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2024-01-18
I dem vanno a sbattere contro l’Autonomia
Francesco Boccia (Imagoeconomica)
Dopo mesi di polemiche a distanza e di audizioni in commissione, sull’Autonomia si è cominciato a fare sul serio. Ieri infatti, al Senato, il ddl Calderoli che stabilisce le modalità con cui le Regioni a statuto ordinario possono richiedere maggiori attribuzioni per sé, è approdato in aula, ed è stato anche oggetto di una votazione rilevante. Il clou del primo vero banco di prova di questo discusso provvedimento, infatti, si è avuto quando le opposizioni hanno avanzato la richiesta che il ddl tornasse in commissione, senza procedere all’esame degli articoli da parte dell’assemblea.
Un tentativo, quello del «campo largo», che ha fatto il paio con la presentazione delle pregiudiziali di costituzionalità fatto martedì, con la velleitaria intenzione di affossare la legge. Anche questa volta i numeri non lasciavano scampo al centrosinistra, la cui richiesta infatti è stata nettamente bocciata, ma anche questa operazione si è innestata in un quadro che lascia facilmente intuire una tattica ostruzionistica nei prossimi giorni (a partire da oggi), quando cioè si passerà alle votazioni degli emendamenti e quindi sull’intero provvedimento.
Il canovaccio è noto e obbedirà a quanto già successo in commissione per questa e per altre leggi sensibili proposte dalla maggioranza dall’inizio della legislatura: interventi a raffica per illustrare ogni emendamento, richiami al regolamento e altri stratagemmi di questo tipo. Che Pd e M5s puntino, di sponda coi loro amministratori locali, a politicizzare il dibattito sull’Autonomia è parso ancor più evidente ieri in tarda mattinata, quando i dem hanno convocato una conferenza stampa per ribadire le critiche al ddl Calderoli, nella quale, per bocca del capogruppo e schleiniano di ferro Francesco Boccia è stata agitata la minaccia di una raccolta di firme per l’abrogazione della legge, una volta approvata. Un appello al popolo che suona per certi versi paradossale, dopo le critiche di «deriva plebiscitaria» indirizzate al premier Giorgia Meloni, ogniqualvolta quest’ultima fa riferimento al consenso popolare di cui gode il suo esecutivo e che non mancherà di risultare contraddittorio quando verosimilmente le sinistre criticheranno il presidente del Consiglio laddove dovesse decidere di sottoporre a referendum il premierato.
«Non basteranno le copertine di Linus», ha affermato Boccia, «dei comitati, da cui fuggono insigni giuristi che non vogliono mettere il loro nome su uno dei disastri più gravi della storia italiana, a far passare il ddl sull’autonomia differenziata. Non escludiamo il ricorso a nessuno strumento, referendum compreso». Sempre in conferenza stampa, Boccia ha confermato l’opzione del suo partito e delle altre opposizioni per l’ostruzionismo: «Faremo di tutto per fermarli, anche con gli strumenti regolamentari. Alcuni passaggi che hanno portato a una nuova mediazione fra Lega e Fdi stanno determinando la necessità di arrivare a nuove formulazioni, e ancora non abbiamo ancora iniziato».
Sul fronte parlamentare, oltre al fallimento dei tentativi di affossamento dell’opposizione, le parole più importanti le ha pronunciate il ministro e intestatario della legge Roberto Calderoli al termine della discussione generale, come da regolamento, laddove ha contestato punto per punto gli argomenti della minoranza, che si possono riassumere nell’accusa di un baratto Lega-Fratelli d’Italia tra Autonomia differenziata e premierato e di voler spaccare il Paese aumentando il divario tra i territori più ricchi e quelli più arretrati, vale a dire tra il Nord e il Sud.
Sul primo punto, Calderoli ha ricordato l’approvazione del Titolo V da parte del centrosinistra e osservato che il ddl «non spacca l’Italia, bensì attua la Costituzione», aggiungendo che «l’Autonomia differenziata non è nel mio testo di legge di attuazione ma è nella Costituzione che avete fatto voi». «Io ho cercato», ha detto ancora Calderoli, «di attuare la Costituzione rispetto a quello che c’è e c’era». Quanto all’accusa di uno scambio col premierato, il ministro ha risposto per le rime ai dem che avevano parlato di «barattellum» nel corso del dibattito in aula: «Non c’è nessun baratto tra premierato a Autonomia»,ha detto, «avete la memoria corta perché nel 2005 la Devolution aveva al suo interno il premierato e fu votata da tutto il centrodestra. Purtroppo fu bocciata dal referendum, ma la nostra volontà sul premierato era già chiara».
Insistendo sulle contraddizioni della sinistra che ora si scaglia contro l’Autonomia, Calderoli ha ricordato che quando ha iniziato il percorso del ddl, «Stefano Bonaccini è stato uno dei primi sostenitori e attuatori dell’Autonomia, perché ha sottoscritto le intese». «Oggi», ha aggiunto, «è presidente del Pd, ma nel 2018, quando si fecero le pre-intese, fu un governo di centrosinistra a sottoscriverle. Chi era vice governatrice della Regione Emilia-Romagna? Quella che oggi è segretaria del partito, solo che allora fu il Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna che aveva votato la richiesta dell’autonomia differenziata».
Allineato col ministro leghista tutto il centrodestra, come emerso nel corso della discussione: il senatore di Fdi Marco Lisei, capogruppo in commissione Affari costituzionali ha infatti ricordato che la sinistra «su questo tema aveva già cercato di legiferare nel 2018 con gli accordi tra Stato e Regioni, una sinistra che negli ultimi venti anni prima ha inserito l’autonomia in Costituzione e poi non ha fatto nulla per eliminare le differenze a livello territoriale».
«La separazione delle carriere si fa. È un impegno con i nostri elettori»
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha fatto la sua relazione sull’amministrazione della giustizia alla Camera e ha parlato di intercettazioni, obiettivi Pnrr, abuso d’ufficio e carceri. Inoltre, sulla separazione delle carriere tra magistrature giudicante e inquirente, il Guardasigilli ha ribadito la volontà del governo di arrivare sino in fondo: «Fa parte del nostro programma, è un impegno che abbiamo preso con i nostri elettori, lo faremo e non andremo alla calende greche» aggiungendo. Se la riforma si può fare con un minimo sindacale, si può fare, ma se vogliamo farla seriamente occorre una riforma costituzionale». E dopo l’ok della commissione Giustizia al Senato al ddl Nordio che contiene l’abrogazione dell’abuso d’ufficio, tanto contestato dall’opposizione, il ministro ieri ha sottolineato che «non c’è nessun contrasto con l’Europa. Secondo noi questo reato è evanescente, migliaia e migliaia di processi con spese enormi, l’unica soluzione è quella di abolirlo, siamo decisi di andare fino in fondo. L’Europa ci chiede di contrastare la corruzione e il nostro arsenale di contrasto è il più vasto e il severo di tutta l’Europa». Il Guardasigilli è tornato poi su un altro argomento molto discusso, le intercettazioni, storicamente da lui considerate «strumento indispensabile ma usato eccessivamente», e ha ribadito che tra le spese della giustizia una parte molto significativa è costituita da questo capitolo: «Non saranno mai toccate le intercettazione nelle inchieste su mafia, terrorismo o gravi reati di allarme sociale ma una razionalizzazione della spesa è necessaria». Così il ministro nel suo intervento parlando del decreto che ha individuato le prestazioni funzionali alle operazioni di intercettazione con la determinazione delle relative tariffe, entrato in vigore nel 2023. A questo proposito, Nordio ha parlato dell’adozione di un tariffario unico, valido per tutti gli uffici giudiziari che rende i compensi ivi stabiliti obbligatori e vincolanti. Poi ha aggiunto, con riferimento alla norma contenuta nel ddl Nordio, che tutela la privacy del terzo non indagato ma finito nelle intercettazioni, «siamo intervenuti al minimo sindacale, sulla tutela del terzo. Mi pare sia una norma minima di civiltà». Altro dossier delicato è quello che riguarda le carceri, su cui Nordio ha promesso interventi importanti su strutture esistenti perché nuove costruzioni sono difficili da realizzare. Ufficializzati anche gli obiettivi centrati con il Pnrr con il ministero in pole position per le prossime rate: «Nel corso del 2023 sono stati adottati e sono attualmente in vigore 16 atti attuativi, 9 per l’effettiva applicazione della riforma del processo civile e 7 per l’effettiva applicazione della riforma del processo penale. L’anno di riferimento fissato dal Pnrr, segnala una decisa accelerazione nella riduzione della durata dei processi: si registra una diminuzione del 19,2% nel settore civile e del 29% in quello penale. Particolarmente decisa è la riduzione, in quest’ultimo anno, nel settore penale, con meno 17,5% rispetto al primo trimestre del 2022, grazie a un aumento consistente dei procedimenti definiti». Anche perché, come rimarcato dal Guardasigilli, «i ritardi della giustizia ci costano oltre il 2% di Pil e la riluttanza degli investitori italiani e stranieri a investire proprio in Italia dipende dall’incertezza del diritto e dalla lunghezza dei processi». Insomma, «la nostra preoccupazione fondamentale è quella di rendere la giustizia rapida ed efficiente. Una giustizia rapida può essere una giustizia iniqua ma una giustizia lenta è sempre una non giustizia», ha sottolineato il ministro Nordio.
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Al Senato, il Pd prova a rimandare il testo in commissione per allungare i tempi, ma il blitz fallisce. Toni apocalittici da Francesco Boccia: «Uno dei disastri più gravi della storia italiana, referendum per fermarlo». Roberto Calderoli replica: «Ma se l’avete iniziata voi...».Il ministro Carlo Nordio alla Camera: «L’abuso d’ufficio? Reato troppo evanescente».Lo speciale contiene due articoli.Dopo mesi di polemiche a distanza e di audizioni in commissione, sull’Autonomia si è cominciato a fare sul serio. Ieri infatti, al Senato, il ddl Calderoli che stabilisce le modalità con cui le Regioni a statuto ordinario possono richiedere maggiori attribuzioni per sé, è approdato in aula, ed è stato anche oggetto di una votazione rilevante. Il clou del primo vero banco di prova di questo discusso provvedimento, infatti, si è avuto quando le opposizioni hanno avanzato la richiesta che il ddl tornasse in commissione, senza procedere all’esame degli articoli da parte dell’assemblea. Un tentativo, quello del «campo largo», che ha fatto il paio con la presentazione delle pregiudiziali di costituzionalità fatto martedì, con la velleitaria intenzione di affossare la legge. Anche questa volta i numeri non lasciavano scampo al centrosinistra, la cui richiesta infatti è stata nettamente bocciata, ma anche questa operazione si è innestata in un quadro che lascia facilmente intuire una tattica ostruzionistica nei prossimi giorni (a partire da oggi), quando cioè si passerà alle votazioni degli emendamenti e quindi sull’intero provvedimento.Il canovaccio è noto e obbedirà a quanto già successo in commissione per questa e per altre leggi sensibili proposte dalla maggioranza dall’inizio della legislatura: interventi a raffica per illustrare ogni emendamento, richiami al regolamento e altri stratagemmi di questo tipo. Che Pd e M5s puntino, di sponda coi loro amministratori locali, a politicizzare il dibattito sull’Autonomia è parso ancor più evidente ieri in tarda mattinata, quando i dem hanno convocato una conferenza stampa per ribadire le critiche al ddl Calderoli, nella quale, per bocca del capogruppo e schleiniano di ferro Francesco Boccia è stata agitata la minaccia di una raccolta di firme per l’abrogazione della legge, una volta approvata. Un appello al popolo che suona per certi versi paradossale, dopo le critiche di «deriva plebiscitaria» indirizzate al premier Giorgia Meloni, ogniqualvolta quest’ultima fa riferimento al consenso popolare di cui gode il suo esecutivo e che non mancherà di risultare contraddittorio quando verosimilmente le sinistre criticheranno il presidente del Consiglio laddove dovesse decidere di sottoporre a referendum il premierato. «Non basteranno le copertine di Linus», ha affermato Boccia, «dei comitati, da cui fuggono insigni giuristi che non vogliono mettere il loro nome su uno dei disastri più gravi della storia italiana, a far passare il ddl sull’autonomia differenziata. Non escludiamo il ricorso a nessuno strumento, referendum compreso». Sempre in conferenza stampa, Boccia ha confermato l’opzione del suo partito e delle altre opposizioni per l’ostruzionismo: «Faremo di tutto per fermarli, anche con gli strumenti regolamentari. Alcuni passaggi che hanno portato a una nuova mediazione fra Lega e Fdi stanno determinando la necessità di arrivare a nuove formulazioni, e ancora non abbiamo ancora iniziato». Sul fronte parlamentare, oltre al fallimento dei tentativi di affossamento dell’opposizione, le parole più importanti le ha pronunciate il ministro e intestatario della legge Roberto Calderoli al termine della discussione generale, come da regolamento, laddove ha contestato punto per punto gli argomenti della minoranza, che si possono riassumere nell’accusa di un baratto Lega-Fratelli d’Italia tra Autonomia differenziata e premierato e di voler spaccare il Paese aumentando il divario tra i territori più ricchi e quelli più arretrati, vale a dire tra il Nord e il Sud. Sul primo punto, Calderoli ha ricordato l’approvazione del Titolo V da parte del centrosinistra e osservato che il ddl «non spacca l’Italia, bensì attua la Costituzione», aggiungendo che «l’Autonomia differenziata non è nel mio testo di legge di attuazione ma è nella Costituzione che avete fatto voi». «Io ho cercato», ha detto ancora Calderoli, «di attuare la Costituzione rispetto a quello che c’è e c’era». Quanto all’accusa di uno scambio col premierato, il ministro ha risposto per le rime ai dem che avevano parlato di «barattellum» nel corso del dibattito in aula: «Non c’è nessun baratto tra premierato a Autonomia»,ha detto, «avete la memoria corta perché nel 2005 la Devolution aveva al suo interno il premierato e fu votata da tutto il centrodestra. Purtroppo fu bocciata dal referendum, ma la nostra volontà sul premierato era già chiara». Insistendo sulle contraddizioni della sinistra che ora si scaglia contro l’Autonomia, Calderoli ha ricordato che quando ha iniziato il percorso del ddl, «Stefano Bonaccini è stato uno dei primi sostenitori e attuatori dell’Autonomia, perché ha sottoscritto le intese». «Oggi», ha aggiunto, «è presidente del Pd, ma nel 2018, quando si fecero le pre-intese, fu un governo di centrosinistra a sottoscriverle. Chi era vice governatrice della Regione Emilia-Romagna? Quella che oggi è segretaria del partito, solo che allora fu il Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna che aveva votato la richiesta dell’autonomia differenziata». Allineato col ministro leghista tutto il centrodestra, come emerso nel corso della discussione: il senatore di Fdi Marco Lisei, capogruppo in commissione Affari costituzionali ha infatti ricordato che la sinistra «su questo tema aveva già cercato di legiferare nel 2018 con gli accordi tra Stato e Regioni, una sinistra che negli ultimi venti anni prima ha inserito l’autonomia in Costituzione e poi non ha fatto nulla per eliminare le differenze a livello territoriale».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dem-sbattono-contro-autonomia-2666985630.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-separazione-delle-carriere-si-fa-e-un-impegno-con-i-nostri-elettori" data-post-id="2666985630" data-published-at="1705532651" data-use-pagination="False"> «La separazione delle carriere si fa. È un impegno con i nostri elettori» Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha fatto la sua relazione sull’amministrazione della giustizia alla Camera e ha parlato di intercettazioni, obiettivi Pnrr, abuso d’ufficio e carceri. Inoltre, sulla separazione delle carriere tra magistrature giudicante e inquirente, il Guardasigilli ha ribadito la volontà del governo di arrivare sino in fondo: «Fa parte del nostro programma, è un impegno che abbiamo preso con i nostri elettori, lo faremo e non andremo alla calende greche» aggiungendo. Se la riforma si può fare con un minimo sindacale, si può fare, ma se vogliamo farla seriamente occorre una riforma costituzionale». E dopo l’ok della commissione Giustizia al Senato al ddl Nordio che contiene l’abrogazione dell’abuso d’ufficio, tanto contestato dall’opposizione, il ministro ieri ha sottolineato che «non c’è nessun contrasto con l’Europa. Secondo noi questo reato è evanescente, migliaia e migliaia di processi con spese enormi, l’unica soluzione è quella di abolirlo, siamo decisi di andare fino in fondo. L’Europa ci chiede di contrastare la corruzione e il nostro arsenale di contrasto è il più vasto e il severo di tutta l’Europa». Il Guardasigilli è tornato poi su un altro argomento molto discusso, le intercettazioni, storicamente da lui considerate «strumento indispensabile ma usato eccessivamente», e ha ribadito che tra le spese della giustizia una parte molto significativa è costituita da questo capitolo: «Non saranno mai toccate le intercettazione nelle inchieste su mafia, terrorismo o gravi reati di allarme sociale ma una razionalizzazione della spesa è necessaria». Così il ministro nel suo intervento parlando del decreto che ha individuato le prestazioni funzionali alle operazioni di intercettazione con la determinazione delle relative tariffe, entrato in vigore nel 2023. A questo proposito, Nordio ha parlato dell’adozione di un tariffario unico, valido per tutti gli uffici giudiziari che rende i compensi ivi stabiliti obbligatori e vincolanti. Poi ha aggiunto, con riferimento alla norma contenuta nel ddl Nordio, che tutela la privacy del terzo non indagato ma finito nelle intercettazioni, «siamo intervenuti al minimo sindacale, sulla tutela del terzo. Mi pare sia una norma minima di civiltà». Altro dossier delicato è quello che riguarda le carceri, su cui Nordio ha promesso interventi importanti su strutture esistenti perché nuove costruzioni sono difficili da realizzare. Ufficializzati anche gli obiettivi centrati con il Pnrr con il ministero in pole position per le prossime rate: «Nel corso del 2023 sono stati adottati e sono attualmente in vigore 16 atti attuativi, 9 per l’effettiva applicazione della riforma del processo civile e 7 per l’effettiva applicazione della riforma del processo penale. L’anno di riferimento fissato dal Pnrr, segnala una decisa accelerazione nella riduzione della durata dei processi: si registra una diminuzione del 19,2% nel settore civile e del 29% in quello penale. Particolarmente decisa è la riduzione, in quest’ultimo anno, nel settore penale, con meno 17,5% rispetto al primo trimestre del 2022, grazie a un aumento consistente dei procedimenti definiti». Anche perché, come rimarcato dal Guardasigilli, «i ritardi della giustizia ci costano oltre il 2% di Pil e la riluttanza degli investitori italiani e stranieri a investire proprio in Italia dipende dall’incertezza del diritto e dalla lunghezza dei processi». Insomma, «la nostra preoccupazione fondamentale è quella di rendere la giustizia rapida ed efficiente. Una giustizia rapida può essere una giustizia iniqua ma una giustizia lenta è sempre una non giustizia», ha sottolineato il ministro Nordio.
Gianluigi Paragone smaschera il paradosso del fronte del No: un giorno difende l'autonomia dei giudici come fosse sacra e il giorno dopo, sul caso di Nicole Minetti, si arrabbia perché il Ministero non ha dato ordini ai magistrati o non ha inseguito i colpevoli in Uruguay.
Non accontentatevi del «mala tempora currunt», perché ora «sed peiora parantur». Non bisogna essere il mago Otelma per accorgersi che non c’è da stare allegri se il petrolio e il gas sono raddoppiati, se la Cina ci invade con prodotti in dumping perché è in iperproduzione e se la guerra dei dazi blocca la nostra merce alle frontiere. Che i tempi sono pessimi lo sanno tutti tranne la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, convinta che giocando con i carri armatini e rafforzando il Green deal ci si salva. Ha detto: «Non ci sono le condizioni per sospendere il Patto di stabilità». Al massimo due aiutini di Stato. E, mentre studia un piano per rinchiuderci in casa, mandarci a piedi e bloccarci i condizionatori causa mancanza di energia, risponde: «Non siamo ai tempi del Covid». Come dire: con il lockdown energetico mica dovete vaccinarvi.
Magari ci fosse un vaccino contro la miseria! Perché l’Europa è un malato grave e servirebbe subito la sospensione delle regole fiscali. Forse avendo dato gli ultimi, necessari, 90 miliardi a Volodymir Zelensky, avendo in testa di portare il bilancio Ue a 2.000 miliardi ammazzando di altre tasse imprese e contribuenti, volendo varare un riarmo da 800 miliardi, i soldi per lanciare un nuovo «recovery» non ci sono, ma di certo non è tempo di fare sottigliezze sugli zero virgola di bilancio. Va scritto a lettere cubitali: l’Europa, e l’eurozona ancora più gravemente, è in stagflazione. Ci sono impietosi i numeri: l’inflazione nei Paesi che hanno adottato l’euro ad aprile è salita al 3% (rispetto al 2,6% annuo fino a marzo e all’1,9% di febbraio), ma il tasso di crescita è inchiodato allo 0,1%, certificato da Eurostat, che stima ancora un +0,8% a fine anno. È la peggiore patologia economica che possa capitare: vuol dire che il volume economico arretra, ma l’inflazione sale. Stiamo importando energia a un costo spropositato ma, siccome per pagare le bollette aziende e famiglie spendono di più, la domanda aggregata frena; se poi si blocca l’export perché la Cina fa dumping e perché, ad esempio, a Dubai il lusso made in Italy non lo consuma più nessuno causa paura, ecco la tempesta perfetta. Con in più una sciagura: al timone della nave c’è una baronessa tutta chiacchiere e distintivo. Fuor di metafora: anche chi, come il vicepremier Antonio Tajani, dice che non si deve derogare dai vincoli di bilancio ma semmai accedere al Mes, oggi è di fronte al baratro economico annunciato. Che si materializza nelle parole di un’altra signora d’Europa. Christine Lagarde presidente della Bce.
L’inflazione ha accelerato ben sopra il target dell’Eurotower, ma ieri hanno deciso di lasciare i tassi invariati al 2% (anche quelli sul rifinanziamento restano al 2,15% e al 2,4%). La ragione? Pare che l’inflazione di fondo stia ancora al 2,2 e, quindi, l’impennata dei prezzi energetici oltre il 5% può essere interpretata per un po’ come una fiammata dovuta all’imbuto di Hormuz. Alle Borse è bastato che non ci sia stata la stretta immediata per pigliare fiato (la migliore è Milano, col +0,9 nonostante un tonfo di Stellantis che perde quasi il 6,4 mentre il petrolio arretra di 3 punti). La Lagarde però è stata chiara: non fateci la bocca. «Abbiamo discusso molto sulla possibilità di alzare, ma all’unanimità abbiamo deciso di stare fermi. La Bce non intende reagire immediatamente a uno shock di offerta», ha commentato. A giugno però potrebbe esserci la stretta: «Le prossime sei settimane», ha detto Lagarde, saranno il momento opportuno per valutare l’economia al fine di prendere una decisione ponderata sulla base di informazioni verificate e riesaminate».
La verità è che tutte le banche centrali - da Londra alla Fed - sono rimaste ferme. In Europa un combinato disposto di stagflazione conclamata e aumento dei tassi sarebbe mortale. Soprattutto per l’Italia, che deve spesare un enorme debito pubblico che l’inflazione erode nominalmente ma i tassi fanno diventare più caro. Chi sta peggio è la Francia (zero crescita, inflazione mensile all’1,2% e su base annua al 2,5%), ma la «locomotiva» Germania è al minimo (0,3% di crescita su base trimestrale, 0,5% di aumento mensile dei prezzi e annuale del 2,9%) e pure la Spagna dei presunti miracoli paga dazio: cresce dello 0,6%, ha però il più alto tasso d’inflazione, al 3,6%. Da noi i numeri non consolano: crescita allo 0,2%, inflazione annua al 2,9% secondo Eurostat, ma balzo ad aprile dell’1,7% con l’energia a +5,1% e carrello della spesa pesante (+2,5 con gli alimentari non lavorati, frutta e verdura per intenderci, che vanno su del 6% e i beni di frequente acquisto che schizzano a +4,3%). L’inflazione di fondo cala pero di uno 0,3, all’1,6%, ma non si vede nelle tasche. In proiezione di spesa ogni famiglia, se le cose continuano così, sborserà 1.000 euro in più a fine anno. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti due giorni fa ha detto: «No all’immagine del Paese al disastro: non è tutto oro, ma neppure stagflazione». Purtroppo dall’Europa sono arrivate pessime notizie: sed peiora parantur!
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Per il Primo Maggio, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto visita a PizzAut, la pizzeria di Monza nota per l’inserimento lavorativo di persone con disturbo dello spettro autistico. All’arrivo, la premier è stata accolta nel piazzale davanti al locale dai ragazzi del team insieme al fondatore Nino Acampora. «Per il Primo Maggio volevo venire a trovare i lavoratori più straordinari di tutti», ha dichiarato Meloni, rivolgendosi ai presenti.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La risoluzione impegna il governo ad «attivare interlocuzioni presso l’Ue volte al riconoscimento dell’eccezionalità della situazione in vista di una possibile attuazione della clausola di salvaguardia». Questa è una possibilità prevista dalle regole europee che consente agli Stati membri di sospendere temporaneamente i vincoli del Patto di Stabilità in caso di grave recessione economica nell’Eurozona e nell’Unione europea. Non si tratta comunque di misure unilaterali ed è sempre prevista l’autorizzazione da parte delle istituzioni Ue. Secondo il Codice di condotta sull’attuazione del Patto di Stabilità, in caso di attivazione delle clausole i Paesi con disavanzo eccessivo, che è il caso dell’Italia, non vedono sospese le regole fiscali ma possono ottenere una revisione del percorso di aggiustamento e una valutazione più flessibile da parte della Commissione Ue.
L’aggiornamento della risoluzione di maggioranza è un passo ulteriore e più forte rispetto al testo precedente dove c’era solo una generica richiesta alla Ue di una maggiore flessibilità nella gestione dei conti pubblici. La Camera ha approvato il testo con 180 voti favorevoli, 97 contrari e quattro astensioni (compreso il partito di Vannacci). Al Senato approvato con 96 sì e 60 no. La modifica è certamente il frutto di una pressione della Lega condotta in Parlamento da Alberto Bagnai e Claudio Borghi. «Il testo della risoluzione l’ho validato io quindi vuol dire che è stato condiviso», ha precisato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Da un lato la Lega spingeva per inserire un riferimento esplicito allo scostamento di bilancio, strumento che il governo non può e non vuole evocare apertamente per non irrigidire il non facile dialogo con Bruxelles, le clausole di salvaguardia tuttavia sono uno strumento concreto. La motivazione per invocarle è, come appare evidente, la situazione energetica seguita agli eventi bellici che si sono sviluppati a partire dal 28 febbraio, cioè dopo l’intervento americano in Iran. Una guerra che ha prodotto «un rilevante impatto asimmetrico sui costi energetici, in conseguenza di fattori al di fuori del controllo degli Stati dell’Unione», si legge nella risoluzione. D’altra parte la nuova governance europea prevede clausole di uscita in caso di circostanze eccezionali e in base alla risoluzione l’Italia deve intraprendere questa strada. Nel suo intervento al termine della discussione generale sul Dfp, il ministro Giorgetti aveva detto: «È molto difficile da sostenere, quantomeno politicamente, una clausola escape che preveda la possibilità di non considerare ai fini del Patto le spese per la difesa e invece le escluda per gli interventi in favore di famiglie e imprese per l’energia. C’è un’incongruenza logica che continueremo a ribadire».
La questione è chiara: da un lato l’esigenza di mettere in campo misure per evitare che l’impatto del conflitto in Medio Oriente si propaghi nel nostro Paese alla struttura dei prezzi, generando inflazione e quindi comprimendo il potere d’acquisto dei cittadini; dall’altro ci sono gli spazi assai limitati di finanza pubblica in un Paese come l’Italia fortemente indebitato, con un rapporto tra lo stock del debito e il Pil che nel 2025 è stato del 137,1% e che è dato in crescita nel 2026.
Nel corso del dibattito parlamentare il ministro Giorgetti aveva sottolineato come un Paese «fortemente indebitato non sia totalmente libero e ha un vincolo che non si può ignorare». La clausola invocata potrebbe essere il percorso giusto in questa fase in base a come andrà l’interlocuzione con l’Unione europea.
Intanto il governo si avvicina alla data di domani, 2 maggio, quando diventerà il secondo più longevo della storia repubblicana sorpassando il Berlusconi quater (2008-2011), di cui peraltro Giorgia Meloni faceva parte come ministro della Gioventù.
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