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2020-04-27
Cuciniamo insieme: timballo di farro, ricotta e ortiche con salsa al Parmigiano
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Un inno alla primavera, ai sapori di casa, alla riscoperta anche di antichi cereali che non sempre ci vengono in mente, ma che hanno costituito il primo ingrediente della nostra civiltà. Lo sapete che il farro era il cereale sacro ai Piceni? E che esistono delle linee di "transumanza" del farro - che è l'antenato del grano e che noi oggi troviamo in tre specie: il monococco, quello piccolo, il dicocco, quello a chicco medio, e lo spelta, quello extralarge diffuso soprattutto in Africa.
Di solito si trova il dicocco, ma il più piccolo in cucina è il massimo - attraverso cui si possono ipotizzare i contatti tra i diversi popoli in epoca remotissima? Monteleone di Spoleto, la Garfagnana, i Sibillini, il Conero e poi andando giù la Maiella questi sono oggi i territori eletti. Queste sono le isole del farro che ci rimandano ad antichissime coltivazioni ed ancor più remote preparazioni. Pensate che la confarreatio era il rito nuziale degli antichi romani che divenne così esclusivo da essere riservato solo alle classi sacerdotali e senatorie. Consisteva nello scambio di ciotole di farro tra i nubendi in segno di fertilità, prosperità e fedeltà. E ancora oggi il pane di farro è considerato una sorta di benedizione.
Logico dunque che questa ricetta ci venisse dai fratelli Carducci (Iginia, Paolo e Letizia) che gestiscono a Macerata una tavola di tradizione da ormai quasi mezzo secolo: l'Osteria dei Fiori. Noi come al solito ci abbiamo aggiunto il nostro tocco.
Un'avvertenza: qui si cita l'ortica che è un'erba benedetta in cucina. Se non la trovate niente paura: potete sostituirla con degli spinacini freschi, aggiungete semmai qualche fogliolina di menta per dare più spinta.
Ingredienti per 6 persone
Per il timballo: 200 grammi di farro, 200 grammi di ricotta di mucca, 100 grammi di Parmigiano, 500 grammi di punte di ortica, 2 uova intere, noce moscata, burro, sale pepe.
Per la salsa: 30 grammi di farina, 30 grammi di burro, 250 grammi di latte, pistilli di zafferano, Parmigiano grattugiato, prezzemolo, olio extravergine d'oliva, 80 grammi di lardo (Colonnata o Arnad).
Procedimento - Immergete il farro in acqua fredda, salate e portate a ebollizione, fino a cottura, poi scolare. Cuocete al vapore le punte di ortica, strizzatele e tritatele finemente. Unite in una ciotola al farro il burro ammorbidito, la ricotta, le ortiche, le uova intere, il parmigiano, sale, pepe e un profumo di noce moscata grattugiata. Imburrate gli stampini da timballo e riempiteli con il composto ottenuto, poi infornate a 180 gradi per 15 minuti. Per preparate la salsa fate bollire il latte in un pentolino e addensate con un roux di burro e farina,aggiungete il Parmigiano grattugiato e lo zafferano per conferire aroma e colore. Stendete la salsa al parmigiano nel piatto e guarnite con prezzemolo fresco e qualche goccia di olio extravergine di oliva a crudo e sistemate su ogni timballino un paio di fettine di lardo che col calore si scioglieranno dando ancora più profumo di tradizione al piatto.
Come far divertire i bambini - Il farro ha talvolta delle impurità, le dita sottili dei bambini sono utilissime. Fate passare loro il farro sulla spianatoia in modo da selezionare eventuali "intrusi".
Abbinamento - Una Lacrima di Morro d'Alba, una Vernaccia Nera di Serrapetrona ma non spumante, un Rosso Conero, un Rosso Piceno oppure un Lago di Corbara rosso.
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Un inno alla primavera, ai sapori di casa, alla riscoperta anche di antichi cereali che non sempre ci vengono in mente, ma che hanno costituito il primo ingrediente della nostra civiltà. Lo sapete che il farro era il cereale sacro ai Piceni? E che esistono delle linee di "transumanza" del farro - che è l'antenato del grano e che noi oggi troviamo in tre specie: il monococco, quello piccolo, il dicocco, quello a chicco medio, e lo spelta, quello extralarge diffuso soprattutto in Africa.Di solito si trova il dicocco, ma il più piccolo in cucina è il massimo - attraverso cui si possono ipotizzare i contatti tra i diversi popoli in epoca remotissima? Monteleone di Spoleto, la Garfagnana, i Sibillini, il Conero e poi andando giù la Maiella questi sono oggi i territori eletti. Queste sono le isole del farro che ci rimandano ad antichissime coltivazioni ed ancor più remote preparazioni. Pensate che la confarreatio era il rito nuziale degli antichi romani che divenne così esclusivo da essere riservato solo alle classi sacerdotali e senatorie. Consisteva nello scambio di ciotole di farro tra i nubendi in segno di fertilità, prosperità e fedeltà. E ancora oggi il pane di farro è considerato una sorta di benedizione.Logico dunque che questa ricetta ci venisse dai fratelli Carducci (Iginia, Paolo e Letizia) che gestiscono a Macerata una tavola di tradizione da ormai quasi mezzo secolo: l'Osteria dei Fiori. Noi come al solito ci abbiamo aggiunto il nostro tocco.Un'avvertenza: qui si cita l'ortica che è un'erba benedetta in cucina. Se non la trovate niente paura: potete sostituirla con degli spinacini freschi, aggiungete semmai qualche fogliolina di menta per dare più spinta.Ingredienti per 6 persone Per il timballo: 200 grammi di farro, 200 grammi di ricotta di mucca, 100 grammi di Parmigiano, 500 grammi di punte di ortica, 2 uova intere, noce moscata, burro, sale pepe.Per la salsa: 30 grammi di farina, 30 grammi di burro, 250 grammi di latte, pistilli di zafferano, Parmigiano grattugiato, prezzemolo, olio extravergine d'oliva, 80 grammi di lardo (Colonnata o Arnad).Procedimento - Immergete il farro in acqua fredda, salate e portate a ebollizione, fino a cottura, poi scolare. Cuocete al vapore le punte di ortica, strizzatele e tritatele finemente. Unite in una ciotola al farro il burro ammorbidito, la ricotta, le ortiche, le uova intere, il parmigiano, sale, pepe e un profumo di noce moscata grattugiata. Imburrate gli stampini da timballo e riempiteli con il composto ottenuto, poi infornate a 180 gradi per 15 minuti. Per preparate la salsa fate bollire il latte in un pentolino e addensate con un roux di burro e farina,aggiungete il Parmigiano grattugiato e lo zafferano per conferire aroma e colore. Stendete la salsa al parmigiano nel piatto e guarnite con prezzemolo fresco e qualche goccia di olio extravergine di oliva a crudo e sistemate su ogni timballino un paio di fettine di lardo che col calore si scioglieranno dando ancora più profumo di tradizione al piatto.Come far divertire i bambini - Il farro ha talvolta delle impurità, le dita sottili dei bambini sono utilissime. Fate passare loro il farro sulla spianatoia in modo da selezionare eventuali "intrusi".Abbinamento - Una Lacrima di Morro d'Alba, una Vernaccia Nera di Serrapetrona ma non spumante, un Rosso Conero, un Rosso Piceno oppure un Lago di Corbara rosso.
Guido Gallese (Ansa) e la Tesla parcheggiata nel capannone della mensa
Pare che monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria dal 2012, da un po’ di tempo faccia chiacchierare la città e i suoi fedeli. Sono state inviate diverse segnalazioni. E il Vaticano le ha prese sul serio a tal punto da inviare un ispettore, il cardinale Giuseppe Bertello, presidente emerito del Governatorato del Vaticano e della Pontificia commissione per lo Stato del Vaticano, uno dei pezzi grossi della Santa Sede. Toccherà a lui indagare per cercare di capire se monsignor Gallese ha scelto Tesla o croce. La passione di Gesù o quella per il lusso. Ma non solo: il vescovo di Alessandria è molto chiacchierato anche per il suo amore per il surf, in particolare kitesurf, che praticherebbe soprattutto sulle spiagge sudamericane (Ipanema? Copacabana? Con o senza contorno di samba?), oltre che per certe operazioni immobiliari che in città non sono mai piaciute. «La nostra gestione non ha paura della luce», assicurano in Curia dove però di luce non se ne vede molta. Anzi, sono rimasti al buio. Che, per rispettare Laudato Si’, si siano affidati, oltre che alla Tesla, anche al fotovoltaico?
Scrive infatti La Stampa che in città molti lamentano la mancata pubblicazione dei bilanci da parte della diocesi. Poi si chiacchiera anche sul nuovo Collegio Santa Chiara, proprietà della Chiesa alessandrina, dove una camera tripla costa 370 euro al mese a ogni studente, oltre a 30 euro di parcheggio, 2 euro per i gettoni della lavanderia e 5-10 euro per le card fotocopiatrici. E fa discutere l’immenso convento dei frati cappuccini: loro se ne sono andati in silenzio qualche anno fa (qualcuno dice «sfrattati») e ora lo storico edificio è stato adibito ad alloggio proprio del vescovo. Tutto normale? In diocesi non temono gli ispettori. «Il controllo sarà un’occasione per confermare la bontà del cammino intrapreso», assicura il portavoce. E se poi ogni tanto un pezzo del cammino il vescovo lo fa in Tesla, che male c’è?
Genovese, 64 anni, scout da sempre, laureato in teologia, filosofia e matematica, amante dei Matia Bazar («C’è tutto un mondo intorno» la sua canzone preferita) e di Tchaikovsky, sportivo (oltre al kitesurf ha praticato anche basket, pattinaggio, snowboard e sci), appassionato di Moto Gp, libro preferito: Il fu Mattia Pascal, numero preferito: P greco, monsignor Guido Gallese è ovviamente, come ogni sacerdote, molto attento al tema della povertà. Almeno a parole. Lo scorso 16 dicembre, per esempio, nel fare gli auguri di Natale alla città sottolineava che il problema più importante in Alessandria è proprio «quello della povertà: persone che faticano a sbarcare il lunario, che lavorano e non guadagnano abbastanza». E diceva: «Per questo Dio non è nato ricco in un palazzo. Non aveva nemmeno una culla». In effetti: non aveva una culla. E nemmeno una Tesla, a dirla tutta.
Invece il vescovo che parla di povertà la Tesla ce l’ha, eccome, parcheggiata sotto l’ufficio. E si giustifica proprio come fece Nicola Fratoianni (ricordate?), altro difensore dei poveri beccato con l’auto super lusso. Le parole sono più o meno simili: «Il vescovo percorre migliaia di chilometri ogni anno per i suoi impegni: scegliere un’auto elettrica è stato un investimento consapevole sulla sostenibilità», dicono infatti in curia. Ma si capisce: è un «investimento consapevole», una scelta che punta alla «sostenibilità» e anche «all’efficienza», un modo per adeguarsi all’enciclica Laudato Si’ e far trionfare la chiesa verde, se non al verde, un inno alla catechesi gretina ed ecochic. Ora sarà l’ispettore del Vaticano a dire se queste spiegazioni sono sufficienti e se il vescovo simil Fratoianni può continuare a guidare la Chiesa di Alessandria. Nel frattempo, però, anche monsignor Gallese non può fare a meno di ammettere, tramite il suo portavoce, che può «fare impressione vedere un vescovo su un mezzo simile, spesso associato al lusso». In effetti: può fare impressione, soprattutto se il mezzo simile «spesso associato al lusso» lo si parcheggia, a mo’ di sfregio, davanti alla mensa dei poveri. Non è roba da vescovi. È roba da fuori di Tesla.
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Ansa
La fotografia dell’incredibile situazione è contenuta nella relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2025. Due volumi di quasi mille pagine ciascuna, presentati mercoledì mattina dal ministro Carlo Nordio in Parlamento. Fra le tante anomalie che quotidianamente si registrano nei tribunali italiani, il Guardasigilli ha segnalato il raddoppio negli ultimi dieci anni delle spese del cosiddetto gratuito patrocinio. Nel 2015, per difendere chi non aveva la possibilità di nominare un avvocato di fiducia, lo Stato spendeva 215 milioni. Oggi la somma sfiora il mezzo miliardo. In pratica, più o meno quel che destiniamo al Fondo per le disabilità. Naturalmente, come recita l’articolo 24 della Costituzione, la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Dunque, primo, secondo e terzo grado di giudizio. E chi non può permettersi di ingaggiare un avvocato che lo difenda? La carta su cui si fonda la nostra Repubblica, chiarisce che «sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti a ogni giurisdizione».
Ovviamente gli immigrati sono considerati sempre e senza troppi approfondimenti persone che non hanno la possibilità di pagarsi un legale. Perciò paga Pantalone, cioè i contribuenti. Il problema è che gli extracomunitari giunti in Italia magari non avranno un soldo per ingaggiare un legale, però hanno tutte le informazioni che servono per nominarlo a spese dello Stato. In qualche caso, appena sbarcati, in tasca hanno già il numero di telefono dell’avvocato a cui appellarsi in caso di fermo, di diniego del permesso di soggiorno e perfino qualora venga loro consegnato un decreto di espulsione.
Forse non conoscono le nostre leggi e infatti molti si guardano bene dal rispettarle, tuttavia, conoscono a menadito i loro diritti e li fanno valere senza alcuna esitazione. Il conto di tutto ciò vale quasi 500 milioni, perché in gran parte sono gli stranieri a beneficiare del gratuito patrocinio. Una voce che pesa e non poco sul bilancio della giustizia, impedendo che questi fondi siano dirottati per consentire un migliore funzionamento dei tribunali.
Ma come si è arrivati a questa situazione? Semplice, la crescente immigrazione si è trasformata in un business per alcuni piccoli studi legali. I quali magari facevano fatica a campare con l’attività ordinaria, ma poi hanno scoperto la miniera d’oro dei ricorsi contro il diniego del permesso di soggiorno e i decreti di espulsione. Un affare, appunto, da mezzo miliardo. È vero che le parcelle sono al minimo, sulla base dei parametri forensi fissati dalle tabelle dell’ordine di categoria. Ma anche se basso, quando il compenso è esteso a una platea molto vasta, come quella degli immigrati, alla fine il fatturato è garantito e per di più dallo Stato.
In pratica, vista la difficoltà nell’accertare se lo straniero abbia o meno un reddito che gli consenta di pagarsi l’avvocato, della parcella si fa carico il ministero. Risultato, noi paghiamo un esercito di avvocati per impedire che chi non ha diritto di restare in Italia venga espulso. Vi sembra un paradosso? A me pare una follia. Non solo abbiamo dei giudici che si oppongono ai rimpatri, ma dobbiamo pure sobbarcarci della difesa di chi non vogliamo. E poi ci offendiamo se Trump o Vance dicono che l’Europa si avvia al suicidio.
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