Insomma, mentre ribadisce di voler prendere il controllo della Groenlandia, la Casa Bianca sembra escludere la volontà di un’azione militare nei confronti dell’isola. A questo proposito, secondo l’Economist, Washington avrebbe intenzione di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una formula che gli Stati Uniti hanno già in essere con Micronesia, Isole Marshall e Repubblica di Palau. Questo genere di intesa fa sì che Washington garantisca autonomia interna e assistenza finanziaria alla controparte, assumendone al contempo la responsabilità in materia di difesa. Domenica, Donald Trump ha chiarito di volere la Groenlandia per una questione di sicurezza nazionale: il suo obiettivo è, in particolare, quello di arginare l’influenza di Cina e Russia nell’Artico. L’isola ospita già una base militare statunitense. Tuttavia, è probabile che Washington voglia incrementare la propria presenza sul territorio, bypassando eventuali trattative con Copenaghen.
In questo quadro, è interessante il fatto che Miller abbia esplicitamente messo in discussione la legittimità delle rivendicazioni territoriali danesi sulla Groenlandia: rivendicazioni che affondano le loro radici nel 1721, quando l’unione reale di Danimarca-Norvegia avviò la colonizzazione dell’isola. Una posizione, quella espressa da Miller, che va collegata al discorso d’insediamento, pronunciato da Trump il 20 gennaio dell’anno scorso. In quell’occasione, l’attuale inquilino della Casa Bianca elogiò William McKinley, che fu presidente degli Stati Uniti dal 1897 al 1901, quando venne assassinato. Ebbene, fu durante la sua presidenza che gli Usa annessero le Hawaii e che, dopo aver vinto una breve guerra con la Spagna, inaugurarono un protettorato su Cuba. Sotto questo aspetto è da sottolineare che, in occasione del conflitto armato con Madrid, una parte consistente dell’opinione pubblica statunitense ne fece una questione di lotta al colonialismo europeo.
Nel frattempo, ieri, i leader di Italia, Germania, Francia, Danimarca, Spagna, Regno Unito e Polonia hanno emesso una dichiarazione congiunta sulla questione groenlandese. «Il Regno di Danimarca, inclusa la Groenlandia, fa parte della Nato. La sicurezza nell’Artico deve quindi essere raggiunta collettivamente, in collaborazione con gli alleati della Nato, compresi gli Stati Uniti, rispettando i principi della Carta delle Nazioni Unite, tra cui la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini. Si tratta di principi universali e non smetteremo di difenderli», si legge nel documento, che prosegue: «Gli Stati Uniti sono un partner essenziale in questa impresa, in quanto alleati della Nato e attraverso l’accordo di difesa tra il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti del 1951». «La Groenlandia», conclude il comunicato dei leader europei, «appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere sulle questioni che li riguardano». La dichiarazione è stata seguita, qualche ora dopo, da una nota similare, firmata da Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia.
Come che sia, il potere contrattuale dei leader europei resta fragile. Le cancellerie del Vecchio Continente sanno infatti bene di non poter fare a meno della forza militare statunitense sia per quanto riguarda la potenza della Nato sia in riferimento ai negoziati diplomatici in corso sull’Ucraina.
Inoltre, la determinazione mostrata dal presidente americano sul caso Maduro di certo non consente agli europei di fare eccessivamente la voce grossa sulla questione della Groenlandia. È anche in questo senso che, secondo Miller, «nessuno combatterà militarmente gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia».
L’Artico è del resto sempre più strategico per Washington, sia in termini di materie prime che di rotte di navigazione. Tra l’altro, la concorrenza di Cina e Russia nella regione è aumentata nel corso degli ultimi anni. Trump non sta quindi conducendo una crociata ideologica contro il Vecchio Continente. Lo si condivida o meno, sta semmai cercando di agire rapidamente in nome di una riedizione della Dottrina Monroe in chiave principalmente anticinese.
E attenzione: fu l’amministrazione Biden che, a dicembre 2024, lanciò l’allarme sul rafforzamento della cooperazione sino-russa nell’Artico. Questo significa che, negli ultimi anni, l’alleanza euroatlantica non ha fatto abbastanza per garantire la sicurezza in questa regione cruciale. Senza contare che Emmanuel Macron e l’allora cancelliere tedesco, Olaf Scholz, hanno ripetutamente flirtato con Pechino. Quindi, al netto dei suoi modi controversi, non è che Trump abbia proprio tutti i torti a porre urgentemente la questione artica.