- Borrell prova ad azzoppare la Von der Leyen sul memorandum. No di Ungheria e Polonia al patto sull’asilo. Imbarazzo Sánchez.
- Il presidente Usa Joe Biden tentenna sullo sblocco degli aiuti alla Tunisia ma, intanto, stringe un discutibile accordo con Caracas per rimpatriare migliaia di profughi venezuelani.
Lo speciale contiene due articoli.
«L’uso di missioni dell’Unione europea, navali o di terra, per combattere i trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo ha bisogno dell’accordo della Tunisia» ha detto ieri il ministro degli Esteri Ue, Josep Borrell, al vertice europeo di Granada. Dove ha però anche detto di voler convocare entro l’anno una riunione del Consiglio di associazione Ue-Tunisia. «Ci sono due modi per lavorare con la Tunisia. Uno è il Memorandum e l’altro è il Consiglio di associazione Ue-Tunisi, che presiedo», ha tenuto a sottolineare rivolgendosi di fatto al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Da parte sua, la numero uno di Bruxelles ha tenuto il punto spiegando che «l’intesa sul regolamento per crisi migratorie è stato un grande successo, un pezzo importante del puzzle del pacchetto. Ma ci sono anche le azioni operative: agiremo secondo i dieci punti di Lampedusa e nel medio attraverso il Memorandum con la Tunisia», ha aggiunto. «È importante investire in questi Paesi e stabilire dei corridoi legali e umanitari per le migrazioni». Due dichiarazioni che non potrebbero essere più distanti. Commissione spaccata che duplica la tremande rottura tra la stessa Commissione e il Consiglio. Da tempo a loro volta in forte rottura. E non solo per le questioni migratorie. In ballo ci sono i temi green, ma anche il futuro del mercato unico. Il prossimo 12 ottobre si consumerà l’ennesimo incontro per il trilogo relativo alle case green. La Commissione vuole stringere la morsa anche a costo di imporre ai singoli Stati gli oneri di ristrutturazione per le classi sociali più povere. I Paesi membri nicchiano. Temono che si verifichi un effetto Superbonus al quadrato. E hanno ragione. Solo che la Commissione cerca di imporsi per motivi esclusivamente politici e nel tentativo di scardinare gli equilibri democratici. Lo sta facendo attraverso Dg Sante che con la scusa del tabacco vuole delega in bianco dai singoli ministeri con l’obiettivo di legiferare senza passare dal Consiglio né dal Parlamento. Assurdo ma sta succedendo. Come è paradossale che il Consiglio abbia scelto Enrico Letta per studiare il futuro del mercato unico e la Von der Leyen abbia incaricato Mario Draghi per fare lo stesso lavoro. La posizione che prevarrà detterà la linea.
È in questo clima da lame affilate che si affronta un tema storico e complesso come quello dei flussi migratori. Ci sarebbe da sorridere se non fosse drammatico. Così il risultato è che Kais Saeid, leader tunisino, alza la posta ribadendo la propria sovranità, mentre i vertici di Ungheria e Polonia si mettono di traverso, guarda caso poco dopo il bilaterale tra Italia e Germania. L’intesa di Granada sui migranti riceve così l’attesa picconata di Polonia e Ungheria che scalfisce l’unità del blocco comunitario sul dossier. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni – dopo aver mostrato a tutti i partner europei la sua solida alleanza con il britannico Rishi Sunak -riallaccia i rapporti con il cancelliere, Olaf Scholz, dopo i dissidi degli ultimi giorni incentrati sulla questione dell’operato delle navi delle Ong che operano nel Mediterraneo. Da segnalare che Scholz se l’è cavata spiegando che a decidere per i fondi alle Ong pro migranti era stato il Parlamento. Non lui. Uno scaricabarile quasi prevedibile.
Quanto era prevedibile il parere negativo del premier polacco Mateusz Morawiecki e l’omologo ungherese Viktor Orbán, che mantengono il loro fermo «no» rispetto al Patto su migrazione e asilo e fanno saltare la dichiarazione finale a firma di tutti i 27. Su tutti i temi i leader dei Paesi membri dell’Ue si sono espressi all’unanimità, ma sui migranti Morawiecki e Orbán non hanno mollato un centimetro, costringendo di fatto a una dichiarazione della sola presidenza del Consiglio europeo.
A quel punto a reagire con un certo disagio è stato il presidente spagnolo Pedro Sánchez. Malcelato disappunto sulla mancanza di unanimità, ma anche per quello che l’altro ieri il quotidiano El Mundo ha presentato come un eccessivo protagonismo dell’Italia. Meloni è riuscita a portare in cima all’agenda dei lavori il dossier migratorio, uno sviluppo non previsto da Sánchez che, peraltro, è rimasto anche escluso dal «tavolo a sei» sul contrasto ai trafficanti di esseri umani che, per come si è sviluppato, è stato l’evento più importante della due giorni di Granada. Da un formato ristretto a quattro, con Meloni, Sunak e i premier di Paesi Bassi e Albania, Mark Rutte ed Edi Rama, infatti, la riunione ha visto la partecipazione anche del presidente francese Emmanuel Macron e della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ma non del padrone di casa. Ad acuire l’indisposizione spagnola rispetto alla riunione anche la dichiarazione congiunta finale in otto punti che, sebbene non vincolante, ha mostrato un nuovo asse che vede la Francia e l’Italia sincronizzate. Insomma, una gran fatica che però non riallinea tutte le stelle. Finché Consiglio e Commissione Ue continueranno a remarsi contro sarà molto difficile essere interlocutori forti e imporre accordi ai Paesi terzi e rimettere ordine nel Sahel.
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