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2026-02-02
Cure palliative, un altro ostacolo: «C’è una fuga dei giovani medici»
«Oggi la copertura del fabbisogno di cure palliative in Italia è gravemente insufficiente: mancano ancora più della metà dei medici, mentre solo un terzo dei malati riesce ad accedere ai servizi fondamentali. Non più scelte tecniche, ma decisioni di indirizzo politico e di investimento che permettano alle cure palliative di garantire, su tutto il territorio, risposte adeguate al fabbisogno delle persone e ai diritti dei cittadini». A lanciare il grido di allarme è Gianpaolo Fortini, presidente della Società italiana cure palliative (Sicp). E svela uno dei problemi, se non «il» problema, alla base della scarsa diffusione della pratica sul territorio nazionale: la mancanza di specialisti che la possano mettere in atto. Dopo tre anni di bandi, ovvero da quando è stata istituita la scuola quadriennale di specializzazione post laurea, ci sono ancora aperti centinaia di posizioni. Ma a scegliere questa carriera «sono ancora pochissimi, giovani medici», fa sapere la Sicp. Nel 2023 i posti assegnati nelle università italiane furono appena 37 su 170, mentre nel 2025 la copertura è salita a 64 su 165 così suddivisi per macroarea territoriale: 15 al Sud e nelle isole, 20 nel Nordest, 18 al Nordovest e 11 al Centro. Circa il 60% dei contratti non assegnati, contro il 17% del totale considerando tutte le specializzazioni dell’ultimo concorso (2.569 contratti non assegnati su 15.283, dossier Anaao, l’Associazione nazionale aiuti e assistenti ospedalieri). Secondo la Sicp, questa carenza di medici deriva dal fatto che «l’offerta formativa resta insufficiente rispetto ai bisogni della popolazione e fatica ad attrarre giovani medici. I motivi di questa scarsa attrattività: l’assenza in quasi tutta Italia di insegnamento strutturato della materia cure palliative nel pre-laurea in medicina e chirurgia e le scarse equipollenze in uscita al pari delle altre specializzazioni».
Questa carenza, ovviamente, si riverbera sul fronte dell’assistenza territoriale creando forti disparità tra Regione e Regione. Il Trentino, per esempio, assistite oltre il 70% delle persone che ne hanno bisogno, la Sardegna meno del 5%. In mezzo ci sono il Veneto con il 55%, la Lombardia, la Liguria e l’Emilia-Romagna sono sopra il 40%, Lazio e Umbria tra il 39 e il 36%, la Puglia al 33%, Il Friuli Venezia-Giulia al 31%, la Sicilia al 23%. In fondo a questa classifica, oltre alla Sardegna, ci sono la Calabria (6,4%) e Marche (8,5%). Le problematiche organizzative, come la carenza di personale, la disomogeneità regionale e l’elevato carico di lavoro, sono elementi cruciali che contribuiscono al distress degli operatori nelle cure palliative.
Eppure insistere e rendere «più attrattiva» questa pratica sarebbe la risposta migliore a quanti continuano a spingere per l’eutanasia e il suicidio assistito, due prassi in costante ascesa con il passare degli anni. Che le cure palliative fungano da argine alla «dolce morte» lo attestano anche diversi studi, come quello dal titolo Dati e tendenze in materia di suicidio assistito ed eutanasia e alcune questioni demografiche collegate, portato avanti da Asher Colombo e Gianpiero Dalla-Zuanna, docenti delle Università di Bologna e Padova, e pubblicato su Population and development review. «Le cure palliative», sostengono i due autori, «costituiscono uno strumento fondamentale e una valida alternativa all’eutanasia e al suicidio assistito se non addirittura l’approccio preferibile, più umano e completo per la gestione del fine vita». Per il fine vita, la «dolce morte» ha un’alternativa: «L’organizzazione di cure palliative appropriate, in grado di ridurre notevolmente o, addirittura, eliminare il dolore cronico». Il suicidio assistito diventa «una scorciatoia» rispetto «a un accompagnamento più sofisticato e complesso verso una morte senza dolore. Nel loro studio, Colombo e Dalla-Zuanna, attraverso casi-studio in Svizzera, Paesi Bassi e Belgio, hanno dimostrato che «la diffusione del suicidio assistito rallenta dove vengono organizzate cura palliative adeguate». Insomma, «dove vengono messe in atto le cure palliative, il ricorso al suicidio assistito o all’eutanasia cara drasticamente. Si ricorre a questa pratica per non soffrire: se si toglie il dolore, la richiesta si riduce di dieci volte».
«In assenza di un’offerta formativa specialistica attrattiva e riconosciuta, l’impianto delle cure palliative italiane continuerà a rimanere debole e frammentato», commentano ancora dalla Sicp, «serve un’azione urgente e coordinata: occorrono campagne di informazione e orientamento mirate, per sensibilizzare i giovani medici e coinvolgerli nella disciplina, rapporti strutturati tra atenei e servizi territoriali per offrire tirocini concreti e una valorizzazione professionale che renda il percorso in cure palliative una scelta competitiva e gratificante. È necessario riconoscere questa prassi come area strategica all’interno del Sistema sanitario nazionale attraverso incentivi, percorsi di carriera e politiche retributive adeguate, oltre a un monitoraggio trasparente su occupazione e abbandoni. Solo così potremo costruire una rete solida in grado di rispondere alle reali necessità dei cittadini».
Già, perché in Italia l’accesso alle cure palliative e l’assistenza alle persone affette da patologie croniche e inguaribili, pur con un trend in crescita, è ancora ben al di sotto dei livelli di sufficienza, attestandosi al 33% come media nazionale. In Italia ogni anno circa 600.000 adulti e 35.000 bambini, si stima, hanno bisogno di cure palliative, ma soltanto un terzo degli adulti e un quarto dei bambini riescono ad accedere a questi servizi perché mancano oltre 6.000 professionisti dedicati, solo tra i medici e gli infermieri, per rispondere in modo adeguato ai bisogni assistenziali sul territorio.
Le cure palliative rappresentano un approccio terapeutico che si concentra sull’alleviamento dei sintomi e del dolore dei malati. Sono un gesto di rispetto e di amore per la persona nella sua interezza. Mentre l’eutanasia ha, come esito, la morte intenzionale del paziente, le cure palliative non hanno lo scopo di abbreviare la vita ma quello di sostenere e accompagnare i malati terminali con dignità e umanità.
«In Italia c’è scarsa cultura mentre i bisogni aumentano. Pure tra bambini e ragazzi»
Cosa sono e cosa comportano le cure palliative? E a che punto è l’Italia su questo delicato versante? Non c’è modo migliore, per approfondire un tema così ricco d’implicazioni bioetiche sul fine vita, che parlarne con una figura esperta. La Verità ha contattato la dottoressa Tania Piccione, presidente della Cic-cp - acronimo che sta per Commissione italiana dei cittadini per le cure palliative, costituitasi da pochi mesi - e della Federazione cure palliative.
Dottoressa Piccione, che cos’è la Commissione dei cittadini per le cure palliative?
«È un progetto che si inserisce all’interno della Federazione cure palliative, che è la rete associativa di tutti gli enti del terzo settore che si occupano di cure palliative a livello nazionale; sono circa 113 enti, tra cui alcuni che erogano servizi di cure palliative sia residenziali sia domiciliari, altri invece sono proprio associazioni di volontariato».
Che obbiettivi vi siete dati?
«Come federazione, nel piano strategico, abbiamo quello di divulgare le cure palliative, quindi di diffondere le cure palliative a livello nazionale, ma soprattutto di coinvolgere la cittadinanza attraverso un approccio che venga dal basso: e così è partita l’iniziativa di istituire una commissione di cittadini. L’esperienza è mutuata da un’altra che è stata fatta in Francia qualche anno fa. Quindi abbiamo lanciato una call to action ai cittadini per cercare di capire che tipo di interesse ci fosse nei confronti delle cure palliative, costituendo un gruppo che oggi vede circa 200 persone che stanno riflettendo su alcune tematiche inerenti alle cure palliative».
Chi sono queste 200 persone al lavoro?
«Sul progetto stanno lavorando essenzialmente i cittadini ma, all’interno del gruppo, ci sono anche professionisti sanitari, c’è qualche volontario, ci sono genitori che hanno avuto esperienze di perdita dei propri figli, ci sono insegnanti. L’obiettivo è riflettere su alcune tematiche e arrivare a fine aprile con dei documenti di posizionamento che poi ci faremo carico, come federazione, di portare all’attenzione dei decisori politici con l’obiettivo, appunto, di accendere i riflettori su queste tematiche e, soprattutto, incidere anche sulle scelte politiche».
A che punto è l’Italia sul fronte delle cure palliative?
«Secondo gli ultimi dati, oltre 500.000 persone adulte necessitano di cure palliative, di cui oltre un terzo presenta bisogni di complessità elevata che richiedono quindi l’intervento di équipe specialistiche. Sono chiaramente destinati a crescere con il progressivo invecchiamento della popolazione e anche con il conseguente aumento dell’incidenza delle patologie cronico-degenerative. Per quantoe riguarda i pazienti minori che hanno bisogno di cure palliative pediatriche, ammontano a 35.000 bambini o comunque neonati, bambini, adolescenti di cui circa 11.000 hanno bisogno di servizi specialistici e ogni anno i bambini che hanno bisogno di questo tipo di assistenza aumenta del 5%».
Quindi accedono a queste cure molti meno di quanti ne avrebbero bisogno?
«Sì esatto, un adulto su tre accede alle cure palliative e un minore su quattro, quindi la rete di cure palliative pediatriche riesce a coprire in questo momento il 25% del fabbisogno; e tutto questo nonostante la legge 38 del 2010 abbia sancito il diritto alle cure palliative in Italia, che sono ancora sottoutilizzate: solo il 30% degli adulti e il 25% dei minori che ne avrebbe bisogno accede a questi servizi».
Come si spiega questa carenza?
«Tra le cause principali sicuramente c’è una parte culturale, quindi una scarsa conoscenza tra i cittadini e i professionisti sanitari delle cure palliative, che non sono solo di fine vita, dato che rappresentano la cura di individui di ogni età con gravi sofferenze, includendo la prevenzione, la diagnosi precoce, la valutazione globale del dolore, la gestione dei problemi fisici. C’è poi una difficoltà d’intercettare precocemente il bisogno di cure palliative e c’è il tema delle barriere o, comunque, una disparità regionale e locale nell’organizzazione delle cure palliative, nel senso che lo sviluppo delle reti è ancora disomogeneo».
È vero che queste cure hanno un’alta incidenza di abbattimento di richieste di morte e di sentimenti di disperazione nei pazienti?
«Sì. Il problema oggi, dal nostro punto di vista - posto che ciascuna persona, secondo il principio di autodeterminazione, può scegliere come vivere la propria malattia -, è lavorare affinché le cure palliative siano un diritto esigibile per tutte le persone di ogni età, indipendentemente dalla latitudine in cui vivono perché soltanto se una persona ha a disposizione tutte le risposte assistenziali possibili, poi, è davvero libera di scegliere quello che vuole».
Molti pazienti andati in Svizzera per la morte assistita, se non erro, non avevano avuto adeguato accesso a tali cure.
«Sì e spesso, anche se non sempre, dietro una richiesta di morte assistita c’è proprio una carenza di una rete di supporto».
Riparte l’iter della legge sul fine vita
Il fine vita sta per tornare al centro del dibattito in Parlamento. Tra pochi giorni infatti, precisamente il 17 febbraio, è calendarizzato sull’agenda del Senato il disegno di legge 104, recante Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita. La legge interviene sull’articolo 580 del Codice penale, introducendo - sulla scia della sentenza della Corte costituzionale numero 242 del 2019, non a caso nota anche come «sentenza Cappato» - la non punibilità per chi agevoli il suicidio di soggetti maggiorenni che, capaci di intendere di volere, versino in una condizione clinica irreversibile e che tale condizione cagioni loro sofferenze fisiche e psicologiche che l’aspirante suicida trovi assolutamente intollerabili nonostante il previo coinvolgimento in cure palliative. Va detto che, tra le previsioni di tale norma, c’è anche l’istituzione di un Centro di coordinamento nazionale dei comitati etici territoriali, incaricato di rilasciare il parere obbligatorio, di cui anche un giudice dovrebbe tener conto, sulla sussistenza o meno dei requisiti per l’esclusione della punibilità del suicidio assistito.
Tale centro dovrebbe essere composto da: un giurista (un professore universitario o avvocato abilitato alle giurisdizioni superiori), un bioeticista, un medico specialista in anestesia, rianimazione e terapia del dolore, un medico specialista in cure palliative, un medico specialista in psichiatria, un medico specialista in medicina legale, uno psicologo, un infermiere, un farmacologo.
Tutto questo è l’esito d’un lavoro che, lo scorso 11 settembre, ha visto i relatori Ignazio Zullo di Fratelli d’Italia e Pierantonio Zanettin di Forza Italia depositare sette emendamenti, che hanno ridefinito il testo base di partenza del luglio 2025. Nonostante tali modifiche, permane forte, anzitutto, la contrarietà della sinistra e del mondo radicale che vorrebbero una legge assai più permissiva. Prova ne sono le parole di Marco Cappato, che ancora lo scorso settembre, affermava apertamente che «il testo in discussione in Parlamento non mira a regolamentare il fine vita, ma a cancellare i diritti che abbiamo conquistato a colpi di disobbedienze civili».
Al tempo stesso, rispetto alla legge di cui si discute in Parlamento, c’è pure la contrarietà del mondo pro life italiano. In particolare, Pro vita & famiglia ha sempre definito «irricevibile» ogni tentativo di normare il suicidio assistito, ribadendo la libertà del Parlamento di non legiferare sulla materia. Una lettura che ha trovato un nuovo appoggio nella sentenza della Corte costituzionale numero 205 del 2025, con cui, oltre a silurare gran parte della legge della Toscana sulla morte on demand, la Consulta ha da un lato chiarito che non esiste alcun obbligo per il Parlamento di legiferare, giacché le sue sentenze sono «autoapplicative», e, dall’altro, come notato da giuristi come l’avvocato Carmelo Leotta del Centro studi Livatino, ha definito i principi sul fine vita finora stabiliti «suscettibili di modificazioni», con la conseguenza che il legislatore non è in alcun modo tenuto a trasformare in legge i contenuti della citata sentenza numero 242 del 2019. Lo stesso governo, pur a fronte di una maggioranza parlamentare che potrebbe votare una legge sul fine vita, non ha mai deciso di spingere in questa direzione e, a sorpresa, anche il cardinale Matteo Zuppi, in apertura del recente Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, ha avuto parole molto chiare di critica alla legittimazione giuridica di eutanasia e suicidio assistito; critica che, con ogni probabilità, trova d’accordo anche papa Leone XIV, dettosi deluso dopo che lo Stato americano dell’Illinois aveva legiferato su queste materie.
Sempre Prevost, nel giugno 2025, aveva rivolto ai pellegrini francesi, con un’indiretta ma chiara allusione al Parlamento d’Oltralpe, alle prese con una legge sul fine vita, una critica a «chi oggi fatica a trovare un senso alla vita umana anche nella sua ultima ora». La partita parlamentare sul fine vita sembra dunque ancora piuttosto aperta.
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Oltre alla scarsa diffusione sul territorio e al «boicottaggio» di chi propugna eutanasia e suicidio assistito, la pratica deve fare i conti anche con la carenza di specializzandi: solo 64 posti su 165 coperti lo scorso anno.Tania Piccione, presidente della Cic-cp, acronimo che sta per Commissione italiana dei cittadini per le cure palliative: «A fine aprile presenteremo un documento ai politici con le richieste arrivate “dal basso” su queste tematiche».Riparte l’iter della legge sul fine vita. Testo al Senato il 17. Il nodo dei Centri di coordinamento nazionale dei comitati etici. Contrari Cappato & C. ma anche i pro life: «Irricevibile normare la morte on demand».Lo speciale contiene tre articoli.«Oggi la copertura del fabbisogno di cure palliative in Italia è gravemente insufficiente: mancano ancora più della metà dei medici, mentre solo un terzo dei malati riesce ad accedere ai servizi fondamentali. Non più scelte tecniche, ma decisioni di indirizzo politico e di investimento che permettano alle cure palliative di garantire, su tutto il territorio, risposte adeguate al fabbisogno delle persone e ai diritti dei cittadini». A lanciare il grido di allarme è Gianpaolo Fortini, presidente della Società italiana cure palliative (Sicp). E svela uno dei problemi, se non «il» problema, alla base della scarsa diffusione della pratica sul territorio nazionale: la mancanza di specialisti che la possano mettere in atto. Dopo tre anni di bandi, ovvero da quando è stata istituita la scuola quadriennale di specializzazione post laurea, ci sono ancora aperti centinaia di posizioni. Ma a scegliere questa carriera «sono ancora pochissimi, giovani medici», fa sapere la Sicp. Nel 2023 i posti assegnati nelle università italiane furono appena 37 su 170, mentre nel 2025 la copertura è salita a 64 su 165 così suddivisi per macroarea territoriale: 15 al Sud e nelle isole, 20 nel Nordest, 18 al Nordovest e 11 al Centro. Circa il 60% dei contratti non assegnati, contro il 17% del totale considerando tutte le specializzazioni dell’ultimo concorso (2.569 contratti non assegnati su 15.283, dossier Anaao, l’Associazione nazionale aiuti e assistenti ospedalieri). Secondo la Sicp, questa carenza di medici deriva dal fatto che «l’offerta formativa resta insufficiente rispetto ai bisogni della popolazione e fatica ad attrarre giovani medici. I motivi di questa scarsa attrattività: l’assenza in quasi tutta Italia di insegnamento strutturato della materia cure palliative nel pre-laurea in medicina e chirurgia e le scarse equipollenze in uscita al pari delle altre specializzazioni».Questa carenza, ovviamente, si riverbera sul fronte dell’assistenza territoriale creando forti disparità tra Regione e Regione. Il Trentino, per esempio, assistite oltre il 70% delle persone che ne hanno bisogno, la Sardegna meno del 5%. In mezzo ci sono il Veneto con il 55%, la Lombardia, la Liguria e l’Emilia-Romagna sono sopra il 40%, Lazio e Umbria tra il 39 e il 36%, la Puglia al 33%, Il Friuli Venezia-Giulia al 31%, la Sicilia al 23%. In fondo a questa classifica, oltre alla Sardegna, ci sono la Calabria (6,4%) e Marche (8,5%). Le problematiche organizzative, come la carenza di personale, la disomogeneità regionale e l’elevato carico di lavoro, sono elementi cruciali che contribuiscono al distress degli operatori nelle cure palliative.Eppure insistere e rendere «più attrattiva» questa pratica sarebbe la risposta migliore a quanti continuano a spingere per l’eutanasia e il suicidio assistito, due prassi in costante ascesa con il passare degli anni. Che le cure palliative fungano da argine alla «dolce morte» lo attestano anche diversi studi, come quello dal titolo Dati e tendenze in materia di suicidio assistito ed eutanasia e alcune questioni demografiche collegate, portato avanti da Asher Colombo e Gianpiero Dalla-Zuanna, docenti delle Università di Bologna e Padova, e pubblicato su Population and development review. «Le cure palliative», sostengono i due autori, «costituiscono uno strumento fondamentale e una valida alternativa all’eutanasia e al suicidio assistito se non addirittura l’approccio preferibile, più umano e completo per la gestione del fine vita». Per il fine vita, la «dolce morte» ha un’alternativa: «L’organizzazione di cure palliative appropriate, in grado di ridurre notevolmente o, addirittura, eliminare il dolore cronico». Il suicidio assistito diventa «una scorciatoia» rispetto «a un accompagnamento più sofisticato e complesso verso una morte senza dolore. Nel loro studio, Colombo e Dalla-Zuanna, attraverso casi-studio in Svizzera, Paesi Bassi e Belgio, hanno dimostrato che «la diffusione del suicidio assistito rallenta dove vengono organizzate cura palliative adeguate». Insomma, «dove vengono messe in atto le cure palliative, il ricorso al suicidio assistito o all’eutanasia cara drasticamente. Si ricorre a questa pratica per non soffrire: se si toglie il dolore, la richiesta si riduce di dieci volte».«In assenza di un’offerta formativa specialistica attrattiva e riconosciuta, l’impianto delle cure palliative italiane continuerà a rimanere debole e frammentato», commentano ancora dalla Sicp, «serve un’azione urgente e coordinata: occorrono campagne di informazione e orientamento mirate, per sensibilizzare i giovani medici e coinvolgerli nella disciplina, rapporti strutturati tra atenei e servizi territoriali per offrire tirocini concreti e una valorizzazione professionale che renda il percorso in cure palliative una scelta competitiva e gratificante. È necessario riconoscere questa prassi come area strategica all’interno del Sistema sanitario nazionale attraverso incentivi, percorsi di carriera e politiche retributive adeguate, oltre a un monitoraggio trasparente su occupazione e abbandoni. Solo così potremo costruire una rete solida in grado di rispondere alle reali necessità dei cittadini».Già, perché in Italia l’accesso alle cure palliative e l’assistenza alle persone affette da patologie croniche e inguaribili, pur con un trend in crescita, è ancora ben al di sotto dei livelli di sufficienza, attestandosi al 33% come media nazionale. In Italia ogni anno circa 600.000 adulti e 35.000 bambini, si stima, hanno bisogno di cure palliative, ma soltanto un terzo degli adulti e un quarto dei bambini riescono ad accedere a questi servizi perché mancano oltre 6.000 professionisti dedicati, solo tra i medici e gli infermieri, per rispondere in modo adeguato ai bisogni assistenziali sul territorio.Le cure palliative rappresentano un approccio terapeutico che si concentra sull’alleviamento dei sintomi e del dolore dei malati. Sono un gesto di rispetto e di amore per la persona nella sua interezza. 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La Verità ha contattato la dottoressa Tania Piccione, presidente della Cic-cp - acronimo che sta per Commissione italiana dei cittadini per le cure palliative, costituitasi da pochi mesi - e della Federazione cure palliative.Dottoressa Piccione, che cos’è la Commissione dei cittadini per le cure palliative?«È un progetto che si inserisce all’interno della Federazione cure palliative, che è la rete associativa di tutti gli enti del terzo settore che si occupano di cure palliative a livello nazionale; sono circa 113 enti, tra cui alcuni che erogano servizi di cure palliative sia residenziali sia domiciliari, altri invece sono proprio associazioni di volontariato».Che obbiettivi vi siete dati?«Come federazione, nel piano strategico, abbiamo quello di divulgare le cure palliative, quindi di diffondere le cure palliative a livello nazionale, ma soprattutto di coinvolgere la cittadinanza attraverso un approccio che venga dal basso: e così è partita l’iniziativa di istituire una commissione di cittadini. L’esperienza è mutuata da un’altra che è stata fatta in Francia qualche anno fa. Quindi abbiamo lanciato una call to action ai cittadini per cercare di capire che tipo di interesse ci fosse nei confronti delle cure palliative, costituendo un gruppo che oggi vede circa 200 persone che stanno riflettendo su alcune tematiche inerenti alle cure palliative».Chi sono queste 200 persone al lavoro?«Sul progetto stanno lavorando essenzialmente i cittadini ma, all’interno del gruppo, ci sono anche professionisti sanitari, c’è qualche volontario, ci sono genitori che hanno avuto esperienze di perdita dei propri figli, ci sono insegnanti. L’obiettivo è riflettere su alcune tematiche e arrivare a fine aprile con dei documenti di posizionamento che poi ci faremo carico, come federazione, di portare all’attenzione dei decisori politici con l’obiettivo, appunto, di accendere i riflettori su queste tematiche e, soprattutto, incidere anche sulle scelte politiche».A che punto è l’Italia sul fronte delle cure palliative?«Secondo gli ultimi dati, oltre 500.000 persone adulte necessitano di cure palliative, di cui oltre un terzo presenta bisogni di complessità elevata che richiedono quindi l’intervento di équipe specialistiche. Sono chiaramente destinati a crescere con il progressivo invecchiamento della popolazione e anche con il conseguente aumento dell’incidenza delle patologie cronico-degenerative. Per quantoe riguarda i pazienti minori che hanno bisogno di cure palliative pediatriche, ammontano a 35.000 bambini o comunque neonati, bambini, adolescenti di cui circa 11.000 hanno bisogno di servizi specialistici e ogni anno i bambini che hanno bisogno di questo tipo di assistenza aumenta del 5%».Quindi accedono a queste cure molti meno di quanti ne avrebbero bisogno?«Sì esatto, un adulto su tre accede alle cure palliative e un minore su quattro, quindi la rete di cure palliative pediatriche riesce a coprire in questo momento il 25% del fabbisogno; e tutto questo nonostante la legge 38 del 2010 abbia sancito il diritto alle cure palliative in Italia, che sono ancora sottoutilizzate: solo il 30% degli adulti e il 25% dei minori che ne avrebbe bisogno accede a questi servizi».Come si spiega questa carenza?«Tra le cause principali sicuramente c’è una parte culturale, quindi una scarsa conoscenza tra i cittadini e i professionisti sanitari delle cure palliative, che non sono solo di fine vita, dato che rappresentano la cura di individui di ogni età con gravi sofferenze, includendo la prevenzione, la diagnosi precoce, la valutazione globale del dolore, la gestione dei problemi fisici. C’è poi una difficoltà d’intercettare precocemente il bisogno di cure palliative e c’è il tema delle barriere o, comunque, una disparità regionale e locale nell’organizzazione delle cure palliative, nel senso che lo sviluppo delle reti è ancora disomogeneo».È vero che queste cure hanno un’alta incidenza di abbattimento di richieste di morte e di sentimenti di disperazione nei pazienti? «Sì. Il problema oggi, dal nostro punto di vista - posto che ciascuna persona, secondo il principio di autodeterminazione, può scegliere come vivere la propria malattia -, è lavorare affinché le cure palliative siano un diritto esigibile per tutte le persone di ogni età, indipendentemente dalla latitudine in cui vivono perché soltanto se una persona ha a disposizione tutte le risposte assistenziali possibili, poi, è davvero libera di scegliere quello che vuole».Molti pazienti andati in Svizzera per la morte assistita, se non erro, non avevano avuto adeguato accesso a tali cure.«Sì e spesso, anche se non sempre, dietro una richiesta di morte assistita c’è proprio una carenza di una rete di supporto». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cure-palliative-fuga-giovani-medici-2675069175.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="riparte-liter-della-legge-sul-fine-vita" data-post-id="2675069175" data-published-at="1770047348" data-use-pagination="False"> Riparte l’iter della legge sul fine vita Il fine vita sta per tornare al centro del dibattito in Parlamento. Tra pochi giorni infatti, precisamente il 17 febbraio, è calendarizzato sull’agenda del Senato il disegno di legge 104, recante Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita. La legge interviene sull’articolo 580 del Codice penale, introducendo - sulla scia della sentenza della Corte costituzionale numero 242 del 2019, non a caso nota anche come «sentenza Cappato» - la non punibilità per chi agevoli il suicidio di soggetti maggiorenni che, capaci di intendere di volere, versino in una condizione clinica irreversibile e che tale condizione cagioni loro sofferenze fisiche e psicologiche che l’aspirante suicida trovi assolutamente intollerabili nonostante il previo coinvolgimento in cure palliative. Va detto che, tra le previsioni di tale norma, c’è anche l’istituzione di un Centro di coordinamento nazionale dei comitati etici territoriali, incaricato di rilasciare il parere obbligatorio, di cui anche un giudice dovrebbe tener conto, sulla sussistenza o meno dei requisiti per l’esclusione della punibilità del suicidio assistito.Tale centro dovrebbe essere composto da: un giurista (un professore universitario o avvocato abilitato alle giurisdizioni superiori), un bioeticista, un medico specialista in anestesia, rianimazione e terapia del dolore, un medico specialista in cure palliative, un medico specialista in psichiatria, un medico specialista in medicina legale, uno psicologo, un infermiere, un farmacologo.Tutto questo è l’esito d’un lavoro che, lo scorso 11 settembre, ha visto i relatori Ignazio Zullo di Fratelli d’Italia e Pierantonio Zanettin di Forza Italia depositare sette emendamenti, che hanno ridefinito il testo base di partenza del luglio 2025. Nonostante tali modifiche, permane forte, anzitutto, la contrarietà della sinistra e del mondo radicale che vorrebbero una legge assai più permissiva. Prova ne sono le parole di Marco Cappato, che ancora lo scorso settembre, affermava apertamente che «il testo in discussione in Parlamento non mira a regolamentare il fine vita, ma a cancellare i diritti che abbiamo conquistato a colpi di disobbedienze civili». Al tempo stesso, rispetto alla legge di cui si discute in Parlamento, c’è pure la contrarietà del mondo pro life italiano. In particolare, Pro vita & famiglia ha sempre definito «irricevibile» ogni tentativo di normare il suicidio assistito, ribadendo la libertà del Parlamento di non legiferare sulla materia. Una lettura che ha trovato un nuovo appoggio nella sentenza della Corte costituzionale numero 205 del 2025, con cui, oltre a silurare gran parte della legge della Toscana sulla morte on demand, la Consulta ha da un lato chiarito che non esiste alcun obbligo per il Parlamento di legiferare, giacché le sue sentenze sono «autoapplicative», e, dall’altro, come notato da giuristi come l’avvocato Carmelo Leotta del Centro studi Livatino, ha definito i principi sul fine vita finora stabiliti «suscettibili di modificazioni», con la conseguenza che il legislatore non è in alcun modo tenuto a trasformare in legge i contenuti della citata sentenza numero 242 del 2019. Lo stesso governo, pur a fronte di una maggioranza parlamentare che potrebbe votare una legge sul fine vita, non ha mai deciso di spingere in questa direzione e, a sorpresa, anche il cardinale Matteo Zuppi, in apertura del recente Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, ha avuto parole molto chiare di critica alla legittimazione giuridica di eutanasia e suicidio assistito; critica che, con ogni probabilità, trova d’accordo anche papa Leone XIV, dettosi deluso dopo che lo Stato americano dell’Illinois aveva legiferato su queste materie.Sempre Prevost, nel giugno 2025, aveva rivolto ai pellegrini francesi, con un’indiretta ma chiara allusione al Parlamento d’Oltralpe, alle prese con una legge sul fine vita, una critica a «chi oggi fatica a trovare un senso alla vita umana anche nella sua ultima ora». La partita parlamentare sul fine vita sembra dunque ancora piuttosto aperta.
Fabio Lattanzi (Getty Images)
Determinante è stata la cena da Johnny di venerdì sera con il mio amico Claudio Lotito. L’assenza dei tifosi allo stadio non lo preoccupa, l’ha liquidata con questa lapidaria affermazione: «Il proprietario sono io». Romano, l’autista di Claudio, gli porta il cellulare e il presidente fa riferimento a un dibattito in Molise: il tema è il referendum, il problema è che non trova un sostenitore del No. Mi propongo. Lui, dal gentil carattere, mi guarda e mi aggredisce, dicendo: «Non solo sei romanista, voti pure No». «Sono indeciso», rispondo, «ascolto i sostenitori del Sì e propendo per il No, ascolto i sostenitori del No e propendo per il Sì. Da una parte si scomoda la famiglia nel bosco e il problema dell’immigrazione, dall’altra si afferma che è in pericolo lo stato di diritto». «Non esageriamo», afferma Claudio, «nessun pericolo per la democrazia, nessun pericolo per la separazione dei poteri e soprattutto nessuno pericolo per l’autonomia dei giudici».
Ribatto che le carriere sono già separate e chiedo qual è l’utilità di questa riforma. Lui afferma che questa riforma completa un cammino, recidendo definitivamente il cordone ombelicale che unisce giudici e pubblici ministeri. «È una riforma», insiste, «che dà più potere ai giudici e che, separandoli dai pm, li fa apparire imparziali. Il nostro Paese ha necessità di giudici autorevoli, che non solo siano imparziali, ma che appaiano tali e godano della fiducia della comunità». Non posso che dargli ragione, non posso non condividere il fatto che la fiducia nei giudici è scemata e che il pm è diventato la star del processo penale. Continua e afferma che giudici e pm devono rimanere autonomi, non controllati dalla politica, devono autogovernarsi, ma i pm devono governare i pm e i giudici devono governare i giudici, e che la riforma prevede due organi di autogoverno autonomi dalla politica e soprattutto autonomi gli uni dagli altri. Non posso che condividere, i giudici non devono, come invece avviene con il sistema attuale, essere controllati dai pm; la carriera dei giudici non può dipendere dai pm, poiché in questo modo si compromette l’imparzialità.
Claudio afferma, infine, che votando Sì vi è una speranza, mentre votando No si conferma un sistema che non funziona. Anche su questo ha ragione, mi stupisce e dubito sia lui. Non si può negare che nel nostro Paese la giustizia penale costituisca un problema. I cittadini non hanno fiducia nella giustizia e nei giudici. La mancanza di fiducia incide negativamente pure sull’economia del Paese. Gli investitori fuggono. La certezza del diritto, la certezza delle decisioni sono chimere, regna l’incertezza. I processi non si sa quando inizino, non si sa quando finiscano e se finiscano. La riforma costituzionale sicuramente non risolverà il problema della giustizia penale, ma potrebbe essere un buon inizio.
È una riforma che posiziona il giudice al centro del processo, legittimandolo, responsabilizzandolo, valutandolo in base al lavoro effettuato e non all’appartenenza a una corrente. Certo, come qualunque riforma, va sostenuta non criticando i giudici, non delegittimandoli, ma rispettandoli e fornendogli gli strumenti per lavorare al meglio. Votando Sì, pertanto, si ha una speranza, siglando il No quella speranza si spegne e si conferma lo status quo.
È indubbio che nel nostro Paese la giustizia penale, se non l’intero sistema giustizia, non funzioni e che solo il Sì ci dia la speranza che possa cambiare, e difficilmente in peggio, mentre il No ci condannerebbe a convivere con una giustizia delegittimata, che è uno dei mali peggiori di uno Stato democratico. Claudio, che sta aggredendo un piatto di frutta, mi ha quasi convinto. «Certo», sottolineo, «sarebbe stato preferibile non ricorrere al giudizio popolare e trovare una maggioranza qualificata in Parlamento». Infatti, se, al posto delle sterili contrapposizioni ideologiche e delle modifiche a colpi di maggioranza, si fosse favorito un ampio dibattito, oggi, probabilmente, avremmo una legge migliore.
L’auspicio, però, a questo punto, è che vinca il Sì e che si lavori tutti insieme perché questa riforma produca effetti positivi, con l’obiettivo di consegnare al Paese una giustizia migliore e di non ripetere l’errore del passato di cadere nella contrapposizione ideologica. Guardo Claudio e gli dico che, incredulo, devo ammettere che mi ha convinto. Lui si alza soddisfatto e, con il sorriso in volto, afferma: «Vai a pagare. Adesso ti ho convinto a votare Sì, ma alla prossima cena ti faccio diventare della Lazio».
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Elly Schlein (Ansa)
Schlein sbaglia sia in diritto che in logica: in diritto, perché a una riforma della Costituzione non attiene risolvere i problemi denunciati; in logica, perché è come se dicesse di dire No alla estirpazione di un dente irrimediabilmente cariato solo perché, così facendo, non guarirebbe da una allergia cronica.
«Arrivo al secondo punto», ha continuato Schlein, «dicono che è una separazione delle carriere ma, attenzione, la separazione delle funzioni è stata introdotta già dalla riforma Cartabia». In una stessa frase il segretario del Pd confonde la «separazione delle carriere» con la «separazione delle funzioni». Insomma, fa cilecca anche sul suo secondo punto.
Quindi ha richiamato i rischi legati alle modifiche della Costituzione «che i Padri costituenti ci hanno così sapientemente dato». Ma qui non si interviene sul testo originario del 1948, già rivisto nel 1999 dal governo D’Alema, che modificò l’articolo 111 inserendo il principio del «giudice terzo», coerente con il giusto processo sancito dieci anni prima dalla riforma Vassalli. In quell’occasione, tuttavia, si commise l’errore di mantenere pm e giudici come colleghi: un’evidente contraddizione, perché non può dirsi davvero «terzo» un giudice che è collega del pm.
E ancora: «Dividere il Csm in due - oggi un organo elettivo, e quindi rappresentativo, e quindi autorevole - e sorteggiarne i componenti lo indebolisce e indebolisce l’indipendenza della magistratura». Quella di Schlein è una inferenza non dimostrata: nella sua frase si potrebbe sostituire la parola «indebolisce» con la parola «rafforza» e ottenere una frase parimenti suggestiva e parimenti falsa. Il sorteggio né indebolisce né rafforza la magistratura ma, semplicemente, evita che il Csm sia, istituzionalmente, colorato politicamente, posto che, oggi, le elezioni sono determinate dalle correnti che sono associazioni (politicamente colorate) di magistrati. Anzi, il magistrato che volesse essere veramente indipendente dalla politica e non aderire ad alcuna corrente sarebbe fuori da ogni cordata elettorale e non avrebbe alcuna possibilità di far parte del Csm.
«Chi di noi affiderebbe la propria rappresentanza a un organo sorteggiato? Chi di noi sorteggerebbe il proprio consiglio comunale, il proprio sindaco, il Parlamento? Con un meccanismo di sorteggio, non vi sono garanzie né di competenza né d’indipendenza», incalza Schlein. Ma le attuali elezioni non sono un concorso con verifica di competenze, cosicché neanche le attuali elezioni garantiscono le competenze fantasticate da Schlein. Quanto all’indipendenza, il sorteggio garantisce sì l’indipendenza, mentre le elezioni rendono il consigliere del Csm dipendente da chi lo ha eletto.
«Non è vero che la riforma sopprimerebbe le correnti». Infatti non è intenzione della riforma sopprimere le correnti. Ciò che si sopprime è la formazione di un Csm dettata dalle correnti. E si vuol questo perché le correnti sono politicamente colorate, ma proprio per questo non devono dettare la formazione del Csm, che ne scaturirebbe colorato politicamente, in contraddizione col dettato costituzionale che vuole la magistraturaindipendente.
«La componente laica sarebbe sorteggiata da un elenco che elegge un Parlamento dove c’è una maggioranza. Quindi è chiaro che chi ha la maggioranza si tiene una parola in più». A parte il fatto che la componente laica è in netta minoranza, l’obiezione di Schlein vale già oggi. Anzi, oggi vale ancora di più, perché i nominati dal Parlamento sono, oggi, blindati; invece col sorteggio, la componente laica è meno blindata dalla politica.
«Non è vero che non ci sarebbero i casi di errori giudiziari». Vero, ma ce ne sarebbero di meno se, finalmente, anche i magistrati avessero delle responsabilità. Finora, le funzioni disciplinari del Csm non hanno funzionato, perché chi dovrebbe comminare sanzioni contro azioni superficiali, arroganti, omissive si astiene per lo più dal farlo perché, magari, dovrebbe sanzionare chi ha contribuito a farlo eleggere. La presenza dell’Alta Corte disciplinare farebbe meglio riflettere i magistrati, prima che si avventurino in azioni per le quali, oggi, hanno la consapevolezza di restare non sanzionati.
«Mi ha colpito molto quando il ministro Nordio si è rivolto a me dicendo: “Ma io non capisco perché la segretaria del Pd non comprenda che questa riforma serve anche a loro”». Qui non poca è la malafede della Schlein: è evidente che quel che Nordio intende dire è che avere una magistratura meno politicizzata gioverebbe a tutti, e non a una sola componente della politica. Quel che Nordio intende dire è che la riforma non è di destra né di sinistra, ma è utile a tutti.
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Stretto di Hormuz bloccato, gli alleati si sfilano sulle scorte. Magistrati contro il governo. Poi Cuba, Oscar e il centenario di Jerry Lewis.
Il viceministro degli Affari Esteri Edmondo Cirielli e l'ambasciatore russo in Italia Aleksej Vladimirovic Paramonov (Ansa)
Ma in effetti: come si permette questo Cirielli? Incontra un ambasciatore? Chi si crede di essere? Il viceministro degli Esteri? Che dite? Ah, Cirielli è il viceministro degli Esteri. Va beh, fa lo stesso: come si permette il viceministro degli Esteri di incontrare un ambasciatore screditato? Che dite? Che l’ambasciatore è accreditato? È regolarmente in servizio? Svolge normale attività diplomatica? Va beh, fa lo stesso: come si permette il viceministro degli Esteri di incontrare un ambasciatore regolarmente accreditato senza prima avvertire il presidente Mattarella? Possibile che esistano ancora esponenti del governo convinti di poter svolgere le loro funzioni, e magari persino le loro minzioni, senza prima chiedere il permesso al Colle? Sono testoni. Devono imparare come si fa: pronto, Quirinale? Guardate che sto per incontrare il console del Ghana, ma prima passo dalla toilette: posso? Mi è consentito? Il presidente mi autorizza? Devono capire, questi viceministri, che tutto passa dal Colle. Anche l’agenda del giorno. E la pipì della notte.
Non ci crederete ma l’ultimo caso esploso sui giornali riguarda «l’incontro segreto», come è stato definito, tra il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli e l’ambasciatore russo a Roma Alexy Paramonov. Un incontro talmente segreto che si è svolto ufficialmente alla Farnesina, alla presenza di un alto funzionario della direzione generale e del capo della segreteria. Una roba da carbonari, insomma. Ma a quei segugi del Corriere della Sera non sfugge nulla: così appena hanno trovato la notizia l’hanno pubblicata montandoci su un bel caso. Gli altri giornali ci sono andati dietro. E la politica pure: Carlo Calenda ha messo in discussione niente meno che «la dignità delle istituzioni», Elly Schlein ha protestato, Matteo Renzi si è indignato, il Pd ha presentato un’interpellanza per chiedere «una ricostruzione puntuale dell’incontro» e Filippo Sensi, addirittura, «evoca un contesto di tradimento», per cui si presume prossima la richiesta di fucilazione del viceministro. Per i traditori, si capisce, nessuna pietà.
La cosa più grave, però, scrive il Corriere, è che «da quanto risulta, il presidente della Repubblica era all’oscuro di tutto». E questo è veramente incredibile. Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che a Roma c’è un ambasciatore russo? E che l’ambasciatore russo, in quanto ambasciatore, è regolarmente autorizzato ad ambasciare? Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che, fino a prova contraria, non abbiamo ancora rotto le relazioni diplomatiche con Mosca? E che dunque l’ambasciatore russo a Roma non è un soggetto indesiderato? E nemmeno un clandestino? E nemmeno un nemico da abbattere? Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che, fino a prova contraria, l’ambasciatore russo resta un ambasciatore a tutti gli effetti? E che in quanto ambasciatore può, anzi deve, intrattenere relazioni diplomatiche con l’Italia perché altrimenti che diavolo ci starebbe a fare qui? Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che, tenetevi forte, esiste persino un’ambasciata italiana a Mosca? Che non è stata chiusa? Che abbiamo persino 340 imprese che continuano a lavorare in Russia? Che facciamo? Li dichiariamo tutti traditori? Li facciamo fucilare tutti, compreso il nostro ambasciatore, anzi ambatraditore?
Siamo in ansiosa attesa, naturalmente, della «ricostruzione puntuale dell’incontro», come chiedono gli amici del Pd. Ma temiamo che, se aspettano di scoprire oscure trame putiniane, rimarranno delusi. Ci troveremo di fronte, infatti, alla ricostruzione di un noioso incontro di routine diplomatica, fra un viceministro e un ambasciatore, un incontro che segue tutti i protocolli, per altro alla presenza per altro di alti funzionari della Farnesina. Come previsto dalle regole delle relazioni internazionali, oltre che da quelle del buon senso. Ma che diavolo deve fare un viceministro se un ambasciatore gli chiede un incontro? Sputargli in faccia? Tirargli un cazzotto? Tagliargli i cosiddetti? «Lei è russo: vada fuori da Roma». «Ma veramente io sarei l’ambasciatore». «Ambasciatore non porta pene» e zac con le forbici nelle parti basse: dovrebbe fare così un viceministro? Lo dicano coloro che lamentano la dignità offesa delle istituzioni: dovrebbe fargli del male? E magari prima avvertire il Colle? “«Guardi c’è qui alla porta l’ambasciatore russo, ma stia tranquillo, presidente, esco e lo corco di botte». E poi? Che altro dovrebbe fare il viceministro agli Esteri? Chiudere d’imperio la sede diplomatica russa? O darle direttamente fuoco? E cospargere il terreno di sale? Questo dovrebbe fare per rispettare la dignità delle istituzioni?
Ormai sulla Russia hanno perso tutti la trebisonda. Il ministro Giuli vuol disertare l’inaugurazione della Biennale perché Pietrangelo Buttafuoco non ha escluso gli artisti russi che sono rigorosamente all’indice perché il loro Paese ne ha aggredito un altro (mentre invece gli artisti israeliani e statunitensi sono i benvenuti perché i loro Paesi ne hanno aggredito un altro). La cerimonia delle Olimpiadi è stata boicottata perché sfilavano gli atleti paralimpici russi. L’auditorium di Roma ha appena cancellato dal galà della danza l’étoile del Bolshoi Svetlana Zakharova in quanto colpevole di essere russa. E persino sul gas russo ci facciamo prendere da tentazioni suicide, tenendo i rubinetti rigorosamente chiusi: «Sono sempre stato critico sullo stop totale, però in questa occasione non possiamo rovinare tutti gli sforzi fatti in questi anni», ha detto per esempio ieri il presidente di Nomisma Davide Tabarelli. Stupendo, no? È sbagliato, ma per non rovinare «gli sforzi fatti» continuiamo a massacrarci. In altre parole: siccome ci siamo fatti tanto male, continuiamo a farcene dell’altro. Geniale. Quasi quanto montare un caso per un viceministro degli Esteri che incontra un ambasciatore regolarmente accreditato. Per altro, senza nemmeno chiedere permesso al Colle. E senza nemmeno mettere un cucchiaino di cianuro nel caffè. Ma come si permette questo Cirielli? Non conosce la dignità delle istituzioni?
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