
L’ultimo numero di una delle riviste conservatrici più influenti negli Stati Uniti, la Claremont Review of Books (Christopher Caldwell, Let’s Not Do That Again, Spring 2025, pagine 17-21) si occupa della questione dei dazi imposti da Donald Trump sulle merci importate dai Paesi esteri. L’articolo è stato scritto assai prima che la Corte d’Appello federale confermasse ieri la sentenza di primo grado sulla formale illegalità costituzionale degli ordini esecutivi emessi da Trump sulla base di una legge risalente agli anni Settanta, che attribuisce poteri emergenziali in materia economica al Presidente degli Stati Uniti, emergenza ritenuta inesistente. L’autore dell’articolo è molto critico nei confronti delle scelte di Trump, che avrebbero potuto avere effetti deleteri sull’economia americana, se, paradossalmente, il Presidente avesse avuto a che fare non con autocrati come Xi Jinping, ma con avversari più democratici, incapaci di «accompagnare gli Stati Uniti lontani dal baratro» nel quale rischiavano di cadere.
La legge invocata da Trump, lo «International Emergency Economic Powers Act» del 1977, in effetti non si occupa affatto delle tariffe o dazi sulle merci e, come sottolinea l’autore dell’articolo, «non permette al presidente di impossessarsi dei poteri del Congresso di cui all’Articolo I». La Costituzione degli Stati Uniti, all’articolo I, sezione 8, attribuisce questo potere al Congresso, specificamente quello di imporre tasse, dazi, accise, nonché di regolare il commercio con gli altri Stati.
Ora, è vero che agli americani di oggi non importa più tanto che la Costituzione venga effettivamente rispettata e infatti oscillano nel loro sostegno a Trump, ma fondamentalmente non deflettono da una tendenziale maggioranza a favore. Da un punto di vista puramente giuridico, tuttavia, non vi è dubbio che la sentenza della Corte federale è corretta: Trump ha certamente abusato dei suoi poteri, anche se le conseguenze non sono state così catastrofiche come qualcuno si aspettava, sicché spetta ora alla Corte Suprema sancire questo riconoscimento o cancellare la sentenza.
La questione è molto grave e delicata. In realtà, non è soltanto il potere del Presidente in materia di tasse, dazi e accise in gioco, ma qualcosa che investe direttamente la struttura costituzionale degli Stati Uniti. Non è possibile oggi prevedere quello che farà la Corte, che ha una maggioranza conservatrice (6 a 3), con ben tre giudici nominati da Trump nel suo primo mandato, ma non è affatto detto che darà ragione al Presidente. Tranne Clarence Thomas, un estremista senza discernimento sostanziale (fu nominato e confermato giudice in maniera molto discussa, a suo tempo), gli altri giudici sono tutti ben formati dal punto di vista delle conoscenze tecniche. Già in passato non sono mancate sentenze più liberal che conservatrici, giuridicamente assai ben argomentate.
La questione è grave e delicata, dicevo, perché l’articolo I, sezione 8, non riguarda solo il potere del Congresso in materia economica, ma anche molti altri poteri, tra cui quello di dichiarare la guerra («To declare War, grant Letters of Marque and Reprisal, and make Rules concerning Captures on Land and Water») e di provvedere a tutte le questioni relative e connesse. Ora, è un fatto che da molti anni questo potere, «dichiarare la guerra», è stato assunto, in maniera sostanzialmente anticostituzionale, dai Presidenti degli Stati Uniti. Quando Bush jr. decise per esempio di invadere l’Iraq non chiese certo l’autorizzazione del Congresso a dichiarare la guerra. Lo fece e basta. Il Congresso tacque, ratificando tacitamente in seguito.
Ora, se la Corte Suprema dovesse cancellare la sentenza della Corte di circuito, questa decisione non potrebbe non riguardare, indirettamente, anche gli altri poteri che l’art. 8, sezione 1, assegna al Congresso. Il rischio sarebbe quello di modificare, per via legale (giudiziaria), il sistema dei checks and balances (divisione dei poteri) che è stato sempre il punto d’onore della Costituzione americana e della sua democrazia. Gli Stati Uniti si troverebbero, in altri termini, con un Presidente che assorbirebbe in sé, non più solo in via di fatto come nel caso della dichiarazione di guerra, ma in via costituzionale, poteri che la Costituzione pure formalmente attribuisce ad un altro organo, appunto il Congresso.
È questa la ragione per la quale ritengo che la Corte Suprema non rovescerà la sentenza, ma troverà un escamotage per confermarla con alcune limitazioni, sia temporali sia sostanziali in modo da lasciare una via d’uscita al Presidente. Sarà quindi una delle sentenze storiche della Corte Suprema e credo che i giudici (Justices) della Corte non potranno non vagliare con discernimento tutti i pro e i contro, fondamentalmente politici, che implicherà la loro decisione.






