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2024-12-29
Contro la manovra a scatola chiusa. Parlamento aperto due giorni in più
Le proteste sono sempre le stesse da quando, sei anni fa, è diventata prassi far esaminare la manovra da uno solo dei due rami del Parlamento, relegando l’altro a un ruolo di mera ratifica. La scadenza del 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio è un limite invalicabile, mentre la manovra viene presentata dal governo al Parlamento, giorno più giorno meno, alla fine di ottobre. Funziona così: la Camera (o il Senato, i due rami si alternano anno per anno) riceve dal governo la manovra e la esamina in commissione Bilancio; il testo poi viene discusso in Aula e approvato; a quel punto, la manovra passa all’altro ramo del Parlamento, che discute, valuta e apporta modifiche; essendo cambiato il testo, questo torna di nuovo alla prima Camera che lo ha esaminato, che lo approva in maniera definitiva. Tre letture, di cui una di pura ratifica, in due mesi: il tempo ci sarebbe, eppure sono ormai sei anni che la manovra resta per quasi tutto il tempo a disposizione nella commissione Bilancio di uno dei due rami del Parlamento, costringendo l’altro a limitarsi a un via libera, trasformandoci in un monocameralismo di fatto.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo in aula al Senato, ha riservato a questo problema un passaggio non scontato: «Il governo», ha ricordato innanzitutto Giorgetti, «ha presentato in Parlamento, alla Camera dei deputati, il 23 ottobre il disegno di legge di bilancio. Questo è semplicemente per dire che probabilmente c’è un piccolo problema di procedure parlamentari che va risolto e che fa riferimento anche a come funzionano le Aule e le commissioni. Non so da quanti anni purtroppo è così», ha aggiunto Giorgetti, «ma siccome la legge bisogna comunque riformarla in base alle nuove regole europee, è già partito un lavoro preliminare. Essendo materia parlamentare e non di governo, l’iniziativa su queste cose deve essere parlamentare e noi», ha garantito Giorgetti, «siamo assolutamente disponibili».
La Verità ha consultato due senatori di primissimo piano della maggioranza, l’economista della Lega Claudio Borghi e il capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri, per capire i motivi di questo problema e ascoltare le proposte per poterlo risolvere. Borghi, in particolare, da presidente della commissione Bilancio della Camera, nel 2018 riuscì a far approvare la manovra il 3 dicembre, dando modo così al Senato di esaminarla nel dettaglio: è stata l’ultima volta che le due Camere hanno avuto pari dignità. Cosa è successo, poi? «L’anno dopo», ricorda Borghi, «la manovra passò prima per il Senato, dove c’era un presidente di commissione del M5s un po’ inesperto, e l’approvazione arrivò a ridosso di Natale, non consentendo quindi alla Camera di esaminarla. Poi ci fu il Covid, e da quel momento purtroppo è saltato tutto. Credo che questa consuetudine», aggiunge Borghi, «sia da addebitare al fatto che ormai succede la stessa cosa per i decreti legge del governo, che vanno convertiti dal Parlamento entro 60 giorni altrimenti decadono. Molto spesso uno dei due rami del Parlamento si prende quasi tutto il tempo per l’approvazione, e l’altro non può fare altro che ratificare». Rimedi possibili? «Bisognerebbe eliminare», riflette Borghi, «dalla legge di bilancio i piccoli e piccolissimi interventi, quelli che stanno a cuore ai singoli parlamentari perché riguardano i territori o determinate categorie, e fanno perdere un sacco di tempo, tra pareri del Mef e discussioni. Basterebbe prevedere un fondo per le proposte dei singoli parlamentari, che verrebbe poi ripartito successivamente, con una discussione apposita».
Molto interessanti anche le considerazioni di Gasparri: «Occorre intervenire», dice alla Verità il leader dei senatori di Forza Italia, «sui regolamenti dei due rami del Parlamento. Al Senato abbiamo introdotto alcune modifiche dopo il taglio dei parlamentari, la Camera è ancora indietro. Suggerirei che prima di esaminare una legge importante, connessa al programma elettorale della coalizione che ha vinto le elezioni, si voti una sorta di pregiudiziale in positivo, che imponga una tempistica certa per l’approvazione di quel provvedimento per ciascuna Camera. In questo modo», sottolinea Gasparri, «la commissione deve calendarizzare i lavori sapendo di dover rispettare una scadenza precisa, dando modo all’altro ramo del Parlamento di poter esaminare con gli stessi tempi quella legge. Bisognerebbe fare la stessa cosa anche per i decreti legge, che devono essere convertiti entro 60 giorni. Succede spesso che un ramo del Parlamento impieghi 50 giorni per l’approvazione, e così l’altra Camera non può far altro che ratificare. Imponendo 30 giorni per ciascuna Camera», aggiunge Gasparri, «anche i decreti legge verrebbero esaminati dai due rami del Parlamento in maniera approfondita. Si può infine intervenire sul lunedì e il venerdì, giornate nelle quali il Parlamento lavora a scartamento ridotto, facendoli diventare giorni di lavoro come il martedì, il mercoledì e il giovedì».
Dal governo invece non arrivano segnali di particolare attivismo rispetto a quanto segnalato da Giorgetti, anche se il ministro dei Rapporti col Parlamento Luca Ciriani ha chiosato dicendo che «il Parlamento, nella sua totalità, potrebbe decidere di intervenire per darsi delle regole più stringenti così da garantire a entrambi i rami di intervenire sul testo della manovra». Mentre il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha dichiarato: «Trovare il modo di avere più di un mese sia per la Camera sia per il Senato è una cosa che si può provare a fare». E ancora: «Sono delle dinamiche che fanno parte del nostro meccanismo, del sistema, che cerchiamo di migliorare ma che abbiamo ereditato».
Legge di bilancio approvata. «Per la sanità in arrivo risorse record»
Dopo il via libera del Senato, la manovra è legge con 108 sì, 63 no e un astenuto. «È una manovra di grande equilibrio, che sostiene i redditi medio bassi, aiuta le famiglie con figli, stanzia risorse record per la sanità, riduce la pressione fiscale e dà una mano a chi produce e crea occupazione e benessere», ha riassunto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Vediamo le misure chiave, a partire da cuneo e Irpef: bonus ai redditi fino a 20.000 euro, per quelli tra 20 e 40.000 una detrazione con décalage. Irpef su tre scaglioni: 35% per redditi oltre 28.000 euro e fino a 50.000 euro, 23% fino a 28.000 euro e 43% oltre 50.000 euro. Prevista anche per il 2025 la maxideduzione al 120% del costo del lavoro per le nuove assunzioni che sale al 130% per i lavoratori fragili. Il tetto dei fringe benefit sale a 1.000 euro per tutti, a 2.000 per chi ha figli; importi maggiorati per i neoassunti che accettano di trasferirsi di oltre 100 chilometri. Prorogata per tre anni la tassazione agevolata al 5% dei premi di produttività per i redditi fino a 80.000 euro. L’Ires, l’imposta sui redditi delle società, è ridotta di 4 punti per chi accantona almeno l’80% degli utili del 2024 e ne reinveste in azienda almeno il 30% (e non meno del 24% degli utili del 2023). Contro l’abuso della Naspi, arriva un nuovo requisito: servono 13 settimane di contribuzione dall’ultima cessazione di lavoro a tempo indeterminato interrotto per dimissioni volontarie. Sale dal 25 al 30% il limite di detassazione per le mance ricevute dai camerieri e da 30 a 35.000 euro il tetto di reddito da lavoro dipendente per accedere alla flat tax per la parte di lavoro autonomo. Per quel che riguarda la pubblica amministrazione, blocco parziale del turnover nel limite del 75% delle uscite. Esclusi enti locali, Forze dell’ordine, Vigili del fuoco e ricercatori. Per il rinnovo dei contratti sono previsti 1,7 miliardi per il 2025, 3,55 per il 2026 e 5,55 dal 2027.Tante le misure a favore della natalità, a partire dai 1.000 euro una tantum per ogni nuovo nato o adottato da gennaio 2025 ai nuclei con Isee fino a 40.000 euro. Viene poi introdotto il quoziente familiare per calcolare le detrazioni, con una stretta per i redditi oltre i 75.000 euro. Il tetto cresce in base al numero dei figli. Si allunga da due a tre mesi il congedo parentale all’80%. Bonus nido con Isee fino a 40.000 euro. Per le mamme lavoratrici, confermata ed estesa alle autonome (con reddito fino a 40.000 euro) la decontribuzione al 100% per le donne con almeno due figli. Sale da 800 a 1.000 euro il tetto delle detrazioni per le rette delle scuole paritarie e aumenta il contributo per le paritarie che accolgono alunni con disabilità. Inoltre arriva un contributo per le attività extra scolastiche dei giovani da 6 a 14 anni in nuclei con Isee fino a 15.000 euro. Previsti pure fondi per gli oratori. Passiamo al capitolo immobili, a partire dal rinnovo fino al 2027 delle agevolazioni sui mutui per l’acquisto della prima casa per gli under 36 e le giovani coppie. Per l’acquisto di un nuovo elettrodomestico ad alta efficienza energetica è previsto un contributo del 30% del costo, fino a 100 euro. Il sostegno sale a 200 euro per famiglie con un Isee inferiore a 25.000 euro. Confermata la carta Dedicata a te per i redditi bassi.
Sul fronte della salute, arriva la psicologo nelle scuole e per il bonus psicologo vengono stanziati 1,5 milioni in più. Il Fondo sanitario sale nel 2025 di 2,5 miliardi a 136,5 miliardi. Cinquanta milioni per il finanziamento del nuovo piano pandemico nel 2025, 150 nel 2026 e 300 milioni annui dal 2027. Incrementate le indennità per i lavoratori del Pronto soccorso e la parte fissa e variabile del trattamento economico dei medici in formazione specialistica. Borse di studio per specializzazioni sanitarie non mediche. Fondo da 3 milioni in tre anni per la cura e prevenzione dell’obesità. Stop alla ricetta cartacea.Per finire, il turismo: nel 2025, rifinanziamento da oltre 152 milioni del trattamento integrativo speciale per il lavoro notturno e straordinario e 110 milioni per i contratti di sviluppo.
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Le proposte dopo le parole di Giorgetti e le polemiche sul monocameralismo di fatto. Gasparri (Fi): «Basta ai lavori a scartamento ridotto lunedì e venerdì». Borghi (Lega): «Fondo per emendamenti sui micro interventi». Sì alla fiducia. Il premier festeggia: «Testo di grande equilibrio»Tutte le misure, dal taglio dell’Ires agli aiuti alle famiglie.Lo speciale contiene due articoli.Le proteste sono sempre le stesse da quando, sei anni fa, è diventata prassi far esaminare la manovra da uno solo dei due rami del Parlamento, relegando l’altro a un ruolo di mera ratifica. La scadenza del 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio è un limite invalicabile, mentre la manovra viene presentata dal governo al Parlamento, giorno più giorno meno, alla fine di ottobre. Funziona così: la Camera (o il Senato, i due rami si alternano anno per anno) riceve dal governo la manovra e la esamina in commissione Bilancio; il testo poi viene discusso in Aula e approvato; a quel punto, la manovra passa all’altro ramo del Parlamento, che discute, valuta e apporta modifiche; essendo cambiato il testo, questo torna di nuovo alla prima Camera che lo ha esaminato, che lo approva in maniera definitiva. Tre letture, di cui una di pura ratifica, in due mesi: il tempo ci sarebbe, eppure sono ormai sei anni che la manovra resta per quasi tutto il tempo a disposizione nella commissione Bilancio di uno dei due rami del Parlamento, costringendo l’altro a limitarsi a un via libera, trasformandoci in un monocameralismo di fatto. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo in aula al Senato, ha riservato a questo problema un passaggio non scontato: «Il governo», ha ricordato innanzitutto Giorgetti, «ha presentato in Parlamento, alla Camera dei deputati, il 23 ottobre il disegno di legge di bilancio. Questo è semplicemente per dire che probabilmente c’è un piccolo problema di procedure parlamentari che va risolto e che fa riferimento anche a come funzionano le Aule e le commissioni. Non so da quanti anni purtroppo è così», ha aggiunto Giorgetti, «ma siccome la legge bisogna comunque riformarla in base alle nuove regole europee, è già partito un lavoro preliminare. Essendo materia parlamentare e non di governo, l’iniziativa su queste cose deve essere parlamentare e noi», ha garantito Giorgetti, «siamo assolutamente disponibili». La Verità ha consultato due senatori di primissimo piano della maggioranza, l’economista della Lega Claudio Borghi e il capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri, per capire i motivi di questo problema e ascoltare le proposte per poterlo risolvere. Borghi, in particolare, da presidente della commissione Bilancio della Camera, nel 2018 riuscì a far approvare la manovra il 3 dicembre, dando modo così al Senato di esaminarla nel dettaglio: è stata l’ultima volta che le due Camere hanno avuto pari dignità. Cosa è successo, poi? «L’anno dopo», ricorda Borghi, «la manovra passò prima per il Senato, dove c’era un presidente di commissione del M5s un po’ inesperto, e l’approvazione arrivò a ridosso di Natale, non consentendo quindi alla Camera di esaminarla. Poi ci fu il Covid, e da quel momento purtroppo è saltato tutto. Credo che questa consuetudine», aggiunge Borghi, «sia da addebitare al fatto che ormai succede la stessa cosa per i decreti legge del governo, che vanno convertiti dal Parlamento entro 60 giorni altrimenti decadono. Molto spesso uno dei due rami del Parlamento si prende quasi tutto il tempo per l’approvazione, e l’altro non può fare altro che ratificare». Rimedi possibili? «Bisognerebbe eliminare», riflette Borghi, «dalla legge di bilancio i piccoli e piccolissimi interventi, quelli che stanno a cuore ai singoli parlamentari perché riguardano i territori o determinate categorie, e fanno perdere un sacco di tempo, tra pareri del Mef e discussioni. Basterebbe prevedere un fondo per le proposte dei singoli parlamentari, che verrebbe poi ripartito successivamente, con una discussione apposita». Molto interessanti anche le considerazioni di Gasparri: «Occorre intervenire», dice alla Verità il leader dei senatori di Forza Italia, «sui regolamenti dei due rami del Parlamento. Al Senato abbiamo introdotto alcune modifiche dopo il taglio dei parlamentari, la Camera è ancora indietro. Suggerirei che prima di esaminare una legge importante, connessa al programma elettorale della coalizione che ha vinto le elezioni, si voti una sorta di pregiudiziale in positivo, che imponga una tempistica certa per l’approvazione di quel provvedimento per ciascuna Camera. In questo modo», sottolinea Gasparri, «la commissione deve calendarizzare i lavori sapendo di dover rispettare una scadenza precisa, dando modo all’altro ramo del Parlamento di poter esaminare con gli stessi tempi quella legge. Bisognerebbe fare la stessa cosa anche per i decreti legge, che devono essere convertiti entro 60 giorni. Succede spesso che un ramo del Parlamento impieghi 50 giorni per l’approvazione, e così l’altra Camera non può far altro che ratificare. Imponendo 30 giorni per ciascuna Camera», aggiunge Gasparri, «anche i decreti legge verrebbero esaminati dai due rami del Parlamento in maniera approfondita. Si può infine intervenire sul lunedì e il venerdì, giornate nelle quali il Parlamento lavora a scartamento ridotto, facendoli diventare giorni di lavoro come il martedì, il mercoledì e il giovedì». Dal governo invece non arrivano segnali di particolare attivismo rispetto a quanto segnalato da Giorgetti, anche se il ministro dei Rapporti col Parlamento Luca Ciriani ha chiosato dicendo che «il Parlamento, nella sua totalità, potrebbe decidere di intervenire per darsi delle regole più stringenti così da garantire a entrambi i rami di intervenire sul testo della manovra». Mentre il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha dichiarato: «Trovare il modo di avere più di un mese sia per la Camera sia per il Senato è una cosa che si può provare a fare». E ancora: «Sono delle dinamiche che fanno parte del nostro meccanismo, del sistema, che cerchiamo di migliorare ma che abbiamo ereditato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/contro-la-manovra-scatola-chiusa-2670697224.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="legge-di-bilancio-approvata-per-la-sanita-in-arrivo-risorse-record" data-post-id="2670697224" data-published-at="1735491259" data-use-pagination="False"> Legge di bilancio approvata. «Per la sanità in arrivo risorse record» Dopo il via libera del Senato, la manovra è legge con 108 sì, 63 no e un astenuto. «È una manovra di grande equilibrio, che sostiene i redditi medio bassi, aiuta le famiglie con figli, stanzia risorse record per la sanità, riduce la pressione fiscale e dà una mano a chi produce e crea occupazione e benessere», ha riassunto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Vediamo le misure chiave, a partire da cuneo e Irpef: bonus ai redditi fino a 20.000 euro, per quelli tra 20 e 40.000 una detrazione con décalage. Irpef su tre scaglioni: 35% per redditi oltre 28.000 euro e fino a 50.000 euro, 23% fino a 28.000 euro e 43% oltre 50.000 euro. Prevista anche per il 2025 la maxideduzione al 120% del costo del lavoro per le nuove assunzioni che sale al 130% per i lavoratori fragili. Il tetto dei fringe benefit sale a 1.000 euro per tutti, a 2.000 per chi ha figli; importi maggiorati per i neoassunti che accettano di trasferirsi di oltre 100 chilometri. Prorogata per tre anni la tassazione agevolata al 5% dei premi di produttività per i redditi fino a 80.000 euro. L’Ires, l’imposta sui redditi delle società, è ridotta di 4 punti per chi accantona almeno l’80% degli utili del 2024 e ne reinveste in azienda almeno il 30% (e non meno del 24% degli utili del 2023). Contro l’abuso della Naspi, arriva un nuovo requisito: servono 13 settimane di contribuzione dall’ultima cessazione di lavoro a tempo indeterminato interrotto per dimissioni volontarie. Sale dal 25 al 30% il limite di detassazione per le mance ricevute dai camerieri e da 30 a 35.000 euro il tetto di reddito da lavoro dipendente per accedere alla flat tax per la parte di lavoro autonomo. Per quel che riguarda la pubblica amministrazione, blocco parziale del turnover nel limite del 75% delle uscite. Esclusi enti locali, Forze dell’ordine, Vigili del fuoco e ricercatori. Per il rinnovo dei contratti sono previsti 1,7 miliardi per il 2025, 3,55 per il 2026 e 5,55 dal 2027.Tante le misure a favore della natalità, a partire dai 1.000 euro una tantum per ogni nuovo nato o adottato da gennaio 2025 ai nuclei con Isee fino a 40.000 euro. Viene poi introdotto il quoziente familiare per calcolare le detrazioni, con una stretta per i redditi oltre i 75.000 euro. Il tetto cresce in base al numero dei figli. Si allunga da due a tre mesi il congedo parentale all’80%. Bonus nido con Isee fino a 40.000 euro. Per le mamme lavoratrici, confermata ed estesa alle autonome (con reddito fino a 40.000 euro) la decontribuzione al 100% per le donne con almeno due figli. Sale da 800 a 1.000 euro il tetto delle detrazioni per le rette delle scuole paritarie e aumenta il contributo per le paritarie che accolgono alunni con disabilità. Inoltre arriva un contributo per le attività extra scolastiche dei giovani da 6 a 14 anni in nuclei con Isee fino a 15.000 euro. Previsti pure fondi per gli oratori. Passiamo al capitolo immobili, a partire dal rinnovo fino al 2027 delle agevolazioni sui mutui per l’acquisto della prima casa per gli under 36 e le giovani coppie. Per l’acquisto di un nuovo elettrodomestico ad alta efficienza energetica è previsto un contributo del 30% del costo, fino a 100 euro. Il sostegno sale a 200 euro per famiglie con un Isee inferiore a 25.000 euro. Confermata la carta Dedicata a te per i redditi bassi.Sul fronte della salute, arriva la psicologo nelle scuole e per il bonus psicologo vengono stanziati 1,5 milioni in più. Il Fondo sanitario sale nel 2025 di 2,5 miliardi a 136,5 miliardi. Cinquanta milioni per il finanziamento del nuovo piano pandemico nel 2025, 150 nel 2026 e 300 milioni annui dal 2027. Incrementate le indennità per i lavoratori del Pronto soccorso e la parte fissa e variabile del trattamento economico dei medici in formazione specialistica. Borse di studio per specializzazioni sanitarie non mediche. Fondo da 3 milioni in tre anni per la cura e prevenzione dell’obesità. Stop alla ricetta cartacea.Per finire, il turismo: nel 2025, rifinanziamento da oltre 152 milioni del trattamento integrativo speciale per il lavoro notturno e straordinario e 110 milioni per i contratti di sviluppo.
Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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Orazio Schillaci (Ansa)
Poi, con noncuranza mette in discussione una scelta del governo Meloni. «L’astensione sull’accordo pandemico dell’Oms non è un no definitivo. Il piano pandemico non è stato approvato, è ancora sotto discussione perché mancano tutti quanti gli allegati, che sono la parte essenziale. È stato rinviato nell’ultima seduta dell’Oms e verrà credo riproposto nel prossimo maggio. Quindi c’è tempo per vedere cosa ci sarà all’interno del piano pandemico», ha fatto sapere durante il suo intervento.
Ma che cosa fa il ministro del centrodestra, apre all’accordo adottato dall’Assemblea mondiale della sanità? Dopo che nel maggio dello scorso anno l’Italia si era astenuta, intendendo così «ribadire la propria posizione in merito alla necessità di riaffermare la sovranità degli Stati nell’affrontare le questioni di salute pubblica». Quale altra posizione contraria all’esecutivo intende prendere, il professor Schillaci?
Il decreto, sul quale a Lungotevere Ripa stava lavorando d’intesa con le Regioni si è arenato: sono le stesse associazioni di categoria dei medici di medicina generale a parlare di fallimento annunciato, eppure il ministro della Salute deve dimostrare di tenere la barra dritta.
«La quadra va trovata nell’interesse dei cittadini, io difendo solo la salute pubblica e i cittadini e in particolare difendo le persone più deboli e più fragili. Questa è una rivoluzione dalla quale noi non possiamo tirarci indietro e credo che nessuno si tirerà indietro capendo quanto sia importante la salute pubblica per tutti e quanto sia importante dotare il Servizio sanitario nazionale di una visione più moderna che è quella della medicina territoriale», ha detto tutto d’un fiato.
Schillaci sa bene che, in base al Pnrr, a fine giugno devono aprire almeno 1.038 Case di comunità, per la cui organizzazione sono arrivati dall’Europa 2 miliardi di euro. Devono entrare a regime, ci saranno i controlli di Bruxelles, ma senza personale medico come possono funzionare? Perché diventino operative, la riforma Schillaci ridisegna la medicina del territorio intervenendo sulle norme che regolano il rapporto dei medici di medicina generale e il Servizio sanitario nazionale (Ssn).
I medici di famiglia però non vogliono saperne che si metta mano sulla loro convenzione con il Ssn di cui alcuni diventerebbero dipendenti con il cosiddetto doppio binario dell’assistenza primaria. I sindacati avevano osteggiato la riforma e minacciato scioperi, quindi la trattativa resta impossibile se non c’è «negoziato», come continua a chiedere Silvestro Scotti, segretario della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg). «No alla retribuzione per obiettivi. Sì al rilancio della medicina dei servizi», sostiene Pina Onotri, segretario generale del sindacato medici italiani (Smi).
Il flop della riforma viene attribuito a Schillaci. «Dopo quasi quattro anni di governo Meloni sembra di ascoltare un ministro appena arrivato, non chi ha avuto il compito di guidare per quasi quattro anni il Servizio sanitario nazionale», ha commentato ironico Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd. «Oggi il ministro parla di una rivoluzione indispensabile. Ma quella rivoluzione avrebbe dovuto essere già in corso».
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Imagoeconomica
Parlava di «furia ideologica e iconoclasta», di un «Sud condannato alla marginalità», di una norma bandiera smantellata per pura ostilità ideologica. «Stanno cancellando tutto», accusava, rivendicando il Piano 2030 come un’architettura coerente per il Mezzogiorno produttivo.
A distanza di quasi due anni, la Banca d’Italia ha pubblicato uno studio che vale più di mille dichiarazioni. Si intitola The effects of a large place-based reduction of social security employers’ contributions: the case of Decontribuzione Sud ed è firmato da cinque ricercatori dell’istituto. La conclusione è sobria e impietosa: la decontribuzione non ha creato occupazione. Non ha aumentato i salari. Non ha stimolato gli investimenti. Ha migliorato la liquidità delle imprese - cioè ha messo soldi in tasca agli imprenditori - ma non ha trasformato il tessuto produttivo del Sud.
Il cuore della polemica di Provenzano era questo: senza lo sgravio del 30% sui contributi sociali, le aziende meridionali avrebbero ridotto le assunzioni. La decontribuzione era presentata come lo strumento per «massimizzare l’impatto degli investimenti» e costruire un «Sud produttivo». I ricercatori di Bankitalia hanno analizzato l’effetto della misura su circa 140.000 piccole e medie imprese, usando un disegno a discontinuità geografica che confronta le imprese situate ai due lati del confine amministrativo Nord-Sud, per isolare l’effetto della policy dal boom edilizio post-pandemia e dalle assunzioni nel pubblico impiego. Il risultato è netto: effetto sull’occupazione pari a zero. Effetto sui salari medi: zero. Effetto sugli investimenti: anch’esso statisticamente indistinguibile da zero.
Lo sgravio ha ridotto i costi del lavoro di circa il 4,2% - in linea con le attese - e ha migliorato la redditività delle imprese. Ma quei margini in più non sono stati reinvestiti in macchinari, stabilimenti o nuovi dipendenti. Sono stati accumulati come riserva di cassa. Le imprese, di fronte a una misura rinnovata di sei mesi in sei mesi dalla Commissione europea nell’ambito dei cosiddetti Temporary Frameworks, hanno razionalmente scelto di non scommettere su di essa per pianificare il futuro. Hanno incassato, non investito.
L’aspetto più scomodo per chi ha gestito quella politica è che la decontribuzione è nata, come ricordava Provenzano, grazie alla trattativa con l’allora commissario Nicolas Schmit. Ma è nata con un difetto originale: il suo inquadramento come aiuto di Stato temporaneo l’ha condannata a una vita precaria, scandita da rinnovi annuali. Le imprese lo sapevano, e lo studio lo certifica: è stata proprio l’instabilità del quadro regolatorio - non la sua assenza - a vanificare gli effetti potenziali sulla crescita. Un incentivo che può sparire da un momento all’altro non può essere la base di una decisione di investimento pluriennale.
C’è un altro dato illuminante. Nonostante la generosità della misura - 41,7 miliardi stanziati su undici anni - la percentuale di lavoratori che ne ha effettivamente beneficiato si è fermata intorno al 60% degli aventi diritto. Il motivo principale non è la burocrazia generica: è la non conformità contributiva. Circa il 23% delle imprese del Sud, secondo i dati Inps citati nello studio, non è in regola con i contributi e non può quindi accedere alla misura. Il sommerso, il lavoro irregolare, l’economia informale hanno eroso dall’interno l’efficacia di uno strumento costruito per aziende che già funzionano secondo le regole.
Questo non è un fallimento della decontribuzione in sé: è la prova che interventi di fiscalità di vantaggio orizzontali - validi per tutti i datori di lavoro del Sud indipendentemente dal settore o dal progetto imprenditoriale - non riescono a raggiungere proprio quella parte del tessuto economico che ne avrebbe più bisogno, perché quella parte vive ai margini della legalità contributiva.
Insomma, la decontribuzione era, nelle parole di Provenzano, «un tassello della strategia in quattro pilastri». Ma lo studio di Bankitalia dimostra che quel tassello, nella sua applicazione concreta, non ha spostato di un millimetro gli indicatori che davvero contano per lo sviluppo: occupazione, salari, investimenti produttivi. Ha aumentato i profitti delle imprese già sane, ha lasciato fuori le micro-imprese irregolari, ha generato zero posti di lavoro aggiuntivi misurabili. Le Pmi beneficiarie hanno usato i risparmi per rafforzare la propria solidità finanziaria - scelta razionale, ma lontanissima dagli obiettivi prefissati.
Ah, per non dimenticare: da quando è stato mandato in soffitta il piano Provenzano gli occupati al Sud sono da record. Questo perché gli incentivi sono andati agli investimenti, non nelle tasche di qualcuno.
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