
Nei Paesi dell'Occidente avanzato, la discussione pubblica, animata da media e intellettuali, serve per consentire ai cittadini (e alle opposizioni) di sottoporre a scrutinio critico l'azione del governo. Invece in Italia, dove vige un meccanismo di inversione orwelliana, vale ormai esattamente il contrario: la discussione pubblica serve per consentire al governo, attraverso la frusta di media e intellettuali, di sottoporre a scrutinio critico l'azione dei cittadini (e delle opposizioni). Rilasciando e ritirando patenti di responsabilità e accettabilità sociale; isolando i dissenzienti ritenuti lievi o comunque rieducabili; e punendo severamente gli irriducibili. E in ogni caso chiarendo che i cittadini, utili a pagare le tasse e a sottoporsi a qualunque umiliante corvée burocratica, non devono azzardarsi ad alzare troppo la testa. Si comportino da sudditi, e non disturbino il manovratore.
L'ultima prova di questa deriva sempre meno reversibile è stata fornita dalla faccia tosta con cui diversi esponenti apicali del governo e della macchina amministrativa pubblica, anziché dare conto di cosa abbiano fatto (o non abbiano fatto, o abbiano fatto male, o abbiano fatto tardi) per la riapertura delle scuole, hanno preso in mano un immaginario righello per bacchettare i ragazzi, e in subordine i loro genitori.
In questi giorni uno si aspetterebbe che Giuseppe Conte, come presidente del Consiglio, l'ineffabile Lucia Azzolina, come ministro dell'Istruzione, l'onnipotente e onnimoraleggiante Domenico Arcuri, come commissario a tutto il commissariabile, si presentassero davanti agli italiani con un chiaro rendiconto sulla riapertura delle scuole. Come mai tra le 10 e le 20.000 aule non sono disponibili? Come mai 100.000 bidelli mancano all'appello? Come mai serviranno tra 60 e 200.000 supplenti? Come mai sono è stato consegnato solo l'8% dei banchi previsti?
E invece no. Lor signori, col ditino alzato, arrivano davanti alle telecamere e ai taccuini rovesciando i ruoli e le parti, pretendendo di ammonire e rampognare gli italiani. E riproponendo un grande classico del loro repertorio: se le cose vanno bene, è merito del governo; mentre se qualcosa va male, è colpa dei cittadini, in questo caso dei ragazzi, già ampiamente criminalizzati questa estate come protagonisti della movida, descritta come una specie di succursale di Sodoma e Gomorra.
Ecco Giuseppe Conte, nel messaggio dell'altro ieri agli scolari, già quasi identificati come untori per gli eventuali contagi futuri dei loro familiari: «Voi dovrete fare la vostra parte, dovete impegnarvi a rispettare le regole di cautela che vi consentiranno di tutelare la vostra salute e la salute delle persone che amate e che vi amano».
Ecco Domenico Arcuri, ieri su Repubblica: prima uno schiaffetto con effetto retroattivo contro «i frizzi e i lazzi estivi di alcuni», e poi la tirata paternalistica, quasi fosse un supergenitore, un superprecettore chiamato a dirigere la vita dei ragazzi: «Agli studenti chiedo di darci una mano, di pensare che soprattutto in questa stagione la libertà è responsabilità».
Curioso che, nella medesima intervista, dopo aver fatto cadere dall'alto queste perle di saggezza e dopo essersi ampiamente autoelogiato, il commissario sia stato timido e riluttante nello spiegare come mai non abbia dato integralmente e da subito conto delle aziende aggiudicatarie dell'appalto sui banchi.
Ecco Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, sentito ieri dal Corriere della Sera. Anche qui, solito schemino: lo Stato ha fatto «il massimo dello sforzo per garantire la sicurezza sia in termini di dotazioni sia per arrivare a protocolli condividi per gestire al meglio eventuali casi di contagio». E allora? Ecco il dito puntato sui cittadini: «Un problema così complesso richiede la partecipazione di tutti. Famiglie, studenti, docenti. Non si può pensare che la responsabilità sia demandata solo a chi decide». Fino all'avvertimento con annessa colpevolizzazione per i più giovani: «Gli alunni saranno resi consapevoli che essere responsabili nei comportamenti significa proteggere i loro amati nonni».
E al festival dello scaricabarile non si è ovviamente sottratta nemmeno la Azzolina, qualche giorno fa: «Sarà fondamentale il senso di responsabilità di ciascuno e il rispetto delle linee guida e dei protocolli emanati insieme alle competenti autorità sanitarie». Il messaggio subliminale ci appare dunque ben leggibile: se qualcosa non funziona, adesso è probabile che sia colpa vostra.
Il giochino è sottile ma diabolico: passare la patata bollente ai cittadini, e aggiungere un po' di sadica colpevolizzazione a carico di chi, per sua sfortuna, risulterà positivo. Mentre a marzo e ad aprile, se avevamo la notizia di una persona trovata positiva, c'era un immediato moto di solidarietà e simpatia, adesso - incredibilmente - la spinta che ci arriva è quella di far scattare una specie di sospetto, associando la sopravvenuta positività a una qualche colpa commessa, vera o presunta. Sembra incredibile, ma è così: il governo ci controlla e pretende di giudicarci. Big Brother is watching you.






Meloni: «Contro Salvini un gesto grave»
Il premier ha commentato sui social quanto avvenuto alla Sapienza di Roma dove alcuni studenti di Cambiare Rotta hanno bruciato manifesti con il volto del leader della Lega e vicepremier. «Solidarietà a Matteo Salvini per il grave episodio avvenuto oggi alla Sapienza. Bruciare il volto di chi la pensa diversamente non è protesta: è odio ideologico. Un gesto intollerante, che nulla ha a che vedere con il confronto democratico. Noi continueremo a portare avanti il nostro lavoro con determinazione e senza sconti, nonostante il clima di odio che qualcuno cerca di alimentare»