Se gli insulti arrivano dai «giusti» offendere le donne non è un problema

Contrordine, compagni. Denigrare si può. Anche una donna. Possiamo dirle di tutto. Persino che è brutta. Soprattutto nel caso in cui sia davvero brutta. Perché, diamocelo compagni, «l’esercizio della denigrazione è un fatto quotidiano».
Ecco: un fatto quotidiano. E senza nemmeno travaglio (con la minuscola). Dunque basta con questa «ipocrisia» di invocare la dignità di chi è «colpito». La dignità non esiste più. La dignità è diventata ipocrita. Perciò: se vi colpiscono, tacete. Soprattutto se siete racchie e meritate di essere colpite. Perché, diciamocelo compagni, è impossibile sottrarsi all’«esercizio della malalingua» e ancor più alla «veemente passione di gettare fango sull’altro». Impossibile. Perciò, infangatevi e siate felici. Ricordate, compagni, quando attaccavamo la «macchina del fango»? Ecco: sbagliavamo. La «macchina del fango» è solo una «veemente passione». Come la Ferrari Testarossa.
Non permettetevi di far dell’ironia sull’articolo di Massimo Recalcati uscito ieri su Repubblica perché l’editorialista psicologo, già perito agrario, già renziano doc nonché guru del pensiero politicamente corretto, ce l’ha messa tutta per sdoganare l’insulto, la maldicenza e financo la «diffamazione sistemica». È tutto «umano, troppo umano», spiega. Per cui mandate in archivio tutto l’armamentario dell’indignazione woke, addio sopracciglia alzate e boccucce storte, via quell’arietta di superiorità. «La tendenza al giudizio perfido nei confronti dei propri simili è inemendabile», spiega il professor Recalcati. Inemendabile. Dunque rassegnatevi ad essere malevoli, maldicenti, taglienti e perfino verbalmente violenti. Addio politicamente corretto, siamo tutti Feltri. E dunque gridiamo in coro (col permesso di Recalcati): Michela Murgia era brutta come una strega.
Il problema è che quando lo disse il direttorissimo insorse l’universo perbenista. E lo condannò. Invece qualche giorno una cosa simile l’ha detta Michele Mari, del club ristretto degli intellò chic, uno che pubblica per Einaudi, già collaboratore di Repubblica e del Manifesto, vincitore dei premi Cesare Pavese e Elsa Morante, nonché esponente di punta dell’Osvaldo Soriano Football Club. Dunque bisogna assolverlo. A tutti i costi. Teresa Ciabatti, la scrittrice che sul pullmino raccolse le parole di Mari e le divulgò, ora è quasi pentita: dopo cinque giorni smentisce le ricostruzioni («nessun litigio furioso»), cercando si tirarsene fuori (io non c’ero e se c’ero dormivo) e prodigandosi per assolvere il collega («non era sua intenzione ferirmi»). Mentre Recalcati su Repubblica si occupa della parte concettuale (pur in assenza di concetti), con il manifesto ufficiale dello sdoganamento dell’insulto.
Quello di Recalcati è un vero capolavoro. In due colonne, per salvare il soldato Mari, lo psicologo vip non solo mette in campo tutto l’armamentario dottrinale (pur in assenza di dottrina) passando dalla psicoanalisi all’ascesi, dai codici deontologici ai freni inibitori. Ma soprattutto fa un elenco preciso e puntuale di ciò che d’ora in avanti (udite udite) sarà consentito. Dunque, nell’ordine sono ammesse in quanto «inemendabili», cito testualmente: le «frasi oltraggiose», il «giudizio tagliente e ingiustamente violento», la «diagnosi selvaggia», la «diagnosi selvaggia con intenzioni malevole», la «condanna spietata», l’«esercizio della denigrazione», la «cattiveria meschina», «dire male», «parlare male», «parlare male dei propri colleghi», «criticare a prescindere», «condannare», persino «diffamare», «sentenziare sistematicamente», l’«esercizio della malalingua», la «condanna sommaria», la «demolizione critica», la «veemente passione di gettare fango sull’altro«, la «tendenza al giudizio perfido» e la «critica astiosa». Tutto sdoganato in un solo articolo. E meno male che a Recalcati hanno dato solo due colonne e non tre. Altrimenti arrivava a sdoganare anche lo sputo in faccia.
Ed è bellissimo questo ribaltone perché fino all’altro giorno l’intero clubbino dei recalcati doc ci dava lezioni di bon ton in salsa woke, arrivando non solo a vietarci di dire che una ragazza è brutta, ma persino che è bella (sessismo! Sessismo!), financo a chiederle «ti sei truccata?» (sessismo! Sessismo!) oppure dire che «ha le palle» (maschilismo e sessismo!) oppure, peggio ancora, «sei acida» (sessismo e maschilismo!) e «sono cose da maschi» (doppio maschilismo e sessismo!). Per fortuna è arrivato Recalcati che, da oggi, ha sdoganato non solo queste espressioni innocenti ma financo le «frasi oltraggiose» nei confronti di una donna, la «demolizione critica» e persino la «diagnosi selvaggia con intenzioni malevole». A patto che, s’intende, il via libera alla denigrazione valga per tutti. Perché si sa che, nel club degli intellettuali, tra il dire e il fare c’è di mezzo il Mari.





