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2018-11-11
Dibennardo verso la nomina in Anas, ma nasce la fronda dei 5 Stelle: «è vicino a Verdini»
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ANSA
C'è un certo malessere all'interno dei 5 Stelle sulla nomina del nuovo presidente e amministratore delegato di Anas, la partecipata che gestisce la manutenzione e lo sviluppo della nostra rete autostradale. E' un malcontento strisciante che fa il paio con la scelta del nuovo numero uno dell'Asi, dopo l'uscita di Roberto Battiston e che genera frizioni anche con gli alleati di governo, la Lega di Matteo Salvini. Se per l'Agenzia spaziale i grillini rumoreggiano sulla scelta di Pasquale Preziosa, in Anas dopo l'uscita di Gianni Armani, c'è particolare attenzione sulla possibilità che a prendere il suo posto sia Ugo Dibennardo, attuale coordinatore delle operazioni e coordinamento territoriale. Anzi a quanto pare il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli lo avrebbe già incontrato venerdì scorso, dopo le dimissioni di Gianni Armani: l'incoronazione potrebbe arrivare la prossima settimana, tra giovedì e venerdì quando si insedierà il nuovo consiglio di amministrazione.
L'ingegnere catanese è da molto tempo in Anas, conosce bene il funzionamento della macchina autostrade, quindi potrebbe rappresentare quel vento del cambiamento auspicato dal ministro Toninelli, in linea con le altre nomine in Cassa depositi e prestiti o Ferrovie dello stato. Peccato che negli ultimi giorni il senatore Elio Lannutti abbia iniziato a farsi sentire sui social. «Spero che i nuovi vertici siano affidabili e non più legati alle cricche degli appalti, i soliti Incalza & Co, Comunione & Fatturazione, l'ex ministro Lupi ed altri avide combriccole di affari e di potere», ha scritto Lannutti postando un articolo che fa appunto riferimento alla carriera di Dibennardo come alla sua rete di relazioni politiche, che spaziano appunto dall'ex ministro Maurizio Lupi fino a Denis Verdini. Mentre un onorevole 5 stelle ci riferisce che martedì potrebbe arrivare un'interrogazione sul sostituto di Armani, «proprio sulla vicinanza con l'ex amico di Matteo Renzi».
Il manager siciliano infatti ha superato in questi anni le molte inchieste che hanno toccato la prima stazione appaltante in Italia, tra cui quella sul sistema Grandi Opere di Ercole Incalza o sulla Dama Nera Antonella Accroglianò. Ne è uscito sempre indenne, anche se è sempre stato un fedelissimo di Pietro Ciucci, l'ex numero uno di via Monzambano. Caso vuole che dentro Anas abbia conosciuto il padre di un economista molto noto tra i 5 Stelle, ovvero Marcello Minenna, ex assessore della giunta di Virginia Raggi a Roma, candidato sempre dai grillini alla presidenza della Consob. Michele Minenna, infatti, ha lavorato in Anas dal 1965, «attraversando, mediante vari concorsi pubblici, l'intero "cursus tecnico" dell'Azienda», come si legge sul suo sito internet. I due, Dibennardo e Minenna senior, si sono pure trovati coinvolti in un'inchiesta all'inizio del nuovo millennio sulle infiltrazioni della Ndrangheta sugli appalti della Salerno Reggio Calabria. Entrambi ne uscirono puliti e senza strascichi penali: Dibennardo fu anche risarcito per ventidue giorni scontati in carcere ingiustamente.
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In settimana è previsto l'insediamento del nuovo consiglio di amministrazione del gestore autostradale, dopo l'allontanamento di Gianni Armani. Si fa sempre più forte il nome dell'ingegnere catanese, da quasi vent'anni nella prima stazione appaltante e per lungo tempo collega di Michele Minenna, il padre di Marcello che è stato ex assessore della giunta di Virginia Raggi. Ma ci sono anche deputati grillini che la pensano diversamente. C'è un certo malessere all'interno dei 5 Stelle sulla nomina del nuovo presidente e amministratore delegato di Anas, la partecipata che gestisce la manutenzione e lo sviluppo della nostra rete autostradale. E' un malcontento strisciante che fa il paio con la scelta del nuovo numero uno dell'Asi, dopo l'uscita di Roberto Battiston e che genera frizioni anche con gli alleati di governo, la Lega di Matteo Salvini. Se per l'Agenzia spaziale i grillini rumoreggiano sulla scelta di Pasquale Preziosa, in Anas dopo l'uscita di Gianni Armani, c'è particolare attenzione sulla possibilità che a prendere il suo posto sia Ugo Dibennardo, attuale coordinatore delle operazioni e coordinamento territoriale. Anzi a quanto pare il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli lo avrebbe già incontrato venerdì scorso, dopo le dimissioni di Gianni Armani: l'incoronazione potrebbe arrivare la prossima settimana, tra giovedì e venerdì quando si insedierà il nuovo consiglio di amministrazione. L'ingegnere catanese è da molto tempo in Anas, conosce bene il funzionamento della macchina autostrade, quindi potrebbe rappresentare quel vento del cambiamento auspicato dal ministro Toninelli, in linea con le altre nomine in Cassa depositi e prestiti o Ferrovie dello stato. Peccato che negli ultimi giorni il senatore Elio Lannutti abbia iniziato a farsi sentire sui social. «Spero che i nuovi vertici siano affidabili e non più legati alle cricche degli appalti, i soliti Incalza & Co, Comunione & Fatturazione, l'ex ministro Lupi ed altri avide combriccole di affari e di potere», ha scritto Lannutti postando un articolo che fa appunto riferimento alla carriera di Dibennardo come alla sua rete di relazioni politiche, che spaziano appunto dall'ex ministro Maurizio Lupi fino a Denis Verdini. Mentre un onorevole 5 stelle ci riferisce che martedì potrebbe arrivare un'interrogazione sul sostituto di Armani, «proprio sulla vicinanza con l'ex amico di Matteo Renzi».Il manager siciliano infatti ha superato in questi anni le molte inchieste che hanno toccato la prima stazione appaltante in Italia, tra cui quella sul sistema Grandi Opere di Ercole Incalza o sulla Dama Nera Antonella Accroglianò. Ne è uscito sempre indenne, anche se è sempre stato un fedelissimo di Pietro Ciucci, l'ex numero uno di via Monzambano. Caso vuole che dentro Anas abbia conosciuto il padre di un economista molto noto tra i 5 Stelle, ovvero Marcello Minenna, ex assessore della giunta di Virginia Raggi a Roma, candidato sempre dai grillini alla presidenza della Consob. Michele Minenna, infatti, ha lavorato in Anas dal 1965, «attraversando, mediante vari concorsi pubblici, l'intero "cursus tecnico" dell'Azienda», come si legge sul suo sito internet. I due, Dibennardo e Minenna senior, si sono pure trovati coinvolti in un'inchiesta all'inizio del nuovo millennio sulle infiltrazioni della Ndrangheta sugli appalti della Salerno Reggio Calabria. Entrambi ne uscirono puliti e senza strascichi penali: Dibennardo fu anche risarcito per ventidue giorni scontati in carcere ingiustamente.
Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.