Famiglia nel bosco, parla il Garante: «Gravi gli insulti della psicologa»
2026-02-23
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Le aziende stanno perdendo la battaglia contro il ransomware, ossia gli attacchi informatici che bloccano i sistemi e i dati aziendali. Secondo il Veeam 2022 Ransomware Report, il 72% delle organizzazioni ha subito attacchi parziali o completi ai propri archivi di backup, con un impatto drammatico sulla capacità di recuperare i dati senza pagare il riscatto.
Veeam Software, che ovviamente è parte interessata in quanto opera nelle soluzioni per la protezione dei dati, ha rilevato che l'80% degli attacchi andati a buon fine ha preso di mira vulnerabilità note, sottolineando l'importanza di patch e aggiornare il software. Il sondaggio è stato condotto da una società di ricerca che ha intervistato mille manager negli Usa ma anche in Europa, le cui aziende sono state attaccate (con successo) da ransomware almeno una volta negli ultimi 12 mesi.
Tra i gruppi criminali più attivi in questi attacchi c’è la gang Conti, che ha un organico di oltre 100 hacker con salari dai 5.000 ai 10.000 dollari mensili. Un’organizzazione ben strutturata con un “fatturato”, risultante dai riscatti pagati dalle aziende, di oltre 180 milioni di dollari all’anno.
«Il ransomware ha democratizzato il furto di dati e richiede uno sforzo collaborativo da parte delle aziende per massimizzare la loro capacità di rimediare e recuperare i dati senza pagare un riscatto», ha spiegato Danny Allan, di Veeam. Le aziende infatti preferiscono pagare (76%) per porre fine all’attacco e recuperare i dati. Sfortunatamente, mentre il 52% dei paganti è riuscito a riavere i dati, il 24% non è stato in grado di recuperarli nonostante il pagamento. Il report rivela però anche che il 19% delle aziende non ha pagato alcun riscatto perché è riuscito, grazie ai suoi sistemi di protezione, a recuperare autonomamente i dati.
Ma come si svolge un attacco? Il più delle volte i cybercriminali hanno avuto accesso ai sistemi It aziendali attraverso utenti, spesso dipendenti delle aziende vittime di attacchi, che hanno cliccato su link dannosi, visitato siti web non sicuri o risposto a messaggi di phishing. E quindi gli attacchi più clamorosi, come quello alle Ferrovie dello Stato che ha bloccato per qualche giorno la biglietteria, avvengono in grandi organizzazioni con migliaia di dipendenti a volte distratti e quindi vittime delle ormai sofisticate tecniche di phishing.
Nella maggior parte dei casi, gli intrusi criminali hanno sfruttato vulnerabilità note, quelle dei sistemi operativi, delle piattaforme e dei server, senza lasciare nulla di intentato e sfruttando qualsiasi software senza patch o, più semplicemente, obsoleto. Quanto alle cybergang criminali il gruppo Conti, esaminato da Cynet, altra azienda di sicurezza informatica, si è dimostrato il meglio organizzato.
Nello specifico, le risorse impiegate dalla gang criminale comprendono programmatori, testers che analizzano i sistemi, coloro che si occupano del reverse engineering (ovvero che ricostruiscono il funzionamento dei sistemi aziendali da attaccare) e infine dagli hacker veri e propri, che forzano i sistemi. Infine, la ben organizzata gang, si è dotata anche di un help desk per i propri «clienti» (ossia le vittime), con persone che guadagnano sui 2.000 dollari al mese.
Quanto alla negoziazione del riscatto, gruppo Conti è anche in grado di sapere se la vittima è dotata di una polizza assicurativa contro i cyber attacchi: in questo caso non concede sconti. Per i pagamenti inoltre vengono preferite le cybervalute, in particolare i bitcoin.
E a quanto pare non sono molto disposti agli autoesami nemmeno gli esperti (o presunti tali) individuati dal tribunale dei minori dell’Aquila. Come noto, il tribunale ha disposto una perizia psicologica per accertare le capacità genitoriali di papà Nathan e mamma Catherine, e l’ha affidata a Simona Ceccoli, una psichiatra che di solito opera presso una Rsa, il presidio ospedaliero Villa Letizia a L’Aquila. In teoria, a svolgere un compito simile dovrebbero essere professionisti che abbiano all’attivo diversi anni di esperienza con i minori, e sarebbe interessante sapere se la psichiatra in questione effettivamente li abbia. Di sicuro, questa esperienza difetta alla ausiliaria che la Ceccoli ha scelto, ovvero Valentina Garrapetta, la psicologa che ha il compito di svolgere i test sui Trevallion.
Ieri abbiamo documentato come la giovane dottoressa, tra novembre e dicembre, abbia condiviso sul suo profilo Facebook post e articoli particolarmente ruvidi nei confronti della famiglia nel bosco. Ieri, chissà come mai, la dottoressa ha rimosso uno di quei post, il più feroce, dalla sua pagina social. Ma ormai il danno è fatto. È difficile non farsi venire dubbi sulla sua imparzialità, dubbi che si estendono purtroppo anche alla psichiatra che l’ha voluta come ausiliaria.
Nel primo articolo che abbiamo pubblicato su questo caso abbiamo evitato di scrivere il nome della giovane dottoressa, anche se i suoi post erano pubblici: non ci interessano gli attacchi personali, ma solo che sulla vicenda dei Trevallion ci sia la massima trasparenza. Notiamo però che la Garrapetta ha deciso di esporsi rilasciando dichiarazioni a Repubblica. Frasi polemiche nei confronti di Tonino Cantelmi, esperto di provata autorevolezza che da qualche tempo opera quale consulente dei Trevallion. Cantelmi ha avanzato alcuni dubbi sulle competenze della dottoressa: «Ho molte perplessità su come la consulente tecnica d’ufficio sta gestendo i test, che costituiscono una componente importante di una perizia, a volte decisiva», ha detto Cantelmi. «La consulente tecnica ha affidato la scelta dei test a una giovane psicologa, iscritta all’Albo solo da poco più di tre anni e le cui competenze reali saranno tutte da valutare. Non conosciamo ancora le reali competenze della dottoressa sui minori, ma siamo preoccupati, date le premesse, qualora volesse somministrare test ai minori, per la qualità dell’intervento».
La dottoressa ha replicato piccata: «Quanto detto qualifica il signor Cantelmi e non me», ha dichiarato a Repubblica. «Per me parla il curriculum. E se le mie competenze sono da valutare, le sue sono già valutabili da un punto di vista deontologico».
A dire il vero, se c’è qualcosa di rilevante sul piano deontologico sono proprio i post della dottoressa che ha mostrato La Verità, e che cambiano irrimediabilmente il quadro della situazione. Sarebbe davvero incredibile, alla luce delle notizie che abbiamo pubblicato, che le istituzioni non intervenissero e che si ripensasse tutto lo svolgimento della perizia.
Abbiamo chiesto al professor Cantelmi che cosa pensi dei post che abbiamo rintracciato, e la sua risposta lascia pochi dubbi. «Ci sono delle stringenti normative deontologiche promosse dall’Ordine degli psicologi che vietano di poter assumere incarichi inerenti perizie qualora uno abbia espresso pubblicamente o abbia in qualche modo condiviso pubblicamente opinioni sul caso che andrà ad esaminare, quindi se i post sono veri si tratta di una violazione deontologica grave che non potremo non segnalare», dichiara. «La giovane psicologa dichiara di avere un curriculum che parla da solo», continua. «In effetti un curriculum di tre anni parla davvero da solo... Forse qui non si tiene conto del fatto che l’articolo 4 comma 4 del decreto ministeriale 109/2023 stabilisce i requisiti di competenza per coloro che si occupano di minori in ambito peritale, e sono requisiti stringenti: almeno cinque anni di documentata esperienza nel campo minorile. Peraltro lei non conferma sul suo sito competenze sui minori, anzi. Quindi rimaniamo perplessi e ovviamente la perplessità maggiore a questo punto ricade sulla Ctu che l’ha scelta».
Già: a questo punto le perplessità sono inevitabili. «La Ctu e la testista hanno dichiarato a noi più volte di avere un rapporto di lavoro consolidato e anche questo ci stupisce», prosegue Cantelmi. «Come può essere consolidato questo rapporto vista la brevità della carriera della psicologa? Ovviamente questo ci fa riflettere. Io faccio un appello: se vogliamo davvero collaborare per il benessere di questi bambini dobbiamo mettere da parte i pregiudizi e le posizioni preconcette. Dobbiamo essere sufficientemente autocritici. Questo appello lo rivolgo a chiunque si occupi dei bambini, anche al servizio sociale: collaboriamo insieme perché questi bambini tornino al più presto ai loro genitori».
Fra pochi giorni, in teoria, dopo i genitori anche i piccoli Trevallion dovrebbero essere sottoposti a test. «Abbiamo molti dubbi sui test scelti», dice ancora Cantelmi. «Abbiamo offerto collaborazione, ma i nostri suggerimenti sulle modalità di somministrazione non sono stati accolti. Alcuni test per noi sono obsoleti, altri sono palesemente inutili, non c’entrano con la capacità genitoriale in modo specifico e poi siamo molto preoccupati per i test che si vogliono somministrare ai minori. Tutto questo lo dettaglieremo nelle sedi opportune, nel complesso siamo molto perplessi e stupiti per la superficialità con la quale si sta affrontando questo caso».
La superficialità, ormai, è evidente a tutti. Semplicemente, non è ammissibile che la valutazione della famiglia nel bosco - e dunque la decisione sul suo futuro - sia nelle mani di qualcuno che la derideva e insultava sui social. Se n’è resa conto la Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo, Alessandra De Febis, che dopo aver visto il nostro articolo ha emesso una nota molto dura: «Da quanto emerso, nell’ambito del procedimento che ha condotto all’allontanamento dei bambini dal proprio nucleo familiare e nelle successive attività di accertamento sulle condizioni degli stessi e dei genitori, risulterebbe il coinvolgimento di una professionista che in precedenza aveva già espresso pubblicamente, attraverso i social network, giudizi e posizioni fortemente denigratorie nei confronti della famiglia. Qualora tale circostanza fosse confermata», dice la Garante, «ci troveremmo di fronte a un fatto di estrema gravità, perché verrebbe meno in radice il requisito fondamentale dell’imparzialità che deve caratterizzare ogni valutazione tecnica in un ambito così delicato».
Secondo la Garante è «doveroso intervenire per richiamare con fermezza la centralità del superiore interesse dei minori coinvolti, che deve rappresentare il riferimento esclusivo di ogni decisione e di ogni valutazione. Un professionista che abbia già manifestato un orientamento pregiudiziale non può garantire quella necessaria serenità di giudizio indispensabile per valutare in modo obiettivo la condizione psicologica e fisica dei minori e del loro nucleo familiare. In procedimenti che incidono in maniera così profonda sulla vita dei bambini non è ammissibile neppure il dubbio sulla neutralità di chi è chiamato a svolgere funzioni tecniche».
Per la De Febis, «il rischio concreto è che si perda di vista l’obiettivo principale: la tutela effettiva dei diritti dei bambini. Alla luce degli elementi che stanno emergendo, avverto ancora più forte la responsabilità, connessa al ruolo che ricopro, di adoperarmi affinché vengano compiuti tutti gli approfondimenti necessari per chiarire i fatti e verificare che ogni passaggio del procedimento sia stato improntato al rispetto dei principi di imparzialità, correttezza e trasparenza. Mi attiverò per utilizzare tutti gli strumenti previsti dall’ordinamento al fine di comprendere pienamente quanto accaduto e contribuire a fare luce su una situazione che sta assumendo contorni di particolare gravità. Il mio intervento non è volto ad alimentare contrapposizioni, ma a riportare con determinazione l’attenzione su ciò che deve venire prima di tutto: i diritti dei bambini, la credibilità dei percorsi valutativi e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Su un principio non può esserci alcuna deroga: ogni decisione che riguarda un minore deve fondarsi su valutazioni realmente imparziali, competenti e libere da qualsiasi pregiudizio».
A questo punto la palla passa al tribunale dei minori: non prendere atto di ciò che abbiamo pubblicato e non assumere adeguati provvedimenti sarebbe inaccettabile.
dilagante che caratterizza questo luogo. A mia memoria non ricordo Papi che si siano pronunciati esplicitamente su questa forma di violenza. Certo, di violenza hanno parlato vari Papi: basti pensare all’anatema lanciato ad Agrigento, contro la mafia, il 23 maggio del 1993, 33 anni fa. Ma specificamente su questa forma di violenza, detta microcriminalità, così dilagante, preoccupante, e lesiva della libertà e della dignità della persona, Leone XIV è stato esplicito come raramente ricordiamo da parte di altri Papi.
Durante l’omelia nella parrocchia Sacro Cuore nella zona Castro Pretorio di Roma ha testualmente detto: «In pochi metri si possono toccare le contraddizioni di questo tempo: la spensieratezza di chi parte e arriva con tutte le comodità e coloro che non hanno un tetto; le tante potenzialità di bene e una violenza dilagante; la voglia di lavorare onestamente e i commerci illeciti delle droghe e della prostituzione. La vostra parrocchia è chiamata a farsi carico di queste realtà, ad essere lievito di Vangelo nella pasta del territorio, a farsi segno di vicinanza e di carità. Ringrazio i salesiani per l’opera instancabile che portano avanti ogni giorno, e incoraggio tutti a continuare ad essere proprio qui una piccola fiammella di luce e di speranza». E si badi bene, non ha condannato la spensieratezza di chi viaggia con tutte le comodità, ma semmai la disparità che che esiste tra loro e chi non dispone di un tetto. Elogiato coloro che lavorano onestamente e condannato senza appello coloro che svolgono commerci irregolari ed illeciti di droghe e della prostituzione. Una foto precisa di ciò che avviene nella e intorno alla Stazione Termini di Roma.
Naturalmente sarebbe una distorsione del pensiero e delle parole del Papa, una interpretazione «securitaria» di ciò che ha detto. Non è questo il punto. La Chiesa e il Papa, quando parlano di problemi sociali, hanno sempre in mente il concetto di bene comune. Il bene comune, secondo il Catechismo della Chiesa cattolica, è «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri di raggiungere più pienamente e più speditamente la propria perfezione». Comprende il rispetto della persona, il benessere sociale e la pace. È proprio al rispetto della persona e al benessere sociale che possiamo con sia pur relativa convinzione riportare le parole del Papa. Ma non si può neanche cadere nell’errore inverso, e cioè non considerare come determinante, nella sua omelia, il riferimento esplicito a che nei luoghi dove le persone si ritrovano o circolano siano garantite le condizioni di sicurezza per le persone stesse. Non c’è infatti dubbio che il rispetto della persona passi anche attraverso la sua libertà dalla paura. Non è una forzatura. Sarebbe semplice riportare vari passi, citazioni e brani di documenti che dimostrano questa convinzione. Sicurezza e rispetto della persona costituiscono una parte di quel bene comune cui la Chiesa nel suo insegnamento sociale fa riferimento come principio fondante della dottrina sociale stessa. Tra l’altro il legame tra insicurezza e povertà o degrado delle città non può non interessare la Chiesa, che vede i più deboli come principali obiettivi e bersagli di questa violenza diffusa anche in luoghi pubblici come le stazioni ferroviarie.
Dunque sarebbe offensivo del pensiero e della figura del Papa interpretare queste sue parole all’interno del dibattito politico che si sta svolgendo nel nostro Paese sul tema della sicurezza e che ha assunto una centralità che non aveva mai avuto. Non si tratta di stiracchiare le parole del Papa a favore di una parte piuttosto che di un’altra, politicamente parlando. Certamente esse possono essere interpretate come un richiamo forte ad interventi importanti e a provvedimenti efficaci per prevenire ed anche reprimere questa forma di violenza dilagante. Non è neanche un caso, del resto, che nelle parole del pontefice siano state accomunate l’insicurezza e la presenza di commerci illeciti con particolare riguardo a droga e prostituzione. Perché tutte e due le tipologie di fenomeni criminali vanno inscritte nell’insieme generale che si chiama degrado. Il degrado non è compatibile con il bene comune perché nel degrado la persona difficilmente può sviluppare sé stessa e i propri progetti di vita. Questo ci pare l’ambito più congruo nel quale collocare le parole del vescovo di Roma.
Concludendo, se da una parte il richiamo del pontefice non può essere iscritto d’ufficio in nessuna delle parti politiche che discutono del tema della sicurezza, certamente non possiamo non rilevare la peculiarità di questo richiamo e anche la sua forza sia in termini di insegnamento sociale che in termini di richiamo esplicito a un necessario intervento risanatore e che ristabilisca la giustizia anche in questo delicato settore della vita sociale. Non si può tirare l’abito del Papa da una parte o dall’altra. Non si può parimenti non rilevare la forza e l’originalità di questo richiamo.
E io pago! Direbbe il principe Antonio De Curtis che si trova a fare i conti, come quasi tutti i contribuenti italiani, con l’eredità lasciata da Peppino, al secolo Giuseppe Conte. È curioso notare come la segretaria del Pd Elly Schlein se la pigli col governo che non provvede alle necessità dei meno abbienti.
A parte che non è così, ma sarebbe il caso che guardasse meglio nel suo campo largo per trovare le ragioni delle difficoltà di bilancio in cui si è dibattuto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ha ripetuto fino allo sfinimento che il Superbonus edilizio - ha tolto molto ai poveri per dare a una ristretta minoranza - ci costa 4,5 miliardi al mese. Ma si sa, dei 5 stelle originari è rimasta solo la sigla e oggi il Superbonus presenta un altro Conte, pardon conto.
Il Sole 24 Ore ha anticipato ieri che il governo starebbe studiando, perché costretto dagli eventi, una norma salva condomini per evitare a chi ha attivato il Superbonus, ma non ha terminato i lavori, di vedersi chiedere dall’Agenzia delle Entrate una parte di quanto ricevuto sia come anticipazione bancaria sia come sconto in fattura. La faccenda è seria e complicata come l’iter del Superbonus che ha avuto mille ripensamenti. Il bilancio al mese scorso non è lusinghiero: gli edifici ristrutturati e dunque si presume anche a norma rispetto alle «follie» del Green deal sono 502.500 mettendoci dentro anche castelli e palazzi nobiliari per uno sconto fiscale che ammonta sinora a oltre 130 miliardi di euro. La gran parte degli edifici ristrutturati sono abitazioni unifamiliari. Così ci sono circa 140.000 condomini rimasti in mezzo al guado. Forse sarebbe meglio dire in mezzo al guano visto che tra lavori che devono essere finiti e lavori autorizzati l’ammontare complessivo è di circa 166 miliardi.
Per evitare un massacro fiscale a chi ha operato in buona fede il governo sta pensando di varare col decreto fiscale in approvazione in questa settimana (o nella prossima) una sorta di scudo che sana le irregolarità dei condomini attraverso un pagamento ridotto di quanto l’Agenzia delle Entrate potrebbe pretendere. Le fattispecie su cui incide la norma sono diverse, ma tre sono le più frequenti e stanno togliendo il sonno a migliaia di cittadini che si trovano col danno - l’impresa che non ha finito i lavori - e la beffa della richiesta dell’Erario. I cittadini vengono chiamati in causa perché se anche hanno ceduto il credito alla banca o hanno accettato lo sconto in fattura i destinatari del Superbonus sono loro e come tali vengono chiamati a rispondere. Il primo: i lavori non finiti. Requisito dirimente per avere titolo a qualsiasi bonus edilizio è che l’opera sia stata eseguita per intero. Chi non chiude il cantiere è soggetto a revoca del bonus che deve rimborsare (se si è chiesto l’anticipo in banca bisogna mettere mano al portafoglio) maggiorato di mora e interessi. Il secondo caso si verifica se c’è difformità tra quanto dichiarato all’Agenzia delle Entrate e i lavori effettivamente fatti. Il terzo caso emerge se si riscontra una differenza tra i materiali che si è dichiarato di avere acquistato e quelli effettivamente utilizzati. Anche in questi due casi si rischia la revoca del bonus e l’applicazione delle sanzioni. La misura allo studio del governo sarebbe uno sconto del 90% sulle cifre contestate e l’azzeramento di more ed interessi. Per capirci, se l’Agenzia ha nel mirino un beneficio da 200.000 euro se ne pagano 20.000 e si azzera tutto.
Com’è facile capire però questo ha un immediato impatto, in termini di minore entrate, sul bilancio, il che allunga l’ombra nefasta del 110% sui conti pubblici. Anche perché c’è un’altra questione fiscale che il governo pare comunque intenzionato a sanare, stavolta probabilmente scegliendo la via dell’emendamento d’aula in fase di conversione del decreto fiscale. Secondo l’anticipazione del Sole 24 Ore questo ulteriore provvedimento riguarda i cosiddetti General contractor. Sono le imprese grosse che hanno preso il lavoro e poi subappaltato. L’Agenzia delle Entrate contesta la differenza tra il valore dei lavori ammessi al Superbonus e le fatture pagate dai General contractor ai subfornitori, sospettando che le ditte abbiano fatto la «cresta» sullo sconto fiscale. L’Anci (l’associazione dei costruttori) protesta: non c’è nessun lucro indebito; la differenza tra i due importi si chiama utile d’impresa su cui il fisco già esercita il prelievo. Anche qui la pretesa delle Entrate sarebbe l’integrale restituzione del Superbonus, mentre le aziende dicono che hanno semplicemente fatto da capofila degli appalti per rendere più rapido accedere all’anticipazione bancaria. Com’è evidente se l’Agenzia delle entrate chiedesse il rientro le imprese sarebbero in enormi difficoltà. Da qui la norma allo studio del governo per estendere anche lo scudo Superbonus. Tanto c’è sempre uno che dice «e io pago!».
