{{ subpage.title }}

True

Ecco cosa pensa davvero la Chiesa del sesso

Ecco cosa pensa davvero la Chiesa del sesso
iStock
  • La teologia del corpo non demonizza l’amore: ne parla in termini diversi dalle oscenità scritte nel ‘98 dal prefetto dell’ex Sant’Uffizio. Si leggano Benedetto XVI, Karol Wojtyla o Angelo Scola. Anche nel biblico «Cantico dei cantici» i riferimenti erotici sono nobilitati dall’alta poesia.
  • Per Austen Ivereigh, il cardinale Robert Sarah ha «violato il giuramento» criticando «Fiducia Supplicans».

Lo speciale contiene due articoli.


È la concupiscenza, a dominare La pasión mística. Espiritualidad y sensualidad, il testo di Víctor Manuel Fernández, detto Tucho, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, pubblicato a Città del Messico nel 1998 e poi fatto sparire dal suo autore. Non c’è estasi o altra esperienza spirituale, ma tanta sfrenata libidine «legittimata», in questo volumetto scritto quando l’oggi pupillo di papa Francesco aveva 36 anni ed era dottore in teologia presso la Pontificia Università Cattolica Argentina di Buenos Aires.

«Quella che colpisce è l’attenzione malata (e a che titolo poi, da parte di un sacerdote?) alla fisiologia del rapporto sessuale, secondo l’idea che l’eccitazione sessuale possa essere “un sublime atto di adorazione a Dio”», scrive sul suo blog Aldo Maria Valli, già vaticanista per la Rai. Aggiunge: «Un libretto che, sotto pretese “spirituali”, non solo si dedica a un’analisi minuziosa dell’orgasmo maschile e femminile e non solo ha contenuti blasfemi, ma arriva a legittimare il rapporto omosessuale affermando che non è peccato. Come si vede, Fiducia Supplicans ha radici lunghe».

Benedetto XVI, nella Lettera enciclica Deus caritas est del 25 dicembre 2005, affermava: «Sì, amore è “estasi”, ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in sé stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé». Altre riflessioni, lontanissime dai contenuti di questo libercolo emerso da un passato imbarazzante.

Papa Joseph Ratzinger spiegava che «l’eros è come radicato nella natura stessa dell’uomo; Adamo è in ricerca e “abbandona suo padre e sua madre” per trovare la donna; solo nel loro insieme rappresentano l’interezza dell’umanità, diventano “una sola carne” […] Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano».

Fernández non era interessato a rappresentare la relazione con Dio, non c’era riflessione teologica, solo compiacimento nel descrivere orgasmi che possono essere «un sublime atto di adorazione di Dio». Un inno al piacere sessuale che «non ostacola la spiritualità né la contemplazione, perché se l’unione sessuale è un atto d’amore, non fa altro che aprire il cuore, e così facilita la contemplazione», scriveva il cardinale, argentino come l’attuale Pontefice.

«Sì, l’eros vuole sollevarci “in estasi” verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni», insegnava Giovanni Paolo II nelle sue Catechesi sulla teologia del corpo con le quali, da settembre 1979 a novembre 1984, offrì una visione della dignità della sessualità umana e dell’unione coniugale. Nell’udienza dell’8 aprile 1981 invitava a riflettere su «quell’antropologia che può essere denominata “teologia del corpo”. Ed è questa teologia del corpo che fonda poi il più appropriato metodo della pedagogia del corpo, cioè dell’educazione (anzi dell’autoeducazione) dell’uomo». Inteso non solo come organismo, che finisce per diventare «oggetto di manipolazioni», ma in una spiritualità che diventa continua conquista.

Non c’era bisogno di descrivere amplessi come nei peggiori giornaletti porno. Né di raccontare «l’insaziabilità della donna» attraverso la rozza spiegazione del «ricco plesso venoso attorno alla vagina», che «mantiene un buon flusso sanguigno», e quindi occorrerebbe «scaricare» completamente «l’ingorgo pelvico», prima di potersi ritenere del tutto appagata, come scriveva l’oggi prefetto dell’ex Sant’Uffizio.

La riflessione teologica di papa Giovanni Paolo II era che «l’uomo diventa veramente sé stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità; la sfida dell’eros può dirsi veramente superata, quando questa unificazione è riuscita. Se l’uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d’altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza».

Il cardinale Angelo Scola, nel volume Il mistero nuziale pubblicato da Marcianum press, era altrettanto chiaro: «Nessuna manifestazione di amore nella persona e tra persone può prescindere dalla sfera affettiva e da quella sessuale». Nell’essere insieme anima e corpo «si radica la sfera affettiva e quella sessuale. E tuttavia entrambe interagiscono […] con la dimensione spirituale». A proposito della dottrina enucleata da Mulieris dignitatem nel contesto delle Catechesi di Giovanni Paolo II sull’amore sponsale, scrive che «la sessualità umana, senza negarne sul piano bio-istintuale la somiglianza con quella animale, è decisamente elevata al rango dell’imago Dei. E ciò non può non essere carico di conseguenze». Altro che «relazione mistica con Dio», attivata sotto le lenzuola con rudi dettagli erotici forniti da un sacerdote che insegnava teologia nello stesso Paese dal quale arriva Jorge Mario Bergoglio. Ma poi, è possibile che il Pontefice fosse all’oscuro delle prodezze letterarie di Tucho?

Lo stesso Cantico dei cantici, che differenza degli altri libri della Bibbia si distingue per le descrizioni del corpo umano, dimostra che si può parlare di eros senza il linguaggio triviale del prefetto. «Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, opera di mani d’artista […]. Il tuo ventre è un covone di grano, circondato da gigli. I tuoi seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella», così viene descritta l’amata. «Perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore!»

Elena Bosetti, suora di Gesù buon pastore, già docente di esegesi biblica presso la Pontificia Università Gregoriana, nel suo Cantico dei cantici «Tu che il mio cuore ama». Estasi e ricerca (Cinisello Balsamo 2001), scriveva: «Attorno al baldacchino nuziale scende il silenzio e i due, ormai soli, possono lasciarsi andare allo stupore del corpo. Sguardo limpido e puro, godimento estatico. L’immaginazione continua». Non la pornografia.

Il biografo di Bergoglio sfida Sarah: «Ora deve dimettersi da cardinale»

Il biografo del Papa, il giornalista inglese Austen Ivereigh, ormai si è riservato anche lo speciale ruolo di guardia del corpo. Se c’è da redarguire un cardinale ci pensa lui. Peraltro, l’ex uomo stampa del cardinale Cormac Murphy-O’Connor (1932-2017), già arcivescovo di Westminster, può essere ritenuto anche il primo che ha portato alla luce la «Mafia di San Gallo», visto che fu lui a parlarne con toni simpatetici nella monumentale biografia di Francesco, Tempo di misericordia. Insomma, Ivereigh è uno che se ne intende di servizi confidenziali ed è addentro alle cose di Chiesa, esperto eretto anche a facilitatore laico nel recente Sinodo sulla sinodalità.

Così, dopo aver fatto da inusuale portavoce al Papa nel caso del cardinale Raymond Leo Burke, a cui Francesco ha tolto l’alloggio e lo stipendio, ecco che ieri in un tweet su X ha sistemato anche il cardinale Robert Sarah, reo di aver reagito all’apertura alla benedizione delle coppie dello stesso, avvenuta con Fiducia Supplicans. In poche righe Ivereigh ha praticamente detto al cardinale africano di togliersi la berretta rossa e di stare in silenzio. Nel caso di Burke il fido giornalista ha comunicato urbi et orbi che aveva «incontrato papa Francesco il pomeriggio del 27 novembre […]. Nel corso della conversazione mi ha detto che aveva deciso di togliere i privilegi cardinalizi a Burke - appartamento e stipendio - perché lui stava usando quei privilegi contro la Chiesa». Ecco che con il cardinale Sarah, Ivereigh passa direttamente al ruolo di esecutore, non crediamo di ordini ricevuti, ma sua sponte. «Il cardinale Sarah ha accusato il Papa di eresia, violando il solenne giuramento prestato davanti a Dio quando era cardinale. Ora dovrà restituire il cappello rosso», ha twittato. «Se è convinto in coscienza, deve restare in silenzio, confidando nella storia e in Dio per vendicarlo. Questa è profezia. Tutto il resto è politica di potenza».

Sotto a questa sentenza, Ivereigh ha postato il testo del giuramento dei cardinali, come a ricordare a Sarah che quando gli è stata posta in testa la berretta rossa ha giurato appunto di «rimanere, da ora e per sempre finché avrò vita, fedele a Cristo e al suo Vangelo, costantemente obbediente alla Santa Apostolica Chiesa Romana, al Beato Pietro nella persona del Sommo Pontefice». Eppure lo stesso Sarah ha citato proprio Francesco nello scritto in cui ringrazia le conferenze episcopali che hanno rifiutato di applicare le benedizioni gay. «“Con il diavolo non si discute”, ha detto papa Francesco. […] Nella logica di questo insegnamento [...], anche noi non discutiamo con il divisore. Non entriamo in discussione con la dichiarazione Fiducia Supplicans. Semplicemente rispondiamo con la Parola di Dio e con il magistero e l’insegnamento tradizionale della Chiesa».

Ma il fido biografo, nonché facilitatore laico, nonché estemporaneo portavoce papale, ha calato la sua scure. Un segno ulteriore della crisi che attraversano i vertici della Chiesa.

Lo studio di Kkr (uno dei più grandi fondi di private equity al mondo) vede l’Europa divisa in due: da una parte Germania, ma anche Francia, in difficoltà, e dall’altra Roma, Spagna e Polonia in crescita. Settori dove fare affari? Difesa e infrastrutture energetiche.

Per capire la portata dello studio di cui andremo a parlare, bisogna intendersi sull’attività dei grandi fondi di private equity. Qual è la strategia che sta dietro alle scelte di Kkr, Apollo, Elliott, ma anche di BlackRock o Blackstone? In che modo questi soggetti che hanno enormi disponibilità finanziarie scelgono dove investire?

Continua a leggere Riduci

Quello che è successo a Belfast, dove un immigrato sudanese ha tentato di decapitare in mezzo alla strada un cittadini irlandese è la prova del fallimento del modello europeo sull'accoglienza. E Gianluigi Paragone ricorda come la sinistra ha mascherato e insabbiato per anni le violenze degli immigrati in tutta Europa; ma ora la rabbia della gente normale sta esplodendo. Serve una linea netta che difenda prima di tutto l’identità e gli interessi degli italiani: «I cittadini sono stufi del politicamente corretto. E sull'immigrazione Giorgia Meloni alzi l'asticella». E aggiunge un monito: «La destra non interpreti Vannacci come un nemico».

Favola dell’accoglienza smascherata. La gente si ribella per proteggersi
I radical-chic, davanti ai casi che coinvolgono stranieri, ripetono sempre lo stesso refrain: sminuire, sopire, nascondere. Una propaganda che ha stufato i cittadini, determinati a salvare i propri figli e millenni di civiltà.

Le proteste popolari di Belfast raccolgono il testimone di quelle inglesi conseguenti all’accoltellamento di Henry Nowak. Senza soluzione di continuità. Quando gli episodi si ripetono tutti uguali, vuol dire che non sono più episodi ma, piuttosto, il portato di un conflitto in corso. La risposta dei circoli radical-chic, però, è sempre la stessa: sminuire, sopire, nascondere. Fare sparire tutto nell’oblio del politicamente corretto, che impone di considerarli sempre e comunque solo casi isolati di ordinaria follia e niente altro.

Disobbediamo: riprendiamo per i capelli la vicenda Nowak e proviamo a fare il punto della situazione complessiva di diritto. Magari scopriamo che c’è del metodo nella follia di considerare follia episodi simili. Diciamo due cose alla svelta e alla brava. Per esempio: cosa sia il «kirpan» , cioè il pugnale rituale dei Sikh, lo abbiamo imparato tutti. La cosa che, però, nessuno ci ha ancora spiegato è se si può andare in giro con un arnese simile. I principi in ballo sono due: l’ ordine pubblico e la libertà religiosa. Le possibili risposte normative sono, invece, tre: vietare; permettere; permettere solo a certe condizioni.

In Inghilterra - come purtroppo abbiamo visto - il libero kirpan è perfettamente legale: il Criminal justice act del 1988 ne permette il porto per superiori motivi di libertà religiosa. Esempio preclaro di Paese in cui la cosiddetta «inclusività» (qualunque cosa voglia dire) è stata eletta a principio di sistema. Così anche in Canada: nel 2006 la Corte suprema (causa Gurbay Multani vs Commission scolaire Marguerite-Bourgeoys ) giudicò illegittima la decisione di una commissione scolastica che nel 2001 aveva vietato ai ragazzi sikh di portare a scuola un kirpan di 20 cm e aveva imposto di sostituirlo con un kirpan in legno o in plastica. Investita del ricorso, la Suprema corte canadese decise che il divieto di portare un vero kirpan a scuola era «irragionevole», visto che gli studenti sono comunque a contatto con attrezzi e oggetti pericolosi (forbici, compassi e simili) e che non si può limitare il diritto alla libertà di culto se non in presenza di una minaccia «presente e reale»: il semplice «timore», disse, non può giustificare alcuna compressione del diritto. Ragionamento deboluccio assai, non foss’altro perché estensibile all’infinito, visto che il libero compasso, a questo punto, potrebbe legittimare anche la libera pistola. Perché no, visto che a scuola abbiamo già a che fare con cose pericolose come le matite appuntite ? Oltretutto, valutare di volta in volta se la minaccia sia davvero «presente e reale» può richiedere un margine di tempo che, nei momenti di emergenza, potremmo non avere. Tant’è .

Lo Stato di California, invece, permette il kirpan ma a strette condizioni: nel caso giudiziario Cheema vs Thompson (anni Novanta), la Corte suprema riammise alcuni ragazzi sikh che erano stati espulsi da scuola sempre per via del pugnale che portavano allegramente nei corridoi. Ok al kirpan, disse la Corte suprema, ma a patto che venisse cucito al fodero in modo tale da impedirne l’ estrazione. Inghilterra, Canada, California. Insomma, come si vede, ci sono approcci diversi.

E in Italia? L’ Italia, come sempre, risponde all’italiana, cioè ognuno fa quel che gli garba. Premesso che, secondo le nostre leggi, non si può uscir di casa portando con sé un coltello «senza giustificato motivo», nel 2009 il tribunale di Cremona mandò assolto un sikh armato ritenendo che il «giustificato motivo» fosse la sua libertà di culto (articolo 19 della Costituzione). Nel 2015, invece, il tribunale di Mantova decise all’incontrario, condannando il sikh di turno perché il fatto che il kirpan fosse un orpello religioso non rappresentava affatto un «giustificato motivo» tale da cancellare i rischi per la sicurezza pubblica. La difesa fece ricorso appellandosi al principio della libertà religiosa. E qui viene il punto di interesse: la Suprema corte rispose picche al sikh scrivendo testualmente: «Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di appartenenza [...] il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante [...] Non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante». In un contesto storico meno esasperato, affermazioni del genere sarebbero passate per quel che sono: una semplice espressione di buon senso.

Ma, in una società avvelenata da una propaganda immigrazionista che solo i purissimi di cuore possono ancora credere ispirata da valori di fratellanza universale, le considerazioni ovvie e ragionevoli della Cassazione alimentarono a suo tempo polemiche sulla stampa e nei circoli salottieri «progressisti», che bollarono la decisione come «sentenza mediatica», viziata dalla «rappresentazione ossessiva di un nemico alle porte collegato alle migrazioni di origine extraeuropea», e si fecero tifosi perfino di modifiche legislative allo scopo di affermare «statuti normativi particolari per specifici gruppi» (così la rivista Diritto, immigrazione e cittadinanza del febbraio 2017, pubblicazione dell’area di Magistratura democratica). Tradotto in lingua italiana: lo Stato di diritto dovrebbe essere una specie di supermercato delle norme, ove ognuno prende dagli scaffali quel che gli pare: il diritto europeo per gli europei, la sharia per chi vuole la sharia, il codice di Hammurabi per i Babilonesi, il coltellone per i sikh e così via. Il tutto in nome del relativismo giuridico-culturale ormai imperante in certe latitudini politiche. Addirittura, secondo la critica progressista la sentenza di Mantova era una sentenza da censurare perché aderiva alla «ideologia della diversità culturale degli immigrati».

Fermi tutti: che vuol dire? Vorrebbe dire forse che non esistono «differenze culturali» fra i vari popoli del mondo? Ma, se così fosse, segnaliamo il seguente corto circuito: che le (ovvie) «diversità culturali» fra i popoli del mondo vengono negate proprio da coloro che dicono di volerle difendere. Difenderle vuol dire prenderne atto. Se le culture diverse esistono, vien da sé che non possono essere uguali appunto perché diverse. Ma nel momento in cui una ragionevole sentenza ne prende atto, quella stessa sentenza viene crocifissa perché osa dirlo. Perché dirlo sarebbe - appunto - una «scelta ideologica».

Ci avete capito qualcosa? Ancora: su Questione giustizia del gennaio 2017, rivista trimestrale di Magistratura democratica, Alison Dundes Renteln, professoressa della Southern California University - naturalmente di area liberal - scrive sussiegosamente che sarebbe «globalmente risaputo che il kirpan è un simbolo religioso che, pur somigliando a un coltello, non rappresenta alcun pericolo». Nessun pericolo, garantisce l’illuminata professoressa. Garanzia di ferro. Confidiamo, ma senza sperarci troppo, che davanti al cadavere di Henry Nowak abbia cambiato opinione. A ogni modo, al di là della quota di senno da attribuire a simili elucubrazioni radical-chic, ciò che importa è che in Italia, in questo come in altri casi, è il singolo giudice a dover dare corpo e sangue a norme fin troppo lasche. Con la conseguenza che in questi tempi drammatici, e con le varie tendenze para-ideologiche che agitano ormai apertamente il mondo della magistratura associata, un legislatore veramente tale sarà chiamato sempre più a fissare dei paletti di confine, con norme più rigide e meno esposte alle «correnti» (in ogni senso) dell’interpretazione giudiziaria.

La libertà religiosa - mai come ora - va coniugata con il diritto alla sicurezza fisica di ciascuno di noi. Non si parte da zero: dal 2015 in Parlamento risulta registrata una proposta di legge che subordina il porto del kirpan a patto che la Direzione generale della Polizia di Stato certifichi la sua inoffensività con un segno esteriore visibile. Un po’ l’equivalente del tappo rosso per le pistole giocattolo. È la via californiana di cui si è detto all’inizio: permettere, ma a certe condizioni stringenti. Calibrare, adattare, bilanciare. Governare con le armi della ragionevolezza e non con il pregiudizio ideologico l’inevitabile attrito fra culture e religioni diverse che l’immigrazionismo radicale sta producendo. Insomma: è significativo che il caso Henry Nowak sia avvenuto in Inghilterra, Paese che - come il Canada - è considerato la patria del multiculturalismo e che ha adottato, in nome di un malinteso concetto di libertà, normative piuttosto temerarie. Di multiculturalismo, come si vede, si muore.

Dicevamo che non si fa in tempo a ragionare sulla vicenda inglese che arriva l’ennesima aggressione: a Belfast, in pieno giorno, un sudanese ha tentato di decapitare un passante scelto a caso. Anche qui, come nel caso Nowak o come nel caso di Modena o come nei tanti altri casi che ci sono stati e che, purtroppo, ci saranno, lo choc ha fatto esplodere le proteste popolari. Niente da fare, la risposta dei salotti per bene è la stessa di sempre: è l’«ultradestra» che «cavalca» gli episodi, è uno stato di insicurezza soltanto «percepito». E la soluzione-panacea sarebbe addirittura, secondo qualcuno, quella di intensificare la cultura della «inclusività» a scuola, così i bambini buoni diventeranno tanti adulti buoni e vivremo tutti felici e contenti.

Gli argomenti radical-chic sono troppo uguali e monocordi per non pensare a una regia mediatica centralizzata che affida alla pura propaganda la difesa dell’indifendibile. La verità è che c’è una lotta in corso: da un lato, una corrente ideologica e minoritaria accecata dal pregiudizio antioccidentale che, forte del dominio massmediatico, continua a riproporre impiegatiziamente la litania dell’«accoglienza» totale e acritica, offrendo la sua ingenua foglia di fico a quei megapoteri economici che hanno voluto il flusso per azzerare le conquiste sociali degli anni Sessanta e Settanta. Dall’altro, un movimento popolare sempre più determinato a difendere millenni di cultura europea e ormai anche la vita dei suoi figli, che non accetta più l’invasione di masse umane sradicate, portatrici di culture e religioni opposte: una enorme santabarbara di conflitti e tensioni. È un movimento che non ha alcuna copertura mediatica, non ha stelline della tv o intellò televisivi a sostenerlo. Ma, forse, comincia a non averne bisogno. Dio ci guardi dall’ira dei giusti.

Caos Belfast. Starmer adesso gioca la carta della censura
La polizia ha usato cannoni ad acqua per spegnere gli incendi appiccati dai manifestanti durante i disordini su Antrim Road a Newtownabbey, nel nord di Belfast, Irlanda del Nord, il 10 giugno 2026 (Ansa)
Il premier laburista vuole eliminare i video virali delle esplosioni di rabbia a Belfast: sono i concittadini che protestano i nemici da perseguire, non gli immigrati violenti. Il grido «Adesso basta!» partito dal Nord Irlanda è una spia di allarme per Europa e Uk.

Com’era prevedibile, i «censori» sono entrati in azione, così i fatti di Belfast sono diventati «disordini» provocati dalla mano dei «cattivi», cioè i razzisti, gli xenofobi, le destre estreme.

Continua a leggere Riduci
Le Firme

Scopri La Verità

Registrati per leggere gratuitamente per 30 minuti i nostri contenuti.
Leggi gratis per 30 minuti
Nuove storie
Preferenze Privacy