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2018-06-08
Di Maio promette: «Alt al fisco inquisitore»
ANSA
Esattamente due anni fa, il 9 giugno 2016, l'allora premier Matteo Renzi fu contestato a suon di fischi all'assemblea generale di Confcommercio. A scatenare le proteste della platea, fu la difesa da parte di Renzi degli 80 euro di bonus in busta paga, provvedimento che Confcommercio giudicava assistenzialista. Ieri, a Roma, Luigi Di Maio ha conquistato quella stessa platea: applausi, sorrisi, richieste di selfie a raffica per il vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Sembrava di essere tornati ai tempi di Silvio Berlusconi, idolo assoluto di Confcommercio, alla cui assemblea regalava immancabilmente barzellette e storielle, sicuro dell'apprezzamento dei commercianti italiani, che approvavano le sue politiche e lo sostenevano immancabilmente alle urne, costituendo lo zoccolo duro del suo elettorato.
Eppure, Luigi di Maio, con la sua promessa del reddito di cittadinanza, correva il rischio di incorrere nelle stesse proteste suscitate da Renzi. Invece no: il vicepremier di Pomigliano d'Arco, diventata Pomigliano d'Arcore per l'occasione, ha tenuto un discorso in pieno stile liberal, rassicurando i delegati dell'assemblea generale di Confcommercio su tutti i fronti, pronunciando parole d'ordine storicamente care a Berlusconi.
Di Maio è partito dall'argomento che più di ogni altro sta a cuore ai commercianti: l'Iva. «Sull'Iva», aveva ammonito poco prima dal palco il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, «non si tratta e non si baratta!». Un diktat dovuto alle voci circolate nei giorni scorsi, alle indiscrezioni su una presunta volontà del governo di non disinnescare le clausole di salvaguardia del valore di 12,5 miliardi di euro, provocando così l'aumento dal 1 gennaio 2019 dell'aliquota agevolata (dal 10% attuale all'11,5%), e di quella ordinaria (dal 22% al 24,2%).
«Avete la mia parola», ha promesso solennemente Di Maio, «qui a Confcommercio che l'Iva non aumenterà e le clausole di salvaguardia saranno disinnescate». Bene, bravo, bis: la platea si è infiammata, spellandosi le mani per Giggino, che non si è accontentato e ha deciso di mandare in solluchero l'assemblea. «La ricetta», ha aggiunto il vicepremier, «per fare decollare le imprese che creano lavoro, sviluppo, nuove tecnologie nella loro crescita è lasciarle in pace. Rivolgo una preghiera al Parlamento: prima di tutto alleggerite un po' le leggi che ci sono perché ce ne sono già troppe. Aboliremo tutti gli strumenti come lo spesometro e il redditometro», ha aggiunto Di Maio, «e inseriremo l'inversione dell'onere della prova. Perché siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario».
Parole che hanno letteralmente esaltato i delegati, probabilmente dettate dalla volontà di corteggiare un elettorato lontano dalle parole d'ordine tradizionali del M5s. Non a caso, l'altro vicepremier, Matteo Salvini, pur presente all'assemblea generale, ha lasciato a Di Maio il palcoscenico. «Sono state fatte», ha proseguito Di Maio, «delle norme antievasione che però rendono tutto troppo complicato e trattano tutti come fossero evasori, e finiscono col perseguitare i cittadini che le tasse le hanno sempre pagate. Non credo a spesometro, redditometro o split-payment: sono strumenti che dovevano servire a punire i disonesti e premiare gli onesti, ma in realtà si impiegano ancora 100 giorni l'anno per tutti gli adempimenti. Li aboliremo tutti».
Meno tasse, meno controlli, e addirittura l'inversione dell'onere della prova: «Siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario». Luigi Di Maio ha abbattuto quello che fino a 12 ore prima sembrava uno dei pilastri del governo guidato da Giuseppe Conte, la tanto denunciata «stretta giustizialista», mandando in visibilio i delegati di Confcommercio, che al termine del suo intervento lo hanno letteralmente preso d'assalto per strette di mano, selfie e congratulazioni, manco fosse (ma forse lo è) una pop star.
Certo, bisognerà verificare fino a che punto Di Maio sarà in grado di realizzare le sue promesse, ma questo è un problema che hanno avuto, hanno e avranno tutti i governi di tutte le nazioni. Quello che però appare significativo, è che Di Maio e Salvini stanno sostituendo, passo dopo passo, gli annunci roboanti con un sano realismo. Va in questa direzione il dibattito sulla introduzione della flat tax, che potrebbe essere modulata sui prossimi due anni, per poter centrare l'obiettivo senza appesantire troppo il bilancio dello Stato. Il discorso di ieri di Di Maio, però, non può non essere sottolineato: la coalizione legastellata si lancia alla conquista di un'altra fascia di elettori, quelli tradizionalmente più affezionati a Silvio Berlusconi e a Forza Italia. «Per tutta la generazione di lavoratori», ha precisato Di Maio, «fuori dalla contrattazione nazionale, va garantito almeno un salario minimo, almeno fino a che non si arriva alla contrattazione». Nessun applauso ma neanche nessun dissenso esplicito per questo passaggio, l'unico «di sinistra» dell'intero discorso del vicepremier. Una piccola sterzata, del resto, era necessaria, per non sbandare e finire fuori strada, in questa giornata così particolare, quella della apparente svolta liberale, liberista e garantista di Luigi Di Maio.
S’appanna la stella di Cantone, lui corre dal M5s
Il giudizio non propriamente generoso di Conte, poi la telefonata riparatrice e, infine, l'incontro con il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli.
Due giorni burrascosi per Raffaele Cantone presidente Anac (Autorità nazionale anticorruzione) che, da star indiscussa della lotta alla corruzione durante il governo Renzi, ha ricevuto dal nuovo premier, Giuseppe Conte, una tiratina di orecchie già nella prima apparizione in aula durante il discorso di insediamento di mercoledì.
Durante la replica alla Camera, infatti, Conte riferendosi ad Anac ha spiegato di non avere visto «i risultati che ci attendevamo» e di aver «lanciato l'idea di valutare bene il ruolo di Anac», anche alla luce di questo.
Immediata, lo stesso pomeriggio, la risposta allarmata di Cantone che prima si è detto stupito delle dichiarazioni di Conte e lo aveva invitato ad ascoltare la presentazione delle attività di Anac che si terrà prossimamente e, poi, ha tentato di superare la critica, ribadendo il suo ruolo e la durata dell'incarico: «Continuerò a fare anticorruzione, il mio incarico scade nel 2020», ha dichiarato mercoledì sera.
La notte però non deve essere stata delle più tranquille. Così ieri, da entrambe le parti, c'è stato un riavvicinamento.
In mattinata Conte ha sentito al telefono il presidente di Anac. Una telefonata raccontata da un comunicato ufficiale che ha definito «cordiale» il colloquio tra i due, che avrebbero «convenuto sulla necessità di rafforzare la lotta alla corruzione, individuando specifici percorsi di legalità nell'ambito pubblica amministrazione» e «operando, tuttavia, una semplificazione del quadro normativo vigente, in modo da consentire il riavvio degli investimenti nel settore dei contratti pubblici».
Sempre ieri mattina, in nome della vecchia amicizia con il Movimento 5 stelle (il presidente Anac era stato anche tra i papabili candidati per la presidenza della Repubblica), Cantone ha incontrato il neoministro delle Infrastrutture, Toninelli, che rassicurandolo ha fatto sapere di voler cercare con Anac la «massima collaborazione» e di avere l'intenzione di «aprire un tavolo di confronto per le migliorie legislative che servono» a potenziare l'anticorruzione in Italia, «Abbiamo parlato in particolar modo del nuovo codice dei contratti e di quello che in esso va migliorato per far partire e ripartire tante opere pubbliche oggi bloccate», ha detto ancora Toninelli.
Alessia Pedrielli
Sulla memoria Delrio non può fare prediche
Il fustigatore delle amnesie altrui deve aver dimenticato i propri vuoti di memoria. Forse causati dallo sciopero della fame che ha inutilmente praticato nei mesi scorsi in favore dello Ius soli. Graziano Delrio, capogruppo alla Camera del Pd, ha conquistato le prime pagine dei giornali per la foga con cui, a dito sguainato, ha inchiodato il neo premier Giuseppe Conte alle sue presunte responsabilità. E lo ha fatto con la voce un po' strozzata del mite padre di famiglia costretto all'improvviso a indossare i panni del caporione: «Signor presidente del Consiglio, Piersanti si chiamava, Piersanti!», ha gridato stridulo. Il riferimento era al nome di battesimo del fratello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l'ex governatore della Sicilia Piersanti Mattarella trucidato nel 1980 dalla mafia, un nome omesso da Conte nel suo primo discorso alla Camera. Il professore aveva laconicamente citato «un congiunto» del capo dello Stato all'interno di una frase dai toni concilianti: «Vorrei ricollegarmi al ringraziamento per il presidente Mattarella perché una delle cose che più mi ha addolorato nei giorni scorsi è stato l'attacco alla memoria di un suo congiunto sui social, adesso non ricordo esattamente… e questa è stata una cosa che veramente mi è dispiaciuta», aveva detto. A molti quel «non ricordo esattamente» sembrava riferito agli insulti apparsi su Internet, ma, invece, per il Delrio descamisado si è trattata di lesa maestà. Con questo intervento sanguigno l'ex ministro delle Infrastrutture è diventato l'eroe dei barricaderi dell'aperitivo in terrazza, l'icona di chi sogna la rivoluzione da bordo piscina. È stato promosso sul campo argine contro la montante marea gialloblù. Peccato che il novello partigiano della Brigata Capalbio condanni le dimenticanze altrui, ma scordi le proprie.
Nel 2012 Delrio è stato coinvolto (senza essere indagato) in un'importante inchiesta anti 'ndrangheta, la cosiddetta Aemilia. I magistrati lo convocarono per avere delucidazioni su un suo viaggio durante il quale prese parte a una processione a Cutro, paesino del Crotonese da cui proviene buona parte dei calabresi trapiantati a Reggio Emilia, 'ndranghetisti compresi. Un tour di cui rimase a imperitura memoria pure qualche foto.
Non basta. Nei mesi successivi Delrio accompagnò una delegazione di consiglieri comunali originari di Cutro a protestare contro le interdittive antimafia nell'ufficio di chi quelle misure anticlan aveva adottato: il prefetto Antonella De Miro. Negli stessi mesi numerosi cutresi trasferiti in Emilia finirono sotto indagine e Delrio nell'ottobre 2012 venne ascoltato dai magistrati antimafia di Bologna come persona informata dei fatti. Ebbene in quell'interrogatorio la memoria di Delrio apparve piuttosto labile. Non mancarono gli «uhm» e i «non ricordo». Nel verbale la prima raffica di domande riguarda un noto boss cutrese. «Ma lei sa che esiste una persona che si chiama Nicola Grande Aracri?» chiede, con una punta di sarcasmo, il pm. «So che esiste Grande Aracri, Nicola non… non lo avevo realizzato», è la risposta evasiva del subcomandante reggiano, che scivola proprio su un nome di battesimo. «Sa che è di Cutro?», insiste il magistrato. «No, non sapevo che fosse originario di Cutro; sapevo che era calabrese, ma non sapevo fosse originario di Cutro. Perché abita lì nel centro di Cutro? No, io non lo sapevo», balbetta l'ex ministro. La toga infierisce: «Scusi, che tutta la criminalità organizzata che proviene da Cutro oggi si ispiri a Nicola Grande Aracri, penso che lo sappia anche lei se ha letto i giornali relativi agli interventi del prefetto, quantomeno quelli di revoca del porto d'armi…». Il futuro capogruppo Pd è all'angolo: «Sì, no, però io ho risposto alla sua domanda. Se lei mi chiede: “Lei sa che Grande Aracri è nativo di Cutro?", la mia risposta è non lo so, non ne sono sicuro, cioè non lo ricordo francamente, so che è collegato con la criminalità legata alla... cioè diciamo... anche a Cutro... ma non so se è di Cutro, di Steccato, anziché del paese vicino, insomma questo era il senso della mia risposta». L'inquirente passa alle interdittive e chiede al futuro maestrino della penna rossa se «abbia caldeggiato davanti al prefetto la posizione» di imprenditori «che si ritenevano ingiustamente colpiti dalle iniziative prefettizie». L'ex sindaco ammette di aver portato i calabresi davanti al prefetto perché nei loro confronti c'era una specie di «linciaggio mediatico» e si stava affermando l'equazione «calabrese uguale mafioso». Un pregiudizio che i cutresi avvertivano anche nei palazzi del potere: «Mi hanno chiesto di poterla incontrare (il prefetto De Miro, ndr); quindi io ho portato alcuni esponenti, adesso non ricordo quali, sicuramente c'era uno dei consiglieri comunali, il presidente della commissione consigliare comunale…». Il pm lo incalza: «Solo una cosa: con uno sforzo se lei ricorda altri nomi di quel giorno. Uno l'ha detto…». Il novello paladino dell'Antimafia ha un altro vuoto di memoria: «Ricordo solo che c'era Salvatore Scarpino, forse c'era anche l'altro consigliere comunale, ma non ci giurerei, Antonio Olivo… mmm (…) le altre due persone non le ricordo come esponenti vicine al Pd, secondo me eravamo in quattro…». Il magistrato insiste: «Però lei non ricorda chi fossero». «No. Politici? No, non mi pare. Non mi ricordo se c'era anche l'altro esponente del Pdl, questo Rocco Gualtieri che è sempre originario della Calabria; non mi ricordo, ma mi pare che non ci fosse lui. Però francamente è successo più di un anno fa e non…».
Delrio rivendica per sé il diritto all'oblio, ma non perdona le presunte smemoratezze di chi non la pensa come lui.
Giacomo Amadori
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Il vicepremier si trasforma per la platea Confcommercio: con un discorso dagli echi berlusconiani ottiene l'ovazione all'annuncio dell'abolizione di spesometro e redditometro e dell'inversione dell'onere della prova. Poi assicura: «L'Iva non aumenterà».Il capogruppo del Pd, che si è guadagnato le prime pagine dei giornali accusando il premier Conte di imperdonabili amnesie su Cosa nostra, dimentica le proprie. Nel 2012 davanti ai pm antimafia fece una pessima figura dicendo di non ricordare nulla.La replica alle critiche di Conte: «Il mio incarico all'Anac scade nel 2020, sono sereno».Lo speciale contiene tre articoli.Esattamente due anni fa, il 9 giugno 2016, l'allora premier Matteo Renzi fu contestato a suon di fischi all'assemblea generale di Confcommercio. A scatenare le proteste della platea, fu la difesa da parte di Renzi degli 80 euro di bonus in busta paga, provvedimento che Confcommercio giudicava assistenzialista. Ieri, a Roma, Luigi Di Maio ha conquistato quella stessa platea: applausi, sorrisi, richieste di selfie a raffica per il vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Sembrava di essere tornati ai tempi di Silvio Berlusconi, idolo assoluto di Confcommercio, alla cui assemblea regalava immancabilmente barzellette e storielle, sicuro dell'apprezzamento dei commercianti italiani, che approvavano le sue politiche e lo sostenevano immancabilmente alle urne, costituendo lo zoccolo duro del suo elettorato.Eppure, Luigi di Maio, con la sua promessa del reddito di cittadinanza, correva il rischio di incorrere nelle stesse proteste suscitate da Renzi. Invece no: il vicepremier di Pomigliano d'Arco, diventata Pomigliano d'Arcore per l'occasione, ha tenuto un discorso in pieno stile liberal, rassicurando i delegati dell'assemblea generale di Confcommercio su tutti i fronti, pronunciando parole d'ordine storicamente care a Berlusconi. Di Maio è partito dall'argomento che più di ogni altro sta a cuore ai commercianti: l'Iva. «Sull'Iva», aveva ammonito poco prima dal palco il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, «non si tratta e non si baratta!». Un diktat dovuto alle voci circolate nei giorni scorsi, alle indiscrezioni su una presunta volontà del governo di non disinnescare le clausole di salvaguardia del valore di 12,5 miliardi di euro, provocando così l'aumento dal 1 gennaio 2019 dell'aliquota agevolata (dal 10% attuale all'11,5%), e di quella ordinaria (dal 22% al 24,2%).«Avete la mia parola», ha promesso solennemente Di Maio, «qui a Confcommercio che l'Iva non aumenterà e le clausole di salvaguardia saranno disinnescate». Bene, bravo, bis: la platea si è infiammata, spellandosi le mani per Giggino, che non si è accontentato e ha deciso di mandare in solluchero l'assemblea. «La ricetta», ha aggiunto il vicepremier, «per fare decollare le imprese che creano lavoro, sviluppo, nuove tecnologie nella loro crescita è lasciarle in pace. Rivolgo una preghiera al Parlamento: prima di tutto alleggerite un po' le leggi che ci sono perché ce ne sono già troppe. Aboliremo tutti gli strumenti come lo spesometro e il redditometro», ha aggiunto Di Maio, «e inseriremo l'inversione dell'onere della prova. Perché siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario».Parole che hanno letteralmente esaltato i delegati, probabilmente dettate dalla volontà di corteggiare un elettorato lontano dalle parole d'ordine tradizionali del M5s. Non a caso, l'altro vicepremier, Matteo Salvini, pur presente all'assemblea generale, ha lasciato a Di Maio il palcoscenico. «Sono state fatte», ha proseguito Di Maio, «delle norme antievasione che però rendono tutto troppo complicato e trattano tutti come fossero evasori, e finiscono col perseguitare i cittadini che le tasse le hanno sempre pagate. Non credo a spesometro, redditometro o split-payment: sono strumenti che dovevano servire a punire i disonesti e premiare gli onesti, ma in realtà si impiegano ancora 100 giorni l'anno per tutti gli adempimenti. Li aboliremo tutti».Meno tasse, meno controlli, e addirittura l'inversione dell'onere della prova: «Siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario». Luigi Di Maio ha abbattuto quello che fino a 12 ore prima sembrava uno dei pilastri del governo guidato da Giuseppe Conte, la tanto denunciata «stretta giustizialista», mandando in visibilio i delegati di Confcommercio, che al termine del suo intervento lo hanno letteralmente preso d'assalto per strette di mano, selfie e congratulazioni, manco fosse (ma forse lo è) una pop star. Certo, bisognerà verificare fino a che punto Di Maio sarà in grado di realizzare le sue promesse, ma questo è un problema che hanno avuto, hanno e avranno tutti i governi di tutte le nazioni. Quello che però appare significativo, è che Di Maio e Salvini stanno sostituendo, passo dopo passo, gli annunci roboanti con un sano realismo. Va in questa direzione il dibattito sulla introduzione della flat tax, che potrebbe essere modulata sui prossimi due anni, per poter centrare l'obiettivo senza appesantire troppo il bilancio dello Stato. Il discorso di ieri di Di Maio, però, non può non essere sottolineato: la coalizione legastellata si lancia alla conquista di un'altra fascia di elettori, quelli tradizionalmente più affezionati a Silvio Berlusconi e a Forza Italia. «Per tutta la generazione di lavoratori», ha precisato Di Maio, «fuori dalla contrattazione nazionale, va garantito almeno un salario minimo, almeno fino a che non si arriva alla contrattazione». Nessun applauso ma neanche nessun dissenso esplicito per questo passaggio, l'unico «di sinistra» dell'intero discorso del vicepremier. Una piccola sterzata, del resto, era necessaria, per non sbandare e finire fuori strada, in questa giornata così particolare, quella della apparente svolta liberale, liberista e garantista di Luigi Di Maio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-promette-alt-al-fisco-inquisitore-2576061446.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sappanna-la-stella-di-cantone-lui-corre-dal-m5s" data-post-id="2576061446" data-published-at="1772324476" data-use-pagination="False"> S’appanna la stella di Cantone, lui corre dal M5s Il giudizio non propriamente generoso di Conte, poi la telefonata riparatrice e, infine, l'incontro con il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Due giorni burrascosi per Raffaele Cantone presidente Anac (Autorità nazionale anticorruzione) che, da star indiscussa della lotta alla corruzione durante il governo Renzi, ha ricevuto dal nuovo premier, Giuseppe Conte, una tiratina di orecchie già nella prima apparizione in aula durante il discorso di insediamento di mercoledì. Durante la replica alla Camera, infatti, Conte riferendosi ad Anac ha spiegato di non avere visto «i risultati che ci attendevamo» e di aver «lanciato l'idea di valutare bene il ruolo di Anac», anche alla luce di questo. Immediata, lo stesso pomeriggio, la risposta allarmata di Cantone che prima si è detto stupito delle dichiarazioni di Conte e lo aveva invitato ad ascoltare la presentazione delle attività di Anac che si terrà prossimamente e, poi, ha tentato di superare la critica, ribadendo il suo ruolo e la durata dell'incarico: «Continuerò a fare anticorruzione, il mio incarico scade nel 2020», ha dichiarato mercoledì sera. La notte però non deve essere stata delle più tranquille. Così ieri, da entrambe le parti, c'è stato un riavvicinamento. In mattinata Conte ha sentito al telefono il presidente di Anac. Una telefonata raccontata da un comunicato ufficiale che ha definito «cordiale» il colloquio tra i due, che avrebbero «convenuto sulla necessità di rafforzare la lotta alla corruzione, individuando specifici percorsi di legalità nell'ambito pubblica amministrazione» e «operando, tuttavia, una semplificazione del quadro normativo vigente, in modo da consentire il riavvio degli investimenti nel settore dei contratti pubblici». Sempre ieri mattina, in nome della vecchia amicizia con il Movimento 5 stelle (il presidente Anac era stato anche tra i papabili candidati per la presidenza della Repubblica), Cantone ha incontrato il neoministro delle Infrastrutture, Toninelli, che rassicurandolo ha fatto sapere di voler cercare con Anac la «massima collaborazione» e di avere l'intenzione di «aprire un tavolo di confronto per le migliorie legislative che servono» a potenziare l'anticorruzione in Italia, «Abbiamo parlato in particolar modo del nuovo codice dei contratti e di quello che in esso va migliorato per far partire e ripartire tante opere pubbliche oggi bloccate», ha detto ancora Toninelli.Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-promette-alt-al-fisco-inquisitore-2576061446.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sulla-memoria-delrio-non-puo-fare-prediche" data-post-id="2576061446" data-published-at="1772324476" data-use-pagination="False"> Sulla memoria Delrio non può fare prediche Il fustigatore delle amnesie altrui deve aver dimenticato i propri vuoti di memoria. Forse causati dallo sciopero della fame che ha inutilmente praticato nei mesi scorsi in favore dello Ius soli. Graziano Delrio, capogruppo alla Camera del Pd, ha conquistato le prime pagine dei giornali per la foga con cui, a dito sguainato, ha inchiodato il neo premier Giuseppe Conte alle sue presunte responsabilità. E lo ha fatto con la voce un po' strozzata del mite padre di famiglia costretto all'improvviso a indossare i panni del caporione: «Signor presidente del Consiglio, Piersanti si chiamava, Piersanti!», ha gridato stridulo. Il riferimento era al nome di battesimo del fratello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l'ex governatore della Sicilia Piersanti Mattarella trucidato nel 1980 dalla mafia, un nome omesso da Conte nel suo primo discorso alla Camera. Il professore aveva laconicamente citato «un congiunto» del capo dello Stato all'interno di una frase dai toni concilianti: «Vorrei ricollegarmi al ringraziamento per il presidente Mattarella perché una delle cose che più mi ha addolorato nei giorni scorsi è stato l'attacco alla memoria di un suo congiunto sui social, adesso non ricordo esattamente… e questa è stata una cosa che veramente mi è dispiaciuta», aveva detto. A molti quel «non ricordo esattamente» sembrava riferito agli insulti apparsi su Internet, ma, invece, per il Delrio descamisado si è trattata di lesa maestà. Con questo intervento sanguigno l'ex ministro delle Infrastrutture è diventato l'eroe dei barricaderi dell'aperitivo in terrazza, l'icona di chi sogna la rivoluzione da bordo piscina. È stato promosso sul campo argine contro la montante marea gialloblù. Peccato che il novello partigiano della Brigata Capalbio condanni le dimenticanze altrui, ma scordi le proprie. Nel 2012 Delrio è stato coinvolto (senza essere indagato) in un'importante inchiesta anti 'ndrangheta, la cosiddetta Aemilia. I magistrati lo convocarono per avere delucidazioni su un suo viaggio durante il quale prese parte a una processione a Cutro, paesino del Crotonese da cui proviene buona parte dei calabresi trapiantati a Reggio Emilia, 'ndranghetisti compresi. Un tour di cui rimase a imperitura memoria pure qualche foto. Non basta. Nei mesi successivi Delrio accompagnò una delegazione di consiglieri comunali originari di Cutro a protestare contro le interdittive antimafia nell'ufficio di chi quelle misure anticlan aveva adottato: il prefetto Antonella De Miro. Negli stessi mesi numerosi cutresi trasferiti in Emilia finirono sotto indagine e Delrio nell'ottobre 2012 venne ascoltato dai magistrati antimafia di Bologna come persona informata dei fatti. Ebbene in quell'interrogatorio la memoria di Delrio apparve piuttosto labile. Non mancarono gli «uhm» e i «non ricordo». Nel verbale la prima raffica di domande riguarda un noto boss cutrese. «Ma lei sa che esiste una persona che si chiama Nicola Grande Aracri?» chiede, con una punta di sarcasmo, il pm. «So che esiste Grande Aracri, Nicola non… non lo avevo realizzato», è la risposta evasiva del subcomandante reggiano, che scivola proprio su un nome di battesimo. «Sa che è di Cutro?», insiste il magistrato. «No, non sapevo che fosse originario di Cutro; sapevo che era calabrese, ma non sapevo fosse originario di Cutro. Perché abita lì nel centro di Cutro? No, io non lo sapevo», balbetta l'ex ministro. La toga infierisce: «Scusi, che tutta la criminalità organizzata che proviene da Cutro oggi si ispiri a Nicola Grande Aracri, penso che lo sappia anche lei se ha letto i giornali relativi agli interventi del prefetto, quantomeno quelli di revoca del porto d'armi…». Il futuro capogruppo Pd è all'angolo: «Sì, no, però io ho risposto alla sua domanda. Se lei mi chiede: “Lei sa che Grande Aracri è nativo di Cutro?", la mia risposta è non lo so, non ne sono sicuro, cioè non lo ricordo francamente, so che è collegato con la criminalità legata alla... cioè diciamo... anche a Cutro... ma non so se è di Cutro, di Steccato, anziché del paese vicino, insomma questo era il senso della mia risposta». L'inquirente passa alle interdittive e chiede al futuro maestrino della penna rossa se «abbia caldeggiato davanti al prefetto la posizione» di imprenditori «che si ritenevano ingiustamente colpiti dalle iniziative prefettizie». L'ex sindaco ammette di aver portato i calabresi davanti al prefetto perché nei loro confronti c'era una specie di «linciaggio mediatico» e si stava affermando l'equazione «calabrese uguale mafioso». Un pregiudizio che i cutresi avvertivano anche nei palazzi del potere: «Mi hanno chiesto di poterla incontrare (il prefetto De Miro, ndr); quindi io ho portato alcuni esponenti, adesso non ricordo quali, sicuramente c'era uno dei consiglieri comunali, il presidente della commissione consigliare comunale…». Il pm lo incalza: «Solo una cosa: con uno sforzo se lei ricorda altri nomi di quel giorno. Uno l'ha detto…». Il novello paladino dell'Antimafia ha un altro vuoto di memoria: «Ricordo solo che c'era Salvatore Scarpino, forse c'era anche l'altro consigliere comunale, ma non ci giurerei, Antonio Olivo… mmm (…) le altre due persone non le ricordo come esponenti vicine al Pd, secondo me eravamo in quattro…». Il magistrato insiste: «Però lei non ricorda chi fossero». «No. Politici? No, non mi pare. Non mi ricordo se c'era anche l'altro esponente del Pdl, questo Rocco Gualtieri che è sempre originario della Calabria; non mi ricordo, ma mi pare che non ci fosse lui. Però francamente è successo più di un anno fa e non…». Delrio rivendica per sé il diritto all'oblio, ma non perdona le presunte smemoratezze di chi non la pensa come lui.Giacomo Amadori
Nella combo, la residenza della Guida Suprema dell'Iran Alì Khamenei distrutta negli attacchi israeliani (Ansa)
Teheran e il Medio Oriente sono scossi da un’escalation militare senza precedenti. Questa mattina, Israele e Stati Uniti hanno lanciato un attacco a sorpresa contro l’Iran, nel corso del quale è stato ucciso l’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema del Paese. Fonti israeliane hanno confermato che il complesso residenziale della Guida è stato completamente distrutto, mentre immagini del corpo di Khamenei sarebbero state mostrate al premier Benjamin Netanyahu.
Gli attacchi, definiti da Tel Aviv e Washington «preventivi», arrivano dopo settimane di tensioni legate al programma nucleare iraniano e alla repressione interna delle proteste. Secondo fonti israeliane, sono stati impiegati circa 200 aerei da caccia contro oltre 500 obiettivi, in quella che è stata definita la più grande operazione aerea nella storia dell’aviazione militare israeliana.
La reazione dell’Iran non si è fatta attendere. Teheran ha lanciato missili contro Israele e diversi Paesi del Golfo, tra cui Bahrein, Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. A Dubai, il quartiere Palm Island è stato colpito e forti esplosioni hanno costretto le autorità a evacuare il Burj Khalifa e sospendere le operazioni aeroportuali. Lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il petrolio mondiale, è stato chiuso. La Mezzaluna Rossa iraniana segnala oltre 200 morti e 747 feriti a seguito dei raid.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha inviato una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, dichiarando che l’Iran eserciterà «con decisione il proprio diritto alla legittima difesa» e che tutte le basi e installazioni delle forze ostili saranno considerate obiettivi legittimi fino alla cessazione dell’aggressione. In Israele, invece, Netanyahu ha ringraziato Trump per l’operazione, dichiarando che «questa guerra porterà a una vera pace». Dall’altra parte, a Teheran, media indipendenti riportano che alcune persone applaudono alle finestre per la morte di Khamenei, mentre le autorità locali invitano i cittadini a lasciare la capitale.
L’Europa e il mondo reagiscono con preoccupazione. La presidente dell’Assemblea Generale dell’Onu, Annalena Baerbock, ha ricordato che «come sempre, sono i civili a pagare» per i conflitti armati. La Francia, insieme a Regno Unito e Germania, ha condannato gli attacchi e chiesto il ritorno al dialogo diplomatico. Domani è prevista una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea. Anche la Cina e la Russia hanno espresso forte preoccupazione: Pechino invita a rispettare la sovranità iraniana e a fermare le operazioni militari, mentre Mosca si dichiara pronta a contribuire alla ricerca di soluzioni pacifiche. Nel frattempo, l’Italia ha attivato misure di sicurezza su obiettivi statunitensi e israeliani nel Paese e sta monitorando la situazione dei circa 500 connazionali presenti in Iran, pronti a essere evacuati via Azerbaigian. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si trova bloccato a Dubai con la famiglia, in attesa della riapertura dei voli.
La giornata di oggi ha portato l’intera regione sull’orlo di un conflitto più ampio, con possibili conseguenze economiche e geopolitiche immediate. Analisti prevedono un’impennata dei prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz. Stasera è convocata una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, mentre a Palazzo Chigi la premier Giorgia Meloni terrà un vertice urgente con il governo italiano per monitorare l’evoluzione della crisi in Medio Oriente.
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Un’iconografia che lo ha sempre dipinto come un raffinato latin lover senza freni, mentre invece poco si è indagato su di un altro suo aspetto, meno conosciuto, ovvero quello di raffinato e goloso gourmet. Ne diamo conto in due puntate, questa è la prima. Cibo e cucina spesso usati come anticamera di ben altri menù con cui coinvolgere le belle di turno. Una conferma da uno dei suoi più attenti biografi, Alessandro Marzo Magno. «Nella sua autobiografia Histoire de ma vie, le donne nominate sono centosedici, mentre 120 i piatti» da lui descritti con varie modalità.
Il nostro lover gourmet nasce a Venezia il 2 aprile del 1725, giorno di Pasqua, secondo di una nidiata di sei. Papà Gaetano e mamma Giovanna sono attori, spesso protagonisti sul palco del locale Teatro di San Samuele, di proprietà del patrizio Michiel Grimani, tanto che più di qualcuno ha sollevato il dubbio che, nelle pause dei dietro le quinte goldoniane, in realtà il vero padre sia stato proprio il Grimani. Non sono facili i primi percorsi di vita del nostro Giacomo. A sei anni rimane orfano di padre, mamma Giovanna è impegnata fuori casa nei teatri della Serenissima. Si prende cura di lui Marzia, la nonna materna, che lo affida alle cure dell’abate Alvise Grimani (forse non casualmente fratello del patrizio Michiel) il quale lo raccomanda all’abate Antonio Gozzi, in quel di Padova.
Una vita a doppia velocità. Se da un lato Giacomo trova chi valorizza le sue indubbie doti culturali, tanto da imparare presto a memoria classici quali Orazio e Ariosto, dall’altro deve fare i conti con la «schiavona», tale Mida, che offriva il pensionato a ragazzini in esilio scolastico. Racconterà nelle sue memorie che, seduto a tavola con compagni poco attenti alle minime regole del galateo, doveva contendersi con loro una pessima minestra, piccole pozioni di baccalà, qualche mela di incerta virtù. Oligati a bere dallo stesso boccale la graspia, ovvero dell’acqua in cui «erano stati fatti bollire graspi» cioè grappoli d’uva «senza acini». Sono anni difficili, tanto che nonna Marzia, a un certo punto, riesce a farlo trasferire nella casa del suo docente di lettere classiche, l’abate Gozzi, dove, vuoi mai le sliding doors della vita, conosce la giovane sorella di quest’ultimo, tale Bettina, con la quale comincia a dare prova pratica del suo talento che lo renderà poi famoso.
La vita del libertino Giacomo Casanova è un ironico susseguirsi di sliding doors. Non solo venne al mondo il giorno di Pasqua, ma intuitene le doti (intellettuali), dopo i primi studi lo avviarono alla carriera ecclesiastica che «al tempo, era la via più sicura per un giovane di umili origini per farsi strada nella sua comunità». A 16 anni riceve i primi ordini minori e, grazie a questi, inizia a girare l’Italia. Ma la vita, per lui, è una sfida continua. Diciottenne, viene a mancare nonna Marzia. Sostanzialmente è solo al mondo e deve capire cosa fare da grande. Lascia i paramenti ecclesiastici e indossa la divisa militare quale ufficiale della Serenissima, di stanza a Corfù con frequenti spedizioni a Costantinopoli, dove affina ancor di più le sue varie curiosità, culinarie comprese. Il ritorno nella natia Venezia è complesso, per un libertino di talento come lui, inseguito dalle sentinelle dell’inquisizione.
Trentenne, trascorre 15 mesi rinchiuso nei Piombi, le carceri con vista San Marco, da cui riesce a fuggire usando come «copertura» un grande vassoio di maccheroni, posto che aveva chiesto di alimentarsi nella solitudine della sua cella, il quale mascherava, posto sopra una Bibbia, uno scalpello con cui pazientemente si creò via via un foro nel soffitto della cella stessa. Grazie a una serie di incarichi diplomatici, Casanova conobbe corti nobiliari e costumi di mezza Europa per approdare poi, sessantenne un po’ provato dalle molte corride (anche amorose) cui la vita lo sottopose, alla corte dell’amico conte Joseph Karl von Waldstein, che lo nominò curatore della sua biblioteca presso il castello di Dux in Boemia. Fu qui che, tra il 1789 e il 1792, compose Histoire de ma vie, un’antologia del bien vivre settecentesco entrata nella leggenda, anche per l’abile narrazione del suo autore, capace di mischiare fantasia e realtà con grande maestria, tanto che, ancora adesso, alcuni suoi studiosi si chiedono se alcune delle vicende narrate siano vere… o verosimili.
Muore a Dux nel 1798. Al di là dell’aspetto romanticherotico, come ha ancora una volta sottolineato Marzo Magno, la lettura delle cronache narrate dal suo autore «rappresentano un affresco dal valore storico e sociale per ricostruire la civiltà dell’epoca». Anche a livello culinario. Ed è su questo aspetto che è arrivato puntuale il bel libro di Anna Maria Pellegrino e Giampiero Rorato A tavola con Giacomo Casanova, dove non solo vi è una puntuale descrizione del mondo gastronomico del tempo, ma molti piatti sono riproposti all’attenzione del lettore abbinati a puntuale ricettario, conditi dalle storie, tradizioni e curiosità che li accompagnano.
Il Settecento è l’ultimo secolo della millenaria storia della Serenissima, oramai i fasti di potenza navale avevano lasciato il posto a una gaudente decadenza della nobiltà del tempo. Una Venezia, come ben descritta da Alvise Zorzi, «decadente per politica ed economia, sempre più capitale dei piaceri», con il popolo intento a conciliare, per quanto possibile, quel che arrivava in tavola dalla pesca, in laguna, o dalle coltivazioni di frontiera nell’entroterra, grazie anche alle bonifiche attivate due secoli prima, sulle cui basi si invogliò l’aristocrazia del tempo ad avviare una sorta di aziende agricole allietate dalle residenze rappresentate dalle ville palladiane, giunte più o meno intatte sino a noi. In quegli anni di dorata decadenza, la classica cucina veneziana, ben resistente presso il popolo, nelle cucine nobiliari, fino ad allora abituate ancora a rituali di coreografie rinascimentali, era stata progressivamente messa da parte a scapito dell’aristocratica cucina francese, tanto che lo stesso Carlo Goldoni ebbe a notare come «par non si possa in compagnia mangiare senza un cuoco francese e il vin straniero». E dire che, nel recente passato, Venezia era stata una sorta di «drogheria d’Europa», grazie ai passati commerci di spezie con l’Oriente. Tanto è vero che, con tre chili di pepe nero, si poteva acquistare un palazzo sul Canal Grande, come ben descritto da Gianni Frasi, il veronese che è risalito alle storiche piantagioni nel Borneo occidentale, di cui un tempo Venezia aveva monopolio esclusivo.
A quel tempo anche il libertino Casanova doveva rispettare, negli eventi ufficiali, alcune regole precise. Ad esempio, servirsi di posate personali portate da casa. Poteva capitare che alcune vendette personali tra famiglie rivali potessero consumarsi avvelenando con unguenti invisibili rebbi di forchette, lame di coltelli, coppe di cucchiai, anche se modellate su pregiati argenti. Ambasciatori e personalità di riguardo erano serviti a tavola dal domestico personale, incaricato poi di riportare a casa la cassetta contenente posate e bicchieri. Il tutto protetto dal coperto, ovvero il tovagliolo usato a tavola. Da lì poi la definizione di «coperto» che si ritrova nella cuenta finale dei nostri menù consumati anche oggigiorno. Piatto ufficiale voluto dal Doge i risi e bisi. Riso con i piselli, preferibilmente di Lumignano, sui Colli Berici, non solo intriganti al gusto, ma anche i primi stagionali a venire alla luce, frutto a suo tempo del paziente lavoro di bonifica dei monaci benedettini.
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Paolo Zuntini, cofondatore di Eleventy
La filosofia dei fondatori era chiara: creare capi che fossero compagni di vita, capaci di elevare l’esperienza individuale di chi li indossa, più che semplici simboli di status. Parte da qui il nostro dialogo con Paolo Zuntini, uno dei fondatori con Marco Baldassarri, per esplorare come la storia, la visione e le scelte strategiche del brand si riflettano in una collezione che guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici.
Eleventy nasce nel 2007 con un’idea ben precisa di Smart Luxury. In che modo questa visione originaria continua a guidare le vostre scelte, soprattutto nel womenswear?
«L’idea di Smart Luxury è il nostro punto di partenza e continua a guidarci con grande coerenza. Fin dall’inizio abbiamo fatto una ricerca molto approfondita sulle materie prime, ed è un approccio che portiamo avanti ancora oggi con entusiasmo. La donna Eleventy è una donna moderna, indipendente, consapevole e sicura di sé. È una donna attenta alla qualità, orientata verso l’autenticità. Oggi, più che mai, per noi il vero lusso è la capacità di coniugare altissima qualità e prezzo giusto. Molti sanno fare prodotti belli, ma il vero lusso è riuscire a proporli nel rispetto del loro valore reale».
Nel tempo il brand è cresciuto molto a livello internazionale, mantenendo però una forte identità manifatturiera. Quanto è importante restare fedeli a queste radici?
«È fondamentale. Oggi il Made in Italy è sempre più apprezzato, ma anche sempre più giudicato. Per questo è essenziale avere un’identità chiara e autentica. Noi portiamo avanti il vero Made in Italy, raccontandolo con orgoglio sui mercati esteri. Farlo a un prezzo corretto e coerente con il valore del prodotto è un elemento basilare per essere riconosciuti e credibili nel mondo».
La collezione è dedicata alla «donna viaggiatrice». Chi è oggi questa donna?
«È una donna cosmopolita, che vive il mondo con attenzione e qualità. Non è solo una viaggiatrice in senso fisico, ma una donna che si muove tra contesti diversi con naturalezza. La collezione donna nasce dallo stesso Dna dell’uomo, ma ha un’espressione autonoma. Può concedersi piccoli vezzi, dettagli più divertenti, pur restando sempre coerente con l’identità Eleventy. L’uomo è più lineare; la donna, invece, richiede maggiore freschezza e varietà, stagione dopo stagione».
Parlate di un’eleganza essenziale, fatta di purezza delle linee e qualità delle materie, in un mercato spesso dominato dall’impatto visivo. È una scelta culturale prima ancora che stilistica?
«Assolutamente sì. Ci auguriamo che la nostra cliente apprezzi la qualità più dell’etichetta. Ci sono donne che vestono il brand, e va benissimo, ma noi non siamo quelli. Noi siamo no-logo: non vendiamo un simbolo, vendiamo un prodotto. Vogliamo che la donna si avvicini a Eleventy con consapevolezza, che riconosca la qualità dei materiali e della costruzione. È una scelta culturale, prima ancora che estetica».
State lavorando sempre più su un’idea di continuità e durabilità rispetto alla stagionalità?
«Sì, da sempre costruiamo le collezioni su palette colori che garantiscono continuità e armonia nel guardaroba. La cliente deve ritrovarsi stagione dopo stagione. Seguiamo anche le tendenze, ma senza tradire la nostra storia. Quando abbiamo provato a uscire troppo dagli schemi, ci è stato fatto notare: “Molto bello, ma non sei tu”. È importante innovare, ma rimanendo riconoscibili».
Le materie sono centrali: cashmere, sete comasche, alpaca, mohair. Quanto incide la ricerca tessile nell’identità femminile del brand?
«Ha un valore altissimo. Ogni stagione lavoro direttamente con le aziende per creare esclusive: seleziono e combino filati, studio intrecci, provo nuove soluzioni. La donna è molto più esigente rispetto all’uomo: si annoia facilmente se ritrova sempre le stesse proposte. Per questo dobbiamo offrire un guardaroba fresco e innovativo, pur mantenendo coerenza».
La «giacca nuvola» sintetizza il vostro approccio alla leggerezza e alla destrutturazione. È il simbolo di una nuova fase del tailoring Eleventy?
«È una giacca completamente destrutturata, realizzata con una macchina unica al mondo situata a Brescia. Il tessuto nasce direttamente dalla filatura e viene poi tagliato e confezionato, ma senza alcuna struttura interna. Il risultato è una giacca leggerissima, quasi come una camicia. È un concetto più vicino al mondo maschile, perché la donna spesso desidera una spalla più costruita. Tuttavia questa proposta ha riscosso grande successo».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per la donna Eleventy?
«Il mercato americano è il nostro primo mercato, sia per l’uomo sia per la donna. Gli Stati Uniti stanno dando risultati che al momento non vediamo altrove. Anche il Middle East sta crescendo molto. La Russia rimane stabile, senza crescita significativa per le note dinamiche geopolitiche. L’America, però, sta compensando ampiamente».
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Il ministro della Famiglia e Pari opportunità Eugenia Roccella (Ansa)
A Bologna, la presentazione del libro Donne si nasce (e qualche volta si diventa) di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, programmata per ieri, è stata annullata. Il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna aveva avvisato le autrici appena 24 ore prima sostenendo: «Manca la necessaria serenità». Sulla censura è intervenuta Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità con un duro commento, in cui parla di «oscurantismo, intolleranza e intimidazione».
Per il movimento Non una di meno, invece, «la contestazione fa parte del conflitto politico. Abbiamo fatto notare che per noi quel titolo era improponibile». In poche parole, l’incontro dispiaceva al mondo Lgbtqia+. «È avvenuto quello che ormai accade troppo spesso, cioè che ci sono degli spazi che evidentemente vengono ritenuti “di proprietà”, come quelli bolognesi, per cui non c’è possibilità di un dibattito ma soltanto di occupazione da parte di alcuni. In questo caso, di una linea specifica del femminismo e non si può discutere, parlare. C’è soltanto una precisa presa di posizione», ha commentato il ministro Roccella intervistata dal vice direttore Francesco Borgonovo per Tivù Verità.
«Dicono che non è censura perché questa “prevede una disparità di potere”, ma anche questa è una condizione sbilanciata di potere», osserva Roccella, perché «se mi approprio di uno spazio e non voglio che sia aperto al confronto, l’occupazione è espressione di un potere». Il ministro ha precisato che la censura scatta quando non si accetta il confronto, quando non si vuol far parlare qualcuno. La contestazione, invece, «è quando dopo il confronto si contestano le posizioni dell’avversario».
A proposito di censura, in un comunicato le attiviste di Non una di meno lamentano che «certe cose che vengono scritte e pubblicate, che riempiono giornali, post e libri di violenze transfobiche e falsità sul movimento, sono tutt’altro che censurate, anzi, esponenti di spicco di queste teorie ricoprono oggi ruoli istituzionali e vengono costantemente “citatə” come unico femminismo “buono”».
Aggiungevano che «ci si dovrebbe fare due domande, se si diventa riferimento di partiti di destra o ultracattolici» e contestavano la scelta dell’orario alle 15 di pomeriggio, che sarebbe stata dimostrazione di non volontà del confronto perché a quell’ora «tante persone non avrebbero potuto esserci». Il ministro, che più volte ha sperimentato la contestazione, l’impossibilità di tenere un discorso perché interrotta o silenziata anche mentre presentava un libro al Salone di Torino, non ha dubbi sulle finalità di quel documento circolato sui social.
Dall’utilizzo della schwa: «Cancellando tutte le desinenze, che eliminano il femminile, è inutile mantenere la parola donna», afferma Roccella. «È difficile definirla una posizione dalla parte delle donne, anche per quell’utilizzo insultante di “terf”, termine con cui si dovrebbero indicare le donne che sarebbero transfobiche, omofobiche. La questione centrale è che il femminismo non può non partire dal riconoscimento della differenza. Allora che senso ha una legge come abbiamo fatto contro il femminicidio?», considerava il ministro.
Per Roccella il transfemminismo, oltre ad avere «connotati anche violenti», perché evita il confronto e non fa parlare chi la pensa diversamente, nega la differenza. Quindi rappresenta «proprio l’ultima maschera del patriarcato. Con l’evidente volontà di cancellare le donne, cancellare la differenza, annegare il loro corpo nell’indistinto».
Borgonovo ha osservato che il transfemminismo occupa molti posti di potere nel mondo. Non a caso, qualche giorno fa il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede alle Nazioni Unite il pieno riconoscimento delle transgender come donne. Purtroppo è così, ha convenuto il ministro: «È una linea che in Europa si continua a perseguire, mentre a livello internazionale è fermata da Trump».
Roccella ha spiegato di non essere mai riuscita a reintrodurre nei documenti europei «la parola maternità, che deve risulta particolarmente “odiosa”. Nemmeno si può scrivere “maternità come libera scelta”, che era una mia proposta ed era il vecchio slogan femminista, non negava la libertà delle donne di decidere se essere madre o no. Materno è ormai rifiutato, inaccettabile. Il potere del transfemminismo internazionale è assolutamente mainstream».
Nel rifiuto di far parlare due donne a Bologna c’è stata anche una brutta forma di violenza, la stessa utilizzata nello scaricare letame fuori dallo studio della presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno. Roccella ha concluso affermando di non credere che oggi «sia possibile essere femministe a sinistra».
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