La grande musica era rinata a Milano l’11 maggio 1946, dopo essere morta nell'agosto di tre anni prima. Le note de «la Gazza ladra» e del «Guglielmo Tell» di Rossini, dell’ouverture e del coro degli schiavi dal «Nabucco» di Giuseppe Verdi, della «Manon Lescaut» di Puccini e del prologo del «Mefistofele» di Arrigo Boito risuonavano nuovamente tra i palchi dorati del Teatro alla Scala, eseguite dall’orchestra e dal coro del tempio della musica seguendo la bacchetta di Arturo Toscanini, tornato in Italia dopo l’esilio negli Stati Uniti durato 8 anni.
Fino a quel giorno, Il Teatro alla Scala era stato un ferito grave, come centinaia di edifici e monumenti di Milano, schiantati dalle bombe dei quadrimotori della Royal Air Force nella tragica estate del 1943. Una notte in particolare fu fatale per la grande musica milanese, quando assieme alla Scala fu colpito anche uno dei luoghi di insegnamento più prestigiosi d’Europa, il Conservatorio.
Notte tra il 15 e il 16 agosto 1943. Ore 00:31
La città bruciava ancora quando l’allarme antiaereo suonò un’altra volta nella città già svuotata per i molti sfollati. Il «Bomber Command», guidato allora da Sir Arthur Harris detto «the butcher» (il macellaio) aveva deciso, dopo la caduta del fascismo del 25 luglio, di accelerare il processo di resa dell’Italia con una serie di grandi incursioni aeree sulle città del triangolo industriale del Nord. Lo fece in modo indiscriminato, con la chiara intenzione di terrorizzare la popolazione per mezzo di grandi raid a carattere terroristico, mirati a colpire il cuore di Milano e i suoi cittadini.
La notte tra il 12 e il 13 agosto era stata devastante. A incendiare Milano erano stati 504 bombardieri pesanti decollati dalle basi inglesi in una notte senza nubi. 2.000 tonnellate di bombe e 380.000 spezzoni incendiari erano caduti dal cielo per circa due ore Quella notte, tra gli incendi che divampavano e la rete idrica ed elettrica paralizzate, furono colpiti Palazzo Marino e la chiesa di S. Maria delle Grazie. Il Cenacolo si salvò grazie alle protezioni precedentemente predisposte, ma la struttura dell’edificio sacro ebbe gravi danni. La notte seguente ancora più di 100 bombardieri infierirono sulla città in fiamme, facendo crollare il Teatro dal Verme e la basilica di Sant’Ambrogio, simbolo della storia di Milano. La notte tra il 15 e il 16 agosto, sulla città prostrata di nuovo suonò l’allarme per 199 aerei che colpirono ancora le zone centrali, distruggendo la Rinascente, danneggiando il Duomo e i portici meridionali. Una bomba dirompente centrò l’edificio del Conservatorio «Giuseppe Verdi», già parzialmente danneggiato nella precedente incursione del 14 febbraio, ebbe la «Sala Grande» inaugurata nel 1908 totalmente sventrata, con i soli muri perimetrali rimasti in piedi come scheletri. Quella notte la grande musica subì un colpo mortale quando una bomba dirompente sfondò il tetto del Teatro alla Scala, costruita dal Piermarini nel 1778, distruggendo parte dei meravigliosi palchi, il pavimento e gli impianti. Solo il palcoscenico si salvò grazie alla tenda metallica di protezione. Il Teatro che vide passare i più grandi autori e direttori di tutti i tempi giacque da allora in un silenzio mortale.
La ricostruzione fu difficile, anche perché iniziò quando ancora Milano era colpita dal cielo. Nell’ottobre del 1944, mese che registrò tra l’altro la raccapricciante strage dei bambini della scuola di Gorla, fu posta la prima carpenteria metallica per la ricostruzione del tetto. I lavori furono affidati all’ultima amministrazione fascista della città all’ingegnere capo dell’urbanistica Luigi Lorenzo Secchi durante il mandato del podestà Mario Colombo. Anche Mussolini spese parole per la natura simbolica di una ricostruzione rapida del tempio dell’opera. Già dal 22 agosto del 1943 Secchi si adoperò per cercare di recuperare più frammenti possibili del tetto andato a pezzi, perché quella copertura era ciò che dava alla Scala l’acustica perfetta. La copertura fu realizzata a tempo di record e ancora sotto le minacce dal cielo, anche se agli inglesi si erano sostituiti i bombardieri americani che colpivano (o cercavano il più possibile) di colpire target strategici, vista anche l’inutilità di radere al suolo una città che grazie al larghissimo uso di cemento e pietra era difficile da bruciare come le città tedesche piene di case in legno. Il 6 marzo 1945 il tetto era stato ricostruito. I palchi e il pavimento seguirono di pochi giorni, tornando all’antico splendore attorno alla data del 25 aprile 1945.
Nel maggio successivo fu Antonio Ghiringhelli quale commissario straordinario per la ricostruzione della Scala, nominato dal sindaco Antonio Greppi, a portare a termine gli ultimi lavori e a preparare il concerto della rinascita, affidato in modo pressoché plebiscitario a Toscanini, che il 21 aprile salpava da New York per le prove generali.
L’11 maggio il pubblico in piedi tributò l’ovazione al maestro, ma anche alla Scala guarita, pronta nuovamente a diffondere la grande musica e la lirica a tutto il mondo. In piazza Duomo furono installati grandi altoparlanti per diffondere il concerto alla folla. Altoparlanti che sostituivano il suono sinistro della sirena che aveva urlato anche la notte in cui il Teatro alla Scala fu ferito gravemente.