Trump si gioca il «jolly» Putin per frenare i costi energetici e sgambettare ancora la Cina
Dalle acque bollenti del Golfo Persico a quelle ghiacciate che bagnano l’Alaska, il passaggio non è più lungo di una telefonata. Come quella di lunedì sera tra Donald Trump e Vladimir Putin. Ed è significativo che a comporre il numero del Cremlino sia stato l’inquilino della Casa Bianca: in pubblico, il presidente americano elogia la campagna militare in Iran, che sarebbe in anticipo sui tempi, anzi, è «quasi finita»; sottotraccia, nell’amministrazione serpeggia l’angoscia per le conseguenze politiche di un conflitto senza una chiara strategia d’uscita. Mentre Benjamin Netanyahu insiste per combattere a oltranza, l’establishment repubblicano inorridisce di fronte al prezzo della benzina, già passato a quasi 3 dollari e 50 al gallone dai 2,30, o in alcuni casi gli 1 e 99, di cui Trump si era vantato nel suo discorso sullo stato dell’Unione. Ecco perché lo spirito di Anchorage, con la stretta di mano allo zar dell’agosto 2025, più che per risolvere la crisi in Ucraina, può adesso diventare un jolly nella delicata partita che si gioca attorno agli idrocarburi. E anche nella competizione a distanza di Washington con la Cina. Che osserva la potenza militare a stelle e strisce con la mente a Taiwan.
Pechino acquista più della metà del suo oro nero in Medio Oriente. E quei barili transitano dallo stretto di Hormuz. Guarda caso, il regime di Xi Jinping ha provato a trattare con gli ayatollah un salvacondotto per le proprie petroliere. Se fossero confermate le minacce dei pasdaran, presto dovrebbe farsi consegnare pure la mappa delle mine che Teheran intenderebbe piazzare. I cinesi possiedono scorte per tre-quattro mesi, ma dopo il blitz degli statunitensi in Venezuela, Paese dal quale importavano circa il 5% del loro fabbisogno, il mercato alternativo più sicuro è la Russia. In un frangente così delicato, Putin avrebbe margine per scucire prezzi vantaggiosi. Dopodiché, Mosca è consapevole che la sostituzione dello sbocco europeo con quello asiatico comporta un onere: diventare, da potenza in declino ancorché gigante delle risorse naturali, vassalla della Cina.
È su questi timori che deve aver fatto leva Trump, nel tentativo di portare un po’ di sollievo sui mercati. L’esca l’aveva fornita il leader russo, offrendo al Vecchio continente la riapertura dei rubinetti di gas e petrolio, purché a fronte di una «collaborazione a lungo termine». Il tycoon ha raccolto l’assist e ha confermato la disponibilità a rinunciare «ad alcune sanzioni legate al petrolio per ridurre i prezzi», anche se, stando alla ricostruzione del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, i due presidenti non hanno discusso a lungo della questione. Di sicuro, il focus del loro confronto non è stato il destino del Donbass, tanto che The Donald, sempre secondo la parte russa, non avrebbe chiesto il cessate il fuoco in Ucraina. Mosca ha ribadito di essere pronta a «fornire assistenza» per una rapida risoluzione della crisi in Medio Oriente. Putin, anzi, avrebbe presentato delle proposte a Trump, che Peskov non ha voluto «specificare ulteriormente». Forse, gli sforzi di mediazione hanno iniziato a concretizzarsi già ieri, quando il ministro degli Esteri dello zar, Sergej Lavrov, ha sentito l’omologo iraniano, Abbas Araghchi. Con quest’ultimo, ha definito «aggressione ingiustificata» la campagna bellica di Usa e Israele, ma ha pure espresso preoccupazione per la «frattura» che si sta aprendo tra Teheran e gli Stati del Golfo, oltre al «rammarico per il fatto che i civili e le infrastrutture civili in molti Paesi della regione stiano soffrendo a causa dei combattimenti». Non è difficile cogliere un’allusione agli attacchi contro le raffinerie e al blocco dei traffici via Hormuz. Putin, poi, ha contattato Masoud Pezeshkian: col presidente iraniano ha invocato «una rapida de-escalation».
La mano tesa di Trump è segno di debolezza. Gli Stati Uniti hanno bisogno di sfilarsi in fretta da una guerra a trazione ideologica israeliana. Ma The Donald conosce le vulnerabilità di Putin, che non è isolato però non è esattamente in buona compagnia con Xi; e che sul suo fronte di guerra, negli ultimi mesi, ha ricominciato a perdere terreno in favore della resistenza ucraina. Ingolosirlo con la prospettiva del reintegro nel sistema occidentale, che era uno dei punti dell’intesa negoziata in Alaska, potrebbe distoglierlo dalla tentazione denunciata ieri da Volodymyr Zelensky: «Aumentare i rischi di una guerra prolungata in Medio Oriente, al fine di ridurre al minimo la pressione internazionale sulla Russia per la guerra contro l’Ucraina». Trump ha dato allo zar una finestra, sorvolando sul supporto d’intelligence russo ai bombardamenti iraniani, il segreto di Pulcinella che il Cremlino ha negato con il tycoon e che, ieri, non ha commentato. Ora Putin deve scegliere: stare al gioco degli Usa e allontanarsi dalle fauci del Dragone; oppure mantenere la linea oltranzista, sapendo che dopo le batoste di Damasco e Caracas, difendere fino alla fine Teheran potrebbe tradursi nell’ennesimo smacco strategico.
In mezzo ai due fuochi, c’è l’Europa. Che per la verità continua a comprare dai russi sia il petrolio sia il Gnl, del quale sono i principali acquirenti Belgio, Spagna e Francia. Il presidente del Consiglio Ue, António Costa, ha fiutato l’aria che tira: «Finora», ha lamentato, «c’è un solo vincitore in questa guerra: la Russia», che lucra sull’aumento dei prezzi dell’energia e «trae vantaggio dalla ridotta attenzione al fronte ucraino». Per Bruxelles, il pericolo cinese sembra non esistere. Lo dimostrano i numeri sul commercio dei primi due mesi dell’anno: l’export di Pechino verso l’Ue è aumentato del 27,8%. Dopo le acque del Golfo e le acque artiche, c’è l’acqua della colonia che stiamo per diventare.







