamo e siamo felici perché domani saremo morti. Ma diverse erano le cause che avevano dato luogo a un’analoga situazione in America; sebbene ci fossero intere categorie di persone (i cinquantenni, per esempio) che passarono un decennio a negarne l’esistenza, anche quando la sua faccia dispettosa faceva capolino nella cerchia famigliare. Essi non si sognavano nemmeno di aver contribuito alla sua comparsa. […] Donne dai capelli argentei e uomini dai bei volti anziani, gente che non ha mai fatto consapevolmente nulla di disonesto in tutta la vita, continuano a rassicurarsi vicendevolmente nei residence di New York, Boston e Washington ripetendo che “sta crescendo un’intera generazione di giovani che non conoscerà mai il sapore dell’alcol”. Nel frattempo, nei convitti, le loro nipoti si passano la copia consumata de L’amante di Lady Chatterley e, semmai cominciano a viaggiare, a sedici anni conoscono già il sapore del gin e del bourbon». Dioniso era in città: avevano provato a scacciarlo ma era ritornato più forte di prima. Non restava che abbandonarsi al suo ballo, fingendo almeno per un po’ che non fosse una danza macabra.
Francis Scott Fitzgerald ha 24 anni e viene da Princeton quando pubblica il primo besteller. Bret Easton Ellis proviene da Camden e ne ha appena 22 quando il mondo si accorge di lui per Meno di zero. In Lunar Park, a metà tra finzione e autobiografia, racconta così la sua ascesa: «Da studente, al Camden College nel New Hampshire, mi ero iscritto a un corso di scrittura creativa e nell’inverno del 1983 avevo tirato fuori un manoscritto che alla fine era diventato Meno di zero. Raccontava per filo e per segno le vacanze di Natale a Los Angeles - per la precisione a Beverly Hills - di uno studente ricco, alienato e sessualmente ambiguo, iscritto a un college della costa orientale, descrivendo tutte le feste per cui vagava e tutte le droghe che prendeva e tutte le ragazze e i ragazzi con cui faceva sesso e tutti gli amici che osservava passivamente mentre si perdevano nella tossicodipendenza, nella prostituzione e in una smisurata apatia; giorni passati correndo strafatti di Nembutal con bellissime bionde su cabriolet scintillanti verso la spiaggia; notti perdute nelle sale vip dei club alla moda e tirando cocaina ai tavoli in vetrina di Spago».
Non è più l’età del jazz, sono i plastificati anni Ottanta. Ma le luci sono di nuovo accese, la musica torna a essere alta, i vestiti sono elegantissimi e le scarpe brillano. La nuova generazione si annoia con gin e bourbon: preferisce le droghe. Bret, come Francis, è il cantore della sua generazione, è una celebrità, è uno Scott Fitzgerald sotto anfetamine e amplificato da Mtv. Belli e dannati, come il romanzo di Fitzgerald del 1922. Bret e Francis sono, a tratti, la stessa persona, mezzo secolo dopo o poco più. Lo ha certificato sulla Stampa Giuseppe Culicchia, che ha tradotto le opere di entrambi: «Tante, forse troppe le similitudini che la vita ha riservato ai due scrittori», ha scritto. «Come Scott, Bret in giovane età ha conosciuto grazie ai suoi libri una fortuna e una popolarità straordinarie. E alla pari del primo, di cui scrivevano non solo le pagine culturali ma anche quelle in cui di Fitzgerald si documentavano i viaggi in transatlantico e la vita scintillante tra Parigi e la Costa Azzurra in compagnia di Hemingway o Picasso, anche lui si è ritrovato non solo sul Times Literary Supplement ma anche nella sezione gossip dedicata da quotidiani e riviste al jet-set newyorkese assieme a Jay McInerney o Jean-Michel Basquiat. Entrambi, all’indomani di quel successo che non a caso il nostro Ennio Flaiano definiva come il participio passato di succedere, a un certo punto delle rispettive carriere letterarie hanno tentato la strada di Hollywood, ed entrambi hanno scoperto di non essere fatti per gli schemi assai rigidi della Mecca del Cinema. Dopo il crollo di Wall Street del 1929 il mondo era cambiato, e agli occhi dei produttori le storie e i personaggi di Scott non funzionavano più. Quanto alle storie e ai personaggi di Bret, non potevano e non possono certo funzionare a Hollywood».
Due autori diversi, la stessa persona, persino le date fatidiche si inseguono. Nel 1925, cento anni fa, Francis Scott Fitzgerald pubblica Il Grande Gatbsy, e si consegna senza saperlo all’immortalità. Meno di zero di Bret è del 1985, Lunar Park che ne ricorda i fasti è del 2005. Vent’anni dopo, pochi giorni fa, nelle librerie italiane è uscita la versione tascabile di Le schegge, il suo ultimo, straordinario romanzo. Che cos’hanno in comune questi libri? La rabdomanzia. Hanno raccontato anche il ritorno di Dioniso, certo, ma nel crepuscolo che dipingevano hanno saputo indovinare le profondità delle tenebre in arrivo. Dalle opere di Francis come da quelle di Bret esala, tremendo, il fetore marcio del crollo.
I primi romanzi di Bret Easton Ellis erano - a sentire lui - «un atto d’accusa non solo a uno stile di vita che mi era familiare ma anche - pensavo con una certa presunzione - ai reaganiani anni Ottanta e, indirettamente, alla civiltà occidentale contemporanea». I successivi hanno sancito la distruzione di una generazione, la decadenza della civiltà. Dietro i sorrisi smaltati s’annidava l’incubo. Tama Janowitz che negli Ottanta fu compagna di scorribande e successo di Bret e ora in Italia è pressoché sconosciuta (ci è voluta la coraggiosa Accento edizioni per ristampare il suo piccolo gioiello Schiavi di New York, con prefazione di Veronica Raimo) lo ha scritto chiaro: «Per me gli altri esseri umani sono un misto di vipere, scimpanzé e formiche, una massa virtualmente indistinguibile… che si annusa le dita e stupra». Sembra la descrizione di Patrick Bateman, il serial killer che Ellis ha evocato nel suo capolavoro American Psycho e che ancora lo perseguita. Dietro lo sfavillio delle mille luci di New York si nascondeva il mostro, l’ombra. Dietro il sorriso alcolico di Dioniso, ecco Kali la sanguinaria, pronta al massacro.
L’era dionisiaca finisce sempre nel sangue, nella mattanza. Se ne accorse Fitzgerald che, alla metà degli anni Trenta, constatava: «I miei contemporanei cominciarono a scomparire nelle oscure fauci della violenza. Un mio compagno di classe aveva ucciso la moglie e sé stesso a Long Island, un altro era “accidentalmente” precipitato da un grattacielo di Philadelphia, un altro si era volutamente gettato da un grattacielo di New York. Uno era stato ucciso in uno spaccio clandestino di alcolici a Chicago; un altro lo avevano picchiato a sangue in uno spaccio clandestino di New York e si era rifugiato al Princeton Club, dove era morto; un altro ancora si era fatto spaccare la testa dall’ascia di un folle nel manicomio in cui era rinchiuso. Non furono catastrofi che mi sporsi a guardare: si trattava di miei amici; e per giunta, non erano successe durante la depressione, ma durante il boom economico».
Le bellezza dell’effimero è il maquillage del naufragio. Fitzgerald intravedeva l’angoscia e lo spaesamento dell’America, al pari del pittore suo contemporaneo Edward Hopper. «Nei quadri di Hopper», ha scritto il poeta Mark Strand, «ad accadere sono le cose che hanno a che fare con l’attesa. Le persone di Hopper paiono non avere occupazioni di sorta. Sono come personaggi abbandonati dai loro copioni che ora, intrappolati nello spazio della propria attesa, devono farsi compagnia da sé, senza una chiara destinazione, senza futuro». Così sono i ricchi e belli di Fitzgerald: anime dannate che si scaldano davanti agli ultimi fuochi. Così, in larga parte, sono i personaggi di Bret Easton Ellis, i nostri contemporanei. Il jazz e il pop, in lontananza, hanno una cadenza funebre.
Vettriano, il «signore delle ombre» snobbato dai critici perché popolare
Jack Vettriano, nato a Methil in Scozia nel 1951, è morto il primo di marzo. Per la prima volta l’Italia ospitava una sua grande mostra (a Palazzo Pallavicini a Bologna, aperta fino a luglio) e lui se n’è andato un paio di giorni dopo l’inaugurazione, quasi di soppiatto. Sorprendente coincidenza. Ma ancora più sorprendente è che di mostre di Vettriano - grandi mostre, di quelle con ampio apparato pubblicitario - non ne siano mai state realizzate. Non circolano suoi libri illustrati né merchandise. Eppure il pittore scozzese è stato per decenni tra gli artisti più popolari. Dipende probabilmente dal fatto che i critici, quasi tutti, non gli hanno mai perdonato il successo, il fatto che le sue opere risultassero gradite a molti, adatte ai tempi. L’arte contemporanea richiede più elaborazione concettuale, più impegno sociale e politico, più fuffa concettosa. Vettriano invece veniva da un altro tempo, dipingeva un altro mondo. Era sospeso nell’età del jazz. Scrive Francesca Bogliolo nell’introduzione al catalogo della mostra che «l’arte diviene per Vettriano occasione di introspezione e confronto con condizioni opposte, parti inconciliabili, conflittuali eppure necessarie, inevitabili. La musica a cui sembra rispondere questo sentimento è senza dubbio il jazz: per questo motivo i titoli delle sezioni di questa mostra si ispirano al genere musicale che Jack Vettriano ascolta durante la creazione delle sue opere, tanto da accompagnarne il naturale fluire. [...] Vettriano sa invitare a danzare, corteggia lo sguardo, lo accompagna al ballo senza fine della vita e lo consegna di volta in volta nelle mani di nostalgia, mistero, solitudine, intimità, fino a congedarsi con un inchino».
Un pittore da un altro tempo. Che ritirare donne e uomini anzi maschi e femmine e la loro sensualità, sempre con un lato in ombra. Oleoso sulla superficie, accattivante. Ma il crollo è sempre in agguato, la dissoluzione si avverte, la solitudine aleggia. Dicono che assomigli a Edward Hopper, anzi che lo copiasse. E certo delle somiglianze vi sono. Ma Vettriano è più oscuro. Hopper tenta, tramite la luce, di farsi investire dalla speranza. Vettriano è una superficie liscia, un completo stirato, una acconciatura fresca di parrucchiere, ma con il baratro aperto sotto i piedi. Un buco da cui il desiderio e altre passioni divoranti possono sbucare all’improvviso.
«Tra le sue opere, luce e oscurità si alternano, la presenza convive con l’assenza, la forma dialoga con il contenuto», scrive Bogliolo.
Come tanti artisti inzuppati in atmosfere più o meno decadenti, Vettriano ha venerato la femminilità, senza però ignorarne l’aspetto terribile. «Seducenti e romantiche, le donne di Vettriano occupano la tela con l’eleganza e la raffinatezza delle femme fatale, dive ammalianti eppure irraggiungibili», dice Bogliolo. Gli uomini, invece, «affascinanti e autorevoli, sembrano tuttavia possessori di un potere effimero e apparente, capace di vacillare davanti al colore di un rossetto, a un paio di tacchi a spillo, al bordo sottile di una veste. La passione è misurata, mai volgare, la tensione palpabile, le atmosfere rarefatte. La vita e l’immaginazione vanno sfumando i propri confini, compenetrandosi e sovrapponendosi al pari della luce e del buio. L’amore per la vita è nascosto tra i dettagli, che aprono a una narrazione dagli infiniti finali: in un barlume di luce è nascosto il segreto dell’ombra». Vettriano è lo sfavillio dell’età del jazz, con il crollo in agguato. I critici lo hanno detestato, il pubblico lo ha adorato. Chissà quanti ne hanno avvertito davvero il sotterraneo tormento.
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Cento anni fa «Il Grande Gatsby» celebrava gli eccessi di una civiltà già segnata dai germi del disfacimento. Motivi che ci suonano sinistramente familiari. Non a caso ritornano nell’opera dell’autore de «Le schegge».Il pittore scozzese si è spento a inizio marzo, proprio mentre l’Italia per la prima volta ospita una sua mostra (a Bologna). Un’occasione per dare un ultimo tributo a un artista paragonato a Hopper, ma più tormentatoLo speciale contiene due articoliPer qualche istante fugace, fu Dioniso scatenato. La musica era forte e ritmata, il sudore imperlava le schiene e le fronti, i sorrisi erano smaglianti. Il denaro fluiva rapido, tutto sembrava facile e raggiungibile. Non è forse così il paradiso in terra? «Fu l’età dei miracoli, l’età dell’arte, l’età degli eccessi, e l’età della satira», così la rimpiangeva Francis Scott Fitzgerald. «Era la generazione in cui le ragazze si raffiguravano come maschiette, la generazione che corrompeva i più vecchi e che superò sé stessa più per mancanza di gusto che per mancanza di principi morali», raccontava lo scrittore americano che in quegli anni infilava il capo in una nube di profumo di successo. «Se solo uno potesse mostrare il 1922! Fu l’anno in cui la giovane generazione toccò l’apice, perché anche se l’Età del jazz continuò, fu sempre meno una questione di gioventù. Gli strascichi furono come una festa per bambini in cui i grandi prendono il sopravvento, lasciando i bambini perplessi, piuttosto trascurati e piuttosto spaesati. Nel 1923, i più grandi, stanchi di stare a guardare il carnevale con malcelata invidia, avevano scoperto che l’alcol giovane aveva preso il posto del sangue giovane, e un urlo diede inizio all’orgia».Fu Dioniso scatenato, dunque. «Una razza intera diventava edonistica, abbracciando il piacere. Le precoci intimità della giovane generazione ci sarebbero state con o senza il proibizionismo; erano insite nel tentativo di adattare le usanze inglesi al contesto americano». Era l’età del jazz, e Francis era il suo profeta. Proprio lui, cattolico in un mondo protestante, bianco-bianco d’origini irlandesi, nato addirittura nel Minnesota. Che c’entrava, lui, con il jazz della metropoli, con i drink annacquati e le sale da ballo, con le lusinghe di Los Angeles e i fumi di New York? La Grande Mela lo attirava, i genitori acconsentirono a iscriverlo a Princeton, che lo rese uno scrittore (fu lì, tra l’altro, che conobbe il futuro critico Edmund Wilson, divenuto suo affezionato amico).Francis sognava l’aristocrazia del Sud, la nobiltà d’animo, la cortesia e l’eroismo virile. Non ottenne nulla di tutto ciò. In cambio ebbe fama e dolore. Nel 1920 uscì il suo primo romanzo, Di qua dal paradiso, che il glorioso editor Max Perkins aveva curato per l’editore Scribner. In un lampo, Francis non era più il ragazzino che bramava la gloria militare ma si fece tutta la prima guerra mondiale rimpallando per gli Stati Uniti. Era diventato Scott Fitzgerald, il canto dell’età del jazz, il giovane prodigio: una celebrità.«Nel suo percorso verso la rispettabilità, la parola Jazz ha significato prima di tutto sesso, poi ballo e infine musica», scrisse parecchi anni dopo. «Essa viene associata a uno stato di eccitazione nervosa, non dissimile da quello delle grandi città a ridosso di un fronte di guerra. Per molti inglesi la guerra non è mai finita perché tutte le forze che li minacciano sono ancora attive - e dunque mangiamo, beviamo e siamo felici perché domani saremo morti. Ma diverse erano le cause che avevano dato luogo a un’analoga situazione in America; sebbene ci fossero intere categorie di persone (i cinquantenni, per esempio) che passarono un decennio a negarne l’esistenza, anche quando la sua faccia dispettosa faceva capolino nella cerchia famigliare. Essi non si sognavano nemmeno di aver contribuito alla sua comparsa. […] Donne dai capelli argentei e uomini dai bei volti anziani, gente che non ha mai fatto consapevolmente nulla di disonesto in tutta la vita, continuano a rassicurarsi vicendevolmente nei residence di New York, Boston e Washington ripetendo che “sta crescendo un’intera generazione di giovani che non conoscerà mai il sapore dell’alcol”. Nel frattempo, nei convitti, le loro nipoti si passano la copia consumata de L’amante di Lady Chatterley e, semmai cominciano a viaggiare, a sedici anni conoscono già il sapore del gin e del bourbon». Dioniso era in città: avevano provato a scacciarlo ma era ritornato più forte di prima. Non restava che abbandonarsi al suo ballo, fingendo almeno per un po’ che non fosse una danza macabra.Francis Scott Fitzgerald ha 24 anni e viene da Princeton quando pubblica il primo besteller. Bret Easton Ellis proviene da Camden e ne ha appena 22 quando il mondo si accorge di lui per Meno di zero. In Lunar Park, a metà tra finzione e autobiografia, racconta così la sua ascesa: «Da studente, al Camden College nel New Hampshire, mi ero iscritto a un corso di scrittura creativa e nell’inverno del 1983 avevo tirato fuori un manoscritto che alla fine era diventato Meno di zero. Raccontava per filo e per segno le vacanze di Natale a Los Angeles - per la precisione a Beverly Hills - di uno studente ricco, alienato e sessualmente ambiguo, iscritto a un college della costa orientale, descrivendo tutte le feste per cui vagava e tutte le droghe che prendeva e tutte le ragazze e i ragazzi con cui faceva sesso e tutti gli amici che osservava passivamente mentre si perdevano nella tossicodipendenza, nella prostituzione e in una smisurata apatia; giorni passati correndo strafatti di Nembutal con bellissime bionde su cabriolet scintillanti verso la spiaggia; notti perdute nelle sale vip dei club alla moda e tirando cocaina ai tavoli in vetrina di Spago».Non è più l’età del jazz, sono i plastificati anni Ottanta. Ma le luci sono di nuovo accese, la musica torna a essere alta, i vestiti sono elegantissimi e le scarpe brillano. La nuova generazione si annoia con gin e bourbon: preferisce le droghe. Bret, come Francis, è il cantore della sua generazione, è una celebrità, è uno Scott Fitzgerald sotto anfetamine e amplificato da Mtv. Belli e dannati, come il romanzo di Fitzgerald del 1922. Bret e Francis sono, a tratti, la stessa persona, mezzo secolo dopo o poco più. Lo ha certificato sulla Stampa Giuseppe Culicchia, che ha tradotto le opere di entrambi: «Tante, forse troppe le similitudini che la vita ha riservato ai due scrittori», ha scritto. «Come Scott, Bret in giovane età ha conosciuto grazie ai suoi libri una fortuna e una popolarità straordinarie. E alla pari del primo, di cui scrivevano non solo le pagine culturali ma anche quelle in cui di Fitzgerald si documentavano i viaggi in transatlantico e la vita scintillante tra Parigi e la Costa Azzurra in compagnia di Hemingway o Picasso, anche lui si è ritrovato non solo sul Times Literary Supplement ma anche nella sezione gossip dedicata da quotidiani e riviste al jet-set newyorkese assieme a Jay McInerney o Jean-Michel Basquiat. Entrambi, all’indomani di quel successo che non a caso il nostro Ennio Flaiano definiva come il participio passato di succedere, a un certo punto delle rispettive carriere letterarie hanno tentato la strada di Hollywood, ed entrambi hanno scoperto di non essere fatti per gli schemi assai rigidi della Mecca del Cinema. Dopo il crollo di Wall Street del 1929 il mondo era cambiato, e agli occhi dei produttori le storie e i personaggi di Scott non funzionavano più. Quanto alle storie e ai personaggi di Bret, non potevano e non possono certo funzionare a Hollywood».Due autori diversi, la stessa persona, persino le date fatidiche si inseguono. Nel 1925, cento anni fa, Francis Scott Fitzgerald pubblica Il Grande Gatbsy, e si consegna senza saperlo all’immortalità. Meno di zero di Bret è del 1985, Lunar Park che ne ricorda i fasti è del 2005. Vent’anni dopo, pochi giorni fa, nelle librerie italiane è uscita la versione tascabile di Le schegge, il suo ultimo, straordinario romanzo. Che cos’hanno in comune questi libri? La rabdomanzia. Hanno raccontato anche il ritorno di Dioniso, certo, ma nel crepuscolo che dipingevano hanno saputo indovinare le profondità delle tenebre in arrivo. Dalle opere di Francis come da quelle di Bret esala, tremendo, il fetore marcio del crollo.I primi romanzi di Bret Easton Ellis erano - a sentire lui - «un atto d’accusa non solo a uno stile di vita che mi era familiare ma anche - pensavo con una certa presunzione - ai reaganiani anni Ottanta e, indirettamente, alla civiltà occidentale contemporanea». I successivi hanno sancito la distruzione di una generazione, la decadenza della civiltà. Dietro i sorrisi smaltati s’annidava l’incubo. Tama Janowitz che negli Ottanta fu compagna di scorribande e successo di Bret e ora in Italia è pressoché sconosciuta (ci è voluta la coraggiosa Accento edizioni per ristampare il suo piccolo gioiello Schiavi di New York, con prefazione di Veronica Raimo) lo ha scritto chiaro: «Per me gli altri esseri umani sono un misto di vipere, scimpanzé e formiche, una massa virtualmente indistinguibile… che si annusa le dita e stupra». Sembra la descrizione di Patrick Bateman, il serial killer che Ellis ha evocato nel suo capolavoro American Psycho e che ancora lo perseguita. Dietro lo sfavillio delle mille luci di New York si nascondeva il mostro, l’ombra. Dietro il sorriso alcolico di Dioniso, ecco Kali la sanguinaria, pronta al massacro.L’era dionisiaca finisce sempre nel sangue, nella mattanza. Se ne accorse Fitzgerald che, alla metà degli anni Trenta, constatava: «I miei contemporanei cominciarono a scomparire nelle oscure fauci della violenza. Un mio compagno di classe aveva ucciso la moglie e sé stesso a Long Island, un altro era “accidentalmente” precipitato da un grattacielo di Philadelphia, un altro si era volutamente gettato da un grattacielo di New York. Uno era stato ucciso in uno spaccio clandestino di alcolici a Chicago; un altro lo avevano picchiato a sangue in uno spaccio clandestino di New York e si era rifugiato al Princeton Club, dove era morto; un altro ancora si era fatto spaccare la testa dall’ascia di un folle nel manicomio in cui era rinchiuso. Non furono catastrofi che mi sporsi a guardare: si trattava di miei amici; e per giunta, non erano successe durante la depressione, ma durante il boom economico».Le bellezza dell’effimero è il maquillage del naufragio. Fitzgerald intravedeva l’angoscia e lo spaesamento dell’America, al pari del pittore suo contemporaneo Edward Hopper. «Nei quadri di Hopper», ha scritto il poeta Mark Strand, «ad accadere sono le cose che hanno a che fare con l’attesa. Le persone di Hopper paiono non avere occupazioni di sorta. Sono come personaggi abbandonati dai loro copioni che ora, intrappolati nello spazio della propria attesa, devono farsi compagnia da sé, senza una chiara destinazione, senza futuro». Così sono i ricchi e belli di Fitzgerald: anime dannate che si scaldano davanti agli ultimi fuochi. Così, in larga parte, sono i personaggi di Bret Easton Ellis, i nostri contemporanei. Il jazz e il pop, in lontananza, hanno una cadenza funebre. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dioniso-e-tornato-in-citta-cosi-fitzgerald-e-ellis-cantano-il-lato-funebre-delledonismo-2671337402.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vettriano-il-signore-delle-ombre-snobbato-dai-critici-perche-popolare" data-post-id="2671337402" data-published-at="1742149791" data-use-pagination="False"> Vettriano, il «signore delle ombre» snobbato dai critici perché popolare Jack Vettriano, nato a Methil in Scozia nel 1951, è morto il primo di marzo. Per la prima volta l’Italia ospitava una sua grande mostra (a Palazzo Pallavicini a Bologna, aperta fino a luglio) e lui se n’è andato un paio di giorni dopo l’inaugurazione, quasi di soppiatto. Sorprendente coincidenza. Ma ancora più sorprendente è che di mostre di Vettriano - grandi mostre, di quelle con ampio apparato pubblicitario - non ne siano mai state realizzate. Non circolano suoi libri illustrati né merchandise. Eppure il pittore scozzese è stato per decenni tra gli artisti più popolari. Dipende probabilmente dal fatto che i critici, quasi tutti, non gli hanno mai perdonato il successo, il fatto che le sue opere risultassero gradite a molti, adatte ai tempi. L’arte contemporanea richiede più elaborazione concettuale, più impegno sociale e politico, più fuffa concettosa. Vettriano invece veniva da un altro tempo, dipingeva un altro mondo. Era sospeso nell’età del jazz. Scrive Francesca Bogliolo nell’introduzione al catalogo della mostra che «l’arte diviene per Vettriano occasione di introspezione e confronto con condizioni opposte, parti inconciliabili, conflittuali eppure necessarie, inevitabili. La musica a cui sembra rispondere questo sentimento è senza dubbio il jazz: per questo motivo i titoli delle sezioni di questa mostra si ispirano al genere musicale che Jack Vettriano ascolta durante la creazione delle sue opere, tanto da accompagnarne il naturale fluire. [...] Vettriano sa invitare a danzare, corteggia lo sguardo, lo accompagna al ballo senza fine della vita e lo consegna di volta in volta nelle mani di nostalgia, mistero, solitudine, intimità, fino a congedarsi con un inchino». Un pittore da un altro tempo. Che ritirare donne e uomini anzi maschi e femmine e la loro sensualità, sempre con un lato in ombra. Oleoso sulla superficie, accattivante. Ma il crollo è sempre in agguato, la dissoluzione si avverte, la solitudine aleggia. Dicono che assomigli a Edward Hopper, anzi che lo copiasse. E certo delle somiglianze vi sono. Ma Vettriano è più oscuro. Hopper tenta, tramite la luce, di farsi investire dalla speranza. Vettriano è una superficie liscia, un completo stirato, una acconciatura fresca di parrucchiere, ma con il baratro aperto sotto i piedi. Un buco da cui il desiderio e altre passioni divoranti possono sbucare all’improvviso. «Tra le sue opere, luce e oscurità si alternano, la presenza convive con l’assenza, la forma dialoga con il contenuto», scrive Bogliolo. Come tanti artisti inzuppati in atmosfere più o meno decadenti, Vettriano ha venerato la femminilità, senza però ignorarne l’aspetto terribile. «Seducenti e romantiche, le donne di Vettriano occupano la tela con l’eleganza e la raffinatezza delle femme fatale, dive ammalianti eppure irraggiungibili», dice Bogliolo. Gli uomini, invece, «affascinanti e autorevoli, sembrano tuttavia possessori di un potere effimero e apparente, capace di vacillare davanti al colore di un rossetto, a un paio di tacchi a spillo, al bordo sottile di una veste. La passione è misurata, mai volgare, la tensione palpabile, le atmosfere rarefatte. La vita e l’immaginazione vanno sfumando i propri confini, compenetrandosi e sovrapponendosi al pari della luce e del buio. L’amore per la vita è nascosto tra i dettagli, che aprono a una narrazione dagli infiniti finali: in un barlume di luce è nascosto il segreto dell’ombra». Vettriano è lo sfavillio dell’età del jazz, con il crollo in agguato. I critici lo hanno detestato, il pubblico lo ha adorato. Chissà quanti ne hanno avvertito davvero il sotterraneo tormento.
Donald Trump (Ansa)
Al telefono con l’omologo dell’Oman, Badr Albusaidi, che aveva svolto un ruolo di mediazione nelle trattative poi fallite con gli Stati Uniti, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, ha assicurato che il suo Paese è pronto a compiere «sforzi seri e sinceri per una de-escalation». Intanto, però, il regime degli ayatollah, o ciò che ne rimane dopo la morte di Ali Khamenei e l’uccisione di 48 comandanti, ha continuato a bersagliare le nazioni del Golfo. È stato colpito da un missile l’aeroporto di Dubai; diverse esplosioni sono state avvertite negli Emirati, a Doha, in Qatar, oltre che a Manama, in Bahrein, dove un razzo ha semidistrutto l’hotel Crown Plaza. Dei droni sono piombati su un porto pure nello stesso Oman, ferendo un camallo. Ad Abu Dhabi è stato danneggiato un edificio vicino all’ambasciata italiana. E un secondo attacco ha causato un rogo in una base navale francese. In Kuwait, la rappresaglia ha provocato una vittima e 32 feriti. In Iraq, velivoli senza pilota hanno preso di mira una base Usa a Erbil. I vertici della diplomazia dei sei Stati dell’area arabica, vista la situazione, si sono riuniti in una videoconferenza del loro Consiglio di cooperazione.
Rimane sul tavolo l’ipotesi storica di una partecipazione al conflitto, al fianco di Usa e Israele. L’ha evocata sabato Riad. Un retroscena del Washington Post ha svelato poi che il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, aveva chiamato più volte l’inquilino della Casa Bianca, per convincerlo ad avviare i raid sull’Iran. La stessa linea di Benjamin Netanyahu, solo che il premier israeliano l’ha sostenuta apertamente, mentre, in via ufficiale, bin Salman invocava una soluzione negoziale della crisi.
Anche senza un coinvolgimento bellico diretto, comunque, si va profilando lo scenario che Trump desiderava già dal primo mandato, nello spirito degli Accordi di Abramo del 2020: realizzare una saldatura tra le monarchie sunnite - Arabia Saudita in testa - e Gerusalemme, quale architrave del nuovo ordine mediorientale, da cui tagliare fuori la filiera che, dall’Iran, passa per Hezbollah in Libano e arriva ad Hamas. E che, nel Mediterraneo orientale, trova un potente terminale nella Turchia. Il ministro degli Esteri di Ankara, Hakan Fidan, ieri ha sentito l’omanita Albusaidi, dopo aver dato disponibilità a fungere da pontiere con Teheran. Recep Tayyip Erdogan ha sottolineato che il conflitto «potrebbe avere conseguenze molto gravi in termini di sicurezza regionale e globale. Dare una possibilità alla diplomazia», ha aggiunto il Sultano, «è la strada più razionale». Non è certo un caso che si sia premurato di contattare pure bin Salman, per manifestargli le proprie preoccupazioni.
Uno degli effetti principali del blitz di The Donald e Bibi, quindi, potrebbe essere quello di scatenare una resa dei conti totale nel mondo islamico. Reuters, citando un funzionario statunitense, ha in effetti osservato che a persuadere il tycoon, peraltro ben informato dei rischi della missione, è stata la prospettiva di un mutamento geopolitico nella direzione auspicata da Washington. All’opposto, il Financial Times ha lamentato che Trump non ha alcun piano credibile per il futuro dell’Iran: è inutile, ha scritto il quotidiano, confidare in una «organica e spontanea transizione verso un nuovo sistema politico», solo eliminando la precedente leadership. Nondimeno, sembrerebbe che il G7 abbia discusso con Marco Rubio pure dell’avvenire della Repubblica islamica.
La verità è che, nello scontro in corso, la componente sciita si gioca potere, sfere d’influenza e forse la sua stessa sopravvivenza. L’Iran lo sa e, anche per questo, con una mano sgancia le bombe e con l’altra invia segnali di fumo. Araghchi, ad esempio, ha garantito ai Paesi del Golfo che comprende perché «sono arrabbiati», ma li ha invitati a considerare che «questa è una guerra che ci è stata imposta» e che i veri obiettivi dei raid sono le installazioni militari nemiche. Il ministro ha dato l’impressione di cadere dalle nuvole: i negoziatori, ha raccontato, erano «alla ricerca di un accordo», avevano «lasciato Ginevra», sede dei colloqui diplomatici, addirittura «felici», ma Trump ha «ordinato il bombardamento del tavolo dei negoziati».
Il presidente americano usa il bastone mentre agita la carota. A The Atlantic, ha giurato di essere disposto a un nuovo confronto con i nuovi capi del regime avversario: «Parlerò con loro». Dunque, può darsi che, su un punto, l’approccio di Trump diverga da quello di Netanyahu, deciso a completare il lavoro, a costo di combattere a lungo. I due, ieri, si sono consultati al telefono, ma il tempo non gioca a favore di The Donald. Sia perché si avvicina il midterm, in vista del quale gli occorre un risultato da presentare agli elettori; sia perché, stando sempre al Wall Street Journal, ci sarebbe urgenza di completare l’operazione, prima che si esauriscano gli arsenali. Il Pentagono ha già impiegato l’algoritmo di Anthropic per le simulazioni e l’individuazione degli obiettivi sul campo. Ma nessuna Intelligenza artificiale può far vincere una guerra, se non ci sono missili e munizioni.
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I soccorritori nel luogo in cui un missile lanciato dall'Iran ha colpito una zona residenziale a Beit Shemesh, nel centro di Israele (Ansa)
L’escalation tra Israele e Iran ha ormai assunto una dimensione regionale, ma con un dato strategico che emerge con chiarezza: lo spazio aereo iraniano non è più sotto il controllo effettivo di Teheran. L’aeronautica israeliana, guidata dall’intelligence delle Idf, ha consolidato una superiorità operativa che le consente di colpire in profondità i centri nevralgici del regime, mentre la Repubblica Islamica tenta di reagire su più fronti, militari e politici. Il bilancio più pesante si registra a Beit Shemesh, nel centro di Israele, dove un missile balistico iraniano ha centrato un’area residenziale provocando nove morti. L’ordigno ha distrutto abitazioni, un rifugio pubblico e una sinagoga. Il sindaco Shmuel Greenberg ha riferito che venti residenti risultano ancora non rintracciabili, anche se potrebbero trovarsi altrove, mentre i soccorritori continuano a scavare tra le macerie. Il portavoce delle Idf Nadav Shoshani ha accusato Teheran di aver deliberatamente preso di mira civili fin dall’inizio dell’operazione «Roaring Lion», parlando «di una strategia fondata sul terrore contro la popolazione».
In Kuwait una persona è morta e trentadue sono rimaste ferite dall’avvio della campagna di rappresaglia contro obiettivi statunitensi e israeliani; tutte le vittime sono lavoratori stranieri. Negli Emirati Arabi Uniti si contano tre morti e cinquantotto feriti. Un attacco con droni ha provocato un incendio in una base navale ad Abu Dhabi che ospita anche forze francesi. I danni non hanno compromesso le capacità operative francesi né causato vittime. Colpita anche la base americana di Erbil in Iraq. Sul fronte americano, il Comando centrale ha confermato la morte di tre militari statunitensi e il ferimento grave di altri cinque nell’ambito dell’operazione «Epic Fury», mentre diversi soldati con ferite lievi stanno rientrando in servizio. Il Centcom ha inoltre reso noto di aver colpito una corvetta iraniana classe Jamaran nelle fasi iniziali dell’operazione: l’unità starebbe affondando nel Golfo di Oman, presso il porto di Chah Bahar. Washington ha smentito le rivendicazioni dei Guardiani della Rivoluzione secondo cui la portaerei USS Abraham Lincoln sarebbe stata centrata da quattro missili balistici. Il Comando americano ha definito «false» tali affermazioni, precisando che i vettori non si sono neppure avvicinati alla nave.
L’aeronautica militare israeliana ha completato nuove ondate di attacchi contro decine di centri di comando e quartier generali del regime oltre alla sede della Radio e TV di Stato. Sono stati neutralizzati il comando della Sicurezza Interna, snodo di collegamento tra vertici politici e apparati repressivi, e il quartier generale di Tharallah, struttura chiave per la difesa di Teheran. L’Iran continua a lanciare missili e droni, ma non riesce a negare ai caccia israeliani il dominio dei cieli. Benjamin Netanyahu ha confermato la linea dura dopo un vertice con i responsabili della difesa, annunciando la prosecuzione della campagna militare e rivendicando l’eliminazione di Ali Khamenei insieme ad altri esponenti del regime. Il premier ha parlato di attacchi sempre più intensi contro il cuore di Teheran e di un’ulteriore escalation nei prossimi giorni. In tal senso, l’esercito israeliano ha annunciato che mobiliterà 100.000 riservisti nell’ambito dell’offensiva contro l’Iran. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che, durante la riunione notturna del G7 - alla quale ha preso parte anche il segretario di Stato americano Rubio - il confronto si è focalizzato sull’aggravarsi della crisi e sugli scenari possibili. Al centro del vertice il dossier sul nucleare iraniano e il rafforzamento dei missili a lungo raggio, ritenuti un fattore di rischio per la sicurezza globale. «Senza segnali concreti di un passo indietro da parte di Teheran - ha affermato Tajani - la situazione è rapidamente degenerata». Sul piano politico e interno, il regime tenta di mostrare compattezza dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nei raid congiunti statunitensi e israeliani. Il presidente Masoud Pezeshkian ha annunciato l’attivazione del Consiglio direttivo incaricato di guidare ad interim il Paese, invitando «all’unità contro i piani dei nemici». Tuttavia, secondo fonti informate che hanno parlato a condizione di anonimato, la struttura residua di comando dei Pasdaran sta cercando di finalizzare la nomina della nuova Guida Suprema in un contesto di forte pressione. I raid in corso rendono impossibile convocare l’Assemblea degli Esperti, l’organo costituzionale deputato alla scelta della Guida Suprema, e per questo l’IRGC spinge per una designazione al di fuori delle procedure previste dalla legge.
Le stesse fonti descrivono un quadro di disordine crescente all’interno degli apparati militari e di sicurezza: parti della catena di comando sarebbero interrotte, con difficoltà nella trasmissione degli ordini e nel coordinamento operativo. Alcuni comandanti e membri di grado inferiore non si sono presentati in servizio per timore di nuovi attacchi mirati contro le strutture di comando. Secondo Iran International, i vertici dei Pasdaran temono che nei prossimi giorni possano esplodere violente manifestazioni in diverse città, aprendo una fase di instabilità interna. In questo contesto, l’ayatollah Alireza Arafi è stato scelto per completare il consiglio direttivo ad interim, affiancando Pezeshkian e altre figure di vertice, mentre il generale Ahmad Vahidi ha assunto la guida delle Guardie Rivoluzionarie. Arafi, 67 anni, membro del Consiglio dei Guardiani, è cresciuto nell’establishment religioso di Qom ed è stato molto vicino ad Ali Khamenei. È considerato un outsider contiguo ai Pasdaran, molto attento all’uso delle tecnologie digitali e all’intelligence. Ma la battaglia per la nomina della nuova Guida Suprema è solo all’inizio. Tutto avviene mentre in Israele la popolazione nella tarda serata di ieri ha ricevuto il messaggio: «Non uscite dai rifugi. Un’altra ondata di missili è in arrivo verso Israele».
Decapitata la linea di comando. È giallo sulla fine di Ahmadinejad
Giallo sulla morte dell’ex presidente della Repubblica dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad. Sabato nell’attacco aereo congiunto israeliano-americano avvenuto a est di Teheran oltre alla guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, sarebbe stato ucciso anche l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. La notizia era stata data inizialmente dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Ilna che, citando «fonti informate» e rilanciata dai media iraniani, israeliani e internazionali, scriveva: «Ahmadinejad, che ha servito come presidente durante i mandati nono e decimo, 2005-2013, è stato martirizzato a seguito dell’aggressione del regime sionista e degli Stati Uniti contro il Paese». Successivamente però, scriveva nella serata di ieri il Guardian, la stessa Ilna ha cambiato la notizia con una successiva dal titolo «Mahmoud Ahamdinejad è un martire?», mettendo così in dubbio la precedente e citando una fonte anonima che negava la morte dell’ex presidente «senza fornire ulteriori informazioni». Secondo la prima informazione della Ilna, l’ex presidente sarebbe stato ucciso in attacchi alla sua abitazione nel distretto di Narmak a Teheran e insieme a lui almeno sei persone tra guardie del corpo e collaboratori. Ahmadinejad, membro dell’Assemblea per il discernimento dell’interesse del sistema), è una figura significativa nella politica iraniana e internazionale. Aveva ricoperto in precedenza ruoli chiave: governatore della provincia di Ardabil, sindaco di Teheran (2003-2005) e figura di spicco della linea dura conservatrice e per le sue posizioni radicali, in particolare sulla questione nucleare e i diritti umani. Sul piano internazionale, Ahmadinejad era noto infatti per la sua posizione aggressiva e intransigente. Aveva difeso il programma nucleare iraniano contro quelle che definiva «potenze arroganti» e aveva rafforzato i legami con la Russia. Nel 2009 fu eletto per un secondo mandato in elezioni che scatenarono dure proteste, l’Onda Verde, e negli ultimi anni, dopo la morte del presidente Ibrahim Raisi nel 2024, aveva tentato di tornare in politica, ma la sua candidatura era stata respinta dal Consiglio dei Guardiani.
Oltre all’uccisione di Khamenei, al potere dal 1989, insieme a figlia, genero e nipote, secondo l’Agenzia di stampa della Repubblica islamica, sono morti altri vertici istituzionali, religiosi e militari. In particolare sarebbero morti alti comandanti durante una riunione del Consiglio di Difesa: Seyed Abdolrahim Mousavi, Capo di Stato maggiore delle Forze armate; Mohammad Bagheri, comandante in capo dell’IRGC; il capo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, il generale dei Pasdaran Mohammad Pakpour; Ali Shamkhani, segretario del Consiglio di Difesa; e Aziz Nasirzadeh, ministro della Difesa e il capo dell’intelligence della polizia iraniana, Gholamreza Rezaian. Morti «eccellenti» che confermerebbero quanto dichiarato dai vertici americani e israeliani. Il presidente americano, Donald Trump, intervenendo ieri su Fox News, ieri ha affermato che «48 comandanti iraniani sono stati uccisi in un colpo solo» mentre il portavoce delle Idf Effi Defrin sabato sera aveva detto: «Stiamo aprendo la strada vero il cuore dell’Iran. Abbiamo attaccato i sistemi di difesa, ampliato la superiorità aerea. Nell’attacco iniziale, 40 comandanti iraniani chiave sono stati eliminati in un minuto». E ieri, secondo giorno di attacchi, la Mezzaluna rossa ha dato i primi dati sui morti. In Iran sarebbero 201 con 747 i feriti. In particolare sono state confermate le 148 vittime, quasi tutte bambine della scuola materna di Minab, nel sud della provincia iraniana di Hormozgan, mentre i media iraniani hanno riferito che 43 membri delle forze di sicurezza sono morti ieri in un attacco contro la caserma di un reggimento di frontiera avvenuto nella città di Mehran, vicino all’Iraq. Anche negli altri Paesi del Golfo ci sarebbero le prime vittime. Tre soldati americani sono rimasti uccisi durante gli attacchi.
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Antonio Tajani (Ansa)
Tutto il traffico areo è paralizzato nella zona del Golfo: almeno 5.000 i voli cancellati, mentre nell’area sarebbero 58.000 gli italiani coinvolti. Da Mascate è passato anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rimasto bloccato due giorni fa a Dubai, come migliaia di italiani, sotto il bombardamento iraniano, per rientrare in serata in Italia con il Gulfstream G550 dell’Aeronautica militare, partito dalla base di Pratica di Mare.
Crosetto, investito da molte critiche, in particolare dai deputati pentastellati della commissione Difesa che hanno presentato un’interrogazione sul perché l’Italia non sia stata avvisata dell’attacco israelo-americano a Teheran, prima di muoversi verso l’Oman ha rilasciato una nota durissima. Ha scritto su «X»: «Sto rientrando in Italia continuando a gestire da ieri la situazione con tutti gli strumenti tecnici necessari per farlo anche all’estero. Rientrerò da solo, per evitare l’esposizione a ulteriori pericoli ad altri. Ho già bonificato all’Aeronautica Militare una somma che è il triplo di quello che pagano i passeggeri sui voli di Stato. Lascerò qui la mia famiglia (che comprende la scelta), dopo essermi sincerato che per loro, come per gli altri cittadini italiani e stranieri, non ci siano rischi rilevanti se non quelli di nefasta casualità».
Crosetto ha poi precisato: «Trovo vergognoso e basso questo modo di fare polemica. Non penso che si possa strumentalizzare una situazione creatasi per eventi, l’attacco a Dubai, che non erano considerati tra le ipotesi di risposta iraniana. Ciò detto la mia presenza qui è stata utile nella gestione della crisi così come lo sono stati i contatti con i miei colleghi europei e mediorientali e quella che avrò con il Pentagono». A rispondere in Parlamento di quanto sta avvenendo sarà oggi il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ieri ha ricordato: «Abbiamo costituito al ministero degli Esteri una task force Golfo affinché tutti gli italiani possano essere assistiti nella maniera migliore possibile». Tajani in risposta a chi dice che il governo italiano è stato ignorato ha precisato: «Non sapevo della presenza di Crosetto a Dubai, ma lui è partito prima dell’attacco: noi siamo stati informati quando l’operazione era già iniziata. Mi ha chiamato il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, per avvertirmi di quanto stavano facendo in accordo con gli americani». A Dubai c’è la maggiore concentrazione di italiani e ci sono molti studenti minorenni in gita. Tajani ha rassicurato: «In questo momento il console d’Italia è a contatto con questi ragazzi; sono tutti assistiti, sistemati negli alberghi ed è tutto garantito dal governo degli Emirati Arabi Uniti come mi aveva assicurato il ministro degli Esteri». Ad Abu Dhabi, dove c’è un’altra massiccia presenza di italiani, si è avuto un momento critico perché - ha comunicato il ministro degli Esteri - «è stato colpito un grattacielo vicino alla nostra sede diplomatica». La cantante Big Mama ha lanciato un appello: «Siamo bloccati a Dubai, sentiamo i missili sopra di noi, siamo tantissimi, sono terrorizzata». Un gruppo di italiani è fermo nell’isola di The Palm. Daniele Bovo, un ragazzo veronese di 21 anni, si è improvvisato reporter dagli Emirati e ha raccontato attimi di grande paura. A Dubai sono bloccati in aeroporto imprenditori pugliesi che di ritorno dall’India, una volta fatto scalo, non sono potuti ripartire. In totale gli italiani che si trovano nell’area di conflitto sono circa 58.000. Una mappa approssimativa ne stima 22.400 residenti tra Dubai e Abu Dhabi a cui si aggiungono circa 2.000 turisti. In Iran, dove da tempo c’è la massima allerta, si trovano 470 connazionali, in Libano ce ne sono 3.900 e circa 2.000 in Giordania. In Israele sono presenti 20.800 italiani e mille di questi militano nell’esercito di Tel Aviv, in Arabia Saudita ci sono 3.500 connazionali, in Qatar 3.200, in Kuwait 1.000, nel Bahrein circa 780 e in Iraq poco più di 550.
Ora si aggiunge anche un altro velato timore. I servizi britannici avvertono che due missili iraniani hanno colpito Cipro, ma Nicosia ha smentito. L’ex consigliere per la sicurezza della Casa Bianca, Jhon R. Bolton, conversando con Repubblica ha affermato che l’Italia sarebbe un possibile bersaglio, ipotesi già affacciata dall’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled. Teoricamente è possibile: i missili Soumar hanno una gittata di 3.000 chilometri, ma noi siamo un bersaglio al limite e comunque abbiamo un efficiente scudo sia nazionale che europeo, anche se dall’inizio dell’operazione israelo-americana a Teheran la base Nato di Aviano è in stato di massima allerta.
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