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2018-03-30
Continuiamo a importare terroristi
Marco Minniti, negli ultimi giorni, è estremamente loquace, rilascia interviste a tutto spiano per parlare della minaccia jihadista che, dice, negli ultimi «quattro o cinque mesi» si è fatta più intensa. Viene da chiedersi come mai il signor ministro non ne abbia mai fatto parola durante la campagna elettorale. Mentre sul Web e nelle moschee abusive gli inviti a uccidere gli infedeli si moltiplicavano, Minniti evitava accuratamente l'argomento. Non solo non ha parlato del pericolo islamico, ma, poco prima del voto, si è prodigato per mandare segnali di distensione alla comunità musulmana. Durante una cordiale visita alla grande moschea di Roma, ha deriso chi ritiene che l'islam sia «incompatibile con la Costituzione» e ha spiegato che «costruire una grande alleanza con il mondo islamico può aiutare a liberare il mondo dalle proprie ossessioni». In quell'occasione, il ministro si è vantato del «Patto nazionale per un islam italiano» da lui ideato. Per chi non lo ricordasse, si tratta di un protocollo d'intesa in cui il governo si impegnava a «promuovere una conferenza con l'Anci dedicata al tema dei luoghi di culto islamici in cui richiamare il diritto alla libertà religiosa che si esprime anche nella disponibilità di sedi adeguate». Tradotto significa: più moschee.
Ora, però, a urne lontane, Minniti viene a dirci che dobbiamo fare attenzione, che il rischio non è mai stato così alto. Ieri a Repubblica ha detto che i combattenti dello Stato islamico sfrutteranno le rotte dei migranti per rientrare in Europa. Chissà, forse non si tratta dello stesso Minniti che, nel 2016, affermava perentorio: «Non è arrivato nessuno sui barconi per fare un attentato». Già, peccato che sui barconi, invece, i terroristi arrivassero eccome. Anis Amri - l'attentatore di Berlino la cui rete italiana è stata sgominata ieri - approdò a Lampedusa nel 2011, come un richiedente asilo fra tanti. Di immigrazione clandestina si dilettavano pure quattro dei cinque musulmani arrestati ieri: avrebbero fatto entrare in Italia un centinaio di connazionali. Anis Amri si era rivolto a loro per ottenere documenti falsi con cui spostarsi liberamente in Europa.
Tramite Repubblica, ieri Minniti ha lanciato un appello: «Chi mi sostituirà non azzeri tutto». Grazie al suo lavoro al Viminale, ha detto, si è creato «un patrimonio da non disperdere». Ah, davvero? Beh, allora vediamo qual è il quadro della situazione dipinto dalla cronaca negli ultimi due giorni. A Pompei un algerino irregolare (titolare di un decreto di espulsione che nessuno ha fatto rispettare) si è lanciato contro la locale basilica in nome di Allah. A Foggia un egiziano (con cittadinanza italiana) insegnava ai bambini a «bere il sangue» degli infedeli all'interno di una moschea abusiva travestita da «associazione culturale». A Torino un ragazzo di 23 anni, figlio di immigrati marocchini, spargeva odio sul Web e progettava attentati con camion simili a quello organizzato da Anis Amri. I cui amici fermati ieri immaginavano di mozzare i genitali ai miscredenti italiani ed europei.
Questo è il bel patrimonio che otteniamo in eredità. Questo è il risultato delle politiche dei governi che ci hanno accompagnato fin qui. Invece di chiudere i luoghi di culto abusivi, abbiamo lasciato che prosperassero, anzi l'esecutivo si occupava di promettere nuove moschee. Invece di porre un freno al vittimismo islamico che alimenta la propaganda, i nostri politici - Minniti compreso - si riempivano la bocca di «integrazione», negavano ogni legame fra immigrazione e terrorismo, continuavano a tenere in piedi l'industria dell'accoglienza senza limiti. Mentre gli attentati sfiancavano il Vecchio continente, il Pd continuava a discutere di ius soli, e candidava (ad esempio a Milano) esponenti delle associazioni islamiche più intransigenti.
Dice Minniti: «Terrorismo e migranti richiedono un governo della testa e non della pancia». No, richiedono un governo che non sia come quelli avuti fino ad oggi.
Francesco Borgonovo
La rete italiana del jihadista Amri: «Tagliamo i genitali agli infedeli»

LaPresse
L'accademia militare di autoaddestramento dell'Isis era stata creata in Italia dagli uomini più vicini ad Anis Amri, jihadista tunisino autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, ucciso a Sesto San Giovanni il 23 dicembre del 2016. L'esistenza di una rete legata ad Amri in Italia era già nota agli apparati di controspionaggio e La Verità lìaveva ricostruita, pezzo dopo pezzo, già a partire dalla scorsa estate, indicando con esattezza le città nelle quali il gruppo, che ora la Procura di Roma definisce una «associazione con finalità di terrorismo», aveva piazzato le proprie pedine.
Ieri mattina le unità antiterrorismo dell'Ucigos della polizia di Stato hanno arrestato quattro tunisini e un sedicente palestinese tra Roma e Latina (gli indagati sono 20) ed effettuato perquisizioni in mezza Italia. Appena in tempo. Le parole del magistrato che ha coordinato l'indagine sono precise: «Si è evitato che dalla fase di radicalizzazione si sfociasse in una attività terroristica». Gli indizi c'erano tutti. Il sostituto procuratore Sergio Colaiocco, ad esempio, ha scoperto che sul tablet di Abdel Salem Napulsi, il sedicente palestinese arrestato per il reato di autoaddestramento con finalità di terrorismo, c'erano 31 video tutorial e, tra questi, uno che spiegava come usare un lanciarazzi Rpg7, arma militare anticarro. La sua preferita. Gli investigatori della Digos, imbeccati dai servizi d'intelligence, hanno accertato che Abdel Salem aveva effettuato una serie di ricerche anche sulla parte occulta di internet, il deep Web, per cercare dove acquistare armi, camion o pickup rubati sui quali era possibile montare armi da guerra. Nell'archivio conservava anche video sul Califfato in Siria e comunicati dello Stato islamico. Quanto basta, insomma, per mettere su un attentato alla Amri. O anche peggio. Come aveva svelato La Verità, dal telefono cellulare dell'attentatore diventato idolo dei foreign fighter per essersi trasformato, come previsto dalla loro ideologia, in un martire, sono saltati fuori i nomi, a volte di copertura, dei suoi fedelissimi. E anche l'analisi del suo profilo Facebook ha fornito agli investigatori non poche informazioni.
Poco dopo la sua morte, infatti, furono rispediti a casa tre dei suoi contatti che vivevano in provincia di Latina, ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale. Ma è su una chat che si sono concentrati i poliziotti. Analizzando i messaggi, grazie all'aiuto di un interprete, hanno scoperto che uno degli indagati stava costruendo, grazie a documenti falsi, la nuova identità con la quale Amri avrebbe potuto lasciare l'Italia indisturbato. L'altro uomo della rete è Mounir Khazri, un tunisino di 37 anni residente a Latina, frequentatore del centro di preghiera islamico di via Chiascio e noto per le sue posizioni radicali, legato da «consolidati rapporti di amicizia» ad Abdel Salem. Le intercettazioni tra i due sono zeppe di chiacchierate su posizioni islamiste tra le più radicali, connotate da una marcata ostilità per gli occidentali e i loro costumi.
Tra le risate, i due sognavano di poter praticare atroci torture agli «infedeli»: «Bisognerebbe mettere la loro testa sul tagliere e via, colpire. E avanti un altro». Mounir, a quel punto, recita quello che agli investigatori è sembrato essere un versetto del Corano: «Quando incontrate i miscredenti colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati». E Napulsi aggiunge: «Tagliargli la testa e i genitali». Per la loro visione religiosa anche la Tunisia è diventata una terra di infedeli, perché ha dimenticato la legge islamica e le donne possono decidere di non portare il velo integrale. L'Italia, poi, era un posto orribile, perché permettono loro di «girare seminude».
E per rimpinguare le fila della jihad, i fedelissimi di Amri avevano pensato bene di mettere su un'agenzia di reclutamento occulta che importava immigrati dalla Tunisia. Se ne occupava la colonna napoletana del gruppo. Akram Baazaoui, Mohamed Baazaoui, Dhiaddine Baazaoui e Rabie Baazaoui (finiti tutti e quattro in manette), secondo l'ipotesi della Procura, gestivano l'associazione a delinquere, che operava tra le province di Caserta e Napoli, finalizzata alla falsificazione di documenti e al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. «In Tunisia tutti chiedono di Akram», spiega uno degli indagati. E infatti, secondo l'accusa, Akram è uno dei boss del traffico di esseri umani. Si muove tra la Sicilia, la Francia, la Germania e la Spagna, perché piazza le sigarette di contrabbando.
Era lui, secondo la Procura, che riusciva a garantire assistenza ai migranti che si affidavano all'associazione. Mohamed è il suo braccio destro. Negli atti giudiziari viene descritto come un vero e proprio luogotenente: «Si occupa di tutti gli aspetti operativi e riceve le istruzioni sul da farsi per ogni sbarco». Oltre ai documenti falsi riusciva anche a reperire gli alloggi in hotel. La tariffa pagata in Tunisia col sistema del money transfer era all inclusive: dal viaggio ai pranzi, ai documenti falsi. E anche il barbiere, come dimostra l'inchiesta, era compreso nel prezzo.
Fabio Amendolara
«Maestro di Ferrara sostenitore del Califfato»
Questa volta tra i presunti seguaci del Califfato c'è anche un italiano. Un insospettabile maestro di scuola elementare di una provincia del nord. Indagato perché ritenuto un sostenitore dell'Isis. È ferrarese l'italiano finito nell'inchiesta che ha portato, tre giorni fa, all'arresto di Mohy Eldin Mostafa Omer Abdei Rahman, l'imam di Foggia che faceva lezione di religione ai bambini presso il centro islamico, indottrinandoli sul martirio nel nome di Allah.
L'insegnante ferrarese è un suo parente acquisito, a quanto risulta sarebbe sposato con la sorella della moglie settantanovenne di Rahman, sospettata a sua volta di reati fiscali dopo il sequestro dei 370.000 euro ricevuti dalla coppia attraverso una raccolta fondi tra i musulmani che frequentavano il centro islamico dove il «cattivo maestro» teneva le sue lezioni (l'intera operazione coordinata dalla Dda di Bari è stata chiamata Bad teacher).
Nato a Foggia, 50 anni, sposato con figli, l'uomo vive, a quanto pare, a Cento e lì insegna presso la scuola elementare locale. Tre anni fa si sarebbe convertito all'Islam e ora è sospettato di apologia dell'associazione terroristica aggravata dall'uso di mezzi informatici.
La perquisizione nella sua abitazione è scattata subito dopo l'operazione di Foggia, nella notte tra il 26 e il 27 marzo. A disporla gli inquirenti che hanno verificato i contatti avvenuti tra i due uomini, e le frequentazioni del ferrarese nel centro islamico di Foggia. Durante il blitz gli agenti hanno sequestrato diversi supporti informatici e altro materiale trovato a casa dell'uomo, ora al vaglio degli inquirenti, come anche i contatti e i messaggi lanciati attraverso i social network dall'insegnante che, secondo l'accusa, potrebbe aver utilizzato questi canali per la diffusione delle idee del Califfato.
Secondo gli inquirenti, esattamente come il suo parente, anche l'indagato potrebbe aver condiviso video e documenti che inneggiano all'Isis, le istruzioni dettagliate su come costruire armi oltre a svariati messaggi e proclami a favore della jihad, nei quali si parlerebbe della necessità di distruggere le chiese per sostituirle con delle moschee e dell'Italia come di una terra in cui cominciare a fare attentati.
Non è la prima volta che Ferrara viene toccata da un'importante operazione antiterrorismo. Qualche mese fa proprio nella città estense venne arrestato Anis Hannachi, fratello di Ahmed Hannachi, il tunisino che a Marsiglia, il primo ottobre del 2017, uccise per strada a coltellate due giovani cugine di 20 e 21 anni, urlando «Allah è grande» prima di essere freddato dal servizio di sorveglianza dello scalo ferroviario.
Sempre da Ferrara, nell'agosto del 2016, era stato espulso Sajmir Hidri, imprenditore albanese di 34 anni, residente a Vigarano Mainarda, allontanato dall'Italia perché sospettato di essere un sostenitore occulto e un promotore della jihad, sempre attraverso il Web.
Alessia Pedrielli
Lo spot islamico si traveste da documentario

LaPresse
Possiamo fare tutte le indagini di questo mondo, mobilitare migliaia di agenti di polizia e di esperti dell'intelligence, ma non basterà a sconfiggere il terrorismo islamico. Per riuscire ad arginare l'estremismo, per impedire che anche nel nostro Paese crescano fanatici dotati di cittadinanza, dovremmo esercitare una fortissima azione a livello culturale. Dovremmo, cioè, combattere l'islamofilia dilagante, che impone di parlare dell'islam soltanto nei termini graditi ai musulmani. L'islam non è una «religione di pace», non soltanto almeno. Eppure, ovunque, viene costantemente ribadito il suo carattere esclusivamente pacifico. La gran parte dei mezzi d'informazione, i film e i libri non fanno altro che martellarci con lo stesso concetto: l'islam è buono. Perché, dunque, combatterlo?
Facciamo un esempio concreto. È in vendita nelle edicole italiane un volume speciale della serie «Storica» del National Geographic, una delle più celebri e autorevoli riviste di divulgazione al mondo. Il fascicolo si intitola L'espansione dell'islam, si estende per 160 pagine e si rivolge, verosimilmente, a un pubblico non musulmano desideroso di sapere qualcosa in più sulla religione di Maometto. Piccolo problema: il numero speciale è un concentrato di islamofilia, mezze verità e omissioni.
L'introduzione è già chiarissima. «Sono molteplici i pregiudizi che pesano sulla nostra conoscenza dell'islam», attacca. «Primo fra tutti è quello secondo il quale i cristiani occidentali e i musulmani sarebbero “nemici storici", destinati a scontrarsi per motivi geopolitici, se non metastorici. Tale idea preconcetta è frutto di una visione distorta, superficiale e retorica». Andiamo bene. Secoli di conflitti vengono ridotti a pregiudizio. Del resto, il volume presenta l'espansione islamica come una liberazione. «Le popolazioni, stanche della tirannia e del degrado dei vecchi sistemi, accolsero i musulmani come liberatori e in molti si convertirono», leggiamo. Certo che si convertivano, altrimenti - come spiegava il grande storico Bernard Lewis - venivano condannati a essere cittadini di serie B, o peggio.
Che l'islam si sia espanso attraverso la guerra (per poi annichilire le tradizioni dei popoli sottomessi), è chiaramente un preconcetto degli occidentali cattivi. Persino il concetto di jihad, secondo il National Geographic, è da intendersi in senso positivo. «In realtà», leggiamo, «jihad significa sforzo individuale di ciascun fedele per arrivare a essere un buon musulmano. È un impegno spirituale piuttosto che una guerra santa». A pagina 36, il concetto viene ulteriormente approfondito: «Ai cinque pilastri (i fondamenti dell'islam, ndr) bisogna aggiungerne, secondo alcuni, un sesto, che in determinati momenti può trasformarsi in qualcosa di fondamentale: la jihad, lo “sforzo", tradotto normalmente, ma in maniera erronea, con l'espressione ambigua di “guerra santa"».
Peccato che David Cook, docente di Studi religiosi alla Rice University di Houston, abbia realizzato un monumentale studio sulla materia (edito in Italia da Einaudi, mica dalla Lega), da cui emerge una realtà un pochino differente. Secondo Cook si può affermare che «il significato primario e fondamentale del termine, quale definito dai giuristi musulmani e dagli studiosi della legge classici, e praticato dai musulmani in epoca premoderna», sia: «Guerra connotata in senso religioso». Insomma, il primo significato di jihad non è quello di “sforzo individuale" o “spirituale", ma di guerra condotta secondo le indicazioni del Corano.
Certo, Cook precisa che «non si può negare la validità di una concezione puramente spirituale del jihad, né escludere la possibilità che, con il tempo, i musulmani modifichino la loro interpretazione del concetto, escludendo aggressione e violenza». Allo stato attuale, tuttavia, «non vi sono indizi che una tale ridefinizione del jihad sia stata di fatto intrapresa, al di fuori delle teorizzazioni di tipo difensivo destinate al “consumo esterno"». Il National Geographic, però, tutto ciò non lo dice.
In compenso, tiene a precisare che la schiavitù (permessa e approvata dal Corano) è in verità un retaggio «dell'Arabia preislamica». E spiega che se oggi gli Europei conoscono i testi dell'antichità classica, è grazie ai musulmani e alla «unità mediterranea» da essi edificata, la quale consentì all'Occidente europeo di «cominciare ad estrapolare conoscenze dal patrimonio culturale perso con la decadenza dei secoli dell'Alto medioevo». Tesi confutata, qualche anno fa, dall'autorevole storico francese Sylvain Gouguenheim, che per questo fu linciato dalla comunità accademica e bersagliato da appelli di vari intellettuali sui quotidiani di sinistra.
La versione che deve essere trasmessa al grande pubblico, infatti, è proprio quella diffusa dal National Geographic, che a pagina 112 spiega: «I contributi di scienza, filosofia e letteratura arabe furono fondamentali per il rinascimento culturale dell'Occidente cristiano». Già, se l'Europa è quello che è, dobbiamo ringraziare i musulmani.
Le fake news da sfatare, secondo la rivista, sono ben altre. Per esempio la storia della battaglia di Poitiers del 732, in cui Carlo Martello sconfisse e uccise Abd Al Rahman. Secondo il National Geographic, bisogna sminuire «l'importanza che si attribuisce a questa campagna militare e anche alla minaccia saracena nei confronti dell'Europa settentrionale». La vicenda di Carlo Martello è «un mito», «uno dei primi e più forti caposaldi creativi della poesia epica medievale e della propaganda cristiana». Ecco chi fa propaganda: i cristiani. Hanno cominciato presto, ben prima dell'anno mille. Chissà, magari l'influenza di Oriana Fallaci era già forte all'epoca...
Potremmo continuare a lungo ad esaminare il testo, ma quello che abbiamo riportato finora è sufficiente a mostrare quale sia l'atteggiamento prevalente dei grandi media nei confronti dei musulmani. In tutto il volume - il cui testo, pare di capire, è stato vergato da Franco Cardini, studioso che più islamofilo non si potrebbe - non c'è nemmeno un parere critico, non compare nemmeno mezza parola fuori linea. L'islam è bello e buono, guai a dire il contrario. Forse sarebbe il caso che il National Geographic spedisse copie della rivista anche ai militanti dell'Isis: magari cambierebbero idea.
Francesco Borgonovo
L’antisemitismo è solo un aspetto del problema reale: l’islamismo

LaPresse
«Sporca ebrea», questa è l'esclamazione che ha condotto a malmenare una bambina di 7 anni e ad ammazzare una donna di 85. Settimana scorsa, a Berlino, scuola elementare Paul-Simmel: un gruppetto di ragazzini musulmani, figli di immigrati musulmani, spintona, sputacchia e malmena una compagna di 7 anni, perché ebrea.
Sanno leggere poco nulla, ma a quanto pare a casa hanno bene imparato l'odio contro chi non è musulmano, perfettamente interpretato dal nemico ebreo. Questa è l'educazione che hanno avuto nelle loro famiglie: un dio antico impossibile da temperare nel percorso scolastico.
Settimana scorsa, a Parigi, nella propria casa: due ragazzotti musulmani, di 22 e 29 anni, esclamando «Allah akbar», pugnalano per uccidere e bruciano per insultare una donna,
Mireille Knoll, perché ebrea. Sono piccoli criminali, lei era scampata alla Shoah. Sono i vicini dell'appartamento accanto, che non possono vivere nel microcosmo multiculturale del condominio cittadino senza replicare, con violenza, l'uniformità religiosa assolutista della loro casba.
Il tema dell'antisemitismo ritorna, periodicamente, e in questi giorni tiene banco con fiaccolate in mezza Europa, tentativi di strumentalizzazione politica e «appropriazione indebita».
Ma il problema non è l'antisemitismo, il problema è l'islamismo, più o meno radicale.
È inutile nascondersi dietro a un dito: l'islam non fa che dimostrare la sua incompatibilità con la democrazia, con lo stile di vita europeo, con i valori condivisi dalla maggioranza della popolazione.
L'islam è inevitabilmente fermo a un medioevo da cui non è masi uscito e al quale aspira di ritornare senza poter discutere (non dico accettare) una visione diversa da quella che si suppone un mercante (che non scriverò mai con emme maiuscola), profeta per un neo tra le scapole, abbia subito perché visse in quel tempo.
Ci stiamo inventando un sacco di questioni per evitare di constatare che esiste un problema radicale di compatibilità tra civiltà differenti e che ogni sforzo che la civiltà europea mette in campo per dare la possibilità all'islam di ritrovare forme di rispetto civile, viene immediatamente ricondotto all'evidenza della sconfitta da un'arma o una violenza.
Inseguiamo ispirazioni tafazziane privandoci degli antichi nomi delle nostre festività religiose, cancelliamo i simboli secolari che da sempre contraddistinguono la nostra identità collettiva, ci prostituiamo culturalmente di fronte agli emiri dei caprai. Cerchiamo così di inseguire una forma spuria di pacificazione nei confronti di una popolazione religiosa intollerante che si manifesta quotidianamente nella violenza prossima, nelle nostre strade e case e autobus. Senza guadare la realtà: dove l'antisemitismo non è il vero problema. Ma il vero problema è l'islam.
Marco Lombardi
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Per il terzo giorno di fila scoperta una rete islamica che preparava attentati. Il ministro Marco Minniti, che in campagna elettorale ha nascosto il problema, ora ci dice che il rischio è altissimo e dobbiamo continuare sulla sua linea. Invece bisogna fare il contrario.Lo speciale contiene cinque articoliMarco Minniti, negli ultimi giorni, è estremamente loquace, rilascia interviste a tutto spiano per parlare della minaccia jihadista che, dice, negli ultimi «quattro o cinque mesi» si è fatta più intensa. Viene da chiedersi come mai il signor ministro non ne abbia mai fatto parola durante la campagna elettorale. Mentre sul Web e nelle moschee abusive gli inviti a uccidere gli infedeli si moltiplicavano, Minniti evitava accuratamente l'argomento. Non solo non ha parlato del pericolo islamico, ma, poco prima del voto, si è prodigato per mandare segnali di distensione alla comunità musulmana. Durante una cordiale visita alla grande moschea di Roma, ha deriso chi ritiene che l'islam sia «incompatibile con la Costituzione» e ha spiegato che «costruire una grande alleanza con il mondo islamico può aiutare a liberare il mondo dalle proprie ossessioni». In quell'occasione, il ministro si è vantato del «Patto nazionale per un islam italiano» da lui ideato. Per chi non lo ricordasse, si tratta di un protocollo d'intesa in cui il governo si impegnava a «promuovere una conferenza con l'Anci dedicata al tema dei luoghi di culto islamici in cui richiamare il diritto alla libertà religiosa che si esprime anche nella disponibilità di sedi adeguate». Tradotto significa: più moschee. Ora, però, a urne lontane, Minniti viene a dirci che dobbiamo fare attenzione, che il rischio non è mai stato così alto. Ieri a Repubblica ha detto che i combattenti dello Stato islamico sfrutteranno le rotte dei migranti per rientrare in Europa. Chissà, forse non si tratta dello stesso Minniti che, nel 2016, affermava perentorio: «Non è arrivato nessuno sui barconi per fare un attentato». Già, peccato che sui barconi, invece, i terroristi arrivassero eccome. Anis Amri - l'attentatore di Berlino la cui rete italiana è stata sgominata ieri - approdò a Lampedusa nel 2011, come un richiedente asilo fra tanti. Di immigrazione clandestina si dilettavano pure quattro dei cinque musulmani arrestati ieri: avrebbero fatto entrare in Italia un centinaio di connazionali. Anis Amri si era rivolto a loro per ottenere documenti falsi con cui spostarsi liberamente in Europa. Tramite Repubblica, ieri Minniti ha lanciato un appello: «Chi mi sostituirà non azzeri tutto». Grazie al suo lavoro al Viminale, ha detto, si è creato «un patrimonio da non disperdere». Ah, davvero? Beh, allora vediamo qual è il quadro della situazione dipinto dalla cronaca negli ultimi due giorni. A Pompei un algerino irregolare (titolare di un decreto di espulsione che nessuno ha fatto rispettare) si è lanciato contro la locale basilica in nome di Allah. A Foggia un egiziano (con cittadinanza italiana) insegnava ai bambini a «bere il sangue» degli infedeli all'interno di una moschea abusiva travestita da «associazione culturale». A Torino un ragazzo di 23 anni, figlio di immigrati marocchini, spargeva odio sul Web e progettava attentati con camion simili a quello organizzato da Anis Amri. I cui amici fermati ieri immaginavano di mozzare i genitali ai miscredenti italiani ed europei. Questo è il bel patrimonio che otteniamo in eredità. Questo è il risultato delle politiche dei governi che ci hanno accompagnato fin qui. Invece di chiudere i luoghi di culto abusivi, abbiamo lasciato che prosperassero, anzi l'esecutivo si occupava di promettere nuove moschee. Invece di porre un freno al vittimismo islamico che alimenta la propaganda, i nostri politici - Minniti compreso - si riempivano la bocca di «integrazione», negavano ogni legame fra immigrazione e terrorismo, continuavano a tenere in piedi l'industria dell'accoglienza senza limiti. Mentre gli attentati sfiancavano il Vecchio continente, il Pd continuava a discutere di ius soli, e candidava (ad esempio a Milano) esponenti delle associazioni islamiche più intransigenti. Dice Minniti: «Terrorismo e migranti richiedono un governo della testa e non della pancia». No, richiedono un governo che non sia come quelli avuti fino ad oggi.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cos-importiamo-terroristi-minniti-2554522305.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-rete-italiana-del-jihadista-amri-tagliamo-i-genitali-agli-infedeli" data-post-id="2554522305" data-published-at="1767876521" data-use-pagination="False"> La rete italiana del jihadista Amri: «Tagliamo i genitali agli infedeli» LaPresse L'accademia militare di autoaddestramento dell'Isis era stata creata in Italia dagli uomini più vicini ad Anis Amri, jihadista tunisino autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, ucciso a Sesto San Giovanni il 23 dicembre del 2016. L'esistenza di una rete legata ad Amri in Italia era già nota agli apparati di controspionaggio e La Verità lìaveva ricostruita, pezzo dopo pezzo, già a partire dalla scorsa estate, indicando con esattezza le città nelle quali il gruppo, che ora la Procura di Roma definisce una «associazione con finalità di terrorismo», aveva piazzato le proprie pedine. Ieri mattina le unità antiterrorismo dell'Ucigos della polizia di Stato hanno arrestato quattro tunisini e un sedicente palestinese tra Roma e Latina (gli indagati sono 20) ed effettuato perquisizioni in mezza Italia. Appena in tempo. Le parole del magistrato che ha coordinato l'indagine sono precise: «Si è evitato che dalla fase di radicalizzazione si sfociasse in una attività terroristica». Gli indizi c'erano tutti. Il sostituto procuratore Sergio Colaiocco, ad esempio, ha scoperto che sul tablet di Abdel Salem Napulsi, il sedicente palestinese arrestato per il reato di autoaddestramento con finalità di terrorismo, c'erano 31 video tutorial e, tra questi, uno che spiegava come usare un lanciarazzi Rpg7, arma militare anticarro. La sua preferita. Gli investigatori della Digos, imbeccati dai servizi d'intelligence, hanno accertato che Abdel Salem aveva effettuato una serie di ricerche anche sulla parte occulta di internet, il deep Web, per cercare dove acquistare armi, camion o pickup rubati sui quali era possibile montare armi da guerra. Nell'archivio conservava anche video sul Califfato in Siria e comunicati dello Stato islamico. Quanto basta, insomma, per mettere su un attentato alla Amri. O anche peggio. Come aveva svelato La Verità, dal telefono cellulare dell'attentatore diventato idolo dei foreign fighter per essersi trasformato, come previsto dalla loro ideologia, in un martire, sono saltati fuori i nomi, a volte di copertura, dei suoi fedelissimi. E anche l'analisi del suo profilo Facebook ha fornito agli investigatori non poche informazioni. Poco dopo la sua morte, infatti, furono rispediti a casa tre dei suoi contatti che vivevano in provincia di Latina, ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale. Ma è su una chat che si sono concentrati i poliziotti. Analizzando i messaggi, grazie all'aiuto di un interprete, hanno scoperto che uno degli indagati stava costruendo, grazie a documenti falsi, la nuova identità con la quale Amri avrebbe potuto lasciare l'Italia indisturbato. L'altro uomo della rete è Mounir Khazri, un tunisino di 37 anni residente a Latina, frequentatore del centro di preghiera islamico di via Chiascio e noto per le sue posizioni radicali, legato da «consolidati rapporti di amicizia» ad Abdel Salem. Le intercettazioni tra i due sono zeppe di chiacchierate su posizioni islamiste tra le più radicali, connotate da una marcata ostilità per gli occidentali e i loro costumi. Tra le risate, i due sognavano di poter praticare atroci torture agli «infedeli»: «Bisognerebbe mettere la loro testa sul tagliere e via, colpire. E avanti un altro». Mounir, a quel punto, recita quello che agli investigatori è sembrato essere un versetto del Corano: «Quando incontrate i miscredenti colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati». E Napulsi aggiunge: «Tagliargli la testa e i genitali». Per la loro visione religiosa anche la Tunisia è diventata una terra di infedeli, perché ha dimenticato la legge islamica e le donne possono decidere di non portare il velo integrale. L'Italia, poi, era un posto orribile, perché permettono loro di «girare seminude». E per rimpinguare le fila della jihad, i fedelissimi di Amri avevano pensato bene di mettere su un'agenzia di reclutamento occulta che importava immigrati dalla Tunisia. Se ne occupava la colonna napoletana del gruppo. Akram Baazaoui, Mohamed Baazaoui, Dhiaddine Baazaoui e Rabie Baazaoui (finiti tutti e quattro in manette), secondo l'ipotesi della Procura, gestivano l'associazione a delinquere, che operava tra le province di Caserta e Napoli, finalizzata alla falsificazione di documenti e al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. «In Tunisia tutti chiedono di Akram», spiega uno degli indagati. E infatti, secondo l'accusa, Akram è uno dei boss del traffico di esseri umani. Si muove tra la Sicilia, la Francia, la Germania e la Spagna, perché piazza le sigarette di contrabbando. Era lui, secondo la Procura, che riusciva a garantire assistenza ai migranti che si affidavano all'associazione. Mohamed è il suo braccio destro. Negli atti giudiziari viene descritto come un vero e proprio luogotenente: «Si occupa di tutti gli aspetti operativi e riceve le istruzioni sul da farsi per ogni sbarco». Oltre ai documenti falsi riusciva anche a reperire gli alloggi in hotel. La tariffa pagata in Tunisia col sistema del money transfer era all inclusive: dal viaggio ai pranzi, ai documenti falsi. E anche il barbiere, come dimostra l'inchiesta, era compreso nel prezzo. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cos-importiamo-terroristi-minniti-2554522305.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="maestro-di-ferrara-sostenitore-del-califfato" data-post-id="2554522305" data-published-at="1767876521" data-use-pagination="False"> «Maestro di Ferrara sostenitore del Califfato» Questa volta tra i presunti seguaci del Califfato c'è anche un italiano. Un insospettabile maestro di scuola elementare di una provincia del nord. Indagato perché ritenuto un sostenitore dell'Isis. È ferrarese l'italiano finito nell'inchiesta che ha portato, tre giorni fa, all'arresto di Mohy Eldin Mostafa Omer Abdei Rahman, l'imam di Foggia che faceva lezione di religione ai bambini presso il centro islamico, indottrinandoli sul martirio nel nome di Allah. L'insegnante ferrarese è un suo parente acquisito, a quanto risulta sarebbe sposato con la sorella della moglie settantanovenne di Rahman, sospettata a sua volta di reati fiscali dopo il sequestro dei 370.000 euro ricevuti dalla coppia attraverso una raccolta fondi tra i musulmani che frequentavano il centro islamico dove il «cattivo maestro» teneva le sue lezioni (l'intera operazione coordinata dalla Dda di Bari è stata chiamata Bad teacher). Nato a Foggia, 50 anni, sposato con figli, l'uomo vive, a quanto pare, a Cento e lì insegna presso la scuola elementare locale. Tre anni fa si sarebbe convertito all'Islam e ora è sospettato di apologia dell'associazione terroristica aggravata dall'uso di mezzi informatici. La perquisizione nella sua abitazione è scattata subito dopo l'operazione di Foggia, nella notte tra il 26 e il 27 marzo. A disporla gli inquirenti che hanno verificato i contatti avvenuti tra i due uomini, e le frequentazioni del ferrarese nel centro islamico di Foggia. Durante il blitz gli agenti hanno sequestrato diversi supporti informatici e altro materiale trovato a casa dell'uomo, ora al vaglio degli inquirenti, come anche i contatti e i messaggi lanciati attraverso i social network dall'insegnante che, secondo l'accusa, potrebbe aver utilizzato questi canali per la diffusione delle idee del Califfato. Secondo gli inquirenti, esattamente come il suo parente, anche l'indagato potrebbe aver condiviso video e documenti che inneggiano all'Isis, le istruzioni dettagliate su come costruire armi oltre a svariati messaggi e proclami a favore della jihad, nei quali si parlerebbe della necessità di distruggere le chiese per sostituirle con delle moschee e dell'Italia come di una terra in cui cominciare a fare attentati. Non è la prima volta che Ferrara viene toccata da un'importante operazione antiterrorismo. Qualche mese fa proprio nella città estense venne arrestato Anis Hannachi, fratello di Ahmed Hannachi, il tunisino che a Marsiglia, il primo ottobre del 2017, uccise per strada a coltellate due giovani cugine di 20 e 21 anni, urlando «Allah è grande» prima di essere freddato dal servizio di sorveglianza dello scalo ferroviario. Sempre da Ferrara, nell'agosto del 2016, era stato espulso Sajmir Hidri, imprenditore albanese di 34 anni, residente a Vigarano Mainarda, allontanato dall'Italia perché sospettato di essere un sostenitore occulto e un promotore della jihad, sempre attraverso il Web. Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cos-importiamo-terroristi-minniti-2554522305.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-spot-islamico-si-traveste-da-documentario" data-post-id="2554522305" data-published-at="1767876521" data-use-pagination="False"> Lo spot islamico si traveste da documentario LaPresse Possiamo fare tutte le indagini di questo mondo, mobilitare migliaia di agenti di polizia e di esperti dell'intelligence, ma non basterà a sconfiggere il terrorismo islamico. Per riuscire ad arginare l'estremismo, per impedire che anche nel nostro Paese crescano fanatici dotati di cittadinanza, dovremmo esercitare una fortissima azione a livello culturale. Dovremmo, cioè, combattere l'islamofilia dilagante, che impone di parlare dell'islam soltanto nei termini graditi ai musulmani. L'islam non è una «religione di pace», non soltanto almeno. Eppure, ovunque, viene costantemente ribadito il suo carattere esclusivamente pacifico. La gran parte dei mezzi d'informazione, i film e i libri non fanno altro che martellarci con lo stesso concetto: l'islam è buono. Perché, dunque, combatterlo? Facciamo un esempio concreto. È in vendita nelle edicole italiane un volume speciale della serie «Storica» del National Geographic, una delle più celebri e autorevoli riviste di divulgazione al mondo. Il fascicolo si intitola L'espansione dell'islam, si estende per 160 pagine e si rivolge, verosimilmente, a un pubblico non musulmano desideroso di sapere qualcosa in più sulla religione di Maometto. Piccolo problema: il numero speciale è un concentrato di islamofilia, mezze verità e omissioni. L'introduzione è già chiarissima. «Sono molteplici i pregiudizi che pesano sulla nostra conoscenza dell'islam», attacca. «Primo fra tutti è quello secondo il quale i cristiani occidentali e i musulmani sarebbero “nemici storici", destinati a scontrarsi per motivi geopolitici, se non metastorici. Tale idea preconcetta è frutto di una visione distorta, superficiale e retorica». Andiamo bene. Secoli di conflitti vengono ridotti a pregiudizio. Del resto, il volume presenta l'espansione islamica come una liberazione. «Le popolazioni, stanche della tirannia e del degrado dei vecchi sistemi, accolsero i musulmani come liberatori e in molti si convertirono», leggiamo. Certo che si convertivano, altrimenti - come spiegava il grande storico Bernard Lewis - venivano condannati a essere cittadini di serie B, o peggio. Che l'islam si sia espanso attraverso la guerra (per poi annichilire le tradizioni dei popoli sottomessi), è chiaramente un preconcetto degli occidentali cattivi. Persino il concetto di jihad, secondo il National Geographic, è da intendersi in senso positivo. «In realtà», leggiamo, «jihad significa sforzo individuale di ciascun fedele per arrivare a essere un buon musulmano. È un impegno spirituale piuttosto che una guerra santa». A pagina 36, il concetto viene ulteriormente approfondito: «Ai cinque pilastri (i fondamenti dell'islam, ndr) bisogna aggiungerne, secondo alcuni, un sesto, che in determinati momenti può trasformarsi in qualcosa di fondamentale: la jihad, lo “sforzo", tradotto normalmente, ma in maniera erronea, con l'espressione ambigua di “guerra santa"». Peccato che David Cook, docente di Studi religiosi alla Rice University di Houston, abbia realizzato un monumentale studio sulla materia (edito in Italia da Einaudi, mica dalla Lega), da cui emerge una realtà un pochino differente. Secondo Cook si può affermare che «il significato primario e fondamentale del termine, quale definito dai giuristi musulmani e dagli studiosi della legge classici, e praticato dai musulmani in epoca premoderna», sia: «Guerra connotata in senso religioso». Insomma, il primo significato di jihad non è quello di “sforzo individuale" o “spirituale", ma di guerra condotta secondo le indicazioni del Corano. Certo, Cook precisa che «non si può negare la validità di una concezione puramente spirituale del jihad, né escludere la possibilità che, con il tempo, i musulmani modifichino la loro interpretazione del concetto, escludendo aggressione e violenza». Allo stato attuale, tuttavia, «non vi sono indizi che una tale ridefinizione del jihad sia stata di fatto intrapresa, al di fuori delle teorizzazioni di tipo difensivo destinate al “consumo esterno"». Il National Geographic, però, tutto ciò non lo dice. In compenso, tiene a precisare che la schiavitù (permessa e approvata dal Corano) è in verità un retaggio «dell'Arabia preislamica». E spiega che se oggi gli Europei conoscono i testi dell'antichità classica, è grazie ai musulmani e alla «unità mediterranea» da essi edificata, la quale consentì all'Occidente europeo di «cominciare ad estrapolare conoscenze dal patrimonio culturale perso con la decadenza dei secoli dell'Alto medioevo». Tesi confutata, qualche anno fa, dall'autorevole storico francese Sylvain Gouguenheim, che per questo fu linciato dalla comunità accademica e bersagliato da appelli di vari intellettuali sui quotidiani di sinistra. La versione che deve essere trasmessa al grande pubblico, infatti, è proprio quella diffusa dal National Geographic, che a pagina 112 spiega: «I contributi di scienza, filosofia e letteratura arabe furono fondamentali per il rinascimento culturale dell'Occidente cristiano». Già, se l'Europa è quello che è, dobbiamo ringraziare i musulmani. Le fake news da sfatare, secondo la rivista, sono ben altre. Per esempio la storia della battaglia di Poitiers del 732, in cui Carlo Martello sconfisse e uccise Abd Al Rahman. Secondo il National Geographic, bisogna sminuire «l'importanza che si attribuisce a questa campagna militare e anche alla minaccia saracena nei confronti dell'Europa settentrionale». La vicenda di Carlo Martello è «un mito», «uno dei primi e più forti caposaldi creativi della poesia epica medievale e della propaganda cristiana». Ecco chi fa propaganda: i cristiani. Hanno cominciato presto, ben prima dell'anno mille. Chissà, magari l'influenza di Oriana Fallaci era già forte all'epoca... Potremmo continuare a lungo ad esaminare il testo, ma quello che abbiamo riportato finora è sufficiente a mostrare quale sia l'atteggiamento prevalente dei grandi media nei confronti dei musulmani. In tutto il volume - il cui testo, pare di capire, è stato vergato da Franco Cardini, studioso che più islamofilo non si potrebbe - non c'è nemmeno un parere critico, non compare nemmeno mezza parola fuori linea. L'islam è bello e buono, guai a dire il contrario. Forse sarebbe il caso che il National Geographic spedisse copie della rivista anche ai militanti dell'Isis: magari cambierebbero idea. Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cos-importiamo-terroristi-minniti-2554522305.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="lantisemitismo-e-solo-un-aspetto-del-problema-reale-lislamismo" data-post-id="2554522305" data-published-at="1767876521" data-use-pagination="False"> L’antisemitismo è solo un aspetto del problema reale: l’islamismo LaPresse «Sporca ebrea», questa è l'esclamazione che ha condotto a malmenare una bambina di 7 anni e ad ammazzare una donna di 85. Settimana scorsa, a Berlino, scuola elementare Paul-Simmel: un gruppetto di ragazzini musulmani, figli di immigrati musulmani, spintona, sputacchia e malmena una compagna di 7 anni, perché ebrea. Sanno leggere poco nulla, ma a quanto pare a casa hanno bene imparato l'odio contro chi non è musulmano, perfettamente interpretato dal nemico ebreo. Questa è l'educazione che hanno avuto nelle loro famiglie: un dio antico impossibile da temperare nel percorso scolastico. Settimana scorsa, a Parigi, nella propria casa: due ragazzotti musulmani, di 22 e 29 anni, esclamando «Allah akbar», pugnalano per uccidere e bruciano per insultare una donna, Mireille Knoll, perché ebrea. Sono piccoli criminali, lei era scampata alla Shoah. Sono i vicini dell'appartamento accanto, che non possono vivere nel microcosmo multiculturale del condominio cittadino senza replicare, con violenza, l'uniformità religiosa assolutista della loro casba. Il tema dell'antisemitismo ritorna, periodicamente, e in questi giorni tiene banco con fiaccolate in mezza Europa, tentativi di strumentalizzazione politica e «appropriazione indebita». Ma il problema non è l'antisemitismo, il problema è l'islamismo, più o meno radicale. È inutile nascondersi dietro a un dito: l'islam non fa che dimostrare la sua incompatibilità con la democrazia, con lo stile di vita europeo, con i valori condivisi dalla maggioranza della popolazione. L'islam è inevitabilmente fermo a un medioevo da cui non è masi uscito e al quale aspira di ritornare senza poter discutere (non dico accettare) una visione diversa da quella che si suppone un mercante (che non scriverò mai con emme maiuscola), profeta per un neo tra le scapole, abbia subito perché visse in quel tempo. Ci stiamo inventando un sacco di questioni per evitare di constatare che esiste un problema radicale di compatibilità tra civiltà differenti e che ogni sforzo che la civiltà europea mette in campo per dare la possibilità all'islam di ritrovare forme di rispetto civile, viene immediatamente ricondotto all'evidenza della sconfitta da un'arma o una violenza. Inseguiamo ispirazioni tafazziane privandoci degli antichi nomi delle nostre festività religiose, cancelliamo i simboli secolari che da sempre contraddistinguono la nostra identità collettiva, ci prostituiamo culturalmente di fronte agli emiri dei caprai. Cerchiamo così di inseguire una forma spuria di pacificazione nei confronti di una popolazione religiosa intollerante che si manifesta quotidianamente nella violenza prossima, nelle nostre strade e case e autobus. Senza guadare la realtà: dove l'antisemitismo non è il vero problema. Ma il vero problema è l'islam. Marco Lombardi
La Guardia costiera Usa durante l'avvicinamento alla petroliera russa Bella 1 (Ansa)
L’operazione condotta dagli Stati Uniti nelle ultime ore al largo del Venezuela segna un cambio di passo nella strategia dell’amministrazione Trump e assume una portata che va oltre il quadro regionale. Il sequestro quasi simultaneo di due grandi petroliere in acque internazionali rappresenta un segnale diretto non solo a Caracas, ma anche a Mosca e Pechino, confermando la volontà di Washington di far rispettare il regime sanzionatorio anche fuori dalle acque territoriali e di trasformare il dossier energetico in un terreno di confronto geopolitico.
Il primo intervento è avvenuto nell’Atlantico settentrionale, a Sud dell’Islanda, dove le forze statunitensi hanno abbordato una petroliera precedentemente nota come Bella 1, sanzionata nel 2024 per il presunto trasporto di petrolio iraniano destinato a circuiti riconducibili a Teheran. Secondo funzionari americani, l’imbarcazione era riuscita per settimane a eludere i controlli cambiando più volte nome, bandiera e identità operativa. Negli ultimi giorni, tuttavia, la nave si sarebbe mossa sotto una copertura sempre più esplicita, con la presenza di una nave militare russa e il supporto di un sottomarino di Mosca che avrebbe mantenuto contatti radio con la petroliera. L’abbordaggio è stato eseguito con il supporto di elicotteri e di una nave della Guardia Costiera americana, in applicazione di un mandato emesso da un tribunale federale degli Stati Uniti. Fonti vicine all’operazione riferiscono che la componente russa non è intervenuta direttamente, ma la dinamica ha innalzato il livello di tensione. Il Regno Unito ha confermato di aver fornito supporto logistico e di sorveglianza attraverso assetti della Raf, sostenendo che la nave facesse parte di un sistema di elusione delle sanzioni riconducibile all’asse russo-iraniano. Il Cremlino ha espresso «preoccupazione» e avrebbe chiesto a Washington di interrompere l’operazione, senza ottenere riscontri. Nelle stesse ore, nel bacino dei Caraibi, un’altra petroliera, la Sophia, è stata fermata mentre operava in acque internazionali. Il Comando Sud degli Stati Uniti ha riferito che l’imbarcazione era coinvolta in traffici illeciti e che la Guardia Costiera ne ha assunto il controllo, scortandola verso porti statunitensi. Le immagini diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza interna mostrano militari americani salire a bordo durante un’operazione notturna. La Casa Bianca ha confermato che gli equipaggi delle navi sequestrate sono ora soggetti a procedimenti penali.
Nel commentare i sequestri, l’amministrazione ha insistito sulla cornice legale delle operazioni, presentandole come un’applicazione rigorosa delle norme vigenti. Allo stesso tempo, il messaggio politico è apparso chiaro: il commercio clandestino di petrolio viene considerato una minaccia globale e un obiettivo prioritario dell’azione statunitense. La pressione americana si estende però anche al futuro assetto del Venezuela e alla gestione delle sue risorse energetiche.
In un briefing riservato al Congresso, il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato un piano in tre fasi per il dopo Maduro. La prima, definita di stabilizzazione, punta a evitare il collasso del Paese e comprende una «quarantena» del petrolio venezuelano. La seconda riguarda la ripresa economica e l’accesso al mercato per le compagnie statunitensi e occidentali. La terza è quella della transizione politica, con un processo di riconciliazione, amnistie e la scarcerazione delle forze di opposizione. La Casa Bianca ha ribadito di essere in costante contatto con il governo ad interim di Caracas e di influenzarne le decisioni. In questo contesto si inserisce l’annuncio diretto del presidente Donald Trump sul petrolio venezuelano. In una dichiarazione su Truth, il presidente ha affermato: «Sono lieto di annunciare che le autorità provvisorie del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, sanzionato. Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti». Secondo l’amministrazione, l’operazione potrebbe proseguire nel tempo ed essere accompagnata da un alleggerimento selettivo delle sanzioni. Sul piano militare, Washington ha lasciato aperta anche l’ipotesi di un coinvolgimento diretto delle proprie forze armate e ha chiesto di recidere ogni legame con Rusia, Cina e Iran. Interpellata dai giornalisti, la portavoce Karoline Leavitt non ha escluso l’invio di soldati americani in Venezuela per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi - che venerdì dovrebbero incontrare il tycoon alla Casa Bianca - e altri operatori occidentali da eventuali attacchi o sabotaggi, precisando che «la diplomazia resta sempre la prima opzione». Nello stesso briefing, la Casa Bianca ha smentito le ricostruzioni su un ruolo marginale del vicepresidente JD Vance, chiarendo che è stato coinvolto in tutte le fasi della definizione della politica statunitense sul Venezuela. A Caracas, intanto, la fase di transizione è accompagnata da una profonda riorganizzazione degli apparati di sicurezza.
Il presidente ad interim Delcy Rodríguez ha destituito Javier Marcano Tábata, comandante della Guardia d’onore presidenziale e direttore del controspionaggio militare, figura centrale nel dispositivo di protezione di Nicolás Maduro. La misura è attribuita alla spinta del ministro dell’Interno Diosdado Cabello e del ministro della Difesa Vladimir Padrino López, indicati da fonti di intelligence come contrari a un’intesa strutturata con Washington. In questo quadro rientra anche il caso di Alex Saab, considerato uno dei principali snodi finanziari del sistema chavista. L’imprenditore ha patteggiato nell’ottobre scorso in Italia una condanna per riciclaggio, così come la moglie Camilla Fabri. Roma aveva confidato che l’accordo potesse aprire spazi di dialogo in merito ad Alberto Trentini detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024 , ma l’assenza di sviluppi concreti ha rafforzato la percezione che i dossier giudiziari continuino a essere utilizzati come leve politiche da parte di Caracas.
Dopo le litigate per gli scioperi, Cgil e Usb giocano a chi è più Maduro
Finite le vacanze natalizie ripartono le lotte di piazza. E dopo la Palestina, la Flotilla, il riarmo per l’Ucraina, i centri migranti in Albania, la manovra e chissà quale altra diavoleria si inventeranno, oggi il tema internazionale sentitissimo dai Compagni è la lotta bolivariana pro Maduro. L’importante è scioperare. E, dunque, un’altra ondata di piazzate ravvicinate, sempre di venerdì, sabato, lunedì o martedì, sta per arrivare. E questo solo perché a sinistra non si accetta che ci sia qualcuno più a sinistra dell’altro. Dunque, dopo il 3 ottobre, il 28 novembre, il 12 dicembre, il 5 gennaio, adesso arriva anche il 10 gennaio (e come contorno anche il 12 e 13 con un bello sciopero del comparto scuola).
Ma ad andare in scena sono le solite beghe tra Unione sindacale di base e Cgil. Gli ex fratelli fanno a gara per intestarsi la lotta a favore del dittatore sanguinario Nicolás Maduro, che per i sindacati rosso fuoco è stato ingiustamente arrestato da Trump il 3 gennaio.
Non ci interessa capire chi abbia torto o ragione o se l’America abbia o meno rispettato il diritto internazionale, peraltro calpestato da 30 anni da molti altri Paesi, compresi quelli europei (leggasi attacchi in Jugoslavia, Iraq o Libia). Interessa invece analizzare il perché i sindacati di casa nostra mettano ogni volta in ginocchio il Paese (sempre vicino al fine settimana) per cause lontane anni luce dalle loro competenze, solo per una ridicola gara interna a vincere il premio di comunista dell’anno.
E così sabato prossimo, 10 gennaio, Potere al popolo, Unione sindacale di base e Rete dei comunisti lanciano una mobilitazione nazionale per contestare l’intervento del presidente Usa in Venezuela e chiedere la liberazione di Maduro. E questo dopo che lo aveva già fatto la Cgil il 5 gennaio a Roma e dopo il corteo di lunedì scorso a Napoli, alla Rotonda Diaz, a poca distanza dal consolato americano. Buttata via la bandiera della Palestina, adesso è più «hype» sventolare quella blu, gialla e rossa del Venezuela, e una volta finito magari rifocillarsi con un bell’hamburger da McDonalds, postando tutto col proprio iPhone 17, tornando a casa con la Tesla.
Nel loro delirante comunicato si legge, per chi non fosse ben informato come loro, che tutto questo bendidio è per combattere «il terrorismo a stelle e strisce». Ah ecco. «Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela», scrivono, «e il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti hanno trovato subito una risposta in tantissime piazze italiane». Tremano tutti, soprattutto la Cgil che fa le stesse cose ma da sola. Perché il marketing di sinistra si capisce solo se si guarda al contrario. E come non metterci dentro anche il governo? «Il governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la natura predatoria dell’imperialismo occidentale», insistono. Ovvia, ora è tutto chiaro.
Anche Trump inizia a vacillare davanti all’Usb. Ma chi davvero batte i denti (e non di freddo) è Maurizio Landini, che teme che la Rete dei Comunisti gli rubi la scena. Il piatto è ricco e Maduro ingolosisce tutti. Esaurita la spinta propulsiva della Palestina, il capo della Cgil deve trovare un altro modo per pigliarsela con la Meloni. Ma non si deve essere ancora accorto che è rimasto da solo. Non lo segue più neppure la Uil. Landini ha barattato l’unità sindacale con una cieca lotta di opposizione al governo. Invece di pensare a tenere unite le rappresentanze dei lavoratori, la Cgil fa a gara con i sindacati di base. Affetto dalla febbre del vecchio Pci: nessun nemico a sinistra. E ripropone sulla causa pro Maduro lo stesso schemino usato per ingraziarsi i pro Pal. Ora si è messo a difendere un dittatore baffuto, capo di un regime corrotto che ha portato il 66% dei cittadini sotto la soglia di povertà. In un farneticante siparietto andato in scena il 5 gennaio in piazza Barberini, davanti all’ambasciata americana, dove un manipolo di militanti rossi inneggiava a Maduro nel nome di un fantomatico diritto internazionale, un sindacalisti ha investito con i suoi strali dei poveri esuli venezuelani accusandoli di sbagliare a esultare per la caduta di chi ha oppresso la sua gente. Per Landini, d’altronde, Maduro è un leader «legittimamente eletto dal popolo». E che importa se le elezioni in Venezuela sono truccate da 27 anni e che il popolo è da sempre perseguitato. Dettagli. È la nuova Cgil di Landini, che ha smesso di difendere i lavoratori a favore dei dittatori.
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il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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