True
2020-05-27
Dimissioni per finta ma l’Anm va in pezzi. La corrente Mi lascia il comitato direttivo
Ansa
Le ultime parole famose. Così parlava sabato scorso il presidente (sedicente) dimissionario dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Poniz: «Non si può pensare che noi siamo rimasti o vogliamo rimanere in sella ed esporci ad attacchi ingiustificati. Tutti sanno che l'emergenza ci ha costretti a un lavoro difficilissimo. Se qualcuno pensa che la proroga nella quale ci siamo trovati nostro malgrado serva per proteggere una posizione o mantenere l'assetto dei rapporti politici, è un cosa che non si può tollerare». Quarantott'ore dopo, è tutto cancellato. Tout est pardonné, direbbero i francesi: è tutto perdonato.
Il comitato direttivo centrale (Cdc) e la Giunta esecutiva centrale (Gec) dell'Anm sono ancora qui, come nella canzone di Vasco Rossi. Tecnicamente si chiama «prorogatio», ed è una facoltà che sta nascosta nelle pieghe dello Statuto dell'associazione a cui è iscritto quasi il novanta per cento dei togati italiani. Dunque, Cdc e Gec restano in piedi e operativi. Chi si tira fuori dal parlamentino, invece, è Magistratura indipendente che in un comunicato di fuoco ha attaccato la gestione dell'Anm e posto le basi per una rottura senza precedenti nel pur monolitico blocco della corporazione.
«Un fiume impetuoso di fango si propaga rapidamente rompendo gli argini, ma i tre gruppi che decidono le sorti associative (Upc - Area - AI) trovano dopo nemmeno due giorni la forza per ricompattarsi pur di non annegare, lanciandosi reciprocamente giubbotti gonfiabili», si legge nella nota firmata dagli ex componenti del Cdc per Magistratura indipendente (Stefano Buccini, Nunzia Ciaravolo, Edoardo Cilenti, Giancarlo Dominijanni, Paola D'Ovidio, Liana Esposito, Ugo Scavuzzo) e controfirmata dal Segretario generale Paola D'Ovidio e dal Presidente, Mariagrazia Arena.
L'Anm del presidente Poniz (Area) e del segretario Giuliano Caputo (Unicost), le cui chat con Luca Palamara sono state svelate dal nostro giornale nei giorni scorsi, aveva anche provato a coinvolgere Mi nella gestione transitoria fino alle prossime elezioni, fissate a ottobre dopo il rinvio di marzo dovuto al coronavirus. Ma la risposta è stata un sonoro «no, grazie». E il motivo si legge proprio nella nota della corrente: «Bocciate le nostre proposte (ritornare subito alle urne, ndr), si voterà dunque tra altri 5 mesi, e per noi non ha alcun senso far parte di una ristretta cerchia di persone - di cui alcune direttamente coinvolte dalle conversazioni pubblicate - che pervicacemente si auto-assolvono ed auto-alimentano attaccate a un respiratore artificiale, confidando che la bufera passi e che i magistrati ne perdano il ricordo». Finora, a lasciare è stato solamente il pm milanese Angelo Renna, anche lui sorpreso - come raccontato dalla Verità - a messaggiare con il pm finito sott'inchiesta a Perugia per una presunta corruzione. «Unicamente un componente di UpC si è dimesso dalla Gec e dal Cdc (è bene ricordarlo, non spontaneamente, bensì richiesto da Area) per aver pronunciato una frase offensiva nei confronti di una collega componente dello stesso Cdc, di talché il tema dei concorsi pilotati deve, all'evidenza, essere stato giudicato da costoro un peccato “veniale" di cui non ci si può dolere e non si deve rispondere».
La motivazione addotta dal presidente Poniz per la retromarcia è dovuta alla necessità di «rappresentare responsabilmente i magistrati che in quelle chat non ci sono né hanno mai aderito a certe pratiche...», ma per Mi non è chiaramente sufficiente. Tant'è che, nel durissimo comunicato di dimissioni, gli ormai ex componenti del Consiglio direttivo centrale battono forte sul mancato «dibattito su un utilizzo politico della Anm, che purtroppo emerge in una parte significativa delle conversazioni da ultimo pubblicate», a cominciare proprio da quella riguardante l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini, scovata dal nostro giornale. «Non una parola di censura è stata spesa al riguardo nel Cdc. A noi corre l'obbligo di ribadire che ci siamo sempre opposti ad un utilizzo politico della Anm, posizione espressa innumerevoli volte in seno alla Anm e non solo […] La nostra concezione dell'essere magistrati ed il senso di responsabilità verso tutti i colleghi ci impongono una netta presa di distanza da tali irresponsabili comportamenti».
Il documento condanna «questo insopportabile moralismo di facciata» e ribadisce, una volta di più, «il bisogno di allontanarci, consci del fatto che, accettando la capziosa chiamata per comporre un preteso “governo dei responsabili" della Anm, daremmo l'immagine distorta del “siete tutti uguali, sempre e comunque"». Che cosa faranno ora le toghe di Magistratura indipendente? Opposizione extra parlamentare, potremmo dire. Una opposizione «fuori dal Cdc», si legge ancora. «Fiduciosi che il momento del voto arriverà e non ci troverà impreparati sui contenuti. Del resto non è poi così difficile: è sufficiente occuparsi, come sempre, della quotidianità del nostro lavoro». E un po' meno di quelle nomine e di quei favori immortalati dalle intercettazioni ottenute col trojan inoculato nel cellulare di Luca Palamara. Una rete in cui sono finiti tutti, compresi i parlamentari. E proprio il deputato Pd Cosimo Ferri ieri si è visto bocciare dalla Corte Costituzionale, in quanto «inammissibile», il conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato per essere stato «ascoltato» dagli investigatori durante i suoi incontri col pm sott'inchiesta, in presunta violazione delle sue prerogative parlamentari.
Lo scandalo delle chat anti Salvini arriva fino al Parlamento europeo
Prima silenziato, poi raccontato tutt'al più in tono cronachistico neutro, lo scoop della Verità sulle chat fra magistrati in cui veniva insultato Matteo Salvini arriva fino in Europa. Dove, al netto delle ideologie, forse qualcuno troverà qualcosa da ridire nel fatto che un magistrato spiegasse ai colleghi che, anche se Salvini «ha ragione», come sostenuto dal procuratore capo di Viterbo Paolo Auriemma, tuttavia «ora va attaccato», come chiosava invece Luca Palamara.
L'iniziativa parte da alcuni eurodeputati di Id, cioè il gruppo Identità e democrazia, di cui fanno parte il Rassemblement National di Marine Le Pen, la Lega, l'Fpö austriaco e altri movimenti. Nicolas Bay, vicepresidente del gruppo, Jean-Paul Garraud, magistrato, e Annalisa Tardino, coordinatrice Libe per il gruppo Id, hanno infatti inviato una lettera a Juan Fernando López Aguilar, presidente della Commissione libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo, per sollevare la questione della giustizia politicizzata italiana anche di fronte alle istituzioni europee.
«L'indipendenza e l'imparzialità della magistratura all'interno di uno Stato membro Ue sono a rischio», riassume una nota della delegazione della Lega al Parlamento europeo. Che prosegue: «Con una lettera a Juan Fernando López Aguilar, chiediamo un dibattito in Ue sul caso procure e sulle strumentalizzazioni della giustizia Italia, una grave minaccia per lo Stato di diritto. Le rivelazioni del quotidiano La Verità hanno svelato preoccupanti manipolazioni di alti rappresentanti della giustizia italiana con l'obiettivo di danneggiare Matteo Salvini. Le dichiarazioni dei magistrati incidono gravemente sul principio della separazione dei poteri, nonché sul diritto di ciascun cittadino ad affrontare un processo equo. Sono a rischio i diritti fondamentali di un esponente politico che ha assunto decisioni che, per ammissione degli stessi magistrati, erano perfettamente legali. Di fronte a questa grave strumentalizzazione del sistema giudiziario, una palese violazione dello Stato di diritto in uno Stato membro, l'Europa non può restare indifferente».
Bay, esponente del Rassemblement National, ha anche postato sul suo profilo Twitter un suo intervento alla stessa Commissione per le libertà civili dell'Europarlamento in cui, nell'ambito di una discussione su presunte violazioni dei diritti in Polonia, ha invitato l'Ue a interessarsi piuttosto di ciò che accade in Francia o in Italia.
Riguardo il nostro Paese, Bay ha detto: «Si potrebbe citare il caso del sistema giudiziario italiano, in cui questo weekend abbiamo appreso che due magistrati si scambiavano messaggi dicendo che Salvini ha ragione sulla questione migratoria ma che bisognava trovare un modo giuridico di condannarlo. È lì che abbiamo degli attacchi allo Stato di diritto. Non vorrei che si attaccassero sempre Polonia e Ungheria solamente perché sono dei Paesi che hanno degli orientamenti politici, convalidati dagli elettori al momento delle elezioni, che non piacciono alle istituzioni europee».
Per le stesse istituzioni europee chiamate in causa dall'eurodeputato francese si tratta sicuramente di un'ottima occasione per dimostrare che in questa Europa non tutti i mezzi sono leciti quando c'è da combattere i sovranisti. Oppure di dimostrare il contrario.
Continua a leggereRiduci
Dopo le rinunce annunciate e mai formalizzate dei dirigenti dell'associazione, la componente guidata da Mariagrazia Arena se ne va.Una lettera di alcuni eurodeputati sovranisti solleva il caso anche a Bruxelles.Lo speciale contiene due articoliLe ultime parole famose. Così parlava sabato scorso il presidente (sedicente) dimissionario dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Poniz: «Non si può pensare che noi siamo rimasti o vogliamo rimanere in sella ed esporci ad attacchi ingiustificati. Tutti sanno che l'emergenza ci ha costretti a un lavoro difficilissimo. Se qualcuno pensa che la proroga nella quale ci siamo trovati nostro malgrado serva per proteggere una posizione o mantenere l'assetto dei rapporti politici, è un cosa che non si può tollerare». Quarantott'ore dopo, è tutto cancellato. Tout est pardonné, direbbero i francesi: è tutto perdonato. Il comitato direttivo centrale (Cdc) e la Giunta esecutiva centrale (Gec) dell'Anm sono ancora qui, come nella canzone di Vasco Rossi. Tecnicamente si chiama «prorogatio», ed è una facoltà che sta nascosta nelle pieghe dello Statuto dell'associazione a cui è iscritto quasi il novanta per cento dei togati italiani. Dunque, Cdc e Gec restano in piedi e operativi. Chi si tira fuori dal parlamentino, invece, è Magistratura indipendente che in un comunicato di fuoco ha attaccato la gestione dell'Anm e posto le basi per una rottura senza precedenti nel pur monolitico blocco della corporazione.«Un fiume impetuoso di fango si propaga rapidamente rompendo gli argini, ma i tre gruppi che decidono le sorti associative (Upc - Area - AI) trovano dopo nemmeno due giorni la forza per ricompattarsi pur di non annegare, lanciandosi reciprocamente giubbotti gonfiabili», si legge nella nota firmata dagli ex componenti del Cdc per Magistratura indipendente (Stefano Buccini, Nunzia Ciaravolo, Edoardo Cilenti, Giancarlo Dominijanni, Paola D'Ovidio, Liana Esposito, Ugo Scavuzzo) e controfirmata dal Segretario generale Paola D'Ovidio e dal Presidente, Mariagrazia Arena.L'Anm del presidente Poniz (Area) e del segretario Giuliano Caputo (Unicost), le cui chat con Luca Palamara sono state svelate dal nostro giornale nei giorni scorsi, aveva anche provato a coinvolgere Mi nella gestione transitoria fino alle prossime elezioni, fissate a ottobre dopo il rinvio di marzo dovuto al coronavirus. Ma la risposta è stata un sonoro «no, grazie». E il motivo si legge proprio nella nota della corrente: «Bocciate le nostre proposte (ritornare subito alle urne, ndr), si voterà dunque tra altri 5 mesi, e per noi non ha alcun senso far parte di una ristretta cerchia di persone - di cui alcune direttamente coinvolte dalle conversazioni pubblicate - che pervicacemente si auto-assolvono ed auto-alimentano attaccate a un respiratore artificiale, confidando che la bufera passi e che i magistrati ne perdano il ricordo». Finora, a lasciare è stato solamente il pm milanese Angelo Renna, anche lui sorpreso - come raccontato dalla Verità - a messaggiare con il pm finito sott'inchiesta a Perugia per una presunta corruzione. «Unicamente un componente di UpC si è dimesso dalla Gec e dal Cdc (è bene ricordarlo, non spontaneamente, bensì richiesto da Area) per aver pronunciato una frase offensiva nei confronti di una collega componente dello stesso Cdc, di talché il tema dei concorsi pilotati deve, all'evidenza, essere stato giudicato da costoro un peccato “veniale" di cui non ci si può dolere e non si deve rispondere».La motivazione addotta dal presidente Poniz per la retromarcia è dovuta alla necessità di «rappresentare responsabilmente i magistrati che in quelle chat non ci sono né hanno mai aderito a certe pratiche...», ma per Mi non è chiaramente sufficiente. Tant'è che, nel durissimo comunicato di dimissioni, gli ormai ex componenti del Consiglio direttivo centrale battono forte sul mancato «dibattito su un utilizzo politico della Anm, che purtroppo emerge in una parte significativa delle conversazioni da ultimo pubblicate», a cominciare proprio da quella riguardante l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini, scovata dal nostro giornale. «Non una parola di censura è stata spesa al riguardo nel Cdc. A noi corre l'obbligo di ribadire che ci siamo sempre opposti ad un utilizzo politico della Anm, posizione espressa innumerevoli volte in seno alla Anm e non solo […] La nostra concezione dell'essere magistrati ed il senso di responsabilità verso tutti i colleghi ci impongono una netta presa di distanza da tali irresponsabili comportamenti».Il documento condanna «questo insopportabile moralismo di facciata» e ribadisce, una volta di più, «il bisogno di allontanarci, consci del fatto che, accettando la capziosa chiamata per comporre un preteso “governo dei responsabili" della Anm, daremmo l'immagine distorta del “siete tutti uguali, sempre e comunque"». Che cosa faranno ora le toghe di Magistratura indipendente? Opposizione extra parlamentare, potremmo dire. Una opposizione «fuori dal Cdc», si legge ancora. «Fiduciosi che il momento del voto arriverà e non ci troverà impreparati sui contenuti. Del resto non è poi così difficile: è sufficiente occuparsi, come sempre, della quotidianità del nostro lavoro». E un po' meno di quelle nomine e di quei favori immortalati dalle intercettazioni ottenute col trojan inoculato nel cellulare di Luca Palamara. Una rete in cui sono finiti tutti, compresi i parlamentari. E proprio il deputato Pd Cosimo Ferri ieri si è visto bocciare dalla Corte Costituzionale, in quanto «inammissibile», il conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato per essere stato «ascoltato» dagli investigatori durante i suoi incontri col pm sott'inchiesta, in presunta violazione delle sue prerogative parlamentari. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dimissioni-per-finta-ma-lanm-va-in-pezzi-la-corrente-mi-lascia-il-comitato-direttivo-2646099511.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-scandalo-delle-chat-anti-salvini-arriva-fino-al-parlamento-europeo" data-post-id="2646099511" data-published-at="1590532369" data-use-pagination="False"> Lo scandalo delle chat anti Salvini arriva fino al Parlamento europeo Prima silenziato, poi raccontato tutt'al più in tono cronachistico neutro, lo scoop della Verità sulle chat fra magistrati in cui veniva insultato Matteo Salvini arriva fino in Europa. Dove, al netto delle ideologie, forse qualcuno troverà qualcosa da ridire nel fatto che un magistrato spiegasse ai colleghi che, anche se Salvini «ha ragione», come sostenuto dal procuratore capo di Viterbo Paolo Auriemma, tuttavia «ora va attaccato», come chiosava invece Luca Palamara. L'iniziativa parte da alcuni eurodeputati di Id, cioè il gruppo Identità e democrazia, di cui fanno parte il Rassemblement National di Marine Le Pen, la Lega, l'Fpö austriaco e altri movimenti. Nicolas Bay, vicepresidente del gruppo, Jean-Paul Garraud, magistrato, e Annalisa Tardino, coordinatrice Libe per il gruppo Id, hanno infatti inviato una lettera a Juan Fernando López Aguilar, presidente della Commissione libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo, per sollevare la questione della giustizia politicizzata italiana anche di fronte alle istituzioni europee. «L'indipendenza e l'imparzialità della magistratura all'interno di uno Stato membro Ue sono a rischio», riassume una nota della delegazione della Lega al Parlamento europeo. Che prosegue: «Con una lettera a Juan Fernando López Aguilar, chiediamo un dibattito in Ue sul caso procure e sulle strumentalizzazioni della giustizia Italia, una grave minaccia per lo Stato di diritto. Le rivelazioni del quotidiano La Verità hanno svelato preoccupanti manipolazioni di alti rappresentanti della giustizia italiana con l'obiettivo di danneggiare Matteo Salvini. Le dichiarazioni dei magistrati incidono gravemente sul principio della separazione dei poteri, nonché sul diritto di ciascun cittadino ad affrontare un processo equo. Sono a rischio i diritti fondamentali di un esponente politico che ha assunto decisioni che, per ammissione degli stessi magistrati, erano perfettamente legali. Di fronte a questa grave strumentalizzazione del sistema giudiziario, una palese violazione dello Stato di diritto in uno Stato membro, l'Europa non può restare indifferente». Bay, esponente del Rassemblement National, ha anche postato sul suo profilo Twitter un suo intervento alla stessa Commissione per le libertà civili dell'Europarlamento in cui, nell'ambito di una discussione su presunte violazioni dei diritti in Polonia, ha invitato l'Ue a interessarsi piuttosto di ciò che accade in Francia o in Italia. Riguardo il nostro Paese, Bay ha detto: «Si potrebbe citare il caso del sistema giudiziario italiano, in cui questo weekend abbiamo appreso che due magistrati si scambiavano messaggi dicendo che Salvini ha ragione sulla questione migratoria ma che bisognava trovare un modo giuridico di condannarlo. È lì che abbiamo degli attacchi allo Stato di diritto. Non vorrei che si attaccassero sempre Polonia e Ungheria solamente perché sono dei Paesi che hanno degli orientamenti politici, convalidati dagli elettori al momento delle elezioni, che non piacciono alle istituzioni europee». Per le stesse istituzioni europee chiamate in causa dall'eurodeputato francese si tratta sicuramente di un'ottima occasione per dimostrare che in questa Europa non tutti i mezzi sono leciti quando c'è da combattere i sovranisti. Oppure di dimostrare il contrario.
Secondo Messina, l’offerta, sostenuta anche da una componente in cassa, rappresenta un elemento rilevante per scoraggiare eventuali rilanci da parte di altri operatori. Il manager ha inoltre evidenziato il ruolo della partnership con Unipol per affrontare gli aspetti legati all’antitrust e rafforzare i coefficienti patrimoniali.
L’operazione, ha aggiunto, consentirebbe di creare valore per gli azionisti e di «stabilizzare il sistema bancario italiano», mantenendo il controllo del risparmio all’interno di grandi gruppi nazionali.
Continua a leggereRiduci
Giuseppe Conte e Luca Di Donna (Ansa)
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
Continua a leggereRiduci