True
2023-05-25
DeSantis si candida alle presidenziali e sfida Trump con l’assist di Musk
Ron DeSantis (Ansa)
Ron DeSantis si è candidato alla nomination presidenziale repubblicana del 2024. A renderlo noto è stato lui stesso alla mezzanotte italiana durante una conversazione con Elon Musk su Twitter Spaces. Quando La Verità è andata in stampa ieri sera, l’annuncio non era ancora avvenuto. Tuttavia era stato confermato in anticipo da Fox News, Nbc e Cnn. D’altronde, non era un mistero che il governatore della Florida nutrisse ambizioni presidenziali. E adesso è pronto a diventare il principale contendente di Donald Trump, che, candidatosi lo scorso novembre, è tornato ieri ad attaccare DeSantis, definendolo «sleale».
Il numero di partecipanti alle primarie repubblicane sta quindi crescendo. Venerdì, si era candidato il senatore Tim Scott, mentre nei mesi scorsi erano scesi in campo l’ex ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, l’imprenditore Vivek Ramaswamy e l’ex governatore dell’Arkansas, Asa Hutchinson. È inoltre atteso a breve un annuncio da parte dell’ex vicepresidente, Mike Pence, mentre continuano a riconcorrersi voci di una candidatura del governatore della Virginia, Glenn Youngkin. Per il momento, è Trump a dominare la scena. Dopo un periodo di difficoltà seguito alle ultime midterm, l’ex presidente sembra aver beneficiato dell’incriminazione subita a fine marzo: da allora è tornato a salire nei sondaggi e la sua raccolta fondi si è impennata. Del resto, proprio l’incriminazione ha ridotto finora i margini di manovra dei suoi rivali interni attuali e potenziali. Fatta eccezione per Hutchinson (profilo politicamente debole, che porta avanti una candidatura apertamente antitrumpista), tutti gli altri si sono affrettati a difendere l’ex inquilino della Casa Bianca dal procuratore distrettuale di Manhattan, Alvin Bragg. Non è forse un caso che DeSantis, apparso in grande spolvero nei sondaggi tra novembre e gennaio, abbia iniziato a faticare a seguito dell’incriminazione. Ed è dunque qui che emerge la grande sfida della sua candidatura.
Il governatore ha molte carte da giocarsi. È l’unico a disporre di un carisma in grado di contrastare quello di Trump. Inoltre, rispetto a quest’ultimo, è molto più giovane e senza zavorre giudiziarie. Non solo. DeSantis è stato trionfalmente rieletto a novembre e ha contribuito a trasformare la Florida, uno Stato da sempre in bilico, in un feudo repubblicano. E proprio il «modello Florida» costituisce un punto di forza per il governatore, che ha intenzione di proporre a livello nazionale le ricette da lui finora adottate sul piano statale. Che DeSantis abbia le carte in regola per farcela è testimoniato anche dal fatto che, tra inizio marzo e inizio aprile, un suo Super Pac ha rastrellato 30 milioni di dollari. Il fatto stesso che Musk abbia tenuto a battesimo la sua candidatura lascia intendere che il proprietario di Twitter possa presto schierarsi ufficialmente con lui. Il che rappresenterebbe un notevole vantaggio mediatico e politico per DeSantis: Musk è oggi molto apprezzato da ampi strati dell’elettorato repubblicano e, sebbene pochi giorni fa abbia elogiato Tim Scott, a novembre aveva espresso l’intenzione di sostenere il governatore della Florida.
Eppure, il grosso punto interrogativo che aleggia sulle primarie repubblicane è quello della capacità di attrarre il voto degli elettori indipendenti, senza cui arrivare alla Casa Bianca è impossibile. Chi ha più chance tra Trump e DeSantis su questo fronte? A prima vista, molti pensano che l’ex presidente non sia adatto ad attrarre gli elettori indipendenti. In parte, è così. Trump è un nome divisivo che, in alcuni casi, allontana anziché attirare. Eppure va detto che, al momento, l’ex presidente è l’unico che sta conducendo una campagna ideologicamente trasversale, per coprire il Partito repubblicano sul fronte dei diritti sociali: si pensi alla sua difesa del programma sanitario Medicare o del programma previdenziale Social security. Si tratta di una strategia con cui Trump punta a conquistare i colletti blu della Rust Belt. DeSantis, dal canto suo, si è finora espresso poco sui temi sociali (probabilmente per non alienarsi le simpatie delle frange più ortodosse del Gop). Ha invece scommesso molto sul contrasto all’ideologia woke, battendosi contro l’indottrinamento liberal nelle scuole e contro le ingerenze progressiste di Disney nella legislazione della Florida. Una strategia questa che gli consente di posizionarsi bene rispetto agli elettori delle primarie, ma che non è ancora detto possa aiutarlo troppo alla General election. Tradizionalmente gli elettori indipendenti non sono interessati alle cosiddette «guerre culturali». Ragion per cui DeSantis dovrà sbrigarsi ad allargare il ventaglio dei suoi cavalli di battaglia, se vuole essere competitivo per la Casa Bianca.
Infine, attenzione a Rupert Murdoch: secondo il sito Axios, il fatto che DeSantis abbia annunciato la discesa in campo sulla piattaforma di Musk anziché su Fox potrebbe essere letto come una stoccata all’impero mediatico del magnate. Del resto, se a novembre quest’ultimo era sembrato puntare sul governatore, i rapporti tra i due hanno iniziato a scricchiolare, dopo che DeSantis definì la guerra in Ucraina una «disputa territoriale» (salvo poi fare marcia indietro). Senza trascurare che il siluramento di Tucker Carlson dalla Fox ha creato non poco malumore tra gli elettori conservatori: circostanza di cui DeSantis potrebbe aver tenuto conto.
Il nemico di Disney e dei big del Web
La discesa in campo di Ron DeSantis può sparigliare le carte nella campagna elettorale per le primarie repubblicane del 2024. Ma chi è esattamente il governatore della Florida dal punto di vista politico?
Entrato per la prima volta alla Camera dei rappresentanti nel 2013, DeSantis fu tra i fondatori, due anni dopo, del gruppo parlamentare di repubblicani ultraconservatori, Freedom caucus. Con l’avvio dell’amministrazione Trump, divenne uno stretto alleato dell’allora presidente americano, difendendolo a spada tratta contro l’inchiesta sul cosiddetto Russiagate, condotta dal procuratore speciale Robert Mueller. Fu in questo clima di convergenza politica che, a dicembre 2017, Donald Trump diede il suo endorsement a DeSantis nel corso della sua prima campagna elettorale per diventare governatore della Florida. E così, alle elezioni governatoriali del 2018, DeSantis riuscì a ottenere la vittoria (per quanto sul filo del rasoio).
Alla guida del Sunshine State, il diretto interessato ha portato avanti una linea politica conservatrice che lo ha reso in breve tempo un punto di riferimento in seno al Partito repubblicano. Sul fronte pandemico, si è schierato contro l’obbligo vaccinale e delle mascherine, adottando un approccio antitetico a quello restrittivo dell’amministrazione Biden. Inoltre, per quanto sia stato suggerito da qualcuno il contrario, DeSantis non è un no vax: non solo si è vaccinato contro il Covid ma, a luglio 2021, esortò anche i cittadini della Florida a fare altrettanto. Un altro cavallo di battaglia del governatore è il contrasto alla censura attuata dai big del Web: a maggio 2021 firmò in tal senso una legge che vietava alle piattaforme social di sospendere gli account di candidati politici statali.
DeSantis ha inoltre messo nel mirino l’indottrinamento liberal nelle scuole. Era infatti aprile 2022, quando siglò una legge che vietava ai docenti di insegnare contenuti legati alla cosiddetta Critical race theory: un insieme di teorie sociologiche di matrice marxista che mira a reinterpretare la storia nell’ottica dell’oppressione razziale. Non solo. A marzo di quell’anno, proibì anche che nelle scuole pubbliche di grado inferiore venissero trattati temi come l’identità di genere: una misura che gli attirò le critiche di Disney. Da allora il governatore ha avviato un serrato duello con il colosso dell’entertainment: prima gli ha revocato lo status speciale di cui godeva in Florida e poi ha messo suoi alleati nel board locale della compagnia. Ne è scaturito un contenzioso legale che è ancora in corso. DeSantis è inoltre un aspro critico delle politiche migratorie dell’amministrazione Biden e, due mesi fa, ha siglato una legge piuttosto severa contro i clandestini. Infine, il governatore si è anche occupato di aborto: lo scorso aprile, ha firmato una norma statale che vieta l’interruzione di gravidanza dopo le sei settimane di gestazione (salvo eccezioni per la salute della donna o nei casi di incesto e stupro).
Alle elezioni di novembre, De Santis è stato trionfalmente rieletto con quasi 20 punti di vantaggio. In Florida è molto popolare e anche a livello nazionale ampi strati del Partito repubblicano lo apprezzano. Ciononostante, nel corso dell’ultimo anno e mezzo, è entrato in conflitto con Trump, che ne ha sempre temuto le ambizioni presidenziali e che si è pertanto rifiutato di rinnovargli l’endorsement nel 2022. Dall’altra parte, secondo Politico, una parte importante nell’ascesa di DeSantis sarebbe dovuta alla moglie, Casey, che sembra essere piuttosto influente nella ristretta cerchia politica del governatore e che potrebbe quindi giocare un ruolo determinante nella campagna presidenziale da lui appena avviata.
Continua a leggereRiduci
Il governatore della Florida annuncia su Twitter la discesa in campo per le primarie. Ora dovrà vedersela con il tycoon, rinvigorito dall’incriminazione. Dalla sua però ha grande seguito per le battaglie anti gender. L’alternativa a The Donald è stata una spina nel fianco di Joe Biden su virus e migranti. Ed è in prima fila contro l’indottrinamento liberal nelle scuole e la censura su Internet.Lo speciale contiene due articoli.Ron DeSantis si è candidato alla nomination presidenziale repubblicana del 2024. A renderlo noto è stato lui stesso alla mezzanotte italiana durante una conversazione con Elon Musk su Twitter Spaces. Quando La Verità è andata in stampa ieri sera, l’annuncio non era ancora avvenuto. Tuttavia era stato confermato in anticipo da Fox News, Nbc e Cnn. D’altronde, non era un mistero che il governatore della Florida nutrisse ambizioni presidenziali. E adesso è pronto a diventare il principale contendente di Donald Trump, che, candidatosi lo scorso novembre, è tornato ieri ad attaccare DeSantis, definendolo «sleale». Il numero di partecipanti alle primarie repubblicane sta quindi crescendo. Venerdì, si era candidato il senatore Tim Scott, mentre nei mesi scorsi erano scesi in campo l’ex ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, l’imprenditore Vivek Ramaswamy e l’ex governatore dell’Arkansas, Asa Hutchinson. È inoltre atteso a breve un annuncio da parte dell’ex vicepresidente, Mike Pence, mentre continuano a riconcorrersi voci di una candidatura del governatore della Virginia, Glenn Youngkin. Per il momento, è Trump a dominare la scena. Dopo un periodo di difficoltà seguito alle ultime midterm, l’ex presidente sembra aver beneficiato dell’incriminazione subita a fine marzo: da allora è tornato a salire nei sondaggi e la sua raccolta fondi si è impennata. Del resto, proprio l’incriminazione ha ridotto finora i margini di manovra dei suoi rivali interni attuali e potenziali. Fatta eccezione per Hutchinson (profilo politicamente debole, che porta avanti una candidatura apertamente antitrumpista), tutti gli altri si sono affrettati a difendere l’ex inquilino della Casa Bianca dal procuratore distrettuale di Manhattan, Alvin Bragg. Non è forse un caso che DeSantis, apparso in grande spolvero nei sondaggi tra novembre e gennaio, abbia iniziato a faticare a seguito dell’incriminazione. Ed è dunque qui che emerge la grande sfida della sua candidatura. Il governatore ha molte carte da giocarsi. È l’unico a disporre di un carisma in grado di contrastare quello di Trump. Inoltre, rispetto a quest’ultimo, è molto più giovane e senza zavorre giudiziarie. Non solo. DeSantis è stato trionfalmente rieletto a novembre e ha contribuito a trasformare la Florida, uno Stato da sempre in bilico, in un feudo repubblicano. E proprio il «modello Florida» costituisce un punto di forza per il governatore, che ha intenzione di proporre a livello nazionale le ricette da lui finora adottate sul piano statale. Che DeSantis abbia le carte in regola per farcela è testimoniato anche dal fatto che, tra inizio marzo e inizio aprile, un suo Super Pac ha rastrellato 30 milioni di dollari. Il fatto stesso che Musk abbia tenuto a battesimo la sua candidatura lascia intendere che il proprietario di Twitter possa presto schierarsi ufficialmente con lui. Il che rappresenterebbe un notevole vantaggio mediatico e politico per DeSantis: Musk è oggi molto apprezzato da ampi strati dell’elettorato repubblicano e, sebbene pochi giorni fa abbia elogiato Tim Scott, a novembre aveva espresso l’intenzione di sostenere il governatore della Florida. Eppure, il grosso punto interrogativo che aleggia sulle primarie repubblicane è quello della capacità di attrarre il voto degli elettori indipendenti, senza cui arrivare alla Casa Bianca è impossibile. Chi ha più chance tra Trump e DeSantis su questo fronte? A prima vista, molti pensano che l’ex presidente non sia adatto ad attrarre gli elettori indipendenti. In parte, è così. Trump è un nome divisivo che, in alcuni casi, allontana anziché attirare. Eppure va detto che, al momento, l’ex presidente è l’unico che sta conducendo una campagna ideologicamente trasversale, per coprire il Partito repubblicano sul fronte dei diritti sociali: si pensi alla sua difesa del programma sanitario Medicare o del programma previdenziale Social security. Si tratta di una strategia con cui Trump punta a conquistare i colletti blu della Rust Belt. DeSantis, dal canto suo, si è finora espresso poco sui temi sociali (probabilmente per non alienarsi le simpatie delle frange più ortodosse del Gop). Ha invece scommesso molto sul contrasto all’ideologia woke, battendosi contro l’indottrinamento liberal nelle scuole e contro le ingerenze progressiste di Disney nella legislazione della Florida. Una strategia questa che gli consente di posizionarsi bene rispetto agli elettori delle primarie, ma che non è ancora detto possa aiutarlo troppo alla General election. Tradizionalmente gli elettori indipendenti non sono interessati alle cosiddette «guerre culturali». Ragion per cui DeSantis dovrà sbrigarsi ad allargare il ventaglio dei suoi cavalli di battaglia, se vuole essere competitivo per la Casa Bianca. Infine, attenzione a Rupert Murdoch: secondo il sito Axios, il fatto che DeSantis abbia annunciato la discesa in campo sulla piattaforma di Musk anziché su Fox potrebbe essere letto come una stoccata all’impero mediatico del magnate. Del resto, se a novembre quest’ultimo era sembrato puntare sul governatore, i rapporti tra i due hanno iniziato a scricchiolare, dopo che DeSantis definì la guerra in Ucraina una «disputa territoriale» (salvo poi fare marcia indietro). Senza trascurare che il siluramento di Tucker Carlson dalla Fox ha creato non poco malumore tra gli elettori conservatori: circostanza di cui DeSantis potrebbe aver tenuto conto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/desantis-si-candida-alle-presidenziali-2660614939.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-nemico-di-disney-e-dei-big-del-web" data-post-id="2660614939" data-published-at="1685023494" data-use-pagination="False"> Il nemico di Disney e dei big del Web La discesa in campo di Ron DeSantis può sparigliare le carte nella campagna elettorale per le primarie repubblicane del 2024. Ma chi è esattamente il governatore della Florida dal punto di vista politico?Entrato per la prima volta alla Camera dei rappresentanti nel 2013, DeSantis fu tra i fondatori, due anni dopo, del gruppo parlamentare di repubblicani ultraconservatori, Freedom caucus. Con l’avvio dell’amministrazione Trump, divenne uno stretto alleato dell’allora presidente americano, difendendolo a spada tratta contro l’inchiesta sul cosiddetto Russiagate, condotta dal procuratore speciale Robert Mueller. Fu in questo clima di convergenza politica che, a dicembre 2017, Donald Trump diede il suo endorsement a DeSantis nel corso della sua prima campagna elettorale per diventare governatore della Florida. E così, alle elezioni governatoriali del 2018, DeSantis riuscì a ottenere la vittoria (per quanto sul filo del rasoio). Alla guida del Sunshine State, il diretto interessato ha portato avanti una linea politica conservatrice che lo ha reso in breve tempo un punto di riferimento in seno al Partito repubblicano. Sul fronte pandemico, si è schierato contro l’obbligo vaccinale e delle mascherine, adottando un approccio antitetico a quello restrittivo dell’amministrazione Biden. Inoltre, per quanto sia stato suggerito da qualcuno il contrario, DeSantis non è un no vax: non solo si è vaccinato contro il Covid ma, a luglio 2021, esortò anche i cittadini della Florida a fare altrettanto. Un altro cavallo di battaglia del governatore è il contrasto alla censura attuata dai big del Web: a maggio 2021 firmò in tal senso una legge che vietava alle piattaforme social di sospendere gli account di candidati politici statali. DeSantis ha inoltre messo nel mirino l’indottrinamento liberal nelle scuole. Era infatti aprile 2022, quando siglò una legge che vietava ai docenti di insegnare contenuti legati alla cosiddetta Critical race theory: un insieme di teorie sociologiche di matrice marxista che mira a reinterpretare la storia nell’ottica dell’oppressione razziale. Non solo. A marzo di quell’anno, proibì anche che nelle scuole pubbliche di grado inferiore venissero trattati temi come l’identità di genere: una misura che gli attirò le critiche di Disney. Da allora il governatore ha avviato un serrato duello con il colosso dell’entertainment: prima gli ha revocato lo status speciale di cui godeva in Florida e poi ha messo suoi alleati nel board locale della compagnia. Ne è scaturito un contenzioso legale che è ancora in corso. DeSantis è inoltre un aspro critico delle politiche migratorie dell’amministrazione Biden e, due mesi fa, ha siglato una legge piuttosto severa contro i clandestini. Infine, il governatore si è anche occupato di aborto: lo scorso aprile, ha firmato una norma statale che vieta l’interruzione di gravidanza dopo le sei settimane di gestazione (salvo eccezioni per la salute della donna o nei casi di incesto e stupro). Alle elezioni di novembre, De Santis è stato trionfalmente rieletto con quasi 20 punti di vantaggio. In Florida è molto popolare e anche a livello nazionale ampi strati del Partito repubblicano lo apprezzano. Ciononostante, nel corso dell’ultimo anno e mezzo, è entrato in conflitto con Trump, che ne ha sempre temuto le ambizioni presidenziali e che si è pertanto rifiutato di rinnovargli l’endorsement nel 2022. Dall’altra parte, secondo Politico, una parte importante nell’ascesa di DeSantis sarebbe dovuta alla moglie, Casey, che sembra essere piuttosto influente nella ristretta cerchia politica del governatore e che potrebbe quindi giocare un ruolo determinante nella campagna presidenziale da lui appena avviata.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
Continua a leggereRiduci
Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
Continua a leggereRiduci
Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
Continua a leggereRiduci