Ieri, alla Camera, in apertura dei lavori sul decreto lavoro, esponenti del M5s e del Pd ne hanno contestato il funzionamento.
Per primo ha chiesto la parola il deputato pentastellato Alfonso Colucci, denunciando «gravissime criticità nella gestione della commissione Covid» e in particolare sugli «interrogatori in commissariato di persone informate dei fatti da parte di soggetti esterni alla commissione, consulenti nominati da Fratelli d’Italia, in spregio dell’attività della commissione». Colucci ha rinnovato la richiesta di rimuovere il presidente Marco Lisei in quanto si sarebbe «di fonte a gravissime violazioni di natura costituzionale e regolamentare». Richiesta avanzata nel pomeriggio anche dal capogruppo M5s al Senato Luca Pirondini, per il quale «la misura è colma».
Basterebbe che il suo partito convincesse Conte a parlare, invece di serrare i ranghi. «C’è un muro di silenzio su quanto emerso in commissione Covid. Due avvocati, già colleghi di studio di Giuseppe Conte, chiedevano il pagamento di ricche consulenze per facilitare ordinativi di materiale. Chi ha pagato ha fatto affari milionari, chi si è rifiutato è stato tartassato di controlli. Fratelli d’Italia chiede verità e giustizia», ha dichiarato Lucio Malan senatore di Fdi, sottolineando quanto sia grave che durante la pandemia ci fosse chi «faceva affari con delle consulenze milionarie», come i 454.000 euro versati dalla Adaltis Srl agli avvocati Luca Di Donna e Valerio De Luca, secondo quanto emerso due giorni fa dalla testimonianza del manager Marco Spadaccioli.
La vicecapogruppo di Fdi alla Camera, Augusta Montaruli, rincara la dose: «Conte metta giù la maschera». E, dopo quanto sta emergendo, ribadisce la necessità che l’ex premier «si faccia audire». L’avvocato di Volturara Appula, invece, sceglie di attaccare il governo che «colleziona un fallimento dopo l’altro» e stampa, tv, social dove «si moltiplicano le calunnie».
Non lo fa in commissione ma su Facebook, dove fornisce le sue spiegazioni. «Non so nulla delle attività professionali svolte dall’avvocato Di Donna, né delle attività legali svolte da altri avvocati. Ripeto ancora una volta che non ho mai incontrato né scambiato informazioni con questi avvocati durante la mia presidenza del Consiglio. Chiarisco, inoltre, che con tutte le strutture pubbliche che hanno lavorato per salvare il Paese durante la pandemia, che si tratti della Protezione civile diretta da Borrelli o della struttura commissariale coordinata da Arcuri o altre ancora, non ho mai parlato di avvocati o imprenditori che potevano essere coinvolti nella fornitura di materiali o servizi».
L’ex premier affida ai socia, i chiarimenti che a gran voce chiede la maggioranza. Poi annuncia: «Da oggi chi persevera nella calunnia sarà querelato e, tengo a chiarirlo per massima trasparenza, verrà querelato non solo per l’oggi ma anche per tutte le falsità diffuse negli ultimi anni».
Per Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione Fdi, c’è da preoccuparsi per il silenzio mediatico su quanto emerso in commissione d’inchiesta. «Vorrei chiedere un parere sui 454.000 euro che dallo studio di Conte venivano chiesti per avere appalti sulle mascherine», ha fatto notare, parlando di «scarsa attenzione». Occorre far chiarezza, dichiara Antonella Zedda, vicepresidente di Fratelli d’Italia al Senato e componente della commissione parlamentare d’indagine sul Covid, perché «sono soldi degli italiani che finivano nelle tasche degli ex colleghi di Giuseppe Conte sotto forma di consulenze per l’acquisto di mascherine e tamponi».
I partiti d’opposizione dovrebbero collaborare all’operazione trasparenza, invece di lamentarsi che «è molto grave apprendere che dei semplici cittadini siano stati interrogati su delega in un commissariato di polizia da delegati consulenti del presidente», come ha fatto ieri in Aula il deputato del Pd, Paolo Ciani. Mentre si tratterebbe di «magistrati e alti esponenti delle forze dell’ordine», ha puntualizzato Malan, ricordando che si tratta di procedure «da sempre seguite dalle commissioni d’inchiesta» e che erano state «decise dall’ufficio di presidenza alla presenza dei rappresentanti anche dell’opposizione».
Il presidente della Commissione Marco Lisei , ieri a Radio Radicale, ha precisato che i commissariati nei quali si sono svolte le audizioni tanto contestate dalla sinistra «sono luoghi dello Stato, come una Procura, una commissione d’inchiesta, a garanzia di chi viene sentito». È inopportuno, anzi strumentale, fingere di scandalizzarsi perché «è assolutamente normale ed è già avvenuto in passato» che si svolgano atti d’indagine importanti in differenti luoghi dello Stato», ha aggiunto il senatore. Se torneranno le opposizioni in commissione? «Ne sarei felice», ha risposto il presidente, «ma non possono ostacolare i lavori di ricerca della verità».