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2025-01-23
Decenni di profezie verdi smentite. E ora pure Tusk lancia il contrordine
Al Gore (Getty Images)
Al momento non è una spallata al Green deal che il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, continua a difendere a spada tratta, ma nel Vecchio continente comincia a spirare un vento diverso. Forse sotto l’impulso delle prime decisioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, le voci critiche stanno uscendo allo scoperto. «Vi chiedo di avere una revisione critica e oggettiva di tutta la normativa, anche del Green deal. Dobbiamo essere in grado di cambiare questa normativa che può portare a una ulteriore impennata dei prezzi dell’energia», ha detto il primo ministro polacco, Donald Tusk, intervento ieri alla plenaria del Parlamento europeo di Strasburgo per presentare il programma della presidenza di turno polacca del Consiglio della Ue. Tusk ha messo il dito nella piaga: «L’indipendenza e la sovranità europea è collegata a quella energetica e se falliremo a livello economico nessuno si preoccuperà più dell’ambiente a livello mondiale». E ha messo in guardia da «conseguenze politiche terribilmente prevedibili se l’Ue proseguirà, senza una riflessione approfondita su questa strada». Anche la sinistra si sta accorgendo che seguendo questa strada l’Europa andrà sbattere. Pina Picierno, europarlamentare Pd e dal 2022 vicepresidente del Parlamento europeo, ha detto che la sinistra ha sbagliato sul green. «Le grandi transizioni non possono essere subite, serve una grande alleanza per la competitività e il benessere sociale». E poi: «Abbiamo tradotto tutto in una questione esclusivamente regolatoria ed è una trappola che rischia di dar ragione a chi è avverso alle transizioni ecologiche».
Profeti d sventure, Cassandre di disastri, aruspici di tragedie. Un esercito di personaggi più o meno illustri, di presunti esperti, si esercitano a disegnare scenari apocalittici legati all’industrializzazione intensiva nemica dell’ambiente. Scenari puntualmente smentiti dalla realtà. Eppure la corta memoria collettiva li mette sul podio dei sapienti il cui verbo va ascoltato.
Da quando l’ambientalismo estremista ha messo radici, trasformandosi in un’ideologia con legami scientifici laschi e allergica a qualsiasi critica o dubbio, finanche di illustri studiosi, i messaggi di possibili catastrofi naturali determinati dall’uomo si sono moltiplicati. Ebbene, da che mondo è mondo, l’uomo si è sempre esercitato nell’arte della veggenza specie di quella sui fenomeni naturali, forse memore dei grandi rivolgimenti ambientali della preistoria con il susseguirsi di periodi glaciali e forti siccità. Ne sono rimaste svariate testimonianze nelle antiche civiltà. Ma con l’ecologismo le profezie si sono trasformate in anatemi contro l’operato dell’uomo, sconfinando addirittura in una corrente di pensiero pauperista che trova la massima espressione in quella che è stata definita la decrescita felice. La tutela dell’ambiente è diventata una sorta di ossessione al punto da posizionarsi al top delle classifiche su ciò che preoccupa maggiormente le giovani generazioni.
Perché stupirsi quindi se lo sport dei sostenitori delle crociate ecologiste è lanciare messaggi catastrofisti, per mettere in riga chi dubita, chi osa criticare «il verbo» ambientalista, prefigurando sciagure a stretto giro, o infernali gironi danteschi per gli anni a venire. A cimentarsi con la sfera di cristallo sono intellettuali, presidenti di Stati, politici di primo piano, finanche premi Nobel, tutti puntualmente smentiti dai fatti. Alcuni di loro occupano ancora posizioni di rilievo e continuano a dispensare sermoni. L’ossessione ecologista ha creato dal nulla anche insoliti oracoli che improvvisamente, senza avere alcuna qualifica ma solo perché lanciavano anatemi più forti, hanno avuto accesso a capi di Stato e di governo più di blasonati esperti. È il caso di Greta Thunberg, ricevuta e soprattutto ascoltata con religioso silenzio, nei consessi internazionali. È il 2018 quando avverte: «In cinque anni l’umanità sarà spazzata via». Ebbene di anni ne sono passati sei ma di questa distruzione totale non c’è traccia. Qualcuno l’ha chiamata a render conto di quella sparata? O forse lei si è scusata di averla detta grossa?
Stando ad alcune dichiarazioni, l’umanità si sarebbe dovuta estinguere già da un paio di decenni. «La civiltà finirà entro 30 anni» disse il premio Nobel George Wald nel 1970 mentre sempre lo stesso anno lo Smithsonian institute, un’organizzazione di istruzione e ricerca che gestisce ben 19 musei, amministrato e finanziato dal governo degli Stati Uniti, con sede principale a Washington, aveva previsto che «in 25 anni tutte le specie animali viventi si estingueranno».
Nel 1972, contemporaneamente alla prima Conferenza mondiale dell’ambiente, viene dato alle stampe The limits of growth, commissionato dal Club di Roma, a cinque giovani studiosi del Mit, il Massachusetts institute of technology. Il messaggio è che le risorse non sono infinite e con questo modello di crescita - economica e demografica - il sistema Terra andrà ben presto incontro alla più grave crisi della sua storia. I ricercatori del Mit facevano una previsione sullo stato del mondo in un futuro prossimo, per prevedere gli effetti del cambiamento climatico o del declino della biodiversità, avvalendosi di un modello matematico che poi si è rivelato sbagliato. Nessuno degli scenari prospettati, ovvero esplosione demografica e scarsità delle risorse alimentari, in grado di mettere in crisi il pianeta si è verificato o è prossimo a verificarsi. Inoltre, minerali che oggi, secondo il rapporto, avrebbero dovuto essere da tempo esauriti - l’oro, l’argento, il mercurio, lo zinco e il piombo -sono ampiamente presenti e sono, anzi, aumentate le riserve che possono essere estratte.
C’è chi è stato più drastico nelle previsioni. Nel 1968, usciva un libro che ha fatto epoca: The population bomb di Paul Ehrlich, che prospettava un futuro di catastrofi per il pianeta. L’autorevole studioso della Standford university, che diventò famoso proprio per questo testo, sosteneva che la Terra era alle soglie di una crisi drammatica e irreversibile. Come gli studiosi del Mit, riteneva che la crescita esplosiva della popolazione avrebbe creato un problema di carenza di cibo. «La battaglia per nutrire l’umanità è persa», «Centinaia di milioni di persone moriranno per fame», «Il tasso di mortalità aumenterà nei decenni a venire»: queste le frasi apocalittiche che fecero il giro del mondo. Lo studioso concludeva che per evitare le carestie era necessario prendere provvedimenti per contenere le nascite. Una teoria che influenzò anche la politica del figlio unico in Cina, abolita solo nel 2013 e che causò non pochi problemi sociali e demografici. Nel 1967 William e Paul Paddock pubblicano Famine 1975! con il sottotitolo apocalittico America’s Decision: Who Will Survive?, in cui si annuncia una carestia mondiale a partire dalla metà degli anni Settanta. A giugno del 1989, l’Associate press riporta un’intervista a Noel Brown, direttore dell’ufficio di New York del Programma ambientale delle Nazioni Unite. L’alto funzionario avvertiva che intere nazioni sarebbero potute essere spazzate via dall’innalzamento del livello del mare se la tendenza al riscaldamento globale non fosse stata invertita entro il 2000.
Ma pochi anni prima, nel 1972, la studiosa Valentina Zharkova aveva presentato un report in cui suggeriva che l’attività solare era destinata a calare del 60%, fino ad arrivare a una nuova era glaciale nel 2030. Secondo lo studio fra il 2020 e il 2030 i cicli solari si cancelleranno uno con l’altro. Il Guardian nel febbraio 2004 preannuncia che «la Gran Bretagna sarà siberiana in meno di 20 anni».
Anche politici noti si sono sbizzarriti in profezie da cardiopalma. Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’era di Bill Clinton, nel 2008 prevede «la scomparsa della calotta polare artica entro cinque anni» mentre il principe Carlo nel 2009 lancia un ultimatum: «Abbiamo solo 96 mesi per salvare il mondo». Ma per il primo ministro del Regno Unito, Gordon Brown, il tempo era ancora minore. Ecco quello che diceva, sempre nel 2009, parlando al Major economic forum a Londra: «Abbiamo meno di 50 giorni per salvare il nostro pianeta dalla catastrofe». E poi: «In soli 25 anni i ghiacciai dell’Himalaya che forniscono acqua a tre quarti di un milione di persone, potrebbero scomparire»; «La prospettiva per la Gran Bretagna è di siccità più frequenti e di inondazioni sempre più frequenti». Nel 2014, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius annunciava: «Cinquecento giorni per evitare il caos climatico».
Per costoro sono decenni che l’umanità avrebbe dovuto perdere la speranza di sopravvivere. Ma nonostante la smentita della storia, i loro epigoni moderni, da Ursula von der Leyen ad António Guterres, continuano a lanciare allarmi verdi.
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Il premier della Polonia, il Paese alla presidenza di turno del Consiglio dell’Ue: «Il Green deal va rivisto». Tutti gli allarmi catastrofisti sul clima, dalla carestia globale alle estinzioni di massa, si sono rivelati falsi.Al momento non è una spallata al Green deal che il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, continua a difendere a spada tratta, ma nel Vecchio continente comincia a spirare un vento diverso. Forse sotto l’impulso delle prime decisioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, le voci critiche stanno uscendo allo scoperto. «Vi chiedo di avere una revisione critica e oggettiva di tutta la normativa, anche del Green deal. Dobbiamo essere in grado di cambiare questa normativa che può portare a una ulteriore impennata dei prezzi dell’energia», ha detto il primo ministro polacco, Donald Tusk, intervento ieri alla plenaria del Parlamento europeo di Strasburgo per presentare il programma della presidenza di turno polacca del Consiglio della Ue. Tusk ha messo il dito nella piaga: «L’indipendenza e la sovranità europea è collegata a quella energetica e se falliremo a livello economico nessuno si preoccuperà più dell’ambiente a livello mondiale». E ha messo in guardia da «conseguenze politiche terribilmente prevedibili se l’Ue proseguirà, senza una riflessione approfondita su questa strada». Anche la sinistra si sta accorgendo che seguendo questa strada l’Europa andrà sbattere. Pina Picierno, europarlamentare Pd e dal 2022 vicepresidente del Parlamento europeo, ha detto che la sinistra ha sbagliato sul green. «Le grandi transizioni non possono essere subite, serve una grande alleanza per la competitività e il benessere sociale». E poi: «Abbiamo tradotto tutto in una questione esclusivamente regolatoria ed è una trappola che rischia di dar ragione a chi è avverso alle transizioni ecologiche».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/decenni-di-profezie-verdi-smentite-2670916803.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2670916803" data-published-at="1737576313" data-use-pagination="False"> Profeti d sventure, Cassandre di disastri, aruspici di tragedie. Un esercito di personaggi più o meno illustri, di presunti esperti, si esercitano a disegnare scenari apocalittici legati all’industrializzazione intensiva nemica dell’ambiente. Scenari puntualmente smentiti dalla realtà. Eppure la corta memoria collettiva li mette sul podio dei sapienti il cui verbo va ascoltato.Da quando l’ambientalismo estremista ha messo radici, trasformandosi in un’ideologia con legami scientifici laschi e allergica a qualsiasi critica o dubbio, finanche di illustri studiosi, i messaggi di possibili catastrofi naturali determinati dall’uomo si sono moltiplicati. Ebbene, da che mondo è mondo, l’uomo si è sempre esercitato nell’arte della veggenza specie di quella sui fenomeni naturali, forse memore dei grandi rivolgimenti ambientali della preistoria con il susseguirsi di periodi glaciali e forti siccità. Ne sono rimaste svariate testimonianze nelle antiche civiltà. Ma con l’ecologismo le profezie si sono trasformate in anatemi contro l’operato dell’uomo, sconfinando addirittura in una corrente di pensiero pauperista che trova la massima espressione in quella che è stata definita la decrescita felice. La tutela dell’ambiente è diventata una sorta di ossessione al punto da posizionarsi al top delle classifiche su ciò che preoccupa maggiormente le giovani generazioni.Perché stupirsi quindi se lo sport dei sostenitori delle crociate ecologiste è lanciare messaggi catastrofisti, per mettere in riga chi dubita, chi osa criticare «il verbo» ambientalista, prefigurando sciagure a stretto giro, o infernali gironi danteschi per gli anni a venire. A cimentarsi con la sfera di cristallo sono intellettuali, presidenti di Stati, politici di primo piano, finanche premi Nobel, tutti puntualmente smentiti dai fatti. Alcuni di loro occupano ancora posizioni di rilievo e continuano a dispensare sermoni. L’ossessione ecologista ha creato dal nulla anche insoliti oracoli che improvvisamente, senza avere alcuna qualifica ma solo perché lanciavano anatemi più forti, hanno avuto accesso a capi di Stato e di governo più di blasonati esperti. È il caso di Greta Thunberg, ricevuta e soprattutto ascoltata con religioso silenzio, nei consessi internazionali. È il 2018 quando avverte: «In cinque anni l’umanità sarà spazzata via». Ebbene di anni ne sono passati sei ma di questa distruzione totale non c’è traccia. Qualcuno l’ha chiamata a render conto di quella sparata? O forse lei si è scusata di averla detta grossa?Stando ad alcune dichiarazioni, l’umanità si sarebbe dovuta estinguere già da un paio di decenni. «La civiltà finirà entro 30 anni» disse il premio Nobel George Wald nel 1970 mentre sempre lo stesso anno lo Smithsonian institute, un’organizzazione di istruzione e ricerca che gestisce ben 19 musei, amministrato e finanziato dal governo degli Stati Uniti, con sede principale a Washington, aveva previsto che «in 25 anni tutte le specie animali viventi si estingueranno».Nel 1972, contemporaneamente alla prima Conferenza mondiale dell’ambiente, viene dato alle stampe The limits of growth, commissionato dal Club di Roma, a cinque giovani studiosi del Mit, il Massachusetts institute of technology. Il messaggio è che le risorse non sono infinite e con questo modello di crescita - economica e demografica - il sistema Terra andrà ben presto incontro alla più grave crisi della sua storia. I ricercatori del Mit facevano una previsione sullo stato del mondo in un futuro prossimo, per prevedere gli effetti del cambiamento climatico o del declino della biodiversità, avvalendosi di un modello matematico che poi si è rivelato sbagliato. Nessuno degli scenari prospettati, ovvero esplosione demografica e scarsità delle risorse alimentari, in grado di mettere in crisi il pianeta si è verificato o è prossimo a verificarsi. Inoltre, minerali che oggi, secondo il rapporto, avrebbero dovuto essere da tempo esauriti - l’oro, l’argento, il mercurio, lo zinco e il piombo -sono ampiamente presenti e sono, anzi, aumentate le riserve che possono essere estratte.C’è chi è stato più drastico nelle previsioni. Nel 1968, usciva un libro che ha fatto epoca: The population bomb di Paul Ehrlich, che prospettava un futuro di catastrofi per il pianeta. L’autorevole studioso della Standford university, che diventò famoso proprio per questo testo, sosteneva che la Terra era alle soglie di una crisi drammatica e irreversibile. Come gli studiosi del Mit, riteneva che la crescita esplosiva della popolazione avrebbe creato un problema di carenza di cibo. «La battaglia per nutrire l’umanità è persa», «Centinaia di milioni di persone moriranno per fame», «Il tasso di mortalità aumenterà nei decenni a venire»: queste le frasi apocalittiche che fecero il giro del mondo. Lo studioso concludeva che per evitare le carestie era necessario prendere provvedimenti per contenere le nascite. Una teoria che influenzò anche la politica del figlio unico in Cina, abolita solo nel 2013 e che causò non pochi problemi sociali e demografici. Nel 1967 William e Paul Paddock pubblicano Famine 1975! con il sottotitolo apocalittico America’s Decision: Who Will Survive?, in cui si annuncia una carestia mondiale a partire dalla metà degli anni Settanta. A giugno del 1989, l’Associate press riporta un’intervista a Noel Brown, direttore dell’ufficio di New York del Programma ambientale delle Nazioni Unite. L’alto funzionario avvertiva che intere nazioni sarebbero potute essere spazzate via dall’innalzamento del livello del mare se la tendenza al riscaldamento globale non fosse stata invertita entro il 2000.Ma pochi anni prima, nel 1972, la studiosa Valentina Zharkova aveva presentato un report in cui suggeriva che l’attività solare era destinata a calare del 60%, fino ad arrivare a una nuova era glaciale nel 2030. Secondo lo studio fra il 2020 e il 2030 i cicli solari si cancelleranno uno con l’altro. Il Guardian nel febbraio 2004 preannuncia che «la Gran Bretagna sarà siberiana in meno di 20 anni».Anche politici noti si sono sbizzarriti in profezie da cardiopalma. Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’era di Bill Clinton, nel 2008 prevede «la scomparsa della calotta polare artica entro cinque anni» mentre il principe Carlo nel 2009 lancia un ultimatum: «Abbiamo solo 96 mesi per salvare il mondo». Ma per il primo ministro del Regno Unito, Gordon Brown, il tempo era ancora minore. Ecco quello che diceva, sempre nel 2009, parlando al Major economic forum a Londra: «Abbiamo meno di 50 giorni per salvare il nostro pianeta dalla catastrofe». E poi: «In soli 25 anni i ghiacciai dell’Himalaya che forniscono acqua a tre quarti di un milione di persone, potrebbero scomparire»; «La prospettiva per la Gran Bretagna è di siccità più frequenti e di inondazioni sempre più frequenti». Nel 2014, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius annunciava: «Cinquecento giorni per evitare il caos climatico».Per costoro sono decenni che l’umanità avrebbe dovuto perdere la speranza di sopravvivere. Ma nonostante la smentita della storia, i loro epigoni moderni, da Ursula von der Leyen ad António Guterres, continuano a lanciare allarmi verdi.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.