Marco Femminella e Danila Solinas, avvocati dei genitori, a un paio di giorni dall’inizio della perizia a cui per decisione del tribunale devono sottoporsi i loro assistiti hanno presentato un esposto all’Ordine professionale degli assistenti sociali e all’ente regionale competente per il servizio sociale del Comune di Palmoli. Il tema è l’operato di Veruska D’Angelo, l’assistente sociale che il tribunale ha nominato curatrice dei tre bambini che dal 20 novembre sono stati tolti ai genitori e collocati in una struttura protetta.
Secondo i legali, «la professionista non avrebbe mantenuto la necessaria equidistanza richiesta dal ruolo, mostrando un atteggiamento pregiudizievole nei confronti della famiglia, soprattutto nella fase successiva al trasferimento dei bambini deciso dall’autorità giudiziaria». L’assistente sociale avrebbe «aggravato» e «stravolto» fatti mai avvenuti, messo nero su bianco nelle sue relazioni affermazioni «artificiose» e inserito valutazioni personali del tutto inopportune (ed esempio scrisse che la casa dei Trevallion aveva problemi strutturali, valutazione che semmai andava affidata a un tecnico).
Oltre a ciò, la D’Angelo avrebbe «partecipato a diverse interviste, un’esposizione che rischierebbe di minare la neutralità e la riservatezza che l’incarico imporrebbe». In sostanza la D’Angelo avrebbe «interpretato le proprie mansioni con negligenza».
L’avvocato Solinas aveva già avanzato l’argomento giorni fa in una intervista concessa al nostro giornale. «Ci aspettavamo sin dall’inizio un atteggiamento che prendesse atto delle tantissime modifiche comportamentali, o comunque di approccio, di questa famiglia che comunque resta convinta della giustezza del proprio modo di vivere e di un approccio educativo diverso», ci aveva detto. «Ci si è posti con una rigidità eccessiva, in un confronto che non è mai stato dialogante. E io credo che il problema di base che poi ha determinato questa situazione sia proprio la totale mancanza di un’apertura verso la cosiddetta, mi consenta il termine, alterità culturale. Se qualcosa che viene percepito come diverso dagli stereotipi a cui siamo costantemente abituati viene letto con lo stigma della diversità, inevitabilmente l’approdo può essere soltanto uno. E allora io mi chiedo, e lo faccio senza timore, quanto il ruolo dei servizi sociali in tutta questa vicenda abbia inciso. Avrebbero forse dovuto fare un passo indietro?».
Ecco il nocciolo della questione: l’atteggiamento dei servizi e il loro rapporto con la famiglia. «Si è parlato a più riprese di un rapporto conflittuale dell’assistente sociale con i genitori che è durato più di 15 mesi», ci ha detto Solinas. «Ma in realtà, ed è importante sottolinearlo affinché ci sia una comprensione del percorso che ci ha portato qui, noi parliamo di un totale di cinque incontri, di cui due alla presenza delle forze dell’ordine».
Cinque incontri in tutto, di cui tre soltanto senza la presenza di agenti, sono troppo pochi per giustificare una decisione drastica come l’allontanamento, specie in assenza di violenza e abusi. Un altro atteggiamento era possibile, e probabilmente dovuto.
Sembra pensarla così anche Tonino Cantelmi, super esperto dei Trevallion. «Alla luce del documento del Garante per l’Infanzia Prelevamento dei minori - Facciamo il punto», dice Cantelmi alla Verità, «nell’operato dei servizi sociali, nel caso della famiglia del bosco, sembrano esserci criticità e contraddizioni importanti. Gli operatori non sono stati capaci di prendersi cura dell’intera famiglia, non sono riusciti a creare relazioni empatiche ed efficaci, hanno messo in atto comportamenti potenzialmente traumatici e laceranti, non sono stati in grado di operare una mediazione virtuosa. E non è corretto attribuire le responsabilità di un evidente fallimento ai genitori, che ora si sono visti costretti a denunciare l’assistente sociale. Ci sono responsabilità significative che andranno chiarite».
Si potrebbe addirittura sostenere che andassero chiarite prima, queste responsabilità. Ma non è stato fatto. Si è detto che l’irrigidimento delle istituzioni dipendeva dal comportamento della famiglia, ma ora è evidente che - nonostante la buona disposizione dei Trevallion - da parte dell’autorità non ci sono stati cambiamenti.
Il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, ci ha tenuto a prendere le distanze dall’assistente sociale. «La professionista», ha detto all’Adnkronos, «non è dipendente del Comune di Palmoli, ma fa capo all’Ente d’Ambito Sociale di Monteodorisio, organismo sovracomunale che gestisce i servizi sociali sul territorio. Proprio a questo ente, insieme all’Ordine professionale, gli avvocati della famiglia Trevallion hanno notificato l’esposto».
Il Comune, nel frattempo, continua a pagare fior di quattrini: 244 euro al giorno per mantenere i bambini e la madre nella casa di accoglienza in cui risiedono, lontani da papà Nathan, da ormai troppo tempo. Come abbiamo più volte notato, se si continuerà su questa strada l’unico risultato sarà quello di mandare in rovina le casse di Palmoli e costringere la Regione Abruzzo a sborsare altro denaro per colmare il buco.
Piaccia o meno, il disastro della giustizia minorile è tutto qui, in questi due corni: la rigidità delle istituzioni e il giro di soldi derivati dalla gestione dei bambini. Da una parte c’è il pensiero, ancora troppo diffuso, secondo cui le famiglie hanno sempre bisogno di essere indirizzate o peggio rieducate perché inadatte, da sole, a prendersi cura dei figli. Dall’altra c’è chi guadagna grazie agli allontanamenti e non ha alcun interesse a smontare questo meccanismo. Invece di berciare ogni volta contro l’intervento della politica e dei media - che magistrati e assistenti sociali non mancano mai di deprecare - bisognerebbe ammettere che non vi è niente di più politico di questa faccenda. E bisognerebbe muoversi di conseguenza: la riforma della giustizia minorile è più urgente che mai.