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2024-01-18
I dem vanno a sbattere contro l’Autonomia
Francesco Boccia (Imagoeconomica)
Dopo mesi di polemiche a distanza e di audizioni in commissione, sull’Autonomia si è cominciato a fare sul serio. Ieri infatti, al Senato, il ddl Calderoli che stabilisce le modalità con cui le Regioni a statuto ordinario possono richiedere maggiori attribuzioni per sé, è approdato in aula, ed è stato anche oggetto di una votazione rilevante. Il clou del primo vero banco di prova di questo discusso provvedimento, infatti, si è avuto quando le opposizioni hanno avanzato la richiesta che il ddl tornasse in commissione, senza procedere all’esame degli articoli da parte dell’assemblea.
Un tentativo, quello del «campo largo», che ha fatto il paio con la presentazione delle pregiudiziali di costituzionalità fatto martedì, con la velleitaria intenzione di affossare la legge. Anche questa volta i numeri non lasciavano scampo al centrosinistra, la cui richiesta infatti è stata nettamente bocciata, ma anche questa operazione si è innestata in un quadro che lascia facilmente intuire una tattica ostruzionistica nei prossimi giorni (a partire da oggi), quando cioè si passerà alle votazioni degli emendamenti e quindi sull’intero provvedimento.
Il canovaccio è noto e obbedirà a quanto già successo in commissione per questa e per altre leggi sensibili proposte dalla maggioranza dall’inizio della legislatura: interventi a raffica per illustrare ogni emendamento, richiami al regolamento e altri stratagemmi di questo tipo. Che Pd e M5s puntino, di sponda coi loro amministratori locali, a politicizzare il dibattito sull’Autonomia è parso ancor più evidente ieri in tarda mattinata, quando i dem hanno convocato una conferenza stampa per ribadire le critiche al ddl Calderoli, nella quale, per bocca del capogruppo e schleiniano di ferro Francesco Boccia è stata agitata la minaccia di una raccolta di firme per l’abrogazione della legge, una volta approvata. Un appello al popolo che suona per certi versi paradossale, dopo le critiche di «deriva plebiscitaria» indirizzate al premier Giorgia Meloni, ogniqualvolta quest’ultima fa riferimento al consenso popolare di cui gode il suo esecutivo e che non mancherà di risultare contraddittorio quando verosimilmente le sinistre criticheranno il presidente del Consiglio laddove dovesse decidere di sottoporre a referendum il premierato.
«Non basteranno le copertine di Linus», ha affermato Boccia, «dei comitati, da cui fuggono insigni giuristi che non vogliono mettere il loro nome su uno dei disastri più gravi della storia italiana, a far passare il ddl sull’autonomia differenziata. Non escludiamo il ricorso a nessuno strumento, referendum compreso». Sempre in conferenza stampa, Boccia ha confermato l’opzione del suo partito e delle altre opposizioni per l’ostruzionismo: «Faremo di tutto per fermarli, anche con gli strumenti regolamentari. Alcuni passaggi che hanno portato a una nuova mediazione fra Lega e Fdi stanno determinando la necessità di arrivare a nuove formulazioni, e ancora non abbiamo ancora iniziato».
Sul fronte parlamentare, oltre al fallimento dei tentativi di affossamento dell’opposizione, le parole più importanti le ha pronunciate il ministro e intestatario della legge Roberto Calderoli al termine della discussione generale, come da regolamento, laddove ha contestato punto per punto gli argomenti della minoranza, che si possono riassumere nell’accusa di un baratto Lega-Fratelli d’Italia tra Autonomia differenziata e premierato e di voler spaccare il Paese aumentando il divario tra i territori più ricchi e quelli più arretrati, vale a dire tra il Nord e il Sud.
Sul primo punto, Calderoli ha ricordato l’approvazione del Titolo V da parte del centrosinistra e osservato che il ddl «non spacca l’Italia, bensì attua la Costituzione», aggiungendo che «l’Autonomia differenziata non è nel mio testo di legge di attuazione ma è nella Costituzione che avete fatto voi». «Io ho cercato», ha detto ancora Calderoli, «di attuare la Costituzione rispetto a quello che c’è e c’era». Quanto all’accusa di uno scambio col premierato, il ministro ha risposto per le rime ai dem che avevano parlato di «barattellum» nel corso del dibattito in aula: «Non c’è nessun baratto tra premierato a Autonomia»,ha detto, «avete la memoria corta perché nel 2005 la Devolution aveva al suo interno il premierato e fu votata da tutto il centrodestra. Purtroppo fu bocciata dal referendum, ma la nostra volontà sul premierato era già chiara».
Insistendo sulle contraddizioni della sinistra che ora si scaglia contro l’Autonomia, Calderoli ha ricordato che quando ha iniziato il percorso del ddl, «Stefano Bonaccini è stato uno dei primi sostenitori e attuatori dell’Autonomia, perché ha sottoscritto le intese». «Oggi», ha aggiunto, «è presidente del Pd, ma nel 2018, quando si fecero le pre-intese, fu un governo di centrosinistra a sottoscriverle. Chi era vice governatrice della Regione Emilia-Romagna? Quella che oggi è segretaria del partito, solo che allora fu il Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna che aveva votato la richiesta dell’autonomia differenziata».
Allineato col ministro leghista tutto il centrodestra, come emerso nel corso della discussione: il senatore di Fdi Marco Lisei, capogruppo in commissione Affari costituzionali ha infatti ricordato che la sinistra «su questo tema aveva già cercato di legiferare nel 2018 con gli accordi tra Stato e Regioni, una sinistra che negli ultimi venti anni prima ha inserito l’autonomia in Costituzione e poi non ha fatto nulla per eliminare le differenze a livello territoriale».
«La separazione delle carriere si fa. È un impegno con i nostri elettori»
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha fatto la sua relazione sull’amministrazione della giustizia alla Camera e ha parlato di intercettazioni, obiettivi Pnrr, abuso d’ufficio e carceri. Inoltre, sulla separazione delle carriere tra magistrature giudicante e inquirente, il Guardasigilli ha ribadito la volontà del governo di arrivare sino in fondo: «Fa parte del nostro programma, è un impegno che abbiamo preso con i nostri elettori, lo faremo e non andremo alla calende greche» aggiungendo. Se la riforma si può fare con un minimo sindacale, si può fare, ma se vogliamo farla seriamente occorre una riforma costituzionale». E dopo l’ok della commissione Giustizia al Senato al ddl Nordio che contiene l’abrogazione dell’abuso d’ufficio, tanto contestato dall’opposizione, il ministro ieri ha sottolineato che «non c’è nessun contrasto con l’Europa. Secondo noi questo reato è evanescente, migliaia e migliaia di processi con spese enormi, l’unica soluzione è quella di abolirlo, siamo decisi di andare fino in fondo. L’Europa ci chiede di contrastare la corruzione e il nostro arsenale di contrasto è il più vasto e il severo di tutta l’Europa». Il Guardasigilli è tornato poi su un altro argomento molto discusso, le intercettazioni, storicamente da lui considerate «strumento indispensabile ma usato eccessivamente», e ha ribadito che tra le spese della giustizia una parte molto significativa è costituita da questo capitolo: «Non saranno mai toccate le intercettazione nelle inchieste su mafia, terrorismo o gravi reati di allarme sociale ma una razionalizzazione della spesa è necessaria». Così il ministro nel suo intervento parlando del decreto che ha individuato le prestazioni funzionali alle operazioni di intercettazione con la determinazione delle relative tariffe, entrato in vigore nel 2023. A questo proposito, Nordio ha parlato dell’adozione di un tariffario unico, valido per tutti gli uffici giudiziari che rende i compensi ivi stabiliti obbligatori e vincolanti. Poi ha aggiunto, con riferimento alla norma contenuta nel ddl Nordio, che tutela la privacy del terzo non indagato ma finito nelle intercettazioni, «siamo intervenuti al minimo sindacale, sulla tutela del terzo. Mi pare sia una norma minima di civiltà». Altro dossier delicato è quello che riguarda le carceri, su cui Nordio ha promesso interventi importanti su strutture esistenti perché nuove costruzioni sono difficili da realizzare. Ufficializzati anche gli obiettivi centrati con il Pnrr con il ministero in pole position per le prossime rate: «Nel corso del 2023 sono stati adottati e sono attualmente in vigore 16 atti attuativi, 9 per l’effettiva applicazione della riforma del processo civile e 7 per l’effettiva applicazione della riforma del processo penale. L’anno di riferimento fissato dal Pnrr, segnala una decisa accelerazione nella riduzione della durata dei processi: si registra una diminuzione del 19,2% nel settore civile e del 29% in quello penale. Particolarmente decisa è la riduzione, in quest’ultimo anno, nel settore penale, con meno 17,5% rispetto al primo trimestre del 2022, grazie a un aumento consistente dei procedimenti definiti». Anche perché, come rimarcato dal Guardasigilli, «i ritardi della giustizia ci costano oltre il 2% di Pil e la riluttanza degli investitori italiani e stranieri a investire proprio in Italia dipende dall’incertezza del diritto e dalla lunghezza dei processi». Insomma, «la nostra preoccupazione fondamentale è quella di rendere la giustizia rapida ed efficiente. Una giustizia rapida può essere una giustizia iniqua ma una giustizia lenta è sempre una non giustizia», ha sottolineato il ministro Nordio.
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Al Senato, il Pd prova a rimandare il testo in commissione per allungare i tempi, ma il blitz fallisce. Toni apocalittici da Francesco Boccia: «Uno dei disastri più gravi della storia italiana, referendum per fermarlo». Roberto Calderoli replica: «Ma se l’avete iniziata voi...».Il ministro Carlo Nordio alla Camera: «L’abuso d’ufficio? Reato troppo evanescente».Lo speciale contiene due articoli.Dopo mesi di polemiche a distanza e di audizioni in commissione, sull’Autonomia si è cominciato a fare sul serio. Ieri infatti, al Senato, il ddl Calderoli che stabilisce le modalità con cui le Regioni a statuto ordinario possono richiedere maggiori attribuzioni per sé, è approdato in aula, ed è stato anche oggetto di una votazione rilevante. Il clou del primo vero banco di prova di questo discusso provvedimento, infatti, si è avuto quando le opposizioni hanno avanzato la richiesta che il ddl tornasse in commissione, senza procedere all’esame degli articoli da parte dell’assemblea. Un tentativo, quello del «campo largo», che ha fatto il paio con la presentazione delle pregiudiziali di costituzionalità fatto martedì, con la velleitaria intenzione di affossare la legge. Anche questa volta i numeri non lasciavano scampo al centrosinistra, la cui richiesta infatti è stata nettamente bocciata, ma anche questa operazione si è innestata in un quadro che lascia facilmente intuire una tattica ostruzionistica nei prossimi giorni (a partire da oggi), quando cioè si passerà alle votazioni degli emendamenti e quindi sull’intero provvedimento.Il canovaccio è noto e obbedirà a quanto già successo in commissione per questa e per altre leggi sensibili proposte dalla maggioranza dall’inizio della legislatura: interventi a raffica per illustrare ogni emendamento, richiami al regolamento e altri stratagemmi di questo tipo. Che Pd e M5s puntino, di sponda coi loro amministratori locali, a politicizzare il dibattito sull’Autonomia è parso ancor più evidente ieri in tarda mattinata, quando i dem hanno convocato una conferenza stampa per ribadire le critiche al ddl Calderoli, nella quale, per bocca del capogruppo e schleiniano di ferro Francesco Boccia è stata agitata la minaccia di una raccolta di firme per l’abrogazione della legge, una volta approvata. Un appello al popolo che suona per certi versi paradossale, dopo le critiche di «deriva plebiscitaria» indirizzate al premier Giorgia Meloni, ogniqualvolta quest’ultima fa riferimento al consenso popolare di cui gode il suo esecutivo e che non mancherà di risultare contraddittorio quando verosimilmente le sinistre criticheranno il presidente del Consiglio laddove dovesse decidere di sottoporre a referendum il premierato. «Non basteranno le copertine di Linus», ha affermato Boccia, «dei comitati, da cui fuggono insigni giuristi che non vogliono mettere il loro nome su uno dei disastri più gravi della storia italiana, a far passare il ddl sull’autonomia differenziata. Non escludiamo il ricorso a nessuno strumento, referendum compreso». Sempre in conferenza stampa, Boccia ha confermato l’opzione del suo partito e delle altre opposizioni per l’ostruzionismo: «Faremo di tutto per fermarli, anche con gli strumenti regolamentari. Alcuni passaggi che hanno portato a una nuova mediazione fra Lega e Fdi stanno determinando la necessità di arrivare a nuove formulazioni, e ancora non abbiamo ancora iniziato». Sul fronte parlamentare, oltre al fallimento dei tentativi di affossamento dell’opposizione, le parole più importanti le ha pronunciate il ministro e intestatario della legge Roberto Calderoli al termine della discussione generale, come da regolamento, laddove ha contestato punto per punto gli argomenti della minoranza, che si possono riassumere nell’accusa di un baratto Lega-Fratelli d’Italia tra Autonomia differenziata e premierato e di voler spaccare il Paese aumentando il divario tra i territori più ricchi e quelli più arretrati, vale a dire tra il Nord e il Sud. Sul primo punto, Calderoli ha ricordato l’approvazione del Titolo V da parte del centrosinistra e osservato che il ddl «non spacca l’Italia, bensì attua la Costituzione», aggiungendo che «l’Autonomia differenziata non è nel mio testo di legge di attuazione ma è nella Costituzione che avete fatto voi». «Io ho cercato», ha detto ancora Calderoli, «di attuare la Costituzione rispetto a quello che c’è e c’era». Quanto all’accusa di uno scambio col premierato, il ministro ha risposto per le rime ai dem che avevano parlato di «barattellum» nel corso del dibattito in aula: «Non c’è nessun baratto tra premierato a Autonomia»,ha detto, «avete la memoria corta perché nel 2005 la Devolution aveva al suo interno il premierato e fu votata da tutto il centrodestra. Purtroppo fu bocciata dal referendum, ma la nostra volontà sul premierato era già chiara». Insistendo sulle contraddizioni della sinistra che ora si scaglia contro l’Autonomia, Calderoli ha ricordato che quando ha iniziato il percorso del ddl, «Stefano Bonaccini è stato uno dei primi sostenitori e attuatori dell’Autonomia, perché ha sottoscritto le intese». «Oggi», ha aggiunto, «è presidente del Pd, ma nel 2018, quando si fecero le pre-intese, fu un governo di centrosinistra a sottoscriverle. Chi era vice governatrice della Regione Emilia-Romagna? Quella che oggi è segretaria del partito, solo che allora fu il Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna che aveva votato la richiesta dell’autonomia differenziata». Allineato col ministro leghista tutto il centrodestra, come emerso nel corso della discussione: il senatore di Fdi Marco Lisei, capogruppo in commissione Affari costituzionali ha infatti ricordato che la sinistra «su questo tema aveva già cercato di legiferare nel 2018 con gli accordi tra Stato e Regioni, una sinistra che negli ultimi venti anni prima ha inserito l’autonomia in Costituzione e poi non ha fatto nulla per eliminare le differenze a livello territoriale».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dem-sbattono-contro-autonomia-2666985630.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-separazione-delle-carriere-si-fa-e-un-impegno-con-i-nostri-elettori" data-post-id="2666985630" data-published-at="1705532651" data-use-pagination="False"> «La separazione delle carriere si fa. È un impegno con i nostri elettori» Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha fatto la sua relazione sull’amministrazione della giustizia alla Camera e ha parlato di intercettazioni, obiettivi Pnrr, abuso d’ufficio e carceri. Inoltre, sulla separazione delle carriere tra magistrature giudicante e inquirente, il Guardasigilli ha ribadito la volontà del governo di arrivare sino in fondo: «Fa parte del nostro programma, è un impegno che abbiamo preso con i nostri elettori, lo faremo e non andremo alla calende greche» aggiungendo. Se la riforma si può fare con un minimo sindacale, si può fare, ma se vogliamo farla seriamente occorre una riforma costituzionale». E dopo l’ok della commissione Giustizia al Senato al ddl Nordio che contiene l’abrogazione dell’abuso d’ufficio, tanto contestato dall’opposizione, il ministro ieri ha sottolineato che «non c’è nessun contrasto con l’Europa. Secondo noi questo reato è evanescente, migliaia e migliaia di processi con spese enormi, l’unica soluzione è quella di abolirlo, siamo decisi di andare fino in fondo. L’Europa ci chiede di contrastare la corruzione e il nostro arsenale di contrasto è il più vasto e il severo di tutta l’Europa». Il Guardasigilli è tornato poi su un altro argomento molto discusso, le intercettazioni, storicamente da lui considerate «strumento indispensabile ma usato eccessivamente», e ha ribadito che tra le spese della giustizia una parte molto significativa è costituita da questo capitolo: «Non saranno mai toccate le intercettazione nelle inchieste su mafia, terrorismo o gravi reati di allarme sociale ma una razionalizzazione della spesa è necessaria». Così il ministro nel suo intervento parlando del decreto che ha individuato le prestazioni funzionali alle operazioni di intercettazione con la determinazione delle relative tariffe, entrato in vigore nel 2023. A questo proposito, Nordio ha parlato dell’adozione di un tariffario unico, valido per tutti gli uffici giudiziari che rende i compensi ivi stabiliti obbligatori e vincolanti. Poi ha aggiunto, con riferimento alla norma contenuta nel ddl Nordio, che tutela la privacy del terzo non indagato ma finito nelle intercettazioni, «siamo intervenuti al minimo sindacale, sulla tutela del terzo. Mi pare sia una norma minima di civiltà». Altro dossier delicato è quello che riguarda le carceri, su cui Nordio ha promesso interventi importanti su strutture esistenti perché nuove costruzioni sono difficili da realizzare. Ufficializzati anche gli obiettivi centrati con il Pnrr con il ministero in pole position per le prossime rate: «Nel corso del 2023 sono stati adottati e sono attualmente in vigore 16 atti attuativi, 9 per l’effettiva applicazione della riforma del processo civile e 7 per l’effettiva applicazione della riforma del processo penale. L’anno di riferimento fissato dal Pnrr, segnala una decisa accelerazione nella riduzione della durata dei processi: si registra una diminuzione del 19,2% nel settore civile e del 29% in quello penale. Particolarmente decisa è la riduzione, in quest’ultimo anno, nel settore penale, con meno 17,5% rispetto al primo trimestre del 2022, grazie a un aumento consistente dei procedimenti definiti». Anche perché, come rimarcato dal Guardasigilli, «i ritardi della giustizia ci costano oltre il 2% di Pil e la riluttanza degli investitori italiani e stranieri a investire proprio in Italia dipende dall’incertezza del diritto e dalla lunghezza dei processi». Insomma, «la nostra preoccupazione fondamentale è quella di rendere la giustizia rapida ed efficiente. Una giustizia rapida può essere una giustizia iniqua ma una giustizia lenta è sempre una non giustizia», ha sottolineato il ministro Nordio.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.