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2025-01-23
Decenni di profezie verdi smentite. E ora pure Tusk lancia il contrordine
Al Gore (Getty Images)
Al momento non è una spallata al Green deal che il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, continua a difendere a spada tratta, ma nel Vecchio continente comincia a spirare un vento diverso. Forse sotto l’impulso delle prime decisioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, le voci critiche stanno uscendo allo scoperto. «Vi chiedo di avere una revisione critica e oggettiva di tutta la normativa, anche del Green deal. Dobbiamo essere in grado di cambiare questa normativa che può portare a una ulteriore impennata dei prezzi dell’energia», ha detto il primo ministro polacco, Donald Tusk, intervento ieri alla plenaria del Parlamento europeo di Strasburgo per presentare il programma della presidenza di turno polacca del Consiglio della Ue. Tusk ha messo il dito nella piaga: «L’indipendenza e la sovranità europea è collegata a quella energetica e se falliremo a livello economico nessuno si preoccuperà più dell’ambiente a livello mondiale». E ha messo in guardia da «conseguenze politiche terribilmente prevedibili se l’Ue proseguirà, senza una riflessione approfondita su questa strada». Anche la sinistra si sta accorgendo che seguendo questa strada l’Europa andrà sbattere. Pina Picierno, europarlamentare Pd e dal 2022 vicepresidente del Parlamento europeo, ha detto che la sinistra ha sbagliato sul green. «Le grandi transizioni non possono essere subite, serve una grande alleanza per la competitività e il benessere sociale». E poi: «Abbiamo tradotto tutto in una questione esclusivamente regolatoria ed è una trappola che rischia di dar ragione a chi è avverso alle transizioni ecologiche».
Profeti d sventure, Cassandre di disastri, aruspici di tragedie. Un esercito di personaggi più o meno illustri, di presunti esperti, si esercitano a disegnare scenari apocalittici legati all’industrializzazione intensiva nemica dell’ambiente. Scenari puntualmente smentiti dalla realtà. Eppure la corta memoria collettiva li mette sul podio dei sapienti il cui verbo va ascoltato.
Da quando l’ambientalismo estremista ha messo radici, trasformandosi in un’ideologia con legami scientifici laschi e allergica a qualsiasi critica o dubbio, finanche di illustri studiosi, i messaggi di possibili catastrofi naturali determinati dall’uomo si sono moltiplicati. Ebbene, da che mondo è mondo, l’uomo si è sempre esercitato nell’arte della veggenza specie di quella sui fenomeni naturali, forse memore dei grandi rivolgimenti ambientali della preistoria con il susseguirsi di periodi glaciali e forti siccità. Ne sono rimaste svariate testimonianze nelle antiche civiltà. Ma con l’ecologismo le profezie si sono trasformate in anatemi contro l’operato dell’uomo, sconfinando addirittura in una corrente di pensiero pauperista che trova la massima espressione in quella che è stata definita la decrescita felice. La tutela dell’ambiente è diventata una sorta di ossessione al punto da posizionarsi al top delle classifiche su ciò che preoccupa maggiormente le giovani generazioni.
Perché stupirsi quindi se lo sport dei sostenitori delle crociate ecologiste è lanciare messaggi catastrofisti, per mettere in riga chi dubita, chi osa criticare «il verbo» ambientalista, prefigurando sciagure a stretto giro, o infernali gironi danteschi per gli anni a venire. A cimentarsi con la sfera di cristallo sono intellettuali, presidenti di Stati, politici di primo piano, finanche premi Nobel, tutti puntualmente smentiti dai fatti. Alcuni di loro occupano ancora posizioni di rilievo e continuano a dispensare sermoni. L’ossessione ecologista ha creato dal nulla anche insoliti oracoli che improvvisamente, senza avere alcuna qualifica ma solo perché lanciavano anatemi più forti, hanno avuto accesso a capi di Stato e di governo più di blasonati esperti. È il caso di Greta Thunberg, ricevuta e soprattutto ascoltata con religioso silenzio, nei consessi internazionali. È il 2018 quando avverte: «In cinque anni l’umanità sarà spazzata via». Ebbene di anni ne sono passati sei ma di questa distruzione totale non c’è traccia. Qualcuno l’ha chiamata a render conto di quella sparata? O forse lei si è scusata di averla detta grossa?
Stando ad alcune dichiarazioni, l’umanità si sarebbe dovuta estinguere già da un paio di decenni. «La civiltà finirà entro 30 anni» disse il premio Nobel George Wald nel 1970 mentre sempre lo stesso anno lo Smithsonian institute, un’organizzazione di istruzione e ricerca che gestisce ben 19 musei, amministrato e finanziato dal governo degli Stati Uniti, con sede principale a Washington, aveva previsto che «in 25 anni tutte le specie animali viventi si estingueranno».
Nel 1972, contemporaneamente alla prima Conferenza mondiale dell’ambiente, viene dato alle stampe The limits of growth, commissionato dal Club di Roma, a cinque giovani studiosi del Mit, il Massachusetts institute of technology. Il messaggio è che le risorse non sono infinite e con questo modello di crescita - economica e demografica - il sistema Terra andrà ben presto incontro alla più grave crisi della sua storia. I ricercatori del Mit facevano una previsione sullo stato del mondo in un futuro prossimo, per prevedere gli effetti del cambiamento climatico o del declino della biodiversità, avvalendosi di un modello matematico che poi si è rivelato sbagliato. Nessuno degli scenari prospettati, ovvero esplosione demografica e scarsità delle risorse alimentari, in grado di mettere in crisi il pianeta si è verificato o è prossimo a verificarsi. Inoltre, minerali che oggi, secondo il rapporto, avrebbero dovuto essere da tempo esauriti - l’oro, l’argento, il mercurio, lo zinco e il piombo -sono ampiamente presenti e sono, anzi, aumentate le riserve che possono essere estratte.
C’è chi è stato più drastico nelle previsioni. Nel 1968, usciva un libro che ha fatto epoca: The population bomb di Paul Ehrlich, che prospettava un futuro di catastrofi per il pianeta. L’autorevole studioso della Standford university, che diventò famoso proprio per questo testo, sosteneva che la Terra era alle soglie di una crisi drammatica e irreversibile. Come gli studiosi del Mit, riteneva che la crescita esplosiva della popolazione avrebbe creato un problema di carenza di cibo. «La battaglia per nutrire l’umanità è persa», «Centinaia di milioni di persone moriranno per fame», «Il tasso di mortalità aumenterà nei decenni a venire»: queste le frasi apocalittiche che fecero il giro del mondo. Lo studioso concludeva che per evitare le carestie era necessario prendere provvedimenti per contenere le nascite. Una teoria che influenzò anche la politica del figlio unico in Cina, abolita solo nel 2013 e che causò non pochi problemi sociali e demografici. Nel 1967 William e Paul Paddock pubblicano Famine 1975! con il sottotitolo apocalittico America’s Decision: Who Will Survive?, in cui si annuncia una carestia mondiale a partire dalla metà degli anni Settanta. A giugno del 1989, l’Associate press riporta un’intervista a Noel Brown, direttore dell’ufficio di New York del Programma ambientale delle Nazioni Unite. L’alto funzionario avvertiva che intere nazioni sarebbero potute essere spazzate via dall’innalzamento del livello del mare se la tendenza al riscaldamento globale non fosse stata invertita entro il 2000.
Ma pochi anni prima, nel 1972, la studiosa Valentina Zharkova aveva presentato un report in cui suggeriva che l’attività solare era destinata a calare del 60%, fino ad arrivare a una nuova era glaciale nel 2030. Secondo lo studio fra il 2020 e il 2030 i cicli solari si cancelleranno uno con l’altro. Il Guardian nel febbraio 2004 preannuncia che «la Gran Bretagna sarà siberiana in meno di 20 anni».
Anche politici noti si sono sbizzarriti in profezie da cardiopalma. Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’era di Bill Clinton, nel 2008 prevede «la scomparsa della calotta polare artica entro cinque anni» mentre il principe Carlo nel 2009 lancia un ultimatum: «Abbiamo solo 96 mesi per salvare il mondo». Ma per il primo ministro del Regno Unito, Gordon Brown, il tempo era ancora minore. Ecco quello che diceva, sempre nel 2009, parlando al Major economic forum a Londra: «Abbiamo meno di 50 giorni per salvare il nostro pianeta dalla catastrofe». E poi: «In soli 25 anni i ghiacciai dell’Himalaya che forniscono acqua a tre quarti di un milione di persone, potrebbero scomparire»; «La prospettiva per la Gran Bretagna è di siccità più frequenti e di inondazioni sempre più frequenti». Nel 2014, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius annunciava: «Cinquecento giorni per evitare il caos climatico».
Per costoro sono decenni che l’umanità avrebbe dovuto perdere la speranza di sopravvivere. Ma nonostante la smentita della storia, i loro epigoni moderni, da Ursula von der Leyen ad António Guterres, continuano a lanciare allarmi verdi.
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Il premier della Polonia, il Paese alla presidenza di turno del Consiglio dell’Ue: «Il Green deal va rivisto». Tutti gli allarmi catastrofisti sul clima, dalla carestia globale alle estinzioni di massa, si sono rivelati falsi.Al momento non è una spallata al Green deal che il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, continua a difendere a spada tratta, ma nel Vecchio continente comincia a spirare un vento diverso. Forse sotto l’impulso delle prime decisioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, le voci critiche stanno uscendo allo scoperto. «Vi chiedo di avere una revisione critica e oggettiva di tutta la normativa, anche del Green deal. Dobbiamo essere in grado di cambiare questa normativa che può portare a una ulteriore impennata dei prezzi dell’energia», ha detto il primo ministro polacco, Donald Tusk, intervento ieri alla plenaria del Parlamento europeo di Strasburgo per presentare il programma della presidenza di turno polacca del Consiglio della Ue. Tusk ha messo il dito nella piaga: «L’indipendenza e la sovranità europea è collegata a quella energetica e se falliremo a livello economico nessuno si preoccuperà più dell’ambiente a livello mondiale». E ha messo in guardia da «conseguenze politiche terribilmente prevedibili se l’Ue proseguirà, senza una riflessione approfondita su questa strada». Anche la sinistra si sta accorgendo che seguendo questa strada l’Europa andrà sbattere. Pina Picierno, europarlamentare Pd e dal 2022 vicepresidente del Parlamento europeo, ha detto che la sinistra ha sbagliato sul green. «Le grandi transizioni non possono essere subite, serve una grande alleanza per la competitività e il benessere sociale». E poi: «Abbiamo tradotto tutto in una questione esclusivamente regolatoria ed è una trappola che rischia di dar ragione a chi è avverso alle transizioni ecologiche».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/decenni-di-profezie-verdi-smentite-2670916803.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2670916803" data-published-at="1737576313" data-use-pagination="False"> Profeti d sventure, Cassandre di disastri, aruspici di tragedie. Un esercito di personaggi più o meno illustri, di presunti esperti, si esercitano a disegnare scenari apocalittici legati all’industrializzazione intensiva nemica dell’ambiente. Scenari puntualmente smentiti dalla realtà. Eppure la corta memoria collettiva li mette sul podio dei sapienti il cui verbo va ascoltato.Da quando l’ambientalismo estremista ha messo radici, trasformandosi in un’ideologia con legami scientifici laschi e allergica a qualsiasi critica o dubbio, finanche di illustri studiosi, i messaggi di possibili catastrofi naturali determinati dall’uomo si sono moltiplicati. Ebbene, da che mondo è mondo, l’uomo si è sempre esercitato nell’arte della veggenza specie di quella sui fenomeni naturali, forse memore dei grandi rivolgimenti ambientali della preistoria con il susseguirsi di periodi glaciali e forti siccità. Ne sono rimaste svariate testimonianze nelle antiche civiltà. Ma con l’ecologismo le profezie si sono trasformate in anatemi contro l’operato dell’uomo, sconfinando addirittura in una corrente di pensiero pauperista che trova la massima espressione in quella che è stata definita la decrescita felice. La tutela dell’ambiente è diventata una sorta di ossessione al punto da posizionarsi al top delle classifiche su ciò che preoccupa maggiormente le giovani generazioni.Perché stupirsi quindi se lo sport dei sostenitori delle crociate ecologiste è lanciare messaggi catastrofisti, per mettere in riga chi dubita, chi osa criticare «il verbo» ambientalista, prefigurando sciagure a stretto giro, o infernali gironi danteschi per gli anni a venire. A cimentarsi con la sfera di cristallo sono intellettuali, presidenti di Stati, politici di primo piano, finanche premi Nobel, tutti puntualmente smentiti dai fatti. Alcuni di loro occupano ancora posizioni di rilievo e continuano a dispensare sermoni. L’ossessione ecologista ha creato dal nulla anche insoliti oracoli che improvvisamente, senza avere alcuna qualifica ma solo perché lanciavano anatemi più forti, hanno avuto accesso a capi di Stato e di governo più di blasonati esperti. È il caso di Greta Thunberg, ricevuta e soprattutto ascoltata con religioso silenzio, nei consessi internazionali. È il 2018 quando avverte: «In cinque anni l’umanità sarà spazzata via». Ebbene di anni ne sono passati sei ma di questa distruzione totale non c’è traccia. Qualcuno l’ha chiamata a render conto di quella sparata? O forse lei si è scusata di averla detta grossa?Stando ad alcune dichiarazioni, l’umanità si sarebbe dovuta estinguere già da un paio di decenni. «La civiltà finirà entro 30 anni» disse il premio Nobel George Wald nel 1970 mentre sempre lo stesso anno lo Smithsonian institute, un’organizzazione di istruzione e ricerca che gestisce ben 19 musei, amministrato e finanziato dal governo degli Stati Uniti, con sede principale a Washington, aveva previsto che «in 25 anni tutte le specie animali viventi si estingueranno».Nel 1972, contemporaneamente alla prima Conferenza mondiale dell’ambiente, viene dato alle stampe The limits of growth, commissionato dal Club di Roma, a cinque giovani studiosi del Mit, il Massachusetts institute of technology. Il messaggio è che le risorse non sono infinite e con questo modello di crescita - economica e demografica - il sistema Terra andrà ben presto incontro alla più grave crisi della sua storia. I ricercatori del Mit facevano una previsione sullo stato del mondo in un futuro prossimo, per prevedere gli effetti del cambiamento climatico o del declino della biodiversità, avvalendosi di un modello matematico che poi si è rivelato sbagliato. Nessuno degli scenari prospettati, ovvero esplosione demografica e scarsità delle risorse alimentari, in grado di mettere in crisi il pianeta si è verificato o è prossimo a verificarsi. Inoltre, minerali che oggi, secondo il rapporto, avrebbero dovuto essere da tempo esauriti - l’oro, l’argento, il mercurio, lo zinco e il piombo -sono ampiamente presenti e sono, anzi, aumentate le riserve che possono essere estratte.C’è chi è stato più drastico nelle previsioni. Nel 1968, usciva un libro che ha fatto epoca: The population bomb di Paul Ehrlich, che prospettava un futuro di catastrofi per il pianeta. L’autorevole studioso della Standford university, che diventò famoso proprio per questo testo, sosteneva che la Terra era alle soglie di una crisi drammatica e irreversibile. Come gli studiosi del Mit, riteneva che la crescita esplosiva della popolazione avrebbe creato un problema di carenza di cibo. «La battaglia per nutrire l’umanità è persa», «Centinaia di milioni di persone moriranno per fame», «Il tasso di mortalità aumenterà nei decenni a venire»: queste le frasi apocalittiche che fecero il giro del mondo. Lo studioso concludeva che per evitare le carestie era necessario prendere provvedimenti per contenere le nascite. Una teoria che influenzò anche la politica del figlio unico in Cina, abolita solo nel 2013 e che causò non pochi problemi sociali e demografici. Nel 1967 William e Paul Paddock pubblicano Famine 1975! con il sottotitolo apocalittico America’s Decision: Who Will Survive?, in cui si annuncia una carestia mondiale a partire dalla metà degli anni Settanta. A giugno del 1989, l’Associate press riporta un’intervista a Noel Brown, direttore dell’ufficio di New York del Programma ambientale delle Nazioni Unite. L’alto funzionario avvertiva che intere nazioni sarebbero potute essere spazzate via dall’innalzamento del livello del mare se la tendenza al riscaldamento globale non fosse stata invertita entro il 2000.Ma pochi anni prima, nel 1972, la studiosa Valentina Zharkova aveva presentato un report in cui suggeriva che l’attività solare era destinata a calare del 60%, fino ad arrivare a una nuova era glaciale nel 2030. Secondo lo studio fra il 2020 e il 2030 i cicli solari si cancelleranno uno con l’altro. Il Guardian nel febbraio 2004 preannuncia che «la Gran Bretagna sarà siberiana in meno di 20 anni».Anche politici noti si sono sbizzarriti in profezie da cardiopalma. Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’era di Bill Clinton, nel 2008 prevede «la scomparsa della calotta polare artica entro cinque anni» mentre il principe Carlo nel 2009 lancia un ultimatum: «Abbiamo solo 96 mesi per salvare il mondo». Ma per il primo ministro del Regno Unito, Gordon Brown, il tempo era ancora minore. Ecco quello che diceva, sempre nel 2009, parlando al Major economic forum a Londra: «Abbiamo meno di 50 giorni per salvare il nostro pianeta dalla catastrofe». E poi: «In soli 25 anni i ghiacciai dell’Himalaya che forniscono acqua a tre quarti di un milione di persone, potrebbero scomparire»; «La prospettiva per la Gran Bretagna è di siccità più frequenti e di inondazioni sempre più frequenti». Nel 2014, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius annunciava: «Cinquecento giorni per evitare il caos climatico».Per costoro sono decenni che l’umanità avrebbe dovuto perdere la speranza di sopravvivere. Ma nonostante la smentita della storia, i loro epigoni moderni, da Ursula von der Leyen ad António Guterres, continuano a lanciare allarmi verdi.
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
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Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
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Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
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«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
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