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2026-01-19
Coppa d’Africa, il laboratorio del caos: tra ambizioni mondiali, polemiche e nervi scoperti
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Il rigore sbagliato dal marocchino Brahim Diaz nella finale persa contro il Senegal (Getty Images)
La Coppa d’Africa 2025-26, ospitata dal Marocco, è stata molto più di una competizione calcistica: è stata un lungo accumulo di tensioni, piccoli incidenti, proteste formali e malumori sotterranei che hanno accompagnato il torneo dall’inizio alla fine, rendendo la finale solo l’ultimo capitolo di una storia già fin troppo carica di tensioni. Fin dalla fase preparatoria, l’evento è stato presentato come una prova generale in vista del Mondiale 2030, quando Rabat ospiterà il campionato del mondo con Spagna e Portogallo, già nelle prime settimane è emersa una distanza evidente tra l’ambizione dichiarata e la gestione concreta.
Le città coinvolte hanno faticato ad assorbire l’impatto simultaneo di tifosi, delegazioni, staff tecnici e produzione televisiva: traffico paralizzato, tempi di percorrenza imprevedibili, difficoltà nel coordinare spostamenti e sicurezza. Non si è trattato di episodi isolati, ma di un’esperienza ricorrente che ha colpito squadre e addetti ai lavori lungo tutto l’arco del torneo. Non solo. Nei gironi, la Coppa d’Africa ha subito mostrato il suo volto più politico. L’eliminazione del Gabon contro la Costa d’Avorio il 31 dicembre, arrivata in modo traumatico nei minuti finali, ha prodotto una reazione istituzionale durissima, con annunci di azzeramento dello staff tecnico e provvedimenti disciplinari a catena. Ma non è stato l’unico caso. Anche in altre federazioni l’uscita anticipata è stata vissuta come un fallimento intollerabile: allenatori messi in discussione pubblicamente, dirigenti sotto pressione, comunicati dai toni durissimi. Il Ghana, uscito prima del previsto dal torneo, ha visto esplodere un dibattito interno feroce, con accuse alla federazione per la gestione della preparazione e per le condizioni logistiche giudicate inadeguate. La Nigeria ha fatto filtrare malumori sulla distribuzione dei campi di allenamento e sugli spostamenti tra una sede e l’altra, ritenuti penalizzanti in una fase delicata della competizione. Anche l’Algeria, eliminata ai quarti, ha lasciato trapelare irritazione per decisioni arbitrali considerate incoerenti e per una gestione della sicurezza definita «confusa» nei giorni immediatamente precedenti alla partita decisiva. L'Egitto, pur senza proteste plateali, ha espresso attraverso ambienti federali perplessità sulla calendarizzazione e sulle lunghe percorrenze imposte tra allenamenti e stadio, giudicate non all’altezza di un torneo di questo livello.
Accanto a queste reazioni politiche, si è sviluppata una sequenza di lamentele organizzative che ha coinvolto numerose nazionali. Delegazioni dell’Africa occidentale e centrale hanno segnalato difficoltà nei trasferimenti, campi di allenamento giudicati non equivalenti, controlli di sicurezza percepiti come disordinati. Alcune squadre eliminate agli ottavi hanno parlato apertamente di preparazione condizionata da continui cambi di programma e da distanze sottovalutate. Il Senegal ha dato voce a queste criticità in modo più esplicito, denunciando problemi di accoglienza e una gestione ritenuta non uniforme, ma il suo caso ha finito per rappresentare un malcontento più ampio, condiviso anche da federazioni che hanno scelto toni meno pubblici.
Sugli spalti, il quadro è stato altrettanto contraddittorio. I dati ufficiali parlano di oltre un milione di spettatori complessivi e di stadi spesso esauriti, ma le immagini televisive non sempre hanno confermato questa narrazione. In diverse partite si sono viste tribune a macchia di leopardo, non per mancanza di interesse, ma per una combinazione di biglietteria inefficiente, prezzi elevati per molti tifosi africani e difficoltà logistiche che scoraggiavano gli spostamenti tra una città e l’altra. È stato uno dei paradossi più discussi del torneo: una Coppa d’Africa seguitissima in televisione e meno accessibile dal vivo per una parte consistente del pubblico che vive nel continente.Sul piano arbitrale, il torneo ha accumulato un ulteriore strato di tensione. L’uso intensivo del Var ha spesso moltiplicato le polemiche invece di ridurle. Più di una nazionale eliminata ha lamentato decisioni giudicate incoerenti, parlando di criteri applicati in modo diverso da gara a gara. In questo contesto si è diffusa, soprattutto tra le squadre non nordafricane, la percezione che il Marocco potesse beneficiare di un clima più favorevole, non tanto per singoli episodi clamorosi quanto per una somma di micro-decisioni che, nel tempo, hanno alimentato l’idea di uno squilibrio strutturale.
Quando il torneo è entrato nella fase a eliminazione diretta, le tensioni non si sono attenuate. Al contrario, ogni partita è diventata un banco di polemiche. Proteste a bordo campo, momenti di nervosismo sugli spalti, confronti accesi con gli arbitri e alcuni scontri con gli steward hanno contribuito a mantenere il clima costantemente sopra soglia. Le semifinali hanno mostrato segnali evidenti di stanchezza emotiva e organizzativa, preparando il terreno a una finale che sarebbe stata inevitabilmente disastrosa.
L’atto conclusivo, con le sue polemiche arbitrali, le proteste clamorose, l’uscita temporanea dal campo di una squadra, le lunghe interruzioni e le accuse incrociate nel dopo partita, è stato una perfetta sintesi. Le lamentele del Senegal sull’organizzazione, esplose definitivamente in quella sera, hanno dato visibilità a problemi che altre nazionali avevano già sperimentato nelle settimane precedenti, spesso senza la stessa risonanza mediatica.Alla fine, la Coppa d’Africa 2025-26 resta un evento imponente per numeri, audience televisiva e rilevanza internazionale. Ma come prova generale per il Mondiale 2030 lascia interrogativi pesanti. Gli stadi e la copertura globale hanno funzionato, ma la gestione dei flussi di tifosi, il rapporto con le federazioni e la capacità di reggere la pressione di un grande evento hanno mostrato crepe evidenti. Più che un modello da esibire, questa edizione ha finito per assomigliare a un avvertimento: senza una struttura davvero solida e condivisa, non si va molto lontano.
La Coppa d’Africa 2025-26 si è conclusa con il Senegal campione per la seconda volta nella sua storia, dopo il successo del 2021. La finale contro il Marocco, giocata a Rabat, è stata drammatica e intensa: decisivo ai supplementari il gol di Pape Gueye, dopo che il rigore dei padroni di casa al 114’ era stato fallito da Brahim Diaz, con un cucchiaio del tutto discutibile.
Fuori dal campo, però, la serata è stata segnata da momenti di forte tensione. Tra tutti la decisione del ct del Senegal, Pape Thiaw, di far rientrare negli spogliatoi la squadra come segno di protesta dopo l'assegnazione del calcio di rigore in favore dei padroni di casa da parte dell'arbitro congolese Jean Jacques Ndala Ngambo al minuto 98. Così come la scena surreale che ha visto protagonista i giocatori e i raccattapalle del Marocco intenti a rincorrere il secondo portiere senegalese, Victor Diouf, per impedirgli di passare al collega titolare, Edouard Mendy, l'asciugamano ufficialmente utilizzato per asciugare i guantoni, ma nella tradizione dei giocatori africani, utile ad assorbire la magia nera e trasmetterne la forza a chi ne è in possesso. Una sorta di rito voodoo che la formazione marocchina aveva già provato a contrastare in occasione della semifinale, poi vinta ai calci di rigore, con la Nigeria.
Scene non del tutto adeguate a un evento del genere si sono verificate anche sugli spalti e in zona mista al termine della partita, dove si sono registrati episodi di nervosismo e urla tra tifosi e operatori e dichiarazioni al vetriolo degli allenatori. Il tutto non è piaciuto al presidente della Fifa, Gianni Infantino, evidentemente preoccupato in vista del Mondiale che si disputerà da queste parti tra quattro anni: «Purtroppo abbiamo assistito a scene inaccettabili sul campo e sugli spalti: condanniamo fermamente il comportamento di alcuni ‘tifosi’, nonché di alcuni giocatori e membri dello staff tecnico. È inaccettabile abbandonare il campo di gioco in questo modo e, allo stesso modo, la violenza non può essere tollerata nel nostro sport, semplicemente non è giusto» - ha commentato il numero uno del calcio mondiale - «Dobbiamo sempre rispettare le decisioni prese dagli arbitri dentro e fuori dal campo di gioco. Le squadre devono competere sul campo e nel rispetto delle regole del gioco, perché qualsiasi comportamento contrario mette a rischio l’essenza stessa del calcio. È anche responsabilità delle squadre e dei giocatori agire in modo responsabile e dare il buon esempio ai tifosi negli stadi e ai milioni di spettatori in tutto il mondo. Le brutte scene a cui abbiamo assistito oggi devono essere condannate e non devono mai più ripetersi. Ribadisco che non hanno posto nel calcio».
Anche il ct del Senegal, Pape Thiaw, ha rilasciato dichiarazioni di scuse: «A mente fredda non è stato un bello spettacolo far uscire la squadra dal campo nel finale. Chiedo scusa al calcio. Poi li ho fatti tornare, a volte a caldo si reagisce, e non sempre nella maniera migliore. Ora possiamo accettare gli errori dell’arbitro, può succedere. Non avremmo dovuto farlo, ma è andata così». Nonostante la tensione, la festa per il successo senegalese ha avuto momenti di gioia e intensità: Sadio Mané, tra i protagonisti più amati, ha incarnato la celebrazione del trionfo, mentre il portiere Edouard Mendy ha raccontato con sportività il rigore parato, chiarendo che la partita si era decisa sul campo e non tramite accordi tra i giocatori.
La finale di Rabat resterà negli annali non solo per la vittoria del Senegal, ma anche come simbolo di un calcio africano appassionato, intenso e talvolta difficile da contenere, con una combinazione di emozioni, tensioni e polemiche che hanno messo in evidenza tutte le fragilità di un sistema sotto pressione.
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L’edizione 2025-26 in Marocco, pensata come prova generale per il Mondiale 2030, ha messo in mostra stadi e copertura globale, ma anche traffico paralizzato, proteste delle federazioni, sospetti di favoritismi e una finale esplosiva: più che una celebrazione del calcio africano, un torneo che ha rivelato tutte le fragilità di un sistema sotto pressione.Il presidente della Fifa, Gianni Infantino: «Le brutte scene a cui abbiamo assistito devono essere condannate e non devono mai più ripetersi. Ribadisco che non hanno posto nel calcio».Lo speciale contiene due articoli.La Coppa d’Africa 2025-26, ospitata dal Marocco, è stata molto più di una competizione calcistica: è stata un lungo accumulo di tensioni, piccoli incidenti, proteste formali e malumori sotterranei che hanno accompagnato il torneo dall’inizio alla fine, rendendo la finale solo l’ultimo capitolo di una storia già fin troppo carica di tensioni. Fin dalla fase preparatoria, l’evento è stato presentato come una prova generale in vista del Mondiale 2030, quando Rabat ospiterà il campionato del mondo con Spagna e Portogallo, già nelle prime settimane è emersa una distanza evidente tra l’ambizione dichiarata e la gestione concreta.Le città coinvolte hanno faticato ad assorbire l’impatto simultaneo di tifosi, delegazioni, staff tecnici e produzione televisiva: traffico paralizzato, tempi di percorrenza imprevedibili, difficoltà nel coordinare spostamenti e sicurezza. Non si è trattato di episodi isolati, ma di un’esperienza ricorrente che ha colpito squadre e addetti ai lavori lungo tutto l’arco del torneo. Non solo. Nei gironi, la Coppa d’Africa ha subito mostrato il suo volto più politico. L’eliminazione del Gabon contro la Costa d’Avorio il 31 dicembre, arrivata in modo traumatico nei minuti finali, ha prodotto una reazione istituzionale durissima, con annunci di azzeramento dello staff tecnico e provvedimenti disciplinari a catena. Ma non è stato l’unico caso. Anche in altre federazioni l’uscita anticipata è stata vissuta come un fallimento intollerabile: allenatori messi in discussione pubblicamente, dirigenti sotto pressione, comunicati dai toni durissimi. Il Ghana, uscito prima del previsto dal torneo, ha visto esplodere un dibattito interno feroce, con accuse alla federazione per la gestione della preparazione e per le condizioni logistiche giudicate inadeguate. La Nigeria ha fatto filtrare malumori sulla distribuzione dei campi di allenamento e sugli spostamenti tra una sede e l’altra, ritenuti penalizzanti in una fase delicata della competizione. Anche l’Algeria, eliminata ai quarti, ha lasciato trapelare irritazione per decisioni arbitrali considerate incoerenti e per una gestione della sicurezza definita «confusa» nei giorni immediatamente precedenti alla partita decisiva. L'Egitto, pur senza proteste plateali, ha espresso attraverso ambienti federali perplessità sulla calendarizzazione e sulle lunghe percorrenze imposte tra allenamenti e stadio, giudicate non all’altezza di un torneo di questo livello.Accanto a queste reazioni politiche, si è sviluppata una sequenza di lamentele organizzative che ha coinvolto numerose nazionali. Delegazioni dell’Africa occidentale e centrale hanno segnalato difficoltà nei trasferimenti, campi di allenamento giudicati non equivalenti, controlli di sicurezza percepiti come disordinati. Alcune squadre eliminate agli ottavi hanno parlato apertamente di preparazione condizionata da continui cambi di programma e da distanze sottovalutate. Il Senegal ha dato voce a queste criticità in modo più esplicito, denunciando problemi di accoglienza e una gestione ritenuta non uniforme, ma il suo caso ha finito per rappresentare un malcontento più ampio, condiviso anche da federazioni che hanno scelto toni meno pubblici.Sugli spalti, il quadro è stato altrettanto contraddittorio. I dati ufficiali parlano di oltre un milione di spettatori complessivi e di stadi spesso esauriti, ma le immagini televisive non sempre hanno confermato questa narrazione. In diverse partite si sono viste tribune a macchia di leopardo, non per mancanza di interesse, ma per una combinazione di biglietteria inefficiente, prezzi elevati per molti tifosi africani e difficoltà logistiche che scoraggiavano gli spostamenti tra una città e l’altra. È stato uno dei paradossi più discussi del torneo: una Coppa d’Africa seguitissima in televisione e meno accessibile dal vivo per una parte consistente del pubblico che vive nel continente.Sul piano arbitrale, il torneo ha accumulato un ulteriore strato di tensione. L’uso intensivo del Var ha spesso moltiplicato le polemiche invece di ridurle. Più di una nazionale eliminata ha lamentato decisioni giudicate incoerenti, parlando di criteri applicati in modo diverso da gara a gara. In questo contesto si è diffusa, soprattutto tra le squadre non nordafricane, la percezione che il Marocco potesse beneficiare di un clima più favorevole, non tanto per singoli episodi clamorosi quanto per una somma di micro-decisioni che, nel tempo, hanno alimentato l’idea di uno squilibrio strutturale.Quando il torneo è entrato nella fase a eliminazione diretta, le tensioni non si sono attenuate. Al contrario, ogni partita è diventata un banco di polemiche. Proteste a bordo campo, momenti di nervosismo sugli spalti, confronti accesi con gli arbitri e alcuni scontri con gli steward hanno contribuito a mantenere il clima costantemente sopra soglia. Le semifinali hanno mostrato segnali evidenti di stanchezza emotiva e organizzativa, preparando il terreno a una finale che sarebbe stata inevitabilmente disastrosa.L’atto conclusivo, con le sue polemiche arbitrali, le proteste clamorose, l’uscita temporanea dal campo di una squadra, le lunghe interruzioni e le accuse incrociate nel dopo partita, è stato una perfetta sintesi. Le lamentele del Senegal sull’organizzazione, esplose definitivamente in quella sera, hanno dato visibilità a problemi che altre nazionali avevano già sperimentato nelle settimane precedenti, spesso senza la stessa risonanza mediatica.Alla fine, la Coppa d’Africa 2025-26 resta un evento imponente per numeri, audience televisiva e rilevanza internazionale. Ma come prova generale per il Mondiale 2030 lascia interrogativi pesanti. Gli stadi e la copertura globale hanno funzionato, ma la gestione dei flussi di tifosi, il rapporto con le federazioni e la capacità di reggere la pressione di un grande evento hanno mostrato crepe evidenti. Più che un modello da esibire, questa edizione ha finito per assomigliare a un avvertimento: senza una struttura davvero solida e condivisa, non si va molto lontano.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/coppa-africa-laboratorio-caos-2674908424.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2674908424" data-published-at="1768843133" data-use-pagination="False"> La Coppa d’Africa 2025-26 si è conclusa con il Senegal campione per la seconda volta nella sua storia, dopo il successo del 2021. La finale contro il Marocco, giocata a Rabat, è stata drammatica e intensa: decisivo ai supplementari il gol di Pape Gueye, dopo che il rigore dei padroni di casa al 114’ era stato fallito da Brahim Diaz, con un cucchiaio del tutto discutibile.Fuori dal campo, però, la serata è stata segnata da momenti di forte tensione. Tra tutti la decisione del ct del Senegal, Pape Thiaw, di far rientrare negli spogliatoi la squadra come segno di protesta dopo l'assegnazione del calcio di rigore in favore dei padroni di casa da parte dell'arbitro congolese Jean Jacques Ndala Ngambo al minuto 98. Così come la scena surreale che ha visto protagonista i giocatori e i raccattapalle del Marocco intenti a rincorrere il secondo portiere senegalese, Victor Diouf, per impedirgli di passare al collega titolare, Edouard Mendy, l'asciugamano ufficialmente utilizzato per asciugare i guantoni, ma nella tradizione dei giocatori africani, utile ad assorbire la magia nera e trasmetterne la forza a chi ne è in possesso. Una sorta di rito voodoo che la formazione marocchina aveva già provato a contrastare in occasione della semifinale, poi vinta ai calci di rigore, con la Nigeria.Scene non del tutto adeguate a un evento del genere si sono verificate anche sugli spalti e in zona mista al termine della partita, dove si sono registrati episodi di nervosismo e urla tra tifosi e operatori e dichiarazioni al vetriolo degli allenatori. Il tutto non è piaciuto al presidente della Fifa, Gianni Infantino, evidentemente preoccupato in vista del Mondiale che si disputerà da queste parti tra quattro anni: «Purtroppo abbiamo assistito a scene inaccettabili sul campo e sugli spalti: condanniamo fermamente il comportamento di alcuni ‘tifosi’, nonché di alcuni giocatori e membri dello staff tecnico. È inaccettabile abbandonare il campo di gioco in questo modo e, allo stesso modo, la violenza non può essere tollerata nel nostro sport, semplicemente non è giusto» - ha commentato il numero uno del calcio mondiale - «Dobbiamo sempre rispettare le decisioni prese dagli arbitri dentro e fuori dal campo di gioco. Le squadre devono competere sul campo e nel rispetto delle regole del gioco, perché qualsiasi comportamento contrario mette a rischio l’essenza stessa del calcio. È anche responsabilità delle squadre e dei giocatori agire in modo responsabile e dare il buon esempio ai tifosi negli stadi e ai milioni di spettatori in tutto il mondo. Le brutte scene a cui abbiamo assistito oggi devono essere condannate e non devono mai più ripetersi. Ribadisco che non hanno posto nel calcio».Anche il ct del Senegal, Pape Thiaw, ha rilasciato dichiarazioni di scuse: «A mente fredda non è stato un bello spettacolo far uscire la squadra dal campo nel finale. Chiedo scusa al calcio. Poi li ho fatti tornare, a volte a caldo si reagisce, e non sempre nella maniera migliore. Ora possiamo accettare gli errori dell’arbitro, può succedere. Non avremmo dovuto farlo, ma è andata così». Nonostante la tensione, la festa per il successo senegalese ha avuto momenti di gioia e intensità: Sadio Mané, tra i protagonisti più amati, ha incarnato la celebrazione del trionfo, mentre il portiere Edouard Mendy ha raccontato con sportività il rigore parato, chiarendo che la partita si era decisa sul campo e non tramite accordi tra i giocatori.La finale di Rabat resterà negli annali non solo per la vittoria del Senegal, ma anche come simbolo di un calcio africano appassionato, intenso e talvolta difficile da contenere, con una combinazione di emozioni, tensioni e polemiche che hanno messo in evidenza tutte le fragilità di un sistema sotto pressione.
Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi
Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
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