Nel racconto tra l’artefatto e l’ingenuo che dei campioni della Silicon Valley si fa usualmente, si tende a distinguere due tipi di imprenditori.
Da una parte, i fondatori visionari che, partendo dal mitico garage di papà dentista e madre insegnante, generano la startup del secolo e diventano miliardari. Dall’altra gli investitori, dotati di portafoglio gonfio, fiuto canino e denti aguzzi, che finanziano i progetti degli altri.
Adattandosi al cliché, in assenza di eroi veri, Peter Thiel appartiene a entrambe le categorie, ed è questo che lo rende una figura particolare nel panorama tecnologico americano. La sua traiettoria parte dalla tecnologia applicata alla finanza e arriva alla sorveglianza, passando per il venture capital e la politica. È un percorso unico nel quale si snodano tecnologia, finanza e sicurezza. La sua figura ha molti punti di contatto con l’altro personaggio trasversale di cui abbiamo già parlato in questa serie, Alex Karp. Come quest’ultimo, anche Thiel ha molto a che fare con la Germania e la filosofia.
Tanto per cominciare, Thiel nasce proprio in Germania nel 1967, a Francoforte, sempre quella, la patria dei filosofi della teoria critica. I suoi genitori sono tedeschi, il padre era un ingegnere chimico nel settore minerario che a un certo punto, per lavoro, trascina con sé la famiglia prima in Sudafrica, poi in Namibia e infine negli Stati Uniti. Qui le assonanze evidenti sono con l’altro geniaccio, Elon Musk, anch’egli figlio d’ingegnere e anch’egli catapultato in Sudafrica e poi negli Usa.
Il giovine Peter cresce in California e studia a Stanford, dove si laurea prima in filosofia e poi in legge. Già negli anni universitari emerge un tratto che resterà costante nella sua carriera, cioè l’avversione per quel conformismo intellettuale della Silicon Valley che già abbiamo trovato in Alex Karp. Nel 1987 fonda addirittura la Stanford Review, una rivista studentesca conservatrice nata con l’obiettivo dichiarato di contestare il politicamente corretto che, a suo giudizio, stava diventando dominante nelle università americane. Parecchio in anticipo sui tempi, gli va riconosciuto.
La svolta imprenditoriale arriva alla fine degli anni Novanta con Confinity, fondata insieme a Max Levchin e poi fusa con la startup di Elon Musk, X.com. Le due startup diventano assieme la mitica PayPal, la cui idea è semplice ma per l’epoca certamente nuova. Si trattava di creare un sistema di pagamenti digitali indipendente dalle infrastrutture bancarie tradizionali. PayPal diventa rapidamente uno dei servizi più utilizzati per le transazioni online e nel 2002 viene acquistata da eBay per 1,5 miliardi di dollari. Da quell’esperienza nasce quella che la rivista Fortune battezzerà qualche anno dopo la «PayPal Mafia», cioè un gruppo di imprenditori e investitori – tra cui il nostro Peter, Elon Musk, Reid Hoffman, Steve Chen ed altri – che continueranno a influenzare la Silicon Valley per decenni.
Dopo la vendita di PayPal, Thiel ha le tasche traboccanti d’oro e si trasforma in investitore. Nel 2004 diventa il primo finanziatore esterno di Facebook, acquistando una quota della startup di Mark Zuckerberg per 500.000 dollari. L’investimento si rivelerà uno dei più redditizi della storia del venture capital. Attraverso il fondo Founders Fund, Thiel partecipa negli anni successivi alla nascita di decine di aziende tecnologiche, costruendo una rete di influenza che si estende ben oltre le imprese da lui fondate direttamente.
Il progetto più ambizioso di Thiel nasce nel 2003 con la creazione di Palantir Technologies. Il nome dell’azienda viene dal mondo fantastico di John Ronald Reuel Tolkien (che, per inciso, è nato in Sudafrica) e ricorda i «palantír», le pietre veggenti che permettono di osservare eventi lontani. Nome studiatamente azzeccato, visto che l’azienda sviluppa software in grado di analizzare enormi quantità di dati e individuare connessioni invisibili agli occhi umani. O meglio, relazioni oltre il tempo e lo spazio. In Palantir, Thiel coinvolge Alex Karp, l’altro umanista della compagnia, conosciuto a Stanford.
Con Palantir, Thiel e Karp portano la logica delle startup tecnologiche dentro il mondo dell’intelligence. Il software dell’azienda consente di incrociare basi di dati diverse (finanziarie, telefoniche, logistiche) per individuare schemi e relazioni. L’idea è che la sicurezza contemporanea non dipenda più soltanto da armi o eserciti, ma dalla capacità di analizzare grandi quantità di informazioni. Un po’ è sempre stato così, essendo l’informazione l’arma più preziosa in mano al potere. Negli anni successivi Palantir estende i propri servizi anche a banche, compagnie assicurative e grandi aziende industriali.
Il valore di mercato della società ha superato i 300 miliardi di dollari, trasformando Palantir in uno dei protagonisti del settore dei big data e dell’intelligenza artificiale applicata alla sicurezza. Mentre molte società tecnologiche hanno cercato di prendere le distanze dal settore della difesa, Thiel ha invece sostenuto apertamente la necessità di una collaborazione più stretta tra industria tecnologica e governo.
Parallelamente alle attività imprenditoriali, Thiel ha costruito un ruolo sempre più influente nel dibattito politico americano. Nel 2016 è stato uno dei pochissimi grandi investitori della Silicon Valley a sostenere apertamente la candidatura di Donald Trump alla Casa Bianca. Negli anni successivi ha finanziato diversi candidati repubblicani e ha contribuito alla carriera politica di J.D. Vance, oggi vicepresidente degli Stati Uniti.
Questa combinazione di imprenditoria tecnologica, investimento finanziario e influenza politica rende Thiel una figura difficile da classificare. Non è soltanto un fondatore di aziende, né semplicemente un venture capitalist.
Accanto alle attività economiche, Thiel ha coltivato anche una dimensione intellettuale. Nei suoi saggi e interventi pubblici ha riflettuto sul rapporto tra progresso tecnologico e organizzazione politica. In un saggio del 2015 (Exotericism and the Untroubled Race for the Future) sostiene che la crescita della conoscenza scientifica ha prodotto una specializzazione sempre più estrema degli esperti, rendendo difficile per gli individui comprendere l’insieme del progresso tecnologico e le sue implicazioni sociali.
Per questo motivo, secondo Thiel, le trasformazioni prodotte dalla tecnologia non possono essere comprese soltanto in termini economici. Esse ridisegnano anche gli equilibri di potere tra istituzioni, imprese e individui. Difficile dargli torto e, in questo senso, la storia imprenditoriale di Thiel racconta qualcosa di più della semplice ascesa di un miliardario. Racconta la trasformazione del capitalismo, che diventa sempre più concentrato e irraggiungibile, forgiando rapporti sociali ed assommando in sé un potere che va oltre la politica classicamente intesa, quella della rappresentanza democratica, per sfociare nel più puro dei governi oligarchici.
Tre giorni di lezioni blindatissime a Roma. All’Angelicum parlerà dell’Anticristo
Dietro la storia imprenditoriale di Peter Thiel esiste una architettura teorica piuttosto strutturata. Thiel è autore di saggi e interventi pubblici in cui riflette sul rapporto tra tecnologia, potere e istituzioni politiche. In questi testi emerge una critica radicale alla democrazia liberale contemporanea, giudicata incapace di governare società sempre più complesse e tecnologicamente avanzate. Della sua visione del mondo e dell’Anticristo parlerà nella sua prossima tre giorni di Roma (dal 15 al 18 marzo), dove terrà altrettante conferenze all’Angelicum, la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquinio. Le lezioni, lunghe tre ore ogni giorno, saranno super esclusive, saranno su invito, a porte chiuse e strettamente non filmabili attraverso i cellulare.
Il punto di partenza del suo ragionamento è l’idea che la crescita della conoscenza scientifica abbia prodotto una specializzazione estrema. Le tecnologie che strutturano la vita contemporanea sono comprese solo da piccole comunità di esperti, mentre la maggioranza della popolazione non possiede gli strumenti per valutare le reali implicazioni e i limiti. In un saggio del 2015 dedicato al rapporto tra scienza e politica, Thiel osserva che la complessità della ricerca scientifica rende difficile per i cittadini comprendere l’insieme del progresso tecnologico e le sue conseguenze sociali. Ne deriva, secondo lui, una tensione tra il principio democratico dell’uguaglianza politica e la realtà di un mondo dominato da competenze altamente specializzate.
Da qui prende forma una critica che Thiel ha espresso più volte in modo esplicito. In un celebre intervento del 2009 (The Education of a Libertarian, pubblicato nel 2009 sulla rivista del think tank Cato Institute) scrisse di non ritenere più compatibili libertà e democrazia. Alcune conquiste del Novecento, come l’estensione del suffragio universale, la crescita dello Stato sociale e la ricerca del consenso politico hanno reso più difficile, a suo giudizio, preservare una società veramente libertaria.
L’argomento non è che la democrazia sia illegittima, ma che le istituzioni rappresentative moderne tendano a rallentare o bloccare l’innovazione tecnologica attraverso regolazioni, procedure e compromessi politici. In un sistema politico basato sul consenso di massa, sostiene Thiel, decisioni complesse vengono spesso prese da elettori che non hanno alcuna competenza tecnica sui temi in discussione. Si tratta di un argomento vecchio come Platone, come minimo. Niente di nuovo. Se una novità c’è è che al posto del governo dei filosofi di Platone, Thiel vede una oligarchia di tecnologi. Cioè, la conseguenza di questo ragionamento è una visione decisamente elitaria del potere tecnologico. Nella prospettiva di Thiel, l’innovazione nasce da piccoli gruppi di individui altamente competenti. Le grandi trasformazioni non sono il prodotto di decisioni collettive ma di minoranze creative capaci di immaginare soluzioni radicalmente nuove. Questo schema, che nella Silicon Valley viene spesso applicato al mondo delle startup, viene esteso da Thiel anche alla politica.
Una delle idee che emergono da questa impostazione è quella di costruire spazi politici alternativi allo Stato nazionale. L’obiettivo dichiarato è sperimentare nuove forme di governo senza essere vincolati alle legislazioni degli Stati esistenti. In questi progetti il governo dovrebbe essere organizzato come una sorta di società privata, dove i cittadini scelgono di aderire a un determinato sistema normativo nello stesso modo in cui oggi scelgono un servizio o un’impresa. Un bel calcio a tutte le costituzioni del mondo, insomma.
Questa visione si lega a un’altra convinzione ricorrente nel pensiero di Thiel, cioè la diffidenza verso il consenso. Le decisioni prese attraverso lunghe mediazioni democratiche tendono, secondo lui, a produrre soluzioni moderate inefficaci. L’innovazione radicale richiede invece scelte rapide e leadership forti. Da qui l’idea che sistemi politici più piccoli e flessibili possano adattarsi meglio ai cambiamenti tecnologici. Negli ultimi anni queste riflessioni sono state collegate anche a questioni geopolitiche. Tra gli scenari discussi negli ambienti vicini a Thiel c’è la possibilità di creare nuove comunità tecnologiche in territori poco popolati e ricchi di risorse naturali. In questo contesto è stata evocata più volte la Groenlandia, un territorio enorme ma con una popolazione ridotta e infrastrutture limitate. In teoria, un luogo del genere potrebbe diventare il laboratorio di nuove città altamente tecnologiche, progettate fin dall’inizio per integrare infrastrutture energetiche, digitali e sistemi di governo «innovativi». Thiel ha dunque sviluppato un discorso vicino al libertarismo classico, in cui la libertà economica e l’innovazione scientifica hanno la priorità rispetto ai meccanismi della rappresentanza democratica.
La sua critica alla democrazia liberale indica la convinzione che il futuro delle società tecnologiche sarà guidato da élite altamente specializzate piuttosto che da processi decisionali di massa. In questa prospettiva la politica diventa sempre più simile alla gestione di sistemi complessi, dove la competenza tecnica tende a prevalere sul principio dell’uguaglianza formale tra i cittadini.