Sta aumentando la massa, poi cesellerà i muscoli, perdendo gli 8-10 chili necessari a salire sul palco nelle condizioni ideali. Quando si parla di Mister Olympia con un culturista professionista, è come parlare di Wimbledon con un tennista. Non esiste trofeo più glorioso. Vi accedono i migliori del mondo, una ventina in tutto, usciti vittoriosi da una scrematura di competizioni durissime. Presti vi parteciperà per la quarta volta, primo nostro connazionale a riuscirci dai tempi di Mauro Sarni (che ha all’attivo una partecipazione negli anni Novanta), e primo italiano così tante volte dai tempi del sardo Franco Columbu negli anni Settanta. Per capirci: Columbu era il miglior amico di quell’Arnold Schwarzenegger che il culturismo l’ha praticamente inventato, entrando nell’empireo di Hollywood e della politica. Il Gruppo Presti, suddiviso in sottogruppi dedicati alle consulenze sull’allenamento coi pesi, sull’alimentazione, sugli approfondimenti medici, sul perfezionamento di macchinari avveniristici, comparti presidiati da professionisti di ogni settore, fattura centinaia di migliaia di euro e ruota intorno ad Andrea, plurivittorioso Jannik Sinner del ferro. Raccontato su Instagram e nel bestseller Diventa ciò che sei (Rizzoli), compendio biografico che nel titolo strizza l’occhio un po’ a Nietzsche, un po’ a Spinoza.
Perché si diventa bodybuilder professionista?
«Ho iniziato col judo. Ma ho scelto di diventare un culturista per motivi prevalentemente estetici: desideravo quel tipo di fisicità erculea».
Direbbero i maliziosi: ha privilegiato l’estetica anziché misurarsi in una prestazione fisica.
«Chi sostiene che la gara di bodybuilding non contempli una prestazione, dovrebbe sottoporsi a una sessione di pose: non resisterebbe un minuto. Oltre ad assistere a un tipico allenamento di un culturista in palestra. Sa chi lo certifica meglio di tutti?».
Dica.
«Tanti miei amici calciatori di Serie A, cestisti, pugili e combattenti: sono i primi a riconoscere l’importanza dell’alimentazione e dell’allenamento coi pesi in ciò che fanno. Il bodybuilding è sia il mezzo per massimizzare le prestazioni di qualunque disciplina, sia uno sport a sé stante».
Ci arriveremo. Intanto: che cosa ha mangiato oggi?
«Dunque, stamattina una spremuta d’arancia, cereali, molti albumi d’uovo. Poi, dopo due-tre ore, riso e pollo, poi pasta e carne, poi dovrei mangiare cous cous e pesce, dopodiché…».
Ma quanti pasti fa al giorno?
«Sei pasti. Mangio ogni due, tre ore. Tra le fonti proteiche, siamo a 2, 2 grammi e mezzo al giorno per chilo corporeo. Durante la fase di massa, cioè il periodo in cui sono lontano dalle gare e costruisco il mio fisico, ingerisco circa 6.500 calorie giornaliere. Ho provato ad arrivare a 7.000, ma era troppo. Mi concedo frutti di mare, non lesino sui carboidrati perché il metabolismo me lo consente, la pizza ogni tanto. Quando si avvicina una gara, riduco le calorie, cambio i nutrienti».
Si dice che la dieta stretta sia il momento in cui i bodybuilder diventano nervosi.
«No, anzi, mangiare meno mi rende più brillante. I tempi in cui un culturista a ridosso di una gara ingeriva solo carne e acqua sono mitici, i nuovi approcci comportano sacrifici, ma sono gestibili, se il metabolismo lo consente. Forse chi lamenta le eccessive privazioni, cerca scuse per concedersi qualche sgarro (ride, ndr)».
Se non si mangia nel modo giusto, l’allenamento ne risente. Come si allena?
«Nei periodi di massa, mi alleno per tre giorni consecutivi seguiti da un giorno di riposo. Sessioni quotidiane di due ore e mezza, suddivise per gruppi muscolari e finalizzate su densità e sviluppo di ogni muscolo. Vicino a una gara, la musica cambia».
Come cambia?
«Aumenta la frequenza: mi alleno due volte al giorno, sei giorni su sette, ai pesi alterno sessioni di attività cardiovascolare».
Quei muscoli lì sono solo scena per imbastire uno show?
«Giudicate voi: nello stacco da terra utilizzo un bilanciere da 340 kg. Nello squat, eseguo dieci ripetizioni in accosciata completa con 240 kg. Su panca, distendo sopra di me diverse volte due manubri da 80 kg l’uno».
Direi che è molto forte.
«Sì, ma se fossi forte quanto sono grosso, probabilmente il Mister Olympia potrei pure vincerlo (sorride, ndr)».
Da che cosa dipende questo?
«Dalla genetica. Non si scappa. La genetica è il metro per misurare il talento di ogni sportivo, e nel culturismo è un indice manifesto. Penso di avere una genetica sopra la media che mi ha consentito di partecipare al Mister Olympia. Ma i primi tre/cinque atleti classificati a quel livello, sono qualcosa di fisicamente inarrivabile per qualsiasi essere umano».
Come si supplisce alle predisposizioni genetiche?
«Con un giusto mix di costanza, dedizione, pianificazione, studio di sé stessi».
In una gara di bodybuilding vince il più grosso?
«Vince chi presenta la miglior commistione di volumi, densità muscolare, qualità, che significa, tra le altre cose, il giusto compromesso nell’abbassare grasso, ottimizzare i liquidi e far risaltare i muscoli».
E ci si unge con l’olio, direbbe la sciura Maria!
«Certo, unti, fritti e impanati! Scherzi a parte, si sceglie un colore per far risaltare la pelle sotto i riflettori, ci si confronta su sette tipi di pose pensate per valorizzare la struttura nei diversi round in cui la giuria valuta ogni atleta. È sia un grande spettacolo, sia un duello rigoroso».
E perché le pose sono tanto faticose?
«Avete presente la classica posa di doppio bicipite? Provate a eseguirla davanti allo specchio, contraendo tutti i muscoli del vostro corpo per diversi minuti senza pause. Poi mi direte».
Il suo fisico non passerà inosservato tra i comuni mortali.
«Un aneddoto spassoso: per un po’ di tempo, alla mattina in palestra, alcune anziane iscritte mi squadravano con aria sospettosa. Un giorno, la più timida, dopo aver controllato chi fossi, si è avvicinata e mi ha detto: “Andrea! Tra poco avrai una gara, fammi controllare gli addominali!”».
Tuttavia si dice che gareggiare come culturista professionista sia impossibile senza un supporto chimico.
«Potrei cavarmela rispondendo che nessuno sport è esente dal doping. Ma sarebbe troppo comodo. Diciamo allora che il bodybuilding non è uno sport olimpico e non prevede controlli. È alla stregua del football americano e del wrestling. Dunque sì, il doping è praticato per massimizzare i risultati».
E se un ragazzino volesse a sua volta gareggiare?
«Gli direi di non farlo. O di farlo nelle competizioni da natural. Ci sono molti modi per divertirsi coi pesi. Ho convinto migliaia di ragazzi a lasciar perdere gli aspetti più estremi».
Lei però ha scelto proprio quella carriera: la più estrema.
«Ne sono consapevole. Pure dei rischi. Come lo è un pilota di Formula 1 quando corre a 300 all’ora, o un pugile quando si batte per il titolo mondiale».
Assiste quotidianamente persone di ogni sesso e età anche grazie ai social.
«Nel corso degli anni, con il mio gruppo, sono orgoglioso di aver aiutato tanti a migliorare il rapporto con sé stessi, magari chi soffriva di disturbi alimentari, o chi cercava di dare una motivazione nuova alla propria vita. Senza retorica».
Quante persone lavorano con lei?
«Tra professionisti di ogni settore contrattualizzati e collaboratori esterni, circa 30, 40 persone».
Non sono poi molti, i bodybuilder professionisti che guadagnano dalla loro attività, già dispendiosa per tutto il cibo ingurgitato.
«Ho iniziato facendo l’istruttore di sala pesi, pagato 7 euro all’ora. Poi il personal trainer a 20/30 euro. Nel frattempo frequentavo i seminari e corsi di settore. Ero iscritto a Scienze motorie, non ho mai finito. Nel 2013, il mio primo mentore, Piero Nocerino (figura leggendaria nel culturismo italiano, ndr) mi pagò viaggio e soggiorno per assistere al Mister Olympia in America. Iniziai a gareggiare. Trofei nazionali prima, europei dopo. Fino a conseguire il tesserino da professionista e cimentarmi nelle massime competizioni, dall’Arnold Classic a quell’Olympia, nel 2021, che avevo tanto sognato».
C’è qualcosa che non sopporta del bodybuilding odierno?
«Quella che viene chiamata in gergo “cultura del dissing”. Talvolta i culturisti professionisti in Italia sono troppo inclini a denigrarsi tra loro».
Da qui a vent’anni? Come si immagina? Ci ha pensato?
«In forma, impegnato ad allenarmi e a studiare attività e idee da promuovere nel mio campo. E poi sposato, con molti figli».