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2018-06-08
Di Maio promette: «Alt al fisco inquisitore»
ANSA
Esattamente due anni fa, il 9 giugno 2016, l'allora premier Matteo Renzi fu contestato a suon di fischi all'assemblea generale di Confcommercio. A scatenare le proteste della platea, fu la difesa da parte di Renzi degli 80 euro di bonus in busta paga, provvedimento che Confcommercio giudicava assistenzialista. Ieri, a Roma, Luigi Di Maio ha conquistato quella stessa platea: applausi, sorrisi, richieste di selfie a raffica per il vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Sembrava di essere tornati ai tempi di Silvio Berlusconi, idolo assoluto di Confcommercio, alla cui assemblea regalava immancabilmente barzellette e storielle, sicuro dell'apprezzamento dei commercianti italiani, che approvavano le sue politiche e lo sostenevano immancabilmente alle urne, costituendo lo zoccolo duro del suo elettorato.
Eppure, Luigi di Maio, con la sua promessa del reddito di cittadinanza, correva il rischio di incorrere nelle stesse proteste suscitate da Renzi. Invece no: il vicepremier di Pomigliano d'Arco, diventata Pomigliano d'Arcore per l'occasione, ha tenuto un discorso in pieno stile liberal, rassicurando i delegati dell'assemblea generale di Confcommercio su tutti i fronti, pronunciando parole d'ordine storicamente care a Berlusconi.
Di Maio è partito dall'argomento che più di ogni altro sta a cuore ai commercianti: l'Iva. «Sull'Iva», aveva ammonito poco prima dal palco il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, «non si tratta e non si baratta!». Un diktat dovuto alle voci circolate nei giorni scorsi, alle indiscrezioni su una presunta volontà del governo di non disinnescare le clausole di salvaguardia del valore di 12,5 miliardi di euro, provocando così l'aumento dal 1 gennaio 2019 dell'aliquota agevolata (dal 10% attuale all'11,5%), e di quella ordinaria (dal 22% al 24,2%).
«Avete la mia parola», ha promesso solennemente Di Maio, «qui a Confcommercio che l'Iva non aumenterà e le clausole di salvaguardia saranno disinnescate». Bene, bravo, bis: la platea si è infiammata, spellandosi le mani per Giggino, che non si è accontentato e ha deciso di mandare in solluchero l'assemblea. «La ricetta», ha aggiunto il vicepremier, «per fare decollare le imprese che creano lavoro, sviluppo, nuove tecnologie nella loro crescita è lasciarle in pace. Rivolgo una preghiera al Parlamento: prima di tutto alleggerite un po' le leggi che ci sono perché ce ne sono già troppe. Aboliremo tutti gli strumenti come lo spesometro e il redditometro», ha aggiunto Di Maio, «e inseriremo l'inversione dell'onere della prova. Perché siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario».
Parole che hanno letteralmente esaltato i delegati, probabilmente dettate dalla volontà di corteggiare un elettorato lontano dalle parole d'ordine tradizionali del M5s. Non a caso, l'altro vicepremier, Matteo Salvini, pur presente all'assemblea generale, ha lasciato a Di Maio il palcoscenico. «Sono state fatte», ha proseguito Di Maio, «delle norme antievasione che però rendono tutto troppo complicato e trattano tutti come fossero evasori, e finiscono col perseguitare i cittadini che le tasse le hanno sempre pagate. Non credo a spesometro, redditometro o split-payment: sono strumenti che dovevano servire a punire i disonesti e premiare gli onesti, ma in realtà si impiegano ancora 100 giorni l'anno per tutti gli adempimenti. Li aboliremo tutti».
Meno tasse, meno controlli, e addirittura l'inversione dell'onere della prova: «Siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario». Luigi Di Maio ha abbattuto quello che fino a 12 ore prima sembrava uno dei pilastri del governo guidato da Giuseppe Conte, la tanto denunciata «stretta giustizialista», mandando in visibilio i delegati di Confcommercio, che al termine del suo intervento lo hanno letteralmente preso d'assalto per strette di mano, selfie e congratulazioni, manco fosse (ma forse lo è) una pop star.
Certo, bisognerà verificare fino a che punto Di Maio sarà in grado di realizzare le sue promesse, ma questo è un problema che hanno avuto, hanno e avranno tutti i governi di tutte le nazioni. Quello che però appare significativo, è che Di Maio e Salvini stanno sostituendo, passo dopo passo, gli annunci roboanti con un sano realismo. Va in questa direzione il dibattito sulla introduzione della flat tax, che potrebbe essere modulata sui prossimi due anni, per poter centrare l'obiettivo senza appesantire troppo il bilancio dello Stato. Il discorso di ieri di Di Maio, però, non può non essere sottolineato: la coalizione legastellata si lancia alla conquista di un'altra fascia di elettori, quelli tradizionalmente più affezionati a Silvio Berlusconi e a Forza Italia. «Per tutta la generazione di lavoratori», ha precisato Di Maio, «fuori dalla contrattazione nazionale, va garantito almeno un salario minimo, almeno fino a che non si arriva alla contrattazione». Nessun applauso ma neanche nessun dissenso esplicito per questo passaggio, l'unico «di sinistra» dell'intero discorso del vicepremier. Una piccola sterzata, del resto, era necessaria, per non sbandare e finire fuori strada, in questa giornata così particolare, quella della apparente svolta liberale, liberista e garantista di Luigi Di Maio.
S’appanna la stella di Cantone, lui corre dal M5s
Il giudizio non propriamente generoso di Conte, poi la telefonata riparatrice e, infine, l'incontro con il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli.
Due giorni burrascosi per Raffaele Cantone presidente Anac (Autorità nazionale anticorruzione) che, da star indiscussa della lotta alla corruzione durante il governo Renzi, ha ricevuto dal nuovo premier, Giuseppe Conte, una tiratina di orecchie già nella prima apparizione in aula durante il discorso di insediamento di mercoledì.
Durante la replica alla Camera, infatti, Conte riferendosi ad Anac ha spiegato di non avere visto «i risultati che ci attendevamo» e di aver «lanciato l'idea di valutare bene il ruolo di Anac», anche alla luce di questo.
Immediata, lo stesso pomeriggio, la risposta allarmata di Cantone che prima si è detto stupito delle dichiarazioni di Conte e lo aveva invitato ad ascoltare la presentazione delle attività di Anac che si terrà prossimamente e, poi, ha tentato di superare la critica, ribadendo il suo ruolo e la durata dell'incarico: «Continuerò a fare anticorruzione, il mio incarico scade nel 2020», ha dichiarato mercoledì sera.
La notte però non deve essere stata delle più tranquille. Così ieri, da entrambe le parti, c'è stato un riavvicinamento.
In mattinata Conte ha sentito al telefono il presidente di Anac. Una telefonata raccontata da un comunicato ufficiale che ha definito «cordiale» il colloquio tra i due, che avrebbero «convenuto sulla necessità di rafforzare la lotta alla corruzione, individuando specifici percorsi di legalità nell'ambito pubblica amministrazione» e «operando, tuttavia, una semplificazione del quadro normativo vigente, in modo da consentire il riavvio degli investimenti nel settore dei contratti pubblici».
Sempre ieri mattina, in nome della vecchia amicizia con il Movimento 5 stelle (il presidente Anac era stato anche tra i papabili candidati per la presidenza della Repubblica), Cantone ha incontrato il neoministro delle Infrastrutture, Toninelli, che rassicurandolo ha fatto sapere di voler cercare con Anac la «massima collaborazione» e di avere l'intenzione di «aprire un tavolo di confronto per le migliorie legislative che servono» a potenziare l'anticorruzione in Italia, «Abbiamo parlato in particolar modo del nuovo codice dei contratti e di quello che in esso va migliorato per far partire e ripartire tante opere pubbliche oggi bloccate», ha detto ancora Toninelli.
Alessia Pedrielli
Sulla memoria Delrio non può fare prediche
Il fustigatore delle amnesie altrui deve aver dimenticato i propri vuoti di memoria. Forse causati dallo sciopero della fame che ha inutilmente praticato nei mesi scorsi in favore dello Ius soli. Graziano Delrio, capogruppo alla Camera del Pd, ha conquistato le prime pagine dei giornali per la foga con cui, a dito sguainato, ha inchiodato il neo premier Giuseppe Conte alle sue presunte responsabilità. E lo ha fatto con la voce un po' strozzata del mite padre di famiglia costretto all'improvviso a indossare i panni del caporione: «Signor presidente del Consiglio, Piersanti si chiamava, Piersanti!», ha gridato stridulo. Il riferimento era al nome di battesimo del fratello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l'ex governatore della Sicilia Piersanti Mattarella trucidato nel 1980 dalla mafia, un nome omesso da Conte nel suo primo discorso alla Camera. Il professore aveva laconicamente citato «un congiunto» del capo dello Stato all'interno di una frase dai toni concilianti: «Vorrei ricollegarmi al ringraziamento per il presidente Mattarella perché una delle cose che più mi ha addolorato nei giorni scorsi è stato l'attacco alla memoria di un suo congiunto sui social, adesso non ricordo esattamente… e questa è stata una cosa che veramente mi è dispiaciuta», aveva detto. A molti quel «non ricordo esattamente» sembrava riferito agli insulti apparsi su Internet, ma, invece, per il Delrio descamisado si è trattata di lesa maestà. Con questo intervento sanguigno l'ex ministro delle Infrastrutture è diventato l'eroe dei barricaderi dell'aperitivo in terrazza, l'icona di chi sogna la rivoluzione da bordo piscina. È stato promosso sul campo argine contro la montante marea gialloblù. Peccato che il novello partigiano della Brigata Capalbio condanni le dimenticanze altrui, ma scordi le proprie.
Nel 2012 Delrio è stato coinvolto (senza essere indagato) in un'importante inchiesta anti 'ndrangheta, la cosiddetta Aemilia. I magistrati lo convocarono per avere delucidazioni su un suo viaggio durante il quale prese parte a una processione a Cutro, paesino del Crotonese da cui proviene buona parte dei calabresi trapiantati a Reggio Emilia, 'ndranghetisti compresi. Un tour di cui rimase a imperitura memoria pure qualche foto.
Non basta. Nei mesi successivi Delrio accompagnò una delegazione di consiglieri comunali originari di Cutro a protestare contro le interdittive antimafia nell'ufficio di chi quelle misure anticlan aveva adottato: il prefetto Antonella De Miro. Negli stessi mesi numerosi cutresi trasferiti in Emilia finirono sotto indagine e Delrio nell'ottobre 2012 venne ascoltato dai magistrati antimafia di Bologna come persona informata dei fatti. Ebbene in quell'interrogatorio la memoria di Delrio apparve piuttosto labile. Non mancarono gli «uhm» e i «non ricordo». Nel verbale la prima raffica di domande riguarda un noto boss cutrese. «Ma lei sa che esiste una persona che si chiama Nicola Grande Aracri?» chiede, con una punta di sarcasmo, il pm. «So che esiste Grande Aracri, Nicola non… non lo avevo realizzato», è la risposta evasiva del subcomandante reggiano, che scivola proprio su un nome di battesimo. «Sa che è di Cutro?», insiste il magistrato. «No, non sapevo che fosse originario di Cutro; sapevo che era calabrese, ma non sapevo fosse originario di Cutro. Perché abita lì nel centro di Cutro? No, io non lo sapevo», balbetta l'ex ministro. La toga infierisce: «Scusi, che tutta la criminalità organizzata che proviene da Cutro oggi si ispiri a Nicola Grande Aracri, penso che lo sappia anche lei se ha letto i giornali relativi agli interventi del prefetto, quantomeno quelli di revoca del porto d'armi…». Il futuro capogruppo Pd è all'angolo: «Sì, no, però io ho risposto alla sua domanda. Se lei mi chiede: “Lei sa che Grande Aracri è nativo di Cutro?", la mia risposta è non lo so, non ne sono sicuro, cioè non lo ricordo francamente, so che è collegato con la criminalità legata alla... cioè diciamo... anche a Cutro... ma non so se è di Cutro, di Steccato, anziché del paese vicino, insomma questo era il senso della mia risposta». L'inquirente passa alle interdittive e chiede al futuro maestrino della penna rossa se «abbia caldeggiato davanti al prefetto la posizione» di imprenditori «che si ritenevano ingiustamente colpiti dalle iniziative prefettizie». L'ex sindaco ammette di aver portato i calabresi davanti al prefetto perché nei loro confronti c'era una specie di «linciaggio mediatico» e si stava affermando l'equazione «calabrese uguale mafioso». Un pregiudizio che i cutresi avvertivano anche nei palazzi del potere: «Mi hanno chiesto di poterla incontrare (il prefetto De Miro, ndr); quindi io ho portato alcuni esponenti, adesso non ricordo quali, sicuramente c'era uno dei consiglieri comunali, il presidente della commissione consigliare comunale…». Il pm lo incalza: «Solo una cosa: con uno sforzo se lei ricorda altri nomi di quel giorno. Uno l'ha detto…». Il novello paladino dell'Antimafia ha un altro vuoto di memoria: «Ricordo solo che c'era Salvatore Scarpino, forse c'era anche l'altro consigliere comunale, ma non ci giurerei, Antonio Olivo… mmm (…) le altre due persone non le ricordo come esponenti vicine al Pd, secondo me eravamo in quattro…». Il magistrato insiste: «Però lei non ricorda chi fossero». «No. Politici? No, non mi pare. Non mi ricordo se c'era anche l'altro esponente del Pdl, questo Rocco Gualtieri che è sempre originario della Calabria; non mi ricordo, ma mi pare che non ci fosse lui. Però francamente è successo più di un anno fa e non…».
Delrio rivendica per sé il diritto all'oblio, ma non perdona le presunte smemoratezze di chi non la pensa come lui.
Giacomo Amadori
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Il vicepremier si trasforma per la platea Confcommercio: con un discorso dagli echi berlusconiani ottiene l'ovazione all'annuncio dell'abolizione di spesometro e redditometro e dell'inversione dell'onere della prova. Poi assicura: «L'Iva non aumenterà».Il capogruppo del Pd, che si è guadagnato le prime pagine dei giornali accusando il premier Conte di imperdonabili amnesie su Cosa nostra, dimentica le proprie. Nel 2012 davanti ai pm antimafia fece una pessima figura dicendo di non ricordare nulla.La replica alle critiche di Conte: «Il mio incarico all'Anac scade nel 2020, sono sereno».Lo speciale contiene tre articoli.Esattamente due anni fa, il 9 giugno 2016, l'allora premier Matteo Renzi fu contestato a suon di fischi all'assemblea generale di Confcommercio. A scatenare le proteste della platea, fu la difesa da parte di Renzi degli 80 euro di bonus in busta paga, provvedimento che Confcommercio giudicava assistenzialista. Ieri, a Roma, Luigi Di Maio ha conquistato quella stessa platea: applausi, sorrisi, richieste di selfie a raffica per il vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Sembrava di essere tornati ai tempi di Silvio Berlusconi, idolo assoluto di Confcommercio, alla cui assemblea regalava immancabilmente barzellette e storielle, sicuro dell'apprezzamento dei commercianti italiani, che approvavano le sue politiche e lo sostenevano immancabilmente alle urne, costituendo lo zoccolo duro del suo elettorato.Eppure, Luigi di Maio, con la sua promessa del reddito di cittadinanza, correva il rischio di incorrere nelle stesse proteste suscitate da Renzi. Invece no: il vicepremier di Pomigliano d'Arco, diventata Pomigliano d'Arcore per l'occasione, ha tenuto un discorso in pieno stile liberal, rassicurando i delegati dell'assemblea generale di Confcommercio su tutti i fronti, pronunciando parole d'ordine storicamente care a Berlusconi. Di Maio è partito dall'argomento che più di ogni altro sta a cuore ai commercianti: l'Iva. «Sull'Iva», aveva ammonito poco prima dal palco il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, «non si tratta e non si baratta!». Un diktat dovuto alle voci circolate nei giorni scorsi, alle indiscrezioni su una presunta volontà del governo di non disinnescare le clausole di salvaguardia del valore di 12,5 miliardi di euro, provocando così l'aumento dal 1 gennaio 2019 dell'aliquota agevolata (dal 10% attuale all'11,5%), e di quella ordinaria (dal 22% al 24,2%).«Avete la mia parola», ha promesso solennemente Di Maio, «qui a Confcommercio che l'Iva non aumenterà e le clausole di salvaguardia saranno disinnescate». Bene, bravo, bis: la platea si è infiammata, spellandosi le mani per Giggino, che non si è accontentato e ha deciso di mandare in solluchero l'assemblea. «La ricetta», ha aggiunto il vicepremier, «per fare decollare le imprese che creano lavoro, sviluppo, nuove tecnologie nella loro crescita è lasciarle in pace. Rivolgo una preghiera al Parlamento: prima di tutto alleggerite un po' le leggi che ci sono perché ce ne sono già troppe. Aboliremo tutti gli strumenti come lo spesometro e il redditometro», ha aggiunto Di Maio, «e inseriremo l'inversione dell'onere della prova. Perché siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario».Parole che hanno letteralmente esaltato i delegati, probabilmente dettate dalla volontà di corteggiare un elettorato lontano dalle parole d'ordine tradizionali del M5s. Non a caso, l'altro vicepremier, Matteo Salvini, pur presente all'assemblea generale, ha lasciato a Di Maio il palcoscenico. «Sono state fatte», ha proseguito Di Maio, «delle norme antievasione che però rendono tutto troppo complicato e trattano tutti come fossero evasori, e finiscono col perseguitare i cittadini che le tasse le hanno sempre pagate. Non credo a spesometro, redditometro o split-payment: sono strumenti che dovevano servire a punire i disonesti e premiare gli onesti, ma in realtà si impiegano ancora 100 giorni l'anno per tutti gli adempimenti. Li aboliremo tutti».Meno tasse, meno controlli, e addirittura l'inversione dell'onere della prova: «Siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario». Luigi Di Maio ha abbattuto quello che fino a 12 ore prima sembrava uno dei pilastri del governo guidato da Giuseppe Conte, la tanto denunciata «stretta giustizialista», mandando in visibilio i delegati di Confcommercio, che al termine del suo intervento lo hanno letteralmente preso d'assalto per strette di mano, selfie e congratulazioni, manco fosse (ma forse lo è) una pop star. Certo, bisognerà verificare fino a che punto Di Maio sarà in grado di realizzare le sue promesse, ma questo è un problema che hanno avuto, hanno e avranno tutti i governi di tutte le nazioni. Quello che però appare significativo, è che Di Maio e Salvini stanno sostituendo, passo dopo passo, gli annunci roboanti con un sano realismo. Va in questa direzione il dibattito sulla introduzione della flat tax, che potrebbe essere modulata sui prossimi due anni, per poter centrare l'obiettivo senza appesantire troppo il bilancio dello Stato. Il discorso di ieri di Di Maio, però, non può non essere sottolineato: la coalizione legastellata si lancia alla conquista di un'altra fascia di elettori, quelli tradizionalmente più affezionati a Silvio Berlusconi e a Forza Italia. «Per tutta la generazione di lavoratori», ha precisato Di Maio, «fuori dalla contrattazione nazionale, va garantito almeno un salario minimo, almeno fino a che non si arriva alla contrattazione». Nessun applauso ma neanche nessun dissenso esplicito per questo passaggio, l'unico «di sinistra» dell'intero discorso del vicepremier. Una piccola sterzata, del resto, era necessaria, per non sbandare e finire fuori strada, in questa giornata così particolare, quella della apparente svolta liberale, liberista e garantista di Luigi Di Maio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-promette-alt-al-fisco-inquisitore-2576061446.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sappanna-la-stella-di-cantone-lui-corre-dal-m5s" data-post-id="2576061446" data-published-at="1777355555" data-use-pagination="False"> S’appanna la stella di Cantone, lui corre dal M5s Il giudizio non propriamente generoso di Conte, poi la telefonata riparatrice e, infine, l'incontro con il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Due giorni burrascosi per Raffaele Cantone presidente Anac (Autorità nazionale anticorruzione) che, da star indiscussa della lotta alla corruzione durante il governo Renzi, ha ricevuto dal nuovo premier, Giuseppe Conte, una tiratina di orecchie già nella prima apparizione in aula durante il discorso di insediamento di mercoledì. Durante la replica alla Camera, infatti, Conte riferendosi ad Anac ha spiegato di non avere visto «i risultati che ci attendevamo» e di aver «lanciato l'idea di valutare bene il ruolo di Anac», anche alla luce di questo. Immediata, lo stesso pomeriggio, la risposta allarmata di Cantone che prima si è detto stupito delle dichiarazioni di Conte e lo aveva invitato ad ascoltare la presentazione delle attività di Anac che si terrà prossimamente e, poi, ha tentato di superare la critica, ribadendo il suo ruolo e la durata dell'incarico: «Continuerò a fare anticorruzione, il mio incarico scade nel 2020», ha dichiarato mercoledì sera. La notte però non deve essere stata delle più tranquille. Così ieri, da entrambe le parti, c'è stato un riavvicinamento. In mattinata Conte ha sentito al telefono il presidente di Anac. Una telefonata raccontata da un comunicato ufficiale che ha definito «cordiale» il colloquio tra i due, che avrebbero «convenuto sulla necessità di rafforzare la lotta alla corruzione, individuando specifici percorsi di legalità nell'ambito pubblica amministrazione» e «operando, tuttavia, una semplificazione del quadro normativo vigente, in modo da consentire il riavvio degli investimenti nel settore dei contratti pubblici». Sempre ieri mattina, in nome della vecchia amicizia con il Movimento 5 stelle (il presidente Anac era stato anche tra i papabili candidati per la presidenza della Repubblica), Cantone ha incontrato il neoministro delle Infrastrutture, Toninelli, che rassicurandolo ha fatto sapere di voler cercare con Anac la «massima collaborazione» e di avere l'intenzione di «aprire un tavolo di confronto per le migliorie legislative che servono» a potenziare l'anticorruzione in Italia, «Abbiamo parlato in particolar modo del nuovo codice dei contratti e di quello che in esso va migliorato per far partire e ripartire tante opere pubbliche oggi bloccate», ha detto ancora Toninelli.Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-promette-alt-al-fisco-inquisitore-2576061446.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sulla-memoria-delrio-non-puo-fare-prediche" data-post-id="2576061446" data-published-at="1777355555" data-use-pagination="False"> Sulla memoria Delrio non può fare prediche Il fustigatore delle amnesie altrui deve aver dimenticato i propri vuoti di memoria. Forse causati dallo sciopero della fame che ha inutilmente praticato nei mesi scorsi in favore dello Ius soli. Graziano Delrio, capogruppo alla Camera del Pd, ha conquistato le prime pagine dei giornali per la foga con cui, a dito sguainato, ha inchiodato il neo premier Giuseppe Conte alle sue presunte responsabilità. E lo ha fatto con la voce un po' strozzata del mite padre di famiglia costretto all'improvviso a indossare i panni del caporione: «Signor presidente del Consiglio, Piersanti si chiamava, Piersanti!», ha gridato stridulo. Il riferimento era al nome di battesimo del fratello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l'ex governatore della Sicilia Piersanti Mattarella trucidato nel 1980 dalla mafia, un nome omesso da Conte nel suo primo discorso alla Camera. Il professore aveva laconicamente citato «un congiunto» del capo dello Stato all'interno di una frase dai toni concilianti: «Vorrei ricollegarmi al ringraziamento per il presidente Mattarella perché una delle cose che più mi ha addolorato nei giorni scorsi è stato l'attacco alla memoria di un suo congiunto sui social, adesso non ricordo esattamente… e questa è stata una cosa che veramente mi è dispiaciuta», aveva detto. A molti quel «non ricordo esattamente» sembrava riferito agli insulti apparsi su Internet, ma, invece, per il Delrio descamisado si è trattata di lesa maestà. Con questo intervento sanguigno l'ex ministro delle Infrastrutture è diventato l'eroe dei barricaderi dell'aperitivo in terrazza, l'icona di chi sogna la rivoluzione da bordo piscina. È stato promosso sul campo argine contro la montante marea gialloblù. Peccato che il novello partigiano della Brigata Capalbio condanni le dimenticanze altrui, ma scordi le proprie. Nel 2012 Delrio è stato coinvolto (senza essere indagato) in un'importante inchiesta anti 'ndrangheta, la cosiddetta Aemilia. I magistrati lo convocarono per avere delucidazioni su un suo viaggio durante il quale prese parte a una processione a Cutro, paesino del Crotonese da cui proviene buona parte dei calabresi trapiantati a Reggio Emilia, 'ndranghetisti compresi. Un tour di cui rimase a imperitura memoria pure qualche foto. Non basta. Nei mesi successivi Delrio accompagnò una delegazione di consiglieri comunali originari di Cutro a protestare contro le interdittive antimafia nell'ufficio di chi quelle misure anticlan aveva adottato: il prefetto Antonella De Miro. Negli stessi mesi numerosi cutresi trasferiti in Emilia finirono sotto indagine e Delrio nell'ottobre 2012 venne ascoltato dai magistrati antimafia di Bologna come persona informata dei fatti. Ebbene in quell'interrogatorio la memoria di Delrio apparve piuttosto labile. Non mancarono gli «uhm» e i «non ricordo». Nel verbale la prima raffica di domande riguarda un noto boss cutrese. «Ma lei sa che esiste una persona che si chiama Nicola Grande Aracri?» chiede, con una punta di sarcasmo, il pm. «So che esiste Grande Aracri, Nicola non… non lo avevo realizzato», è la risposta evasiva del subcomandante reggiano, che scivola proprio su un nome di battesimo. «Sa che è di Cutro?», insiste il magistrato. «No, non sapevo che fosse originario di Cutro; sapevo che era calabrese, ma non sapevo fosse originario di Cutro. Perché abita lì nel centro di Cutro? No, io non lo sapevo», balbetta l'ex ministro. La toga infierisce: «Scusi, che tutta la criminalità organizzata che proviene da Cutro oggi si ispiri a Nicola Grande Aracri, penso che lo sappia anche lei se ha letto i giornali relativi agli interventi del prefetto, quantomeno quelli di revoca del porto d'armi…». Il futuro capogruppo Pd è all'angolo: «Sì, no, però io ho risposto alla sua domanda. Se lei mi chiede: “Lei sa che Grande Aracri è nativo di Cutro?", la mia risposta è non lo so, non ne sono sicuro, cioè non lo ricordo francamente, so che è collegato con la criminalità legata alla... cioè diciamo... anche a Cutro... ma non so se è di Cutro, di Steccato, anziché del paese vicino, insomma questo era il senso della mia risposta». L'inquirente passa alle interdittive e chiede al futuro maestrino della penna rossa se «abbia caldeggiato davanti al prefetto la posizione» di imprenditori «che si ritenevano ingiustamente colpiti dalle iniziative prefettizie». L'ex sindaco ammette di aver portato i calabresi davanti al prefetto perché nei loro confronti c'era una specie di «linciaggio mediatico» e si stava affermando l'equazione «calabrese uguale mafioso». Un pregiudizio che i cutresi avvertivano anche nei palazzi del potere: «Mi hanno chiesto di poterla incontrare (il prefetto De Miro, ndr); quindi io ho portato alcuni esponenti, adesso non ricordo quali, sicuramente c'era uno dei consiglieri comunali, il presidente della commissione consigliare comunale…». Il pm lo incalza: «Solo una cosa: con uno sforzo se lei ricorda altri nomi di quel giorno. Uno l'ha detto…». Il novello paladino dell'Antimafia ha un altro vuoto di memoria: «Ricordo solo che c'era Salvatore Scarpino, forse c'era anche l'altro consigliere comunale, ma non ci giurerei, Antonio Olivo… mmm (…) le altre due persone non le ricordo come esponenti vicine al Pd, secondo me eravamo in quattro…». Il magistrato insiste: «Però lei non ricorda chi fossero». «No. Politici? No, non mi pare. Non mi ricordo se c'era anche l'altro esponente del Pdl, questo Rocco Gualtieri che è sempre originario della Calabria; non mi ricordo, ma mi pare che non ci fosse lui. Però francamente è successo più di un anno fa e non…». Delrio rivendica per sé il diritto all'oblio, ma non perdona le presunte smemoratezze di chi non la pensa come lui.Giacomo Amadori
Dall'alto in senso orario i 5 indagati nell'inchiesta per frode sportiva: Rodolfo Di Vuolo, Andrea Gervasoni, Gianluca Rocchi, Daniele Paterna, Luigi Nasca (Ansa/Getty Images)
Arbitropoli o Calciopoli bis, l’inchiesta della Procura di Milano continua a scuotere il calcio italiano. Ha già fatto saltare i vertici tecnici dell’Aia, ha riaperto ferite mai davvero chiuse nella Serie A e ora ruota attorno a un fascicolo milanese che si annuncia corposo, ma di cui resta da capire la sostanza: se contenga solo testimonianze, veleni arbitrali e moviole rilette in Procura, oppure anche chat, presenze, intercettazioni e riscontri capaci di reggere davanti a un giudice. Nell’ultimo anno il pm Maurizio Ascione avrebbe ascoltato almeno 30 arbitri, forse di più, con interrogatori di cinque o sei ore su decisioni, segnali, richiami Var e rigori dati o tolti. Sullo sfondo resta qualche malumore in Procura: dal 25 aprile, giorno degli inviti a comparire a Gianluca Rocchi e Andrea Gervasoni, non ci sono state note ufficiali né conferenze stampa, nonostante la riforma sulla presunzione d’innocenza affidi al procuratore capo la comunicazione dei casi di interesse pubblico.
Marcello Viola che, fanno notare alcuni addetti ai lavori, non ha mai nascosto la sua fede interista, in altre inchieste mediatiche come «Doppia Curva» (sui tifosi di Inter e Milan) era intervenuto pubblicamente. Finora invece non è accaduto. A pesare nel futuro dell’inchiesta o del futuro processo ci sarà comunque anche il tema della competenza territoriale: per Lissone sarebbe competente Monza, mentre alcuni club di Serie A, come anticipato dalla Verità, vorrebbero spostare il fascicolo a Roma, sede dell’Aia e della Figc. C’è anche attesa per capire cosa decideranno di fare proprio le squadre, se costituirsi o meno.
La tensione sull’Inter si è intanto allentata, quando ieri dagli ambienti investigativi è arrivata la precisazione che né il club né i dirigenti nerazzurri risultano indagati. Marotta aveva già preso le distanze domenica, negando liste di arbitri «graditi» o rapporti opachi e ricordando il rigore non dato in Inter-Roma, episodio citato anche dall’ex assistente Domenico Rocca nel suo esposto: «Perché Andrea Gervasoni non “bussa” ai Var» per un rigore che la commissione avrebbe poi definito «netto» e «perso»? Un errore che, secondo Rocca, avrebbe favorito il Napoli nella corsa scudetto.
Gli indagati noti al momento sono cinque. Rocchi, designatore degli arbitri di Serie A e B, e Gervasoni, supervisore Var, entrambi autosospesi, sono accusati di concorso in frode sportiva. Con loro ci sono gli addetti Var Rodolfo Di Vuolo e Luigi Nasca. Daniele Paterna, invece, è indagato per false informazioni al pubblico ministero: era stato ascoltato come testimone sulla vicenda di Udinese-Parma, ma il verbale è stato sospeso e la sua posizione trasformata. Il punto è che gli iscritti potrebbero essere più di cinque, perché alcune contestazioni parlano di concorso con «più persone». Ed è proprio qui che resta il buco nero: chi sono gli altri?
Il cuore tecnico del fascicolo sta nelle partite. Rocchi risponde di tre ipotesi: Udinese-Parma del 1° marzo 2025, con la presunta interferenza nella sala Var di Lissone attraverso le «bussate» sul vetro prima del rigore dato all’Udinese; Bologna-Inter del 20 aprile, con la designazione di Andrea Colombo, ritenuto dall’accusa arbitro «gradito» ai nerazzurri; e poi il caso Daniele Doveri, che secondo i pm sarebbe stato «schermato» dopo una riunione a San Siro del 2 aprile, giorno dell’andata di Coppa Italia tra Milan e Inter: lì, secondo l’accusa, Rocchi avrebbe discusso «con più persone» la scelta di mandarlo nella semifinale di ritorno Inter-Milan del 23 aprile, per evitarne l’impiego in gare successive più delicate: i soggetti presenti devono ancora essere identificati. Su Udinese-Parma entra anche Paterna, indagato non per la decisione tecnica, ma per ciò che avrebbe riferito ai pm sulla cabina Var di Lissone. Secondo l’ex assistente Pasquale De Meo, lì sarebbe esistita una prassi nota: gesti dalle vetrate, persino codici come «sasso-carta-forbice», per orientare Var e Avar. Se confermata, dice, sarebbe una violazione del protocollo: «Perché in alcune partite scattava quel segnale e in altre no? Così si finiva per falsare il campionato».
Restano i paradossi: l’Inter perse a Bologna 1-0, Doveri arbitrò Parma-Inter il 5 aprile, tre giorni dopo il presunto accordo di San Siro, e il 23 aprile i nerazzurri uscirono dalla Coppa Italia perdendo 3-0 col Milan. Ma l’esito negativo non chiude il tema: la Cassazione, nel processo Calciopoli, ha chiarito che per la frode sportiva non serve alterare davvero il risultato, bastano la volontà fraudolenta e l’idoneità dell’accordo a incidere sulla gara.
Gervasoni è legato a Salernitana-Modena, per un rigore dato e poi revocato dal Var; lì c’era anche Luigi Nasca, coinvolto pure in Inter-Verona, nata dall’esposto dell’avvocato Michele Croce sulla gomitata di Alessandro Bastoni a Ondrej Duda nell’azione del gol di Davide Frattesi. La difesa di Rocchi, con l’avvocato Antonio D’Avirro, contesta accuse generiche: se c’è concorso, va spiegato con chi; e su Udinese-Parma il rigore c’era. L’ex designatore, sostituito da Dino Tommasi, starebbe valutando di avvalersi della facoltà di non rispondere davanti ad Ascione domani, mentre Gervasoni dovrebbe invece rispondere al pm.
Ma la crisi è anche politica ed economica. Oggi Antonio Zappi si gioca davanti al Coni il futuro da presidente Aia dopo l’inibizione a 13 mesi, con il commissariamento sullo sfondo. La Figc ha avviato audit sui conti: oltre 53 milioni di budget federale bruciati in anticipo, raduni sospesi, «Erasmus arbitrale», Referee Abroad, con rimborsi e sezioni regionali sul lastrico. Nel caos pesano anche il contratto da 250.000 euro di Rocchi e il nuovo fronte Daniele Orsato, per la telefonata in viva voce dopo Ascoli-Vis Pesaro.
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Pedro Sánchez (Getty Images)
Cominciamo dalle armi, che il pacifista Pedro Sánchez aborrisce, così come la guerra. Ricordate quando, di fronte alla richiesta degli Stati Uniti di aumentare le spese di bilancio per la Difesa, il premier madrileno rifiutò sdegnato? E avete presente quando la sinistra italiana attaccò Giorgia Meloni dicendo che non aveva avuto lo stesso coraggio del collega? Bene. Ora leggetevi il testo diffuso ieri dall’agenzia Ansa: «La Spagna ha incrementato del 50% le risorse destinate alla Difesa nel 2025 su base annua, raggiungendo i 4,2 miliardi di dollari (oltre 34 miliardi di euro): è quanto emerge da un rapporto diffuso dall’Istituto internazionale di ricerche con sede a Stoccolma riportato dai media iberici. È la prima volta dal 1994 che la partita destinata agli armamenti supera il 2% del Pil».
Non è tutto. La Spagna viene spesso descritta come un esempio da seguire per le sue politiche green. Da quando Sánchez è alla Moncloa in effetti la transizione energetica ha proceduto a passi da gigante, al punto che un anno fa, a causa di un picco di offerta della produzione di rinnovabili, ha provocato un blackout della rete. Ma il problema non è tanto che l’infrastruttura iberica si sia dimostrata fragile al punto da lasciare al buio intere città. La vera questione è che con Sánchez non tutto ciò che luccica è oro. Infatti, nonostante i forti investimenti nel solare e nell’eolico, la Spagna continua a produrre energia dall’atomo, sfruttando i sette reattori nucleari di cui dispone. Le centrali di Almaraz, Ascó, Cofrendes, Vandellòs e Trillo, da sole sfornano circa il 20% della corrente di cui il Paese ha bisogno. E nonostante sia previsto lo smantellamento degli impianti entro il 2035, al momento la questione chiusura non è all’ordine del giorno.
Ma attenzione, non è finita. Mentre Sánchez e i suoi ministri (uno, Teresa Ribera, l’ha spedito in Europa, come commissario al Green deal e vicepresidente) fanno gli ecologisti e pure i pacifisti, poi il Paese continua a importare gas dalla Russia. Gli ultimi dati sono del Centre for research on energy and clean air, che nel rapporto di due settimane fa ci ha informato che a marzo, per riempire i terminali di rigassificazione, Madrid ha speso 355 milioni di euro, comprando un quarto dell’intera produzione di gas esportata da Mosca verso la Ue, con un incremento del 124%. Insomma, il campione della sinistra ecologista e nonviolenta è un tizio che predica bene e razzola male, perché senza dirlo compra il gas più di altri e lo fa finanziando la guerra di Putin.
Ma il nuovo eroe di Elly Schlein, l’uomo che è divenuto il faro dei progressisti italiani per la crescita e lo sviluppo della Spagna, se si va oltre la propaganda sembra un po’ meno un esempio da seguire. Guardiamo i numeri. A febbraio la disoccupazione era al 9,8%, contro il 5,3 dell’Italia, e quella giovanile sfiorava il 24%, contro il 17,6 di casa nostra. Il tasso d’inflazione a marzo stava al 3,4, il doppio di quello tricolore e nel 2025 la crescita del reddito pro capite delle famiglie era allo 0,9 contro il nostro 3,5. Che altro c’è da dire? Il nostro export cresce, quello di Madrid cala, così come l’avanzo primario. In pratica, se si va al sodo, si scopre che il miracolo di Pedro Sánchez non è così splendente come sembra o come viene raccontato. L’unica cosa che gli riesce bene è accreditarsi come un nuovo Che Guevara, facendo finta di scortare la Flotilla e di dichiarare guerra a Trump. Ed è così che ha fatto girare la testa a Elly.
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Nicole Minetti (Ansa)
Troppa grazia san Sergio. Ieri il Quirinale ha deciso di riaprire il dossier Nicole Minetti e a due mesi dalla firma ha innestato una fragorosa marcia indietro. Lo ha fatto con implicita sorpresa e toni perentori, come se il capo dello Stato, Sergio Mattarella, avesse firmato il discusso atto di clemenza a sua insaputa e senza essere garantito dalle verifiche necessarie per dare un perimetro di «inattaccabilità» al caso. La frenata a tempo scaduto arriva dopo un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano che ha sollevato dubbi sull’intera «operazione grazia», inducendo lo staff del presidente a indossare i guanti di amianto per trasferire altrove la patata bollente.
L’ufficio stampa del Quirinale ha ufficializzato una dura presa di distanza dal dossier sul quale aveva l’ultima parola: «In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Nicole Minetti adottato dal presidente della Repubblica, su proposta favorevole del ministro della Giustizia e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del signor presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa». La risposta da via Arenula è arrivata a stretto giro: «Al termine delle verifiche, nessuno degli elementi negativi presentati dalla stampa consta agli atti della procedura».
La clemenza del Colle ha evitato l’esecuzione della condanna (3 anni e 11 mesi) alla protagonista della stagione delle «cene eleganti» berlusconiane. Clemenza derivata da un presupposto dato per certo: «L’affidamento in prova avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore sottoposto, per una grave patologia, a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero». Il capro espiatorio del «dietrofront» non poteva che essere il più semplice e politicamente comodo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Infatti il masso in arrivo dal Colle gli è caduto immediatamente su un piede. E sull’intera questione, per proprietà transitiva, è partito il cinema delle opposizioni: «Venga in aula», «Deve spiegare», «Si dimetta».
Tutto scontato ma tutto troppo semplice, visto che gli attori della pièce sono tre. 1) è il ministero a istruire le domande di grazia (Corte Costituzionale, sentenza numero 200 del 2006); 2) è la Procura generale della corte d’Appello (in questo caso di Milano) a concretizzare il dossier e a rilevarne i profili di rilevanza e di debolezza; 3) è il Quirinale ad apporre la firma che decreta la responsabilità istituzionale del gesto. Non esiste un precedente di annullamento della grazia. Sul tema si è espresso Alfonso Celotto, docente di Diritto costituzionale all’Università Roma 3: «In linea di principio non è prevista la revoca. Ma se è stata concessa su presupposti erronei o non conferenti non si può escludere che l’atto sia revocabile».
È vero che il Colle non ha gli strumenti per indagare sulla veridicità delle carte arrivate, ma si suppone che valuti a fondo pesi e contrappesi e - soprattutto davanti a nomi divisivi come quello di Nicole Minetti - interloquisca con gli altri attori allo scopo di dare alla grazia tutti i crismi dell’ineluttabilità. Ciò che è stato fatto, visto che nei giorni successivi alla grazia tutti i quirinalisti hanno difeso la decisione e lo stesso capo ufficio stampa Giovanni Grasso ha spiegato su X a un contestatore: «C’è una relazione favorevole molto ampia del procuratore competente. È un caso molto particolare, purtroppo non posso rivelare i dettagli perché c’é di mezzo la tutela di un minore. Sono sicuro che se sapesse le motivazioni le condividerebbe». Ora il clima è cambiato e il refrain è: impallinare Nordio.
Le obiezioni sollevate dal Fatto ipotizzano che la nuova vita dell’ex igienista dentale con il compagno Giuseppe Cipriani non sarebbe coerente con la grazia. Quel bambino di 9 anni, proveniente dall’Instituto del Niño y Adolescente di Maldonado in Uruguay, non sarebbe stato realmente abbandonato dai suoi genitori. La madre biologica è viva, ma da quando è scoppiato il caso sarebbe irreperibile. L’avvocata dei genitori biologici, Mercedes Nieto, non può più rispondere sulla vicenda: è morta nel 2024 insieme al marito, carbonizzati nella loro casa a Garzón. È aperta un’inchiesta per duplice omicidio. Per ottenere l’affidamento del piccolo, Minetti ha intentato una causa di «Separazione definitiva e perdita della patria potestà» vinta nel 2023. Sempre il quotidiano di Marco Travaglio avanza dubbi sulle cure al bambino, sottoposto a un’operazione chirurgica a Boston nel 2021 quando non era ancora ufficialmente figlio di Minetti.
Il bimbo era realmente in un orfanotrofio, l’adozione sembra legittima. La stessa madre adottiva ha dato mandato ai suoi avvocati di «diffidare il Fatto dalla diffusione di ulteriori notizie false, diffamatorie, gravemente lesive della mia reputazione personale e famigliare». Dal canto suo la procura generale di Milano, che diede parere favorevole a firma del sostituto Gaetano Brusa (già presidente del tribunale di Sorveglianza di Genova), ha sottolineato: «Abbiamo acquisito i dati e svolto gli accertamenti richiesti dal ministero. Il quadro era completo e non emergevano dati anomali».
Secondo prassi consolidata, il caso è esploso politicamente. Angelo Bonelli (Avs) annuncia un’interrogazione parlamentare. Debora Serracchiani (Pd) tuona: «Cosa sta aspettando Giorgia Meloni a far dimettere Nordio? Il supplemento di analisi segnala un livello di approssimazione e sciatteria a via Arenula mai visto prima». In tutto ciò nessuno ha messo in dubbio l’operato del Quirinale e della Procura generale di Milano. È curioso notare come i magistrati non vengano neppure sfiorati e il Colle - spesso applaudito per essere un controllore inflessibile della Costituzione (caso più recente il decreto Sicurezza) - in questa vicenda venga fatto passare per un notaio giustamente passivo. Il «non poteva non sapere» non è più di moda. Nei giochi di potere italiani siamo tornati al Manzoni buonanima, con un vaso di coccio fra i vasi di ferro. Indovinate quali.
Ecco la domanda e l’ok delle toghe
Ecco i due documenti che raccontano - fino a qui - la storia della grazia per Nicole Minetti. Il primo è una richiesta inviata nel 2025 al presidente della Repubblica: la firma un prestigioso studio legale milanese e ricostruisce la vicenda di un bimbo - il cui nome ovviamente rimane tutelato per ragioni di privacy - con gravi patologie. Nelle 13 pagine, l’avvocato ricostruisce la vita della Minetti dopo la condanna: la giovane età in cui sono stati commessi i reati, il cambio di vita, le distanze dal contesto «irripetibile» in cui si erano consumati, la relazione con Giuseppe Cipriani, la consapevolezza delle condotte illecite. Quindi la richiesta spiega nei particolari i problemi di salute del piccolo (anch’essi tutelati da privacy), conosciuto in Uruguay dove la Minetti si reca per seguire gli affari del compagno, imprenditore. I due ricorrono all’adozione speciale nel 2020, perché la situazione del bimbo è così compromessa da non permettere il suo inserimento negli elenchi comuni. Si legge che «i genitori hanno garantito al minore tutte le cure necessarie per la patologia di cui è portatore», fino a un delicato intervento chirurgico. Quattro anni dopo tale intervento (in America), però - e siamo al 2025 - un consulto medico riscontra la necessità di nuove cure. Ecco che «l’espiazione della pena necessariamente sul territorio italiano potrebbe impedire alla madre», si legge, «l’assistenza al piccolo», vista la necessità di numerosi viaggi. I legali allegano i referti psicologici sulla necessità del piccolo di non subire altri abbandoni, e di permettergli di rimanere collegato al suo Paese natale, dove la Minetti - dicono gli avvocati - vuole svolgere ancora attività di volontariato. Viene garantito il «reinserimento sociale» dell’ex consigliere regionale lombardo, citando i «quindici anni» di «condotta ineccepibile». Alla missiva vengono annessi 12 documenti, tra cui le carte mediche, attestazioni di due diversi istituti di carità, le relazioni degli psicologi.
La seconda carta che La Verità mostra qui è il parere favorevole della Corte d’Appello della Procura generale di Milano, che in data 9 gennaio 2026 dà l’ok su richiesta del ministero della Giustizia. Anche qui, è molto interessante leggere le motivazioni: il sostituto procuratore Gaetano Brusa riscontra in pieno le ragioni della domanda di grazia, e ritiene la documentazione prodotta «indicativa di radicale presa di distanza dal passato deviante», nonché una «positiva rielaborazione di quanto i valori della convivenza civile siano stati alterati nel contesto ambientale in cui sono stati commessi i reati». Viene citato Silvio Berlusconi come figura che «indubbiamente» avrebbe creato situazioni capaci di «ingenerare senso di impunità» e «condizionare le scelte» della donna «nel rendere efficiente il sistema prostitutivo» in atto ad Arcore. Dunque «la spinta criminale» aveva origine in «condizionamenti esterni» ormai esauriti, a cui la Minetti sarebbe ora impermeabile.
Viste queste carte, il Colle aveva detto sì. Fino a ieri.
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In Europa la spesa ha raggiunto 864 miliardi di dollari, in aumento del 14% sul 2024 e del 102% rispetto al 2016. Si tratta della più forte crescita annuale della spesa nell’Europa centrale e occidentale dalla fine della guerra fredda. «Nel 2025 la spesa militare da parte dei membri europei della Nato è aumentata più velocemente che in qualsiasi momento dal 1953», spiega Jade Guiberteau Ricard, ricercatrice Sipri.
A contribuire a questa impennata sicuramente la guerra tra Russia e Ucraina: nel 2025 la spesa militare della Russia è cresciuta del 5,9% toccando i 190 miliardi di dollari (circa il 7,5% del Pil), mentre l’Ucraina ha aumentato la sua spesa del 20% arrivando a 84,1 miliardi di dollari, ben il 40% del suo Pil. Nello specifico, i 29 membri europei della Nato hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari nel 2025: 22 di essi hanno registrato una spesa militare pari ad almeno il 2% del Pil. A spendere di più sono state Spagna al quindicesimo posto (+50%), che ha raggiunto la fatidica soglia, e Germania (+24% annuo) quarto Paese al mondo per spese militari e prima in Europa, raggiungendo i 114 miliardi di dollari. La spesa della Polonia (al quattordicesimo posto) è cresciuta del 23%, mentre l’Italia è al dodicesimo posto con un totale di 48,1 miliardi di dollari.
La crescita globale è avvenuta nonostante il calo della spesa degli Stati Uniti, i quali restano comunque in testa alla classifica, insieme a Cina e Russia, per un totale complessivo di 1.480 miliardi di dollari di investimenti che equivalgono al 51% del totale globale.
La spesa militare statunitense è diminuita del 7,5% a 954 miliardi di dollari nel 2025 a causa della mancata approvazione da parte di Washington di nuovi aiuti finanziari militari per l’Ucraina. Nei tre anni precedenti, i finanziamenti militari statunitensi a Kiev ammontavano a 127 miliardi di dollari. «È probabile che il calo della spesa militare statunitense nel 2025 sia solo di breve durata», spiegano però dal Sipri. La guerra in Iran, infatti, sarà destinata ad invertire questa tendenza in quanto la spesa approvata dal Congresso degli Stati Uniti per il 2026 è salita a oltre un trilione di dollari e potrebbe salire ulteriormente a 1,5 trilioni di dollari nel 2027 se l’ultima proposta di bilancio del presidente Donald Trump verrà accettata. «La spesa militare globale è aumentata nuovamente nel 2025, poiché gli Stati hanno risposto a un altro anno di guerre, incertezze e sconvolgimenti geopolitici con massicci programmi di riarmo», afferma Xiao Liang, ricercatore del Sipri.
Per quanto riguarda il Medio Oriente, nel 2025 la spesa militare è stata sostanzialmente la stessa dell’anno precedente. In Israele è diminuita del 4,9%, attestandosi a 48,3 miliardi di dollari, a seguito della riduzione dell’intensità del conflitto a Gaza. Ma la spesa militare israeliana è rimasta comunque superiore del 97% rispetto al 2022. Anche l’Iran ha fatto registrare un calo per il secondo anno consecutivo, diminuendo del 5,6% a 7,4 miliardi di dollari nel 2025, a causa però delle difficoltà economiche. Il Giappone ha aumentato le sue spese militari del 9,7%, raggiungendo i 62,2 miliardi di dollari nel 2025. Si tratta dell’1,4% del Pil, la quota più alta dal 1958. Anche Taiwan ha aumentato le sue spese del 14%, arrivando a 18,2 miliardi di dollari. Spese in crescita dell’8% anche per Asia e Oceania. Nel continente africano, la Nigeria ha aumentato le sue spese del 55% nell’ambito degli sforzi per contrastare il dilagante estremismo.
Ma mentre aumenta l’incertezza nel mondo c’è chi grazie alla guerra diventa sempre più ricco.
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