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2019-07-10
Dal caso Todini al conflitto di interessi di Costamagna. Tutti i nodi del Progetto Italia
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Ansa
Il tempo stringe per la creazione di Progetto Italia, la newco che dovrà salvare oltre al colosso Astaldi, rami di aziende di costruzioni in Italia da anni in crisi economica come commesse infrastrutturali al momento al palo. Se ne parla da mesi, ma lunedì prossimo si saprà meglio se ci sono le condizioni o meno per realizzare questo progetto ideato e proposto dall'amministratore delegato di Impregilo - Salini Piero Salini con l'aiuto di Cassa depositi e prestiti. Lunedì 15 luglio, infatti, il tribunale di Roma dovrà esprimersi sulla richiesta di concordato preventivo presentata dal gruppo Astaldi, una delle aziende che farà parte del nuovo polo, il 14 febbraio scorso. Due settimane fa Astaldi ha aggiornato la sua richiesta al tribunale, con particolare attenzione alla parte del patrimonio che sarà usata per soddisfare i creditori chirografari e quale per l'aumento di capitale. L'aggiornamento non è casuale, perché a quanto risulta alla Verità gli istituti di credito che dovranno accompagnare il salvataggio stanno cercando nuove garanzie e alcune non si fidano: l'investimento delle banche, da Unicredit a Popolare di Sondrio, si aggira intorno ai 200 milioni di euro. Ma Progetto Italia non nascerà mai se non sarà risolto il concordato di Astaldi.
Per questo corre voce che dopo il consiglio di amministrazione di Cassa depositi e prestiti di venerdì ci sarà la richiesta di prendere ancora tempo, andando oltre lunedì 15 luglio. Non solo. La riunione di venerdì in via Goito sarà solo consultiva, non saranno prese decisioni vincolanti. Quindi è probabile che i giochi non siano ancora chiusi. Eppure la partita è fondamentale, anche per il governo che tiene a salvare il settore delle costruzioni, dopo le difficoltà su Alitalia e sull'Ilva di Taranto. Lo sanno bene al ministero dell'Economia dove il ministro Giovanni Tria, insieme con il consigliere Claudia Bugno, sta seguendo da mesi il progetto. Sui quotidiani si parla infatti di nuovi tavoli istituzionali, richiesti dal Tesoro ma anche dalla stessa Cassa depositi e prestiti che dovrebbe effettuare un investimento di 300 milioni di euro. Non a caso in questi giorni sono infuocate le linee tra via Goito e via XX Settembre, già messe a dura prova nei mesi scorsi. Ma sulla partita stanno con gli occhi bene aperti il presidente di Cdp Massimo Tononi e l'amministratore delegato Fabrizio Palermo, che dovranno trovare anche la quadra sul consiglio di amministrazione della società dove, come è noto, Salini vuole avere la maggioranza e poter scegliere anche il ceo. A quanto pare sempre l'amministratore delegato di Impregilo avrebbe delegato un'agenzia di comunicazione per trovare un nuovo nome alla newco che non si chiamerà Progetto Italia.
Al momento il settore delle costruzioni, oltre a essere strategico, ha una capacità di fatturato di 160 miliardi di euro. Rappresenta l'8% del Pil, con quasi un milione di persone impiegate, con 30 miliardi di investimenti in infrastrutture pubbliche. Se il progetto dovesse andare in porto si prevede una crescita degli investimenti del 3% fino al 2021, con l'investimento di 36 miliardi per sbloccare i cantieri, di cui 26 già annunciati da Anas e Rfi. Progetto Italia si prefigge quindi di salvaguardare 85.000 posti di lavoro e di assicurarne altri 400.000 nei prossimi 5 anni. Avrà un impatto sul Pil annuale dello 0,3%. A questo si aggiunge che potrebbe innescare un volano per l'intero settore e supportare l'intera filiera. In più tra gli obiettivi c'è anche quello di salvare più di 30 progetti infrastrutturali chiave al momento fermi per le aziende in crisi. Nei prospetti si parla di crescita del 2% per i futuri investimenti in infrastrutture e aumento del livello di export. Ma sarà davvero così? O qualcosa rischia di non andare liscio come l'olio. Quali rassicurazioni dà Salini? L'idea di un colosso delle costruzioni rappresenta la vera panacea per il nostro settore? O forse oltre ai timori delle banche, del Tesoro e di Cdp c'è anche la passata politica industriale di Salini.
Quando Salini acquistò Todini per poi disfarsene

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C'è chi ricorda che Salini, prima dell'acquisizione di Impregilo nel 2014, rilevò la Todini della omonima famiglia Todini, per poi deciderla di rivenderla a un gruppo del Kazakistan controllata dalla Zhol Zhondeushi Company al costo di 50 milioni di euro. Non fu un'operazione da poco, perché era dal 2014 che stava provando a cedere la controllata, ereditata dalla fusione con la società del numero uno di Poste e parlamentare del Pdl Luisa Todini. Ma perché Salini decise di acquistare la Todini tra la fine del 2009 e l'inizio del 2010 per rivenderla poi alcuni anni dopo? All'epoca le promesse dell'amministratore delegato furono roboanti: «Con la Todini sommeremo le nostre capacità e i nostri saperi e saremo ancora più competitivi sul mercato internazionale delle grandi opere, dove assume particolare importanza la dimensione e la forza finanziaria per far fronte alla crescita del valore dei progetti». Non andò così.
Anzi secondo alcuni esperti del settore l'acquisto fu chiaro, necessario per poter avere i volumi necessari per poi scalare Impregilo. All'epoca infatti Todini disponeva di un rilevante portafoglio ordini. E questo consentì a Salini di acquisire rilevanti commesse nell'est Europa, dove era molto forte, ma allo stesso tempo dopo pochi anni decise di disfarsene dopo averla utilizzata. Va sottolineato poi un altro aspetto. Salini Impregilo non «performa» meglio degli altri colossi. Ha moltissimi cantieri in perdita, tra cui il Dubai Mall da 450 milioni di euro dove ci sono perdite ingenti o ai problemi con il canale di Panama.
E se l'obiettivo di Salini fosse quello di passare allo Stato parte del polo Salini-Impregilo e quindi acquistare Astaldi con le importanti concessioni che ha in pancia? Tra queste ci sono la concessione del ponte sul Bosforo, la concessione dell'autostrada in Turchia e le concessioni sugli ospedali in Cile e Turchia. L'obiettivo poi sarebbe rivenderli al prezzo opportuno, nel solco delle sue strategie industriali: il costruttore puro è senza concessioni.
Il conflitto di interessi di Costamagna, consigliere della cassaforte di Salini
Nell'ultimo mese è continuato a circolare il nome di Claudio Costamagna come possibile presidente di Progetto Italia. A lanciarlo è stato Il Sole 24 Ore, scatenando non poche polemiche negli ambienti finanziari. Del resto la nomina sarebbe davvero particolare, perché l'ex presidente di Cassa depositi e prestiti, oltre a essere stato presidente di Salini Impregilo, è attualmente consigliere di Athena Partecipazioni, la cassaforte proprio di Salini. Basti pensare che gli amministratori di Athena sono quattro, il presidente è Salvatore Trifirò, poi ci sono Salini e Costamagna, quindi Grazia Volo. In pratica la nomina a capo del nuovo polo delle costruzioni sarebbe in odore di conflitto di interessi, uno dei tanti che Costamagna si porta ormai dietro da una vita. Si tratta di una provocazione?
Di certo Salini sta facendo il diavolo a quattro per avere in mano le redini del nuovo gruppo e a quanto pare il Mef sarebbe anche disposto a concedergli spazio, meno i vertici di Cassa depositi e prestiti. In ogni caso la newco che andrebbe a crearsi dovrebbe avere un consiglio di amministrazione di 15 consiglieri, dove a Cassa depositi e prestiti a fronte di un investimento di 300 milioni dovrebbero spettare circa cinque nominativi. Il resto sarà spartito tra banche e Tesoro. Ma proprio il ruolo delle banche dovrebbe essere quello più rilevante, date le preoccupazioni di queste settimane. Per questo il nome forte che circola (lo ha scritto Lettera43) è quello di Gaetano Miccichè, attuale presidente di Banca Imi e vicepresidente della Figc, nonché ex direttore generale di Intesa San Paolo.
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La realizzazione del maxi polo delle costruzioni resta appesa alla decisione del tribunale di Roma sul concordato preventivo di Astaldi, così l'idea promossa da Piero Salini va avanti a rilento. Tesoro e Cassa depositi e prestiti non trovano ancora la quadra. Anche gli istituti di credito vogliono avere rassicurazioni. Il prossimo cda di via Goito sarà solo consultivo. Sulla partita si muove il ministro dell'Economia Giovanni Tria affiancato da Claudia Bugno. Nel 2010 il patron di Salini Costruzioni acquistò l'azienda dell'ex numero uno di Poste Italiane per poi rivenderla nel 2016 con la benedizione politica di Matteo Renzi. L'acquisizione ha garantito una leva per acquisire Impregilo.L'ex presidente di Cdp è nel board di Athena Partecipazioni, la cassaforte di Salini. Alle banche piacerebbe un uomo al vertice come Gaetano Miccichè.Lo speciale contiene tre articoliIl tempo stringe per la creazione di Progetto Italia, la newco che dovrà salvare oltre al colosso Astaldi, rami di aziende di costruzioni in Italia da anni in crisi economica come commesse infrastrutturali al momento al palo. Se ne parla da mesi, ma lunedì prossimo si saprà meglio se ci sono le condizioni o meno per realizzare questo progetto ideato e proposto dall'amministratore delegato di Impregilo - Salini Piero Salini con l'aiuto di Cassa depositi e prestiti. Lunedì 15 luglio, infatti, il tribunale di Roma dovrà esprimersi sulla richiesta di concordato preventivo presentata dal gruppo Astaldi, una delle aziende che farà parte del nuovo polo, il 14 febbraio scorso. Due settimane fa Astaldi ha aggiornato la sua richiesta al tribunale, con particolare attenzione alla parte del patrimonio che sarà usata per soddisfare i creditori chirografari e quale per l'aumento di capitale. L'aggiornamento non è casuale, perché a quanto risulta alla Verità gli istituti di credito che dovranno accompagnare il salvataggio stanno cercando nuove garanzie e alcune non si fidano: l'investimento delle banche, da Unicredit a Popolare di Sondrio, si aggira intorno ai 200 milioni di euro. Ma Progetto Italia non nascerà mai se non sarà risolto il concordato di Astaldi.Per questo corre voce che dopo il consiglio di amministrazione di Cassa depositi e prestiti di venerdì ci sarà la richiesta di prendere ancora tempo, andando oltre lunedì 15 luglio. Non solo. La riunione di venerdì in via Goito sarà solo consultiva, non saranno prese decisioni vincolanti. Quindi è probabile che i giochi non siano ancora chiusi. Eppure la partita è fondamentale, anche per il governo che tiene a salvare il settore delle costruzioni, dopo le difficoltà su Alitalia e sull'Ilva di Taranto. Lo sanno bene al ministero dell'Economia dove il ministro Giovanni Tria, insieme con il consigliere Claudia Bugno, sta seguendo da mesi il progetto. Sui quotidiani si parla infatti di nuovi tavoli istituzionali, richiesti dal Tesoro ma anche dalla stessa Cassa depositi e prestiti che dovrebbe effettuare un investimento di 300 milioni di euro. Non a caso in questi giorni sono infuocate le linee tra via Goito e via XX Settembre, già messe a dura prova nei mesi scorsi. Ma sulla partita stanno con gli occhi bene aperti il presidente di Cdp Massimo Tononi e l'amministratore delegato Fabrizio Palermo, che dovranno trovare anche la quadra sul consiglio di amministrazione della società dove, come è noto, Salini vuole avere la maggioranza e poter scegliere anche il ceo. A quanto pare sempre l'amministratore delegato di Impregilo avrebbe delegato un'agenzia di comunicazione per trovare un nuovo nome alla newco che non si chiamerà Progetto Italia. Al momento il settore delle costruzioni, oltre a essere strategico, ha una capacità di fatturato di 160 miliardi di euro. Rappresenta l'8% del Pil, con quasi un milione di persone impiegate, con 30 miliardi di investimenti in infrastrutture pubbliche. Se il progetto dovesse andare in porto si prevede una crescita degli investimenti del 3% fino al 2021, con l'investimento di 36 miliardi per sbloccare i cantieri, di cui 26 già annunciati da Anas e Rfi. Progetto Italia si prefigge quindi di salvaguardare 85.000 posti di lavoro e di assicurarne altri 400.000 nei prossimi 5 anni. Avrà un impatto sul Pil annuale dello 0,3%. A questo si aggiunge che potrebbe innescare un volano per l'intero settore e supportare l'intera filiera. In più tra gli obiettivi c'è anche quello di salvare più di 30 progetti infrastrutturali chiave al momento fermi per le aziende in crisi. Nei prospetti si parla di crescita del 2% per i futuri investimenti in infrastrutture e aumento del livello di export. Ma sarà davvero così? O qualcosa rischia di non andare liscio come l'olio. Quali rassicurazioni dà Salini? L'idea di un colosso delle costruzioni rappresenta la vera panacea per il nostro settore? O forse oltre ai timori delle banche, del Tesoro e di Cdp c'è anche la passata politica industriale di Salini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/dai-caso-todini-al-conflitto-di-interessi-di-costamagna-tutti-i-dubbi-progetto-italia-2639149681.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quando-salini-acquisto-todini-per-poi-disfarsene" data-post-id="2639149681" data-published-at="1777711001" data-use-pagination="False"> Quando Salini acquistò Todini per poi disfarsene Ansa C'è chi ricorda che Salini, prima dell'acquisizione di Impregilo nel 2014, rilevò la Todini della omonima famiglia Todini, per poi deciderla di rivenderla a un gruppo del Kazakistan controllata dalla Zhol Zhondeushi Company al costo di 50 milioni di euro. Non fu un'operazione da poco, perché era dal 2014 che stava provando a cedere la controllata, ereditata dalla fusione con la società del numero uno di Poste e parlamentare del Pdl Luisa Todini. Ma perché Salini decise di acquistare la Todini tra la fine del 2009 e l'inizio del 2010 per rivenderla poi alcuni anni dopo? All'epoca le promesse dell'amministratore delegato furono roboanti: «Con la Todini sommeremo le nostre capacità e i nostri saperi e saremo ancora più competitivi sul mercato internazionale delle grandi opere, dove assume particolare importanza la dimensione e la forza finanziaria per far fronte alla crescita del valore dei progetti». Non andò così. Anzi secondo alcuni esperti del settore l'acquisto fu chiaro, necessario per poter avere i volumi necessari per poi scalare Impregilo. All'epoca infatti Todini disponeva di un rilevante portafoglio ordini. E questo consentì a Salini di acquisire rilevanti commesse nell'est Europa, dove era molto forte, ma allo stesso tempo dopo pochi anni decise di disfarsene dopo averla utilizzata. Va sottolineato poi un altro aspetto. Salini Impregilo non «performa» meglio degli altri colossi. Ha moltissimi cantieri in perdita, tra cui il Dubai Mall da 450 milioni di euro dove ci sono perdite ingenti o ai problemi con il canale di Panama.E se l'obiettivo di Salini fosse quello di passare allo Stato parte del polo Salini-Impregilo e quindi acquistare Astaldi con le importanti concessioni che ha in pancia? Tra queste ci sono la concessione del ponte sul Bosforo, la concessione dell'autostrada in Turchia e le concessioni sugli ospedali in Cile e Turchia. 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Del resto la nomina sarebbe davvero particolare, perché l'ex presidente di Cassa depositi e prestiti, oltre a essere stato presidente di Salini Impregilo, è attualmente consigliere di Athena Partecipazioni, la cassaforte proprio di Salini. Basti pensare che gli amministratori di Athena sono quattro, il presidente è Salvatore Trifirò, poi ci sono Salini e Costamagna, quindi Grazia Volo. In pratica la nomina a capo del nuovo polo delle costruzioni sarebbe in odore di conflitto di interessi, uno dei tanti che Costamagna si porta ormai dietro da una vita. Si tratta di una provocazione? Di certo Salini sta facendo il diavolo a quattro per avere in mano le redini del nuovo gruppo e a quanto pare il Mef sarebbe anche disposto a concedergli spazio, meno i vertici di Cassa depositi e prestiti. In ogni caso la newco che andrebbe a crearsi dovrebbe avere un consiglio di amministrazione di 15 consiglieri, dove a Cassa depositi e prestiti a fronte di un investimento di 300 milioni dovrebbero spettare circa cinque nominativi. Il resto sarà spartito tra banche e Tesoro. Ma proprio il ruolo delle banche dovrebbe essere quello più rilevante, date le preoccupazioni di queste settimane. Per questo il nome forte che circola (lo ha scritto Lettera43) è quello di Gaetano Miccichè, attuale presidente di Banca Imi e vicepresidente della Figc, nonché ex direttore generale di Intesa San Paolo.
Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)
Sul fronte alpino è il secondo anno della Grande Guerra, che da offensiva è ormai mutata in guerra di posizione, con gli italiani concentrati nei tentativi di avanzata sul fronte dell’Isonzo. Gli austro-ungarici invece, forti delle vittorie in Serbia, nutrivano allora l’idea di dare una spallata al nemico attaccando sul fronte trentino per irrompere nella pianura veneta, con l’intenzione di prendere alle spalle il grosso degli italiani schierati sul fronte isontino.
L’azione avrebbe anche avuto, qualora vincente, di alleggerire le pressioni che l’Austria subiva anche sul fronte orientale. Fin dal dicembre 1915 gli austriaci organizzarono le forze, nonostante i non trascurabili problemi logistici che sia il logoramento del primo anno di guerra che le difficoltà di richiamare truppe da altri fronti comportavano. D’altra parte, i comandi supremi italiani trascurarono il pericolo di un attacco dal fronte trentino, considerato sicuro e non prioritario per l’asperità del terreno.
Luigi Cadorna, comandante supremo delle forze armate italiane, fu tra i più convinti sostenitori di questa prospettiva, che si rivelerà fallace. Il settore era allora comandato dal generale Roberto Brusati, che disattendendo alle direttive di Cadorna sul mantenimento di un atteggiamento difensivo sul settore trentino, rispose con una serie di attacchi alle posizioni austriache, allungando troppo la linea del fronte e rendendola più vulnerabile. Neppure le informazioni ricevute dall’ufficio informativo dell’Esercito fecero cambiare idea ai comandi italiani, che pur sapevano di una forte concentrazione di truppe nel Tirolo meridionale. Da parte austriaca, l’offensiva avrebbe dovuto già scattare nell’aprile 1916 ma le condizioni climatiche avverse che portarono a abbondanti nevicate primaverili ritardarono l’azione. Nei primi giorni di maggio del 1916, i piani del generale Franz Conrad von Hötzendorf videro lo schieramento di circa 300.000 uomini e 2.000 pezzi di artiglieria. Una forza molto superiore a quella italiana pronta all’azione tra i rilievi di Folgaria, Lavarone e Vezzena. A difendere le postazioni erano circa 150.000 soldati italiani, con un rapporto di forze di circa 2:1. Cadorna realizzò tardivamente l’incombere dell’attacco e licenziò Brusati per sostituirlo con il generale Pecori-Giraldi l’8 maggio.
Nonostante gli sforzi di quest’ultimo per consolidare la difesa richiamando forze dal fronte isontino, il 15 maggio gli austriaci aprirono le ostilità con un pesantissimo fuoco di artiglieria che precedette l’attacco dell’11ª armata sulla direttrice Folgaria-Lavarone. Due giorni più tardi caddero le linee di Posina e Arsiero, mentre sul monte Pasubio iniziò la battaglia degli Alpini, entrata in seguito nella memoria collettiva come una delle più dure di tutta la Grande Guerra. Le unità imperiali della 11ª Armata cercarono subito di sfondare lungo le direttrici della Val Posina e della Val d’Astico, puntando a isolare le difese del massiccio. Gli Alpini italiani, già presenti sulle quote alte, subirono l’urto iniziale ma mantennero il controllo delle creste principali, unico punto del fronte che non cedette all’attacco nemico per tutta la durata dell’offensiva di primavera.
Anche sul Coni Zugna gli italiani resistettero a lungo, così come i Granatieri di Sardegna sul monte Cengio, sacrificati fino all’estremo. La Val d’Astico e la Val Posina invece, furono il punto debole per le difese italiane: gli austriaci trovarono un varco che permetteva l’aggiramento a valle del Pasubio e del Cengio, penetrando in profondità verso l’altipiano di Asiago alla fine del mese di maggio del 1916. Il 28 maggio entrarono nella cittadina di Asiago, già evacuata dai civili alcuni giorni prima: la pianura veneta era ormai a poca distanza. Tuttavia gli austriaci avevano speso molto nell’offensiva, che mostrava serie difficoltà nella logistica. Nel frattempo Pecori-Giraldi era riuscito a riorganizzare le difese in pianura, con la rapida costituzione della nuova 5ª Armata di circa 180.000 uomini che riuscirono a difendere in extremis la via della pianura.
Fu tuttavia decisivo per le sorti del fronte trentino quanto avvenuto negli stessi giorni sul fronte orientale quando il generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov sferrò un’offensiva violentissima su un fronte di 500 chilometri lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia, costringendo gli austriaci a ridurre l’impegno sul fronte italiano. La pianura veneta era salva. Lo sarebbe stata per poco più di un anno, prima di essere violata dopo la ritirata italiana di Caporetto.
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il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
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Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
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Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
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