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2023-04-03
Cristiani sotto attacco
I cristiani sono i nuovi discriminati d’Occidente? Sono molto rare le voci in politica e sui media, e perfino nel mondo cattolico, che oggi si misurano con un simile dilemma. Del resto, la stessa parola discriminazione viene automaticamente associata alle minoranze sessuali ed etniche, non certo a chi crede in Gesù Cristo. Eppure, una crescente mole di dati e statistiche testimonia che essere cristiani, nei Paesi occidentali dei «nuovi diritti», inizia a essere un problema. Sfoggiare il crocifisso o affermare gli insegnamenti cattolici sulla morale sessuale può costare irrisione, stigma, in qualche caso pure il posto di lavoro.
Ne sa qualcosa Mary Onuoha, infermiera inglese che lavorava al Croydon University Hospital, a Sud di Londra, quando, nel 2015, ha iniziato a ricevere pressioni affinché non indossasse il crocifisso. La motivazione ufficiale era di natura igienica, ma era chiaro come fosse un pretesto. Alla fine, nell’aprile 2019 alla donna è stato dato un ultimo avvertimento scritto ma lei, dopo essere stata assegnata a ruoli amministrativi, si è dimessa.
Ne è nata una causa che lo scorso anno ha visto i giudici stabilire che il Croydon health services Nhs Trust ha violato i diritti umani della Onuoha, generando attorno a attorno a lei un clima «ambiente umiliante, ostile e minaccioso». Alla donna è comunque andata meglio di John Sherwood, pastore evangelico ultrasettantenne che nell’aprile 2021, per aver predicato in strada l’insegnamento cristiano su matrimonio e famiglia, citando la Genesi, è finito in arresto per oltre 20 ore. L’ostilità anticristiana nel contesto occidentale non risparmia neppure figure istituzionali. Si pensi a Paivi Rasanen, già presidente dei Democratici cristiani e, dal giugno 2011 al maggio 2015, ministro dell’Interno della Finlandia. Cariche di tutto rispetto, che però non le hanno evitato di finire sotto processo. Il motivo? Nel 2019 su Twitter, aveva criticato la sponsorizzazione ufficiale della Chiesa evangelica luterana di Finlandia al Pride di quell’anno, allegando l’immagine del brano biblico Romani 1:24-27. Ora, per dare un nome a questo clima ostile già nel 2003 era stato coniato un termine che fatica a farsi spazio nel linguaggio comune, ma anche risulta significativo: quello di «cristianofobia», parola che, appunto, descrive una avversione pregiudiziale nei confronti del cristianesimo.
Gli stessi accademici seguono il fenomeno da anni, tanto che Philip Jenkins, docente alla Baylor University, già nel 2003 parlò dell’anticattolicesimo come The Last Acceptable Prejudice, «l’ultimo pregiudizio accettabile» (Oxford University Press), mentre i sociologi della North Texas University George Yancey e David Williamson, nel loro libro - So Many Christians, So Few Lions (Rowman & Littlefield Publishers) -, hanno evidenziato, riferendosi alla società americana ma è una valutazione valida anche per l’Europa, la presenza d’un gruppo numericamente minoritario, ma con un potere sociale superiore alla media caratterizzato da «un odio irragionevole o paura dei cristiani». Tale sentimento di ostilità, ben lungi dall’essere neutro, produce conseguenze concrete.
L’Osservatorio europeo sulle discriminazioni contro i cristiani, che ha sede a Vienna, ogni anno pubblica un report di aggiornamento sulla situazione nel Vecchio Continente. L’ultimo, diffuso lo scorso 16 novembre, documenta come nell’anno 2021 in Europa si siano registrati oltre 500 crimini d’odio contro i cristiani; di questi, circa 300 sono stati i casi di profanazione e vandalismo, 80 quelli di furti di ostie consacrate, arredi e oggetti sacri, 60 quelli di incendi dolosi, 14 quelli di aggressione fisica. Segnalati anche quattro omicidi. Se dalla situazione continentale si passa a quella dei singoli Paesi, si nota come gli atti di cristianofobia siano in vertiginosa crescita. Confrontando i dati del 2017 con quelli del 2021, si scopre infatti come in Germania i crimini d’odio anticristiani siano aumentati di oltre il 60%, nel Regno Unito del 165%. In Francia questi crimini risultano più stabili, ma sono un numero impressionante, dato che oscillano tra gli 8 e i 900 all’anno. Oltreoceano lo scenario non è però più confortante, anzi.
In Canada, secondo i dati dell’ufficio statistico nazionale, tra il 2020 e il 2021 c’è stato un boom di episodi anticristiani, saliti in pochi mesi del 260 per cento. Negli Stati Uniti le cose sono altrettanto gravi. Il mese scorso, infatti, è stato diffuso un report inquietante, che ha registrato come, dalla primavera del 2020 in poi - in seguito alle proteste iniziate dopo la morte di George Floyd -, siano state vandalizzate qualcosa come oltre 300 chiese. In pratica, 100 chiese all’anno vengono colpite non nella Cina comunista o nell’Africa di Boko Haram, ma negli Usa di Joe Biden, che pure si professa cattolico.
«Questa epidemia di violenza contro le chiese cattoliche ha creato un clima di paura per i fedeli di tutto il Paese», è stato il commento di Brian Burch, presidente di CatholicVote, l’organizzazione che ha raccolto i dati di questi atti di cristianofobia, «questo è uno stato di cose inaccettabile, perché nessun americano dovrebbe andare in giro chiedendosi: “La mia chiesa sarà la prossima?”». E in Italia? Anche da noi, bellamente ignorata dai grandi media, la cristianofobia si fa sentire.
Consultando i dati che l’Odihr - l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani che è la principale istituzione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) - ha raccolto da altre fonti e pubblicato sul suo sito, si scopre infatti come se nell’anno 2017, nella nostra penisola, si erano stati registrati appena 11 atti d’odio con matrice anticristiana, nel tempo essi sono sistematicamente aumentati, divenendo 58 nel 2018 e addirittura 92 nel 2021. In soli quattro anni, in Italia, i casi di cristianofobia sarebbero quindi aumentati di oltre il 736%. Una crescita esponenziale dovuta di certo anche alla maggiore attenzione che il tema inizia fortunatamente ad avere; in effetti, al di là delle statistiche, a parlare sono le cronache, che riferiscono sempre più spesso, per esempio, di fedeli o sacerdoti nel mirino.
All’inizio di quest’anno il vice parroco della cittadina dei Castelli Romani è stato percosso poco prima della celebrazione di un funerale. Lo scorso settembre un altro sacerdote è stato aggredito durante la messa a Milano, nella chiesa del Santissimo Redentore, nei pressi di piazzale Loreto. Nell’aprile 2022 anche don Guido Panella, parroco della basilica del Sacro Cuore a Castro Pretorio, era stato schiaffeggiato durante una funzione. Era comunque andata peggio a don Matteo Graziola, parroco di Rovereto che, nell’ottobre 2014, finì al pronto soccorso dopo essere stato aggredito mentre manifestava con le Sentinelle in piedi. Sempre a don Graziola nel 2019 è stata bruciata la porta della chiesa. Pur di minacciare il sacerdote trentino, reo di essere un fiero antiabortista, i vandali non si sono fermati neppure di fronte al portone di un edificio storico del 1631.
«Non esiste alcun luogo sicuro nel mondo e nelle nostre chiese dove essere cristiani», ha affermato il teologo anglicano Ephraim Radner, per descrivere l’odierno sentimento anticristiano: «È una nuova era». L’odio contro i seguaci di Cristo che si sta radicando in un Occidente che parla di diritti umani ma fa spesso fatica a garantirli, non è però il sentimento più grave. Ce n’è infatti, davanti a tutto questo, uno ancora più allarmante: l’indifferenza.
Ogni giorno ammazzati 15 martiri
Non è semplice essere precisi, nell’effettuare una stima dei perseguitati nel mondo. Il fenomeno cresce infatti in continuazione, praticamente mese dopo mese. Come ricorda in apertura del suo ultimo report la fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre, diretta da Alessandro Monteduro, in un solo anno - dal 2018 al 2019 - l’aumento dei Paesi in cui registrano violazioni contro i cristiani è passato da 145 a 153. Attualmente, secondo il lavoro di monitoraggio dell’Ong Porte aperte/Open Doors, i cristiani che nel mondo rischiano a causa della loro fede ammontano a 360 milioni.
Negli ultimi anni il numero di cristiani uccisi appare stabile, in un conteggio comunque impressionante che si aggira sulle 5.700 vittime annue: in pratica, oltre 15 martiri al giorno. In netto aumento, invece, il numero dei fedeli rapiti, con circa 14 sequestri al giorno. La stragrande maggioranza di tali rapimenti, si concentra in tre sole nazioni: Nigeria, Mozambico e Congo. Dove non ci sono sequestri, si possono comunque verificare arresti. In India, per esempio, sotto il governo del radicale indù Narendra Modi, sempre secondo il rapporto diffuso a gennaio da Open Doors, nell’ultimo anno gli arrestati per motivi religiosi, e senza processo, sono stati 1.750.
La situazione non è più serena in Pakistan, dove sulle minoranze cristiane gravano un quarto di tutte le accuse di blasfemia, benché esse siano meno del 2% della popolazione. Da non sottovalutare anche l’Arabia Saudita, dove gli accenni di liberalizzazione e aperture restano spesso solo tali. «I lavoratori stranieri cristiani possono essere presi di mira per la loro fede», denuncia Open Doors, «e a tutti i cristiani stranieri è fortemente vietato condividere la loro fede o riunirsi per il culto, e qualsiasi azione al di fuori de consentito può portare alla detenzione». Complessivamente, se nel 1993 i Paesi dove i Paesi dove le persecuzioni anticristiane erano più forti risultavano 49 oggi sono 76, con un aumento di oltre il 55%.
A livello globale, non ci si fa particolari problemi neppure a processare e perseguitare vescovi o cardinali, come insegnano le vicende in Cina del cardinale Joseph Zen Ze-Kiung e nel Nicaragua di monsignor Rolando Álvarez. Per chi si professa seguace di Cristo, il Paese più pericoloso è comunque l’Afghanistan, seguito dalla Corea del Nord; quello in cui i cristiani vengono uccisi più di frequente, con oltre 5.000 vittime, è invece la Nigeria; si tratta tuttavia anche dello stesso Paese - e questo dovrebbe insegnare molto ai fedeli d’Occidente, spesso impigriti - con la più alta percentuale di credenti praticanti: secondo un recente studio pubblicato dal Center for Applied Research in the Apostolate (Cara) - un centro di ricerca senza scopo di lucro che conduce studi scientifici sociali sulla Chiesa cattolica - il 94% dei cattolici nigeriani si reca a messa, pur consapevole che ciò può costare la vita.
Come ha sottolineato su Forbes Ewelina U. Ochab, avvocato e attivista per i diritti umani, oltre che numerosi gli attacchi ai cristiani nel mondo sono spesso impuniti: e ciò non fa che incoraggiare altre persecuzioni. Un fenomeno che, se oggi appare estesissimo, nel passato recente non era marginale, tutt’altro. Nel libro di Antonio Socci uscito nel 2002, I nuovi perseguitati (Piemme), erano pubblicate le statistiche della World Christian Encyclopedia (University Press) in cui, con riferimento al Novecento, si calcolavano 45 milioni e 400.000 martiri, 13 milioni e 300.000 dei quali dal 1950 in poi.
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Vandalismi, profanazioni, incendi, aggressioni: nel 2021 in Europa si sono registrati oltre 500 crimini d’odio contro chi crede nel Vangelo. È la cronaca quotidiana dell’ultimo pregiudizio considerato «accettabile».I numeri globali fanno spavento: avvengono violenze in 153 Paesi, per un totale di 360 milioni di fedeli perseguitati. Su base annua si contano ben 5.700 vittime.Lo speciale contiene due articoli.I cristiani sono i nuovi discriminati d’Occidente? Sono molto rare le voci in politica e sui media, e perfino nel mondo cattolico, che oggi si misurano con un simile dilemma. Del resto, la stessa parola discriminazione viene automaticamente associata alle minoranze sessuali ed etniche, non certo a chi crede in Gesù Cristo. Eppure, una crescente mole di dati e statistiche testimonia che essere cristiani, nei Paesi occidentali dei «nuovi diritti», inizia a essere un problema. Sfoggiare il crocifisso o affermare gli insegnamenti cattolici sulla morale sessuale può costare irrisione, stigma, in qualche caso pure il posto di lavoro.Ne sa qualcosa Mary Onuoha, infermiera inglese che lavorava al Croydon University Hospital, a Sud di Londra, quando, nel 2015, ha iniziato a ricevere pressioni affinché non indossasse il crocifisso. La motivazione ufficiale era di natura igienica, ma era chiaro come fosse un pretesto. Alla fine, nell’aprile 2019 alla donna è stato dato un ultimo avvertimento scritto ma lei, dopo essere stata assegnata a ruoli amministrativi, si è dimessa.Ne è nata una causa che lo scorso anno ha visto i giudici stabilire che il Croydon health services Nhs Trust ha violato i diritti umani della Onuoha, generando attorno a attorno a lei un clima «ambiente umiliante, ostile e minaccioso». Alla donna è comunque andata meglio di John Sherwood, pastore evangelico ultrasettantenne che nell’aprile 2021, per aver predicato in strada l’insegnamento cristiano su matrimonio e famiglia, citando la Genesi, è finito in arresto per oltre 20 ore. L’ostilità anticristiana nel contesto occidentale non risparmia neppure figure istituzionali. Si pensi a Paivi Rasanen, già presidente dei Democratici cristiani e, dal giugno 2011 al maggio 2015, ministro dell’Interno della Finlandia. Cariche di tutto rispetto, che però non le hanno evitato di finire sotto processo. Il motivo? Nel 2019 su Twitter, aveva criticato la sponsorizzazione ufficiale della Chiesa evangelica luterana di Finlandia al Pride di quell’anno, allegando l’immagine del brano biblico Romani 1:24-27. Ora, per dare un nome a questo clima ostile già nel 2003 era stato coniato un termine che fatica a farsi spazio nel linguaggio comune, ma anche risulta significativo: quello di «cristianofobia», parola che, appunto, descrive una avversione pregiudiziale nei confronti del cristianesimo. Gli stessi accademici seguono il fenomeno da anni, tanto che Philip Jenkins, docente alla Baylor University, già nel 2003 parlò dell’anticattolicesimo come The Last Acceptable Prejudice, «l’ultimo pregiudizio accettabile» (Oxford University Press), mentre i sociologi della North Texas University George Yancey e David Williamson, nel loro libro - So Many Christians, So Few Lions (Rowman & Littlefield Publishers) -, hanno evidenziato, riferendosi alla società americana ma è una valutazione valida anche per l’Europa, la presenza d’un gruppo numericamente minoritario, ma con un potere sociale superiore alla media caratterizzato da «un odio irragionevole o paura dei cristiani». Tale sentimento di ostilità, ben lungi dall’essere neutro, produce conseguenze concrete. L’Osservatorio europeo sulle discriminazioni contro i cristiani, che ha sede a Vienna, ogni anno pubblica un report di aggiornamento sulla situazione nel Vecchio Continente. L’ultimo, diffuso lo scorso 16 novembre, documenta come nell’anno 2021 in Europa si siano registrati oltre 500 crimini d’odio contro i cristiani; di questi, circa 300 sono stati i casi di profanazione e vandalismo, 80 quelli di furti di ostie consacrate, arredi e oggetti sacri, 60 quelli di incendi dolosi, 14 quelli di aggressione fisica. Segnalati anche quattro omicidi. Se dalla situazione continentale si passa a quella dei singoli Paesi, si nota come gli atti di cristianofobia siano in vertiginosa crescita. Confrontando i dati del 2017 con quelli del 2021, si scopre infatti come in Germania i crimini d’odio anticristiani siano aumentati di oltre il 60%, nel Regno Unito del 165%. In Francia questi crimini risultano più stabili, ma sono un numero impressionante, dato che oscillano tra gli 8 e i 900 all’anno. Oltreoceano lo scenario non è però più confortante, anzi. In Canada, secondo i dati dell’ufficio statistico nazionale, tra il 2020 e il 2021 c’è stato un boom di episodi anticristiani, saliti in pochi mesi del 260 per cento. Negli Stati Uniti le cose sono altrettanto gravi. Il mese scorso, infatti, è stato diffuso un report inquietante, che ha registrato come, dalla primavera del 2020 in poi - in seguito alle proteste iniziate dopo la morte di George Floyd -, siano state vandalizzate qualcosa come oltre 300 chiese. In pratica, 100 chiese all’anno vengono colpite non nella Cina comunista o nell’Africa di Boko Haram, ma negli Usa di Joe Biden, che pure si professa cattolico. «Questa epidemia di violenza contro le chiese cattoliche ha creato un clima di paura per i fedeli di tutto il Paese», è stato il commento di Brian Burch, presidente di CatholicVote, l’organizzazione che ha raccolto i dati di questi atti di cristianofobia, «questo è uno stato di cose inaccettabile, perché nessun americano dovrebbe andare in giro chiedendosi: “La mia chiesa sarà la prossima?”». E in Italia? Anche da noi, bellamente ignorata dai grandi media, la cristianofobia si fa sentire.Consultando i dati che l’Odihr - l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani che è la principale istituzione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) - ha raccolto da altre fonti e pubblicato sul suo sito, si scopre infatti come se nell’anno 2017, nella nostra penisola, si erano stati registrati appena 11 atti d’odio con matrice anticristiana, nel tempo essi sono sistematicamente aumentati, divenendo 58 nel 2018 e addirittura 92 nel 2021. In soli quattro anni, in Italia, i casi di cristianofobia sarebbero quindi aumentati di oltre il 736%. Una crescita esponenziale dovuta di certo anche alla maggiore attenzione che il tema inizia fortunatamente ad avere; in effetti, al di là delle statistiche, a parlare sono le cronache, che riferiscono sempre più spesso, per esempio, di fedeli o sacerdoti nel mirino. All’inizio di quest’anno il vice parroco della cittadina dei Castelli Romani è stato percosso poco prima della celebrazione di un funerale. Lo scorso settembre un altro sacerdote è stato aggredito durante la messa a Milano, nella chiesa del Santissimo Redentore, nei pressi di piazzale Loreto. Nell’aprile 2022 anche don Guido Panella, parroco della basilica del Sacro Cuore a Castro Pretorio, era stato schiaffeggiato durante una funzione. Era comunque andata peggio a don Matteo Graziola, parroco di Rovereto che, nell’ottobre 2014, finì al pronto soccorso dopo essere stato aggredito mentre manifestava con le Sentinelle in piedi. Sempre a don Graziola nel 2019 è stata bruciata la porta della chiesa. Pur di minacciare il sacerdote trentino, reo di essere un fiero antiabortista, i vandali non si sono fermati neppure di fronte al portone di un edificio storico del 1631.«Non esiste alcun luogo sicuro nel mondo e nelle nostre chiese dove essere cristiani», ha affermato il teologo anglicano Ephraim Radner, per descrivere l’odierno sentimento anticristiano: «È una nuova era». L’odio contro i seguaci di Cristo che si sta radicando in un Occidente che parla di diritti umani ma fa spesso fatica a garantirli, non è però il sentimento più grave. Ce n’è infatti, davanti a tutto questo, uno ancora più allarmante: l’indifferenza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cristiani-sotto-attacco-2659713612.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ogni-giorno-ammazzati-15-martiri" data-post-id="2659713612" data-published-at="1680409896" data-use-pagination="False"> Ogni giorno ammazzati 15 martiri Non è semplice essere precisi, nell’effettuare una stima dei perseguitati nel mondo. Il fenomeno cresce infatti in continuazione, praticamente mese dopo mese. Come ricorda in apertura del suo ultimo report la fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre, diretta da Alessandro Monteduro, in un solo anno - dal 2018 al 2019 - l’aumento dei Paesi in cui registrano violazioni contro i cristiani è passato da 145 a 153. Attualmente, secondo il lavoro di monitoraggio dell’Ong Porte aperte/Open Doors, i cristiani che nel mondo rischiano a causa della loro fede ammontano a 360 milioni. Negli ultimi anni il numero di cristiani uccisi appare stabile, in un conteggio comunque impressionante che si aggira sulle 5.700 vittime annue: in pratica, oltre 15 martiri al giorno. In netto aumento, invece, il numero dei fedeli rapiti, con circa 14 sequestri al giorno. La stragrande maggioranza di tali rapimenti, si concentra in tre sole nazioni: Nigeria, Mozambico e Congo. Dove non ci sono sequestri, si possono comunque verificare arresti. In India, per esempio, sotto il governo del radicale indù Narendra Modi, sempre secondo il rapporto diffuso a gennaio da Open Doors, nell’ultimo anno gli arrestati per motivi religiosi, e senza processo, sono stati 1.750. La situazione non è più serena in Pakistan, dove sulle minoranze cristiane gravano un quarto di tutte le accuse di blasfemia, benché esse siano meno del 2% della popolazione. Da non sottovalutare anche l’Arabia Saudita, dove gli accenni di liberalizzazione e aperture restano spesso solo tali. «I lavoratori stranieri cristiani possono essere presi di mira per la loro fede», denuncia Open Doors, «e a tutti i cristiani stranieri è fortemente vietato condividere la loro fede o riunirsi per il culto, e qualsiasi azione al di fuori de consentito può portare alla detenzione». Complessivamente, se nel 1993 i Paesi dove i Paesi dove le persecuzioni anticristiane erano più forti risultavano 49 oggi sono 76, con un aumento di oltre il 55%. A livello globale, non ci si fa particolari problemi neppure a processare e perseguitare vescovi o cardinali, come insegnano le vicende in Cina del cardinale Joseph Zen Ze-Kiung e nel Nicaragua di monsignor Rolando Álvarez. Per chi si professa seguace di Cristo, il Paese più pericoloso è comunque l’Afghanistan, seguito dalla Corea del Nord; quello in cui i cristiani vengono uccisi più di frequente, con oltre 5.000 vittime, è invece la Nigeria; si tratta tuttavia anche dello stesso Paese - e questo dovrebbe insegnare molto ai fedeli d’Occidente, spesso impigriti - con la più alta percentuale di credenti praticanti: secondo un recente studio pubblicato dal Center for Applied Research in the Apostolate (Cara) - un centro di ricerca senza scopo di lucro che conduce studi scientifici sociali sulla Chiesa cattolica - il 94% dei cattolici nigeriani si reca a messa, pur consapevole che ciò può costare la vita. Come ha sottolineato su Forbes Ewelina U. Ochab, avvocato e attivista per i diritti umani, oltre che numerosi gli attacchi ai cristiani nel mondo sono spesso impuniti: e ciò non fa che incoraggiare altre persecuzioni. Un fenomeno che, se oggi appare estesissimo, nel passato recente non era marginale, tutt’altro. Nel libro di Antonio Socci uscito nel 2002, I nuovi perseguitati (Piemme), erano pubblicate le statistiche della World Christian Encyclopedia (University Press) in cui, con riferimento al Novecento, si calcolavano 45 milioni e 400.000 martiri, 13 milioni e 300.000 dei quali dal 1950 in poi.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.