True
2018-06-08
Di Maio promette: «Alt al fisco inquisitore»
ANSA
Esattamente due anni fa, il 9 giugno 2016, l'allora premier Matteo Renzi fu contestato a suon di fischi all'assemblea generale di Confcommercio. A scatenare le proteste della platea, fu la difesa da parte di Renzi degli 80 euro di bonus in busta paga, provvedimento che Confcommercio giudicava assistenzialista. Ieri, a Roma, Luigi Di Maio ha conquistato quella stessa platea: applausi, sorrisi, richieste di selfie a raffica per il vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Sembrava di essere tornati ai tempi di Silvio Berlusconi, idolo assoluto di Confcommercio, alla cui assemblea regalava immancabilmente barzellette e storielle, sicuro dell'apprezzamento dei commercianti italiani, che approvavano le sue politiche e lo sostenevano immancabilmente alle urne, costituendo lo zoccolo duro del suo elettorato.
Eppure, Luigi di Maio, con la sua promessa del reddito di cittadinanza, correva il rischio di incorrere nelle stesse proteste suscitate da Renzi. Invece no: il vicepremier di Pomigliano d'Arco, diventata Pomigliano d'Arcore per l'occasione, ha tenuto un discorso in pieno stile liberal, rassicurando i delegati dell'assemblea generale di Confcommercio su tutti i fronti, pronunciando parole d'ordine storicamente care a Berlusconi.
Di Maio è partito dall'argomento che più di ogni altro sta a cuore ai commercianti: l'Iva. «Sull'Iva», aveva ammonito poco prima dal palco il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, «non si tratta e non si baratta!». Un diktat dovuto alle voci circolate nei giorni scorsi, alle indiscrezioni su una presunta volontà del governo di non disinnescare le clausole di salvaguardia del valore di 12,5 miliardi di euro, provocando così l'aumento dal 1 gennaio 2019 dell'aliquota agevolata (dal 10% attuale all'11,5%), e di quella ordinaria (dal 22% al 24,2%).
«Avete la mia parola», ha promesso solennemente Di Maio, «qui a Confcommercio che l'Iva non aumenterà e le clausole di salvaguardia saranno disinnescate». Bene, bravo, bis: la platea si è infiammata, spellandosi le mani per Giggino, che non si è accontentato e ha deciso di mandare in solluchero l'assemblea. «La ricetta», ha aggiunto il vicepremier, «per fare decollare le imprese che creano lavoro, sviluppo, nuove tecnologie nella loro crescita è lasciarle in pace. Rivolgo una preghiera al Parlamento: prima di tutto alleggerite un po' le leggi che ci sono perché ce ne sono già troppe. Aboliremo tutti gli strumenti come lo spesometro e il redditometro», ha aggiunto Di Maio, «e inseriremo l'inversione dell'onere della prova. Perché siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario».
Parole che hanno letteralmente esaltato i delegati, probabilmente dettate dalla volontà di corteggiare un elettorato lontano dalle parole d'ordine tradizionali del M5s. Non a caso, l'altro vicepremier, Matteo Salvini, pur presente all'assemblea generale, ha lasciato a Di Maio il palcoscenico. «Sono state fatte», ha proseguito Di Maio, «delle norme antievasione che però rendono tutto troppo complicato e trattano tutti come fossero evasori, e finiscono col perseguitare i cittadini che le tasse le hanno sempre pagate. Non credo a spesometro, redditometro o split-payment: sono strumenti che dovevano servire a punire i disonesti e premiare gli onesti, ma in realtà si impiegano ancora 100 giorni l'anno per tutti gli adempimenti. Li aboliremo tutti».
Meno tasse, meno controlli, e addirittura l'inversione dell'onere della prova: «Siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario». Luigi Di Maio ha abbattuto quello che fino a 12 ore prima sembrava uno dei pilastri del governo guidato da Giuseppe Conte, la tanto denunciata «stretta giustizialista», mandando in visibilio i delegati di Confcommercio, che al termine del suo intervento lo hanno letteralmente preso d'assalto per strette di mano, selfie e congratulazioni, manco fosse (ma forse lo è) una pop star.
Certo, bisognerà verificare fino a che punto Di Maio sarà in grado di realizzare le sue promesse, ma questo è un problema che hanno avuto, hanno e avranno tutti i governi di tutte le nazioni. Quello che però appare significativo, è che Di Maio e Salvini stanno sostituendo, passo dopo passo, gli annunci roboanti con un sano realismo. Va in questa direzione il dibattito sulla introduzione della flat tax, che potrebbe essere modulata sui prossimi due anni, per poter centrare l'obiettivo senza appesantire troppo il bilancio dello Stato. Il discorso di ieri di Di Maio, però, non può non essere sottolineato: la coalizione legastellata si lancia alla conquista di un'altra fascia di elettori, quelli tradizionalmente più affezionati a Silvio Berlusconi e a Forza Italia. «Per tutta la generazione di lavoratori», ha precisato Di Maio, «fuori dalla contrattazione nazionale, va garantito almeno un salario minimo, almeno fino a che non si arriva alla contrattazione». Nessun applauso ma neanche nessun dissenso esplicito per questo passaggio, l'unico «di sinistra» dell'intero discorso del vicepremier. Una piccola sterzata, del resto, era necessaria, per non sbandare e finire fuori strada, in questa giornata così particolare, quella della apparente svolta liberale, liberista e garantista di Luigi Di Maio.
S’appanna la stella di Cantone, lui corre dal M5s
Il giudizio non propriamente generoso di Conte, poi la telefonata riparatrice e, infine, l'incontro con il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli.
Due giorni burrascosi per Raffaele Cantone presidente Anac (Autorità nazionale anticorruzione) che, da star indiscussa della lotta alla corruzione durante il governo Renzi, ha ricevuto dal nuovo premier, Giuseppe Conte, una tiratina di orecchie già nella prima apparizione in aula durante il discorso di insediamento di mercoledì.
Durante la replica alla Camera, infatti, Conte riferendosi ad Anac ha spiegato di non avere visto «i risultati che ci attendevamo» e di aver «lanciato l'idea di valutare bene il ruolo di Anac», anche alla luce di questo.
Immediata, lo stesso pomeriggio, la risposta allarmata di Cantone che prima si è detto stupito delle dichiarazioni di Conte e lo aveva invitato ad ascoltare la presentazione delle attività di Anac che si terrà prossimamente e, poi, ha tentato di superare la critica, ribadendo il suo ruolo e la durata dell'incarico: «Continuerò a fare anticorruzione, il mio incarico scade nel 2020», ha dichiarato mercoledì sera.
La notte però non deve essere stata delle più tranquille. Così ieri, da entrambe le parti, c'è stato un riavvicinamento.
In mattinata Conte ha sentito al telefono il presidente di Anac. Una telefonata raccontata da un comunicato ufficiale che ha definito «cordiale» il colloquio tra i due, che avrebbero «convenuto sulla necessità di rafforzare la lotta alla corruzione, individuando specifici percorsi di legalità nell'ambito pubblica amministrazione» e «operando, tuttavia, una semplificazione del quadro normativo vigente, in modo da consentire il riavvio degli investimenti nel settore dei contratti pubblici».
Sempre ieri mattina, in nome della vecchia amicizia con il Movimento 5 stelle (il presidente Anac era stato anche tra i papabili candidati per la presidenza della Repubblica), Cantone ha incontrato il neoministro delle Infrastrutture, Toninelli, che rassicurandolo ha fatto sapere di voler cercare con Anac la «massima collaborazione» e di avere l'intenzione di «aprire un tavolo di confronto per le migliorie legislative che servono» a potenziare l'anticorruzione in Italia, «Abbiamo parlato in particolar modo del nuovo codice dei contratti e di quello che in esso va migliorato per far partire e ripartire tante opere pubbliche oggi bloccate», ha detto ancora Toninelli.
Alessia Pedrielli
Sulla memoria Delrio non può fare prediche
Il fustigatore delle amnesie altrui deve aver dimenticato i propri vuoti di memoria. Forse causati dallo sciopero della fame che ha inutilmente praticato nei mesi scorsi in favore dello Ius soli. Graziano Delrio, capogruppo alla Camera del Pd, ha conquistato le prime pagine dei giornali per la foga con cui, a dito sguainato, ha inchiodato il neo premier Giuseppe Conte alle sue presunte responsabilità. E lo ha fatto con la voce un po' strozzata del mite padre di famiglia costretto all'improvviso a indossare i panni del caporione: «Signor presidente del Consiglio, Piersanti si chiamava, Piersanti!», ha gridato stridulo. Il riferimento era al nome di battesimo del fratello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l'ex governatore della Sicilia Piersanti Mattarella trucidato nel 1980 dalla mafia, un nome omesso da Conte nel suo primo discorso alla Camera. Il professore aveva laconicamente citato «un congiunto» del capo dello Stato all'interno di una frase dai toni concilianti: «Vorrei ricollegarmi al ringraziamento per il presidente Mattarella perché una delle cose che più mi ha addolorato nei giorni scorsi è stato l'attacco alla memoria di un suo congiunto sui social, adesso non ricordo esattamente… e questa è stata una cosa che veramente mi è dispiaciuta», aveva detto. A molti quel «non ricordo esattamente» sembrava riferito agli insulti apparsi su Internet, ma, invece, per il Delrio descamisado si è trattata di lesa maestà. Con questo intervento sanguigno l'ex ministro delle Infrastrutture è diventato l'eroe dei barricaderi dell'aperitivo in terrazza, l'icona di chi sogna la rivoluzione da bordo piscina. È stato promosso sul campo argine contro la montante marea gialloblù. Peccato che il novello partigiano della Brigata Capalbio condanni le dimenticanze altrui, ma scordi le proprie.
Nel 2012 Delrio è stato coinvolto (senza essere indagato) in un'importante inchiesta anti 'ndrangheta, la cosiddetta Aemilia. I magistrati lo convocarono per avere delucidazioni su un suo viaggio durante il quale prese parte a una processione a Cutro, paesino del Crotonese da cui proviene buona parte dei calabresi trapiantati a Reggio Emilia, 'ndranghetisti compresi. Un tour di cui rimase a imperitura memoria pure qualche foto.
Non basta. Nei mesi successivi Delrio accompagnò una delegazione di consiglieri comunali originari di Cutro a protestare contro le interdittive antimafia nell'ufficio di chi quelle misure anticlan aveva adottato: il prefetto Antonella De Miro. Negli stessi mesi numerosi cutresi trasferiti in Emilia finirono sotto indagine e Delrio nell'ottobre 2012 venne ascoltato dai magistrati antimafia di Bologna come persona informata dei fatti. Ebbene in quell'interrogatorio la memoria di Delrio apparve piuttosto labile. Non mancarono gli «uhm» e i «non ricordo». Nel verbale la prima raffica di domande riguarda un noto boss cutrese. «Ma lei sa che esiste una persona che si chiama Nicola Grande Aracri?» chiede, con una punta di sarcasmo, il pm. «So che esiste Grande Aracri, Nicola non… non lo avevo realizzato», è la risposta evasiva del subcomandante reggiano, che scivola proprio su un nome di battesimo. «Sa che è di Cutro?», insiste il magistrato. «No, non sapevo che fosse originario di Cutro; sapevo che era calabrese, ma non sapevo fosse originario di Cutro. Perché abita lì nel centro di Cutro? No, io non lo sapevo», balbetta l'ex ministro. La toga infierisce: «Scusi, che tutta la criminalità organizzata che proviene da Cutro oggi si ispiri a Nicola Grande Aracri, penso che lo sappia anche lei se ha letto i giornali relativi agli interventi del prefetto, quantomeno quelli di revoca del porto d'armi…». Il futuro capogruppo Pd è all'angolo: «Sì, no, però io ho risposto alla sua domanda. Se lei mi chiede: “Lei sa che Grande Aracri è nativo di Cutro?", la mia risposta è non lo so, non ne sono sicuro, cioè non lo ricordo francamente, so che è collegato con la criminalità legata alla... cioè diciamo... anche a Cutro... ma non so se è di Cutro, di Steccato, anziché del paese vicino, insomma questo era il senso della mia risposta». L'inquirente passa alle interdittive e chiede al futuro maestrino della penna rossa se «abbia caldeggiato davanti al prefetto la posizione» di imprenditori «che si ritenevano ingiustamente colpiti dalle iniziative prefettizie». L'ex sindaco ammette di aver portato i calabresi davanti al prefetto perché nei loro confronti c'era una specie di «linciaggio mediatico» e si stava affermando l'equazione «calabrese uguale mafioso». Un pregiudizio che i cutresi avvertivano anche nei palazzi del potere: «Mi hanno chiesto di poterla incontrare (il prefetto De Miro, ndr); quindi io ho portato alcuni esponenti, adesso non ricordo quali, sicuramente c'era uno dei consiglieri comunali, il presidente della commissione consigliare comunale…». Il pm lo incalza: «Solo una cosa: con uno sforzo se lei ricorda altri nomi di quel giorno. Uno l'ha detto…». Il novello paladino dell'Antimafia ha un altro vuoto di memoria: «Ricordo solo che c'era Salvatore Scarpino, forse c'era anche l'altro consigliere comunale, ma non ci giurerei, Antonio Olivo… mmm (…) le altre due persone non le ricordo come esponenti vicine al Pd, secondo me eravamo in quattro…». Il magistrato insiste: «Però lei non ricorda chi fossero». «No. Politici? No, non mi pare. Non mi ricordo se c'era anche l'altro esponente del Pdl, questo Rocco Gualtieri che è sempre originario della Calabria; non mi ricordo, ma mi pare che non ci fosse lui. Però francamente è successo più di un anno fa e non…».
Delrio rivendica per sé il diritto all'oblio, ma non perdona le presunte smemoratezze di chi non la pensa come lui.
Giacomo Amadori
Continua a leggereRiduci
Il vicepremier si trasforma per la platea Confcommercio: con un discorso dagli echi berlusconiani ottiene l'ovazione all'annuncio dell'abolizione di spesometro e redditometro e dell'inversione dell'onere della prova. Poi assicura: «L'Iva non aumenterà».Il capogruppo del Pd, che si è guadagnato le prime pagine dei giornali accusando il premier Conte di imperdonabili amnesie su Cosa nostra, dimentica le proprie. Nel 2012 davanti ai pm antimafia fece una pessima figura dicendo di non ricordare nulla.La replica alle critiche di Conte: «Il mio incarico all'Anac scade nel 2020, sono sereno».Lo speciale contiene tre articoli.Esattamente due anni fa, il 9 giugno 2016, l'allora premier Matteo Renzi fu contestato a suon di fischi all'assemblea generale di Confcommercio. A scatenare le proteste della platea, fu la difesa da parte di Renzi degli 80 euro di bonus in busta paga, provvedimento che Confcommercio giudicava assistenzialista. Ieri, a Roma, Luigi Di Maio ha conquistato quella stessa platea: applausi, sorrisi, richieste di selfie a raffica per il vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Sembrava di essere tornati ai tempi di Silvio Berlusconi, idolo assoluto di Confcommercio, alla cui assemblea regalava immancabilmente barzellette e storielle, sicuro dell'apprezzamento dei commercianti italiani, che approvavano le sue politiche e lo sostenevano immancabilmente alle urne, costituendo lo zoccolo duro del suo elettorato.Eppure, Luigi di Maio, con la sua promessa del reddito di cittadinanza, correva il rischio di incorrere nelle stesse proteste suscitate da Renzi. Invece no: il vicepremier di Pomigliano d'Arco, diventata Pomigliano d'Arcore per l'occasione, ha tenuto un discorso in pieno stile liberal, rassicurando i delegati dell'assemblea generale di Confcommercio su tutti i fronti, pronunciando parole d'ordine storicamente care a Berlusconi. Di Maio è partito dall'argomento che più di ogni altro sta a cuore ai commercianti: l'Iva. «Sull'Iva», aveva ammonito poco prima dal palco il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, «non si tratta e non si baratta!». Un diktat dovuto alle voci circolate nei giorni scorsi, alle indiscrezioni su una presunta volontà del governo di non disinnescare le clausole di salvaguardia del valore di 12,5 miliardi di euro, provocando così l'aumento dal 1 gennaio 2019 dell'aliquota agevolata (dal 10% attuale all'11,5%), e di quella ordinaria (dal 22% al 24,2%).«Avete la mia parola», ha promesso solennemente Di Maio, «qui a Confcommercio che l'Iva non aumenterà e le clausole di salvaguardia saranno disinnescate». Bene, bravo, bis: la platea si è infiammata, spellandosi le mani per Giggino, che non si è accontentato e ha deciso di mandare in solluchero l'assemblea. «La ricetta», ha aggiunto il vicepremier, «per fare decollare le imprese che creano lavoro, sviluppo, nuove tecnologie nella loro crescita è lasciarle in pace. Rivolgo una preghiera al Parlamento: prima di tutto alleggerite un po' le leggi che ci sono perché ce ne sono già troppe. Aboliremo tutti gli strumenti come lo spesometro e il redditometro», ha aggiunto Di Maio, «e inseriremo l'inversione dell'onere della prova. Perché siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario».Parole che hanno letteralmente esaltato i delegati, probabilmente dettate dalla volontà di corteggiare un elettorato lontano dalle parole d'ordine tradizionali del M5s. Non a caso, l'altro vicepremier, Matteo Salvini, pur presente all'assemblea generale, ha lasciato a Di Maio il palcoscenico. «Sono state fatte», ha proseguito Di Maio, «delle norme antievasione che però rendono tutto troppo complicato e trattano tutti come fossero evasori, e finiscono col perseguitare i cittadini che le tasse le hanno sempre pagate. Non credo a spesometro, redditometro o split-payment: sono strumenti che dovevano servire a punire i disonesti e premiare gli onesti, ma in realtà si impiegano ancora 100 giorni l'anno per tutti gli adempimenti. Li aboliremo tutti».Meno tasse, meno controlli, e addirittura l'inversione dell'onere della prova: «Siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario». Luigi Di Maio ha abbattuto quello che fino a 12 ore prima sembrava uno dei pilastri del governo guidato da Giuseppe Conte, la tanto denunciata «stretta giustizialista», mandando in visibilio i delegati di Confcommercio, che al termine del suo intervento lo hanno letteralmente preso d'assalto per strette di mano, selfie e congratulazioni, manco fosse (ma forse lo è) una pop star. Certo, bisognerà verificare fino a che punto Di Maio sarà in grado di realizzare le sue promesse, ma questo è un problema che hanno avuto, hanno e avranno tutti i governi di tutte le nazioni. Quello che però appare significativo, è che Di Maio e Salvini stanno sostituendo, passo dopo passo, gli annunci roboanti con un sano realismo. Va in questa direzione il dibattito sulla introduzione della flat tax, che potrebbe essere modulata sui prossimi due anni, per poter centrare l'obiettivo senza appesantire troppo il bilancio dello Stato. Il discorso di ieri di Di Maio, però, non può non essere sottolineato: la coalizione legastellata si lancia alla conquista di un'altra fascia di elettori, quelli tradizionalmente più affezionati a Silvio Berlusconi e a Forza Italia. «Per tutta la generazione di lavoratori», ha precisato Di Maio, «fuori dalla contrattazione nazionale, va garantito almeno un salario minimo, almeno fino a che non si arriva alla contrattazione». Nessun applauso ma neanche nessun dissenso esplicito per questo passaggio, l'unico «di sinistra» dell'intero discorso del vicepremier. Una piccola sterzata, del resto, era necessaria, per non sbandare e finire fuori strada, in questa giornata così particolare, quella della apparente svolta liberale, liberista e garantista di Luigi Di Maio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-promette-alt-al-fisco-inquisitore-2576061446.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sappanna-la-stella-di-cantone-lui-corre-dal-m5s" data-post-id="2576061446" data-published-at="1777887836" data-use-pagination="False"> S’appanna la stella di Cantone, lui corre dal M5s Il giudizio non propriamente generoso di Conte, poi la telefonata riparatrice e, infine, l'incontro con il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Due giorni burrascosi per Raffaele Cantone presidente Anac (Autorità nazionale anticorruzione) che, da star indiscussa della lotta alla corruzione durante il governo Renzi, ha ricevuto dal nuovo premier, Giuseppe Conte, una tiratina di orecchie già nella prima apparizione in aula durante il discorso di insediamento di mercoledì. Durante la replica alla Camera, infatti, Conte riferendosi ad Anac ha spiegato di non avere visto «i risultati che ci attendevamo» e di aver «lanciato l'idea di valutare bene il ruolo di Anac», anche alla luce di questo. Immediata, lo stesso pomeriggio, la risposta allarmata di Cantone che prima si è detto stupito delle dichiarazioni di Conte e lo aveva invitato ad ascoltare la presentazione delle attività di Anac che si terrà prossimamente e, poi, ha tentato di superare la critica, ribadendo il suo ruolo e la durata dell'incarico: «Continuerò a fare anticorruzione, il mio incarico scade nel 2020», ha dichiarato mercoledì sera. La notte però non deve essere stata delle più tranquille. Così ieri, da entrambe le parti, c'è stato un riavvicinamento. In mattinata Conte ha sentito al telefono il presidente di Anac. Una telefonata raccontata da un comunicato ufficiale che ha definito «cordiale» il colloquio tra i due, che avrebbero «convenuto sulla necessità di rafforzare la lotta alla corruzione, individuando specifici percorsi di legalità nell'ambito pubblica amministrazione» e «operando, tuttavia, una semplificazione del quadro normativo vigente, in modo da consentire il riavvio degli investimenti nel settore dei contratti pubblici». Sempre ieri mattina, in nome della vecchia amicizia con il Movimento 5 stelle (il presidente Anac era stato anche tra i papabili candidati per la presidenza della Repubblica), Cantone ha incontrato il neoministro delle Infrastrutture, Toninelli, che rassicurandolo ha fatto sapere di voler cercare con Anac la «massima collaborazione» e di avere l'intenzione di «aprire un tavolo di confronto per le migliorie legislative che servono» a potenziare l'anticorruzione in Italia, «Abbiamo parlato in particolar modo del nuovo codice dei contratti e di quello che in esso va migliorato per far partire e ripartire tante opere pubbliche oggi bloccate», ha detto ancora Toninelli.Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-promette-alt-al-fisco-inquisitore-2576061446.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sulla-memoria-delrio-non-puo-fare-prediche" data-post-id="2576061446" data-published-at="1777887836" data-use-pagination="False"> Sulla memoria Delrio non può fare prediche Il fustigatore delle amnesie altrui deve aver dimenticato i propri vuoti di memoria. Forse causati dallo sciopero della fame che ha inutilmente praticato nei mesi scorsi in favore dello Ius soli. Graziano Delrio, capogruppo alla Camera del Pd, ha conquistato le prime pagine dei giornali per la foga con cui, a dito sguainato, ha inchiodato il neo premier Giuseppe Conte alle sue presunte responsabilità. E lo ha fatto con la voce un po' strozzata del mite padre di famiglia costretto all'improvviso a indossare i panni del caporione: «Signor presidente del Consiglio, Piersanti si chiamava, Piersanti!», ha gridato stridulo. Il riferimento era al nome di battesimo del fratello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l'ex governatore della Sicilia Piersanti Mattarella trucidato nel 1980 dalla mafia, un nome omesso da Conte nel suo primo discorso alla Camera. Il professore aveva laconicamente citato «un congiunto» del capo dello Stato all'interno di una frase dai toni concilianti: «Vorrei ricollegarmi al ringraziamento per il presidente Mattarella perché una delle cose che più mi ha addolorato nei giorni scorsi è stato l'attacco alla memoria di un suo congiunto sui social, adesso non ricordo esattamente… e questa è stata una cosa che veramente mi è dispiaciuta», aveva detto. A molti quel «non ricordo esattamente» sembrava riferito agli insulti apparsi su Internet, ma, invece, per il Delrio descamisado si è trattata di lesa maestà. Con questo intervento sanguigno l'ex ministro delle Infrastrutture è diventato l'eroe dei barricaderi dell'aperitivo in terrazza, l'icona di chi sogna la rivoluzione da bordo piscina. È stato promosso sul campo argine contro la montante marea gialloblù. Peccato che il novello partigiano della Brigata Capalbio condanni le dimenticanze altrui, ma scordi le proprie. Nel 2012 Delrio è stato coinvolto (senza essere indagato) in un'importante inchiesta anti 'ndrangheta, la cosiddetta Aemilia. I magistrati lo convocarono per avere delucidazioni su un suo viaggio durante il quale prese parte a una processione a Cutro, paesino del Crotonese da cui proviene buona parte dei calabresi trapiantati a Reggio Emilia, 'ndranghetisti compresi. Un tour di cui rimase a imperitura memoria pure qualche foto. Non basta. Nei mesi successivi Delrio accompagnò una delegazione di consiglieri comunali originari di Cutro a protestare contro le interdittive antimafia nell'ufficio di chi quelle misure anticlan aveva adottato: il prefetto Antonella De Miro. Negli stessi mesi numerosi cutresi trasferiti in Emilia finirono sotto indagine e Delrio nell'ottobre 2012 venne ascoltato dai magistrati antimafia di Bologna come persona informata dei fatti. Ebbene in quell'interrogatorio la memoria di Delrio apparve piuttosto labile. Non mancarono gli «uhm» e i «non ricordo». Nel verbale la prima raffica di domande riguarda un noto boss cutrese. «Ma lei sa che esiste una persona che si chiama Nicola Grande Aracri?» chiede, con una punta di sarcasmo, il pm. «So che esiste Grande Aracri, Nicola non… non lo avevo realizzato», è la risposta evasiva del subcomandante reggiano, che scivola proprio su un nome di battesimo. «Sa che è di Cutro?», insiste il magistrato. «No, non sapevo che fosse originario di Cutro; sapevo che era calabrese, ma non sapevo fosse originario di Cutro. Perché abita lì nel centro di Cutro? No, io non lo sapevo», balbetta l'ex ministro. La toga infierisce: «Scusi, che tutta la criminalità organizzata che proviene da Cutro oggi si ispiri a Nicola Grande Aracri, penso che lo sappia anche lei se ha letto i giornali relativi agli interventi del prefetto, quantomeno quelli di revoca del porto d'armi…». Il futuro capogruppo Pd è all'angolo: «Sì, no, però io ho risposto alla sua domanda. Se lei mi chiede: “Lei sa che Grande Aracri è nativo di Cutro?", la mia risposta è non lo so, non ne sono sicuro, cioè non lo ricordo francamente, so che è collegato con la criminalità legata alla... cioè diciamo... anche a Cutro... ma non so se è di Cutro, di Steccato, anziché del paese vicino, insomma questo era il senso della mia risposta». L'inquirente passa alle interdittive e chiede al futuro maestrino della penna rossa se «abbia caldeggiato davanti al prefetto la posizione» di imprenditori «che si ritenevano ingiustamente colpiti dalle iniziative prefettizie». L'ex sindaco ammette di aver portato i calabresi davanti al prefetto perché nei loro confronti c'era una specie di «linciaggio mediatico» e si stava affermando l'equazione «calabrese uguale mafioso». Un pregiudizio che i cutresi avvertivano anche nei palazzi del potere: «Mi hanno chiesto di poterla incontrare (il prefetto De Miro, ndr); quindi io ho portato alcuni esponenti, adesso non ricordo quali, sicuramente c'era uno dei consiglieri comunali, il presidente della commissione consigliare comunale…». Il pm lo incalza: «Solo una cosa: con uno sforzo se lei ricorda altri nomi di quel giorno. Uno l'ha detto…». Il novello paladino dell'Antimafia ha un altro vuoto di memoria: «Ricordo solo che c'era Salvatore Scarpino, forse c'era anche l'altro consigliere comunale, ma non ci giurerei, Antonio Olivo… mmm (…) le altre due persone non le ricordo come esponenti vicine al Pd, secondo me eravamo in quattro…». Il magistrato insiste: «Però lei non ricorda chi fossero». «No. Politici? No, non mi pare. Non mi ricordo se c'era anche l'altro esponente del Pdl, questo Rocco Gualtieri che è sempre originario della Calabria; non mi ricordo, ma mi pare che non ci fosse lui. Però francamente è successo più di un anno fa e non…». Delrio rivendica per sé il diritto all'oblio, ma non perdona le presunte smemoratezze di chi non la pensa come lui.Giacomo Amadori
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Arrivando a Venezia, se uno chiede dove si trova il palazzo della Biennale, la risposta è questa: Ca’ Giustinian è in fondo, a destra. Sicuri? Aveva promesso il governo quasi più longevo della Repubblica che l’egemonia culturale della sinistra sarebbe tramontata. Al netto che Gennaro Sangiuliano è stato fatto secco per aver osato toccare il fondo del cinema, è curioso che il suo successore abbia rischiato pure lui con i fili scoperti delle cineprese rosse e che, per ingaggiare una polemica, sia stato «colto» sul fatto da Repubblica che è diventata la tribuna da cui i maîtres à pensere della destra si scambiano fendenti parlando a un pubblico di sinistra.
Ad aprire il fuoco, ci si perdoni il calembour, è stato Pietrangelo Buttafuoco che è presidente della Fondazione Biennale di Venezia, il più importante evento al mondo per quel che riguarda le arti figurative, il quale da Repubblica a marzo ha annunciato: la Russia espone alla Biennale. Apriti cielo, manco fosse stato un concerto di Beatrice Venezi alla Fenice, che ci sia ognuno lo dice, nessun lo sa come faccia a stare in piedi se non becca una trentina di milioni di soldi dei contribuenti. Succede che 22 ministri dell’Ue scrivono a Giorgia Meloni: se fate arrivare i russi, contravvenite alle sanzioni contro Vladimir Putin e non solo togliamo i due milioni di contributi europei, ma vi esponiamo al ludibrio democratico. Giorgia Meloni, obbediente alla massima pas d’ennemies à gauche, chiama Alessandro Giuli e gli dice: occupatene. E Giuli che fa? Esecra Buttafuoco e, come i Bravi manzoniani, intima al suo «fratello sbagliato» - così lo ha etichettato ieri nell’intervista a Repubblica - che questa esposizione dei russi non s’ha da fare né domani né mai. E intanto gli manda gli ispettori ministeriali che proprio ieri hanno concluso il lavoro con una relazione che è un non luogo a procedere.
Buttafuoco tiene duro e risponde non solo che il padiglione è della Russia - lo ha costruito lo Zar ai Giardini di Castello, risale al 1914 ed è opera dell’architetto russo Alexej Shchusev - ma che lui non si piega alle censure. Nel frattempo scoppia un’altra grana: la giuria si rifiuta non solo di premiare artisti russi, ma anche israeliani. Tra questi ultimi, Belu-Simion Fainaru, sentendosi discriminato, denuncia e vuole un sacco di quattrini. A cinque giorni dall’apertura (la Biennale apre sabato), il pasticcio è infinito perché se Alessandro Giuli - come ha ribadito ieri a Repubblica avanzando giudizi non proprio lusinghieri sul «fratello sbagliato» Pietrangelo Buttafuoco- non va a inaugurarla, pure la giuria intera si è dimessa e i premi verranno assegnati dai visitatori, per i quali Russia e Israele sono, però, vietati. Ci sarebbe da dire che la Costituzione più bella del mondo, all’articolo 33, recita: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Ma evidentemente Bruxelles conta di più. Una parola di chiarimento l’hanno detta gli ispettori del ministero della Cultura. Nella loro relazione di sette pagine scrivono che «Nessun invito formale di partecipazione alla Federazione russa è stato inviato».
E per quanto concerne il taglio dei finanziamenti Ue e l’eventuale causa per danni da parte dell’artista israeliano, «nel bilancio 2025 - già approvato da autorità di vigilanza e ministero dell’Economia - è stata prudenzialmente iscritta a fondo rischi la quota dell’acconto ricevuto che si riferisce al 2026-2027». Gli ispettori smontano il caso delle dimissioni in blocco della giuria intervenute dopo che i giurati sono stati avvertiti «del personale rischio di esposizione al risarcimento dei danni». Particolarmente efficace è la spiegazione sui rapporti con la Russia: «La Federazione russa non è stata formalmente invitata dalla Fondazione e non ha sottoscritto il documento disciplinante la procedura di partecipazione, come anche altri Paesi titolari di padiglioni». La ragione? Non si tratta di una fiera a inviti - strano che il ministro Giuli non lo sappia - «sono gli Stati che decidono di partecipare». E in base alle sanzioni, «la Russia non potrebbe ottenere le autorizzazioni per aprire il padiglione al pubblico» visitabile solo su invito.
Verrebbe da dire - citando William Shakespeare che amava Venezia - «tanto rumore per nulla» se non fosse che, su Repubblica, Giuli insiste: «Pietrangelo è l’inesorabile espressione di un ancien régime: isolazionista e borbonico, ma la fondazione lagunare non è uno Stato sovrano. Se ci avesse coinvolto nelle interlocuzioni che portava avanti coi russi, sarebbe stato un trionfo chiedere, in cambio della partecipazione alla Biennale, un cessate il fuoco con la liberazione di bambini ucraini».
A quel che pare, se non il cessate il fuoco, c’è almeno il Buttafuoco perché proprio di fianco al padiglione russo s’erge una gru con appeso un cervo: è l’installazione principe degli ucraini opera di Zhanna Kadyrova che proprio la Biennale ha chiesto di piazzare lì. Ah, sia detto per inciso: Giuli alla Biennale prima o poi ci andrà e forse farà pace col «fratello sbagliato».
Continua a leggereRiduci
In arabo significa «porta delle lacrime» perché è lungo solo 33 chilometri, due in meno di quello di Hormuz. Incuneato tra Penisola arabica e Corno d’Africa, lo stretto di Bab el Mandeb è il secondo passaggio che l’Iran minaccia di bloccare. E mentre le trattative con gli Stati Uniti procedono a singhiozzo, il piccolo Stato dell’Eritrea, 1.200 chilometri di costa africana sul Mar Rosso davanti allo Yemen, in una posizione da sempre strategica e ambita, si trova al centro dei calcoli di Ue e Washington. Lo dimostrano gli ultimi colloqui di alti funzionari su entrambe le sponde dell’Oceano atlantico con le autorità dell’ex colonia italiana. Da trent’anni sotto la guida dello stesso presidente che sopravvive a guerre, sanzioni e isolamento internazionale.
Dopo lo scoppio della crisi di Hormuz, la Rappresentante speciale dell’Unione europea per il Corno d’Africa Annette Weber, i primi di aprile è volata in Eritrea per discutere della sicurezza del Mar Rosso. Una visita non di routine visto il successivo rientro a Bruxelles. Da dove il suo staff ci dice che solo in un secondo tempo volerà tra Gibuti, Etiopia e Kenya.
Non solo. Sebbene l’Ue abbia una sede diplomatica nella capitale Asmara, la Rappresentante speciale non vi faceva visita da tempo. Con il governo eritreo allergico alle ingerenze esterne e l’Europa fedele alla politica di Washington che da vent’anni colpisce il piccolo Stato africano con dure sanzioni economiche. In primis quelle del 2009 per presunte connivenze con i jihadisti somali di Al Shabab, salvo poi ammettere, ma solo nel 2018, di non aver mai avuto prove.
Rapporti incrinatisi dopo che nei primi anni Novanta l’Eritrea era partner chiave della politica antiterrorismo americana. Poi, durante la guerra del ’98 con l’Etiopia, gli Usa come avamposto nel Corno d’Africa scelgono Addis Abeba, nei cui confronti mostreranno un occhio di riguardo. A partire dal mancato rispetto degli accordi di Algeri del 2000. L’occupazione dei confini eritrei da parte dell’Etiopia, non ancora del tutto risolta, dura fino al 2018. Nel completo silenzio della comunità internazionale. Che oggi però sembra voler cambiare rotta. Stando a quanto riporta il Wall Street Journal del 23 aprile, il consigliere senior del presidente Usa per gli affari arabi e mediorientali Massad Boulos avrebbe riferito a controparti straniere che gli Stati Uniti intenderebbero iniziare il processo di revoca delle sanzioni contro l’Eritrea. Il riferimento è a quelle per crimini contro l’umanità emesse da Joe Biden nel 2022 quando l’Eritrea scende in campo contro il Tplf, Fronte popolare di liberazione del Tigray, che a fine 2000 aveva sferrato un attacco contro il governo centrale etiope e lanciato razzi anche sulla capitale eritrea, ricevendo peraltro la condanna dell’allora segretario di Stato della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo.
Al momento si tratta di rumors ma che ne scriva il Wall Street Journal, solitamente in linea con gli orientamenti della Casa Bianca, non è da sottovalutare. Complice la crisi nel Golfo, visto che una chiusura simultanea di Hormuz e Bab el Mandeb, dove scorre il 12% del commercio mondiale, bloccherebbe il 25% delle forniture globali di petrolio portando il Brent oltre la soglia psicologica dei 200 dollari. Per uscire dai Paesi del Golfo, oggi l’oro nero può contare sull’oleodotto Est Ovest che attraversa l’Arabia fino a Yanbu di fronte al Sudan, ma non basta. E per potenziare le arterie, rendendo il Mar Rosso una vera alternativa, occorre lavorare alla stabilità della regione. Tema che con i disagi alla navigazione causati dagli Huthi era sul tavolo da mesi.
Non a caso, sia Boulos che la Weber, già a settembre avevano incontrato il ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh a margine dell’assemblea generale Onu a New York. Passi avanti verso la riparazione delle relazioni dopo due decenni di rapporti tesi. Anche perché insieme a Gibuti, l’Eritrea è l’unico Paese del Corno d’Africa attualmente in pace. Il Sudan è al quarto anno di guerra civile, la Somalia alle prese con Al Shabaab mentre l’Etiopia è attraversata da conflitti etnici, con il primo ministro Abiy Ahmed accusato di genocidio dall’etnia Amhara e costantemente sul piede di guerra pur di procurarsi un porto sul Mar Rosso. «Legalmente, se possibile, militarmente se necessario» ha detto, minacciando in particolare Eritrea e Somalia. Poi c’è l’eccezione di Gibuti che con 8 basi militari, Usa e Cina comprese, è un hub politico-militare per le grandi potenze. Storia opposta a quella della vicina Eritrea, tra i pochi Paesi africani ad aver detto no a basi militari straniere oltre che a Fmi e Banca mondiale. Un’indipendenza pagata a caro prezzo, ma che l’ha senz’altro aiutata a dialogare con tutti, dagli Usa alla Russia, dalla Cina a Israele. E che oggi, anche grazie alle sue buone relazioni con i Paesi del Red Sea Council tra cui Sudan e Somalia, è un un asset per districarsi tra i vari attori attorno a Bab el Mandeb. In un complicato intreccio di proxy war e sponsor esterni. Spesso destabilizzanti
Come nel caso degli Emirati Arabi che nella ricerca di un presidio sul Mar Rosso hanno alimentato almeno tre aree di conflitto. Innanzitutto in Etiopia dove in cambio di petrodollari e armi ne stanno sobillando le mire espansionistiche verso le coste eritree e somale. E dove negli ultimi mesi hanno allestito un campo militare a 100 km dal Sudan. Da qui hanno supportato le Rapid Support Forces (Rfs) contro il governo di Abdel Fattah al Burhan in un conflitto sanguinoso dove le divisioni interne espongono a quelle esterne. Nel caos sudanese è entrato anche l’Iran fornendo armi e droni al governo centrale, sostenuto anche dall’Arabia Saudita, nella speranza, per ora vana, di stabilire le proprie navi a Port Sudan, sul Mar Rosso. Una strategia mossa dalla competizione con gli Emirati, non a caso colpiti da più raid di Israele, che a loro volta si sono appoggiati al porto di Berbera nella regione somala del Somaliland. Anche lì giocando un ruolo destabilizzante viste le spinte autonomiste interne alla Somalia.
Flussi di armi che non hanno risparmiato lo Yemen, fino allo scorso dicembre. Quando l’Arabia Saudita bombarda un carico di armi che dagli Emirati era indirizzato al Consiglio di Transizione del Sud (Stc), un gruppo separatista che come gli Huthi è in lotta contro il governo yemenita supportato da Riad. Un’operazione che si è conclusa con il ritiro di Abu Dhabi dallo Yemen e nella quale avrebbe giocato un ruolo cruciale proprio l’Eritrea con il suo leader Isaias Afewerki. Ospite del principe Bin Salman giusto due settimane prima. «Il presidente eritreo ci ha svegliati da una lunga ibernazione», ha detto l’analista politico saudita Mohammed Al-Habbabi, «quando ci aveva avvertito che gli Emirati stanno lentamente prendendo il controllo del Mar Rosso e del Corno d’Africa».
Una mossa che Riad ha portato avanti non senza il tacito consenso di Washington con cui a novembre ha scongelato i rapporti dopo 7 anni di stallo diventando uno tra i suoi interlocutori più pragmatici. Quanto ai colloqui con l’Eritrea, un ruolo di facilitatore lo starebbe giocando anche il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi che ha incontrato Boulos ad aprile e che con il leader eritreo ha ottimi rapporti. Specie da quando si sono incrinati quelli con l’Etiopia a causa della diga Gerd, la Grande diga del rinascimento etiope, che il Cairo considera una minaccia esistenziale.
Con le voci di un potenziale avvicinamento con Asmara, non sono mancati gli attacchi mediatici di chi come Michael Rubin dell’American Enterprise Institute, al posto del dialogo ha riproposto la classica politica del «cambio di regime». L’opposto di quanto promesso da Trump già lo scorso luglio in una lettera al presidente eritreo dove esprimeva la volontà «di invertire le politiche della precedente amministrazione» e «ripristinare relazioni rispettose tra Usa ed Eritrea». Sintonia ravvisabile anche nel comune atteggiamento verso Usaid accusata da Trump di agire come un’entità politica autonoma e che l’Eritrea aveva bandito già nel 2005, preferendo alle politiche assistenziali quelle ispirate al reciproco interesse nazionale. Peraltro i medesimi principi ai quali è improntato il Piano Mattei che l’Italia sta cercando di portare avanti in Africa. Difficile ora prevedere se gli Usa decideranno davvero di riaprire il dialogo con l’Eritrea ma escluderla dai giochi, forse, non serve più agli interessi occidentali.
Qui passa il 27% del greggio per la Ue. Ma a pattugliare è quasi solo l’Italia
È la prima missione europea in quelli che vengono chiamati «hot theatres», scenari caldi e ad alto rischio. Come il tratto che va dal Mar Rosso, allo Stretto di Bab el Mandeb. Per proseguire con il Golfo di Aden, Mar Arabico fino al Golfo di Oman. Migliaia di chilometri di navigazione alla cui sicurezza sta pensando l’Europa con la missione EunavFor Aspides avviata a inizio 2024 in seguito agli attacchi degli Huthi contro le navi commerciali.Lo scorso febbraio il Consiglio dell’Ue l’ha estesa per un altro anno perché con la crisi di Hormuz mantenere la sicurezza dello stretto di Bab el Mandeb per l’Europa è cruciale visto che da qui passa il 27% delle proprie importazioni di petrolio e un terzo del commercio che intrattiene con la Cina. Dentro il Mar Rosso scorrono inoltre 17 cavi da cui dipende oltre il 90% del traffico dati tra Europa ed Asia. E poi c’è il grosso tema dei danni che il blocco dei fertilizzanti sta provocando all’Africa, con impennate di fame e povertà pronte a trasformarsi in ulteriori ondate migratorie. Ad oggi però, la missione europea nelle torride acque tra Africa e Penisola arabica appare come il plastico esempio di quello che l’Europa potrebbe essere ma ancora non è. A partire dalle navi. Troppo poche. Da mandato dovrebbero essere almeno tre ma nel 2025 la media è stata di 1,9 il che significa che in alcuni momenti, a pattugliare il mare da Suez allo Yemen, c’era solo una fregata. Spesso e volentieri italiana. «Ci siamo solo noi a garantire la sicurezza del Mar Rosso» ha recentemente sottolineato il ministro degli Esteri Antonio Tajani sollecitando una maggiore partecipazione da parte degli Stati membri.Altro bicchiere mezzo vuoto lo rappresenta la missione Atalanta, istituita dall’Ue nel 2008 per reprimere gli atti di pirateria lungo il Corno d’Africa. Per Aspides potrebbe rappresentare un prezioso supporto eppure l’Ue non ha predisposto un sistema di condivisione dei dati. Per comunicare devono affidarsi alle procedure Nato. Peraltro facendo riferimento a due quartier generali diversi; in Spagna quello di Atalanta, in Grecia quello di Aspides. Che come se non bastasse, ad oggi si sono opposti a eventuali tentativi di integrazione. Una serie di criticità che danno l’idea di come nonostante l’Europa, per una volta, potrebbe essere leader in uno scenario difficile, si trova indebolita dalle divisioni interne. Come quelle sul grande tema della difesa comune, che vede gli Stati membri divergere persino su forme di cooperazione militare europea quale è Aspides. Motivo per cui l’ipotesi di portare il quartier generale delle missioni a Bruxelles, un unico coordinamento sotto la bandiera europea che ne rafforzerebbe il peso pratico e politico, ad oggi è pura utopia.A complicare il tutto ci sono poi le difficoltà sul campo. Sia Aspides che Atalanta hanno la propria base logistica a Gibuti ma la cooperazione con i Paesi della regione è ancora troppo poca. Limitata per lo più a rapporti bilaterali tramite le delegazioni Ue. E quando le navi di Aspides devono fare scalo in qualche porto lungo il percorso, dall’Egitto all’Arabia Saudita fino all’Oman, ciò avviene principalmente tramite le bandiere nazionali di riferimento. Una situazione cui il Servizio europeo per l’azione esterna, Seae, sta cercando di ovviare tramite la costruzione di una piattaforma di coordinamento dei vari Paesi che si affacciano sul Mar Rosso. Anche coinvolgendo organizzazioni regionali, in particolare Red Sea Council e Gcc, Consiglio di cooperazione del Golfo. Starebbe inoltre cercando di predisporre dei punti di contatto per Aspides in Eritrea, con programmi di supporto alla missione in termini di equipaggiamento generale e infrastrutture marittime. Nel tentativo poi di attivarli anche in Sudan, Somalia e Kenya. «Non è semplice poiché non tutti i Paesi desiderano un forte coinvolgimento dell’Ue» spiega alla Verità Marcel Roijen, responsabile del Seae per Gibuti, Eritrea, Igad, Sicurezza marittima e Mar Rosso. «I Paesi africani sono un po’ sospettosi di quello che facciamo, ci percepiscono ancora come una potenza coloniale e che le navi siano italiane, greche o francesi poco cambia. Del resto anche l’Europa ha le sue colpe perché non sempre è in grado di mettere da parte l’ideologia e capire le ragioni di chi ha di fronte», continua. «Confidiamo però che rendendosi conto che la nostra missione ha una funzione puramente difensiva, volta a garantire la sicurezza della navigazione, oggi più che mai interesse di tutti, la collaborazione con questi Paesi aumenti progressivamente». Ammesso che l’Europa decida di esserci davvero.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 maggio con Carlo Cambi
Marco Rubio (Ansa)
In Vaticano, Rubio dovrebbe incontrare Leone XIV e il cardinale Pietro Parolin. Separatamente, il capo del dipartimento di Stato americano avrà dei faccia a faccia con Antonio Tajani e Guido Crosetto. Non è escluso un incontro con Giorgia Meloni. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, Donald Trump aveva polemizzato tanto con il pontefice quanto con l’inquilina di Palazzo Chigi. L’imminente viaggio del segretario di Stato americano punta quindi, evidentemente, a ricomporre la duplice frattura. In tal senso, non è probabilmente un caso che il presidente statunitense abbia scelto proprio Rubio per questa delicata missione: oltre a essere cattolico, si tratta probabilmente della figura che, all’interno dell’attuale amministrazione di Washington, risulta meno fredda nei confronti della Nato e, più in generale, del Vecchio continente. Ricordiamo, inoltre, che, oltre a essere segretario di Stato, Rubio riveste anche l’incarico di consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che lo rende, insieme a JD Vance, probabilmente l’uomo più vicino a Trump in questo momento.
L’attuale presidente americano ha vinto nettamente il voto cattolico nel 2024 e sa di aver bisogno di questo elettorato in vista delle Midterm di novembre. In prospettiva, tale voto sarà decisivo anche per le presidenziali del 2028. Sotto questo aspetto, non è un mistero che Rubio e Vance, entrambi cattolici, puntino alla nomination del Partito repubblicano. Senza dimenticare che, entrando in rotta di collisione con Leone, Trump rischia di rafforzare indirettamente quei settori filocinesi della Chiesa che uscirono sconfitti dal conclave dell’anno scorso. Dall’altra parte, è vero che la Casa Bianca è ai ferri corti con i vescovi statunitensi su varie questioni: dall’immigrazione alla guerra in Iran. Tuttavia, è anche vero che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dei cattolici americani per Trump sarebbe aumentato da marzo ad aprile. Inoltre, fin quando non si libererà della sua ala woke, il Partito democratico statunitense farà fatica a recuperare terreno tra i fedeli alla Chiesa di Roma. Al di là delle sue politiche energicamente abortiste, l’amministrazione Biden usò l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti e gli stessi attivisti pro-life.
Veniamo, poi, al rapporto con il governo Meloni. Trump sa che la sponda con l’attuale inquilina di Palazzo Chigi gli è stata necessaria per arginare quei leader europei che, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, volevano (e vogliono ancora) imprimere a Bruxelles una svolta filocinese. Al contempo, la forza della Meloni sul piano internazionale è sempre stata in gran parte dovuta al suo stretto rapporto con gli Usa: rapporto che il premier aveva costruito già ai tempi di Joe Biden. La rottura tra Roma e Washington, significativamente celebrata da ampi settori del campo largo, è un regalo alla Francia di Macron. E questo non è certo un bene per gli interessi italiani. Tra l’altro, è indicativo che Rubio si appresti a venire nel nostro Paese proprio mentre si acuiscono le fibrillazioni tra Trump e il cancelliere tedesco, Friedrich Merz.
Chiaramente la doppia ricucitura con la Santa Sede e Palazzo Chigi passerà anche da come si evolverà la crisi iraniana: uno scenario di guerra che, notoriamente, è stata alla base della rottura del presidente americano sia con Leone sia con la Meloni. Al momento, la diplomazia sembra attraversare un momento di difficoltà: Trump ha esaminato la nuova proposta iraniana e ha dichiarato di ritenerla «inaccettabile» e non ha escluso una ripresa degli attacchi, qualora gli ayatollah «si comportino male». Nel frattempo, Washington mantiene in vigore il blocco navale ai porti iraniani come strumento di pressione negoziale. «Stiamo soffocando il regime», ha detto, a tal proposito, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent.
Come che sia, secondo Al Jazeera, il piano iraniano prevedrebbe una prima fase, in cui, il cessate il fuoco si trasformerebbe in una pace permanente nel giro di 30 giorni. Frattanto, lo Stretto di Hormuz verrebbe gradualmente riaperto, mentre gli Usa rinuncerebbero allo sbarramento navale. Nella seconda fase, la Repubblica islamica congelerebbe l’arricchimento dell’uranio per un massimo di 15 anni, riprendendolo poi a un tasso del 3,6%. Il regime khomeinista manterrebbe gli impianti atomici, ma si impegnerebbe a ridurre gradualmente le proprie scorte di uranio arricchito. Washington, dal canto suo, sbloccherebbe man mano i fondi iraniani congelati e revocherebbe le sanzioni sulla base dei progressi in ambito nucleare. La terza fase, infine, vedrebbe l’avvio di un dialogo strategico tra Teheran e i Paesi arabi.
Ieri sera, l’Iran ha reso noto di aver ricevuto la risposta statunitense alla propria proposta. Solo i prossimi giorni ci diranno se il processo diplomatico tra americani e iraniani riuscirà a essere rilanciato.
Continua a leggereRiduci