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2024-01-18
I dem vanno a sbattere contro l’Autonomia
Francesco Boccia (Imagoeconomica)
Dopo mesi di polemiche a distanza e di audizioni in commissione, sull’Autonomia si è cominciato a fare sul serio. Ieri infatti, al Senato, il ddl Calderoli che stabilisce le modalità con cui le Regioni a statuto ordinario possono richiedere maggiori attribuzioni per sé, è approdato in aula, ed è stato anche oggetto di una votazione rilevante. Il clou del primo vero banco di prova di questo discusso provvedimento, infatti, si è avuto quando le opposizioni hanno avanzato la richiesta che il ddl tornasse in commissione, senza procedere all’esame degli articoli da parte dell’assemblea.
Un tentativo, quello del «campo largo», che ha fatto il paio con la presentazione delle pregiudiziali di costituzionalità fatto martedì, con la velleitaria intenzione di affossare la legge. Anche questa volta i numeri non lasciavano scampo al centrosinistra, la cui richiesta infatti è stata nettamente bocciata, ma anche questa operazione si è innestata in un quadro che lascia facilmente intuire una tattica ostruzionistica nei prossimi giorni (a partire da oggi), quando cioè si passerà alle votazioni degli emendamenti e quindi sull’intero provvedimento.
Il canovaccio è noto e obbedirà a quanto già successo in commissione per questa e per altre leggi sensibili proposte dalla maggioranza dall’inizio della legislatura: interventi a raffica per illustrare ogni emendamento, richiami al regolamento e altri stratagemmi di questo tipo. Che Pd e M5s puntino, di sponda coi loro amministratori locali, a politicizzare il dibattito sull’Autonomia è parso ancor più evidente ieri in tarda mattinata, quando i dem hanno convocato una conferenza stampa per ribadire le critiche al ddl Calderoli, nella quale, per bocca del capogruppo e schleiniano di ferro Francesco Boccia è stata agitata la minaccia di una raccolta di firme per l’abrogazione della legge, una volta approvata. Un appello al popolo che suona per certi versi paradossale, dopo le critiche di «deriva plebiscitaria» indirizzate al premier Giorgia Meloni, ogniqualvolta quest’ultima fa riferimento al consenso popolare di cui gode il suo esecutivo e che non mancherà di risultare contraddittorio quando verosimilmente le sinistre criticheranno il presidente del Consiglio laddove dovesse decidere di sottoporre a referendum il premierato.
«Non basteranno le copertine di Linus», ha affermato Boccia, «dei comitati, da cui fuggono insigni giuristi che non vogliono mettere il loro nome su uno dei disastri più gravi della storia italiana, a far passare il ddl sull’autonomia differenziata. Non escludiamo il ricorso a nessuno strumento, referendum compreso». Sempre in conferenza stampa, Boccia ha confermato l’opzione del suo partito e delle altre opposizioni per l’ostruzionismo: «Faremo di tutto per fermarli, anche con gli strumenti regolamentari. Alcuni passaggi che hanno portato a una nuova mediazione fra Lega e Fdi stanno determinando la necessità di arrivare a nuove formulazioni, e ancora non abbiamo ancora iniziato».
Sul fronte parlamentare, oltre al fallimento dei tentativi di affossamento dell’opposizione, le parole più importanti le ha pronunciate il ministro e intestatario della legge Roberto Calderoli al termine della discussione generale, come da regolamento, laddove ha contestato punto per punto gli argomenti della minoranza, che si possono riassumere nell’accusa di un baratto Lega-Fratelli d’Italia tra Autonomia differenziata e premierato e di voler spaccare il Paese aumentando il divario tra i territori più ricchi e quelli più arretrati, vale a dire tra il Nord e il Sud.
Sul primo punto, Calderoli ha ricordato l’approvazione del Titolo V da parte del centrosinistra e osservato che il ddl «non spacca l’Italia, bensì attua la Costituzione», aggiungendo che «l’Autonomia differenziata non è nel mio testo di legge di attuazione ma è nella Costituzione che avete fatto voi». «Io ho cercato», ha detto ancora Calderoli, «di attuare la Costituzione rispetto a quello che c’è e c’era». Quanto all’accusa di uno scambio col premierato, il ministro ha risposto per le rime ai dem che avevano parlato di «barattellum» nel corso del dibattito in aula: «Non c’è nessun baratto tra premierato a Autonomia»,ha detto, «avete la memoria corta perché nel 2005 la Devolution aveva al suo interno il premierato e fu votata da tutto il centrodestra. Purtroppo fu bocciata dal referendum, ma la nostra volontà sul premierato era già chiara».
Insistendo sulle contraddizioni della sinistra che ora si scaglia contro l’Autonomia, Calderoli ha ricordato che quando ha iniziato il percorso del ddl, «Stefano Bonaccini è stato uno dei primi sostenitori e attuatori dell’Autonomia, perché ha sottoscritto le intese». «Oggi», ha aggiunto, «è presidente del Pd, ma nel 2018, quando si fecero le pre-intese, fu un governo di centrosinistra a sottoscriverle. Chi era vice governatrice della Regione Emilia-Romagna? Quella che oggi è segretaria del partito, solo che allora fu il Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna che aveva votato la richiesta dell’autonomia differenziata».
Allineato col ministro leghista tutto il centrodestra, come emerso nel corso della discussione: il senatore di Fdi Marco Lisei, capogruppo in commissione Affari costituzionali ha infatti ricordato che la sinistra «su questo tema aveva già cercato di legiferare nel 2018 con gli accordi tra Stato e Regioni, una sinistra che negli ultimi venti anni prima ha inserito l’autonomia in Costituzione e poi non ha fatto nulla per eliminare le differenze a livello territoriale».
«La separazione delle carriere si fa. È un impegno con i nostri elettori»
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha fatto la sua relazione sull’amministrazione della giustizia alla Camera e ha parlato di intercettazioni, obiettivi Pnrr, abuso d’ufficio e carceri. Inoltre, sulla separazione delle carriere tra magistrature giudicante e inquirente, il Guardasigilli ha ribadito la volontà del governo di arrivare sino in fondo: «Fa parte del nostro programma, è un impegno che abbiamo preso con i nostri elettori, lo faremo e non andremo alla calende greche» aggiungendo. Se la riforma si può fare con un minimo sindacale, si può fare, ma se vogliamo farla seriamente occorre una riforma costituzionale». E dopo l’ok della commissione Giustizia al Senato al ddl Nordio che contiene l’abrogazione dell’abuso d’ufficio, tanto contestato dall’opposizione, il ministro ieri ha sottolineato che «non c’è nessun contrasto con l’Europa. Secondo noi questo reato è evanescente, migliaia e migliaia di processi con spese enormi, l’unica soluzione è quella di abolirlo, siamo decisi di andare fino in fondo. L’Europa ci chiede di contrastare la corruzione e il nostro arsenale di contrasto è il più vasto e il severo di tutta l’Europa». Il Guardasigilli è tornato poi su un altro argomento molto discusso, le intercettazioni, storicamente da lui considerate «strumento indispensabile ma usato eccessivamente», e ha ribadito che tra le spese della giustizia una parte molto significativa è costituita da questo capitolo: «Non saranno mai toccate le intercettazione nelle inchieste su mafia, terrorismo o gravi reati di allarme sociale ma una razionalizzazione della spesa è necessaria». Così il ministro nel suo intervento parlando del decreto che ha individuato le prestazioni funzionali alle operazioni di intercettazione con la determinazione delle relative tariffe, entrato in vigore nel 2023. A questo proposito, Nordio ha parlato dell’adozione di un tariffario unico, valido per tutti gli uffici giudiziari che rende i compensi ivi stabiliti obbligatori e vincolanti. Poi ha aggiunto, con riferimento alla norma contenuta nel ddl Nordio, che tutela la privacy del terzo non indagato ma finito nelle intercettazioni, «siamo intervenuti al minimo sindacale, sulla tutela del terzo. Mi pare sia una norma minima di civiltà». Altro dossier delicato è quello che riguarda le carceri, su cui Nordio ha promesso interventi importanti su strutture esistenti perché nuove costruzioni sono difficili da realizzare. Ufficializzati anche gli obiettivi centrati con il Pnrr con il ministero in pole position per le prossime rate: «Nel corso del 2023 sono stati adottati e sono attualmente in vigore 16 atti attuativi, 9 per l’effettiva applicazione della riforma del processo civile e 7 per l’effettiva applicazione della riforma del processo penale. L’anno di riferimento fissato dal Pnrr, segnala una decisa accelerazione nella riduzione della durata dei processi: si registra una diminuzione del 19,2% nel settore civile e del 29% in quello penale. Particolarmente decisa è la riduzione, in quest’ultimo anno, nel settore penale, con meno 17,5% rispetto al primo trimestre del 2022, grazie a un aumento consistente dei procedimenti definiti». Anche perché, come rimarcato dal Guardasigilli, «i ritardi della giustizia ci costano oltre il 2% di Pil e la riluttanza degli investitori italiani e stranieri a investire proprio in Italia dipende dall’incertezza del diritto e dalla lunghezza dei processi». Insomma, «la nostra preoccupazione fondamentale è quella di rendere la giustizia rapida ed efficiente. Una giustizia rapida può essere una giustizia iniqua ma una giustizia lenta è sempre una non giustizia», ha sottolineato il ministro Nordio.
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Al Senato, il Pd prova a rimandare il testo in commissione per allungare i tempi, ma il blitz fallisce. Toni apocalittici da Francesco Boccia: «Uno dei disastri più gravi della storia italiana, referendum per fermarlo». Roberto Calderoli replica: «Ma se l’avete iniziata voi...».Il ministro Carlo Nordio alla Camera: «L’abuso d’ufficio? Reato troppo evanescente».Lo speciale contiene due articoli.Dopo mesi di polemiche a distanza e di audizioni in commissione, sull’Autonomia si è cominciato a fare sul serio. Ieri infatti, al Senato, il ddl Calderoli che stabilisce le modalità con cui le Regioni a statuto ordinario possono richiedere maggiori attribuzioni per sé, è approdato in aula, ed è stato anche oggetto di una votazione rilevante. Il clou del primo vero banco di prova di questo discusso provvedimento, infatti, si è avuto quando le opposizioni hanno avanzato la richiesta che il ddl tornasse in commissione, senza procedere all’esame degli articoli da parte dell’assemblea. Un tentativo, quello del «campo largo», che ha fatto il paio con la presentazione delle pregiudiziali di costituzionalità fatto martedì, con la velleitaria intenzione di affossare la legge. Anche questa volta i numeri non lasciavano scampo al centrosinistra, la cui richiesta infatti è stata nettamente bocciata, ma anche questa operazione si è innestata in un quadro che lascia facilmente intuire una tattica ostruzionistica nei prossimi giorni (a partire da oggi), quando cioè si passerà alle votazioni degli emendamenti e quindi sull’intero provvedimento.Il canovaccio è noto e obbedirà a quanto già successo in commissione per questa e per altre leggi sensibili proposte dalla maggioranza dall’inizio della legislatura: interventi a raffica per illustrare ogni emendamento, richiami al regolamento e altri stratagemmi di questo tipo. Che Pd e M5s puntino, di sponda coi loro amministratori locali, a politicizzare il dibattito sull’Autonomia è parso ancor più evidente ieri in tarda mattinata, quando i dem hanno convocato una conferenza stampa per ribadire le critiche al ddl Calderoli, nella quale, per bocca del capogruppo e schleiniano di ferro Francesco Boccia è stata agitata la minaccia di una raccolta di firme per l’abrogazione della legge, una volta approvata. Un appello al popolo che suona per certi versi paradossale, dopo le critiche di «deriva plebiscitaria» indirizzate al premier Giorgia Meloni, ogniqualvolta quest’ultima fa riferimento al consenso popolare di cui gode il suo esecutivo e che non mancherà di risultare contraddittorio quando verosimilmente le sinistre criticheranno il presidente del Consiglio laddove dovesse decidere di sottoporre a referendum il premierato. «Non basteranno le copertine di Linus», ha affermato Boccia, «dei comitati, da cui fuggono insigni giuristi che non vogliono mettere il loro nome su uno dei disastri più gravi della storia italiana, a far passare il ddl sull’autonomia differenziata. Non escludiamo il ricorso a nessuno strumento, referendum compreso». Sempre in conferenza stampa, Boccia ha confermato l’opzione del suo partito e delle altre opposizioni per l’ostruzionismo: «Faremo di tutto per fermarli, anche con gli strumenti regolamentari. Alcuni passaggi che hanno portato a una nuova mediazione fra Lega e Fdi stanno determinando la necessità di arrivare a nuove formulazioni, e ancora non abbiamo ancora iniziato». Sul fronte parlamentare, oltre al fallimento dei tentativi di affossamento dell’opposizione, le parole più importanti le ha pronunciate il ministro e intestatario della legge Roberto Calderoli al termine della discussione generale, come da regolamento, laddove ha contestato punto per punto gli argomenti della minoranza, che si possono riassumere nell’accusa di un baratto Lega-Fratelli d’Italia tra Autonomia differenziata e premierato e di voler spaccare il Paese aumentando il divario tra i territori più ricchi e quelli più arretrati, vale a dire tra il Nord e il Sud. Sul primo punto, Calderoli ha ricordato l’approvazione del Titolo V da parte del centrosinistra e osservato che il ddl «non spacca l’Italia, bensì attua la Costituzione», aggiungendo che «l’Autonomia differenziata non è nel mio testo di legge di attuazione ma è nella Costituzione che avete fatto voi». «Io ho cercato», ha detto ancora Calderoli, «di attuare la Costituzione rispetto a quello che c’è e c’era». Quanto all’accusa di uno scambio col premierato, il ministro ha risposto per le rime ai dem che avevano parlato di «barattellum» nel corso del dibattito in aula: «Non c’è nessun baratto tra premierato a Autonomia»,ha detto, «avete la memoria corta perché nel 2005 la Devolution aveva al suo interno il premierato e fu votata da tutto il centrodestra. Purtroppo fu bocciata dal referendum, ma la nostra volontà sul premierato era già chiara». Insistendo sulle contraddizioni della sinistra che ora si scaglia contro l’Autonomia, Calderoli ha ricordato che quando ha iniziato il percorso del ddl, «Stefano Bonaccini è stato uno dei primi sostenitori e attuatori dell’Autonomia, perché ha sottoscritto le intese». «Oggi», ha aggiunto, «è presidente del Pd, ma nel 2018, quando si fecero le pre-intese, fu un governo di centrosinistra a sottoscriverle. Chi era vice governatrice della Regione Emilia-Romagna? Quella che oggi è segretaria del partito, solo che allora fu il Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna che aveva votato la richiesta dell’autonomia differenziata». Allineato col ministro leghista tutto il centrodestra, come emerso nel corso della discussione: il senatore di Fdi Marco Lisei, capogruppo in commissione Affari costituzionali ha infatti ricordato che la sinistra «su questo tema aveva già cercato di legiferare nel 2018 con gli accordi tra Stato e Regioni, una sinistra che negli ultimi venti anni prima ha inserito l’autonomia in Costituzione e poi non ha fatto nulla per eliminare le differenze a livello territoriale».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dem-sbattono-contro-autonomia-2666985630.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-separazione-delle-carriere-si-fa-e-un-impegno-con-i-nostri-elettori" data-post-id="2666985630" data-published-at="1705532651" data-use-pagination="False"> «La separazione delle carriere si fa. È un impegno con i nostri elettori» Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha fatto la sua relazione sull’amministrazione della giustizia alla Camera e ha parlato di intercettazioni, obiettivi Pnrr, abuso d’ufficio e carceri. Inoltre, sulla separazione delle carriere tra magistrature giudicante e inquirente, il Guardasigilli ha ribadito la volontà del governo di arrivare sino in fondo: «Fa parte del nostro programma, è un impegno che abbiamo preso con i nostri elettori, lo faremo e non andremo alla calende greche» aggiungendo. Se la riforma si può fare con un minimo sindacale, si può fare, ma se vogliamo farla seriamente occorre una riforma costituzionale». E dopo l’ok della commissione Giustizia al Senato al ddl Nordio che contiene l’abrogazione dell’abuso d’ufficio, tanto contestato dall’opposizione, il ministro ieri ha sottolineato che «non c’è nessun contrasto con l’Europa. Secondo noi questo reato è evanescente, migliaia e migliaia di processi con spese enormi, l’unica soluzione è quella di abolirlo, siamo decisi di andare fino in fondo. L’Europa ci chiede di contrastare la corruzione e il nostro arsenale di contrasto è il più vasto e il severo di tutta l’Europa». Il Guardasigilli è tornato poi su un altro argomento molto discusso, le intercettazioni, storicamente da lui considerate «strumento indispensabile ma usato eccessivamente», e ha ribadito che tra le spese della giustizia una parte molto significativa è costituita da questo capitolo: «Non saranno mai toccate le intercettazione nelle inchieste su mafia, terrorismo o gravi reati di allarme sociale ma una razionalizzazione della spesa è necessaria». Così il ministro nel suo intervento parlando del decreto che ha individuato le prestazioni funzionali alle operazioni di intercettazione con la determinazione delle relative tariffe, entrato in vigore nel 2023. A questo proposito, Nordio ha parlato dell’adozione di un tariffario unico, valido per tutti gli uffici giudiziari che rende i compensi ivi stabiliti obbligatori e vincolanti. Poi ha aggiunto, con riferimento alla norma contenuta nel ddl Nordio, che tutela la privacy del terzo non indagato ma finito nelle intercettazioni, «siamo intervenuti al minimo sindacale, sulla tutela del terzo. Mi pare sia una norma minima di civiltà». Altro dossier delicato è quello che riguarda le carceri, su cui Nordio ha promesso interventi importanti su strutture esistenti perché nuove costruzioni sono difficili da realizzare. Ufficializzati anche gli obiettivi centrati con il Pnrr con il ministero in pole position per le prossime rate: «Nel corso del 2023 sono stati adottati e sono attualmente in vigore 16 atti attuativi, 9 per l’effettiva applicazione della riforma del processo civile e 7 per l’effettiva applicazione della riforma del processo penale. L’anno di riferimento fissato dal Pnrr, segnala una decisa accelerazione nella riduzione della durata dei processi: si registra una diminuzione del 19,2% nel settore civile e del 29% in quello penale. Particolarmente decisa è la riduzione, in quest’ultimo anno, nel settore penale, con meno 17,5% rispetto al primo trimestre del 2022, grazie a un aumento consistente dei procedimenti definiti». Anche perché, come rimarcato dal Guardasigilli, «i ritardi della giustizia ci costano oltre il 2% di Pil e la riluttanza degli investitori italiani e stranieri a investire proprio in Italia dipende dall’incertezza del diritto e dalla lunghezza dei processi». Insomma, «la nostra preoccupazione fondamentale è quella di rendere la giustizia rapida ed efficiente. Una giustizia rapida può essere una giustizia iniqua ma una giustizia lenta è sempre una non giustizia», ha sottolineato il ministro Nordio.
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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