Quella di sabato doveva essere una bella serata nel centro di Pergine Valsugana, città di 21.000 abitanti in provincia di Trento. Era stato organizzato tutto nel dettaglio: concerti in piazza, street food e tanti giovani impegnati nel «boulder», l’arrampicata verticale, sui muri dei palazzi storici.
Poi, all’improvviso, il caos in piazza Garibaldi, dove un gruppo di giovani magrebini non ha voluto più saperne dell’atmosfera festaiola. Iniziano a girare per il centro, infastidendo chiunque capiti loro a tiro. Vanno da un kebabbaro e gli mostrano un’ascia, che poi ripongono. Si spostano. Infastidiscono. Sono un branco. Forse sono anche un po’ invidiosi di quella bella festa, che gli altri si stanno godendo mentre loro sono incapaci di farlo. A un certo punto, incontrano dei biker. Scoppia un diverbio. I magrebini estraggono una bottiglia di vetro da un cestino e la mostrano, come a dire: questa ve la possiamo spaccare sulla testa. Non succede nulla, però, almeno per il momento. Il gruppo si allontana, urlando improperi incomprensibili ai più. Poco dopo, però, ritorna. Uno tiene in mano un’ascia. Un altro, invece, una chiave a croce (quella, per capirci, per cambiare le gomme delle auto). Il diverbio tra i magrebini e i biker si riaccende. La lama, fortunatamente non troppo affilata, comincia a girare nell’aria. Un uomo, preoccupato per le proprie figlie, cerca di fare da scudo e viene colpito alla schiena. «C’era parecchio sangue», racconta Daniele Lazzeri, presidente della fondazione Nodo di Gordio che in quel momento si trovava alla festa. «Le forze dell’ordine sono intervenute subito», prosegue Lazzeri, «dicevano all’aggressore di stare fermo e lo hanno tenuto lì per più di un’ora, che lui ha utilizzato per fare un comizio, dicendo “trentini di merda, dovete morire tutti”. La gente, a un certo punto, ha cominciato ad avvicinarsi molto all’aggressore perché non ce la faceva più».
Ciò che colpisce, in questa vicenda, è pure l’arrivo a tutta velocità di una macchina, chiamata da uno dei magrebini, poco dopo il primo diverbio. Il mezzo è arrivato contromano, forse con l’obiettivo di colpire, senza riuscirci, le moto dei biker. E andando vicino, troppo vicino, a un gruppo di bambini che giocava lì vicino.
Per Francesca Gerosa, presidente di Fratelli d’Italia in Trentino, «poteva essere una strage in una serata affollata. Auspico che si faccia presto chiarezza su quanto accaduto e che per i colpevoli siano riservate pene esemplari, senza attenuanti di alcun tipo. Nessuna giustificazione, nessuna pietà, nessuna tolleranza. Questa è casa nostra, e ci dobbiamo poter vivere serenamente».
Kevin Toller, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Pergine Valsugana, racconta alla Verità: «Una bellissima festa in paese rovinata da un gruppo di nordafricani che prima prende ad accettate un ragazzo, si schianta con la macchina ad altissima velocità entrando in contromano con il rischio di investire i bambini che stavano giocando per poi scagliarsi contro i “trentini di merda”. È un fatto gravissimo che conferma la necessità di una stretta sempre maggiore contro l’immigrazione. Abbiamo rischiato un secondo attentato come a Modena, potremmo contare i morti in questo momento».
Già, perché per alcuni istanti i più hanno temuto il peggio. Vedendo quella macchina sfrecciare contromano e le lame che tagliavano la notte hanno pensato a un attentato. Questa volta non è andata così, grazie a Dio. Ma è comunque un sintomo. Molti terroristi prima di fare il «grande passo» e abbracciare la jihad erano semplici casseurs, teppistelli di periferia. Vuoti, in una società che, secondo loro, non li accettava. E così hanno trovato rifugio nella guerra santa, in un ideale di morte in grado di dare un senso alla loro vita. Piccoli segni che qualcosa nel sistema dell’integrazione non sta funzionando. E di cui sarebbe bene prenderne atto e agire di conseguenza. Prima che sia troppo tardi. Ammesso che non lo sia già.