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2022-11-10
DeSantis trionfa, Trump lo minaccia. L’elefantino è dentro una cristalleria
Donald Trump e Ron DeSantis (Ansa)
Inutile negarlo: uno dei principali effetti delle ultime elezioni di metà mandato è stato quello di un mezzo terremoto all’interno del Partito repubblicano. Nonostante i suoi candidati senatoriali in Ohio e North Carolina siano andati bene, Donald Trump è uscito politicamente indebolito dal voto di martedì. La ragione sta nei pessimi risultati conseguiti in Pennsylvania da Mehmet Oz e Doug Mastriano: candidati trumpisti rispettivamente alla poltrona di senatore e governatore dello Stato. Il dato è grave sotto due punti di vista. Non solo perché i repubblicani hanno perso un seggio senatoriale che detenevano, ma anche perché l’ex presidente americano ha mostrato evidenti segni di affaticamento in un’area operaia di fondamentale importanza come la Pennsylvania.
Di contro, se c’è un chiaro vincitore alle elezioni dell’altro ieri quello è Ron DeSantis: non solo è stato riconfermato a valanga governatore della Florida, ma il suo Stato - storicamente cruciale per i repubblicani in sede di elezioni presidenziali - è ormai diventato saldamente conservatore. «Abbiamo riscritto la mappa politica», ha detto il governatore uscente la sera del trionfo, «grazie per averci onorato con la vittoria del secolo». Parole che lasciano presagire le mai realmente celate ambizioni presidenziali nutrite da DeSantis. Ambizioni che Trump ha da tempo messo nel mirino. L’ex presidente ha, non a caso, usato parole minacciose nei confronti del governatore. «Non so se correrà. Penso che se corre, potrebbe ferirsi molto gravemente. Credo davvero che potrebbe ferirsi gravemente. Non credo che andrebbe bene per il partito», aveva dichiarato, sostenendo inoltre di sapere «cose su di lui che non sarebbero molto lusinghiere».
Attenzione: il nodo presidenziale è qualcosa di maledettamente urgente. Tradizionalmente le prime manovre in vista delle primarie iniziano già poche settimane dopo le elezioni di Midterm. Tuttavia il punto vero da capire è che la rivalità tra DeSantis e Trump non ha tanto una natura politica (salvo alcune eccezioni, i due sono ideologicamente affini). No, il tema è personalistico, ma soprattutto generazionale. Ciò vuol dire che qui non è in discussione il trumpismo: fenomeno politologico complesso che, piaccia o meno, ha riportato il Partito repubblicano ad essere competitivo, dopo che, ai tempi di Mitt Romney nel 2012, era additato da tutti come lo schieramento dei bianchi e dei ricchi. Trump ha, infatti, riportato l’elefantino a crescere tra la working class e le minoranze etniche: un fattore, questo, che è stato ormai incamerato da larga parte dell’establishment e dei big del partito stesso. Il punto vero è, quindi, cercare di capire se, per far proseguire l’elefantino su questa strada, sia necessario affidarsi nuovamente a Trump o puntare su qualcuno di più giovane (un DeSantis, un Mike Pompeo o una Nikki Haley). Va da sé che, dopo la batosta dell’altro ieri in Pennsylvania, per l’ex presidente sarà più difficile mantenere graniticamente la propria presa sul partito. È pur vero che il repubblicano Adam Laxalt potrebbe riuscire a prendere il seggio senatoriale del Nevada, controbilanciando quella cocente Caporetto. Ma è altrettanto vero che, come accennato, dal punto di vista simbolico la sconfitta nel cosiddetto Keystone State risulta significativamente problematica per Trump.
Per capirci: la forza di Trump nel 2016 era la sua trasversalità. Una trasversalità che mescolava elementi conservatori con altri più legati alla tradizione dem, il tutto condito da una efficace dose di populismo (categoria, questa, che nella storia politica americana non è affatto una parolaccia). Il problema è forse iniziato ad emergere quando si è man mano consolidata una sorta di «ortodossia trumpista»: un fattore che ha compattato il movimento dell’ex presidente ma che gli ha al contempo reso sempre più difficile intercettare il voto degli indipendenti.
E quindi, la soluzione? È ovvio che Trump continui a essere popolare tra la base repubblicana. Ma forse, da solo, non basta più. Quello che l’elefantino dovrebbe replicare è l’efficace campagna delle elezioni governatoriali in Virginia dell’anno scorso: una campagna in cui tutti i settori del partito (a partire dal mondo trumpista) diedero il loro contributo in un vero e proprio gioco di squadra. Un gioco di squadra che permise al candidato repubblicano, Glenn Youngkin, di arrivare infine alla vittoria.
Ecco: o il Partito repubblicano comprende fino in fondo questa necessità o, nel 2024, perderà un’occasione d’oro per riconquistare la Casa Bianca dopo una presidenza disastrosa e fallimentare come quella di Joe Biden. Il Partito repubblicano ha bisogno di Trump. Ma Trump deve capire che il Partito repubblicano non può essere ipso facto identificato con i propri destini personali.
DeSantis potrebbe rappresentare il futuro dell’elefantino. Si spera pertanto, eventualmente, in primarie dure ma leali. Perché l’obiettivo non è farsi la guerra interna. Ma mandare finalmente a casa il presidente peggiore che gli Stati Uniti abbiano mai avuto nella loro storia.
Ma quale vittoria, Biden si è salvato. Ora deve trattare per governare
Occorreranno probabilmente giorni prima di conoscere i risultati definitivi delle ultime elezioni di Midterm. Al momento, è quasi certo che i repubblicani riusciranno a conquistare la Camera dei rappresentanti. La situazione appare invece ambigua per quanto riguarda il Senato. L’elefantino perso il seggio senatoriale della Pennsylvania a causa della sconfitta di Mehmet Oz. Tuttavia ieri sera, a spoglio ancora in corso, il repubblicano Adam Laxalt era avanti rispetto alla senatrice uscente del Nevada, la democratica Catherine Cortez Masto. Se Laxalt riuscisse nel colpaccio, potrebbe quindi compensare la disfatta della Pennsylvania. L’attenzione è inoltre puntata sulla corsa senatoriale della Georgia: qui si assiste, di fatto, a un testa a testa e siccome nessuno dei candidati in corsa sembra essere in grado di superare la soglia del 50% dei voti, sulla base della legge statale si terrà assai probabilmente un ballottaggio il 6 dicembre. Un ballottaggio che quasi certamente deciderà la maggioranza definitiva del Senato.
Ieri sera, il seggio del Wisconsin è stato inoltre riassegnato ai repubblicani, mentre è relativamente probabile che quello dell’Arizona sia destinato a restare in mano dem. D’altronde, se vuole la maggioranza al Senato, l’elefantino deve strappare almeno due seggi all’asinello. Lo sappiamo: l’onda repubblicana che qualcuno aveva preconizzato non si è alla fine verificata. Questo, però, non autorizza a ritenere che i democratici abbiano conseguito chissà quale risultato.
È da ieri che vari analisti cercano di spiegarci che, tutto sommato, Joe Biden avrebbe registrato una performance dignitosa. Certo: per lui si preannunciavano nubi ancor più nere. Ma non bisogna, comunque, trascurare il fatto che il presidente perderà il controllo della Camera. Un elemento, questo, che lo renderà innanzitutto la proverbiale anatra zoppa, impantanandogli l’agenda parlamentare. In secondo luogo, bisogna fare attenzione: il controllo della Camera permette potenzialmente all’elefantino di avviare un processo di impeachment contro il presidente. Uno scenario che, negli scorsi mesi, è stato evocato da vari big repubblicani.
L’intento non sarebbe, ovviamente, quello di arrivare alla destituzione di Biden (occorrerebbe una pressoché impossibile maggioranza di due terzi al Senato). No: se verrà percorsa questa strada, lo si farà per cercare di mettere l’inquilino della Casa Bianca ancor più in difficoltà. Un po’ come accadde, a parti invertite, a Donald Trump con l’impeachment che i dem gli intentarono nel 2019: quel Trump che, alle Midterm del 2018, aveva perso la maggioranza alla Camera, mantenendo quella al Senato.
L’attuale presidente americano non può quindi permettersi di dormire sonni troppo tranquilli, anche perché le divisioni che vedono da anni contrapposte le varie correnti in seno al Partito democratico non spariranno di certo. Anzi, con una probabilissima Camera in mano all’elefantino, Biden dovrà cercare costantemente delle mediazioni con i repubblicani: una circostanza che prevedibilmente irriterà l’ala più oltranzista e barricadiera dell’asinello. Insomma, le tensioni intestine rischiano seriamente di aggravarsi, anziché affievolirsi. In tutto questo, non è ancora chiaro come queste Midterm influiranno sulla prossima corsa presidenziale. Biden sceglierà di ricandidarsi? E che cosa farà Trump?
Aveva reso noto di voler fare un grande annuncio il prossimo 15 novembre: un fattore che aveva spinto molti a ipotizzare una sua nuova discesa in campo. Non si può escludere che lo faccia, per quanto la debacle repubblicana in Pennsylvania lo abbia significativamente azzoppato. Nel complesso, la situazione generale resta quindi ricca di incognite sia per l’asinello sia per l’elefantino.
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Il Partito repubblicano non sfonda nelle elezioni di Midterm: il volto nuovo dei conservatori ha vinto a valanga mentre l’ex presidente ne è uscito indebolito. Una diarchia che può essere fatale nella corsa alla Casa Bianca.Ha perso la Camera e l’ala più oltranzista dei dem non lo aiuterà nelle mediazioniLo speciale contiene due articoliInutile negarlo: uno dei principali effetti delle ultime elezioni di metà mandato è stato quello di un mezzo terremoto all’interno del Partito repubblicano. Nonostante i suoi candidati senatoriali in Ohio e North Carolina siano andati bene, Donald Trump è uscito politicamente indebolito dal voto di martedì. La ragione sta nei pessimi risultati conseguiti in Pennsylvania da Mehmet Oz e Doug Mastriano: candidati trumpisti rispettivamente alla poltrona di senatore e governatore dello Stato. Il dato è grave sotto due punti di vista. Non solo perché i repubblicani hanno perso un seggio senatoriale che detenevano, ma anche perché l’ex presidente americano ha mostrato evidenti segni di affaticamento in un’area operaia di fondamentale importanza come la Pennsylvania. Di contro, se c’è un chiaro vincitore alle elezioni dell’altro ieri quello è Ron DeSantis: non solo è stato riconfermato a valanga governatore della Florida, ma il suo Stato - storicamente cruciale per i repubblicani in sede di elezioni presidenziali - è ormai diventato saldamente conservatore. «Abbiamo riscritto la mappa politica», ha detto il governatore uscente la sera del trionfo, «grazie per averci onorato con la vittoria del secolo». Parole che lasciano presagire le mai realmente celate ambizioni presidenziali nutrite da DeSantis. Ambizioni che Trump ha da tempo messo nel mirino. L’ex presidente ha, non a caso, usato parole minacciose nei confronti del governatore. «Non so se correrà. Penso che se corre, potrebbe ferirsi molto gravemente. Credo davvero che potrebbe ferirsi gravemente. Non credo che andrebbe bene per il partito», aveva dichiarato, sostenendo inoltre di sapere «cose su di lui che non sarebbero molto lusinghiere».Attenzione: il nodo presidenziale è qualcosa di maledettamente urgente. Tradizionalmente le prime manovre in vista delle primarie iniziano già poche settimane dopo le elezioni di Midterm. Tuttavia il punto vero da capire è che la rivalità tra DeSantis e Trump non ha tanto una natura politica (salvo alcune eccezioni, i due sono ideologicamente affini). No, il tema è personalistico, ma soprattutto generazionale. Ciò vuol dire che qui non è in discussione il trumpismo: fenomeno politologico complesso che, piaccia o meno, ha riportato il Partito repubblicano ad essere competitivo, dopo che, ai tempi di Mitt Romney nel 2012, era additato da tutti come lo schieramento dei bianchi e dei ricchi. Trump ha, infatti, riportato l’elefantino a crescere tra la working class e le minoranze etniche: un fattore, questo, che è stato ormai incamerato da larga parte dell’establishment e dei big del partito stesso. Il punto vero è, quindi, cercare di capire se, per far proseguire l’elefantino su questa strada, sia necessario affidarsi nuovamente a Trump o puntare su qualcuno di più giovane (un DeSantis, un Mike Pompeo o una Nikki Haley). Va da sé che, dopo la batosta dell’altro ieri in Pennsylvania, per l’ex presidente sarà più difficile mantenere graniticamente la propria presa sul partito. È pur vero che il repubblicano Adam Laxalt potrebbe riuscire a prendere il seggio senatoriale del Nevada, controbilanciando quella cocente Caporetto. Ma è altrettanto vero che, come accennato, dal punto di vista simbolico la sconfitta nel cosiddetto Keystone State risulta significativamente problematica per Trump.Per capirci: la forza di Trump nel 2016 era la sua trasversalità. Una trasversalità che mescolava elementi conservatori con altri più legati alla tradizione dem, il tutto condito da una efficace dose di populismo (categoria, questa, che nella storia politica americana non è affatto una parolaccia). Il problema è forse iniziato ad emergere quando si è man mano consolidata una sorta di «ortodossia trumpista»: un fattore che ha compattato il movimento dell’ex presidente ma che gli ha al contempo reso sempre più difficile intercettare il voto degli indipendenti.E quindi, la soluzione? È ovvio che Trump continui a essere popolare tra la base repubblicana. Ma forse, da solo, non basta più. Quello che l’elefantino dovrebbe replicare è l’efficace campagna delle elezioni governatoriali in Virginia dell’anno scorso: una campagna in cui tutti i settori del partito (a partire dal mondo trumpista) diedero il loro contributo in un vero e proprio gioco di squadra. Un gioco di squadra che permise al candidato repubblicano, Glenn Youngkin, di arrivare infine alla vittoria.Ecco: o il Partito repubblicano comprende fino in fondo questa necessità o, nel 2024, perderà un’occasione d’oro per riconquistare la Casa Bianca dopo una presidenza disastrosa e fallimentare come quella di Joe Biden. Il Partito repubblicano ha bisogno di Trump. Ma Trump deve capire che il Partito repubblicano non può essere ipso facto identificato con i propri destini personali.DeSantis potrebbe rappresentare il futuro dell’elefantino. Si spera pertanto, eventualmente, in primarie dure ma leali. Perché l’obiettivo non è farsi la guerra interna. Ma mandare finalmente a casa il presidente peggiore che gli Stati Uniti abbiano mai avuto nella loro storia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/desantis-trionfa-trump-lo-minaccia-lelefantino-e-dentro-una-cristalleria-2658624482.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-quale-vittoria-biden-si-e-salvato-ora-deve-trattare-per-governare" data-post-id="2658624482" data-published-at="1668028556" data-use-pagination="False"> Ma quale vittoria, Biden si è salvato. Ora deve trattare per governare Occorreranno probabilmente giorni prima di conoscere i risultati definitivi delle ultime elezioni di Midterm. Al momento, è quasi certo che i repubblicani riusciranno a conquistare la Camera dei rappresentanti. La situazione appare invece ambigua per quanto riguarda il Senato. L’elefantino perso il seggio senatoriale della Pennsylvania a causa della sconfitta di Mehmet Oz. Tuttavia ieri sera, a spoglio ancora in corso, il repubblicano Adam Laxalt era avanti rispetto alla senatrice uscente del Nevada, la democratica Catherine Cortez Masto. Se Laxalt riuscisse nel colpaccio, potrebbe quindi compensare la disfatta della Pennsylvania. L’attenzione è inoltre puntata sulla corsa senatoriale della Georgia: qui si assiste, di fatto, a un testa a testa e siccome nessuno dei candidati in corsa sembra essere in grado di superare la soglia del 50% dei voti, sulla base della legge statale si terrà assai probabilmente un ballottaggio il 6 dicembre. Un ballottaggio che quasi certamente deciderà la maggioranza definitiva del Senato. Ieri sera, il seggio del Wisconsin è stato inoltre riassegnato ai repubblicani, mentre è relativamente probabile che quello dell’Arizona sia destinato a restare in mano dem. D’altronde, se vuole la maggioranza al Senato, l’elefantino deve strappare almeno due seggi all’asinello. Lo sappiamo: l’onda repubblicana che qualcuno aveva preconizzato non si è alla fine verificata. Questo, però, non autorizza a ritenere che i democratici abbiano conseguito chissà quale risultato. È da ieri che vari analisti cercano di spiegarci che, tutto sommato, Joe Biden avrebbe registrato una performance dignitosa. Certo: per lui si preannunciavano nubi ancor più nere. Ma non bisogna, comunque, trascurare il fatto che il presidente perderà il controllo della Camera. Un elemento, questo, che lo renderà innanzitutto la proverbiale anatra zoppa, impantanandogli l’agenda parlamentare. In secondo luogo, bisogna fare attenzione: il controllo della Camera permette potenzialmente all’elefantino di avviare un processo di impeachment contro il presidente. Uno scenario che, negli scorsi mesi, è stato evocato da vari big repubblicani. L’intento non sarebbe, ovviamente, quello di arrivare alla destituzione di Biden (occorrerebbe una pressoché impossibile maggioranza di due terzi al Senato). No: se verrà percorsa questa strada, lo si farà per cercare di mettere l’inquilino della Casa Bianca ancor più in difficoltà. Un po’ come accadde, a parti invertite, a Donald Trump con l’impeachment che i dem gli intentarono nel 2019: quel Trump che, alle Midterm del 2018, aveva perso la maggioranza alla Camera, mantenendo quella al Senato. L’attuale presidente americano non può quindi permettersi di dormire sonni troppo tranquilli, anche perché le divisioni che vedono da anni contrapposte le varie correnti in seno al Partito democratico non spariranno di certo. Anzi, con una probabilissima Camera in mano all’elefantino, Biden dovrà cercare costantemente delle mediazioni con i repubblicani: una circostanza che prevedibilmente irriterà l’ala più oltranzista e barricadiera dell’asinello. Insomma, le tensioni intestine rischiano seriamente di aggravarsi, anziché affievolirsi. In tutto questo, non è ancora chiaro come queste Midterm influiranno sulla prossima corsa presidenziale. Biden sceglierà di ricandidarsi? E che cosa farà Trump? Aveva reso noto di voler fare un grande annuncio il prossimo 15 novembre: un fattore che aveva spinto molti a ipotizzare una sua nuova discesa in campo. Non si può escludere che lo faccia, per quanto la debacle repubblicana in Pennsylvania lo abbia significativamente azzoppato. Nel complesso, la situazione generale resta quindi ricca di incognite sia per l’asinello sia per l’elefantino.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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