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2019-07-10
Dal caso Todini al conflitto di interessi di Costamagna. Tutti i nodi del Progetto Italia
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Ansa
Il tempo stringe per la creazione di Progetto Italia, la newco che dovrà salvare oltre al colosso Astaldi, rami di aziende di costruzioni in Italia da anni in crisi economica come commesse infrastrutturali al momento al palo. Se ne parla da mesi, ma lunedì prossimo si saprà meglio se ci sono le condizioni o meno per realizzare questo progetto ideato e proposto dall'amministratore delegato di Impregilo - Salini Piero Salini con l'aiuto di Cassa depositi e prestiti. Lunedì 15 luglio, infatti, il tribunale di Roma dovrà esprimersi sulla richiesta di concordato preventivo presentata dal gruppo Astaldi, una delle aziende che farà parte del nuovo polo, il 14 febbraio scorso. Due settimane fa Astaldi ha aggiornato la sua richiesta al tribunale, con particolare attenzione alla parte del patrimonio che sarà usata per soddisfare i creditori chirografari e quale per l'aumento di capitale. L'aggiornamento non è casuale, perché a quanto risulta alla Verità gli istituti di credito che dovranno accompagnare il salvataggio stanno cercando nuove garanzie e alcune non si fidano: l'investimento delle banche, da Unicredit a Popolare di Sondrio, si aggira intorno ai 200 milioni di euro. Ma Progetto Italia non nascerà mai se non sarà risolto il concordato di Astaldi.
Per questo corre voce che dopo il consiglio di amministrazione di Cassa depositi e prestiti di venerdì ci sarà la richiesta di prendere ancora tempo, andando oltre lunedì 15 luglio. Non solo. La riunione di venerdì in via Goito sarà solo consultiva, non saranno prese decisioni vincolanti. Quindi è probabile che i giochi non siano ancora chiusi. Eppure la partita è fondamentale, anche per il governo che tiene a salvare il settore delle costruzioni, dopo le difficoltà su Alitalia e sull'Ilva di Taranto. Lo sanno bene al ministero dell'Economia dove il ministro Giovanni Tria, insieme con il consigliere Claudia Bugno, sta seguendo da mesi il progetto. Sui quotidiani si parla infatti di nuovi tavoli istituzionali, richiesti dal Tesoro ma anche dalla stessa Cassa depositi e prestiti che dovrebbe effettuare un investimento di 300 milioni di euro. Non a caso in questi giorni sono infuocate le linee tra via Goito e via XX Settembre, già messe a dura prova nei mesi scorsi. Ma sulla partita stanno con gli occhi bene aperti il presidente di Cdp Massimo Tononi e l'amministratore delegato Fabrizio Palermo, che dovranno trovare anche la quadra sul consiglio di amministrazione della società dove, come è noto, Salini vuole avere la maggioranza e poter scegliere anche il ceo. A quanto pare sempre l'amministratore delegato di Impregilo avrebbe delegato un'agenzia di comunicazione per trovare un nuovo nome alla newco che non si chiamerà Progetto Italia.
Al momento il settore delle costruzioni, oltre a essere strategico, ha una capacità di fatturato di 160 miliardi di euro. Rappresenta l'8% del Pil, con quasi un milione di persone impiegate, con 30 miliardi di investimenti in infrastrutture pubbliche. Se il progetto dovesse andare in porto si prevede una crescita degli investimenti del 3% fino al 2021, con l'investimento di 36 miliardi per sbloccare i cantieri, di cui 26 già annunciati da Anas e Rfi. Progetto Italia si prefigge quindi di salvaguardare 85.000 posti di lavoro e di assicurarne altri 400.000 nei prossimi 5 anni. Avrà un impatto sul Pil annuale dello 0,3%. A questo si aggiunge che potrebbe innescare un volano per l'intero settore e supportare l'intera filiera. In più tra gli obiettivi c'è anche quello di salvare più di 30 progetti infrastrutturali chiave al momento fermi per le aziende in crisi. Nei prospetti si parla di crescita del 2% per i futuri investimenti in infrastrutture e aumento del livello di export. Ma sarà davvero così? O qualcosa rischia di non andare liscio come l'olio. Quali rassicurazioni dà Salini? L'idea di un colosso delle costruzioni rappresenta la vera panacea per il nostro settore? O forse oltre ai timori delle banche, del Tesoro e di Cdp c'è anche la passata politica industriale di Salini.
Quando Salini acquistò Todini per poi disfarsene

Ansa
C'è chi ricorda che Salini, prima dell'acquisizione di Impregilo nel 2014, rilevò la Todini della omonima famiglia Todini, per poi deciderla di rivenderla a un gruppo del Kazakistan controllata dalla Zhol Zhondeushi Company al costo di 50 milioni di euro. Non fu un'operazione da poco, perché era dal 2014 che stava provando a cedere la controllata, ereditata dalla fusione con la società del numero uno di Poste e parlamentare del Pdl Luisa Todini. Ma perché Salini decise di acquistare la Todini tra la fine del 2009 e l'inizio del 2010 per rivenderla poi alcuni anni dopo? All'epoca le promesse dell'amministratore delegato furono roboanti: «Con la Todini sommeremo le nostre capacità e i nostri saperi e saremo ancora più competitivi sul mercato internazionale delle grandi opere, dove assume particolare importanza la dimensione e la forza finanziaria per far fronte alla crescita del valore dei progetti». Non andò così.
Anzi secondo alcuni esperti del settore l'acquisto fu chiaro, necessario per poter avere i volumi necessari per poi scalare Impregilo. All'epoca infatti Todini disponeva di un rilevante portafoglio ordini. E questo consentì a Salini di acquisire rilevanti commesse nell'est Europa, dove era molto forte, ma allo stesso tempo dopo pochi anni decise di disfarsene dopo averla utilizzata. Va sottolineato poi un altro aspetto. Salini Impregilo non «performa» meglio degli altri colossi. Ha moltissimi cantieri in perdita, tra cui il Dubai Mall da 450 milioni di euro dove ci sono perdite ingenti o ai problemi con il canale di Panama.
E se l'obiettivo di Salini fosse quello di passare allo Stato parte del polo Salini-Impregilo e quindi acquistare Astaldi con le importanti concessioni che ha in pancia? Tra queste ci sono la concessione del ponte sul Bosforo, la concessione dell'autostrada in Turchia e le concessioni sugli ospedali in Cile e Turchia. L'obiettivo poi sarebbe rivenderli al prezzo opportuno, nel solco delle sue strategie industriali: il costruttore puro è senza concessioni.
Il conflitto di interessi di Costamagna, consigliere della cassaforte di Salini
Nell'ultimo mese è continuato a circolare il nome di Claudio Costamagna come possibile presidente di Progetto Italia. A lanciarlo è stato Il Sole 24 Ore, scatenando non poche polemiche negli ambienti finanziari. Del resto la nomina sarebbe davvero particolare, perché l'ex presidente di Cassa depositi e prestiti, oltre a essere stato presidente di Salini Impregilo, è attualmente consigliere di Athena Partecipazioni, la cassaforte proprio di Salini. Basti pensare che gli amministratori di Athena sono quattro, il presidente è Salvatore Trifirò, poi ci sono Salini e Costamagna, quindi Grazia Volo. In pratica la nomina a capo del nuovo polo delle costruzioni sarebbe in odore di conflitto di interessi, uno dei tanti che Costamagna si porta ormai dietro da una vita. Si tratta di una provocazione?
Di certo Salini sta facendo il diavolo a quattro per avere in mano le redini del nuovo gruppo e a quanto pare il Mef sarebbe anche disposto a concedergli spazio, meno i vertici di Cassa depositi e prestiti. In ogni caso la newco che andrebbe a crearsi dovrebbe avere un consiglio di amministrazione di 15 consiglieri, dove a Cassa depositi e prestiti a fronte di un investimento di 300 milioni dovrebbero spettare circa cinque nominativi. Il resto sarà spartito tra banche e Tesoro. Ma proprio il ruolo delle banche dovrebbe essere quello più rilevante, date le preoccupazioni di queste settimane. Per questo il nome forte che circola (lo ha scritto Lettera43) è quello di Gaetano Miccichè, attuale presidente di Banca Imi e vicepresidente della Figc, nonché ex direttore generale di Intesa San Paolo.
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La realizzazione del maxi polo delle costruzioni resta appesa alla decisione del tribunale di Roma sul concordato preventivo di Astaldi, così l'idea promossa da Piero Salini va avanti a rilento. Tesoro e Cassa depositi e prestiti non trovano ancora la quadra. Anche gli istituti di credito vogliono avere rassicurazioni. Il prossimo cda di via Goito sarà solo consultivo. Sulla partita si muove il ministro dell'Economia Giovanni Tria affiancato da Claudia Bugno. Nel 2010 il patron di Salini Costruzioni acquistò l'azienda dell'ex numero uno di Poste Italiane per poi rivenderla nel 2016 con la benedizione politica di Matteo Renzi. L'acquisizione ha garantito una leva per acquisire Impregilo.L'ex presidente di Cdp è nel board di Athena Partecipazioni, la cassaforte di Salini. Alle banche piacerebbe un uomo al vertice come Gaetano Miccichè.Lo speciale contiene tre articoliIl tempo stringe per la creazione di Progetto Italia, la newco che dovrà salvare oltre al colosso Astaldi, rami di aziende di costruzioni in Italia da anni in crisi economica come commesse infrastrutturali al momento al palo. Se ne parla da mesi, ma lunedì prossimo si saprà meglio se ci sono le condizioni o meno per realizzare questo progetto ideato e proposto dall'amministratore delegato di Impregilo - Salini Piero Salini con l'aiuto di Cassa depositi e prestiti. Lunedì 15 luglio, infatti, il tribunale di Roma dovrà esprimersi sulla richiesta di concordato preventivo presentata dal gruppo Astaldi, una delle aziende che farà parte del nuovo polo, il 14 febbraio scorso. Due settimane fa Astaldi ha aggiornato la sua richiesta al tribunale, con particolare attenzione alla parte del patrimonio che sarà usata per soddisfare i creditori chirografari e quale per l'aumento di capitale. L'aggiornamento non è casuale, perché a quanto risulta alla Verità gli istituti di credito che dovranno accompagnare il salvataggio stanno cercando nuove garanzie e alcune non si fidano: l'investimento delle banche, da Unicredit a Popolare di Sondrio, si aggira intorno ai 200 milioni di euro. Ma Progetto Italia non nascerà mai se non sarà risolto il concordato di Astaldi.Per questo corre voce che dopo il consiglio di amministrazione di Cassa depositi e prestiti di venerdì ci sarà la richiesta di prendere ancora tempo, andando oltre lunedì 15 luglio. Non solo. La riunione di venerdì in via Goito sarà solo consultiva, non saranno prese decisioni vincolanti. Quindi è probabile che i giochi non siano ancora chiusi. Eppure la partita è fondamentale, anche per il governo che tiene a salvare il settore delle costruzioni, dopo le difficoltà su Alitalia e sull'Ilva di Taranto. Lo sanno bene al ministero dell'Economia dove il ministro Giovanni Tria, insieme con il consigliere Claudia Bugno, sta seguendo da mesi il progetto. Sui quotidiani si parla infatti di nuovi tavoli istituzionali, richiesti dal Tesoro ma anche dalla stessa Cassa depositi e prestiti che dovrebbe effettuare un investimento di 300 milioni di euro. Non a caso in questi giorni sono infuocate le linee tra via Goito e via XX Settembre, già messe a dura prova nei mesi scorsi. Ma sulla partita stanno con gli occhi bene aperti il presidente di Cdp Massimo Tononi e l'amministratore delegato Fabrizio Palermo, che dovranno trovare anche la quadra sul consiglio di amministrazione della società dove, come è noto, Salini vuole avere la maggioranza e poter scegliere anche il ceo. A quanto pare sempre l'amministratore delegato di Impregilo avrebbe delegato un'agenzia di comunicazione per trovare un nuovo nome alla newco che non si chiamerà Progetto Italia. Al momento il settore delle costruzioni, oltre a essere strategico, ha una capacità di fatturato di 160 miliardi di euro. Rappresenta l'8% del Pil, con quasi un milione di persone impiegate, con 30 miliardi di investimenti in infrastrutture pubbliche. Se il progetto dovesse andare in porto si prevede una crescita degli investimenti del 3% fino al 2021, con l'investimento di 36 miliardi per sbloccare i cantieri, di cui 26 già annunciati da Anas e Rfi. Progetto Italia si prefigge quindi di salvaguardare 85.000 posti di lavoro e di assicurarne altri 400.000 nei prossimi 5 anni. Avrà un impatto sul Pil annuale dello 0,3%. A questo si aggiunge che potrebbe innescare un volano per l'intero settore e supportare l'intera filiera. In più tra gli obiettivi c'è anche quello di salvare più di 30 progetti infrastrutturali chiave al momento fermi per le aziende in crisi. Nei prospetti si parla di crescita del 2% per i futuri investimenti in infrastrutture e aumento del livello di export. Ma sarà davvero così? O qualcosa rischia di non andare liscio come l'olio. Quali rassicurazioni dà Salini? L'idea di un colosso delle costruzioni rappresenta la vera panacea per il nostro settore? O forse oltre ai timori delle banche, del Tesoro e di Cdp c'è anche la passata politica industriale di Salini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/dai-caso-todini-al-conflitto-di-interessi-di-costamagna-tutti-i-dubbi-progetto-italia-2639149681.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quando-salini-acquisto-todini-per-poi-disfarsene" data-post-id="2639149681" data-published-at="1782401222" data-use-pagination="False"> Quando Salini acquistò Todini per poi disfarsene Ansa C'è chi ricorda che Salini, prima dell'acquisizione di Impregilo nel 2014, rilevò la Todini della omonima famiglia Todini, per poi deciderla di rivenderla a un gruppo del Kazakistan controllata dalla Zhol Zhondeushi Company al costo di 50 milioni di euro. Non fu un'operazione da poco, perché era dal 2014 che stava provando a cedere la controllata, ereditata dalla fusione con la società del numero uno di Poste e parlamentare del Pdl Luisa Todini. Ma perché Salini decise di acquistare la Todini tra la fine del 2009 e l'inizio del 2010 per rivenderla poi alcuni anni dopo? All'epoca le promesse dell'amministratore delegato furono roboanti: «Con la Todini sommeremo le nostre capacità e i nostri saperi e saremo ancora più competitivi sul mercato internazionale delle grandi opere, dove assume particolare importanza la dimensione e la forza finanziaria per far fronte alla crescita del valore dei progetti». Non andò così. Anzi secondo alcuni esperti del settore l'acquisto fu chiaro, necessario per poter avere i volumi necessari per poi scalare Impregilo. All'epoca infatti Todini disponeva di un rilevante portafoglio ordini. E questo consentì a Salini di acquisire rilevanti commesse nell'est Europa, dove era molto forte, ma allo stesso tempo dopo pochi anni decise di disfarsene dopo averla utilizzata. Va sottolineato poi un altro aspetto. Salini Impregilo non «performa» meglio degli altri colossi. Ha moltissimi cantieri in perdita, tra cui il Dubai Mall da 450 milioni di euro dove ci sono perdite ingenti o ai problemi con il canale di Panama.E se l'obiettivo di Salini fosse quello di passare allo Stato parte del polo Salini-Impregilo e quindi acquistare Astaldi con le importanti concessioni che ha in pancia? Tra queste ci sono la concessione del ponte sul Bosforo, la concessione dell'autostrada in Turchia e le concessioni sugli ospedali in Cile e Turchia. 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Del resto la nomina sarebbe davvero particolare, perché l'ex presidente di Cassa depositi e prestiti, oltre a essere stato presidente di Salini Impregilo, è attualmente consigliere di Athena Partecipazioni, la cassaforte proprio di Salini. Basti pensare che gli amministratori di Athena sono quattro, il presidente è Salvatore Trifirò, poi ci sono Salini e Costamagna, quindi Grazia Volo. In pratica la nomina a capo del nuovo polo delle costruzioni sarebbe in odore di conflitto di interessi, uno dei tanti che Costamagna si porta ormai dietro da una vita. Si tratta di una provocazione? Di certo Salini sta facendo il diavolo a quattro per avere in mano le redini del nuovo gruppo e a quanto pare il Mef sarebbe anche disposto a concedergli spazio, meno i vertici di Cassa depositi e prestiti. In ogni caso la newco che andrebbe a crearsi dovrebbe avere un consiglio di amministrazione di 15 consiglieri, dove a Cassa depositi e prestiti a fronte di un investimento di 300 milioni dovrebbero spettare circa cinque nominativi. Il resto sarà spartito tra banche e Tesoro. Ma proprio il ruolo delle banche dovrebbe essere quello più rilevante, date le preoccupazioni di queste settimane. Per questo il nome forte che circola (lo ha scritto Lettera43) è quello di Gaetano Miccichè, attuale presidente di Banca Imi e vicepresidente della Figc, nonché ex direttore generale di Intesa San Paolo.
Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
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