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2018-03-30
Continuiamo a importare terroristi
Marco Minniti, negli ultimi giorni, è estremamente loquace, rilascia interviste a tutto spiano per parlare della minaccia jihadista che, dice, negli ultimi «quattro o cinque mesi» si è fatta più intensa. Viene da chiedersi come mai il signor ministro non ne abbia mai fatto parola durante la campagna elettorale. Mentre sul Web e nelle moschee abusive gli inviti a uccidere gli infedeli si moltiplicavano, Minniti evitava accuratamente l'argomento. Non solo non ha parlato del pericolo islamico, ma, poco prima del voto, si è prodigato per mandare segnali di distensione alla comunità musulmana. Durante una cordiale visita alla grande moschea di Roma, ha deriso chi ritiene che l'islam sia «incompatibile con la Costituzione» e ha spiegato che «costruire una grande alleanza con il mondo islamico può aiutare a liberare il mondo dalle proprie ossessioni». In quell'occasione, il ministro si è vantato del «Patto nazionale per un islam italiano» da lui ideato. Per chi non lo ricordasse, si tratta di un protocollo d'intesa in cui il governo si impegnava a «promuovere una conferenza con l'Anci dedicata al tema dei luoghi di culto islamici in cui richiamare il diritto alla libertà religiosa che si esprime anche nella disponibilità di sedi adeguate». Tradotto significa: più moschee.
Ora, però, a urne lontane, Minniti viene a dirci che dobbiamo fare attenzione, che il rischio non è mai stato così alto. Ieri a Repubblica ha detto che i combattenti dello Stato islamico sfrutteranno le rotte dei migranti per rientrare in Europa. Chissà, forse non si tratta dello stesso Minniti che, nel 2016, affermava perentorio: «Non è arrivato nessuno sui barconi per fare un attentato». Già, peccato che sui barconi, invece, i terroristi arrivassero eccome. Anis Amri - l'attentatore di Berlino la cui rete italiana è stata sgominata ieri - approdò a Lampedusa nel 2011, come un richiedente asilo fra tanti. Di immigrazione clandestina si dilettavano pure quattro dei cinque musulmani arrestati ieri: avrebbero fatto entrare in Italia un centinaio di connazionali. Anis Amri si era rivolto a loro per ottenere documenti falsi con cui spostarsi liberamente in Europa.
Tramite Repubblica, ieri Minniti ha lanciato un appello: «Chi mi sostituirà non azzeri tutto». Grazie al suo lavoro al Viminale, ha detto, si è creato «un patrimonio da non disperdere». Ah, davvero? Beh, allora vediamo qual è il quadro della situazione dipinto dalla cronaca negli ultimi due giorni. A Pompei un algerino irregolare (titolare di un decreto di espulsione che nessuno ha fatto rispettare) si è lanciato contro la locale basilica in nome di Allah. A Foggia un egiziano (con cittadinanza italiana) insegnava ai bambini a «bere il sangue» degli infedeli all'interno di una moschea abusiva travestita da «associazione culturale». A Torino un ragazzo di 23 anni, figlio di immigrati marocchini, spargeva odio sul Web e progettava attentati con camion simili a quello organizzato da Anis Amri. I cui amici fermati ieri immaginavano di mozzare i genitali ai miscredenti italiani ed europei.
Questo è il bel patrimonio che otteniamo in eredità. Questo è il risultato delle politiche dei governi che ci hanno accompagnato fin qui. Invece di chiudere i luoghi di culto abusivi, abbiamo lasciato che prosperassero, anzi l'esecutivo si occupava di promettere nuove moschee. Invece di porre un freno al vittimismo islamico che alimenta la propaganda, i nostri politici - Minniti compreso - si riempivano la bocca di «integrazione», negavano ogni legame fra immigrazione e terrorismo, continuavano a tenere in piedi l'industria dell'accoglienza senza limiti. Mentre gli attentati sfiancavano il Vecchio continente, il Pd continuava a discutere di ius soli, e candidava (ad esempio a Milano) esponenti delle associazioni islamiche più intransigenti.
Dice Minniti: «Terrorismo e migranti richiedono un governo della testa e non della pancia». No, richiedono un governo che non sia come quelli avuti fino ad oggi.
Francesco Borgonovo
La rete italiana del jihadista Amri: «Tagliamo i genitali agli infedeli»

LaPresse
L'accademia militare di autoaddestramento dell'Isis era stata creata in Italia dagli uomini più vicini ad Anis Amri, jihadista tunisino autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, ucciso a Sesto San Giovanni il 23 dicembre del 2016. L'esistenza di una rete legata ad Amri in Italia era già nota agli apparati di controspionaggio e La Verità lìaveva ricostruita, pezzo dopo pezzo, già a partire dalla scorsa estate, indicando con esattezza le città nelle quali il gruppo, che ora la Procura di Roma definisce una «associazione con finalità di terrorismo», aveva piazzato le proprie pedine.
Ieri mattina le unità antiterrorismo dell'Ucigos della polizia di Stato hanno arrestato quattro tunisini e un sedicente palestinese tra Roma e Latina (gli indagati sono 20) ed effettuato perquisizioni in mezza Italia. Appena in tempo. Le parole del magistrato che ha coordinato l'indagine sono precise: «Si è evitato che dalla fase di radicalizzazione si sfociasse in una attività terroristica». Gli indizi c'erano tutti. Il sostituto procuratore Sergio Colaiocco, ad esempio, ha scoperto che sul tablet di Abdel Salem Napulsi, il sedicente palestinese arrestato per il reato di autoaddestramento con finalità di terrorismo, c'erano 31 video tutorial e, tra questi, uno che spiegava come usare un lanciarazzi Rpg7, arma militare anticarro. La sua preferita. Gli investigatori della Digos, imbeccati dai servizi d'intelligence, hanno accertato che Abdel Salem aveva effettuato una serie di ricerche anche sulla parte occulta di internet, il deep Web, per cercare dove acquistare armi, camion o pickup rubati sui quali era possibile montare armi da guerra. Nell'archivio conservava anche video sul Califfato in Siria e comunicati dello Stato islamico. Quanto basta, insomma, per mettere su un attentato alla Amri. O anche peggio. Come aveva svelato La Verità, dal telefono cellulare dell'attentatore diventato idolo dei foreign fighter per essersi trasformato, come previsto dalla loro ideologia, in un martire, sono saltati fuori i nomi, a volte di copertura, dei suoi fedelissimi. E anche l'analisi del suo profilo Facebook ha fornito agli investigatori non poche informazioni.
Poco dopo la sua morte, infatti, furono rispediti a casa tre dei suoi contatti che vivevano in provincia di Latina, ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale. Ma è su una chat che si sono concentrati i poliziotti. Analizzando i messaggi, grazie all'aiuto di un interprete, hanno scoperto che uno degli indagati stava costruendo, grazie a documenti falsi, la nuova identità con la quale Amri avrebbe potuto lasciare l'Italia indisturbato. L'altro uomo della rete è Mounir Khazri, un tunisino di 37 anni residente a Latina, frequentatore del centro di preghiera islamico di via Chiascio e noto per le sue posizioni radicali, legato da «consolidati rapporti di amicizia» ad Abdel Salem. Le intercettazioni tra i due sono zeppe di chiacchierate su posizioni islamiste tra le più radicali, connotate da una marcata ostilità per gli occidentali e i loro costumi.
Tra le risate, i due sognavano di poter praticare atroci torture agli «infedeli»: «Bisognerebbe mettere la loro testa sul tagliere e via, colpire. E avanti un altro». Mounir, a quel punto, recita quello che agli investigatori è sembrato essere un versetto del Corano: «Quando incontrate i miscredenti colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati». E Napulsi aggiunge: «Tagliargli la testa e i genitali». Per la loro visione religiosa anche la Tunisia è diventata una terra di infedeli, perché ha dimenticato la legge islamica e le donne possono decidere di non portare il velo integrale. L'Italia, poi, era un posto orribile, perché permettono loro di «girare seminude».
E per rimpinguare le fila della jihad, i fedelissimi di Amri avevano pensato bene di mettere su un'agenzia di reclutamento occulta che importava immigrati dalla Tunisia. Se ne occupava la colonna napoletana del gruppo. Akram Baazaoui, Mohamed Baazaoui, Dhiaddine Baazaoui e Rabie Baazaoui (finiti tutti e quattro in manette), secondo l'ipotesi della Procura, gestivano l'associazione a delinquere, che operava tra le province di Caserta e Napoli, finalizzata alla falsificazione di documenti e al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. «In Tunisia tutti chiedono di Akram», spiega uno degli indagati. E infatti, secondo l'accusa, Akram è uno dei boss del traffico di esseri umani. Si muove tra la Sicilia, la Francia, la Germania e la Spagna, perché piazza le sigarette di contrabbando.
Era lui, secondo la Procura, che riusciva a garantire assistenza ai migranti che si affidavano all'associazione. Mohamed è il suo braccio destro. Negli atti giudiziari viene descritto come un vero e proprio luogotenente: «Si occupa di tutti gli aspetti operativi e riceve le istruzioni sul da farsi per ogni sbarco». Oltre ai documenti falsi riusciva anche a reperire gli alloggi in hotel. La tariffa pagata in Tunisia col sistema del money transfer era all inclusive: dal viaggio ai pranzi, ai documenti falsi. E anche il barbiere, come dimostra l'inchiesta, era compreso nel prezzo.
Fabio Amendolara
«Maestro di Ferrara sostenitore del Califfato»
Questa volta tra i presunti seguaci del Califfato c'è anche un italiano. Un insospettabile maestro di scuola elementare di una provincia del nord. Indagato perché ritenuto un sostenitore dell'Isis. È ferrarese l'italiano finito nell'inchiesta che ha portato, tre giorni fa, all'arresto di Mohy Eldin Mostafa Omer Abdei Rahman, l'imam di Foggia che faceva lezione di religione ai bambini presso il centro islamico, indottrinandoli sul martirio nel nome di Allah.
L'insegnante ferrarese è un suo parente acquisito, a quanto risulta sarebbe sposato con la sorella della moglie settantanovenne di Rahman, sospettata a sua volta di reati fiscali dopo il sequestro dei 370.000 euro ricevuti dalla coppia attraverso una raccolta fondi tra i musulmani che frequentavano il centro islamico dove il «cattivo maestro» teneva le sue lezioni (l'intera operazione coordinata dalla Dda di Bari è stata chiamata Bad teacher).
Nato a Foggia, 50 anni, sposato con figli, l'uomo vive, a quanto pare, a Cento e lì insegna presso la scuola elementare locale. Tre anni fa si sarebbe convertito all'Islam e ora è sospettato di apologia dell'associazione terroristica aggravata dall'uso di mezzi informatici.
La perquisizione nella sua abitazione è scattata subito dopo l'operazione di Foggia, nella notte tra il 26 e il 27 marzo. A disporla gli inquirenti che hanno verificato i contatti avvenuti tra i due uomini, e le frequentazioni del ferrarese nel centro islamico di Foggia. Durante il blitz gli agenti hanno sequestrato diversi supporti informatici e altro materiale trovato a casa dell'uomo, ora al vaglio degli inquirenti, come anche i contatti e i messaggi lanciati attraverso i social network dall'insegnante che, secondo l'accusa, potrebbe aver utilizzato questi canali per la diffusione delle idee del Califfato.
Secondo gli inquirenti, esattamente come il suo parente, anche l'indagato potrebbe aver condiviso video e documenti che inneggiano all'Isis, le istruzioni dettagliate su come costruire armi oltre a svariati messaggi e proclami a favore della jihad, nei quali si parlerebbe della necessità di distruggere le chiese per sostituirle con delle moschee e dell'Italia come di una terra in cui cominciare a fare attentati.
Non è la prima volta che Ferrara viene toccata da un'importante operazione antiterrorismo. Qualche mese fa proprio nella città estense venne arrestato Anis Hannachi, fratello di Ahmed Hannachi, il tunisino che a Marsiglia, il primo ottobre del 2017, uccise per strada a coltellate due giovani cugine di 20 e 21 anni, urlando «Allah è grande» prima di essere freddato dal servizio di sorveglianza dello scalo ferroviario.
Sempre da Ferrara, nell'agosto del 2016, era stato espulso Sajmir Hidri, imprenditore albanese di 34 anni, residente a Vigarano Mainarda, allontanato dall'Italia perché sospettato di essere un sostenitore occulto e un promotore della jihad, sempre attraverso il Web.
Alessia Pedrielli
Lo spot islamico si traveste da documentario

LaPresse
Possiamo fare tutte le indagini di questo mondo, mobilitare migliaia di agenti di polizia e di esperti dell'intelligence, ma non basterà a sconfiggere il terrorismo islamico. Per riuscire ad arginare l'estremismo, per impedire che anche nel nostro Paese crescano fanatici dotati di cittadinanza, dovremmo esercitare una fortissima azione a livello culturale. Dovremmo, cioè, combattere l'islamofilia dilagante, che impone di parlare dell'islam soltanto nei termini graditi ai musulmani. L'islam non è una «religione di pace», non soltanto almeno. Eppure, ovunque, viene costantemente ribadito il suo carattere esclusivamente pacifico. La gran parte dei mezzi d'informazione, i film e i libri non fanno altro che martellarci con lo stesso concetto: l'islam è buono. Perché, dunque, combatterlo?
Facciamo un esempio concreto. È in vendita nelle edicole italiane un volume speciale della serie «Storica» del National Geographic, una delle più celebri e autorevoli riviste di divulgazione al mondo. Il fascicolo si intitola L'espansione dell'islam, si estende per 160 pagine e si rivolge, verosimilmente, a un pubblico non musulmano desideroso di sapere qualcosa in più sulla religione di Maometto. Piccolo problema: il numero speciale è un concentrato di islamofilia, mezze verità e omissioni.
L'introduzione è già chiarissima. «Sono molteplici i pregiudizi che pesano sulla nostra conoscenza dell'islam», attacca. «Primo fra tutti è quello secondo il quale i cristiani occidentali e i musulmani sarebbero “nemici storici", destinati a scontrarsi per motivi geopolitici, se non metastorici. Tale idea preconcetta è frutto di una visione distorta, superficiale e retorica». Andiamo bene. Secoli di conflitti vengono ridotti a pregiudizio. Del resto, il volume presenta l'espansione islamica come una liberazione. «Le popolazioni, stanche della tirannia e del degrado dei vecchi sistemi, accolsero i musulmani come liberatori e in molti si convertirono», leggiamo. Certo che si convertivano, altrimenti - come spiegava il grande storico Bernard Lewis - venivano condannati a essere cittadini di serie B, o peggio.
Che l'islam si sia espanso attraverso la guerra (per poi annichilire le tradizioni dei popoli sottomessi), è chiaramente un preconcetto degli occidentali cattivi. Persino il concetto di jihad, secondo il National Geographic, è da intendersi in senso positivo. «In realtà», leggiamo, «jihad significa sforzo individuale di ciascun fedele per arrivare a essere un buon musulmano. È un impegno spirituale piuttosto che una guerra santa». A pagina 36, il concetto viene ulteriormente approfondito: «Ai cinque pilastri (i fondamenti dell'islam, ndr) bisogna aggiungerne, secondo alcuni, un sesto, che in determinati momenti può trasformarsi in qualcosa di fondamentale: la jihad, lo “sforzo", tradotto normalmente, ma in maniera erronea, con l'espressione ambigua di “guerra santa"».
Peccato che David Cook, docente di Studi religiosi alla Rice University di Houston, abbia realizzato un monumentale studio sulla materia (edito in Italia da Einaudi, mica dalla Lega), da cui emerge una realtà un pochino differente. Secondo Cook si può affermare che «il significato primario e fondamentale del termine, quale definito dai giuristi musulmani e dagli studiosi della legge classici, e praticato dai musulmani in epoca premoderna», sia: «Guerra connotata in senso religioso». Insomma, il primo significato di jihad non è quello di “sforzo individuale" o “spirituale", ma di guerra condotta secondo le indicazioni del Corano.
Certo, Cook precisa che «non si può negare la validità di una concezione puramente spirituale del jihad, né escludere la possibilità che, con il tempo, i musulmani modifichino la loro interpretazione del concetto, escludendo aggressione e violenza». Allo stato attuale, tuttavia, «non vi sono indizi che una tale ridefinizione del jihad sia stata di fatto intrapresa, al di fuori delle teorizzazioni di tipo difensivo destinate al “consumo esterno"». Il National Geographic, però, tutto ciò non lo dice.
In compenso, tiene a precisare che la schiavitù (permessa e approvata dal Corano) è in verità un retaggio «dell'Arabia preislamica». E spiega che se oggi gli Europei conoscono i testi dell'antichità classica, è grazie ai musulmani e alla «unità mediterranea» da essi edificata, la quale consentì all'Occidente europeo di «cominciare ad estrapolare conoscenze dal patrimonio culturale perso con la decadenza dei secoli dell'Alto medioevo». Tesi confutata, qualche anno fa, dall'autorevole storico francese Sylvain Gouguenheim, che per questo fu linciato dalla comunità accademica e bersagliato da appelli di vari intellettuali sui quotidiani di sinistra.
La versione che deve essere trasmessa al grande pubblico, infatti, è proprio quella diffusa dal National Geographic, che a pagina 112 spiega: «I contributi di scienza, filosofia e letteratura arabe furono fondamentali per il rinascimento culturale dell'Occidente cristiano». Già, se l'Europa è quello che è, dobbiamo ringraziare i musulmani.
Le fake news da sfatare, secondo la rivista, sono ben altre. Per esempio la storia della battaglia di Poitiers del 732, in cui Carlo Martello sconfisse e uccise Abd Al Rahman. Secondo il National Geographic, bisogna sminuire «l'importanza che si attribuisce a questa campagna militare e anche alla minaccia saracena nei confronti dell'Europa settentrionale». La vicenda di Carlo Martello è «un mito», «uno dei primi e più forti caposaldi creativi della poesia epica medievale e della propaganda cristiana». Ecco chi fa propaganda: i cristiani. Hanno cominciato presto, ben prima dell'anno mille. Chissà, magari l'influenza di Oriana Fallaci era già forte all'epoca...
Potremmo continuare a lungo ad esaminare il testo, ma quello che abbiamo riportato finora è sufficiente a mostrare quale sia l'atteggiamento prevalente dei grandi media nei confronti dei musulmani. In tutto il volume - il cui testo, pare di capire, è stato vergato da Franco Cardini, studioso che più islamofilo non si potrebbe - non c'è nemmeno un parere critico, non compare nemmeno mezza parola fuori linea. L'islam è bello e buono, guai a dire il contrario. Forse sarebbe il caso che il National Geographic spedisse copie della rivista anche ai militanti dell'Isis: magari cambierebbero idea.
Francesco Borgonovo
L’antisemitismo è solo un aspetto del problema reale: l’islamismo

LaPresse
«Sporca ebrea», questa è l'esclamazione che ha condotto a malmenare una bambina di 7 anni e ad ammazzare una donna di 85. Settimana scorsa, a Berlino, scuola elementare Paul-Simmel: un gruppetto di ragazzini musulmani, figli di immigrati musulmani, spintona, sputacchia e malmena una compagna di 7 anni, perché ebrea.
Sanno leggere poco nulla, ma a quanto pare a casa hanno bene imparato l'odio contro chi non è musulmano, perfettamente interpretato dal nemico ebreo. Questa è l'educazione che hanno avuto nelle loro famiglie: un dio antico impossibile da temperare nel percorso scolastico.
Settimana scorsa, a Parigi, nella propria casa: due ragazzotti musulmani, di 22 e 29 anni, esclamando «Allah akbar», pugnalano per uccidere e bruciano per insultare una donna,
Mireille Knoll, perché ebrea. Sono piccoli criminali, lei era scampata alla Shoah. Sono i vicini dell'appartamento accanto, che non possono vivere nel microcosmo multiculturale del condominio cittadino senza replicare, con violenza, l'uniformità religiosa assolutista della loro casba.
Il tema dell'antisemitismo ritorna, periodicamente, e in questi giorni tiene banco con fiaccolate in mezza Europa, tentativi di strumentalizzazione politica e «appropriazione indebita».
Ma il problema non è l'antisemitismo, il problema è l'islamismo, più o meno radicale.
È inutile nascondersi dietro a un dito: l'islam non fa che dimostrare la sua incompatibilità con la democrazia, con lo stile di vita europeo, con i valori condivisi dalla maggioranza della popolazione.
L'islam è inevitabilmente fermo a un medioevo da cui non è masi uscito e al quale aspira di ritornare senza poter discutere (non dico accettare) una visione diversa da quella che si suppone un mercante (che non scriverò mai con emme maiuscola), profeta per un neo tra le scapole, abbia subito perché visse in quel tempo.
Ci stiamo inventando un sacco di questioni per evitare di constatare che esiste un problema radicale di compatibilità tra civiltà differenti e che ogni sforzo che la civiltà europea mette in campo per dare la possibilità all'islam di ritrovare forme di rispetto civile, viene immediatamente ricondotto all'evidenza della sconfitta da un'arma o una violenza.
Inseguiamo ispirazioni tafazziane privandoci degli antichi nomi delle nostre festività religiose, cancelliamo i simboli secolari che da sempre contraddistinguono la nostra identità collettiva, ci prostituiamo culturalmente di fronte agli emiri dei caprai. Cerchiamo così di inseguire una forma spuria di pacificazione nei confronti di una popolazione religiosa intollerante che si manifesta quotidianamente nella violenza prossima, nelle nostre strade e case e autobus. Senza guadare la realtà: dove l'antisemitismo non è il vero problema. Ma il vero problema è l'islam.
Marco Lombardi
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Per il terzo giorno di fila scoperta una rete islamica che preparava attentati. Il ministro Marco Minniti, che in campagna elettorale ha nascosto il problema, ora ci dice che il rischio è altissimo e dobbiamo continuare sulla sua linea. Invece bisogna fare il contrario.Lo speciale contiene cinque articoliMarco Minniti, negli ultimi giorni, è estremamente loquace, rilascia interviste a tutto spiano per parlare della minaccia jihadista che, dice, negli ultimi «quattro o cinque mesi» si è fatta più intensa. Viene da chiedersi come mai il signor ministro non ne abbia mai fatto parola durante la campagna elettorale. Mentre sul Web e nelle moschee abusive gli inviti a uccidere gli infedeli si moltiplicavano, Minniti evitava accuratamente l'argomento. Non solo non ha parlato del pericolo islamico, ma, poco prima del voto, si è prodigato per mandare segnali di distensione alla comunità musulmana. Durante una cordiale visita alla grande moschea di Roma, ha deriso chi ritiene che l'islam sia «incompatibile con la Costituzione» e ha spiegato che «costruire una grande alleanza con il mondo islamico può aiutare a liberare il mondo dalle proprie ossessioni». In quell'occasione, il ministro si è vantato del «Patto nazionale per un islam italiano» da lui ideato. Per chi non lo ricordasse, si tratta di un protocollo d'intesa in cui il governo si impegnava a «promuovere una conferenza con l'Anci dedicata al tema dei luoghi di culto islamici in cui richiamare il diritto alla libertà religiosa che si esprime anche nella disponibilità di sedi adeguate». Tradotto significa: più moschee. Ora, però, a urne lontane, Minniti viene a dirci che dobbiamo fare attenzione, che il rischio non è mai stato così alto. Ieri a Repubblica ha detto che i combattenti dello Stato islamico sfrutteranno le rotte dei migranti per rientrare in Europa. Chissà, forse non si tratta dello stesso Minniti che, nel 2016, affermava perentorio: «Non è arrivato nessuno sui barconi per fare un attentato». Già, peccato che sui barconi, invece, i terroristi arrivassero eccome. Anis Amri - l'attentatore di Berlino la cui rete italiana è stata sgominata ieri - approdò a Lampedusa nel 2011, come un richiedente asilo fra tanti. Di immigrazione clandestina si dilettavano pure quattro dei cinque musulmani arrestati ieri: avrebbero fatto entrare in Italia un centinaio di connazionali. Anis Amri si era rivolto a loro per ottenere documenti falsi con cui spostarsi liberamente in Europa. Tramite Repubblica, ieri Minniti ha lanciato un appello: «Chi mi sostituirà non azzeri tutto». Grazie al suo lavoro al Viminale, ha detto, si è creato «un patrimonio da non disperdere». Ah, davvero? Beh, allora vediamo qual è il quadro della situazione dipinto dalla cronaca negli ultimi due giorni. A Pompei un algerino irregolare (titolare di un decreto di espulsione che nessuno ha fatto rispettare) si è lanciato contro la locale basilica in nome di Allah. A Foggia un egiziano (con cittadinanza italiana) insegnava ai bambini a «bere il sangue» degli infedeli all'interno di una moschea abusiva travestita da «associazione culturale». A Torino un ragazzo di 23 anni, figlio di immigrati marocchini, spargeva odio sul Web e progettava attentati con camion simili a quello organizzato da Anis Amri. I cui amici fermati ieri immaginavano di mozzare i genitali ai miscredenti italiani ed europei. Questo è il bel patrimonio che otteniamo in eredità. Questo è il risultato delle politiche dei governi che ci hanno accompagnato fin qui. Invece di chiudere i luoghi di culto abusivi, abbiamo lasciato che prosperassero, anzi l'esecutivo si occupava di promettere nuove moschee. Invece di porre un freno al vittimismo islamico che alimenta la propaganda, i nostri politici - Minniti compreso - si riempivano la bocca di «integrazione», negavano ogni legame fra immigrazione e terrorismo, continuavano a tenere in piedi l'industria dell'accoglienza senza limiti. Mentre gli attentati sfiancavano il Vecchio continente, il Pd continuava a discutere di ius soli, e candidava (ad esempio a Milano) esponenti delle associazioni islamiche più intransigenti. Dice Minniti: «Terrorismo e migranti richiedono un governo della testa e non della pancia». No, richiedono un governo che non sia come quelli avuti fino ad oggi.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cos-importiamo-terroristi-minniti-2554522305.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-rete-italiana-del-jihadista-amri-tagliamo-i-genitali-agli-infedeli" data-post-id="2554522305" data-published-at="1779780833" data-use-pagination="False"> La rete italiana del jihadista Amri: «Tagliamo i genitali agli infedeli» LaPresse L'accademia militare di autoaddestramento dell'Isis era stata creata in Italia dagli uomini più vicini ad Anis Amri, jihadista tunisino autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, ucciso a Sesto San Giovanni il 23 dicembre del 2016. L'esistenza di una rete legata ad Amri in Italia era già nota agli apparati di controspionaggio e La Verità lìaveva ricostruita, pezzo dopo pezzo, già a partire dalla scorsa estate, indicando con esattezza le città nelle quali il gruppo, che ora la Procura di Roma definisce una «associazione con finalità di terrorismo», aveva piazzato le proprie pedine. Ieri mattina le unità antiterrorismo dell'Ucigos della polizia di Stato hanno arrestato quattro tunisini e un sedicente palestinese tra Roma e Latina (gli indagati sono 20) ed effettuato perquisizioni in mezza Italia. Appena in tempo. Le parole del magistrato che ha coordinato l'indagine sono precise: «Si è evitato che dalla fase di radicalizzazione si sfociasse in una attività terroristica». Gli indizi c'erano tutti. Il sostituto procuratore Sergio Colaiocco, ad esempio, ha scoperto che sul tablet di Abdel Salem Napulsi, il sedicente palestinese arrestato per il reato di autoaddestramento con finalità di terrorismo, c'erano 31 video tutorial e, tra questi, uno che spiegava come usare un lanciarazzi Rpg7, arma militare anticarro. La sua preferita. Gli investigatori della Digos, imbeccati dai servizi d'intelligence, hanno accertato che Abdel Salem aveva effettuato una serie di ricerche anche sulla parte occulta di internet, il deep Web, per cercare dove acquistare armi, camion o pickup rubati sui quali era possibile montare armi da guerra. Nell'archivio conservava anche video sul Califfato in Siria e comunicati dello Stato islamico. Quanto basta, insomma, per mettere su un attentato alla Amri. O anche peggio. Come aveva svelato La Verità, dal telefono cellulare dell'attentatore diventato idolo dei foreign fighter per essersi trasformato, come previsto dalla loro ideologia, in un martire, sono saltati fuori i nomi, a volte di copertura, dei suoi fedelissimi. E anche l'analisi del suo profilo Facebook ha fornito agli investigatori non poche informazioni. Poco dopo la sua morte, infatti, furono rispediti a casa tre dei suoi contatti che vivevano in provincia di Latina, ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale. Ma è su una chat che si sono concentrati i poliziotti. Analizzando i messaggi, grazie all'aiuto di un interprete, hanno scoperto che uno degli indagati stava costruendo, grazie a documenti falsi, la nuova identità con la quale Amri avrebbe potuto lasciare l'Italia indisturbato. L'altro uomo della rete è Mounir Khazri, un tunisino di 37 anni residente a Latina, frequentatore del centro di preghiera islamico di via Chiascio e noto per le sue posizioni radicali, legato da «consolidati rapporti di amicizia» ad Abdel Salem. Le intercettazioni tra i due sono zeppe di chiacchierate su posizioni islamiste tra le più radicali, connotate da una marcata ostilità per gli occidentali e i loro costumi. Tra le risate, i due sognavano di poter praticare atroci torture agli «infedeli»: «Bisognerebbe mettere la loro testa sul tagliere e via, colpire. E avanti un altro». Mounir, a quel punto, recita quello che agli investigatori è sembrato essere un versetto del Corano: «Quando incontrate i miscredenti colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati». E Napulsi aggiunge: «Tagliargli la testa e i genitali». Per la loro visione religiosa anche la Tunisia è diventata una terra di infedeli, perché ha dimenticato la legge islamica e le donne possono decidere di non portare il velo integrale. L'Italia, poi, era un posto orribile, perché permettono loro di «girare seminude». E per rimpinguare le fila della jihad, i fedelissimi di Amri avevano pensato bene di mettere su un'agenzia di reclutamento occulta che importava immigrati dalla Tunisia. Se ne occupava la colonna napoletana del gruppo. Akram Baazaoui, Mohamed Baazaoui, Dhiaddine Baazaoui e Rabie Baazaoui (finiti tutti e quattro in manette), secondo l'ipotesi della Procura, gestivano l'associazione a delinquere, che operava tra le province di Caserta e Napoli, finalizzata alla falsificazione di documenti e al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. «In Tunisia tutti chiedono di Akram», spiega uno degli indagati. E infatti, secondo l'accusa, Akram è uno dei boss del traffico di esseri umani. Si muove tra la Sicilia, la Francia, la Germania e la Spagna, perché piazza le sigarette di contrabbando. Era lui, secondo la Procura, che riusciva a garantire assistenza ai migranti che si affidavano all'associazione. Mohamed è il suo braccio destro. Negli atti giudiziari viene descritto come un vero e proprio luogotenente: «Si occupa di tutti gli aspetti operativi e riceve le istruzioni sul da farsi per ogni sbarco». Oltre ai documenti falsi riusciva anche a reperire gli alloggi in hotel. La tariffa pagata in Tunisia col sistema del money transfer era all inclusive: dal viaggio ai pranzi, ai documenti falsi. E anche il barbiere, come dimostra l'inchiesta, era compreso nel prezzo. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cos-importiamo-terroristi-minniti-2554522305.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="maestro-di-ferrara-sostenitore-del-califfato" data-post-id="2554522305" data-published-at="1779780833" data-use-pagination="False"> «Maestro di Ferrara sostenitore del Califfato» Questa volta tra i presunti seguaci del Califfato c'è anche un italiano. Un insospettabile maestro di scuola elementare di una provincia del nord. Indagato perché ritenuto un sostenitore dell'Isis. È ferrarese l'italiano finito nell'inchiesta che ha portato, tre giorni fa, all'arresto di Mohy Eldin Mostafa Omer Abdei Rahman, l'imam di Foggia che faceva lezione di religione ai bambini presso il centro islamico, indottrinandoli sul martirio nel nome di Allah. L'insegnante ferrarese è un suo parente acquisito, a quanto risulta sarebbe sposato con la sorella della moglie settantanovenne di Rahman, sospettata a sua volta di reati fiscali dopo il sequestro dei 370.000 euro ricevuti dalla coppia attraverso una raccolta fondi tra i musulmani che frequentavano il centro islamico dove il «cattivo maestro» teneva le sue lezioni (l'intera operazione coordinata dalla Dda di Bari è stata chiamata Bad teacher). Nato a Foggia, 50 anni, sposato con figli, l'uomo vive, a quanto pare, a Cento e lì insegna presso la scuola elementare locale. Tre anni fa si sarebbe convertito all'Islam e ora è sospettato di apologia dell'associazione terroristica aggravata dall'uso di mezzi informatici. La perquisizione nella sua abitazione è scattata subito dopo l'operazione di Foggia, nella notte tra il 26 e il 27 marzo. A disporla gli inquirenti che hanno verificato i contatti avvenuti tra i due uomini, e le frequentazioni del ferrarese nel centro islamico di Foggia. Durante il blitz gli agenti hanno sequestrato diversi supporti informatici e altro materiale trovato a casa dell'uomo, ora al vaglio degli inquirenti, come anche i contatti e i messaggi lanciati attraverso i social network dall'insegnante che, secondo l'accusa, potrebbe aver utilizzato questi canali per la diffusione delle idee del Califfato. Secondo gli inquirenti, esattamente come il suo parente, anche l'indagato potrebbe aver condiviso video e documenti che inneggiano all'Isis, le istruzioni dettagliate su come costruire armi oltre a svariati messaggi e proclami a favore della jihad, nei quali si parlerebbe della necessità di distruggere le chiese per sostituirle con delle moschee e dell'Italia come di una terra in cui cominciare a fare attentati. Non è la prima volta che Ferrara viene toccata da un'importante operazione antiterrorismo. Qualche mese fa proprio nella città estense venne arrestato Anis Hannachi, fratello di Ahmed Hannachi, il tunisino che a Marsiglia, il primo ottobre del 2017, uccise per strada a coltellate due giovani cugine di 20 e 21 anni, urlando «Allah è grande» prima di essere freddato dal servizio di sorveglianza dello scalo ferroviario. Sempre da Ferrara, nell'agosto del 2016, era stato espulso Sajmir Hidri, imprenditore albanese di 34 anni, residente a Vigarano Mainarda, allontanato dall'Italia perché sospettato di essere un sostenitore occulto e un promotore della jihad, sempre attraverso il Web. Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cos-importiamo-terroristi-minniti-2554522305.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-spot-islamico-si-traveste-da-documentario" data-post-id="2554522305" data-published-at="1779780833" data-use-pagination="False"> Lo spot islamico si traveste da documentario LaPresse Possiamo fare tutte le indagini di questo mondo, mobilitare migliaia di agenti di polizia e di esperti dell'intelligence, ma non basterà a sconfiggere il terrorismo islamico. Per riuscire ad arginare l'estremismo, per impedire che anche nel nostro Paese crescano fanatici dotati di cittadinanza, dovremmo esercitare una fortissima azione a livello culturale. Dovremmo, cioè, combattere l'islamofilia dilagante, che impone di parlare dell'islam soltanto nei termini graditi ai musulmani. L'islam non è una «religione di pace», non soltanto almeno. Eppure, ovunque, viene costantemente ribadito il suo carattere esclusivamente pacifico. La gran parte dei mezzi d'informazione, i film e i libri non fanno altro che martellarci con lo stesso concetto: l'islam è buono. Perché, dunque, combatterlo? Facciamo un esempio concreto. È in vendita nelle edicole italiane un volume speciale della serie «Storica» del National Geographic, una delle più celebri e autorevoli riviste di divulgazione al mondo. Il fascicolo si intitola L'espansione dell'islam, si estende per 160 pagine e si rivolge, verosimilmente, a un pubblico non musulmano desideroso di sapere qualcosa in più sulla religione di Maometto. Piccolo problema: il numero speciale è un concentrato di islamofilia, mezze verità e omissioni. L'introduzione è già chiarissima. «Sono molteplici i pregiudizi che pesano sulla nostra conoscenza dell'islam», attacca. «Primo fra tutti è quello secondo il quale i cristiani occidentali e i musulmani sarebbero “nemici storici", destinati a scontrarsi per motivi geopolitici, se non metastorici. Tale idea preconcetta è frutto di una visione distorta, superficiale e retorica». Andiamo bene. Secoli di conflitti vengono ridotti a pregiudizio. Del resto, il volume presenta l'espansione islamica come una liberazione. «Le popolazioni, stanche della tirannia e del degrado dei vecchi sistemi, accolsero i musulmani come liberatori e in molti si convertirono», leggiamo. Certo che si convertivano, altrimenti - come spiegava il grande storico Bernard Lewis - venivano condannati a essere cittadini di serie B, o peggio. Che l'islam si sia espanso attraverso la guerra (per poi annichilire le tradizioni dei popoli sottomessi), è chiaramente un preconcetto degli occidentali cattivi. Persino il concetto di jihad, secondo il National Geographic, è da intendersi in senso positivo. «In realtà», leggiamo, «jihad significa sforzo individuale di ciascun fedele per arrivare a essere un buon musulmano. È un impegno spirituale piuttosto che una guerra santa». A pagina 36, il concetto viene ulteriormente approfondito: «Ai cinque pilastri (i fondamenti dell'islam, ndr) bisogna aggiungerne, secondo alcuni, un sesto, che in determinati momenti può trasformarsi in qualcosa di fondamentale: la jihad, lo “sforzo", tradotto normalmente, ma in maniera erronea, con l'espressione ambigua di “guerra santa"». Peccato che David Cook, docente di Studi religiosi alla Rice University di Houston, abbia realizzato un monumentale studio sulla materia (edito in Italia da Einaudi, mica dalla Lega), da cui emerge una realtà un pochino differente. Secondo Cook si può affermare che «il significato primario e fondamentale del termine, quale definito dai giuristi musulmani e dagli studiosi della legge classici, e praticato dai musulmani in epoca premoderna», sia: «Guerra connotata in senso religioso». Insomma, il primo significato di jihad non è quello di “sforzo individuale" o “spirituale", ma di guerra condotta secondo le indicazioni del Corano. Certo, Cook precisa che «non si può negare la validità di una concezione puramente spirituale del jihad, né escludere la possibilità che, con il tempo, i musulmani modifichino la loro interpretazione del concetto, escludendo aggressione e violenza». Allo stato attuale, tuttavia, «non vi sono indizi che una tale ridefinizione del jihad sia stata di fatto intrapresa, al di fuori delle teorizzazioni di tipo difensivo destinate al “consumo esterno"». Il National Geographic, però, tutto ciò non lo dice. In compenso, tiene a precisare che la schiavitù (permessa e approvata dal Corano) è in verità un retaggio «dell'Arabia preislamica». E spiega che se oggi gli Europei conoscono i testi dell'antichità classica, è grazie ai musulmani e alla «unità mediterranea» da essi edificata, la quale consentì all'Occidente europeo di «cominciare ad estrapolare conoscenze dal patrimonio culturale perso con la decadenza dei secoli dell'Alto medioevo». Tesi confutata, qualche anno fa, dall'autorevole storico francese Sylvain Gouguenheim, che per questo fu linciato dalla comunità accademica e bersagliato da appelli di vari intellettuali sui quotidiani di sinistra. La versione che deve essere trasmessa al grande pubblico, infatti, è proprio quella diffusa dal National Geographic, che a pagina 112 spiega: «I contributi di scienza, filosofia e letteratura arabe furono fondamentali per il rinascimento culturale dell'Occidente cristiano». Già, se l'Europa è quello che è, dobbiamo ringraziare i musulmani. Le fake news da sfatare, secondo la rivista, sono ben altre. Per esempio la storia della battaglia di Poitiers del 732, in cui Carlo Martello sconfisse e uccise Abd Al Rahman. Secondo il National Geographic, bisogna sminuire «l'importanza che si attribuisce a questa campagna militare e anche alla minaccia saracena nei confronti dell'Europa settentrionale». La vicenda di Carlo Martello è «un mito», «uno dei primi e più forti caposaldi creativi della poesia epica medievale e della propaganda cristiana». Ecco chi fa propaganda: i cristiani. Hanno cominciato presto, ben prima dell'anno mille. Chissà, magari l'influenza di Oriana Fallaci era già forte all'epoca... Potremmo continuare a lungo ad esaminare il testo, ma quello che abbiamo riportato finora è sufficiente a mostrare quale sia l'atteggiamento prevalente dei grandi media nei confronti dei musulmani. In tutto il volume - il cui testo, pare di capire, è stato vergato da Franco Cardini, studioso che più islamofilo non si potrebbe - non c'è nemmeno un parere critico, non compare nemmeno mezza parola fuori linea. L'islam è bello e buono, guai a dire il contrario. Forse sarebbe il caso che il National Geographic spedisse copie della rivista anche ai militanti dell'Isis: magari cambierebbero idea. Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cos-importiamo-terroristi-minniti-2554522305.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="lantisemitismo-e-solo-un-aspetto-del-problema-reale-lislamismo" data-post-id="2554522305" data-published-at="1779780833" data-use-pagination="False"> L’antisemitismo è solo un aspetto del problema reale: l’islamismo LaPresse «Sporca ebrea», questa è l'esclamazione che ha condotto a malmenare una bambina di 7 anni e ad ammazzare una donna di 85. Settimana scorsa, a Berlino, scuola elementare Paul-Simmel: un gruppetto di ragazzini musulmani, figli di immigrati musulmani, spintona, sputacchia e malmena una compagna di 7 anni, perché ebrea. Sanno leggere poco nulla, ma a quanto pare a casa hanno bene imparato l'odio contro chi non è musulmano, perfettamente interpretato dal nemico ebreo. Questa è l'educazione che hanno avuto nelle loro famiglie: un dio antico impossibile da temperare nel percorso scolastico. Settimana scorsa, a Parigi, nella propria casa: due ragazzotti musulmani, di 22 e 29 anni, esclamando «Allah akbar», pugnalano per uccidere e bruciano per insultare una donna, Mireille Knoll, perché ebrea. Sono piccoli criminali, lei era scampata alla Shoah. Sono i vicini dell'appartamento accanto, che non possono vivere nel microcosmo multiculturale del condominio cittadino senza replicare, con violenza, l'uniformità religiosa assolutista della loro casba. Il tema dell'antisemitismo ritorna, periodicamente, e in questi giorni tiene banco con fiaccolate in mezza Europa, tentativi di strumentalizzazione politica e «appropriazione indebita». Ma il problema non è l'antisemitismo, il problema è l'islamismo, più o meno radicale. È inutile nascondersi dietro a un dito: l'islam non fa che dimostrare la sua incompatibilità con la democrazia, con lo stile di vita europeo, con i valori condivisi dalla maggioranza della popolazione. L'islam è inevitabilmente fermo a un medioevo da cui non è masi uscito e al quale aspira di ritornare senza poter discutere (non dico accettare) una visione diversa da quella che si suppone un mercante (che non scriverò mai con emme maiuscola), profeta per un neo tra le scapole, abbia subito perché visse in quel tempo. Ci stiamo inventando un sacco di questioni per evitare di constatare che esiste un problema radicale di compatibilità tra civiltà differenti e che ogni sforzo che la civiltà europea mette in campo per dare la possibilità all'islam di ritrovare forme di rispetto civile, viene immediatamente ricondotto all'evidenza della sconfitta da un'arma o una violenza. Inseguiamo ispirazioni tafazziane privandoci degli antichi nomi delle nostre festività religiose, cancelliamo i simboli secolari che da sempre contraddistinguono la nostra identità collettiva, ci prostituiamo culturalmente di fronte agli emiri dei caprai. Cerchiamo così di inseguire una forma spuria di pacificazione nei confronti di una popolazione religiosa intollerante che si manifesta quotidianamente nella violenza prossima, nelle nostre strade e case e autobus. Senza guadare la realtà: dove l'antisemitismo non è il vero problema. Ma il vero problema è l'islam. Marco Lombardi
Ansa
Un raid deliberato contro i civili dovrebbe essere considerato tale indipendentemente dalla bandiera, ma in questa guerra pare non essere così. L’identica postura tenuta dai governi europei ha fatto infuriare Mosca. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha comunicato: «Non abbiamo assistito ad alcuna azione che possa essere interpretata come una condanna di questo barbaro attacco terroristico contro dei giovani. Questo è tutto ciò che si può affermare in questo contesto».
Nei riguardi di Kiev, la rappresaglia russa pare non essere terminata. Dopo che nel weekend sono stati lanciati sull’Ucraina 600 droni e 90 missili - tra cui almeno un Oreshnik - uccidendo quattro persone, è stata annunciata una fase due della reazione di Mosca. «Raccomandiamo ai cittadini stranieri, compreso il personale delle missioni diplomatiche e delle rappresentanze delle organizzazioni internazionali, della necessità di lasciare Kiev il prima possibile», ha scritto il ministero degli Esteri russo in una nota. Ricordando che il raid nel dormitorio è «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», il dicastero ha precisato: «Nelle circostanze attuali, le Forze armate russe stanno lanciando una serie di attacchi sistematici contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino a Kiev, compresi siti specifici per la progettazione, la produzione, la programmazione e la preparazione all’uso dei droni impiegati dal regime di Kiev con l’assistenza di specialisti Nato responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e della guida». Nel mirino di Mosca sono inclusi anche «i centri decisionali e i posti di comando». Ed è per questo, con le sedi «sparse per tutta Kiev», che è stato consigliato a tutto il personale diplomatico straniero di andarsene. Le raccomandazioni sono rivolte anche ai residenti della capitale ucraina: «Non avvicinatevi alle infrastrutture militari e amministrative del regime di Zelensky». Degli imminenti attacchi il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, ha avisato anche l’omologo americano Marco Rubio in una telefonata avvenuta ieri. A ridimensionare l’allarme su Kiev è il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, il quale ha invitato gli alleati a non sottomettersi al «ricatto russo».
Intanto, anche ieri un attacco delle forze ucraine ha ucciso quattro persone a Horlivka, nella regione ucraina di Donetsk occupata dalla Russia. A rendere noto il bilancio delle vittime è stato il sindaco Ivan Prikhodko: si tratta di «quattro civili, tra cui due bambini nati nel 2012 e nel 2013». Altri droni ucraini hanno preso di mira le regioni russe di Yaroslav e Belgorod: uno di questi ha colpito un’auto, uccidendo l’autista. Inoltre, a detta del servizio di sicurezza federale russo (Fsb), è stato sventato un attacco contro una nave metaniera proveniente dal porto di Anversa e arrivata nelle acque della regione di Leningrado. I sommozzatori avrebbero trovato diverse mine magnetiche attaccate allo scafo dell’imbarcazione. L’Fsb ha già puntato il dito contro l’Alleanza atlantica, sostenendo che gli ordigni sono stati «fabbricati in un Paese Nato».
Dall’altra parte della barricata, un attacco aereo russo sulla città di Kramatorsk, nel Donetsk, ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre. Nel pomeriggio, Mosca ha preso di mira di nuovo la stessa città con bombe aeree guidate. Il primo bollettino parla di altri quattro feriti. Anche a Dnipro sono stati registrati tre feriti a seguito di un bombardamento di Mosca. E nella città di Derhachi, a Kharkiv, i raid russi hanno causato una vittima. Stando poi a quanto svelato dal Telegraph, ci sarebbe lo zampino di Mosca nello sconfinamento dei droni ucraini negli spazi aerei dei vicini. La Russia intercetterebbe e devierebbe nei Baltici i velivoli senza pilota ucraini grazie a un trasmettitore aereo collocato nella regione di Kaliningrad.
Di certo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato una legge autorizzata dal Parlamento che consente l’utilizzo delle forze armate per proteggere i cittadini russi all’estero. Il documento in questione si riferisce a coloro che sono in stato d’arresto o detenuti al di fuori dei confini russi. Ma è rivolto anche a chi è sottoposto a procedure penali da parte di organi giurisdizionali internazionali di cui Mosca non fa parte. Lo zar ieri, in occasione del forum internazionale antifascista, ha anche lanciato un appello all’unità: «Insieme dobbiamo resistere alla diffusione di ideologie distruttive in tutto il pianeta: xenofobia, neonazismo, antisemitismo e russofobia».
E nonostante sembrano sempre più lontane le trattative per raggiungere la fine della guerra, pare che il presidente finlandese, Alexander Stubb, voglia prendersi lo scettro di negoziatore europeo. In un’intervista all’emittente ucraina Yle ha annunciato: «Se me lo chiedete, probabilmente non si può rispondere negativamente». Tuttavia, ha aggiunto che accetterebbe l’incarico solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco. Chi invece interpreta cinicamente un eventuale coinvolgimento dell’Ue nelle trattative è il ministro degli Esteri dell’Estonia, Margus Tsahkna. Sostenendo che «i negoziati nella forma precedente», ovvero con la mediazione americana, «sono finiti», ha affermato che Putin mira a coinvolgere Bruxelles solo per «guadagnare tempo».
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Sergio Sottani, procuratore generale della Repubblica di Perugia (Imagoeconomica)
Il pg ha fatto sapere, attraverso un comunicato, che dopo aver letto la denuncia dell’avvocato Alessandro Cannevale (suo ex collega, essendo stato anche procuratore di Spoleto) sul nostro giornale, ha chiesto spiegazioni alla Procura. Secondo il legale, lo ricordiamo, la polizia giudiziaria avrebbe registrato i colloqui in carcere di un avvocato sotto inchiesta con il proprio cliente e, come riassume Sottani, «secondo quanto rappresentato dal difensore», tali intercettazioni, «si sarebbero estese anche ad altri colloqui difensivi nonché a soggetti estranei al procedimento».
Il procuratore generale, «mai in precedenza investito di tale questione», «ha immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza e ha proceduto all’acquisizione di dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti». Il quadro emerso dopo gli approfondimenti sarebbe meno preoccupante del previsto: «All’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate senza autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione». Sottani, «pur in attesa di ulteriori approfondimenti», conclude che, al momento, «la situazione non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione». Non si capisce se la tirata d’orecchi sia per noi o per l’intervistato. Che, però, letta la replica ha deciso di rispondere con fermezza all’ex collega (Cannevale ha fatto il magistrato per quasi quarant’anni): «Non ho mai detto che le intercettazioni illegittime sarebbero state utilizzate nel procedimento a carico della mia assistita (l’avvocato Daniela Paccoi, indagata per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ndr). Anzi ho detto - e La Verità lo ha fedelmente riportato - che rendevo pubblico un fatto estraneo al processo, che interessava i detenuti del carcere di Perugia e gli avvocati a colloquio con loro. Una pratica illegittima che in teoria avrebbe potuto coinvolgere anche me».
La replica del legale evidenzia un’altra presunta imprecisione: «Neppure ho detto che il dottor Gennaro Iannarone (il procuratore facente funzione di Perugia, ndr) abbia preso cognizione delle registrazioni non autorizzate. In realtà non so neanche se abbia ascoltato quelle rilevanti, purtroppo la legge non glielo impone». Cannevale, a questo punto, chiama in causa direttamente Sottani: «Il procuratore generale sembra insensibile al problema che non solo io, ma l’intera avvocatura ha posto: la garanzia del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza dei detenuti e dei loro familiari non può essere affidata alla buona volontà degli inquirenti e del magistrato, nella speranza che graziosamente si astengano dal prendere cognizione dei dati riservati dei loro docili sudditi, dei quali dispongono illegittimamente. Per come la vedo io, è questo che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia».
L’ultima stoccata riguarda la chiosa finale del comunicato: «Quanto alla presunta non sovrapponibilità della realtà a quanto riportato sulla stampa, non so se sia un curioso eufemismo per sostenere che sono state dette balle. Beh, in un certo senso è vero, ma abbiamo fornito dati sbagliati per difetto, solo perché non avevamo finito il lavoro: i colloqui intercettati illegittimamente non sono 40, come ritenevamo inizialmente, ma 70, di cui 56 di difensori diversi dalla mia assistita ed estranei al suo studio, mentre i rimanenti sono della Paccoi con clienti diversi dall’indagato G.C., l’unico che poteva essere intercettato legittimamente». Ma le novità non sono finite: «Abbiamo annotato anche la durata delle registrazioni non autorizzate e depositate agli atti. Alcune durano più di 40 minuti. Dunque c’era tutto il tempo per rendersi conto della loro inutilizzabilità e per interrompere la registrazione».
La conclusione di Cannevale è sconfortante: «Se non ci fossimo messi a verificare gli audio uno per uno, cosa che raramente una difesa riesce a fare, di questa storia nessuno avrebbe mai saputo nulla. Per questo ritengo che il peggio del comunicato stampa del procuratore generale sia ciò che in esso non si trova: le misure che intende adottare perché fatti del genere non si ripetano». In attesa della manifestazione di protesta indetta per l’11 giugno a Perugia dai penalisti, è probabile che ci siano altri round e che emergano nuovi particolari su questa inquietante vicenda e sulla gestione delle indagini da parte della Procura umbra.
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