Il vicepremier si trasforma per la platea Confcommercio: con un discorso dagli echi berlusconiani ottiene l'ovazione all'annuncio dell'abolizione di spesometro e redditometro e dell'inversione dell'onere della prova. Poi assicura: «L'Iva non aumenterà».
Il capogruppo del Pd, che si è guadagnato le prime pagine dei giornali accusando il premier Conte di imperdonabili amnesie su Cosa nostra, dimentica le proprie. Nel 2012 davanti ai pm antimafia fece una pessima figura dicendo di non ricordare nulla.
La replica alle critiche di Conte: «Il mio incarico all'Anac scade nel 2020, sono sereno».
Lo speciale contiene tre articoli.
Esattamente due anni fa, il 9 giugno 2016, l'allora premier Matteo Renzi fu contestato a suon di fischi all'assemblea generale di Confcommercio. A scatenare le proteste della platea, fu la difesa da parte di Renzi degli 80 euro di bonus in busta paga, provvedimento che Confcommercio giudicava assistenzialista. Ieri, a Roma, Luigi Di Maio ha conquistato quella stessa platea: applausi, sorrisi, richieste di selfie a raffica per il vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Sembrava di essere tornati ai tempi di Silvio Berlusconi, idolo assoluto di Confcommercio, alla cui assemblea regalava immancabilmente barzellette e storielle, sicuro dell'apprezzamento dei commercianti italiani, che approvavano le sue politiche e lo sostenevano immancabilmente alle urne, costituendo lo zoccolo duro del suo elettorato.
Eppure, Luigi di Maio, con la sua promessa del reddito di cittadinanza, correva il rischio di incorrere nelle stesse proteste suscitate da Renzi. Invece no: il vicepremier di Pomigliano d'Arco, diventata Pomigliano d'Arcore per l'occasione, ha tenuto un discorso in pieno stile liberal, rassicurando i delegati dell'assemblea generale di Confcommercio su tutti i fronti, pronunciando parole d'ordine storicamente care a Berlusconi.
Di Maio è partito dall'argomento che più di ogni altro sta a cuore ai commercianti: l'Iva. «Sull'Iva», aveva ammonito poco prima dal palco il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, «non si tratta e non si baratta!». Un diktat dovuto alle voci circolate nei giorni scorsi, alle indiscrezioni su una presunta volontà del governo di non disinnescare le clausole di salvaguardia del valore di 12,5 miliardi di euro, provocando così l'aumento dal 1 gennaio 2019 dell'aliquota agevolata (dal 10% attuale all'11,5%), e di quella ordinaria (dal 22% al 24,2%).
«Avete la mia parola», ha promesso solennemente Di Maio, «qui a Confcommercio che l'Iva non aumenterà e le clausole di salvaguardia saranno disinnescate». Bene, bravo, bis: la platea si è infiammata, spellandosi le mani per Giggino, che non si è accontentato e ha deciso di mandare in solluchero l'assemblea. «La ricetta», ha aggiunto il vicepremier, «per fare decollare le imprese che creano lavoro, sviluppo, nuove tecnologie nella loro crescita è lasciarle in pace. Rivolgo una preghiera al Parlamento: prima di tutto alleggerite un po' le leggi che ci sono perché ce ne sono già troppe. Aboliremo tutti gli strumenti come lo spesometro e il redditometro», ha aggiunto Di Maio, «e inseriremo l'inversione dell'onere della prova. Perché siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario».
Parole che hanno letteralmente esaltato i delegati, probabilmente dettate dalla volontà di corteggiare un elettorato lontano dalle parole d'ordine tradizionali del M5s. Non a caso, l'altro vicepremier, Matteo Salvini, pur presente all'assemblea generale, ha lasciato a Di Maio il palcoscenico. «Sono state fatte», ha proseguito Di Maio, «delle norme antievasione che però rendono tutto troppo complicato e trattano tutti come fossero evasori, e finiscono col perseguitare i cittadini che le tasse le hanno sempre pagate. Non credo a spesometro, redditometro o split-payment: sono strumenti che dovevano servire a punire i disonesti e premiare gli onesti, ma in realtà si impiegano ancora 100 giorni l'anno per tutti gli adempimenti. Li aboliremo tutti».
Meno tasse, meno controlli, e addirittura l'inversione dell'onere della prova: «Siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario». Luigi Di Maio ha abbattuto quello che fino a 12 ore prima sembrava uno dei pilastri del governo guidato da Giuseppe Conte, la tanto denunciata «stretta giustizialista», mandando in visibilio i delegati di Confcommercio, che al termine del suo intervento lo hanno letteralmente preso d'assalto per strette di mano, selfie e congratulazioni, manco fosse (ma forse lo è) una pop star.
Certo, bisognerà verificare fino a che punto Di Maio sarà in grado di realizzare le sue promesse, ma questo è un problema che hanno avuto, hanno e avranno tutti i governi di tutte le nazioni. Quello che però appare significativo, è che Di Maio e Salvini stanno sostituendo, passo dopo passo, gli annunci roboanti con un sano realismo. Va in questa direzione il dibattito sulla introduzione della flat tax, che potrebbe essere modulata sui prossimi due anni, per poter centrare l'obiettivo senza appesantire troppo il bilancio dello Stato. Il discorso di ieri di Di Maio, però, non può non essere sottolineato: la coalizione legastellata si lancia alla conquista di un'altra fascia di elettori, quelli tradizionalmente più affezionati a Silvio Berlusconi e a Forza Italia. «Per tutta la generazione di lavoratori», ha precisato Di Maio, «fuori dalla contrattazione nazionale, va garantito almeno un salario minimo, almeno fino a che non si arriva alla contrattazione». Nessun applauso ma neanche nessun dissenso esplicito per questo passaggio, l'unico «di sinistra» dell'intero discorso del vicepremier. Una piccola sterzata, del resto, era necessaria, per non sbandare e finire fuori strada, in questa giornata così particolare, quella della apparente svolta liberale, liberista e garantista di Luigi Di Maio.
S’appanna la stella di Cantone, lui corre dal M5s
Il giudizio non propriamente generoso di Conte, poi la telefonata riparatrice e, infine, l'incontro con il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli.
Due giorni burrascosi per Raffaele Cantone presidente Anac (Autorità nazionale anticorruzione) che, da star indiscussa della lotta alla corruzione durante il governo Renzi, ha ricevuto dal nuovo premier, Giuseppe Conte, una tiratina di orecchie già nella prima apparizione in aula durante il discorso di insediamento di mercoledì.
Durante la replica alla Camera, infatti, Conte riferendosi ad Anac ha spiegato di non avere visto «i risultati che ci attendevamo» e di aver «lanciato l'idea di valutare bene il ruolo di Anac», anche alla luce di questo.
Immediata, lo stesso pomeriggio, la risposta allarmata di Cantone che prima si è detto stupito delle dichiarazioni di Conte e lo aveva invitato ad ascoltare la presentazione delle attività di Anac che si terrà prossimamente e, poi, ha tentato di superare la critica, ribadendo il suo ruolo e la durata dell'incarico: «Continuerò a fare anticorruzione, il mio incarico scade nel 2020», ha dichiarato mercoledì sera.
La notte però non deve essere stata delle più tranquille. Così ieri, da entrambe le parti, c'è stato un riavvicinamento.
In mattinata Conte ha sentito al telefono il presidente di Anac. Una telefonata raccontata da un comunicato ufficiale che ha definito «cordiale» il colloquio tra i due, che avrebbero «convenuto sulla necessità di rafforzare la lotta alla corruzione, individuando specifici percorsi di legalità nell'ambito pubblica amministrazione» e «operando, tuttavia, una semplificazione del quadro normativo vigente, in modo da consentire il riavvio degli investimenti nel settore dei contratti pubblici».
Sempre ieri mattina, in nome della vecchia amicizia con il Movimento 5 stelle (il presidente Anac era stato anche tra i papabili candidati per la presidenza della Repubblica), Cantone ha incontrato il neoministro delle Infrastrutture, Toninelli, che rassicurandolo ha fatto sapere di voler cercare con Anac la «massima collaborazione» e di avere l'intenzione di «aprire un tavolo di confronto per le migliorie legislative che servono» a potenziare l'anticorruzione in Italia, «Abbiamo parlato in particolar modo del nuovo codice dei contratti e di quello che in esso va migliorato per far partire e ripartire tante opere pubbliche oggi bloccate», ha detto ancora Toninelli.
Alessia Pedrielli
Sulla memoria Delrio non può fare prediche
Il fustigatore delle amnesie altrui deve aver dimenticato i propri vuoti di memoria. Forse causati dallo sciopero della fame che ha inutilmente praticato nei mesi scorsi in favore dello Ius soli. Graziano Delrio, capogruppo alla Camera del Pd, ha conquistato le prime pagine dei giornali per la foga con cui, a dito sguainato, ha inchiodato il neo premier Giuseppe Conte alle sue presunte responsabilità. E lo ha fatto con la voce un po' strozzata del mite padre di famiglia costretto all'improvviso a indossare i panni del caporione: «Signor presidente del Consiglio, Piersanti si chiamava, Piersanti!», ha gridato stridulo. Il riferimento era al nome di battesimo del fratello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l'ex governatore della Sicilia Piersanti Mattarella trucidato nel 1980 dalla mafia, un nome omesso da Conte nel suo primo discorso alla Camera. Il professore aveva laconicamente citato «un congiunto» del capo dello Stato all'interno di una frase dai toni concilianti: «Vorrei ricollegarmi al ringraziamento per il presidente Mattarella perché una delle cose che più mi ha addolorato nei giorni scorsi è stato l'attacco alla memoria di un suo congiunto sui social, adesso non ricordo esattamente… e questa è stata una cosa che veramente mi è dispiaciuta», aveva detto. A molti quel «non ricordo esattamente» sembrava riferito agli insulti apparsi su Internet, ma, invece, per il Delrio descamisado si è trattata di lesa maestà. Con questo intervento sanguigno l'ex ministro delle Infrastrutture è diventato l'eroe dei barricaderi dell'aperitivo in terrazza, l'icona di chi sogna la rivoluzione da bordo piscina. È stato promosso sul campo argine contro la montante marea gialloblù. Peccato che il novello partigiano della Brigata Capalbio condanni le dimenticanze altrui, ma scordi le proprie.
Nel 2012 Delrio è stato coinvolto (senza essere indagato) in un'importante inchiesta anti 'ndrangheta, la cosiddetta Aemilia. I magistrati lo convocarono per avere delucidazioni su un suo viaggio durante il quale prese parte a una processione a Cutro, paesino del Crotonese da cui proviene buona parte dei calabresi trapiantati a Reggio Emilia, 'ndranghetisti compresi. Un tour di cui rimase a imperitura memoria pure qualche foto.
Non basta. Nei mesi successivi Delrio accompagnò una delegazione di consiglieri comunali originari di Cutro a protestare contro le interdittive antimafia nell'ufficio di chi quelle misure anticlan aveva adottato: il prefetto Antonella De Miro. Negli stessi mesi numerosi cutresi trasferiti in Emilia finirono sotto indagine e Delrio nell'ottobre 2012 venne ascoltato dai magistrati antimafia di Bologna come persona informata dei fatti. Ebbene in quell'interrogatorio la memoria di Delrio apparve piuttosto labile. Non mancarono gli «uhm» e i «non ricordo». Nel verbale la prima raffica di domande riguarda un noto boss cutrese. «Ma lei sa che esiste una persona che si chiama Nicola Grande Aracri?» chiede, con una punta di sarcasmo, il pm. «So che esiste Grande Aracri, Nicola non… non lo avevo realizzato», è la risposta evasiva del subcomandante reggiano, che scivola proprio su un nome di battesimo. «Sa che è di Cutro?», insiste il magistrato. «No, non sapevo che fosse originario di Cutro; sapevo che era calabrese, ma non sapevo fosse originario di Cutro. Perché abita lì nel centro di Cutro? No, io non lo sapevo», balbetta l'ex ministro. La toga infierisce: «Scusi, che tutta la criminalità organizzata che proviene da Cutro oggi si ispiri a Nicola Grande Aracri, penso che lo sappia anche lei se ha letto i giornali relativi agli interventi del prefetto, quantomeno quelli di revoca del porto d'armi…». Il futuro capogruppo Pd è all'angolo: «Sì, no, però io ho risposto alla sua domanda. Se lei mi chiede: “Lei sa che Grande Aracri è nativo di Cutro?", la mia risposta è non lo so, non ne sono sicuro, cioè non lo ricordo francamente, so che è collegato con la criminalità legata alla... cioè diciamo... anche a Cutro... ma non so se è di Cutro, di Steccato, anziché del paese vicino, insomma questo era il senso della mia risposta». L'inquirente passa alle interdittive e chiede al futuro maestrino della penna rossa se «abbia caldeggiato davanti al prefetto la posizione» di imprenditori «che si ritenevano ingiustamente colpiti dalle iniziative prefettizie». L'ex sindaco ammette di aver portato i calabresi davanti al prefetto perché nei loro confronti c'era una specie di «linciaggio mediatico» e si stava affermando l'equazione «calabrese uguale mafioso». Un pregiudizio che i cutresi avvertivano anche nei palazzi del potere: «Mi hanno chiesto di poterla incontrare (il prefetto De Miro, ndr); quindi io ho portato alcuni esponenti, adesso non ricordo quali, sicuramente c'era uno dei consiglieri comunali, il presidente della commissione consigliare comunale…». Il pm lo incalza: «Solo una cosa: con uno sforzo se lei ricorda altri nomi di quel giorno. Uno l'ha detto…». Il novello paladino dell'Antimafia ha un altro vuoto di memoria: «Ricordo solo che c'era Salvatore Scarpino, forse c'era anche l'altro consigliere comunale, ma non ci giurerei, Antonio Olivo… mmm (…) le altre due persone non le ricordo come esponenti vicine al Pd, secondo me eravamo in quattro…». Il magistrato insiste: «Però lei non ricorda chi fossero». «No. Politici? No, non mi pare. Non mi ricordo se c'era anche l'altro esponente del Pdl, questo Rocco Gualtieri che è sempre originario della Calabria; non mi ricordo, ma mi pare che non ci fosse lui. Però francamente è successo più di un anno fa e non…».
Delrio rivendica per sé il diritto all'oblio, ma non perdona le presunte smemoratezze di chi non la pensa come lui.
Il vicepremier si trasforma per la platea Confcommercio: con un discorso dagli echi berlusconiani ottiene l'ovazione all'annuncio dell'abolizione di spesometro e redditometro e dell'inversione dell'onere della prova. Poi assicura: «L'Iva non aumenterà».Il capogruppo del Pd, che si è guadagnato le prime pagine dei giornali accusando il premier Conte di imperdonabili amnesie su Cosa nostra, dimentica le proprie. Nel 2012 davanti ai pm antimafia fece una pessima figura dicendo di non ricordare nulla.La replica alle critiche di Conte: «Il mio incarico all'Anac scade nel 2020, sono sereno».Lo speciale contiene tre articoli.Esattamente due anni fa, il 9 giugno 2016, l'allora premier Matteo Renzi fu contestato a suon di fischi all'assemblea generale di Confcommercio. A scatenare le proteste della platea, fu la difesa da parte di Renzi degli 80 euro di bonus in busta paga, provvedimento che Confcommercio giudicava assistenzialista. Ieri, a Roma, Luigi Di Maio ha conquistato quella stessa platea: applausi, sorrisi, richieste di selfie a raffica per il vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Sembrava di essere tornati ai tempi di Silvio Berlusconi, idolo assoluto di Confcommercio, alla cui assemblea regalava immancabilmente barzellette e storielle, sicuro dell'apprezzamento dei commercianti italiani, che approvavano le sue politiche e lo sostenevano immancabilmente alle urne, costituendo lo zoccolo duro del suo elettorato.Eppure, Luigi di Maio, con la sua promessa del reddito di cittadinanza, correva il rischio di incorrere nelle stesse proteste suscitate da Renzi. Invece no: il vicepremier di Pomigliano d'Arco, diventata Pomigliano d'Arcore per l'occasione, ha tenuto un discorso in pieno stile liberal, rassicurando i delegati dell'assemblea generale di Confcommercio su tutti i fronti, pronunciando parole d'ordine storicamente care a Berlusconi. Di Maio è partito dall'argomento che più di ogni altro sta a cuore ai commercianti: l'Iva. «Sull'Iva», aveva ammonito poco prima dal palco il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, «non si tratta e non si baratta!». Un diktat dovuto alle voci circolate nei giorni scorsi, alle indiscrezioni su una presunta volontà del governo di non disinnescare le clausole di salvaguardia del valore di 12,5 miliardi di euro, provocando così l'aumento dal 1 gennaio 2019 dell'aliquota agevolata (dal 10% attuale all'11,5%), e di quella ordinaria (dal 22% al 24,2%).«Avete la mia parola», ha promesso solennemente Di Maio, «qui a Confcommercio che l'Iva non aumenterà e le clausole di salvaguardia saranno disinnescate». Bene, bravo, bis: la platea si è infiammata, spellandosi le mani per Giggino, che non si è accontentato e ha deciso di mandare in solluchero l'assemblea. «La ricetta», ha aggiunto il vicepremier, «per fare decollare le imprese che creano lavoro, sviluppo, nuove tecnologie nella loro crescita è lasciarle in pace. Rivolgo una preghiera al Parlamento: prima di tutto alleggerite un po' le leggi che ci sono perché ce ne sono già troppe. Aboliremo tutti gli strumenti come lo spesometro e il redditometro», ha aggiunto Di Maio, «e inseriremo l'inversione dell'onere della prova. Perché siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario».Parole che hanno letteralmente esaltato i delegati, probabilmente dettate dalla volontà di corteggiare un elettorato lontano dalle parole d'ordine tradizionali del M5s. Non a caso, l'altro vicepremier, Matteo Salvini, pur presente all'assemblea generale, ha lasciato a Di Maio il palcoscenico. «Sono state fatte», ha proseguito Di Maio, «delle norme antievasione che però rendono tutto troppo complicato e trattano tutti come fossero evasori, e finiscono col perseguitare i cittadini che le tasse le hanno sempre pagate. Non credo a spesometro, redditometro o split-payment: sono strumenti che dovevano servire a punire i disonesti e premiare gli onesti, ma in realtà si impiegano ancora 100 giorni l'anno per tutti gli adempimenti. Li aboliremo tutti».Meno tasse, meno controlli, e addirittura l'inversione dell'onere della prova: «Siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario». Luigi Di Maio ha abbattuto quello che fino a 12 ore prima sembrava uno dei pilastri del governo guidato da Giuseppe Conte, la tanto denunciata «stretta giustizialista», mandando in visibilio i delegati di Confcommercio, che al termine del suo intervento lo hanno letteralmente preso d'assalto per strette di mano, selfie e congratulazioni, manco fosse (ma forse lo è) una pop star. Certo, bisognerà verificare fino a che punto Di Maio sarà in grado di realizzare le sue promesse, ma questo è un problema che hanno avuto, hanno e avranno tutti i governi di tutte le nazioni. Quello che però appare significativo, è che Di Maio e Salvini stanno sostituendo, passo dopo passo, gli annunci roboanti con un sano realismo. Va in questa direzione il dibattito sulla introduzione della flat tax, che potrebbe essere modulata sui prossimi due anni, per poter centrare l'obiettivo senza appesantire troppo il bilancio dello Stato. Il discorso di ieri di Di Maio, però, non può non essere sottolineato: la coalizione legastellata si lancia alla conquista di un'altra fascia di elettori, quelli tradizionalmente più affezionati a Silvio Berlusconi e a Forza Italia. «Per tutta la generazione di lavoratori», ha precisato Di Maio, «fuori dalla contrattazione nazionale, va garantito almeno un salario minimo, almeno fino a che non si arriva alla contrattazione». Nessun applauso ma neanche nessun dissenso esplicito per questo passaggio, l'unico «di sinistra» dell'intero discorso del vicepremier. Una piccola sterzata, del resto, era necessaria, per non sbandare e finire fuori strada, in questa giornata così particolare, quella della apparente svolta liberale, liberista e garantista di Luigi Di Maio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-promette-alt-al-fisco-inquisitore-2576061446.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sappanna-la-stella-di-cantone-lui-corre-dal-m5s" data-post-id="2576061446" data-published-at="1781843861" data-use-pagination="False"> S’appanna la stella di Cantone, lui corre dal M5s Il giudizio non propriamente generoso di Conte, poi la telefonata riparatrice e, infine, l'incontro con il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Due giorni burrascosi per Raffaele Cantone presidente Anac (Autorità nazionale anticorruzione) che, da star indiscussa della lotta alla corruzione durante il governo Renzi, ha ricevuto dal nuovo premier, Giuseppe Conte, una tiratina di orecchie già nella prima apparizione in aula durante il discorso di insediamento di mercoledì. Durante la replica alla Camera, infatti, Conte riferendosi ad Anac ha spiegato di non avere visto «i risultati che ci attendevamo» e di aver «lanciato l'idea di valutare bene il ruolo di Anac», anche alla luce di questo. Immediata, lo stesso pomeriggio, la risposta allarmata di Cantone che prima si è detto stupito delle dichiarazioni di Conte e lo aveva invitato ad ascoltare la presentazione delle attività di Anac che si terrà prossimamente e, poi, ha tentato di superare la critica, ribadendo il suo ruolo e la durata dell'incarico: «Continuerò a fare anticorruzione, il mio incarico scade nel 2020», ha dichiarato mercoledì sera. La notte però non deve essere stata delle più tranquille. Così ieri, da entrambe le parti, c'è stato un riavvicinamento. In mattinata Conte ha sentito al telefono il presidente di Anac. Una telefonata raccontata da un comunicato ufficiale che ha definito «cordiale» il colloquio tra i due, che avrebbero «convenuto sulla necessità di rafforzare la lotta alla corruzione, individuando specifici percorsi di legalità nell'ambito pubblica amministrazione» e «operando, tuttavia, una semplificazione del quadro normativo vigente, in modo da consentire il riavvio degli investimenti nel settore dei contratti pubblici». Sempre ieri mattina, in nome della vecchia amicizia con il Movimento 5 stelle (il presidente Anac era stato anche tra i papabili candidati per la presidenza della Repubblica), Cantone ha incontrato il neoministro delle Infrastrutture, Toninelli, che rassicurandolo ha fatto sapere di voler cercare con Anac la «massima collaborazione» e di avere l'intenzione di «aprire un tavolo di confronto per le migliorie legislative che servono» a potenziare l'anticorruzione in Italia, «Abbiamo parlato in particolar modo del nuovo codice dei contratti e di quello che in esso va migliorato per far partire e ripartire tante opere pubbliche oggi bloccate», ha detto ancora Toninelli.Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-promette-alt-al-fisco-inquisitore-2576061446.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sulla-memoria-delrio-non-puo-fare-prediche" data-post-id="2576061446" data-published-at="1781843861" data-use-pagination="False"> Sulla memoria Delrio non può fare prediche Il fustigatore delle amnesie altrui deve aver dimenticato i propri vuoti di memoria. Forse causati dallo sciopero della fame che ha inutilmente praticato nei mesi scorsi in favore dello Ius soli. Graziano Delrio, capogruppo alla Camera del Pd, ha conquistato le prime pagine dei giornali per la foga con cui, a dito sguainato, ha inchiodato il neo premier Giuseppe Conte alle sue presunte responsabilità. E lo ha fatto con la voce un po' strozzata del mite padre di famiglia costretto all'improvviso a indossare i panni del caporione: «Signor presidente del Consiglio, Piersanti si chiamava, Piersanti!», ha gridato stridulo. Il riferimento era al nome di battesimo del fratello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l'ex governatore della Sicilia Piersanti Mattarella trucidato nel 1980 dalla mafia, un nome omesso da Conte nel suo primo discorso alla Camera. Il professore aveva laconicamente citato «un congiunto» del capo dello Stato all'interno di una frase dai toni concilianti: «Vorrei ricollegarmi al ringraziamento per il presidente Mattarella perché una delle cose che più mi ha addolorato nei giorni scorsi è stato l'attacco alla memoria di un suo congiunto sui social, adesso non ricordo esattamente… e questa è stata una cosa che veramente mi è dispiaciuta», aveva detto. A molti quel «non ricordo esattamente» sembrava riferito agli insulti apparsi su Internet, ma, invece, per il Delrio descamisado si è trattata di lesa maestà. Con questo intervento sanguigno l'ex ministro delle Infrastrutture è diventato l'eroe dei barricaderi dell'aperitivo in terrazza, l'icona di chi sogna la rivoluzione da bordo piscina. È stato promosso sul campo argine contro la montante marea gialloblù. Peccato che il novello partigiano della Brigata Capalbio condanni le dimenticanze altrui, ma scordi le proprie. Nel 2012 Delrio è stato coinvolto (senza essere indagato) in un'importante inchiesta anti 'ndrangheta, la cosiddetta Aemilia. I magistrati lo convocarono per avere delucidazioni su un suo viaggio durante il quale prese parte a una processione a Cutro, paesino del Crotonese da cui proviene buona parte dei calabresi trapiantati a Reggio Emilia, 'ndranghetisti compresi. Un tour di cui rimase a imperitura memoria pure qualche foto. Non basta. Nei mesi successivi Delrio accompagnò una delegazione di consiglieri comunali originari di Cutro a protestare contro le interdittive antimafia nell'ufficio di chi quelle misure anticlan aveva adottato: il prefetto Antonella De Miro. Negli stessi mesi numerosi cutresi trasferiti in Emilia finirono sotto indagine e Delrio nell'ottobre 2012 venne ascoltato dai magistrati antimafia di Bologna come persona informata dei fatti. Ebbene in quell'interrogatorio la memoria di Delrio apparve piuttosto labile. Non mancarono gli «uhm» e i «non ricordo». Nel verbale la prima raffica di domande riguarda un noto boss cutrese. «Ma lei sa che esiste una persona che si chiama Nicola Grande Aracri?» chiede, con una punta di sarcasmo, il pm. «So che esiste Grande Aracri, Nicola non… non lo avevo realizzato», è la risposta evasiva del subcomandante reggiano, che scivola proprio su un nome di battesimo. «Sa che è di Cutro?», insiste il magistrato. «No, non sapevo che fosse originario di Cutro; sapevo che era calabrese, ma non sapevo fosse originario di Cutro. Perché abita lì nel centro di Cutro? No, io non lo sapevo», balbetta l'ex ministro. La toga infierisce: «Scusi, che tutta la criminalità organizzata che proviene da Cutro oggi si ispiri a Nicola Grande Aracri, penso che lo sappia anche lei se ha letto i giornali relativi agli interventi del prefetto, quantomeno quelli di revoca del porto d'armi…». Il futuro capogruppo Pd è all'angolo: «Sì, no, però io ho risposto alla sua domanda. Se lei mi chiede: “Lei sa che Grande Aracri è nativo di Cutro?", la mia risposta è non lo so, non ne sono sicuro, cioè non lo ricordo francamente, so che è collegato con la criminalità legata alla... cioè diciamo... anche a Cutro... ma non so se è di Cutro, di Steccato, anziché del paese vicino, insomma questo era il senso della mia risposta». L'inquirente passa alle interdittive e chiede al futuro maestrino della penna rossa se «abbia caldeggiato davanti al prefetto la posizione» di imprenditori «che si ritenevano ingiustamente colpiti dalle iniziative prefettizie». L'ex sindaco ammette di aver portato i calabresi davanti al prefetto perché nei loro confronti c'era una specie di «linciaggio mediatico» e si stava affermando l'equazione «calabrese uguale mafioso». Un pregiudizio che i cutresi avvertivano anche nei palazzi del potere: «Mi hanno chiesto di poterla incontrare (il prefetto De Miro, ndr); quindi io ho portato alcuni esponenti, adesso non ricordo quali, sicuramente c'era uno dei consiglieri comunali, il presidente della commissione consigliare comunale…». Il pm lo incalza: «Solo una cosa: con uno sforzo se lei ricorda altri nomi di quel giorno. Uno l'ha detto…». Il novello paladino dell'Antimafia ha un altro vuoto di memoria: «Ricordo solo che c'era Salvatore Scarpino, forse c'era anche l'altro consigliere comunale, ma non ci giurerei, Antonio Olivo… mmm (…) le altre due persone non le ricordo come esponenti vicine al Pd, secondo me eravamo in quattro…». Il magistrato insiste: «Però lei non ricorda chi fossero». «No. Politici? No, non mi pare. Non mi ricordo se c'era anche l'altro esponente del Pdl, questo Rocco Gualtieri che è sempre originario della Calabria; non mi ricordo, ma mi pare che non ci fosse lui. Però francamente è successo più di un anno fa e non…». Delrio rivendica per sé il diritto all'oblio, ma non perdona le presunte smemoratezze di chi non la pensa come lui.Giacomo Amadori
Un fermo immagine del podcast Politigram dell'11 luglio 2025
Nel podcast Politigram del luglio 2025 il generale escludeva «certamente» la nascita di una sua forza politica. E sosteneva che le voci su un suo partito fossero state «messe in giro probabilmente da Schlein e Conte», proprio per indebolire il centrodestra.
A volte la politica corre più veloce delle previsioni dei suoi protagonisti. E così, a distanza di un anno, fanno discutere alcune dichiarazioni rilasciate da Roberto Vannacci nel corso del podcast Politigram (circa 1:00:15), quando l'ipotesi di una sua formazione politica veniva liquidata come una suggestione priva di fondamento.
«Certamente escludo di fare un mio partito», affermava allora il generale, spiegando di considerare quelle indiscrezioni una costruzione alimentata dalla sinistra. Secondo Vannacci, infatti, le voci sulla nascita di un suo soggetto politico erano state «messe in giro probabilmente da Schlein e Conte messi insieme».
Non solo. L'attuale leader di Futuro Nazionale metteva in dubbio anche la possibilità di successo di un'eventuale iniziativa personale. «Negli ultimi 25 anni sono stati fatti oltre 100 nuovi partiti. Quanti ne sono sopravvissuti?», osservava, interrogandosi sulle reali prospettive di una forza politica costruita attorno alla sua figura. Nel ragionamento sviluppato durante l'intervista emergeva però soprattutto una valutazione di carattere strategico. Vannacci sosteneva che un suo eventuale partito avrebbe rischiato di indebolire il centrodestra. «Se io avessi fatto un partito, e se quel partito avesse avuto successo, metta che fosse arrivato al 5%, no? Io avrei spaccato la destra», spiegava. Il generale immaginava persino la possibile reazione di Matteo Salvini: «Se io fossi stato Salvini, non avrei mai accettato che il partito di Vannacci, traditore, entrasse nella coalizione di maggioranza». Da qui la conclusione che una simile operazione avrebbe finito per sottrarre consenso all'area politica di riferimento, trasformandolo, nelle sue stesse parole, «in un Renzi o in un Calenda a caso», capace di dividere anziché rafforzare lo schieramento. «Però hanno a che fare con un generale che non ci casca», concludeva allora Vannacci, respingendo l'ipotesi di una discesa in campo autonoma.
Parole che oggi, dopo la decisione di lasciare la Lega e dare vita a Futuro Nazionale con cui punta a presentarsi alle prossime elezioni politiche, assumono inevitabilmente un significato diverso. Una scelta che segna una netta distanza rispetto alle valutazioni espresse nel podcast e che riporta d'attualità quelle dichiarazioni rilasciate appena dodici mesi fa.
Prorogata sino al 5 luglio per il grande successo di pubblico, la mostra a Palazzo Reale di Milano è una delle più grandi e complete retrospettive mai dedicate al movimento dei Macchiaioli. Da Silvestro Lega a Telemaco Signorini, passando per Giovanni Fattori e Vincenzo Cabianca, esposte oltre 100 opere, prestiti dei più importanti musei italiani.
Siamo a Firenze, nel 1855. In un «Italia » ancora divisa e in grande fermento, un gruppo di giovani pittori toscani decide che la tradizione Accademica ha fatto il suo tempo. Si chiamano Fattori, Signorini, Lega, Abbati, Borrani, Sernesi e insieme decidono che è giunto il tempo di allontanarsi dalla retorica romantica portata all’eccesso, dal mito, dal classicismo esasperato per guardare il mondo in modo nuovo. Hanno sentore che qualcosa di importante sta per accadere e che la pittura deve aprirsi alla novità, tecnicamente e ideologicamente: la retorica e il mito devono lasciare spazio a uno sguardo laico, realista, che lascia poco posto (se non nessuno) alle celebrazioni.
Al posto del Grand Tour, delle «cartoline dal’Italia », c’è la Maremma, il lavoro nei campi, i butteri, le famiglie contadine, la vita domestica e agreste, quella vera, lontana dall'edulcorato stereotipo bucolico; ci sono i soldati stanchi e accampati nel fango (basti pensare ai soldati della battaglia di Magenta dipinti da Fattori). In una parola: c’è «il vero», il reale, ma rappresentato con «velocità», da forme costruite con la luce, da un colore steso a piatto. Bisogna dipingere en plein air (come faranno gli Impressionisti anni dopo…) per catturare il sole, la natura e la vita vissuta.
Ammiratori del realismo di Gustave Courbet , l’arte di questo gruppo di amici che nel 1856 elaborano la «poetica dei Macchiaioli»,è un’arte che vuole rappresentare il reale senza idealizzazioni, cogliere il senso delle cose nella totalità, senza perdersi nei dettagli, nei contorni e nelle sfumature. La loro pittura, fatta di colori netti e definiti, chiari e scuri che si alternano in blocchi contrapposti, è una pittura definita appunto «a macchie», dove la forma esiste perchè creata dalla luce e la realtà altro non è che un insieme di «getti di luce», in cui il passaggio da un oggetto all’altro avviene attraverso un cambiamento di colore. Nelle loro opere le figure sono appena abbozzate, i volti non definiti, contorni e sfumature tendono a sparire: tutti punti in comune con gli Impressionisti, che anticipano di circa un decennio. Ma i Macchiaoli non sono gli Impressionisti, tanto meno sono gli Impressionisti italiani, come qualcuno li ha definiti. I Macchiaioli sono una corrente a sè stante, con caratteristiche ed esponenti propri, un manipolo di artisti progressisti che in breve tempo ha saputo tracciare una delle pagine più poetiche della storia dell’arte locale (Toscana soprattutto), italiana ed europea: a raccontare l’entusiasmante avventura di questo movimento, incompreso dai contemporanei e rivalutato da critica, collezionisti e pubblico a partire dagli anni ’20 in poi, la grande mostra a Palazzo Reale , che ne traccia le vicende nel lasso di tempo che va dal 1848 (data cruciale per il Risorgimento italiano)al 1872, anno della morte di Giuseppe Mazzini, la cui scomparsa segnò anche la fine della carica rivoluzionaria di questi «artisti - patrioti», testimoni diretti della nascita della nostra Nazione.
La Mostra
Curato da Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca, il percorso espositivo si articola in nove grandi sezioni, che si aprono con i moti Risorgimentali del 1848 e terminano con una parte interamente dedicata a Milano, la citta della rivalutazione critica e della fortuna collezionistica del movimento. Ma al di là del percorso in sé, che affianca a capolavori di Fattori, Lega, Signorini, Cabianca e altri esponenti di punta del gruppo le opere di alcuni pittori del tempo (come i fratelli Induno o Domenico Morelli), questa mostra pone l’accento sul «sentire Nazionale» dei Macchiaioli, sulla loro convinta adesione ai moti Risorgimentali, sul loro nuovo concetto di «popolo», di cui immortalano con grande dignità la vita familiare o l’estenuante lavoro nei campi. Artisticamente e politicamente rivoluzionari, come ha ben sottolineato Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura del comune di Milano«Questa grande mostra offre l’occasione di sottolineare un'evidenza storica: è in Italia, con i Macchiaioli, che si consuma per la prima volta in Europa la rottura più radicale con le regole dell’accademia. Ben prima degli Impressionisti francesi, questi giovani pittori ebbero il coraggio di sfidare i canoni ufficiali, di dipingere all’aria aperta, di scegliere la vita quotidiana e la luce vera come nuovi orizzonti dell’arte. La loro rivoluzione – estetica, morale e civile – ha aperto la via alla modernità pittorica ed è parte profonda dell’identità culturale del nostro Paese. Con questa retrospettiva Milano celebra dunque non solo un movimento straordinario, ma una pagina fondativa della storia europea dell’arte».
Ricca di capolavori, fra cui spicca la straordinaria opera La toilette del mattino di Telemaco Signorini ( appartenuta ad Arturo Toscanini e fonte di ispirazione, come i dipinti militari di Fattori, per il grande film di Luchino ViscontiSenso, severa riflessione sul fallimento e le contraddizioni del Risorgimento italiano ), valore aggiunto dell’esposizione milanese 16 interessanti audio racconti (attivabili tramite QR code o app ) di tema storico, che trasformano il momento dell'ascolto dell’ audioguida in un'esperienza immersiva nuova e unica…
Primo romanzo di Diego Minonzio, direttore della «Provincia» di Como: spietato ritratto dei tic giornalistici, come quelli sui pezzi per i riti funebri. Ma il libro, parlando di lavoro, affronta il dramma del senso del vivere.
E una prova incontestabile che quella fosse la strategia giusta l’aveva avuta osservando, ammirato, l’esibizione del Grande Inviato Editorialista in quella che, probabilmente, rappresentava la specialità della casa, e cioè quando pennellava da par suo il ricordo commosso del notevole personaggio appena deceduto senza il quale nulla sarebbe stato più come prima, altro genere pseudo letterario nel quale una persona normale si sarebbe aspettata di veder espresso il massimo della contrizione, il massimo della compunzione, il massimo, soprattutto, dell’onestà intellettuale, grazie alle quali fornire al malcapitato lettore un affresco del notevole personaggio, spesso davvero notevole, in verità, e della sua avventura biografica e intellettuale e degli snodi, dei punti focali che avevano reso la sua opera, se non fondamentale, almeno oggettivamente significativa in un panorama già così depauperato da genialità e coraggio, in modo da fornire al mal-capitato lettore tutti gli strumenti grazie ai quali formarsi un giudizio limpido, autonomo ed equilibrato.
Questo, naturalmente, se loro avessero considerato il malcapitato lettore una persona degna, se non di stima, almeno di rispetto, anche solo per il fatto che, chissà perché, ogni giorno sborsava quei quattro spiccioli per comprare il loro quotidiano, mentre invece non facevano altro che considerarlo un decerebrato al quale erano autorizzati a servire la solita immonda razione che tanfava di spazzatura appena scoperchiata e che invece spacciavano, coprendosi di ridicolo, per sapido acume letterario, scandaglio etico delle emozioni, rarefatta sensibilità condivisa.
Si fosse scritto almeno una volta, almeno una volta nella vita, un articolo dedicato al notevole personaggio appena deceduto e senza il quale nulla sarebbe più stato come prima che, procedendo via via con la lettura, non diventasse inequivocabilmente spassoso, se non addirittura comico, una cosa da sganasciarsi dalle risate, con tutto il rispetto per il defunto, per carità, ma davvero una cosa da tenersi la pancia, da rotolarsi per terra, da picchiare i pugni sul tavolo. Innanzitutto, perché tutti i Grandi Inviati Editorialisti, ma proprio tutti, nessuno escluso, confidavano ai loro affezionati lettori di essere stati sinceri amici e intimi sodali del notevole personaggio appena deceduto - loro lo conoscevano bene - e di averne custodito con rigore e gratitudine le confidenze più segrete e gli aneddoti più preziosi e visto che i Grandi Inviati Editorialisti erano intere schiere, frotte e legioni a lui, anche una volta strappato, parecchio tempo dopo, quel decisivo scatto di carriera, veniva sempre più spesso l’inquietante sospetto di essere l’unico sprovveduto a non essere stato compagno fraterno del notevole personaggio appena deceduto e poi perché il preclaro collega chiamato addirittura personalmente dall’ancora più preclaro Direttore Responsabile a firmare quel pezzo decisivo per i destini dell’umanità non pensava neanche lontanamente a scrivere un pezzo sul notevole personaggio appena deceduto, ma sul notevole personaggio che era lui, e non c’è prova più provata che il notevole personaggio non fosse tanto il notevole personaggio appena deceduto, quanto invece il notevole personaggio chiamato a scrivere un ricordo indelebile del notevole personaggio appena deceduto e che ora non c’era più e senza il quale, non bisognava dimenticarlo mai, nulla sarebbe stato più come prima.
E il preclaro collega, infatti, iniziava tutto compunto e compreso nel ruolo, a parlare di quell’altro, che, come ovvio, se ne era andato in punta di piedi, perché andarsene in punta di piedi era un passaggio obbligatorio, un passaggio da manuale del perfetto virtuoso del necrologio delle persone illustri, un virtuoso del necrologio delle persone illustri che si rispetti non poteva mai farsi mancare il passaggio su quello che se ne era andato in punta di piedi, anche se non si capiva davvero cosa mai significasse l’espressione andarsene in punta di piedi, che era un’espressione davvero ridicola, grottesca, caricaturale, che solo una categoria di scrittori falliti, di esteti da filodrammatica come la sua poteva prima inventare e, di seguito, esibire addirittura come uno scintillante quarto di nobiltà. Ma poi, inesorabile, il preclaro collega in men che non si dica attaccava a parlare di sé e di quella volta che lui e il notevole personaggio appena deceduto erano andati a fare quella gita a Chiasso e di quell’altra volta nella quale lui e il notevole personaggio appena deceduto avevano sorseggiato Calvados in quel tale bistrot parigino assieme a Chaplin o Nabokov o Scott Fitzgerald e di quell’altra volta nella quale lui e il notevole personaggio appena deceduto avevano colla-borato, portandola ovviamente al massimo splendore, con quella rivista letteraria fucina delle meglio intelligenze dell’altrimenti asfittica e soprattutto provinciale società letteraria di quello sciagurato paese, di quell’altra volta ancora nella quale lui e il notevole personaggio appena deceduto, in verità più lui che l’altro, perché, se volevano essere onesti, il notevole personaggio appena deceduto, era sì notevole, ma anche un attimino sopravvalutato e dal carattere così altero, astioso e orgoglioso da minarne in modo sottile, ma decisivo, l’autorevolezza e la credibilità, avevano scoperto quel talento purissimo e incompreso, lanciato quel movimento d’opinione, villeggiato qui e là, folleggiato là e altrove, frequentato questo, ma non certamente quello e che sfide, che certami, che scialo di esistenze belle, leggiadre e irripetibili e via andare di questo passo lussureggiando dentro una dimensione onirica, panica, mitica e leggendaria nella quale, a poco a poco, il notevole personaggio appena deceduto via via si rimpiccioliva, emarginandosi sempre più sullo sfondo, mentre il preclaro collega, soprattutto se era veramente tronfio, egagro e onusto di mille battaglie, di mille cicatrici e di mille onori, che non a caso gli erano valsi la promozione a Grande Inviato Editorialista, emergeva in tutta la sua possanza e iniziava a scrivere, a parlare e a discettare di altro, sostanzialmente di sé, di sé stesso, di sé stesso medesimo e io e io e io e io ancora con lui, certo, che però, diciamoci la verità, in fondo non era poi questo granché mentre io e io e io e io ancora, in una mitomania egoriferita e masturbatoria dilagante che raggiungeva il suo zenit nei di lì a poco seguenti funerali del notevole personaggio appena deceduto.
Perché non era finita, non era mai finita, questo era il punto, e certo non bastava doversi sorbire la retorica stucchevole, rivoltante e nauseabonda del necrologio sul notevole personaggio appena deceduto, pure la cronaca tutta compresa e rappresa dei funerali bisognava fargli ingurgitare con l’imbuto dell’enfasi al malcapitato lettore, maestria magistrale grazie alla quale il Grande Inviato Editorialista dimostrava senza possibilità di smentita alcuna che i funerali erano sempre e solo una commedia. Ora, è vero che la vita nella sua dimensione più profonda e intellegibile non era altro che una commedia e si dipanava nell’essere soltanto e solamente quello, l’esistenza in genere, sfrondata da tutto il suo cascame ingombrante e fuligginoso, non era nulla di diverso da una commedia, una pessima commedia, tra l’altro, maldestramente diretta e pessimamente recitata, ogni singolo atto di ogni singolo essere umano era di certo e per certo la rappresentazione della propria micragnosa e misera-bile parte in commedia, ma tra le mille commedie che ogni giorno andavano in scena su questo palcoscenico scalcinato, su questa ridicola pedana da dilettanti allo sbaraglio, su questo povero sasso perso nello spazio e nel tempo, la commedia più commedia di tutte era certamente quella dei funerali. I funerali, già, i funerali, i funerali come esibizione circense, i funerali come alibi collettivo, come pagliacciata, come tartufesca sbrodolata, come penosa baracconata, altro che pietoso e condiviso rito comunitario, e invece specchio deforme, simbolo ed emblema di come ogni evento, compresa la sparizione assoluta, insensata e definitiva di una vita, della quale nel suo lungo o breve consumarsi non era importato niente a nessuno, o quasi a nessuno, e compreso, ovviamente, l’evento che costituiva la fonte della grande notizia che avrebbe cambiato i destini del mondo, diventasse sempre meno fondamentale più ci si allontanava dal suo centro pulsante, e quindi i funerali, anche i funerali, soprattutto i funerali, in fin dei conti non erano altro che la metafora perfetta, assoluta, pedagogica di quello schifo che eravamo.
Tra stanchezza dei consumatori, tensioni geopolitiche, crollo degli acquisti nei duty-free, contrazione cinese e corsa alle esperienze, persino corazzate come Lvmh, Christian Dior ed Hermès perdono il loro tocco d’oro.
Per anni il lusso è stato considerato un investimento quasi inattaccabile: un porto sicuro capace di resistere a inflazione, crisi economiche e tensioni internazionali. Oggi, però, a metà 2026, il settore dei beni personali di fascia alta mostra crepe sempre più evidenti.
La debolezza del comparto si trascina da diversi anni ed è stata aggravata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che hanno frenato i flussi turistici e colpito alcuni scali aeroportuali strategici. Il risultato è stato un forte calo delle vendite nel canale duty-free, da sempre una componente cruciale per i grandi gruppi della moda e dell’accessorio.
Ma la crisi non dipende solo dai passeggeri mancati. Il nodo è più profondo e riguarda quella che gli addetti ai lavori definiscono luxury fatigue: una stanchezza da lusso che segnala una perdita di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi molti prodotti di fascia alta hanno visto aumenti di prezzo del 40-50%, mentre l’esclusività percepita - e in alcuni casi anche la qualità - pare indebolita. «Il settore si trova in una vera e propria trappola autoinflitta», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «poiché le politiche di prezzo eccessivamente aggressive degli ultimi anni hanno progressivamente allontanato la classe media, che costituiva la reale base volumetrica delle vendite. Al contempo, quello che per anni è stato considerato il Bengodi indiscutibile del settore, ovvero il mercato cinese, ha visto contrarsi la domanda a causa della debolezza dei consumi privati e delle rinnovate tensioni nel comparto immobiliare, lasciando le maison senza il consueto paracadute».
I mercati finanziari stanno fotografando con chiarezza questa fase. Lvmh, leader mondiale del settore, mostra una flessione pesante da inizio anno e una correzione ancora più marcata nell’arco degli ultimi tre anni. A pesare sono stati l’indebolimento della domanda, gli effetti valutari sfavorevoli e lo spostamento della spesa verso le esperienze, a scapito dei beni fisici. Anche Christian Dior riflette la stessa fase di stallo, nonostante i tentativi di rilancio creativo.
Il segnale più sorprendente arriva però da Hermès, per anni simbolo assoluto dell’esclusività. La maison ha registrato una forte correzione in Borsa. Secondo un’analisi di Bernstein, persino alcune borse Birkin e Kelly sul mercato secondario vengono oggi scambiate a prezzi inferiori rispetto a pochi anni fa.
«Il fatto che perfino i modelli usati di Hermès subiscano un ridimensionamento dei prezzi dimostra che nessuno è immune al ciclo di boom e sgonfiamento del lusso», continua Gaziano, «e questa consapevolezza ha ridotto il premio di valutazione storico del titolo rispetto ai concorrenti ai minimi degli ultimi dieci anni». Non tutto, però, arretra. Richemont continua a distinguersi grazie alla forza della gioielleria, trainata da marchi come Cartier, Van Cleef & Arpels e Buccellati, mentre gli orologi di alta gamma restano resilienti. Segnali positivi arrivano anche da Hugo Boss, sostenuta dall’offerta del gruppo Frasers.