2022-05-05
Tombe regali di Petra, in Giordania (iStock)
A Betania è stata consacrata la chiesa del Battesimo dove c’era un campo minato. E Salt è per l’Unesco «città della tolleranza».
L’acqua è l’Archè, ovvero il Principio. La sostanza da cui tutto trae origine, sosteneva il filosofo Talete. L’Alfa e l’Omega della vita. Il Fonte battesimale di Betania oggi è parte del Regno Hascemita di Giordania. Proprio lì Gesù di Nazareth ha voluto essere battezzato: «Nel punto più basso del pianeta ma il più vicino al Cielo». In una landa desolata lungo le rive del fiume Giordano, quel deserto dove lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, si posò al suolo.
Terra benedetta, un luogo che cattura l’anima.
Al-Maghtas - in arabo «immersione» - è la «Betania oltre il Giordano» narrata dai Vangeli.
Per secoli fu tappa del pellegrinaggio cristiano che si snoda da Gerusalemme lungo il fiume fino al monte Nebo. Una depressione poco distante dal Mar Morto che i geologi indicano come il posto più basso della Terra, 400 metri sotto il livello del mare.
Tuttavia solo negli anni Novanta il Fonte fu definitivamente identificato dagli archeologi - tra cui il francescano padre Michele Piccirillo - come il luogo dove Giovanni Il Battista visse e dove l’Uomo di Nazareth fu battezzato. In un’epoca in cui non esistevano confini e chiunque poteva passare liberamente da una riva all’altra.
La popolazione giordana è per il 97% musulmana ma il turismo religioso è considerato prioritario per l’economia del Paese. Chiese e moschee godono delle stesse agevolazioni fiscali. E proprio a Betania è stata recentemente consacrata la chiesa cattolica del Battesimo alla presenza dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, e del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme. Realizzata là dove c’era un campo minato, è in grado di accogliere fino a 1.200 pellegrini.
«Vogliamo costruire ponti di amicizia e di pace» afferma il direttore del Sito del Battesimo, l’armeno Rustom Mkhjian, che da vent’anni dedica ogni sua energia a questo luogo. «I cristiani sono una parte piccola ma essenziale della popolazione giordana. Il nostro è un Paese che vuol essere messaggero di armonia e di pace».
Il Regno Hashemita di Giordania, attualmente governato da Re Abdullah II, è oggi uno Stato sicuro dove la convivenza pacifica tra cristiani e musulmani è normalità. Un Paese stabile che ha imboccato senza tentennamenti la strada della modernità in una zona del mondo tutt’altro che tranquilla. «La Giordania è un paese sicuro e non è mai stato coinvolto nei conflitti regionali» spiega Abdelrazzaq Arabiyat, direttore generale del Jordan Tourism Board. «Ci teniamo a sottolinearlo con forza per rassicurare i visitatori italiani ed invitarli a visitare i siti del nostro patrimonio culturale».
Per cogliere concretamente le dimensioni di una convivenza finalmente possibile è interessante recarsi anche a As Salt, a Nord Ovest di Amman, dove c’è il sepolcro del biblico Giobbe. L’Unesco l’ha premiata «città della tolleranza e di ospitalità urbana». Arroccata su una collina è un arruffato mix di botteghe, locali e caffè dove si fuma ancora il narghilè e dove gli uomini trascorrono le ore giocando a «mancala» con delle strane pedine di legno. E le donne, al bazar, impastano il pane e lo cuociono davanti agli avventori.
E poi si parte alla ricerca della città perduta.
Petra è un altro luogo magico che è difficile descrivere a parole. Per la seconda volta dopo Betania l’emozione toglie il fiato.
Ignoto invece è il motivo per cui poi la città un certo momento fu completamente dimenticata e nessuno ne sentì più parlare. Fino al 1812, quando un esploratore svizzero, Johann Ludwig Burckhard, pare travestito da arabo errante, vi si fece condurre.
Oltre il palazzo de il Tesoro si cammina tra centinaia di tombe scavate nella roccia rossastra, bassorilievi, templi, colonnati, i resti di una chiesa bizantina ed un grande teatro romano capace di accogliere 7.000 persone.
Ma la Giordania è soprattutto deserto, un affascinante, arido mondo di pietra rossa che già Lawrence d’Arabia descrisse e che oggi offre al turista campi tendati ben mimetizzati nel paesaggio. Al Wadi Rum Bubble Luxotel si dorme all’interno di «bolle» ad aria compressa con il soffitto trasparente. Mentre le stelle stanno a guardare. Info: www.visitjordan.com; www.jordanpass.jo.
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Robert Kennendy (Ansa)
Il segretario alla Salute americano scrive all’omologa tedesca: ora basta procedimenti.
Robert Kennedy jr non ha dimenticato le ingiustizie del regime Covid. E ha scritto una lettera di rimostranze nientemeno che a Berlino, chiedendo di smetterla con la persecuzione di medici e pazienti, esentati dall’uso delle mascherine o dalle vaccinazioni durante la pandemia. Nina Warken, l’omologa tedesca del ministro della Salute di Donald Trump, è stata rampognata dal rampollo di Bob perché la Germania manderebbe ancora alla sbarra dottori e semplici cittadini. In un video su X, Kennedy ha affermato di aver scoperto che «oltre 1.000 medici e migliaia dei loro pazienti» hanno subito procedimenti giudiziari per i certificati di esonero. Numeri difficili da verificare. Anche nel nostro Paese l’Ordine ha comminato sanzioni, persino a colleghi che si limitavano a esigere accertamenti, prima di rifilare le dosi ai loro assistiti. Ciò che conta davvero è il principio enunciato dal segretario alla Salute: «Quando un governo criminalizza i medici per aver consigliato i propri pazienti, si supera una linea che le società libere hanno sempre considerato sacra».
Nella missiva, Kennedy ha contestato la rappresaglia sui «medici che hanno messo i pazienti al primo posto». Le autorità, ha tuonato, hanno «violato la relazione sacra tra paziente e medico, trasformando i medici in esecutori delle politiche statali». Privati di quell’autonomia professionale che, in Italia, fu loro sottratta dal protocollo sul paracetamolo e la vigile attesa. Fin da subito, in fondo, gli Stati avevano compiuto una scelta precisa: non fare nulla fino all’arrivo dei vaccini. Secondo Kennedy, questo era un «sistema pericoloso», che impediva ai dottori di occuparsi di salute individuale in nome del «benessere collettivo definito da tecnocrati non eletti e senza formazione medica». Il ministro americano ha notato che lo stesso modello fu adottato «in tutto il mondo, compresi gli Usa», dove «medici furono attaccati per aver messo in discussione lo status quo». I dottori tedeschi avrebbero rischiato «condanne, la revoca delle licenze e la radiazione», anche se agivano «per senso del dovere» e in virtù del giuramento di Ippocrate; «le istituzioni statali richiedevano conformità rigorosa ai diktat», anziché alla deontologia.
Kennedy ha messo il dito nella piaga del rapporto tra pubblico e scienziati, inquinato dalle strumentalizzazioni politiche: certi provvedimenti, ha osservato, «minano la fiducia pubblica», «indeboliscono le istituzioni mediche e giuridiche», «soffocano il dialogo aperto», danneggiando le democrazie. Perciò il governo tedesco dovrebbe «cambiare rotta», «restituire le licenze revocate ingiustamente» e cassare le sanzioni.
L’intervento sugli strascichi del regime pandemico è solo l’ultimo degli attriti tra Washington e Berlino. Trump ce l’aveva con i tedeschi specialmente per via del deficit commerciale: i dazi sulle merci dall’Ue avevano di mira innanzitutto l’export della Germania. E le amministrazioni dem già temevano il ponte euroasiatico, imperniato sul transito di gas a basso costo dalla Russia. Fu Joe Biden a «maledire» il raddoppio del Nord Stream. Qualche mese dopo l’invasione dell’Ucraina, le pipeline saltarono in aria.
Kennedy jr, in questi giorni, è tornato alla ribalta anche per aver rovesciato la classica piramide alimentare: ha condannato l’eccesso di zuccheri e i cibi ultraprocessati, incoronando le proteine, specie quelle della carne rossa. Terrore degli ecologisti, che preferirebbero sostituirla con insetti o hamburger sintetici. Sul Corriere della Sera di ieri, gli esperti di casa nostra sbeffeggiavano l’esponente della squadra di Trump, contrapponendo, alla sua, l’inossidabile dieta mediterranea. Bene. Bisognerebbe spiegarlo in primis agli italiani, visto che, anche per colpa degli alimenti processati che gli Stati Uniti adesso vorrebbero mettere al bando, il nostro Paese registra uno dei tassi di obesità infantile più alti d’Europa. Bel paradosso. Andate a vedere che fisico ha Kennedy a 71 anni…
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Famiglia Trevallion (Ansa)
I piccoli Trevallion erano stati tolti ai genitori perché (tra l’altro) sarebbero risultati quasi analfabeti. Ma dal 20 novembre non hanno una maestra, che ha dato forfait anche il 7 gennaio. Intanto, i media denigrano mamma e papà. C’è qualcuno che li sta imbeccando?
ai loro genitori perché, secondo il tribunale dell’Aquila, lo stile di vita a cui erano sottoposti li stava gravemente danneggiando. Giudici, assistenti sociali e curatori hanno elencato una serie incredibile di misfatti che i poveri Nathan e Catherine Trevallion avrebbero compiuto a danno dei figli: mancata scolarizzazione, vestiti cambiati una volta la settimana, isolamento, addirittura esposizione mediatica tramite intervista concessa alle Iene. Un vero inferno. In buona fede si sarebbe dunque portati a pensare che ora le istituzioni stiano colmando tutte queste atroci lacune, che stiano lavorando per garantire ai piccoli tutto ciò di cui sono stati ferocemente privati.
Eppure, a quanto risulta, la situazione è un po’ diversa. Ai giornali, negli ultimi mesi, sono giunte - diffuse chissà da chi - notizie allarmanti di ogni tipo. La tutrice, Maria Luisa Palladino, disse al Messaggero che i piccoli «non sanno leggere, stanno imparando l’alfabeto. La bambina più grande, sotto dettatura, sa scrivere solo il suo nome. Nella struttura colorano, fanno i puzzle, interagiscono con gli altri coetanei e stanno capendo che le attività che stanno facendo sono per il loro interesse». Vere o meno, queste informazioni avrebbero dovuto restare sconosciute alle masse. Si potrebbe infatti sostenere che, rivelandole, si sia lesa la privacy dei bambini esponendoli alla pubblica gogna. Ma c’è di peggio. Risulta infatti che dal 20 di novembre i tre bambini non stiano svolgendo alcuna attività scolastica. Il 7 di gennaio avrebbe dovuto presentarsi nella casa famiglia in cui i piccini si trovano attualmente una insegnante individuata (sembra) con l’aiuto del sindaco di Palmoli che avrebbe dovuto iniziare un percorso con loro. Ma non si è presentata per ragioni sconosciute. «La maestra la stiamo cercando», dice la tutrice. «È urgente. L’avevo trovata, ma adesso pare che siano nati dei problemi. Spero di trovare la quadra per il bene dei bambini». Dunque da un mese e mezzo niente scuola per i piccoli Trevallion. Forse i genitori non erano docenti strabilianti, ma qualche insegnamento, a modo loro, provavano a impartirlo. Già questo particolare basterebbe a fare sorgere parecchi dubbi sul modo in cui i bambini vengono attualmente gestiti. Purtroppo però c’è molto altro.
Da settimane, sulla famiglia vengono diffuse notizie di tutti i tipi, e soprattutto indiscrezioni e voci attribuite a coloro che dovrebbero gestirli. Sempre la tutrice Palladino ha concesso qualche giorno fa una intervista alla Vita in diretta in cui ha detto: «La madre rifiuta tutto, che dobbiamo fare? Spero di trovare la quadra per il bene dei bambini. Da quando lei ha cambiato il legale, non parlo più con la madre, parlo con gli avvocati. In casa famiglia parlo con gli educatori, la responsabile e i bambini, guardo loro», ha aggiunto. «È chiaro che lei è molto rigida nelle sue posizioni, vede dei cambiamenti anche nei bambini. Ma l’educazione la decide la struttura in base alle regole». Ieri il Messaggero ha rilanciato queste parole, spiegando che nel fine settimana si sarebbe tenuto un incontro fra la Palladino, gli assistenti sociali e i responsabili della casa famiglia in cui i bambini sono ospitati assieme alla madre, che però vive a un piano diverso. Secondo il quotidiano romano, i vari responsabili starebbero valutando di allontanare mamma Catherine dalla struttura perché ostacolerebbe il percorso dei figli. Beh, anche ammettendo che fosse vero, resta un problema: la madre e il padre da novembre non hanno più la responsabilità genitoriale, quindi non sono loro a decidere alcunché. Le istituzioni sono responsabili di tutto, a prescindere dall’atteggiamento di madre e padre. Dunque sostenere che la madre sia in qualche modo ostativa è semplicemente assurdo. Oppure - e questa sarebbe l’ipotesi peggiore - diffondere queste indiscrezioni serve a uno scopo soltanto: mettere ulteriormente in cattiva luce i genitori, cosa particolarmente sgradevole e scorretta.
Forse qualcuno ritiene che alimentare malelingue su Catherine e Nathan possa giovare alla reputazione del tribunale, facendolo apparire meno «cattivo». Del resto è noto che la gran parte dell’opinione pubblica non approvi granché il fatto che i piccoli Trevallion siano stati allontanati. In ogni caso, il bilancio non è dei migliori. I bambini hanno subìto un traumatico allontanamento da casa e dai genitori, e chissà per quanto tempo resteranno separati. Non hanno visto insegnanti né svolto attività didattiche, sono stati esposti ripetutamente agli occhi della folla, spesso in modo degradante. Davvero non si poteva evitare tutto questo? Davvero non si poteva approntare un percorso senza portarli via da casa? Le istituzioni aquilane sostengono di no, ma viene da dubitarne, specie se si fanno confronti con altre vicende.
Piccolo esempio. Nei giorni scorsi si è tornati a parlare del campo rom di Castel Romano sulla Pontina a Roma, dopo che un poliziotto brasiliano e la sua famiglia hanno rischiato di essere malmenati dagli abitanti della baraccopoli. I brasiliani, in vacanza nella Capitale, avevano subito il furto dei bagagli e di vari effetti personali, compreso uno smartphone. Geolocalizzando il telefono hanno scoperto che i loro beni si trovavano nel campo rom, e si sono recati sul posto per recuperarli. Lì se la sono vista brutta: la polizia locali li ha salvati da un trattamento ruvido ma non ha permesso il recupero delle proprietà sottratte. Soffermiamoci un attimo su quel campo rom. Sentite che cosa scrive a riguardo non una pericolosa congrega di nazisti ma una organizzazione umanitaria impegnata da molto tempo nel sostegno ai rom: «Dal 25 agosto 2025, Associazione 21 luglio è impegnata nelle azioni per il superamento di Castel Romano. Castel Romano, nata nel 2005 e ampliata negli anni successivi, è stata per lungo tempo la baraccopoli più popolosa di Roma: nel 2017 ospitava oltre 1.000 persone. Oggi, tra l’area K e l’area M, vivono ancora un’ottantina di nuclei per un totale di circa 300 persone di cui la metà sono minori. Le condizioni restano estremamente difficili: container fatiscenti, spazi insufficienti e gravi criticità igienico-sanitarie». Capito? In quella baraccopoli dovrebbero esserci più o meno 150 minorenni. Chiariamo subito: non siamo di quelli secondo cui bisognerebbe togliere i figli ai rom alla velocità della luce. Pensiamo anzi che andrebbero lasciate integre le famiglie ma costrette a trovarsi una sistemazione civile e un lavoro onesto. Sappiamo pure che, in alcuni casi, i bambini rom sono stati effettivamente allontanati dai genitori (i dati a riguardo sono piuttosto vaghi e spannometrici, va detto). Con tutta evidenza, nel caso della Pontina, i servizi sociali e il Comune di Roma hanno scelto di lasciare che bambini e famiglie proseguissero a languire nell’incuria e nel disagio, in mezzo a ladri e criminali. Ma siamo magnanimi, mettiamo che vi sia della buona fede in questa decisione. Che le istituzioni abbiano scelto una via morbida per trattare con i rom e farli uscire. Ebbene, anche ammettendo questo, rimane una domanda pesante come un macigno: perché a Castel Romano si sceglie di non portare via tutti i minori e invece alla famiglia del bosco di Palmoli sono stati tolti tre figli per molto meno? A casa dei Trevallion, a novembre, sono entrati assistenti sociali e forze dell’ordine per portare via i bambini. A Castel Romano la polizia non entra nel campo rom nemmeno per portare via i bagagli rubati a un turista.
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La bocciatura della norma toscana sul suicidio assistito apre spiragli: l’Aula deve privilegiare le cure palliative. Dove funzionano, le richieste di morire scompaiono.
Il combinato disposto - per così dire - fra il discorso tenuto da papa Leone XIV al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede - in cui si condanna qualsiasi azione o legge che legittima azioni contro la vita, dal concepimento (aborto) alla morte naturale (suicidio assistito ed eutanasia) - con le parole del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, durante la conferenza stampa di fine anno («Io penso che compito dello Stato non sia favorire percorsi per suicidarsi, ma sia sempre ridurre al minimo la solitudine», sostenendo cure palliative e caregivers familiari dedicati), propone una chiave di lettura nuova e illuminante sui temi inerenti il fine vita, compresa la stessa recente sentenza della Corte costituzionale.
Il riferimento concreto è la sentenza 204/25 della Corte in tema di suicidio assistito, evocata dalla impugnazione da parte del governo della legge Regione Toscana n.16 del 14 marzo 2025, che apre uno scenario per certi versi nuovo che merita di essere attentamente considerato.
La sentenza non cancella l’intero testo regionale, ma ne ridimensiona pesantemente il portato legislativo. L’articolo 2, che si può considerare il focus, il nucleo centrale, della legge regionale - che richiama i requisiti indicati dalla Corte nella sentenza 242/19 per poter accedere alla richiesta di suicidio assistito, e si collega alla legge 219 del 2017 inerente consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento - viene dichiarato incostituzionale perché «produce l’effetto di definire nella legislazione regionale, irrigidendoli, i requisiti per l’accesso al suicidio assistito». E prosegue: «Alla regione è altresì precluso cristallizzare nelle proprie disposizioni principi ordinamentali affermati da questa Corte in un determinato momento storico - in astratto, peraltro, anch’essi suscettibili di modificazioni - e oltretutto nella dichiarata attesa di un intervento del legislatore nazionale». In pratica vengono chiariti e confermati due principi fondamentali: primo, le Regioni non hanno competenza nel definire le norme di accesso al suicidio assistito, neppure appropriandosi dei criteri espressi nella sentenza 242 e - quindi - la responsabilità legislativa è tutta ed esclusivamente nelle mani del Parlamento. Secondo, con una aggiunta che potremmo definire sorprendente e inaspettata: gli stessi criteri enunciati nella sentenza 242, sono «anch’essi suscettibili di modificazioni». Dunque, come si suole dire, la palla è ritornata nella metà campo dei rappresentati eletti dal popolo, che - proprio in quanto tali - hanno il dovere di sostenere le istanze, i valori e i principi di coloro che hanno dato loro mandato e fiducia.
Il Parlamento, quindi, decidendo di intervenire, può legiferare modificando i requisiti stabiliti dalla Corte, con criteri che affermino rigorosamente il principio di tutela della vita umana, sempre e in qualsiasi condizione si trovi la persona, con una decisa scelta a favore della cura, piuttosto che della morte. Si tratta di compiere un corretto bilanciamento fra l’autodeterminazione del soggetto e il diritto alla vita, fondamento della nostra Costituzione, mantenendo il principio morale e civile del favor vitae. Lo strumento per concretizzare questa scelta del primato della cura non dobbiamo inventarcelo, perché è già nelle nostre mani: si chiama medicina palliativa, sostenuta sul piano comunicativo, informativo e finanziata con risorse dedicate, resa disponibile in ogni momento di criticità della salute e in ogni luogo, prevedendo cure domiciliari e presidi di degenza, dagli ospedali agli hospice. È esperienza diffusa e consolidata che laddove le cure palliative sono disponibili, la richiesta di morte assistita scompare.
La stessa Corte, in una sentenza precedente, aveva avvertito del rischio che si può correre, quello di una «minor tutela della vita delle persone più deboli e vulnerabili, che potrebbero essere indotte a farsi anzitempo da parte», proprio come sta accadendo in tutti - proprio tutti, senza eccezioni - i Paesi che hanno approvato leggi di morte assistita. D’altro canto, appare assai poco civile uno Stato che al malato, al disabile, all’anziano bisognoso di ogni cura, risponde con la soluzione di «farsi anzitempo da parte»!
Anche altri aspetti della sentenza 204 vanno nella direzione della tutela della vita: si cancella l’assurda norma regionale toscana che prevede che la richiesta di suicido assistito possa essere avanzata da un «delegato»; si ribadisce la grande importanza di garantire sempre e a chiunque cure palliative, esortando le istituzioni preposte a lavorare in tal senso; si annulla la proposta di considerare le procedure di morte assistita come un livello essenziale di assistenza (Lea); sono dichiarate incostituzionali le norme che fissano la durata delle procedure, stabilendo termini temporali che non sono di competenza delle Regioni. Se ci fosse ancora bisogno di capire quanto assurda ed evidentemente ideologica fosse la legge regionale basta pensare che si prevedeva il «diritto di recesso». Vuol dire che il paziente ha il diritto di ripensarci e non procedere… Già, ma questo ha senso se si tratta di eutanasia, però nel caso di suicidio, che impone l’autosomministrazione del farmaco letale, che senso ha parlare di «diritto di recesso»?
Purtroppo, la sentenza 204 conferma l’impianto fortemente negativo di enunciati precedenti, riconoscendo il «diritto» di ottenere l’assistenza al suicidio ad opera del Servizio sanitario nazionale, affermando il valore «autoapplicativo» a quanto già stabilito con la sentenza 132/25. Questa affermazione ha il sapore di una esclusione previa di ogni tentativo di tenere fuori, per legge, il nostro Ssn. Che fare, dunque? Mani legate? Nessuno spazio per tutelare fragili e vulnerabili? Assolutamente no! Innanzitutto, sostenendo l’insanabile contraddizione fra questa disposizione e la ratio della legge 833/78 che istituisce il servizio sanitario nazionale come presidio per la vita e la salute del paziente, giammai per la somministrazione della morte; e poi agendo di conseguenza, alla luce proprio della sentenza 204: nessuna legge, dato il valore autoapplicativo dei criteri e delle norme esplicitate dalla Corte. Non c’è alcun bisogno di scrivere una legge… Oppure - al contrario - si scriva una legge che tuteli con rigore l’indisponibilità del bene vita, implementi e renda disponibile a chiunque e dovunque le cure palliative, rinforzi e sostenga, anche economicamente, la rete di caregiver familiari e non, e rimoduli la pena prevista per l’articolo 580 del Codice penale, che rimane reato, ma affievolito nella sanzione, pensando ad aspetti di documentati legami parentali/affettivi con il richiedente.
Utopia? No. Coraggio tanto, perché essere controcorrente non è mai facile e remare contro la cultura della morte, trionfante in tutti gli aspetti della nostra società, è quanto mai fuori moda. Ma, come diceva una frase disegnata a carboncino, da mano ignota, sul muro di Berlino, il 9 novembre 1989: «Gli innocenti non sapevano che era impossibile… Per questo lo fecero». Lavoriamo per essere quel tipo di innocenti.
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