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2020-05-27
Dimissioni per finta ma l’Anm va in pezzi. La corrente Mi lascia il comitato direttivo
Ansa
Le ultime parole famose. Così parlava sabato scorso il presidente (sedicente) dimissionario dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Poniz: «Non si può pensare che noi siamo rimasti o vogliamo rimanere in sella ed esporci ad attacchi ingiustificati. Tutti sanno che l'emergenza ci ha costretti a un lavoro difficilissimo. Se qualcuno pensa che la proroga nella quale ci siamo trovati nostro malgrado serva per proteggere una posizione o mantenere l'assetto dei rapporti politici, è un cosa che non si può tollerare». Quarantott'ore dopo, è tutto cancellato. Tout est pardonné, direbbero i francesi: è tutto perdonato.
Il comitato direttivo centrale (Cdc) e la Giunta esecutiva centrale (Gec) dell'Anm sono ancora qui, come nella canzone di Vasco Rossi. Tecnicamente si chiama «prorogatio», ed è una facoltà che sta nascosta nelle pieghe dello Statuto dell'associazione a cui è iscritto quasi il novanta per cento dei togati italiani. Dunque, Cdc e Gec restano in piedi e operativi. Chi si tira fuori dal parlamentino, invece, è Magistratura indipendente che in un comunicato di fuoco ha attaccato la gestione dell'Anm e posto le basi per una rottura senza precedenti nel pur monolitico blocco della corporazione.
«Un fiume impetuoso di fango si propaga rapidamente rompendo gli argini, ma i tre gruppi che decidono le sorti associative (Upc - Area - AI) trovano dopo nemmeno due giorni la forza per ricompattarsi pur di non annegare, lanciandosi reciprocamente giubbotti gonfiabili», si legge nella nota firmata dagli ex componenti del Cdc per Magistratura indipendente (Stefano Buccini, Nunzia Ciaravolo, Edoardo Cilenti, Giancarlo Dominijanni, Paola D'Ovidio, Liana Esposito, Ugo Scavuzzo) e controfirmata dal Segretario generale Paola D'Ovidio e dal Presidente, Mariagrazia Arena.
L'Anm del presidente Poniz (Area) e del segretario Giuliano Caputo (Unicost), le cui chat con Luca Palamara sono state svelate dal nostro giornale nei giorni scorsi, aveva anche provato a coinvolgere Mi nella gestione transitoria fino alle prossime elezioni, fissate a ottobre dopo il rinvio di marzo dovuto al coronavirus. Ma la risposta è stata un sonoro «no, grazie». E il motivo si legge proprio nella nota della corrente: «Bocciate le nostre proposte (ritornare subito alle urne, ndr), si voterà dunque tra altri 5 mesi, e per noi non ha alcun senso far parte di una ristretta cerchia di persone - di cui alcune direttamente coinvolte dalle conversazioni pubblicate - che pervicacemente si auto-assolvono ed auto-alimentano attaccate a un respiratore artificiale, confidando che la bufera passi e che i magistrati ne perdano il ricordo». Finora, a lasciare è stato solamente il pm milanese Angelo Renna, anche lui sorpreso - come raccontato dalla Verità - a messaggiare con il pm finito sott'inchiesta a Perugia per una presunta corruzione. «Unicamente un componente di UpC si è dimesso dalla Gec e dal Cdc (è bene ricordarlo, non spontaneamente, bensì richiesto da Area) per aver pronunciato una frase offensiva nei confronti di una collega componente dello stesso Cdc, di talché il tema dei concorsi pilotati deve, all'evidenza, essere stato giudicato da costoro un peccato “veniale" di cui non ci si può dolere e non si deve rispondere».
La motivazione addotta dal presidente Poniz per la retromarcia è dovuta alla necessità di «rappresentare responsabilmente i magistrati che in quelle chat non ci sono né hanno mai aderito a certe pratiche...», ma per Mi non è chiaramente sufficiente. Tant'è che, nel durissimo comunicato di dimissioni, gli ormai ex componenti del Consiglio direttivo centrale battono forte sul mancato «dibattito su un utilizzo politico della Anm, che purtroppo emerge in una parte significativa delle conversazioni da ultimo pubblicate», a cominciare proprio da quella riguardante l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini, scovata dal nostro giornale. «Non una parola di censura è stata spesa al riguardo nel Cdc. A noi corre l'obbligo di ribadire che ci siamo sempre opposti ad un utilizzo politico della Anm, posizione espressa innumerevoli volte in seno alla Anm e non solo […] La nostra concezione dell'essere magistrati ed il senso di responsabilità verso tutti i colleghi ci impongono una netta presa di distanza da tali irresponsabili comportamenti».
Il documento condanna «questo insopportabile moralismo di facciata» e ribadisce, una volta di più, «il bisogno di allontanarci, consci del fatto che, accettando la capziosa chiamata per comporre un preteso “governo dei responsabili" della Anm, daremmo l'immagine distorta del “siete tutti uguali, sempre e comunque"». Che cosa faranno ora le toghe di Magistratura indipendente? Opposizione extra parlamentare, potremmo dire. Una opposizione «fuori dal Cdc», si legge ancora. «Fiduciosi che il momento del voto arriverà e non ci troverà impreparati sui contenuti. Del resto non è poi così difficile: è sufficiente occuparsi, come sempre, della quotidianità del nostro lavoro». E un po' meno di quelle nomine e di quei favori immortalati dalle intercettazioni ottenute col trojan inoculato nel cellulare di Luca Palamara. Una rete in cui sono finiti tutti, compresi i parlamentari. E proprio il deputato Pd Cosimo Ferri ieri si è visto bocciare dalla Corte Costituzionale, in quanto «inammissibile», il conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato per essere stato «ascoltato» dagli investigatori durante i suoi incontri col pm sott'inchiesta, in presunta violazione delle sue prerogative parlamentari.
Lo scandalo delle chat anti Salvini arriva fino al Parlamento europeo
Prima silenziato, poi raccontato tutt'al più in tono cronachistico neutro, lo scoop della Verità sulle chat fra magistrati in cui veniva insultato Matteo Salvini arriva fino in Europa. Dove, al netto delle ideologie, forse qualcuno troverà qualcosa da ridire nel fatto che un magistrato spiegasse ai colleghi che, anche se Salvini «ha ragione», come sostenuto dal procuratore capo di Viterbo Paolo Auriemma, tuttavia «ora va attaccato», come chiosava invece Luca Palamara.
L'iniziativa parte da alcuni eurodeputati di Id, cioè il gruppo Identità e democrazia, di cui fanno parte il Rassemblement National di Marine Le Pen, la Lega, l'Fpö austriaco e altri movimenti. Nicolas Bay, vicepresidente del gruppo, Jean-Paul Garraud, magistrato, e Annalisa Tardino, coordinatrice Libe per il gruppo Id, hanno infatti inviato una lettera a Juan Fernando López Aguilar, presidente della Commissione libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo, per sollevare la questione della giustizia politicizzata italiana anche di fronte alle istituzioni europee.
«L'indipendenza e l'imparzialità della magistratura all'interno di uno Stato membro Ue sono a rischio», riassume una nota della delegazione della Lega al Parlamento europeo. Che prosegue: «Con una lettera a Juan Fernando López Aguilar, chiediamo un dibattito in Ue sul caso procure e sulle strumentalizzazioni della giustizia Italia, una grave minaccia per lo Stato di diritto. Le rivelazioni del quotidiano La Verità hanno svelato preoccupanti manipolazioni di alti rappresentanti della giustizia italiana con l'obiettivo di danneggiare Matteo Salvini. Le dichiarazioni dei magistrati incidono gravemente sul principio della separazione dei poteri, nonché sul diritto di ciascun cittadino ad affrontare un processo equo. Sono a rischio i diritti fondamentali di un esponente politico che ha assunto decisioni che, per ammissione degli stessi magistrati, erano perfettamente legali. Di fronte a questa grave strumentalizzazione del sistema giudiziario, una palese violazione dello Stato di diritto in uno Stato membro, l'Europa non può restare indifferente».
Bay, esponente del Rassemblement National, ha anche postato sul suo profilo Twitter un suo intervento alla stessa Commissione per le libertà civili dell'Europarlamento in cui, nell'ambito di una discussione su presunte violazioni dei diritti in Polonia, ha invitato l'Ue a interessarsi piuttosto di ciò che accade in Francia o in Italia.
Riguardo il nostro Paese, Bay ha detto: «Si potrebbe citare il caso del sistema giudiziario italiano, in cui questo weekend abbiamo appreso che due magistrati si scambiavano messaggi dicendo che Salvini ha ragione sulla questione migratoria ma che bisognava trovare un modo giuridico di condannarlo. È lì che abbiamo degli attacchi allo Stato di diritto. Non vorrei che si attaccassero sempre Polonia e Ungheria solamente perché sono dei Paesi che hanno degli orientamenti politici, convalidati dagli elettori al momento delle elezioni, che non piacciono alle istituzioni europee».
Per le stesse istituzioni europee chiamate in causa dall'eurodeputato francese si tratta sicuramente di un'ottima occasione per dimostrare che in questa Europa non tutti i mezzi sono leciti quando c'è da combattere i sovranisti. Oppure di dimostrare il contrario.
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Dopo le rinunce annunciate e mai formalizzate dei dirigenti dell'associazione, la componente guidata da Mariagrazia Arena se ne va.Una lettera di alcuni eurodeputati sovranisti solleva il caso anche a Bruxelles.Lo speciale contiene due articoliLe ultime parole famose. Così parlava sabato scorso il presidente (sedicente) dimissionario dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Poniz: «Non si può pensare che noi siamo rimasti o vogliamo rimanere in sella ed esporci ad attacchi ingiustificati. Tutti sanno che l'emergenza ci ha costretti a un lavoro difficilissimo. Se qualcuno pensa che la proroga nella quale ci siamo trovati nostro malgrado serva per proteggere una posizione o mantenere l'assetto dei rapporti politici, è un cosa che non si può tollerare». Quarantott'ore dopo, è tutto cancellato. Tout est pardonné, direbbero i francesi: è tutto perdonato. Il comitato direttivo centrale (Cdc) e la Giunta esecutiva centrale (Gec) dell'Anm sono ancora qui, come nella canzone di Vasco Rossi. Tecnicamente si chiama «prorogatio», ed è una facoltà che sta nascosta nelle pieghe dello Statuto dell'associazione a cui è iscritto quasi il novanta per cento dei togati italiani. Dunque, Cdc e Gec restano in piedi e operativi. Chi si tira fuori dal parlamentino, invece, è Magistratura indipendente che in un comunicato di fuoco ha attaccato la gestione dell'Anm e posto le basi per una rottura senza precedenti nel pur monolitico blocco della corporazione.«Un fiume impetuoso di fango si propaga rapidamente rompendo gli argini, ma i tre gruppi che decidono le sorti associative (Upc - Area - AI) trovano dopo nemmeno due giorni la forza per ricompattarsi pur di non annegare, lanciandosi reciprocamente giubbotti gonfiabili», si legge nella nota firmata dagli ex componenti del Cdc per Magistratura indipendente (Stefano Buccini, Nunzia Ciaravolo, Edoardo Cilenti, Giancarlo Dominijanni, Paola D'Ovidio, Liana Esposito, Ugo Scavuzzo) e controfirmata dal Segretario generale Paola D'Ovidio e dal Presidente, Mariagrazia Arena.L'Anm del presidente Poniz (Area) e del segretario Giuliano Caputo (Unicost), le cui chat con Luca Palamara sono state svelate dal nostro giornale nei giorni scorsi, aveva anche provato a coinvolgere Mi nella gestione transitoria fino alle prossime elezioni, fissate a ottobre dopo il rinvio di marzo dovuto al coronavirus. Ma la risposta è stata un sonoro «no, grazie». E il motivo si legge proprio nella nota della corrente: «Bocciate le nostre proposte (ritornare subito alle urne, ndr), si voterà dunque tra altri 5 mesi, e per noi non ha alcun senso far parte di una ristretta cerchia di persone - di cui alcune direttamente coinvolte dalle conversazioni pubblicate - che pervicacemente si auto-assolvono ed auto-alimentano attaccate a un respiratore artificiale, confidando che la bufera passi e che i magistrati ne perdano il ricordo». Finora, a lasciare è stato solamente il pm milanese Angelo Renna, anche lui sorpreso - come raccontato dalla Verità - a messaggiare con il pm finito sott'inchiesta a Perugia per una presunta corruzione. «Unicamente un componente di UpC si è dimesso dalla Gec e dal Cdc (è bene ricordarlo, non spontaneamente, bensì richiesto da Area) per aver pronunciato una frase offensiva nei confronti di una collega componente dello stesso Cdc, di talché il tema dei concorsi pilotati deve, all'evidenza, essere stato giudicato da costoro un peccato “veniale" di cui non ci si può dolere e non si deve rispondere».La motivazione addotta dal presidente Poniz per la retromarcia è dovuta alla necessità di «rappresentare responsabilmente i magistrati che in quelle chat non ci sono né hanno mai aderito a certe pratiche...», ma per Mi non è chiaramente sufficiente. Tant'è che, nel durissimo comunicato di dimissioni, gli ormai ex componenti del Consiglio direttivo centrale battono forte sul mancato «dibattito su un utilizzo politico della Anm, che purtroppo emerge in una parte significativa delle conversazioni da ultimo pubblicate», a cominciare proprio da quella riguardante l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini, scovata dal nostro giornale. «Non una parola di censura è stata spesa al riguardo nel Cdc. A noi corre l'obbligo di ribadire che ci siamo sempre opposti ad un utilizzo politico della Anm, posizione espressa innumerevoli volte in seno alla Anm e non solo […] La nostra concezione dell'essere magistrati ed il senso di responsabilità verso tutti i colleghi ci impongono una netta presa di distanza da tali irresponsabili comportamenti».Il documento condanna «questo insopportabile moralismo di facciata» e ribadisce, una volta di più, «il bisogno di allontanarci, consci del fatto che, accettando la capziosa chiamata per comporre un preteso “governo dei responsabili" della Anm, daremmo l'immagine distorta del “siete tutti uguali, sempre e comunque"». Che cosa faranno ora le toghe di Magistratura indipendente? Opposizione extra parlamentare, potremmo dire. Una opposizione «fuori dal Cdc», si legge ancora. «Fiduciosi che il momento del voto arriverà e non ci troverà impreparati sui contenuti. Del resto non è poi così difficile: è sufficiente occuparsi, come sempre, della quotidianità del nostro lavoro». E un po' meno di quelle nomine e di quei favori immortalati dalle intercettazioni ottenute col trojan inoculato nel cellulare di Luca Palamara. Una rete in cui sono finiti tutti, compresi i parlamentari. E proprio il deputato Pd Cosimo Ferri ieri si è visto bocciare dalla Corte Costituzionale, in quanto «inammissibile», il conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato per essere stato «ascoltato» dagli investigatori durante i suoi incontri col pm sott'inchiesta, in presunta violazione delle sue prerogative parlamentari. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dimissioni-per-finta-ma-lanm-va-in-pezzi-la-corrente-mi-lascia-il-comitato-direttivo-2646099511.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-scandalo-delle-chat-anti-salvini-arriva-fino-al-parlamento-europeo" data-post-id="2646099511" data-published-at="1590532369" data-use-pagination="False"> Lo scandalo delle chat anti Salvini arriva fino al Parlamento europeo Prima silenziato, poi raccontato tutt'al più in tono cronachistico neutro, lo scoop della Verità sulle chat fra magistrati in cui veniva insultato Matteo Salvini arriva fino in Europa. Dove, al netto delle ideologie, forse qualcuno troverà qualcosa da ridire nel fatto che un magistrato spiegasse ai colleghi che, anche se Salvini «ha ragione», come sostenuto dal procuratore capo di Viterbo Paolo Auriemma, tuttavia «ora va attaccato», come chiosava invece Luca Palamara. L'iniziativa parte da alcuni eurodeputati di Id, cioè il gruppo Identità e democrazia, di cui fanno parte il Rassemblement National di Marine Le Pen, la Lega, l'Fpö austriaco e altri movimenti. Nicolas Bay, vicepresidente del gruppo, Jean-Paul Garraud, magistrato, e Annalisa Tardino, coordinatrice Libe per il gruppo Id, hanno infatti inviato una lettera a Juan Fernando López Aguilar, presidente della Commissione libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo, per sollevare la questione della giustizia politicizzata italiana anche di fronte alle istituzioni europee. «L'indipendenza e l'imparzialità della magistratura all'interno di uno Stato membro Ue sono a rischio», riassume una nota della delegazione della Lega al Parlamento europeo. Che prosegue: «Con una lettera a Juan Fernando López Aguilar, chiediamo un dibattito in Ue sul caso procure e sulle strumentalizzazioni della giustizia Italia, una grave minaccia per lo Stato di diritto. Le rivelazioni del quotidiano La Verità hanno svelato preoccupanti manipolazioni di alti rappresentanti della giustizia italiana con l'obiettivo di danneggiare Matteo Salvini. Le dichiarazioni dei magistrati incidono gravemente sul principio della separazione dei poteri, nonché sul diritto di ciascun cittadino ad affrontare un processo equo. Sono a rischio i diritti fondamentali di un esponente politico che ha assunto decisioni che, per ammissione degli stessi magistrati, erano perfettamente legali. Di fronte a questa grave strumentalizzazione del sistema giudiziario, una palese violazione dello Stato di diritto in uno Stato membro, l'Europa non può restare indifferente». Bay, esponente del Rassemblement National, ha anche postato sul suo profilo Twitter un suo intervento alla stessa Commissione per le libertà civili dell'Europarlamento in cui, nell'ambito di una discussione su presunte violazioni dei diritti in Polonia, ha invitato l'Ue a interessarsi piuttosto di ciò che accade in Francia o in Italia. Riguardo il nostro Paese, Bay ha detto: «Si potrebbe citare il caso del sistema giudiziario italiano, in cui questo weekend abbiamo appreso che due magistrati si scambiavano messaggi dicendo che Salvini ha ragione sulla questione migratoria ma che bisognava trovare un modo giuridico di condannarlo. È lì che abbiamo degli attacchi allo Stato di diritto. Non vorrei che si attaccassero sempre Polonia e Ungheria solamente perché sono dei Paesi che hanno degli orientamenti politici, convalidati dagli elettori al momento delle elezioni, che non piacciono alle istituzioni europee». Per le stesse istituzioni europee chiamate in causa dall'eurodeputato francese si tratta sicuramente di un'ottima occasione per dimostrare che in questa Europa non tutti i mezzi sono leciti quando c'è da combattere i sovranisti. Oppure di dimostrare il contrario.
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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