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2025-01-23
Decenni di profezie verdi smentite. E ora pure Tusk lancia il contrordine
Al Gore (Getty Images)
Al momento non è una spallata al Green deal che il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, continua a difendere a spada tratta, ma nel Vecchio continente comincia a spirare un vento diverso. Forse sotto l’impulso delle prime decisioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, le voci critiche stanno uscendo allo scoperto. «Vi chiedo di avere una revisione critica e oggettiva di tutta la normativa, anche del Green deal. Dobbiamo essere in grado di cambiare questa normativa che può portare a una ulteriore impennata dei prezzi dell’energia», ha detto il primo ministro polacco, Donald Tusk, intervento ieri alla plenaria del Parlamento europeo di Strasburgo per presentare il programma della presidenza di turno polacca del Consiglio della Ue. Tusk ha messo il dito nella piaga: «L’indipendenza e la sovranità europea è collegata a quella energetica e se falliremo a livello economico nessuno si preoccuperà più dell’ambiente a livello mondiale». E ha messo in guardia da «conseguenze politiche terribilmente prevedibili se l’Ue proseguirà, senza una riflessione approfondita su questa strada». Anche la sinistra si sta accorgendo che seguendo questa strada l’Europa andrà sbattere. Pina Picierno, europarlamentare Pd e dal 2022 vicepresidente del Parlamento europeo, ha detto che la sinistra ha sbagliato sul green. «Le grandi transizioni non possono essere subite, serve una grande alleanza per la competitività e il benessere sociale». E poi: «Abbiamo tradotto tutto in una questione esclusivamente regolatoria ed è una trappola che rischia di dar ragione a chi è avverso alle transizioni ecologiche».
Profeti d sventure, Cassandre di disastri, aruspici di tragedie. Un esercito di personaggi più o meno illustri, di presunti esperti, si esercitano a disegnare scenari apocalittici legati all’industrializzazione intensiva nemica dell’ambiente. Scenari puntualmente smentiti dalla realtà. Eppure la corta memoria collettiva li mette sul podio dei sapienti il cui verbo va ascoltato.
Da quando l’ambientalismo estremista ha messo radici, trasformandosi in un’ideologia con legami scientifici laschi e allergica a qualsiasi critica o dubbio, finanche di illustri studiosi, i messaggi di possibili catastrofi naturali determinati dall’uomo si sono moltiplicati. Ebbene, da che mondo è mondo, l’uomo si è sempre esercitato nell’arte della veggenza specie di quella sui fenomeni naturali, forse memore dei grandi rivolgimenti ambientali della preistoria con il susseguirsi di periodi glaciali e forti siccità. Ne sono rimaste svariate testimonianze nelle antiche civiltà. Ma con l’ecologismo le profezie si sono trasformate in anatemi contro l’operato dell’uomo, sconfinando addirittura in una corrente di pensiero pauperista che trova la massima espressione in quella che è stata definita la decrescita felice. La tutela dell’ambiente è diventata una sorta di ossessione al punto da posizionarsi al top delle classifiche su ciò che preoccupa maggiormente le giovani generazioni.
Perché stupirsi quindi se lo sport dei sostenitori delle crociate ecologiste è lanciare messaggi catastrofisti, per mettere in riga chi dubita, chi osa criticare «il verbo» ambientalista, prefigurando sciagure a stretto giro, o infernali gironi danteschi per gli anni a venire. A cimentarsi con la sfera di cristallo sono intellettuali, presidenti di Stati, politici di primo piano, finanche premi Nobel, tutti puntualmente smentiti dai fatti. Alcuni di loro occupano ancora posizioni di rilievo e continuano a dispensare sermoni. L’ossessione ecologista ha creato dal nulla anche insoliti oracoli che improvvisamente, senza avere alcuna qualifica ma solo perché lanciavano anatemi più forti, hanno avuto accesso a capi di Stato e di governo più di blasonati esperti. È il caso di Greta Thunberg, ricevuta e soprattutto ascoltata con religioso silenzio, nei consessi internazionali. È il 2018 quando avverte: «In cinque anni l’umanità sarà spazzata via». Ebbene di anni ne sono passati sei ma di questa distruzione totale non c’è traccia. Qualcuno l’ha chiamata a render conto di quella sparata? O forse lei si è scusata di averla detta grossa?
Stando ad alcune dichiarazioni, l’umanità si sarebbe dovuta estinguere già da un paio di decenni. «La civiltà finirà entro 30 anni» disse il premio Nobel George Wald nel 1970 mentre sempre lo stesso anno lo Smithsonian institute, un’organizzazione di istruzione e ricerca che gestisce ben 19 musei, amministrato e finanziato dal governo degli Stati Uniti, con sede principale a Washington, aveva previsto che «in 25 anni tutte le specie animali viventi si estingueranno».
Nel 1972, contemporaneamente alla prima Conferenza mondiale dell’ambiente, viene dato alle stampe The limits of growth, commissionato dal Club di Roma, a cinque giovani studiosi del Mit, il Massachusetts institute of technology. Il messaggio è che le risorse non sono infinite e con questo modello di crescita - economica e demografica - il sistema Terra andrà ben presto incontro alla più grave crisi della sua storia. I ricercatori del Mit facevano una previsione sullo stato del mondo in un futuro prossimo, per prevedere gli effetti del cambiamento climatico o del declino della biodiversità, avvalendosi di un modello matematico che poi si è rivelato sbagliato. Nessuno degli scenari prospettati, ovvero esplosione demografica e scarsità delle risorse alimentari, in grado di mettere in crisi il pianeta si è verificato o è prossimo a verificarsi. Inoltre, minerali che oggi, secondo il rapporto, avrebbero dovuto essere da tempo esauriti - l’oro, l’argento, il mercurio, lo zinco e il piombo -sono ampiamente presenti e sono, anzi, aumentate le riserve che possono essere estratte.
C’è chi è stato più drastico nelle previsioni. Nel 1968, usciva un libro che ha fatto epoca: The population bomb di Paul Ehrlich, che prospettava un futuro di catastrofi per il pianeta. L’autorevole studioso della Standford university, che diventò famoso proprio per questo testo, sosteneva che la Terra era alle soglie di una crisi drammatica e irreversibile. Come gli studiosi del Mit, riteneva che la crescita esplosiva della popolazione avrebbe creato un problema di carenza di cibo. «La battaglia per nutrire l’umanità è persa», «Centinaia di milioni di persone moriranno per fame», «Il tasso di mortalità aumenterà nei decenni a venire»: queste le frasi apocalittiche che fecero il giro del mondo. Lo studioso concludeva che per evitare le carestie era necessario prendere provvedimenti per contenere le nascite. Una teoria che influenzò anche la politica del figlio unico in Cina, abolita solo nel 2013 e che causò non pochi problemi sociali e demografici. Nel 1967 William e Paul Paddock pubblicano Famine 1975! con il sottotitolo apocalittico America’s Decision: Who Will Survive?, in cui si annuncia una carestia mondiale a partire dalla metà degli anni Settanta. A giugno del 1989, l’Associate press riporta un’intervista a Noel Brown, direttore dell’ufficio di New York del Programma ambientale delle Nazioni Unite. L’alto funzionario avvertiva che intere nazioni sarebbero potute essere spazzate via dall’innalzamento del livello del mare se la tendenza al riscaldamento globale non fosse stata invertita entro il 2000.
Ma pochi anni prima, nel 1972, la studiosa Valentina Zharkova aveva presentato un report in cui suggeriva che l’attività solare era destinata a calare del 60%, fino ad arrivare a una nuova era glaciale nel 2030. Secondo lo studio fra il 2020 e il 2030 i cicli solari si cancelleranno uno con l’altro. Il Guardian nel febbraio 2004 preannuncia che «la Gran Bretagna sarà siberiana in meno di 20 anni».
Anche politici noti si sono sbizzarriti in profezie da cardiopalma. Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’era di Bill Clinton, nel 2008 prevede «la scomparsa della calotta polare artica entro cinque anni» mentre il principe Carlo nel 2009 lancia un ultimatum: «Abbiamo solo 96 mesi per salvare il mondo». Ma per il primo ministro del Regno Unito, Gordon Brown, il tempo era ancora minore. Ecco quello che diceva, sempre nel 2009, parlando al Major economic forum a Londra: «Abbiamo meno di 50 giorni per salvare il nostro pianeta dalla catastrofe». E poi: «In soli 25 anni i ghiacciai dell’Himalaya che forniscono acqua a tre quarti di un milione di persone, potrebbero scomparire»; «La prospettiva per la Gran Bretagna è di siccità più frequenti e di inondazioni sempre più frequenti». Nel 2014, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius annunciava: «Cinquecento giorni per evitare il caos climatico».
Per costoro sono decenni che l’umanità avrebbe dovuto perdere la speranza di sopravvivere. Ma nonostante la smentita della storia, i loro epigoni moderni, da Ursula von der Leyen ad António Guterres, continuano a lanciare allarmi verdi.
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Il premier della Polonia, il Paese alla presidenza di turno del Consiglio dell’Ue: «Il Green deal va rivisto». Tutti gli allarmi catastrofisti sul clima, dalla carestia globale alle estinzioni di massa, si sono rivelati falsi.Al momento non è una spallata al Green deal che il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, continua a difendere a spada tratta, ma nel Vecchio continente comincia a spirare un vento diverso. Forse sotto l’impulso delle prime decisioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, le voci critiche stanno uscendo allo scoperto. «Vi chiedo di avere una revisione critica e oggettiva di tutta la normativa, anche del Green deal. Dobbiamo essere in grado di cambiare questa normativa che può portare a una ulteriore impennata dei prezzi dell’energia», ha detto il primo ministro polacco, Donald Tusk, intervento ieri alla plenaria del Parlamento europeo di Strasburgo per presentare il programma della presidenza di turno polacca del Consiglio della Ue. Tusk ha messo il dito nella piaga: «L’indipendenza e la sovranità europea è collegata a quella energetica e se falliremo a livello economico nessuno si preoccuperà più dell’ambiente a livello mondiale». E ha messo in guardia da «conseguenze politiche terribilmente prevedibili se l’Ue proseguirà, senza una riflessione approfondita su questa strada». Anche la sinistra si sta accorgendo che seguendo questa strada l’Europa andrà sbattere. Pina Picierno, europarlamentare Pd e dal 2022 vicepresidente del Parlamento europeo, ha detto che la sinistra ha sbagliato sul green. «Le grandi transizioni non possono essere subite, serve una grande alleanza per la competitività e il benessere sociale». E poi: «Abbiamo tradotto tutto in una questione esclusivamente regolatoria ed è una trappola che rischia di dar ragione a chi è avverso alle transizioni ecologiche».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/decenni-di-profezie-verdi-smentite-2670916803.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2670916803" data-published-at="1737576313" data-use-pagination="False"> Profeti d sventure, Cassandre di disastri, aruspici di tragedie. Un esercito di personaggi più o meno illustri, di presunti esperti, si esercitano a disegnare scenari apocalittici legati all’industrializzazione intensiva nemica dell’ambiente. Scenari puntualmente smentiti dalla realtà. Eppure la corta memoria collettiva li mette sul podio dei sapienti il cui verbo va ascoltato.Da quando l’ambientalismo estremista ha messo radici, trasformandosi in un’ideologia con legami scientifici laschi e allergica a qualsiasi critica o dubbio, finanche di illustri studiosi, i messaggi di possibili catastrofi naturali determinati dall’uomo si sono moltiplicati. Ebbene, da che mondo è mondo, l’uomo si è sempre esercitato nell’arte della veggenza specie di quella sui fenomeni naturali, forse memore dei grandi rivolgimenti ambientali della preistoria con il susseguirsi di periodi glaciali e forti siccità. Ne sono rimaste svariate testimonianze nelle antiche civiltà. Ma con l’ecologismo le profezie si sono trasformate in anatemi contro l’operato dell’uomo, sconfinando addirittura in una corrente di pensiero pauperista che trova la massima espressione in quella che è stata definita la decrescita felice. La tutela dell’ambiente è diventata una sorta di ossessione al punto da posizionarsi al top delle classifiche su ciò che preoccupa maggiormente le giovani generazioni.Perché stupirsi quindi se lo sport dei sostenitori delle crociate ecologiste è lanciare messaggi catastrofisti, per mettere in riga chi dubita, chi osa criticare «il verbo» ambientalista, prefigurando sciagure a stretto giro, o infernali gironi danteschi per gli anni a venire. A cimentarsi con la sfera di cristallo sono intellettuali, presidenti di Stati, politici di primo piano, finanche premi Nobel, tutti puntualmente smentiti dai fatti. Alcuni di loro occupano ancora posizioni di rilievo e continuano a dispensare sermoni. L’ossessione ecologista ha creato dal nulla anche insoliti oracoli che improvvisamente, senza avere alcuna qualifica ma solo perché lanciavano anatemi più forti, hanno avuto accesso a capi di Stato e di governo più di blasonati esperti. È il caso di Greta Thunberg, ricevuta e soprattutto ascoltata con religioso silenzio, nei consessi internazionali. È il 2018 quando avverte: «In cinque anni l’umanità sarà spazzata via». Ebbene di anni ne sono passati sei ma di questa distruzione totale non c’è traccia. Qualcuno l’ha chiamata a render conto di quella sparata? O forse lei si è scusata di averla detta grossa?Stando ad alcune dichiarazioni, l’umanità si sarebbe dovuta estinguere già da un paio di decenni. «La civiltà finirà entro 30 anni» disse il premio Nobel George Wald nel 1970 mentre sempre lo stesso anno lo Smithsonian institute, un’organizzazione di istruzione e ricerca che gestisce ben 19 musei, amministrato e finanziato dal governo degli Stati Uniti, con sede principale a Washington, aveva previsto che «in 25 anni tutte le specie animali viventi si estingueranno».Nel 1972, contemporaneamente alla prima Conferenza mondiale dell’ambiente, viene dato alle stampe The limits of growth, commissionato dal Club di Roma, a cinque giovani studiosi del Mit, il Massachusetts institute of technology. Il messaggio è che le risorse non sono infinite e con questo modello di crescita - economica e demografica - il sistema Terra andrà ben presto incontro alla più grave crisi della sua storia. I ricercatori del Mit facevano una previsione sullo stato del mondo in un futuro prossimo, per prevedere gli effetti del cambiamento climatico o del declino della biodiversità, avvalendosi di un modello matematico che poi si è rivelato sbagliato. Nessuno degli scenari prospettati, ovvero esplosione demografica e scarsità delle risorse alimentari, in grado di mettere in crisi il pianeta si è verificato o è prossimo a verificarsi. Inoltre, minerali che oggi, secondo il rapporto, avrebbero dovuto essere da tempo esauriti - l’oro, l’argento, il mercurio, lo zinco e il piombo -sono ampiamente presenti e sono, anzi, aumentate le riserve che possono essere estratte.C’è chi è stato più drastico nelle previsioni. Nel 1968, usciva un libro che ha fatto epoca: The population bomb di Paul Ehrlich, che prospettava un futuro di catastrofi per il pianeta. L’autorevole studioso della Standford university, che diventò famoso proprio per questo testo, sosteneva che la Terra era alle soglie di una crisi drammatica e irreversibile. Come gli studiosi del Mit, riteneva che la crescita esplosiva della popolazione avrebbe creato un problema di carenza di cibo. «La battaglia per nutrire l’umanità è persa», «Centinaia di milioni di persone moriranno per fame», «Il tasso di mortalità aumenterà nei decenni a venire»: queste le frasi apocalittiche che fecero il giro del mondo. Lo studioso concludeva che per evitare le carestie era necessario prendere provvedimenti per contenere le nascite. Una teoria che influenzò anche la politica del figlio unico in Cina, abolita solo nel 2013 e che causò non pochi problemi sociali e demografici. Nel 1967 William e Paul Paddock pubblicano Famine 1975! con il sottotitolo apocalittico America’s Decision: Who Will Survive?, in cui si annuncia una carestia mondiale a partire dalla metà degli anni Settanta. A giugno del 1989, l’Associate press riporta un’intervista a Noel Brown, direttore dell’ufficio di New York del Programma ambientale delle Nazioni Unite. L’alto funzionario avvertiva che intere nazioni sarebbero potute essere spazzate via dall’innalzamento del livello del mare se la tendenza al riscaldamento globale non fosse stata invertita entro il 2000.Ma pochi anni prima, nel 1972, la studiosa Valentina Zharkova aveva presentato un report in cui suggeriva che l’attività solare era destinata a calare del 60%, fino ad arrivare a una nuova era glaciale nel 2030. Secondo lo studio fra il 2020 e il 2030 i cicli solari si cancelleranno uno con l’altro. Il Guardian nel febbraio 2004 preannuncia che «la Gran Bretagna sarà siberiana in meno di 20 anni».Anche politici noti si sono sbizzarriti in profezie da cardiopalma. Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’era di Bill Clinton, nel 2008 prevede «la scomparsa della calotta polare artica entro cinque anni» mentre il principe Carlo nel 2009 lancia un ultimatum: «Abbiamo solo 96 mesi per salvare il mondo». Ma per il primo ministro del Regno Unito, Gordon Brown, il tempo era ancora minore. Ecco quello che diceva, sempre nel 2009, parlando al Major economic forum a Londra: «Abbiamo meno di 50 giorni per salvare il nostro pianeta dalla catastrofe». E poi: «In soli 25 anni i ghiacciai dell’Himalaya che forniscono acqua a tre quarti di un milione di persone, potrebbero scomparire»; «La prospettiva per la Gran Bretagna è di siccità più frequenti e di inondazioni sempre più frequenti». Nel 2014, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius annunciava: «Cinquecento giorni per evitare il caos climatico».Per costoro sono decenni che l’umanità avrebbe dovuto perdere la speranza di sopravvivere. Ma nonostante la smentita della storia, i loro epigoni moderni, da Ursula von der Leyen ad António Guterres, continuano a lanciare allarmi verdi.
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Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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