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2020-10-13
Da Harvard a Oxford, appello anti lockdown
Spencer Platt/Getty Images
Una severa critica al lockdown indiscriminato. È questo, in estrema sintesi, il contenuto della Great Barrington declaration: un appello, sottoscritto lo scorso 4 ottobre presso l'American institute for Economic research da alcuni autorevoli epidemiologi e medici. In particolare, gli autori del documento sono: Sunetra Gupta dell'università di Oxford; Jay Bhattacharya dell'università di Stanford; e Martin Kulldorff dell'università di Harvard.
«In qualità di epidemiologi delle malattie infettive e di scienziati della salute pubblica, siamo molto preoccupati per gli effetti dannosi sulla salute fisica e mentale causati dalle politiche adottate dai governi in materia di Covid-19, e raccomandiamo un approccio che chiamiamo protezione mirata», si legge nel documento. Nella fattispecie, la critica di questi scienziati si concentra sull'adozione del lockdown generalizzato. «Le attuali politiche di blocco stanno producendo effetti devastanti sulla salute pubblica, a breve e lungo periodo», prosegue la dichiarazione. Il problema, secondo gli autori, non è infatti esclusivamente di natura socioeconomica ma anche sanitaria: si parla in tal senso di «peggioramento degli esiti delle malattie cardiovascolari, meno screening per il cancro e deterioramento della salute mentale».
La soluzione proposta da questi scienziati è quindi quella di restrizioni mirate, che si concentrino esclusivamente sulle categorie a rischio. «L'approccio più umano, che bilancia i rischi e i benefici nel raggiungimento dell'immunità di gregge, è quello di permettere a coloro che sono a minimo rischio di morte di vivere normalmente la loro vita per costruire l'immunità al virus attraverso l'infezione naturale, proteggendo al meglio coloro che sono a più alto rischio», sostiene non a caso la dichiarazione. «Le attività extrascolastiche, come lo sport, dovrebbero essere riprese. I giovani adulti a basso rischio dovrebbero lavorare normalmente, piuttosto che da casa. Dovrebbero essere aperti i ristoranti e le altre attività commerciali. Arte, musica, sport e tutte le attività culturali dovrebbero riprendere normalmente», si legge ancora. Obiettivo finale per il documento è quello di «ridurre al minimo la mortalità e i danni sociali fino a raggiungere l'immunità di gregge».
La dichiarazione non ha mancato di suscitare polemiche. Stephen Griffin, docente presso l'Università di Leeds, ha dichiarato alla Bbc che questo tipo di approccio comporterebbe una indebita disparità di trattamento tra le persone. Tutto questo, mentre William Hanage, epidemiologo di Harvard, pur riconoscendo la necessità di salvaguardare maggiormente le attività economiche, ha espresso perplessità sul concetto di immunità di gregge. Tra l'altro, oltre alle critiche tecniche, se ne sono registrate altre di più strumentali, con il Guardian che ha riportato come alcune decine degli attuali 340.000 firmatari (molti dei quali accademici) siano in realtà dei nomi fittizi.
Come che sia, al di là delle polemiche, i dati di fatto sono due. In primo luogo, non si può non ammettere come gli autori della dichiarazione siano scienziati di fama e che il documento non possa essere derubricato a qualcosa di pseudoscientifico: lo stesso Griffin, pur nella sua posizione critica, ha riconosciuto che la dichiarazione nasca da «buone intenzioni». In secondo luogo, l'altro dato è che di questo documento si sia al momento parlato molto (forse troppo) poco sia in Italia che all'estero. Quasi che possa irritare che alcuni importanti scienziati esprimano dei dubbi sull'opportunità e l'efficacia di un lockdown indiscriminato.
Per il momento, un chiaro segnale di interesse è arrivato dalla Casa Bianca. La scorsa settimana, il ministro della Sanità americano, Alex Azar, ha tenuto un incontro proprio con Gupta, Kulldorff e Bhattacharya. Come riportato dal sito The Hill, «durante l'incontro, i tre medici hanno detto ad Azar che consentire al virus di diffondersi in modo incontrollato tra i giovani e le persone sane, proteggendo gli anziani e quelli a più alto rischio di malattie gravi, creerebbe una sufficiente immunità della popolazione per impedirne la diffusione ampia, evitando blocchi e altri misure di mitigazione che hanno avuto un impatto dannoso sull'economia». Bhattacharya ha comunque precisato come l'idea - presente nella dichiarazione - di una «protezione mirata» risulti differente dalla «strategia dell'immunità di gregge» in senso stretto.
Non è al momento chiaro se l'amministrazione Trump sceglierà di seguire questa linea. Quel che è certo è che, a inizio ottobre, Azar, nel corso di un'audizione alla Camera, aveva detto che «l'immunità di gregge non è la strategia del governo degli Stati Uniti per quanto riguarda il coronavirus». Resta comunque il fatto che l'incontro della settimana scorsa abbia evidenziato una manifestazione di interesse, da parte di un presidente - Trump - che ha sempre cercato di evitare un blocco totale dell'economia americana. Con la variante che, almeno in questo caso, non potrà prendersi del «negazionista» o del «nemico della scienza», visto il calibro dei tre medici in questione. Un calibro che, certo, non rende automatico dare ragione alla loro idea. Si tratta ciononostante di una proposta che ha una sua autorevolezza e che meriterebbe di essere diffusa e conosciuta, per ricevere adeguata valutazione. Eppure, come detto, ancora dopo dieci giorni dalla sua sottoscrizione, quasi nessuno ne parla. Per quale ragione?
Trump torna su un palco in Florida e striglia i repubblicani sulla Barrett
Donald Trump è tornato in campo. Nella serata di ieri, il presidente americano ha tenuto il suo primo comizio elettorale fuori Washington, da quando è stato dimesso dall'ospedale. L'evento si è tenuto in un aeroporto a Sanford, in Florida. Luogo scelto non a caso: Trump ha infatti assoluto bisogno di espugnare questo Stato se vuole essere riconfermato e deve in tal senso recuperare lo svantaggio del 3,7% che sta registrando in loco rispetto al rivale, Joe Biden. Non sarà del resto un caso che, sabato scorso, anche il vicepresidente, Mike Pence, abbia fatto campagna nel cosiddetto Sunshine State.
Sempre nella giornata di ieri, l'inquilino della Casa Bianca ha twittato: «Grande impennata della peste cinese in Europa e in altri luoghi che le Fake News erano solite presentare come esempi di luoghi che stanno andando bene, al fine di far sembrare gli Stati Uniti cattivi. Sii forte e vigile, farà il suo corso. Vaccini e cure stanno arrivando velocemente!». Un messaggio volto a ribaltare la tesi secondo cui la gestione della pandemia da parte sua sia stata fallimentare: un elemento che proprio in Florida si rivela particolarmente delicato tra le frange più anziane della popolazione. Del resto, sempre per attirare il sostegno degli elettori del Sunshine State, Trump è tornato ieri a spingere sul pedale dell'anticastrismo. «Il nostro Paese», ha twittato, «non può sopravvivere come una nazione socialista, e questo è quello che i democratici vogliono. Gli Stati Uniti non diverranno mai una versione del Venezuela su larga scala».
Nel frattempo, ieri sono cominciate le audizioni del giudice Amy Coney Barrett alla commissione Giustizia del Senato. La Barrett sarà ascoltata per tutto il corso di questa settimana, mentre il voto per la sua ratifica in commissione è teoricamente previsto per il 22 ottobre. Successivamente sarà il Senato in plenaria ad avere l'ultima parola: secondo la tabella di marcia prevista dai repubblicani, la conferma definitiva dovrebbe avvenire entro la fine del mese. Nella giornata di ieri si sono tenute le dichiarazioni introduttive. Il presidente della commissione, il senatore repubblicano Lindsey Graham, ha invocato delle audizioni «rispettose», mentre i democratici hanno già fatto sapere di voler pressare la Barrett sulle sue posizioni in materia sanitaria (soprattutto per quanto concerne l'Obamacare). I senatori dell'asinello (a partire da Chris Coons) sono anche tornati a criticare il fatto che Trump abbia nominato un nuovo giudice a così poco tempo dalle elezioni del 3 novembre. Una tesi respinta al mittente ieri dallo stesso Graham. «Non c'è nulla di incostituzionale in questo processo», ha dichiarato.
Come che sia, il presidente non ha apprezzato le lungaggini del procedimento senatoriale e ha quindi twittato: «I repubblicani stanno dando ai democratici molto tempo, il che non è obbligatorio, per fare le loro dichiarazioni egocentriche relative al nostro nuovo e fantastico giudice della Corte Suprema». Non è del resto una novità che il presidente abbia polemizzato col suo stesso partito. Già la settimana scorsa, durante un'intervista rilasciata a Fox News, Trump aveva detto che, se la Barrett non verrà confermata, sarà solo colpa dei repubblicani.
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Tre luminari di epidemiologia si schierano contro le chiusure indiscriminate: «Effetti devastanti sulla salute pubblica». Piuttosto, «si tutelino gli anziani lasciando libertà di circolare agli altri». Si tratta di scienziati «buoni», ma la tesi è fastidiosa. E viene censurata.Nuovo comizio dal vivo per Donald Trump. Al Senato via all'audizione per la Corte suprema: «Fate presto».Lo speciale contiene due articoli.Una severa critica al lockdown indiscriminato. È questo, in estrema sintesi, il contenuto della Great Barrington declaration: un appello, sottoscritto lo scorso 4 ottobre presso l'American institute for Economic research da alcuni autorevoli epidemiologi e medici. In particolare, gli autori del documento sono: Sunetra Gupta dell'università di Oxford; Jay Bhattacharya dell'università di Stanford; e Martin Kulldorff dell'università di Harvard. «In qualità di epidemiologi delle malattie infettive e di scienziati della salute pubblica, siamo molto preoccupati per gli effetti dannosi sulla salute fisica e mentale causati dalle politiche adottate dai governi in materia di Covid-19, e raccomandiamo un approccio che chiamiamo protezione mirata», si legge nel documento. Nella fattispecie, la critica di questi scienziati si concentra sull'adozione del lockdown generalizzato. «Le attuali politiche di blocco stanno producendo effetti devastanti sulla salute pubblica, a breve e lungo periodo», prosegue la dichiarazione. Il problema, secondo gli autori, non è infatti esclusivamente di natura socioeconomica ma anche sanitaria: si parla in tal senso di «peggioramento degli esiti delle malattie cardiovascolari, meno screening per il cancro e deterioramento della salute mentale».La soluzione proposta da questi scienziati è quindi quella di restrizioni mirate, che si concentrino esclusivamente sulle categorie a rischio. «L'approccio più umano, che bilancia i rischi e i benefici nel raggiungimento dell'immunità di gregge, è quello di permettere a coloro che sono a minimo rischio di morte di vivere normalmente la loro vita per costruire l'immunità al virus attraverso l'infezione naturale, proteggendo al meglio coloro che sono a più alto rischio», sostiene non a caso la dichiarazione. «Le attività extrascolastiche, come lo sport, dovrebbero essere riprese. I giovani adulti a basso rischio dovrebbero lavorare normalmente, piuttosto che da casa. Dovrebbero essere aperti i ristoranti e le altre attività commerciali. Arte, musica, sport e tutte le attività culturali dovrebbero riprendere normalmente», si legge ancora. Obiettivo finale per il documento è quello di «ridurre al minimo la mortalità e i danni sociali fino a raggiungere l'immunità di gregge».La dichiarazione non ha mancato di suscitare polemiche. Stephen Griffin, docente presso l'Università di Leeds, ha dichiarato alla Bbc che questo tipo di approccio comporterebbe una indebita disparità di trattamento tra le persone. Tutto questo, mentre William Hanage, epidemiologo di Harvard, pur riconoscendo la necessità di salvaguardare maggiormente le attività economiche, ha espresso perplessità sul concetto di immunità di gregge. Tra l'altro, oltre alle critiche tecniche, se ne sono registrate altre di più strumentali, con il Guardian che ha riportato come alcune decine degli attuali 340.000 firmatari (molti dei quali accademici) siano in realtà dei nomi fittizi.Come che sia, al di là delle polemiche, i dati di fatto sono due. In primo luogo, non si può non ammettere come gli autori della dichiarazione siano scienziati di fama e che il documento non possa essere derubricato a qualcosa di pseudoscientifico: lo stesso Griffin, pur nella sua posizione critica, ha riconosciuto che la dichiarazione nasca da «buone intenzioni». In secondo luogo, l'altro dato è che di questo documento si sia al momento parlato molto (forse troppo) poco sia in Italia che all'estero. Quasi che possa irritare che alcuni importanti scienziati esprimano dei dubbi sull'opportunità e l'efficacia di un lockdown indiscriminato. Per il momento, un chiaro segnale di interesse è arrivato dalla Casa Bianca. La scorsa settimana, il ministro della Sanità americano, Alex Azar, ha tenuto un incontro proprio con Gupta, Kulldorff e Bhattacharya. Come riportato dal sito The Hill, «durante l'incontro, i tre medici hanno detto ad Azar che consentire al virus di diffondersi in modo incontrollato tra i giovani e le persone sane, proteggendo gli anziani e quelli a più alto rischio di malattie gravi, creerebbe una sufficiente immunità della popolazione per impedirne la diffusione ampia, evitando blocchi e altri misure di mitigazione che hanno avuto un impatto dannoso sull'economia». Bhattacharya ha comunque precisato come l'idea - presente nella dichiarazione - di una «protezione mirata» risulti differente dalla «strategia dell'immunità di gregge» in senso stretto.Non è al momento chiaro se l'amministrazione Trump sceglierà di seguire questa linea. Quel che è certo è che, a inizio ottobre, Azar, nel corso di un'audizione alla Camera, aveva detto che «l'immunità di gregge non è la strategia del governo degli Stati Uniti per quanto riguarda il coronavirus». Resta comunque il fatto che l'incontro della settimana scorsa abbia evidenziato una manifestazione di interesse, da parte di un presidente - Trump - che ha sempre cercato di evitare un blocco totale dell'economia americana. Con la variante che, almeno in questo caso, non potrà prendersi del «negazionista» o del «nemico della scienza», visto il calibro dei tre medici in questione. Un calibro che, certo, non rende automatico dare ragione alla loro idea. Si tratta ciononostante di una proposta che ha una sua autorevolezza e che meriterebbe di essere diffusa e conosciuta, per ricevere adeguata valutazione. Eppure, come detto, ancora dopo dieci giorni dalla sua sottoscrizione, quasi nessuno ne parla. 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Non sarà del resto un caso che, sabato scorso, anche il vicepresidente, Mike Pence, abbia fatto campagna nel cosiddetto Sunshine State. Sempre nella giornata di ieri, l'inquilino della Casa Bianca ha twittato: «Grande impennata della peste cinese in Europa e in altri luoghi che le Fake News erano solite presentare come esempi di luoghi che stanno andando bene, al fine di far sembrare gli Stati Uniti cattivi. Sii forte e vigile, farà il suo corso. Vaccini e cure stanno arrivando velocemente!». Un messaggio volto a ribaltare la tesi secondo cui la gestione della pandemia da parte sua sia stata fallimentare: un elemento che proprio in Florida si rivela particolarmente delicato tra le frange più anziane della popolazione. Del resto, sempre per attirare il sostegno degli elettori del Sunshine State, Trump è tornato ieri a spingere sul pedale dell'anticastrismo. «Il nostro Paese», ha twittato, «non può sopravvivere come una nazione socialista, e questo è quello che i democratici vogliono. Gli Stati Uniti non diverranno mai una versione del Venezuela su larga scala». Nel frattempo, ieri sono cominciate le audizioni del giudice Amy Coney Barrett alla commissione Giustizia del Senato. La Barrett sarà ascoltata per tutto il corso di questa settimana, mentre il voto per la sua ratifica in commissione è teoricamente previsto per il 22 ottobre. Successivamente sarà il Senato in plenaria ad avere l'ultima parola: secondo la tabella di marcia prevista dai repubblicani, la conferma definitiva dovrebbe avvenire entro la fine del mese. Nella giornata di ieri si sono tenute le dichiarazioni introduttive. Il presidente della commissione, il senatore repubblicano Lindsey Graham, ha invocato delle audizioni «rispettose», mentre i democratici hanno già fatto sapere di voler pressare la Barrett sulle sue posizioni in materia sanitaria (soprattutto per quanto concerne l'Obamacare). I senatori dell'asinello (a partire da Chris Coons) sono anche tornati a criticare il fatto che Trump abbia nominato un nuovo giudice a così poco tempo dalle elezioni del 3 novembre. Una tesi respinta al mittente ieri dallo stesso Graham. «Non c'è nulla di incostituzionale in questo processo», ha dichiarato. Come che sia, il presidente non ha apprezzato le lungaggini del procedimento senatoriale e ha quindi twittato: «I repubblicani stanno dando ai democratici molto tempo, il che non è obbligatorio, per fare le loro dichiarazioni egocentriche relative al nostro nuovo e fantastico giudice della Corte Suprema». Non è del resto una novità che il presidente abbia polemizzato col suo stesso partito. Già la settimana scorsa, durante un'intervista rilasciata a Fox News, Trump aveva detto che, se la Barrett non verrà confermata, sarà solo colpa dei repubblicani.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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