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2023-12-01
Il processo oscura il vero scandalo: il Pd che fa gioco a Cospito e mafiosi
Andrea Delmastro (Ansa)
Andrea Delmastro non si dimette. «Assolutamente no» spiegava ieri a Montecitorio. «Io sono uno dei pochi imputati che andrà a processo giocando nella stessa squadra del pm che ha chiesto l'archiviazione una volta e il proscioglimento due volte. La vera opportunità è che il M5S chieda le dimissioni di una persona che ha difeso il 41 bis, il carcere duro per terroristi, camorristi, mafiosi e ndranghetisti». Del resto, il sottosegretario alla Giustizia di Fratelli D’Italia - rinviato a giudizio (nonostante la procura di Roma avesse chiesto l’archiviazione) per rivelazione di segreto d’ufficio per aver riferito alcune conversazioni avvenute in carcere tra il militante anarchico Alfredo Cospito e alcuni boss mafiosi -, aveva nel febbraio scorso condiviso con il suo collega di partito Giovanni Donzelli informazioni che di fatto rappresentavano un serio pericolo per lo Stato italiano. Quelle indiscrezioni verranno poi riferite da Donzelli proprio nell’Aula di Montecitorio, in un duro intervento che aveva però denunciato l’alleanza che si stava venendo a formare tra un anarchico e alcuni boss mafiosi per abolirei l regime del carcere duro del 41 bis. Delmastro lo ha ribadito spesso in questi giorni. «Sono straordinariamente fiero di non aver tenuto sotto segreto un fatto di gravità inaudita, cioè che terroristi anarchici in combutta con criminali mafiosi tentassero di fare un attacco concentrico al 41 bis». In quelle settimane di inizio febbraio, infatti, l’Italia era attraversata da manifestazioni di piazza a difesa di Cospito, che proseguiva nella sua protesta contro il carcere duro con uno sciopero della fame che durava da tre mesi e mezzo. Proprio allora era stato trasferito dal carcere di Sassari a quello di Opera. E se da un lato c’era la violenza nelle piazze, dall’altro lato nelle carceri i boss della criminalità organizzata avevano iniziato a muoversi all’unisono, per appoggiare proprio la protesta di Cospito contro il 41 bis: per mafia, camorra e ndrangheta sostenere la battaglia dell’anarchico contro il carcere duro poteva essere un’opportunità per liberarsi finalmente di una misura che li attanagliava da tempo. «L’Italia», diceva il ministro degli Esteri Antonio Tajani, «è sotto attacco dell’internazionale anarchica. Non esiste un partito mondiale anarchico ma esiste una rete, è noto; i suoi esponenti sono in contatto e solidali fra loro, e una federazione raccoglie i vari movimenti». «Il rischio», aggiungeva il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «di ricompattamento di frange diverse dagli anarchici sicuramente c’è. Nella manifestazione dell’altra sera a Roma per Cospito c’era una componente di una più generale galassia dell’antagonismo, estranea agli anarchici». E infine, argomentava il numero uno del ministero della Giustizia Carlo Nordio: «Di fronte alla violenza non si tratta l’ondata di gesti vandalici prova che il legame tra il detenuto e i suoi compagni rimane e tenderebbe a giustificare il mantenimento del 41 bis». Era in questo clima di enorme tensione per lo Stato che quindi si era sviluppata la decisione dello stesso Donzelli di comunicare alla Camera documenti che erano stati «depositati al ministero della Giustizia, non segretati e consultabili da qualsiasi deputato». Secondo il deputato di Fdi, erano stati «consegnati dal Dap (il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ndr)». Si trattava, in fin dei conti, di «osservazioni» effettuate in carcere e raccolte poi in una relazione poi richiesta dal sottosegretario alla Giustizia Delmastro. Quella relazione riguarda l'esame delle registrazioni da parte degli agenti che hanno il compito di custodire e gestire le captazione relative ai colloqui che avvengono tra il detenuto al 41 bis e i familiari, oltre a quelli tra il detenuto e la cosiddetta «dama di compagnia», cioè il compagno con cui a rotazione viene a contatto chi è costretto al carcere duro. Prima del trasferimento a Opera, quando era ancora a Sassari, una delle dame di compagnia di Cospito era il boss della ndrangheta Francesco Presta che lo esortava ad andare avanti. E Cospito rispondeva: «Fuori non si stanno muovendo solo gli anarchici, ma anche altre associazioni. Adesso vediamo che succede a Roma». E ancora il boss replicava: «Sarebbe importante che la questione arrivasse a livello europeo e magari ci levassero l’ergastolo ostativo». Allo stesso modo l’anarchico aveva parlato con Francesco Di Maio, un esponente del clan dei Casalesi, altro detenuto con cui aveva condiviso l’ora d’aria: «Pezzetto dopo pezzetto si arriverà al risultato», era il riferimento di Di Maio all’abolizione del 41 bis. Ma Cospito aveva condiviso momenti di socialità anche con Pietro Rampulla, l’artificiere della strage di Capaci. In quei giorni, mentre la mafia cercava di fare pressioni tramite gli anarchici sull’abolizione del 41bis, anche il Pd aveva inviato una sua pattuglia di parlamentare a parlare proprio con Cospito. A ricordarlo era stato proprio Donzelli sempre nel suo intervento. «Mentre parlava con i mafiosi, Cospito incontrava anche i parlamentari Debora Serracchiani, Walter Verini, Silvio Lai e Andrea Orlando (il quale, sui social, ha lanciato numerosi appelli contro il carcere duro), che andavano a incoraggiarlo nella battaglia. Allora, voglio sapere, presidente, se questa sinistra sta dalla parte dello Stato o dei terroristi con la mafia!» I giochi pericolosi dei dem, in audizione dell’anarchico vicino ai boss mafiosi, ora sono oscurati dal rinvio a giudizio di Delmastro. Eppure, con la scusa delle «ragioni umanitarie», i quattro hanno fatto il gioco di Cosa nostra, vestendo i panni di utili idioti dell’eversione.
Ecco perché i pm volevano archiviare
«È inconsueto un rinvio a giudizio quando il pubblico ministero chiede il non luogo a procedere», commentava, mercoledì scorso, Giovanbattista Fazzolari dopo la notizia dell’imputazione coatta del compagno di partito, e sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, per rivelazione di segreto d’ufficio.
Il procedimento, ricordiamo, fu avviato in seguito di un esposto del verde Angelo Bonelli, per la rivelazione al deputato di Fdi, Giovanni Donzelli, degli atti del Dap riguardanti le conversazioni di Alfredo Cospito con alcuni boss mafiosi e la visita all’anarchico di una delegazione del Pd. Dopo le indagini, la Procura di Roma aveva chiesto l’archiviazione del caso per due volte. Ma non è stata accontentata.
Due giorni fa, come noto, la giudice per l’udienza preliminare, Maddalena Cipriani, ha respinto la richiesta del procuratore aggiunto Paolo Ielo di non luogo a procedere, replicando la decisione dello scorso luglio di un’altra giudice, Emanuela Attura. «Lo scontro» interno alla magistratura è tutto tecnico: semplificando, da un lato la Procura di Roma riteneva non perseguibile Delmastro poiché, malgrado «l’esistenza oggettiva della violazione del segreto amministrativo», sarebbe mancato l’elemento soggettivo del reato, ovvero, essendo la normativa complessa, il sottosegretario non sapeva di star commettendo un illecito.
La Procura, dunque, invocava l’eccezione al principio Ignorantia legis non excusat (la legge non ammette ignoranza) previsto, talvolta, in presenza di normative particolarmente tecniche, contraddittorie o di difficile comprensione. Dall’altro lato, il ragionamento è stato respinto, già la prima volta dal giudice Attura, poiché un «avvocato specializzato in diritto penale» come Delmastro, «con incarico di sottosegretario» non poteva non conoscere il significato della dicitura «a limitata divulgazione» scritta sui documenti del Dap in questione.
Le carte, però, erano state sì etichettate dal Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria con la dicitura «limitata divulgazione», ma per gli stessi pm non è stata immediata l’individuazione del livello di riservatezza del plico di documenti che ha fatto scoppiare il caso. Come ha rivelato Ielo in aula, la Procura ha dovuto analizzare per due mesi fatti e regole per capire a quale categoria appartenesse il rapporto.
Plico che, secondo una ricostruzione di Repubblica, per una più rapida trasmissione al ministero della Giustizia, fu declassato da «riservato» ad, appunto «a divulgazione limitata», dicitura riportata nella nota di trasmissione dei documenti ricevuti da Carlo Nordio, Delmastro e il capo di Gabinetto Alberto Rizzo.
Elementi che, evidentemente, non hanno trovato il favore del gup. Il quale ha però anche respinto la richiesta degli esponenti del Partito democratico, Silvio Lai, Andrea Orlando, Debora Serracchiani e Walter Verini, di costituirsi parte civile.
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Il rinvio a giudizio di Andrea Delmastro ha tolto l’attenzione dalle mosse pericolose dei dem in visita all’anarchico. Ascoltando il terrorista, infatti, tornarono utili a boss e stragisti, che con lui tramavano per far abolire il 41 bis.Per il gip, il sottosegretario non poteva ignorare che gli atti fossero segreti. Eppure, lo stesso procuratore Paolo Ielo rivela: «Abbiamo dovuto analizzare per due mesi le norme».Lo speciale contiene due articoli.Andrea Delmastro non si dimette. «Assolutamente no» spiegava ieri a Montecitorio. «Io sono uno dei pochi imputati che andrà a processo giocando nella stessa squadra del pm che ha chiesto l'archiviazione una volta e il proscioglimento due volte. La vera opportunità è che il M5S chieda le dimissioni di una persona che ha difeso il 41 bis, il carcere duro per terroristi, camorristi, mafiosi e ndranghetisti». Del resto, il sottosegretario alla Giustizia di Fratelli D’Italia - rinviato a giudizio (nonostante la procura di Roma avesse chiesto l’archiviazione) per rivelazione di segreto d’ufficio per aver riferito alcune conversazioni avvenute in carcere tra il militante anarchico Alfredo Cospito e alcuni boss mafiosi -, aveva nel febbraio scorso condiviso con il suo collega di partito Giovanni Donzelli informazioni che di fatto rappresentavano un serio pericolo per lo Stato italiano. Quelle indiscrezioni verranno poi riferite da Donzelli proprio nell’Aula di Montecitorio, in un duro intervento che aveva però denunciato l’alleanza che si stava venendo a formare tra un anarchico e alcuni boss mafiosi per abolirei l regime del carcere duro del 41 bis. Delmastro lo ha ribadito spesso in questi giorni. «Sono straordinariamente fiero di non aver tenuto sotto segreto un fatto di gravità inaudita, cioè che terroristi anarchici in combutta con criminali mafiosi tentassero di fare un attacco concentrico al 41 bis». In quelle settimane di inizio febbraio, infatti, l’Italia era attraversata da manifestazioni di piazza a difesa di Cospito, che proseguiva nella sua protesta contro il carcere duro con uno sciopero della fame che durava da tre mesi e mezzo. Proprio allora era stato trasferito dal carcere di Sassari a quello di Opera. E se da un lato c’era la violenza nelle piazze, dall’altro lato nelle carceri i boss della criminalità organizzata avevano iniziato a muoversi all’unisono, per appoggiare proprio la protesta di Cospito contro il 41 bis: per mafia, camorra e ndrangheta sostenere la battaglia dell’anarchico contro il carcere duro poteva essere un’opportunità per liberarsi finalmente di una misura che li attanagliava da tempo. «L’Italia», diceva il ministro degli Esteri Antonio Tajani, «è sotto attacco dell’internazionale anarchica. Non esiste un partito mondiale anarchico ma esiste una rete, è noto; i suoi esponenti sono in contatto e solidali fra loro, e una federazione raccoglie i vari movimenti». «Il rischio», aggiungeva il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «di ricompattamento di frange diverse dagli anarchici sicuramente c’è. Nella manifestazione dell’altra sera a Roma per Cospito c’era una componente di una più generale galassia dell’antagonismo, estranea agli anarchici». E infine, argomentava il numero uno del ministero della Giustizia Carlo Nordio: «Di fronte alla violenza non si tratta l’ondata di gesti vandalici prova che il legame tra il detenuto e i suoi compagni rimane e tenderebbe a giustificare il mantenimento del 41 bis». Era in questo clima di enorme tensione per lo Stato che quindi si era sviluppata la decisione dello stesso Donzelli di comunicare alla Camera documenti che erano stati «depositati al ministero della Giustizia, non segretati e consultabili da qualsiasi deputato». Secondo il deputato di Fdi, erano stati «consegnati dal Dap (il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ndr)». Si trattava, in fin dei conti, di «osservazioni» effettuate in carcere e raccolte poi in una relazione poi richiesta dal sottosegretario alla Giustizia Delmastro. Quella relazione riguarda l'esame delle registrazioni da parte degli agenti che hanno il compito di custodire e gestire le captazione relative ai colloqui che avvengono tra il detenuto al 41 bis e i familiari, oltre a quelli tra il detenuto e la cosiddetta «dama di compagnia», cioè il compagno con cui a rotazione viene a contatto chi è costretto al carcere duro. Prima del trasferimento a Opera, quando era ancora a Sassari, una delle dame di compagnia di Cospito era il boss della ndrangheta Francesco Presta che lo esortava ad andare avanti. E Cospito rispondeva: «Fuori non si stanno muovendo solo gli anarchici, ma anche altre associazioni. Adesso vediamo che succede a Roma». E ancora il boss replicava: «Sarebbe importante che la questione arrivasse a livello europeo e magari ci levassero l’ergastolo ostativo». Allo stesso modo l’anarchico aveva parlato con Francesco Di Maio, un esponente del clan dei Casalesi, altro detenuto con cui aveva condiviso l’ora d’aria: «Pezzetto dopo pezzetto si arriverà al risultato», era il riferimento di Di Maio all’abolizione del 41 bis. Ma Cospito aveva condiviso momenti di socialità anche con Pietro Rampulla, l’artificiere della strage di Capaci. In quei giorni, mentre la mafia cercava di fare pressioni tramite gli anarchici sull’abolizione del 41bis, anche il Pd aveva inviato una sua pattuglia di parlamentare a parlare proprio con Cospito. A ricordarlo era stato proprio Donzelli sempre nel suo intervento. «Mentre parlava con i mafiosi, Cospito incontrava anche i parlamentari Debora Serracchiani, Walter Verini, Silvio Lai e Andrea Orlando (il quale, sui social, ha lanciato numerosi appelli contro il carcere duro), che andavano a incoraggiarlo nella battaglia. Allora, voglio sapere, presidente, se questa sinistra sta dalla parte dello Stato o dei terroristi con la mafia!» I giochi pericolosi dei dem, in audizione dell’anarchico vicino ai boss mafiosi, ora sono oscurati dal rinvio a giudizio di Delmastro. 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Il procedimento, ricordiamo, fu avviato in seguito di un esposto del verde Angelo Bonelli, per la rivelazione al deputato di Fdi, Giovanni Donzelli, degli atti del Dap riguardanti le conversazioni di Alfredo Cospito con alcuni boss mafiosi e la visita all’anarchico di una delegazione del Pd. Dopo le indagini, la Procura di Roma aveva chiesto l’archiviazione del caso per due volte. Ma non è stata accontentata. Due giorni fa, come noto, la giudice per l’udienza preliminare, Maddalena Cipriani, ha respinto la richiesta del procuratore aggiunto Paolo Ielo di non luogo a procedere, replicando la decisione dello scorso luglio di un’altra giudice, Emanuela Attura. «Lo scontro» interno alla magistratura è tutto tecnico: semplificando, da un lato la Procura di Roma riteneva non perseguibile Delmastro poiché, malgrado «l’esistenza oggettiva della violazione del segreto amministrativo», sarebbe mancato l’elemento soggettivo del reato, ovvero, essendo la normativa complessa, il sottosegretario non sapeva di star commettendo un illecito. La Procura, dunque, invocava l’eccezione al principio Ignorantia legis non excusat (la legge non ammette ignoranza) previsto, talvolta, in presenza di normative particolarmente tecniche, contraddittorie o di difficile comprensione. Dall’altro lato, il ragionamento è stato respinto, già la prima volta dal giudice Attura, poiché un «avvocato specializzato in diritto penale» come Delmastro, «con incarico di sottosegretario» non poteva non conoscere il significato della dicitura «a limitata divulgazione» scritta sui documenti del Dap in questione. Le carte, però, erano state sì etichettate dal Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria con la dicitura «limitata divulgazione», ma per gli stessi pm non è stata immediata l’individuazione del livello di riservatezza del plico di documenti che ha fatto scoppiare il caso. Come ha rivelato Ielo in aula, la Procura ha dovuto analizzare per due mesi fatti e regole per capire a quale categoria appartenesse il rapporto. Plico che, secondo una ricostruzione di Repubblica, per una più rapida trasmissione al ministero della Giustizia, fu declassato da «riservato» ad, appunto «a divulgazione limitata», dicitura riportata nella nota di trasmissione dei documenti ricevuti da Carlo Nordio, Delmastro e il capo di Gabinetto Alberto Rizzo. Elementi che, evidentemente, non hanno trovato il favore del gup. Il quale ha però anche respinto la richiesta degli esponenti del Partito democratico, Silvio Lai, Andrea Orlando, Debora Serracchiani e Walter Verini, di costituirsi parte civile.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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