True
2025-01-23
Decenni di profezie verdi smentite. E ora pure Tusk lancia il contrordine
Al Gore (Getty Images)
Al momento non è una spallata al Green deal che il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, continua a difendere a spada tratta, ma nel Vecchio continente comincia a spirare un vento diverso. Forse sotto l’impulso delle prime decisioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, le voci critiche stanno uscendo allo scoperto. «Vi chiedo di avere una revisione critica e oggettiva di tutta la normativa, anche del Green deal. Dobbiamo essere in grado di cambiare questa normativa che può portare a una ulteriore impennata dei prezzi dell’energia», ha detto il primo ministro polacco, Donald Tusk, intervento ieri alla plenaria del Parlamento europeo di Strasburgo per presentare il programma della presidenza di turno polacca del Consiglio della Ue. Tusk ha messo il dito nella piaga: «L’indipendenza e la sovranità europea è collegata a quella energetica e se falliremo a livello economico nessuno si preoccuperà più dell’ambiente a livello mondiale». E ha messo in guardia da «conseguenze politiche terribilmente prevedibili se l’Ue proseguirà, senza una riflessione approfondita su questa strada». Anche la sinistra si sta accorgendo che seguendo questa strada l’Europa andrà sbattere. Pina Picierno, europarlamentare Pd e dal 2022 vicepresidente del Parlamento europeo, ha detto che la sinistra ha sbagliato sul green. «Le grandi transizioni non possono essere subite, serve una grande alleanza per la competitività e il benessere sociale». E poi: «Abbiamo tradotto tutto in una questione esclusivamente regolatoria ed è una trappola che rischia di dar ragione a chi è avverso alle transizioni ecologiche».
Profeti d sventure, Cassandre di disastri, aruspici di tragedie. Un esercito di personaggi più o meno illustri, di presunti esperti, si esercitano a disegnare scenari apocalittici legati all’industrializzazione intensiva nemica dell’ambiente. Scenari puntualmente smentiti dalla realtà. Eppure la corta memoria collettiva li mette sul podio dei sapienti il cui verbo va ascoltato.
Da quando l’ambientalismo estremista ha messo radici, trasformandosi in un’ideologia con legami scientifici laschi e allergica a qualsiasi critica o dubbio, finanche di illustri studiosi, i messaggi di possibili catastrofi naturali determinati dall’uomo si sono moltiplicati. Ebbene, da che mondo è mondo, l’uomo si è sempre esercitato nell’arte della veggenza specie di quella sui fenomeni naturali, forse memore dei grandi rivolgimenti ambientali della preistoria con il susseguirsi di periodi glaciali e forti siccità. Ne sono rimaste svariate testimonianze nelle antiche civiltà. Ma con l’ecologismo le profezie si sono trasformate in anatemi contro l’operato dell’uomo, sconfinando addirittura in una corrente di pensiero pauperista che trova la massima espressione in quella che è stata definita la decrescita felice. La tutela dell’ambiente è diventata una sorta di ossessione al punto da posizionarsi al top delle classifiche su ciò che preoccupa maggiormente le giovani generazioni.
Perché stupirsi quindi se lo sport dei sostenitori delle crociate ecologiste è lanciare messaggi catastrofisti, per mettere in riga chi dubita, chi osa criticare «il verbo» ambientalista, prefigurando sciagure a stretto giro, o infernali gironi danteschi per gli anni a venire. A cimentarsi con la sfera di cristallo sono intellettuali, presidenti di Stati, politici di primo piano, finanche premi Nobel, tutti puntualmente smentiti dai fatti. Alcuni di loro occupano ancora posizioni di rilievo e continuano a dispensare sermoni. L’ossessione ecologista ha creato dal nulla anche insoliti oracoli che improvvisamente, senza avere alcuna qualifica ma solo perché lanciavano anatemi più forti, hanno avuto accesso a capi di Stato e di governo più di blasonati esperti. È il caso di Greta Thunberg, ricevuta e soprattutto ascoltata con religioso silenzio, nei consessi internazionali. È il 2018 quando avverte: «In cinque anni l’umanità sarà spazzata via». Ebbene di anni ne sono passati sei ma di questa distruzione totale non c’è traccia. Qualcuno l’ha chiamata a render conto di quella sparata? O forse lei si è scusata di averla detta grossa?
Stando ad alcune dichiarazioni, l’umanità si sarebbe dovuta estinguere già da un paio di decenni. «La civiltà finirà entro 30 anni» disse il premio Nobel George Wald nel 1970 mentre sempre lo stesso anno lo Smithsonian institute, un’organizzazione di istruzione e ricerca che gestisce ben 19 musei, amministrato e finanziato dal governo degli Stati Uniti, con sede principale a Washington, aveva previsto che «in 25 anni tutte le specie animali viventi si estingueranno».
Nel 1972, contemporaneamente alla prima Conferenza mondiale dell’ambiente, viene dato alle stampe The limits of growth, commissionato dal Club di Roma, a cinque giovani studiosi del Mit, il Massachusetts institute of technology. Il messaggio è che le risorse non sono infinite e con questo modello di crescita - economica e demografica - il sistema Terra andrà ben presto incontro alla più grave crisi della sua storia. I ricercatori del Mit facevano una previsione sullo stato del mondo in un futuro prossimo, per prevedere gli effetti del cambiamento climatico o del declino della biodiversità, avvalendosi di un modello matematico che poi si è rivelato sbagliato. Nessuno degli scenari prospettati, ovvero esplosione demografica e scarsità delle risorse alimentari, in grado di mettere in crisi il pianeta si è verificato o è prossimo a verificarsi. Inoltre, minerali che oggi, secondo il rapporto, avrebbero dovuto essere da tempo esauriti - l’oro, l’argento, il mercurio, lo zinco e il piombo -sono ampiamente presenti e sono, anzi, aumentate le riserve che possono essere estratte.
C’è chi è stato più drastico nelle previsioni. Nel 1968, usciva un libro che ha fatto epoca: The population bomb di Paul Ehrlich, che prospettava un futuro di catastrofi per il pianeta. L’autorevole studioso della Standford university, che diventò famoso proprio per questo testo, sosteneva che la Terra era alle soglie di una crisi drammatica e irreversibile. Come gli studiosi del Mit, riteneva che la crescita esplosiva della popolazione avrebbe creato un problema di carenza di cibo. «La battaglia per nutrire l’umanità è persa», «Centinaia di milioni di persone moriranno per fame», «Il tasso di mortalità aumenterà nei decenni a venire»: queste le frasi apocalittiche che fecero il giro del mondo. Lo studioso concludeva che per evitare le carestie era necessario prendere provvedimenti per contenere le nascite. Una teoria che influenzò anche la politica del figlio unico in Cina, abolita solo nel 2013 e che causò non pochi problemi sociali e demografici. Nel 1967 William e Paul Paddock pubblicano Famine 1975! con il sottotitolo apocalittico America’s Decision: Who Will Survive?, in cui si annuncia una carestia mondiale a partire dalla metà degli anni Settanta. A giugno del 1989, l’Associate press riporta un’intervista a Noel Brown, direttore dell’ufficio di New York del Programma ambientale delle Nazioni Unite. L’alto funzionario avvertiva che intere nazioni sarebbero potute essere spazzate via dall’innalzamento del livello del mare se la tendenza al riscaldamento globale non fosse stata invertita entro il 2000.
Ma pochi anni prima, nel 1972, la studiosa Valentina Zharkova aveva presentato un report in cui suggeriva che l’attività solare era destinata a calare del 60%, fino ad arrivare a una nuova era glaciale nel 2030. Secondo lo studio fra il 2020 e il 2030 i cicli solari si cancelleranno uno con l’altro. Il Guardian nel febbraio 2004 preannuncia che «la Gran Bretagna sarà siberiana in meno di 20 anni».
Anche politici noti si sono sbizzarriti in profezie da cardiopalma. Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’era di Bill Clinton, nel 2008 prevede «la scomparsa della calotta polare artica entro cinque anni» mentre il principe Carlo nel 2009 lancia un ultimatum: «Abbiamo solo 96 mesi per salvare il mondo». Ma per il primo ministro del Regno Unito, Gordon Brown, il tempo era ancora minore. Ecco quello che diceva, sempre nel 2009, parlando al Major economic forum a Londra: «Abbiamo meno di 50 giorni per salvare il nostro pianeta dalla catastrofe». E poi: «In soli 25 anni i ghiacciai dell’Himalaya che forniscono acqua a tre quarti di un milione di persone, potrebbero scomparire»; «La prospettiva per la Gran Bretagna è di siccità più frequenti e di inondazioni sempre più frequenti». Nel 2014, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius annunciava: «Cinquecento giorni per evitare il caos climatico».
Per costoro sono decenni che l’umanità avrebbe dovuto perdere la speranza di sopravvivere. Ma nonostante la smentita della storia, i loro epigoni moderni, da Ursula von der Leyen ad António Guterres, continuano a lanciare allarmi verdi.
Continua a leggereRiduci
Il premier della Polonia, il Paese alla presidenza di turno del Consiglio dell’Ue: «Il Green deal va rivisto». Tutti gli allarmi catastrofisti sul clima, dalla carestia globale alle estinzioni di massa, si sono rivelati falsi.Al momento non è una spallata al Green deal che il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, continua a difendere a spada tratta, ma nel Vecchio continente comincia a spirare un vento diverso. Forse sotto l’impulso delle prime decisioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, le voci critiche stanno uscendo allo scoperto. «Vi chiedo di avere una revisione critica e oggettiva di tutta la normativa, anche del Green deal. Dobbiamo essere in grado di cambiare questa normativa che può portare a una ulteriore impennata dei prezzi dell’energia», ha detto il primo ministro polacco, Donald Tusk, intervento ieri alla plenaria del Parlamento europeo di Strasburgo per presentare il programma della presidenza di turno polacca del Consiglio della Ue. Tusk ha messo il dito nella piaga: «L’indipendenza e la sovranità europea è collegata a quella energetica e se falliremo a livello economico nessuno si preoccuperà più dell’ambiente a livello mondiale». E ha messo in guardia da «conseguenze politiche terribilmente prevedibili se l’Ue proseguirà, senza una riflessione approfondita su questa strada». Anche la sinistra si sta accorgendo che seguendo questa strada l’Europa andrà sbattere. Pina Picierno, europarlamentare Pd e dal 2022 vicepresidente del Parlamento europeo, ha detto che la sinistra ha sbagliato sul green. «Le grandi transizioni non possono essere subite, serve una grande alleanza per la competitività e il benessere sociale». E poi: «Abbiamo tradotto tutto in una questione esclusivamente regolatoria ed è una trappola che rischia di dar ragione a chi è avverso alle transizioni ecologiche».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/decenni-di-profezie-verdi-smentite-2670916803.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2670916803" data-published-at="1737576313" data-use-pagination="False"> Profeti d sventure, Cassandre di disastri, aruspici di tragedie. Un esercito di personaggi più o meno illustri, di presunti esperti, si esercitano a disegnare scenari apocalittici legati all’industrializzazione intensiva nemica dell’ambiente. Scenari puntualmente smentiti dalla realtà. Eppure la corta memoria collettiva li mette sul podio dei sapienti il cui verbo va ascoltato.Da quando l’ambientalismo estremista ha messo radici, trasformandosi in un’ideologia con legami scientifici laschi e allergica a qualsiasi critica o dubbio, finanche di illustri studiosi, i messaggi di possibili catastrofi naturali determinati dall’uomo si sono moltiplicati. Ebbene, da che mondo è mondo, l’uomo si è sempre esercitato nell’arte della veggenza specie di quella sui fenomeni naturali, forse memore dei grandi rivolgimenti ambientali della preistoria con il susseguirsi di periodi glaciali e forti siccità. Ne sono rimaste svariate testimonianze nelle antiche civiltà. Ma con l’ecologismo le profezie si sono trasformate in anatemi contro l’operato dell’uomo, sconfinando addirittura in una corrente di pensiero pauperista che trova la massima espressione in quella che è stata definita la decrescita felice. La tutela dell’ambiente è diventata una sorta di ossessione al punto da posizionarsi al top delle classifiche su ciò che preoccupa maggiormente le giovani generazioni.Perché stupirsi quindi se lo sport dei sostenitori delle crociate ecologiste è lanciare messaggi catastrofisti, per mettere in riga chi dubita, chi osa criticare «il verbo» ambientalista, prefigurando sciagure a stretto giro, o infernali gironi danteschi per gli anni a venire. A cimentarsi con la sfera di cristallo sono intellettuali, presidenti di Stati, politici di primo piano, finanche premi Nobel, tutti puntualmente smentiti dai fatti. Alcuni di loro occupano ancora posizioni di rilievo e continuano a dispensare sermoni. L’ossessione ecologista ha creato dal nulla anche insoliti oracoli che improvvisamente, senza avere alcuna qualifica ma solo perché lanciavano anatemi più forti, hanno avuto accesso a capi di Stato e di governo più di blasonati esperti. È il caso di Greta Thunberg, ricevuta e soprattutto ascoltata con religioso silenzio, nei consessi internazionali. È il 2018 quando avverte: «In cinque anni l’umanità sarà spazzata via». Ebbene di anni ne sono passati sei ma di questa distruzione totale non c’è traccia. Qualcuno l’ha chiamata a render conto di quella sparata? O forse lei si è scusata di averla detta grossa?Stando ad alcune dichiarazioni, l’umanità si sarebbe dovuta estinguere già da un paio di decenni. «La civiltà finirà entro 30 anni» disse il premio Nobel George Wald nel 1970 mentre sempre lo stesso anno lo Smithsonian institute, un’organizzazione di istruzione e ricerca che gestisce ben 19 musei, amministrato e finanziato dal governo degli Stati Uniti, con sede principale a Washington, aveva previsto che «in 25 anni tutte le specie animali viventi si estingueranno».Nel 1972, contemporaneamente alla prima Conferenza mondiale dell’ambiente, viene dato alle stampe The limits of growth, commissionato dal Club di Roma, a cinque giovani studiosi del Mit, il Massachusetts institute of technology. Il messaggio è che le risorse non sono infinite e con questo modello di crescita - economica e demografica - il sistema Terra andrà ben presto incontro alla più grave crisi della sua storia. I ricercatori del Mit facevano una previsione sullo stato del mondo in un futuro prossimo, per prevedere gli effetti del cambiamento climatico o del declino della biodiversità, avvalendosi di un modello matematico che poi si è rivelato sbagliato. Nessuno degli scenari prospettati, ovvero esplosione demografica e scarsità delle risorse alimentari, in grado di mettere in crisi il pianeta si è verificato o è prossimo a verificarsi. Inoltre, minerali che oggi, secondo il rapporto, avrebbero dovuto essere da tempo esauriti - l’oro, l’argento, il mercurio, lo zinco e il piombo -sono ampiamente presenti e sono, anzi, aumentate le riserve che possono essere estratte.C’è chi è stato più drastico nelle previsioni. Nel 1968, usciva un libro che ha fatto epoca: The population bomb di Paul Ehrlich, che prospettava un futuro di catastrofi per il pianeta. L’autorevole studioso della Standford university, che diventò famoso proprio per questo testo, sosteneva che la Terra era alle soglie di una crisi drammatica e irreversibile. Come gli studiosi del Mit, riteneva che la crescita esplosiva della popolazione avrebbe creato un problema di carenza di cibo. «La battaglia per nutrire l’umanità è persa», «Centinaia di milioni di persone moriranno per fame», «Il tasso di mortalità aumenterà nei decenni a venire»: queste le frasi apocalittiche che fecero il giro del mondo. Lo studioso concludeva che per evitare le carestie era necessario prendere provvedimenti per contenere le nascite. Una teoria che influenzò anche la politica del figlio unico in Cina, abolita solo nel 2013 e che causò non pochi problemi sociali e demografici. Nel 1967 William e Paul Paddock pubblicano Famine 1975! con il sottotitolo apocalittico America’s Decision: Who Will Survive?, in cui si annuncia una carestia mondiale a partire dalla metà degli anni Settanta. A giugno del 1989, l’Associate press riporta un’intervista a Noel Brown, direttore dell’ufficio di New York del Programma ambientale delle Nazioni Unite. L’alto funzionario avvertiva che intere nazioni sarebbero potute essere spazzate via dall’innalzamento del livello del mare se la tendenza al riscaldamento globale non fosse stata invertita entro il 2000.Ma pochi anni prima, nel 1972, la studiosa Valentina Zharkova aveva presentato un report in cui suggeriva che l’attività solare era destinata a calare del 60%, fino ad arrivare a una nuova era glaciale nel 2030. Secondo lo studio fra il 2020 e il 2030 i cicli solari si cancelleranno uno con l’altro. Il Guardian nel febbraio 2004 preannuncia che «la Gran Bretagna sarà siberiana in meno di 20 anni».Anche politici noti si sono sbizzarriti in profezie da cardiopalma. Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’era di Bill Clinton, nel 2008 prevede «la scomparsa della calotta polare artica entro cinque anni» mentre il principe Carlo nel 2009 lancia un ultimatum: «Abbiamo solo 96 mesi per salvare il mondo». Ma per il primo ministro del Regno Unito, Gordon Brown, il tempo era ancora minore. Ecco quello che diceva, sempre nel 2009, parlando al Major economic forum a Londra: «Abbiamo meno di 50 giorni per salvare il nostro pianeta dalla catastrofe». E poi: «In soli 25 anni i ghiacciai dell’Himalaya che forniscono acqua a tre quarti di un milione di persone, potrebbero scomparire»; «La prospettiva per la Gran Bretagna è di siccità più frequenti e di inondazioni sempre più frequenti». Nel 2014, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius annunciava: «Cinquecento giorni per evitare il caos climatico».Per costoro sono decenni che l’umanità avrebbe dovuto perdere la speranza di sopravvivere. Ma nonostante la smentita della storia, i loro epigoni moderni, da Ursula von der Leyen ad António Guterres, continuano a lanciare allarmi verdi.
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
Continua a leggereRiduci
Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
Continua a leggereRiduci