2022-03-24
Diamo un avvocato ai bambini non voluti
Invece di finanziare l’aborto con denaro pubblico e incoraggiare le donne a sbarazzarsi dei figli per lavorare, uno Stato decente farebbe di tutto per tutelare la maternità. Ma l’Occidente odia la vita perché teme il futuro, infatti preferisce cani e gatti ai picciniQuando cammino, sui marciapiedi, nei boschi, nei parchi, conto i bambini e i cani che incontro. Il numero dei secondi sovrasta enormemente il numero dei primi. Molte persone hanno più di un cane, sempre meno persone hanno più di un bambino. Per il cane e per il bambino occorre lo stesso sistema di accudimento, un sistema motivazionale innato che ci dà piacere quando ci prendiamo cura. Se non abbiamo bambini, e porgiamo cani e gatti al nostro sistema di accudimento, lui non sente troppo la mancanza del bambino. Senza cani e gatti non saremmo riusciti ad abbattere la natalità così tanto. Prima o poi il sistema motivazionale dell’accudimento si sarebbe fatto sentire. Non ci sono più pubblicità di pappe per bambini, solo di cibo per gatti e cani.Perché mettiamo al mondo pochissimi bambini? La società occidentale ama i cani, impazzisce per i gatti, odia i bambini. Ci sono terrificanti leggi contro i bambini. Esiste una legge che permette a una donna che non vuole il figlio nel ventre di poter decidere se vuole diventare la madre di un bambino morto spesata di tutto, perché tutta l’operazione sarà a carico della comunità, o invece la madre di un bambino vivo a spese proprie. Se vorrà diventare la madre di un bambino vivo sarà un percorso difficile per qualsiasi cosa. asili e latte in polvereLa libertà di avere un figlio quando lo si vuole non è prevista. La libertà è quella di fare del proprio corpo quello che si vuole, incluso buttare fuori dal suddetto la propria proiezione nell’eternità, il figlio, signorilmente chiamato prodotto del concepimento. Che il suddetto prodotto del concepimento finisca nella spazzatura tutto intero oppure smembrato nell’aspiratore da un punto di vista della libertà dell’individuo è irrilevante. Se la libertà dell’individuo di fare anche il proprio danno e violare la legge etica che il più grosso protegge il più piccolino, anche se il piccolino rompe l’anima, perché a spese dello Stato? Abortire è una scelta il sistema sanitario nazionale non deve pagare le scelte, anche perché le scelte possono essere rimpiante e quando il rimpianto arriva, spezza il cuore. E poi, in questa maniera, si equipara il grumetto di cellule che prima o poi direbbe la parola mamma, a una cisti parassitaria o a un tumore, e questo può succedere solo in una civiltà che odia i bambini. La nostra civiltà apprezza le donne solo se si comportano da maschi. Le leggi a favore del bambino e della mamma sono facilitazioni sugli asili nido e sul latte in polvere. Nell’ipotesi, onestamente inverosimile, ma non si sa mai, di arrivare un giorno a un qualche governo come ministro, la prima legge che farò sarà di far scrivere sui pacchetti di latte per neonati e sopra le porte degli asili nido: «Non è nel miglior interesse del bambino». La capacità di un individuo di non ammalarsi è basata sul suo sistema immunitario. Con un sistema immunitario scalcinato e zoppicante diventiamo un albergo a cinque stelle per batteri, virus, miceti e cancro. Il primo elemento che ci dà un sistema immunitario forte è l’allattamento materno. L’allattamento materno è un diritto del bambino. L’allattamento materno è stato messo in ginocchio dalle micidiali campagne a favore dell’allattamento artificiale, un mediocre surrogato che può essere solo giustificato da: non abbiamo di meglio. La campagna contro l’allattamento materno, il biberon è meglio, è stata portata avanti da sciagurati medici, da sciagurate ostetriche, da sciagurati redattori di giornali femminili, ma soprattutto dalla cosiddetta rivoluzione sessuale del ’68 che ha annullato la coscienza della funzione materna del corpo e della mente femminili e ha ridotto le donne a maschi castrati. L’asilo nido è sbagliato: madre e bambino non devono essere separati. Nel periodo in cui il bambino ha bisogno del latte della mamma, la sua psiche ha bisogno della sua presenza, separato dalla mamma troppo presto il bimbo fabbrica cortisolo che deprime il suo sistema immunitario. Senza la presenza della mamma, costante, il bambino impara più difficilmente a gestire le emozioni. Portati all’asilo nido i bambini piangono disperatamente, a cinque mesi sono troppo piccoli per essere affidati a estranei, per capire che mamma tornerà. Quando la mamma lo va a riprendere all’asilo nido il bimbo è stravolto per la sua assenza, insopportabile, è stato lasciato tutto il giorno in mano a estranei: questi estranei saranno le persone migliori del mondo, ci auguriamo, ma sono persone per le quali il bambino è un lavoro, non è un figlio. il grande ingannoUno Stato delizioso e generoso fornisce sconti sul latte in polvere perché una mamma che lavora non può allattare e sconti sull’asilo nido dove il bambino viene deportato mentre sua mamma va a farsi sfruttare in un qualche posto di lavoro. Uno Stato decente e saggio dovrebbe garantite l’aspettativa a stipendio pieno per almeno dodici mesi, meglio ventiquattro, a ogni mamma. Sarebbero fiumi di denaro risparmiati in cure mediche e psichiatriche. Il miglior sistema per salvare i bambini, che non vengano dimenticati sul seggiolino posteriore da un genitore stravolto, è non portarli all’asilo nido. La civiltà umana, la nostra almeno, ruotava attorno alla maternità. La madre era protetta, perché il bambino, il suo bambino, è la nostra proiezione nel futuro.In Francia esiste il reato di ostacolo all’aborto. Un anziano ginecologo francese in una sala di aspetto di donne che attendevano di abortire ha messo in mano a ciascuna di loro, senza dire una parola, un paio di scarpine da neonato. Ha avuto una condanna per violenza privata, ma tre delle donne hanno cambiato idea. Diamo un avvocato ai bambini che nessuno vuole. Far ascoltare il battito del cuoricino è stato sufficiente in Texas per abbattere la volontà di aborto dell’80%. Aver visto il film Unplanned, nel quale è montata una vera ecografia durante un aborto, ha permesso a moltissime donne di scegliere di essere madri di bambini vivo invece che di bambini morti. In molti casi scoprire di essere incinta per una donna è un evento né aspettato, né voluto, può essere uno shock, qualcosa che scombina tutto. Molte donne vorrebbero non fosse successo, vorrebbero non essere madri, e molte cadono nell’inganno che l’aborto «metta tutto a posto». Questo è l’inganno: nel momento in cui una donna scopre di essere incita è già madre. La scelta di non essere madre non c’è più. Saranno madri per l’eternità. L’unica scelta che resta è essere madre di un bambino vivo o di un bambino morto.la 194 traditaChiediamo un avvocato per i bambini. Era previsto anche dalla legge 194, mai applicata in questa parte. La legalizzazione dell’aborto avrebbe dovuto evitare il ricorso ad aborti clandestini con relativi pericoli, non doveva beatificare l’aborto. Che lo Stato finanzi con denaro pubblico lo sterminio dei propri futuri cittadini è quanto meno bizzarro e soprattutto contrario all’etica. Che l’aborto venga eseguito in luoghi tappezzati di fotografie di neonati con la scritta «mamma fammi nascere» dovrebbe essere normale, proprio per salvare la donna da una scelta avventata che prima o poi le spaccherà il cuore. Al contrario i cartellone di quel tipo pubblicati da Pro vita, Ora pro nobis e altre associazioni sono perseguitati e abbattuti. L’aborto, l’odio per i bambini che possono essere abortiti, venduti, usati per fabbricare dubbi vaccini, non è spontaneo. È stato creato da élite malthusiane che odiano i bambini perché nel loro ottuso e isterico pessimismo hanno paura che non ci sia abbastanza per loro. Le donne sono cadute nella trappola creata in decenni di «libertà sessuale», cioè vai a letto con chi capita e poi abortisci, l’importante è che lavori, produci, paghi le tasse e muori senza figli. In cambio, tutti i mici che vuoi.
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La consulenza super partes parla chiaro: il profilo genetico è compatibile con la linea paterna di Andrea Sempio. Un dato che restringe il cerchio, mette sotto pressione la difesa e apre un nuovo capitolo nell’indagine sul delitto Poggi.
La Casina delle Civette nel parco di Villa Torlonia a Roma. Nel riquadro, il principe Giovanni Torlonia (IStock)
Dalle sue finestre vedeva il Duce e la sua famiglia, il principe Giovanni Torlonia. Dal 1925 fu lui ad affittare il casino nobile (la villa padronale della nobile casata) per la cifra simbolica di una lira all’anno al capo del Governo, che ne fece la sua residenza romana. Il proprietario, uomo schivo e riservato ma amante delle arti, della cultura e dell’esoterismo, si era trasferito a poca distanza nel parco della villa, nella «Casina delle Civette». Nata nel 1840 come «capanna svizzera» sui modelli del Trianon e Rambouillet con tanto di stalla, fu trasformata in un capolavoro Art Nouveau dal principe Giovanni a partire dal 1908, su progetto dell’architetto Enrico Gennari. Pensata inizialmente come riproduzione di un villaggio medievale (tipico dell’eclettismo liberty di quegli anni) fu trasformata dal 1916 nella sua veste definitiva di «Casina delle civette». Il nome derivò dal tema ricorrente dell’animale notturno nelle splendide vetrate a piombo disegnate da uno dei maestri del liberty italiano, Duilio Cambellotti. Gli interni e gli arredi riprendevano il tema, includendo molti simboli esoterici. Una torretta nascondeva una minuscola stanza, detta «dei satiri», dove Torlonia amava ritirarsi in meditazione.
Mussolini e Giovanni Torlonia vissero fianco a fianco fino al 1938, alla morte di quest’ultimo all’età di 65 anni. Dopo la sua scomparsa, per la casina delle Civette, luogo magico appoggiato alla via Nomentana, finì la pace. E due anni dopo fu la guerra, con villa Torlonia nel mirino dei bombardieri (il Duce aveva fatto costruire rifugi antiaerei nei sotterranei della casa padronale) fino al 1943, quando l’illustre inquilino la lasciò per sempre. Ma l’arrivo degli Alleati a Roma nel giugno del 1944 non significò la salvezza per la Casina delle Civette, anzi fu il contrario. Villa Torlonia fu occupata dal comando americano, che utilizzò gli spazi verdi del parco come parcheggio e per il transito di mezzi pesanti, anche carri armati, di fatto devastandoli. La Casina di Giovanni Torlonia fu saccheggiata di molti dei preziosi arredi artistici e in seguito abbandonata. Gli americani lasceranno villa Torlonia soltanto nel 1947 ma per il parco e le strutture al suo interno iniziarono trent’anni di abbandono. Per Roma e per i suoi cittadini vedere crollare un capolavoro come la casina liberty generò scandalo e rabbia. Solo nel 1977 il Comune di Roma acquisì il parco e le strutture in esso contenute. Iniziò un lungo iter burocratico che avrebbe dovuto dare nuova vita alle magioni dei Torlonia, mentre la casina andava incontro rapidamente alla rovina. Il 12 maggio 1989 una bimba di 11 anni morì mentre giocava tra le rovine della Serra Moresca, altra struttura Liberty coeva della casina delle Civette all’interno del parco. Due anni più tardi, proprio quando sembrava che i fondi per fare della casina il museo del Liberty fossero sbloccati, la maledizione toccò la residenza di Giovanni Torlonia. Per cause non accertate, il 22 luglio 1991 un incendio, alimentato dalle sterpaglie cresciute per l’incuria, mandò definitivamente in fumo i progetti di restauro.
Ma la civetta seppe trasformarsi in fenice, rinascendo dalle ceneri che l’incendio aveva generato. Dopo 8 miliardi di finanziamenti, sotto la guida della Soprintendenza capitolina per i Beni culturali, iniziò la lunga e complessa opera di restauro, durata dal 1992 al 1997. Per la seconda vita della Casina delle Civette, oggi aperta al pubblico come parte dei Musei di Villa Torlonia.
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