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2024-12-29
Contro la manovra a scatola chiusa. Parlamento aperto due giorni in più
Le proteste sono sempre le stesse da quando, sei anni fa, è diventata prassi far esaminare la manovra da uno solo dei due rami del Parlamento, relegando l’altro a un ruolo di mera ratifica. La scadenza del 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio è un limite invalicabile, mentre la manovra viene presentata dal governo al Parlamento, giorno più giorno meno, alla fine di ottobre. Funziona così: la Camera (o il Senato, i due rami si alternano anno per anno) riceve dal governo la manovra e la esamina in commissione Bilancio; il testo poi viene discusso in Aula e approvato; a quel punto, la manovra passa all’altro ramo del Parlamento, che discute, valuta e apporta modifiche; essendo cambiato il testo, questo torna di nuovo alla prima Camera che lo ha esaminato, che lo approva in maniera definitiva. Tre letture, di cui una di pura ratifica, in due mesi: il tempo ci sarebbe, eppure sono ormai sei anni che la manovra resta per quasi tutto il tempo a disposizione nella commissione Bilancio di uno dei due rami del Parlamento, costringendo l’altro a limitarsi a un via libera, trasformandoci in un monocameralismo di fatto.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo in aula al Senato, ha riservato a questo problema un passaggio non scontato: «Il governo», ha ricordato innanzitutto Giorgetti, «ha presentato in Parlamento, alla Camera dei deputati, il 23 ottobre il disegno di legge di bilancio. Questo è semplicemente per dire che probabilmente c’è un piccolo problema di procedure parlamentari che va risolto e che fa riferimento anche a come funzionano le Aule e le commissioni. Non so da quanti anni purtroppo è così», ha aggiunto Giorgetti, «ma siccome la legge bisogna comunque riformarla in base alle nuove regole europee, è già partito un lavoro preliminare. Essendo materia parlamentare e non di governo, l’iniziativa su queste cose deve essere parlamentare e noi», ha garantito Giorgetti, «siamo assolutamente disponibili».
La Verità ha consultato due senatori di primissimo piano della maggioranza, l’economista della Lega Claudio Borghi e il capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri, per capire i motivi di questo problema e ascoltare le proposte per poterlo risolvere. Borghi, in particolare, da presidente della commissione Bilancio della Camera, nel 2018 riuscì a far approvare la manovra il 3 dicembre, dando modo così al Senato di esaminarla nel dettaglio: è stata l’ultima volta che le due Camere hanno avuto pari dignità. Cosa è successo, poi? «L’anno dopo», ricorda Borghi, «la manovra passò prima per il Senato, dove c’era un presidente di commissione del M5s un po’ inesperto, e l’approvazione arrivò a ridosso di Natale, non consentendo quindi alla Camera di esaminarla. Poi ci fu il Covid, e da quel momento purtroppo è saltato tutto. Credo che questa consuetudine», aggiunge Borghi, «sia da addebitare al fatto che ormai succede la stessa cosa per i decreti legge del governo, che vanno convertiti dal Parlamento entro 60 giorni altrimenti decadono. Molto spesso uno dei due rami del Parlamento si prende quasi tutto il tempo per l’approvazione, e l’altro non può fare altro che ratificare». Rimedi possibili? «Bisognerebbe eliminare», riflette Borghi, «dalla legge di bilancio i piccoli e piccolissimi interventi, quelli che stanno a cuore ai singoli parlamentari perché riguardano i territori o determinate categorie, e fanno perdere un sacco di tempo, tra pareri del Mef e discussioni. Basterebbe prevedere un fondo per le proposte dei singoli parlamentari, che verrebbe poi ripartito successivamente, con una discussione apposita».
Molto interessanti anche le considerazioni di Gasparri: «Occorre intervenire», dice alla Verità il leader dei senatori di Forza Italia, «sui regolamenti dei due rami del Parlamento. Al Senato abbiamo introdotto alcune modifiche dopo il taglio dei parlamentari, la Camera è ancora indietro. Suggerirei che prima di esaminare una legge importante, connessa al programma elettorale della coalizione che ha vinto le elezioni, si voti una sorta di pregiudiziale in positivo, che imponga una tempistica certa per l’approvazione di quel provvedimento per ciascuna Camera. In questo modo», sottolinea Gasparri, «la commissione deve calendarizzare i lavori sapendo di dover rispettare una scadenza precisa, dando modo all’altro ramo del Parlamento di poter esaminare con gli stessi tempi quella legge. Bisognerebbe fare la stessa cosa anche per i decreti legge, che devono essere convertiti entro 60 giorni. Succede spesso che un ramo del Parlamento impieghi 50 giorni per l’approvazione, e così l’altra Camera non può far altro che ratificare. Imponendo 30 giorni per ciascuna Camera», aggiunge Gasparri, «anche i decreti legge verrebbero esaminati dai due rami del Parlamento in maniera approfondita. Si può infine intervenire sul lunedì e il venerdì, giornate nelle quali il Parlamento lavora a scartamento ridotto, facendoli diventare giorni di lavoro come il martedì, il mercoledì e il giovedì».
Dal governo invece non arrivano segnali di particolare attivismo rispetto a quanto segnalato da Giorgetti, anche se il ministro dei Rapporti col Parlamento Luca Ciriani ha chiosato dicendo che «il Parlamento, nella sua totalità, potrebbe decidere di intervenire per darsi delle regole più stringenti così da garantire a entrambi i rami di intervenire sul testo della manovra». Mentre il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha dichiarato: «Trovare il modo di avere più di un mese sia per la Camera sia per il Senato è una cosa che si può provare a fare». E ancora: «Sono delle dinamiche che fanno parte del nostro meccanismo, del sistema, che cerchiamo di migliorare ma che abbiamo ereditato».
Legge di bilancio approvata. «Per la sanità in arrivo risorse record»
Dopo il via libera del Senato, la manovra è legge con 108 sì, 63 no e un astenuto. «È una manovra di grande equilibrio, che sostiene i redditi medio bassi, aiuta le famiglie con figli, stanzia risorse record per la sanità, riduce la pressione fiscale e dà una mano a chi produce e crea occupazione e benessere», ha riassunto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Vediamo le misure chiave, a partire da cuneo e Irpef: bonus ai redditi fino a 20.000 euro, per quelli tra 20 e 40.000 una detrazione con décalage. Irpef su tre scaglioni: 35% per redditi oltre 28.000 euro e fino a 50.000 euro, 23% fino a 28.000 euro e 43% oltre 50.000 euro. Prevista anche per il 2025 la maxideduzione al 120% del costo del lavoro per le nuove assunzioni che sale al 130% per i lavoratori fragili. Il tetto dei fringe benefit sale a 1.000 euro per tutti, a 2.000 per chi ha figli; importi maggiorati per i neoassunti che accettano di trasferirsi di oltre 100 chilometri. Prorogata per tre anni la tassazione agevolata al 5% dei premi di produttività per i redditi fino a 80.000 euro. L’Ires, l’imposta sui redditi delle società, è ridotta di 4 punti per chi accantona almeno l’80% degli utili del 2024 e ne reinveste in azienda almeno il 30% (e non meno del 24% degli utili del 2023). Contro l’abuso della Naspi, arriva un nuovo requisito: servono 13 settimane di contribuzione dall’ultima cessazione di lavoro a tempo indeterminato interrotto per dimissioni volontarie. Sale dal 25 al 30% il limite di detassazione per le mance ricevute dai camerieri e da 30 a 35.000 euro il tetto di reddito da lavoro dipendente per accedere alla flat tax per la parte di lavoro autonomo. Per quel che riguarda la pubblica amministrazione, blocco parziale del turnover nel limite del 75% delle uscite. Esclusi enti locali, Forze dell’ordine, Vigili del fuoco e ricercatori. Per il rinnovo dei contratti sono previsti 1,7 miliardi per il 2025, 3,55 per il 2026 e 5,55 dal 2027.Tante le misure a favore della natalità, a partire dai 1.000 euro una tantum per ogni nuovo nato o adottato da gennaio 2025 ai nuclei con Isee fino a 40.000 euro. Viene poi introdotto il quoziente familiare per calcolare le detrazioni, con una stretta per i redditi oltre i 75.000 euro. Il tetto cresce in base al numero dei figli. Si allunga da due a tre mesi il congedo parentale all’80%. Bonus nido con Isee fino a 40.000 euro. Per le mamme lavoratrici, confermata ed estesa alle autonome (con reddito fino a 40.000 euro) la decontribuzione al 100% per le donne con almeno due figli. Sale da 800 a 1.000 euro il tetto delle detrazioni per le rette delle scuole paritarie e aumenta il contributo per le paritarie che accolgono alunni con disabilità. Inoltre arriva un contributo per le attività extra scolastiche dei giovani da 6 a 14 anni in nuclei con Isee fino a 15.000 euro. Previsti pure fondi per gli oratori. Passiamo al capitolo immobili, a partire dal rinnovo fino al 2027 delle agevolazioni sui mutui per l’acquisto della prima casa per gli under 36 e le giovani coppie. Per l’acquisto di un nuovo elettrodomestico ad alta efficienza energetica è previsto un contributo del 30% del costo, fino a 100 euro. Il sostegno sale a 200 euro per famiglie con un Isee inferiore a 25.000 euro. Confermata la carta Dedicata a te per i redditi bassi.
Sul fronte della salute, arriva la psicologo nelle scuole e per il bonus psicologo vengono stanziati 1,5 milioni in più. Il Fondo sanitario sale nel 2025 di 2,5 miliardi a 136,5 miliardi. Cinquanta milioni per il finanziamento del nuovo piano pandemico nel 2025, 150 nel 2026 e 300 milioni annui dal 2027. Incrementate le indennità per i lavoratori del Pronto soccorso e la parte fissa e variabile del trattamento economico dei medici in formazione specialistica. Borse di studio per specializzazioni sanitarie non mediche. Fondo da 3 milioni in tre anni per la cura e prevenzione dell’obesità. Stop alla ricetta cartacea.Per finire, il turismo: nel 2025, rifinanziamento da oltre 152 milioni del trattamento integrativo speciale per il lavoro notturno e straordinario e 110 milioni per i contratti di sviluppo.
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Le proposte dopo le parole di Giorgetti e le polemiche sul monocameralismo di fatto. Gasparri (Fi): «Basta ai lavori a scartamento ridotto lunedì e venerdì». Borghi (Lega): «Fondo per emendamenti sui micro interventi». Sì alla fiducia. Il premier festeggia: «Testo di grande equilibrio»Tutte le misure, dal taglio dell’Ires agli aiuti alle famiglie.Lo speciale contiene due articoli.Le proteste sono sempre le stesse da quando, sei anni fa, è diventata prassi far esaminare la manovra da uno solo dei due rami del Parlamento, relegando l’altro a un ruolo di mera ratifica. La scadenza del 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio è un limite invalicabile, mentre la manovra viene presentata dal governo al Parlamento, giorno più giorno meno, alla fine di ottobre. Funziona così: la Camera (o il Senato, i due rami si alternano anno per anno) riceve dal governo la manovra e la esamina in commissione Bilancio; il testo poi viene discusso in Aula e approvato; a quel punto, la manovra passa all’altro ramo del Parlamento, che discute, valuta e apporta modifiche; essendo cambiato il testo, questo torna di nuovo alla prima Camera che lo ha esaminato, che lo approva in maniera definitiva. Tre letture, di cui una di pura ratifica, in due mesi: il tempo ci sarebbe, eppure sono ormai sei anni che la manovra resta per quasi tutto il tempo a disposizione nella commissione Bilancio di uno dei due rami del Parlamento, costringendo l’altro a limitarsi a un via libera, trasformandoci in un monocameralismo di fatto. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo in aula al Senato, ha riservato a questo problema un passaggio non scontato: «Il governo», ha ricordato innanzitutto Giorgetti, «ha presentato in Parlamento, alla Camera dei deputati, il 23 ottobre il disegno di legge di bilancio. Questo è semplicemente per dire che probabilmente c’è un piccolo problema di procedure parlamentari che va risolto e che fa riferimento anche a come funzionano le Aule e le commissioni. Non so da quanti anni purtroppo è così», ha aggiunto Giorgetti, «ma siccome la legge bisogna comunque riformarla in base alle nuove regole europee, è già partito un lavoro preliminare. Essendo materia parlamentare e non di governo, l’iniziativa su queste cose deve essere parlamentare e noi», ha garantito Giorgetti, «siamo assolutamente disponibili». La Verità ha consultato due senatori di primissimo piano della maggioranza, l’economista della Lega Claudio Borghi e il capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri, per capire i motivi di questo problema e ascoltare le proposte per poterlo risolvere. Borghi, in particolare, da presidente della commissione Bilancio della Camera, nel 2018 riuscì a far approvare la manovra il 3 dicembre, dando modo così al Senato di esaminarla nel dettaglio: è stata l’ultima volta che le due Camere hanno avuto pari dignità. Cosa è successo, poi? «L’anno dopo», ricorda Borghi, «la manovra passò prima per il Senato, dove c’era un presidente di commissione del M5s un po’ inesperto, e l’approvazione arrivò a ridosso di Natale, non consentendo quindi alla Camera di esaminarla. Poi ci fu il Covid, e da quel momento purtroppo è saltato tutto. Credo che questa consuetudine», aggiunge Borghi, «sia da addebitare al fatto che ormai succede la stessa cosa per i decreti legge del governo, che vanno convertiti dal Parlamento entro 60 giorni altrimenti decadono. Molto spesso uno dei due rami del Parlamento si prende quasi tutto il tempo per l’approvazione, e l’altro non può fare altro che ratificare». Rimedi possibili? «Bisognerebbe eliminare», riflette Borghi, «dalla legge di bilancio i piccoli e piccolissimi interventi, quelli che stanno a cuore ai singoli parlamentari perché riguardano i territori o determinate categorie, e fanno perdere un sacco di tempo, tra pareri del Mef e discussioni. Basterebbe prevedere un fondo per le proposte dei singoli parlamentari, che verrebbe poi ripartito successivamente, con una discussione apposita». Molto interessanti anche le considerazioni di Gasparri: «Occorre intervenire», dice alla Verità il leader dei senatori di Forza Italia, «sui regolamenti dei due rami del Parlamento. Al Senato abbiamo introdotto alcune modifiche dopo il taglio dei parlamentari, la Camera è ancora indietro. Suggerirei che prima di esaminare una legge importante, connessa al programma elettorale della coalizione che ha vinto le elezioni, si voti una sorta di pregiudiziale in positivo, che imponga una tempistica certa per l’approvazione di quel provvedimento per ciascuna Camera. In questo modo», sottolinea Gasparri, «la commissione deve calendarizzare i lavori sapendo di dover rispettare una scadenza precisa, dando modo all’altro ramo del Parlamento di poter esaminare con gli stessi tempi quella legge. Bisognerebbe fare la stessa cosa anche per i decreti legge, che devono essere convertiti entro 60 giorni. Succede spesso che un ramo del Parlamento impieghi 50 giorni per l’approvazione, e così l’altra Camera non può far altro che ratificare. Imponendo 30 giorni per ciascuna Camera», aggiunge Gasparri, «anche i decreti legge verrebbero esaminati dai due rami del Parlamento in maniera approfondita. Si può infine intervenire sul lunedì e il venerdì, giornate nelle quali il Parlamento lavora a scartamento ridotto, facendoli diventare giorni di lavoro come il martedì, il mercoledì e il giovedì». Dal governo invece non arrivano segnali di particolare attivismo rispetto a quanto segnalato da Giorgetti, anche se il ministro dei Rapporti col Parlamento Luca Ciriani ha chiosato dicendo che «il Parlamento, nella sua totalità, potrebbe decidere di intervenire per darsi delle regole più stringenti così da garantire a entrambi i rami di intervenire sul testo della manovra». Mentre il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha dichiarato: «Trovare il modo di avere più di un mese sia per la Camera sia per il Senato è una cosa che si può provare a fare». E ancora: «Sono delle dinamiche che fanno parte del nostro meccanismo, del sistema, che cerchiamo di migliorare ma che abbiamo ereditato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/contro-la-manovra-scatola-chiusa-2670697224.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="legge-di-bilancio-approvata-per-la-sanita-in-arrivo-risorse-record" data-post-id="2670697224" data-published-at="1735491259" data-use-pagination="False"> Legge di bilancio approvata. «Per la sanità in arrivo risorse record» Dopo il via libera del Senato, la manovra è legge con 108 sì, 63 no e un astenuto. «È una manovra di grande equilibrio, che sostiene i redditi medio bassi, aiuta le famiglie con figli, stanzia risorse record per la sanità, riduce la pressione fiscale e dà una mano a chi produce e crea occupazione e benessere», ha riassunto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Vediamo le misure chiave, a partire da cuneo e Irpef: bonus ai redditi fino a 20.000 euro, per quelli tra 20 e 40.000 una detrazione con décalage. Irpef su tre scaglioni: 35% per redditi oltre 28.000 euro e fino a 50.000 euro, 23% fino a 28.000 euro e 43% oltre 50.000 euro. Prevista anche per il 2025 la maxideduzione al 120% del costo del lavoro per le nuove assunzioni che sale al 130% per i lavoratori fragili. Il tetto dei fringe benefit sale a 1.000 euro per tutti, a 2.000 per chi ha figli; importi maggiorati per i neoassunti che accettano di trasferirsi di oltre 100 chilometri. Prorogata per tre anni la tassazione agevolata al 5% dei premi di produttività per i redditi fino a 80.000 euro. L’Ires, l’imposta sui redditi delle società, è ridotta di 4 punti per chi accantona almeno l’80% degli utili del 2024 e ne reinveste in azienda almeno il 30% (e non meno del 24% degli utili del 2023). Contro l’abuso della Naspi, arriva un nuovo requisito: servono 13 settimane di contribuzione dall’ultima cessazione di lavoro a tempo indeterminato interrotto per dimissioni volontarie. Sale dal 25 al 30% il limite di detassazione per le mance ricevute dai camerieri e da 30 a 35.000 euro il tetto di reddito da lavoro dipendente per accedere alla flat tax per la parte di lavoro autonomo. Per quel che riguarda la pubblica amministrazione, blocco parziale del turnover nel limite del 75% delle uscite. Esclusi enti locali, Forze dell’ordine, Vigili del fuoco e ricercatori. Per il rinnovo dei contratti sono previsti 1,7 miliardi per il 2025, 3,55 per il 2026 e 5,55 dal 2027.Tante le misure a favore della natalità, a partire dai 1.000 euro una tantum per ogni nuovo nato o adottato da gennaio 2025 ai nuclei con Isee fino a 40.000 euro. Viene poi introdotto il quoziente familiare per calcolare le detrazioni, con una stretta per i redditi oltre i 75.000 euro. Il tetto cresce in base al numero dei figli. Si allunga da due a tre mesi il congedo parentale all’80%. Bonus nido con Isee fino a 40.000 euro. Per le mamme lavoratrici, confermata ed estesa alle autonome (con reddito fino a 40.000 euro) la decontribuzione al 100% per le donne con almeno due figli. Sale da 800 a 1.000 euro il tetto delle detrazioni per le rette delle scuole paritarie e aumenta il contributo per le paritarie che accolgono alunni con disabilità. Inoltre arriva un contributo per le attività extra scolastiche dei giovani da 6 a 14 anni in nuclei con Isee fino a 15.000 euro. Previsti pure fondi per gli oratori. Passiamo al capitolo immobili, a partire dal rinnovo fino al 2027 delle agevolazioni sui mutui per l’acquisto della prima casa per gli under 36 e le giovani coppie. Per l’acquisto di un nuovo elettrodomestico ad alta efficienza energetica è previsto un contributo del 30% del costo, fino a 100 euro. Il sostegno sale a 200 euro per famiglie con un Isee inferiore a 25.000 euro. Confermata la carta Dedicata a te per i redditi bassi.Sul fronte della salute, arriva la psicologo nelle scuole e per il bonus psicologo vengono stanziati 1,5 milioni in più. Il Fondo sanitario sale nel 2025 di 2,5 miliardi a 136,5 miliardi. Cinquanta milioni per il finanziamento del nuovo piano pandemico nel 2025, 150 nel 2026 e 300 milioni annui dal 2027. Incrementate le indennità per i lavoratori del Pronto soccorso e la parte fissa e variabile del trattamento economico dei medici in formazione specialistica. Borse di studio per specializzazioni sanitarie non mediche. Fondo da 3 milioni in tre anni per la cura e prevenzione dell’obesità. Stop alla ricetta cartacea.Per finire, il turismo: nel 2025, rifinanziamento da oltre 152 milioni del trattamento integrativo speciale per il lavoro notturno e straordinario e 110 milioni per i contratti di sviluppo.
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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