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2026-01-26
Dall’Antico Egitto al «nails salon» farsi le unghie non è un capriccio
Questa possibilità emerge fortemente se pensiamo ai primi smalti per le unghie della storia umana che risalgono a, circa, il 3000 a.C., quando gli Egizi vicino a noi e i Cinesi un po’ più lontano iniziano a colorare le proprie unghie con - ovviamente - soli prodotti naturali che avevano anche l’effetto di rafforzare. I Cinesi laccavano le unghie con una mescola di albume d’uovo, gelatina, cera d’api, gomma arabica oppure petali di fiori, dalla rosa all’orchidea, e allume. Gli Egizi si tingevano le unghie con l’henné, erba tintoria che ancora oggi si usa per tingere pelle e unghie, oltre che capelli. Nel XIX secolo attestiamo invece tinte per le unghie realizzate con oli sui toni del rosso, poco dopo fatte con polveri e creme colorate sempre intorno al rosso, mentre poco dopo ancora, inventata l’automobile e preso piede la carrozzeria, cioè la verniciatura degli esterni dell’auto, si aggiungono altre colorazioni (sempre intorno ai toni del rosso) e lo smalto per le unghie si stabilizza come vernice ispirata a quella per le auto, tanto che in francese, per esempio, smalto per le unghie si dice vernis à ongle e anche in italiano smalto è un termine che appartiene in primo luogo al settore delle vernici, edili e d’arredamento oltre che automobilistiche. Con la recente diffusione dell’ultracapitalismo che crea bisogni inesistenti per vendere i relativi prodotti che li devono soddisfare, la gamma dei colori tipici da unghie si è espansa oltre i rossi e poi i rosa, beige, bianchi poco prima pervenuti, per abbracciare anche i verdi, celesti, blu. Considerato che già gli anni del punk ci avevano regalato (per motivi nichilistici, non commerciali) lo smalto nero, a questo punto tutta la gamma cromatica è completa e, in più, sempre il successore del capitalismo e l’evoluzione tecnica consentita dagli smalti semipermanenti e in gel ci hanno donato tutta una serie di accessori che si possono incollare sulle unghie, dagli strass alle perle (finte) passando per i glitter. La nail art contemporanea ha trasformato le unghie in una tavolozza, al pari della tela di quadro e insieme in una t shirt nella quale affiggere il «mood» del momento. Che stagione è, come mi sento, che festa è, che griffe mi appassiona: ne abbiamo bisogno? No, ma ormai è così. Non è invece, lo smalto, soprattutto se rosso, ciò che secondo alcuni fa la donna. Ricorre questa convinzione presso alcuni, ma è una banalità. Si può essere femminilissime senza le unghie rosse e non solo gli uomini punk si smaltano le unghie oltre alle donne, ormai: lo fa mezzo mondo omosessuale e trans. A farci donne, essendo donne e non identificandosi come tali, quindi, è anche altro.
Ci sono vari tipi di smalto. Innanzitutto, lo smalto classico. È composto da nitrocellulosa, che è un polimero, sciolta in solventi (come acetato di n-butile, toluene) che tengono in sospensione i pigmenti di colore. Lo smalto ad acqua, anche detto a base acquosa, è invece uno smalto per unghie il cui solvente principale è acqua. Dopo l’applicazione sulle unghie, il solvente dello smalto classico evapora e sull’unghia rimane, ben ancorato, un sottile film di nitrocellulosa e colore. L’ancoraggio del film di smalto sull’unghia migliora con accorgimenti quali sgrassare l’unghia (e fare asciugare lo sgrassante all’aria) come solvente per unghie (acetone), aceto da cucina o appositi sgrassanti pre smalto. Tutti compiono lo stesso servizio, eliminano grassi, granelli di polvere e qualsiasi cosa possa mettersi tra smalto e unghia che determinerebbe una minore durata di adesione dello stesso, oltre a velocizzare l’asciugatura. C’è poi lo smalto semipermanente e c’è quello in gel, anche detto smalto per ricostruzione unghie, che sono smalti più densi e che, per polimerizzare, hanno bisogno della lampada UV. Esistono primer sgrassanti appositi.
Da quando sono comparsi sulla scena popolare gli smalti semipermanenti, tutto è cambiato. Parliamo in Italia degli anni tra Duemila e Duemiladieci. Inventati negli Stati Uniti, gli smalti in gel per ricostruzione (la ricostruzione allunga anche l’unghia) e gli smalti semipermanenti, che necessitano entrambi della lampada UV, erano già diffusi da un po’ su suolo americano e la puntata al nails salon per usare questi smalti e non quelli normali era già prassi normale della cura di sé femminile. Da noi la ricostruzione unghie coi suoi smalti in gel e gli smalti semipermanenti giungono presso le estetiste qualificate nei Duemila, col nome ricostruzione unghie, appunto, e costi importanti (c’è stato un momento in cui queste unghie allungate e smaltate come di plastica si vedevano solo sulle mani delle presentatrici tv, in particolare Mediaset). Fino ad allora, la donna media si dava da sé lo smalto normale in casa, comprato in profumeria. Poche andavano dall’estetista per le unghie, essendo più diffuso da noi l’andare, anche ogni settimana a fare shampoo e piega, dal parrucchiere. Poi, per il tramite dei saloni unghie cinesi a prezzo più basso che a un certo punto sono nati come funghi, le unghie ricostruite o con semipermanente sono diventate il tormentone di tutte le donne o quasi, trasversalmente, dalle adolescenti alle anziane, tutte pazze per l’appuntamento nails. Le più appassionate - o più in ristrettezze - hanno acquistato i propri fornetti e i propri kit smalti semipermanenti, le altre vanno al salone ogni 3 settimane. Diversamente dallo smalto normale, lo smalto semipermanente e quello in gel hanno uno spessore alto e anche una texture assai più resistente del normale smalto. Dal punto di vista della performatività, non c’è paragone: lo smalto semipermanente o gel dura fino a 3 settimane, quello normale se dura 10 giorni senza una nemmeno minima scalfitura è praticamente un miracolo. Premesso questo, che spiega il grande successo degli smalti semipermanenti o in gel e la trasformazione della manicure smaltata in una prassi abituale, sia fatta a smalto normale, sia fatta a smalto a lunga durata, l’appuntamento con lo smalto non è solo un momento di cura di sé che aiuta a sentirsi meglio e a farsi più belle per sé. Tutti i tipi di smalto possono avere anche conseguenze sulla nostra salute che spesso non si conoscono. E vanno valutati anche in base a questo. Una prima cosa da sapere è che staccare ogni tanto dal dare smalto è cosa buona e giusta. Un periodo di riposo - ossia senza applicare smalto - ogni tot applicazioni di smalto può aiutare l’unghia. La stesura dello smalto e la sua permanenza sul letto ungueale senza soluzione di continuità alla lunga può rendere l’unghia fragile, sia se parliamo di smalto normale che si rimuove con acetone, sia se parliamo di unghie ricostruite o smalto semipermanente, per cui, oltre ad appositi remover che devono agire su materie molto più dure e spesse del normale smalto, si usa la fresa. La lamina ungueale è la parte dura e visibile dell’unghia, comunemente chiamata «unghia», composta da strati sovrapposti di cheratina, una proteina resistente, ed è ciò che protegge il polpastrello, contribuendo alla sensibilità tattile e alla stabilità del dito. Quello dell’unghia è un tessuto morto, ma in continua rigenerazione, formato da cellule che si induriscono e vengono spinte verso l’esterno, formando il margine libero, cioè la parte dell’unghia che esce dal polpastrello, di colore bianco. Si tratta anche di un tessuto abbastanza permeabile nel senso di assorbente. La lamina è composta da cheratina, acqua, vitamine, minerali e aminoacidi e quindi uno stacco ogni tanto, con una bella seduta di nutrimento, con creme ricche, anziché «smaltamento», può aiutarla a restare più forte possibile e scongiurare indebolimenti, scheggiature e spezzature. Il letto ungueale in buona salute non è bianco e opaco, ma rosato e lucido. Anche un po’ di luce del sole, che non passa se abbiamo su lo smalto, fa bene alle unghie.
Le cuticole non andrebbero mai eliminate completamente, magari con fresa (con punta adatta), né tagliate via. Le cuticole infatti proteggono la lamina ungueale impermeabilizzandone la parte che coprono. L’unghia è un annesso cutaneo, come i capelli. Non è impermeabile. Rimuovere le cuticole tagliandole o eliminandole con la punta della fresa può portare alla perionissi, l’infezione della cute intorno all’unghia. Meglio spingerle indietro col classico bastoncino spingicuticole in legno di arancio, ciò fa restare le cuticole aderenti alla lamina ungueale, anche se ne elimina il bordo allungato sul letto ungueale, rendendo il tutto più gradevole alla vista. Anche le pellicine laterali non vanno strappate, basta tagliare o limare la parte visibile. Dopo ognuna di queste operazioni e anche dopo aver rimosso lo smalto (l’acetone disidrata, la fresa può tirar via parte anche minima dello spessore del letto ungueale normale) è consigliabile idratare unghie e pelle, magari con creme che contengono anche cheratina per rafforzare, in particolare, l’unghia.
Per proteggere le mani dai detergenti per le stoviglie e la casa, si consiglia di usare sempre i guanti. Ciò vale anche per far durare di più lo smalto, se abbiamo smaltato le unghie.
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Sotto le piramidi le si tingeva con l’henné, nell’Ottocento domina lo smalto rosso. Oggi ci sono nuovi colori e soprattutto nuove tecniche. Ma ogni tanto è consigliabile un periodo di «riposo».Pochi giorni fa Cecilia Rodríguez ha confidato sul suo profilo Instagram che ha lasciato la sua bimba poche volte, per andare a lavorare o a farsi le unghie. Sono molte le influencer che anziché citare il farsi le unghie, trasformano la seduta al nails salon in un vero e proprio contenuto audio e video da mostrare ai follower. E dunque plauso a Cecilia anche per aver detto «farmi le unghie». Ormai l’incipit del making of della nuova manicure è l’orripilante «Sono andata a farmi le unghiette». Diciamolo: unghiette non si può sentire, le unghiette sono quelle dei bambini, le donne adulte e gli uomini adulti (vedremo meglio dopo cosa c’entra il maschio con le unghie e lo smalto) hanno le unghie e considerarle un accessorio giocoso e infantile quale è diventato grazie alla diffusione dei nails salon non è maturo. Non è maturo nemmeno considerare lo smalto per le unghie un solo strumento di abbellimento. Lo smalto, infatti, può avere anche proprietà curative ed essere dato per proteggere (c’è lo smalto antionicofagico) o fortificare le unghie, oltre che per abbellirle.Questa possibilità emerge fortemente se pensiamo ai primi smalti per le unghie della storia umana che risalgono a, circa, il 3000 a.C., quando gli Egizi vicino a noi e i Cinesi un po’ più lontano iniziano a colorare le proprie unghie con - ovviamente - soli prodotti naturali che avevano anche l’effetto di rafforzare. I Cinesi laccavano le unghie con una mescola di albume d’uovo, gelatina, cera d’api, gomma arabica oppure petali di fiori, dalla rosa all’orchidea, e allume. Gli Egizi si tingevano le unghie con l’henné, erba tintoria che ancora oggi si usa per tingere pelle e unghie, oltre che capelli. Nel XIX secolo attestiamo invece tinte per le unghie realizzate con oli sui toni del rosso, poco dopo fatte con polveri e creme colorate sempre intorno al rosso, mentre poco dopo ancora, inventata l’automobile e preso piede la carrozzeria, cioè la verniciatura degli esterni dell’auto, si aggiungono altre colorazioni (sempre intorno ai toni del rosso) e lo smalto per le unghie si stabilizza come vernice ispirata a quella per le auto, tanto che in francese, per esempio, smalto per le unghie si dice vernis à ongle e anche in italiano smalto è un termine che appartiene in primo luogo al settore delle vernici, edili e d’arredamento oltre che automobilistiche. Con la recente diffusione dell’ultracapitalismo che crea bisogni inesistenti per vendere i relativi prodotti che li devono soddisfare, la gamma dei colori tipici da unghie si è espansa oltre i rossi e poi i rosa, beige, bianchi poco prima pervenuti, per abbracciare anche i verdi, celesti, blu. Considerato che già gli anni del punk ci avevano regalato (per motivi nichilistici, non commerciali) lo smalto nero, a questo punto tutta la gamma cromatica è completa e, in più, sempre il successore del capitalismo e l’evoluzione tecnica consentita dagli smalti semipermanenti e in gel ci hanno donato tutta una serie di accessori che si possono incollare sulle unghie, dagli strass alle perle (finte) passando per i glitter. La nail art contemporanea ha trasformato le unghie in una tavolozza, al pari della tela di quadro e insieme in una t shirt nella quale affiggere il «mood» del momento. Che stagione è, come mi sento, che festa è, che griffe mi appassiona: ne abbiamo bisogno? No, ma ormai è così. Non è invece, lo smalto, soprattutto se rosso, ciò che secondo alcuni fa la donna. Ricorre questa convinzione presso alcuni, ma è una banalità. Si può essere femminilissime senza le unghie rosse e non solo gli uomini punk si smaltano le unghie oltre alle donne, ormai: lo fa mezzo mondo omosessuale e trans. A farci donne, essendo donne e non identificandosi come tali, quindi, è anche altro. Ci sono vari tipi di smalto. Innanzitutto, lo smalto classico. È composto da nitrocellulosa, che è un polimero, sciolta in solventi (come acetato di n-butile, toluene) che tengono in sospensione i pigmenti di colore. Lo smalto ad acqua, anche detto a base acquosa, è invece uno smalto per unghie il cui solvente principale è acqua. Dopo l’applicazione sulle unghie, il solvente dello smalto classico evapora e sull’unghia rimane, ben ancorato, un sottile film di nitrocellulosa e colore. L’ancoraggio del film di smalto sull’unghia migliora con accorgimenti quali sgrassare l’unghia (e fare asciugare lo sgrassante all’aria) come solvente per unghie (acetone), aceto da cucina o appositi sgrassanti pre smalto. Tutti compiono lo stesso servizio, eliminano grassi, granelli di polvere e qualsiasi cosa possa mettersi tra smalto e unghia che determinerebbe una minore durata di adesione dello stesso, oltre a velocizzare l’asciugatura. C’è poi lo smalto semipermanente e c’è quello in gel, anche detto smalto per ricostruzione unghie, che sono smalti più densi e che, per polimerizzare, hanno bisogno della lampada UV. Esistono primer sgrassanti appositi.Da quando sono comparsi sulla scena popolare gli smalti semipermanenti, tutto è cambiato. Parliamo in Italia degli anni tra Duemila e Duemiladieci. Inventati negli Stati Uniti, gli smalti in gel per ricostruzione (la ricostruzione allunga anche l’unghia) e gli smalti semipermanenti, che necessitano entrambi della lampada UV, erano già diffusi da un po’ su suolo americano e la puntata al nails salon per usare questi smalti e non quelli normali era già prassi normale della cura di sé femminile. Da noi la ricostruzione unghie coi suoi smalti in gel e gli smalti semipermanenti giungono presso le estetiste qualificate nei Duemila, col nome ricostruzione unghie, appunto, e costi importanti (c’è stato un momento in cui queste unghie allungate e smaltate come di plastica si vedevano solo sulle mani delle presentatrici tv, in particolare Mediaset). Fino ad allora, la donna media si dava da sé lo smalto normale in casa, comprato in profumeria. Poche andavano dall’estetista per le unghie, essendo più diffuso da noi l’andare, anche ogni settimana a fare shampoo e piega, dal parrucchiere. Poi, per il tramite dei saloni unghie cinesi a prezzo più basso che a un certo punto sono nati come funghi, le unghie ricostruite o con semipermanente sono diventate il tormentone di tutte le donne o quasi, trasversalmente, dalle adolescenti alle anziane, tutte pazze per l’appuntamento nails. Le più appassionate - o più in ristrettezze - hanno acquistato i propri fornetti e i propri kit smalti semipermanenti, le altre vanno al salone ogni 3 settimane. Diversamente dallo smalto normale, lo smalto semipermanente e quello in gel hanno uno spessore alto e anche una texture assai più resistente del normale smalto. Dal punto di vista della performatività, non c’è paragone: lo smalto semipermanente o gel dura fino a 3 settimane, quello normale se dura 10 giorni senza una nemmeno minima scalfitura è praticamente un miracolo. Premesso questo, che spiega il grande successo degli smalti semipermanenti o in gel e la trasformazione della manicure smaltata in una prassi abituale, sia fatta a smalto normale, sia fatta a smalto a lunga durata, l’appuntamento con lo smalto non è solo un momento di cura di sé che aiuta a sentirsi meglio e a farsi più belle per sé. Tutti i tipi di smalto possono avere anche conseguenze sulla nostra salute che spesso non si conoscono. E vanno valutati anche in base a questo. Una prima cosa da sapere è che staccare ogni tanto dal dare smalto è cosa buona e giusta. Un periodo di riposo - ossia senza applicare smalto - ogni tot applicazioni di smalto può aiutare l’unghia. La stesura dello smalto e la sua permanenza sul letto ungueale senza soluzione di continuità alla lunga può rendere l’unghia fragile, sia se parliamo di smalto normale che si rimuove con acetone, sia se parliamo di unghie ricostruite o smalto semipermanente, per cui, oltre ad appositi remover che devono agire su materie molto più dure e spesse del normale smalto, si usa la fresa. La lamina ungueale è la parte dura e visibile dell’unghia, comunemente chiamata «unghia», composta da strati sovrapposti di cheratina, una proteina resistente, ed è ciò che protegge il polpastrello, contribuendo alla sensibilità tattile e alla stabilità del dito. Quello dell’unghia è un tessuto morto, ma in continua rigenerazione, formato da cellule che si induriscono e vengono spinte verso l’esterno, formando il margine libero, cioè la parte dell’unghia che esce dal polpastrello, di colore bianco. Si tratta anche di un tessuto abbastanza permeabile nel senso di assorbente. La lamina è composta da cheratina, acqua, vitamine, minerali e aminoacidi e quindi uno stacco ogni tanto, con una bella seduta di nutrimento, con creme ricche, anziché «smaltamento», può aiutarla a restare più forte possibile e scongiurare indebolimenti, scheggiature e spezzature. Il letto ungueale in buona salute non è bianco e opaco, ma rosato e lucido. Anche un po’ di luce del sole, che non passa se abbiamo su lo smalto, fa bene alle unghie. Le cuticole non andrebbero mai eliminate completamente, magari con fresa (con punta adatta), né tagliate via. Le cuticole infatti proteggono la lamina ungueale impermeabilizzandone la parte che coprono. L’unghia è un annesso cutaneo, come i capelli. Non è impermeabile. Rimuovere le cuticole tagliandole o eliminandole con la punta della fresa può portare alla perionissi, l’infezione della cute intorno all’unghia. Meglio spingerle indietro col classico bastoncino spingicuticole in legno di arancio, ciò fa restare le cuticole aderenti alla lamina ungueale, anche se ne elimina il bordo allungato sul letto ungueale, rendendo il tutto più gradevole alla vista. Anche le pellicine laterali non vanno strappate, basta tagliare o limare la parte visibile. Dopo ognuna di queste operazioni e anche dopo aver rimosso lo smalto (l’acetone disidrata, la fresa può tirar via parte anche minima dello spessore del letto ungueale normale) è consigliabile idratare unghie e pelle, magari con creme che contengono anche cheratina per rafforzare, in particolare, l’unghia. Per proteggere le mani dai detergenti per le stoviglie e la casa, si consiglia di usare sempre i guanti. Ciò vale anche per far durare di più lo smalto, se abbiamo smaltato le unghie.
Monica Montefalcone (Ansa)
Ieri le squadre di soccorso nell’arcipelago hanno recuperato il primo corpo, quello di Gianluca Benedetti. Ancora disperse, invece, le altre quattro vittime di quello che le autorità locali hanno definito il più grave incidente subacqueo nella storia del Paese. Le immersioni di soccorso, considerate di per sé ad alto rischio, sono state interrotte per il maltempo dopo l’una di ieri e riprenderanno oggi.
Dopo il ritrovamento del corpo di Benedetti, il presidente delle Maldive Mohamed Muizzu, ha espresso su X «le nostre più sentite condoglianze a Sergio Mattarella e al popolo italiano per il tragico incidente». «Siamo profondamente addolorati per questa tragedia», ha detto Muizzu, «e i nostri pensieri e le nostre preghiere sono rivolti alle famiglie del cittadino italiano deceduto, ai quattro italiani dispersi e a tutti coloro che sono stati colpiti da questo evento. La ricerca dei quattro subacquei ancora dispersi rimane la nostra massima priorità e il governo delle Maldive ringrazia l’Italia per il supporto fornito alle vaste operazioni di recupero in corso».
Sui dettagli delle ricerche è intervenuto portavoce del governo, Mohamed Hussain Shareef, che ha dichiarato che le autorità hanno delimitato l’area di ricerca e che riprenderanno le operazioni non appena le condizioni meteorologiche miglioreranno. Si ritiene che le vittime siano intrappolate all’interno di una grotta a una profondità di 62 metri. «Le condizioni meteorologiche non sono ideali per le immersioni e il mare è molto agitato. Abbiamo inviato nella zona la nostra nave più grande della Guardia costiera e anche i diplomatici italiani sono sul posto», ha dichiarato Shareef. Ha aggiunto che ai turisti non è consentito immergersi al di sotto dei 30 metri. «Verrà avviata un’indagine separata per accertare come questi subacquei siano finiti al di sotto della profondità consentita, ma al momento la nostra priorità è la ricerca e il salvataggio», ha concluso Shareef.
Intanto, anche la Procura di Roma ha fatto sapere che aprirà un fascicolo di indagine in relazione al decesso di cinque cittadini italiani durante un’immersione nel mare delle Maldive. Formalmente i pm capitolini attendono la comunicazione del consolato e, a quel punto, affideranno una delega di indagine per compiere tutti gli accertamenti necessari a stabilire le cause dei decessi. «Il tempo ieri (giovedì, ndr) al momento dell’immersione era bello, il mare non era perturbato e la visibilità ottima», ha raccontato all’Ansa una delle persone a bordo della safari boat Duke of York da cui si sono tuffati i cinque italiani morti durante l’immersione alle grotte di Alimathà. «Non abbiamo idea di cosa possa essere successo in quegli antri», ha aggiunto, «è presto per fare ipotesi. Bisogna ancora recuperare quattro corpi. Stiamo bene ma sotto choc».
«Io non so cosa sia successo là sotto. Ma è davvero strano che siano morti in cinque. Mia moglie ha fatto 5.000 immersioni. È una esperta, sa cosa fare anche in caso di difficoltà»: Carlo Sommacal, marito di Monica Montefalcone, ha appena finito di parlare con l’ambasciata. La figlia Giorgia si doveva laureare tra un mese, laurea triennale di Ingegneria biomedica. Quando ieri ha ricevuto la telefonata dall’ambasciata «mi sono crollate le gambe. E da lì non mi sono fermato un attimo. Ho dovuto dirlo a mio figlio, al fidanzato di Giorgia, ai miei suoceri che abitano poco lontano da qui». Il marito spera che ritrovino i corpi anche perché «di solito Monica quando si immergeva aveva una GoPro. Non so se l’avesse anche l’altro giorno. Se la trovano magari da lì si potrà capire cosa è successo».
In una nota, la Farnesina ha rassicurato sulle condizioni degli altri 20 italiani a bordo del Duke of York che hanno partecipato alla spedizione insieme ai cinque connazionali deceduti. L’ambasciata d’Italia a Colombo sta offrendo loro assistenza e ha preso contatto con la Mezzaluna rossa che si è offerta di inviare volontari addestrati a offrire primo soccorso psicologico per gli italiani ancora a bordo del battello tra cui non si registrano feriti.
Tuttavia, a causa del maltempo, non è chiaro se i soccorritori potranno raggiungere la barca, che intanto si è spostata in cerca di un approdo sicuro, in attesa dl miglioramento delle condizioni meteo per poter fare rientro a Malè. La sede diplomatica è anche in contatto con il gruppo Dan, compagnia assicurativa specializzata in copertura dei subacquei. Dan ha in programma di coordinarsi con le autorità locali per dare supporto sia alle operazioni di recupero delle salme, sia per il rimpatrio delle stesse.
Nel frattempo, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, segue da vicino situazione connazionali alle Maldive e ha dato indicazioni all’ambasciata e al consolato di tenersi in stretto contatto con le autorità locali. L’isola Alimathà, il luogo delle Maldive dove sono morti i cinque italiani, fa parte dell’atollo di Vaavu, a circa un’ora di motoscafo o 20 minuti di idrovolante dalla capitale Malè.
L’ambasciatore Italiano alle Maldive, Damiano Francovigh, intervistato dalla trasmissione di Rete 4 Diario del giorno, ha spiegato: «La grotta consiste in tre ambienti successivi: sono riusciti (i soccorritori, ndr) a raggiungere i primi due ma non il terzo. Nei primi due non sono riusciti a intravedere i corpi dei connazionali. Anche domani (oggi, ndr) cercheranno di fare un’ulteriore immersione, hanno garantito che domani dovrebbero riuscire a raggiungere l’ultimo degli ambienti quindi verosimilmente vedere i corpi dei nostri connazionali».
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Impossibile quindi? Non proprio. Ed è qui che entra in gioco, anche se sarebbe meglio dire in scena, la nuova Sv Ultra, che rappresenta l’apice del lusso e della distinzione Range Rover, fondendo con eleganza finiture di altissimo livello con tecnologie audio uniche al mondo, per arricchire il legame tra comfort, benessere ed esperienza d’ascolto.
Quest’auto, nella storia di Range Rover, rappresenta un vero e proprio primato visto che si tratta dell’auto più lussuosa e tecnologicamente avanzata di sempre realizzata da questa casa automobilistica. La gamma di tecnologie audio coinvolgenti della Range Rover Sv Ultra, infatti, include il rivoluzionario sistema Sv Electrostatic Sound, che trasforma l’abitacolo in una sala da concerto, affiancato dai Body and Soul Seats (Bass) e dal Sensory Haptic Floor.
Uno dei tanti punti forti di quest’auto è il design. La carrozzeria della Range Rover SV Ultra è disponibile in una vasta scelta di colori e introduce il Titan Silver, esclusivo della Sv Ultra, grazie alla sua formulazione dedicata. Come spiega la casa automobilistica, «questa nuova tinta incarna una rappresentazione sofisticata dell’autentico metallo in forma liquida». Ma come si realizza questo colore così particolare? Il Titan Silver utilizza fini lamelle di alluminio reale e una tecnologia avanzata dei pigmenti per creare una superficie luminosa e altamente riflettente, con una qualità iridescente e simile a uno specchio. Il risultato? Una finitura che si distingue per la sua unicità e la sua lavorazione meticolosa. Gli accenti Satin Platinum Atlas e Silver Chrome valorizzano poi la finitura esterna Titan Silver, esaltando la griglia e la grafica laterale, mentre i cerchi in lega da 23" sono rifiniti con inserti Satin Platinum e nuovi coprimozzi Range Rover.
C’è poi l’interno, dove la Sv Ultra svela un nuovo ed esclusivo abitacolo bicolore nelle tonalità chiare in Ultrafabrics™ Orchid White e Cinder Grey, che coniuga l’innovazione avanzata dei materiali con un’atmosfera serena e improntata al design. I sedili presentano per la prima volta un intricato nuovo motivo a mosaico lavorato al laser, applicato sulle sezioni superiori sagomate e ripreso negli inserti e negli schienali per creare un trattamento superficiale unitario e altamente dettagliato.
Un nuovo intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo una texture delicata e una profondità materica attraverso la sua naturale armonia strutturale. Grazie poi a una tecnica brevettata che ne preserva le caratteristiche naturali, la venatura unica dell’intarsio è valorizzata da una tinta Orchid White che ne esalta la texture a poro aperto e la forma lineare. La sua struttura cellulare tubolare consente tagli precisi in sezione trasversale che assorbono il colorante, creando una tonalità calda derivata dalle resine naturali del materiale. Per la SV Ultra, l’intarsio è rifinito in una tonalità più chiara per conferire un aspetto più contemporaneo. Si estende sotto il singolo touchscreen e prosegue nell’abitacolo fino al Club Table elettrico nella parte posteriore, nonché allo sportello motorizzato del vano refrigerante integrato.
La caratteristica finitura in ceramica bianco lucido di Range Rover SV prosegue il tema chiaro, affiancata da altoparlanti SV Orchid Pearl abbinati al colore, cinture di sicurezza Orchid White e pedane con marchio SV Ultra.
Un nuovo cuscino decorativo allungato incorpora il tessile Kvadrat remix, un’alternativa alla pelle realizzata con un mix durevole di lana e poliestere riciclato, che offre una forma morbida e contemporanea accuratamente ottimizzata per il comfort.
Phoebe Lindsay, Range Rover Materiality Manager, ha dichiarato: «Sv Ultra rappresenta la nostra interpretazione più modernista della materialità, coniugando linee pulite con una palette neutra attentamente bilanciata e un uso disciplinato dei materiali naturali. La scelta di Ultrafabrics™ rispetto alla pelle è stata intenzionale: la sua morbidezza ingegnerizzata consente il raffinato motivo lavorato al laser e la complessa perforazione che caratterizzano l’interno. L’intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo un’espressione materica completamente nuova, con il suo poro aperto naturale e il rivestimento chiaro che aumentano la luminosità visiva e rafforzano un senso di design calmo e coerente».
Infine, la Range Rover Sv Ultra porta alla perfezione acustica dei migliori posti di una sala da concerto, introducendo per la prima volta in assoluto la tecnologia audio elettrostatica ad alta fedeltà a bordo di un veicolo. Il nuovo sistema SV Electrostatic Sound (disponibile come optional esclusivamente sui modelli SV) garantisce che ogni nota armoniosa e ogni dettaglio nitido pongano l’occupante al cuore di ogni performance, riproducendo la musica fedelmente come l’artista aveva concepito.
La Range Rover Sv Ultra sarà disponibile con una scelta tra la motorizzazione ibrida plug-in P550e e il V8 P540”. Una versione completamente elettrica arriverà entro la fine dell’anno.
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Alla fiera di Rho del 19 e 20 maggio Compagnia delle Opere presenterà l’Innovation Hub, area dedicata al confronto tra aziende e professionisti sull’uso concreto dell’intelligenza artificiale. Al centro del dibattito etica, scuola, lavoro e gestione aziendale.
Compagnia delle Opere torna all’AI Week di Rho Fiera, il grande evento europeo dedicato all’intelligenza artificiale in programma il 19 e 20 maggio, e lo fa portando al centro della manifestazione un nuovo spazio dedicato alle aziende. Si chiama Innovation Hub ed è un’area di oltre 200 metri quadrati pensata per favorire l’incontro tra imprese, professionisti e innovatori attraverso casi concreti, confronto operativo e networking.
All’interno dell’hub saranno presenti 23 aziende associate a Cdo, chiamate a raccontare esperienze e applicazioni pratiche dell’intelligenza artificiale nei diversi settori produttivi. Attesi in fiera anche circa 500 associati, segno di una partecipazione che l’associazione interpreta come la costruzione di un ecosistema capace di accompagnare le imprese nella trasformazione tecnologica.
L’AI Week, giunta alla settima edizione, ogni anno richiama migliaia di imprenditori, manager e professionisti, oltre a centinaia di speaker internazionali, attraverso incontri, masterclass e sessioni formative dedicate ai nuovi scenari dell’intelligenza artificiale. Nel programma promosso da Cdo troveranno spazio anche alcuni dei temi oggi più discussi nel dibattito pubblico. Una delle direttrici principali riguarderà il rapporto tra etica e intelligenza artificiale, con l’intervento di Padre Natale Brescianini, mentre un altro focus sarà dedicato al ruolo dell’AI nelle piccole e medie imprese italiane grazie al contributo di Emanuele Frontoni, presidente di Cdo Marche Sud e co-director del VRAI Lab. «L’intelligenza artificiale rappresenta una delle grandi sfide del nostro tempo, perché non ci chiede soltanto di imparare a utilizzare nuove tecnologie, ma ci interroga sul modo in cui comprendiamo l’esperienza umana, il lavoro, la conoscenza e il futuro della società», ha dichiarato Andrea Dellabianca, presidente nazionale di Compagnia delle Opere. «Ogni giorno emergono opportunità straordinarie insieme a interrogativi profondi: per questo è necessario costruire luoghi di confronto in cui imprese, professionisti, ricercatori ed esperti possano condividere competenze, esperienze e soluzioni concrete».
Tra gli appuntamenti previsti ci sarà anche un approfondimento sul rapporto tra scuola e intelligenza artificiale dal titolo «Essere uomini nell’Era dell’IA: la Scuola come laboratorio di libertà e conoscenza». Al centro dell’incontro il ruolo della tecnologia nella didattica, nei sistemi di valutazione e nei percorsi di inclusione degli studenti con bisogni educativi speciali. Un confronto che partirà dall’idea che l’intelligenza artificiale possa affiancare il lavoro dell’insegnante senza sostituirlo, rafforzando il pensiero critico e la relazione educativa.
Spazio poi ai cambiamenti che l’AI sta introducendo nella gestione aziendale, nelle risorse umane e nel settore immobiliare, fino al rapporto tra innovazione tecnologica e transizione ecologica. Non mancherà infine una riflessione sul mondo del non profit con l’evento Agent Coding for Good, dedicato all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per aumentare l’efficacia e l’impatto delle organizzazioni sociali. «L’innovazione è davvero tale quando resta al servizio della persona e contribuisce a far crescere una comunità più consapevole», ha aggiunto Dellabianca. «Per questo Cdo vuole scommettere su spazi d’avanguardia come l’Innovation Hub: luoghi di dialogo, ma anche laboratori di pensiero e di ricerca».
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Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.