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2024-12-29
Contro la manovra a scatola chiusa. Parlamento aperto due giorni in più
Le proteste sono sempre le stesse da quando, sei anni fa, è diventata prassi far esaminare la manovra da uno solo dei due rami del Parlamento, relegando l’altro a un ruolo di mera ratifica. La scadenza del 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio è un limite invalicabile, mentre la manovra viene presentata dal governo al Parlamento, giorno più giorno meno, alla fine di ottobre. Funziona così: la Camera (o il Senato, i due rami si alternano anno per anno) riceve dal governo la manovra e la esamina in commissione Bilancio; il testo poi viene discusso in Aula e approvato; a quel punto, la manovra passa all’altro ramo del Parlamento, che discute, valuta e apporta modifiche; essendo cambiato il testo, questo torna di nuovo alla prima Camera che lo ha esaminato, che lo approva in maniera definitiva. Tre letture, di cui una di pura ratifica, in due mesi: il tempo ci sarebbe, eppure sono ormai sei anni che la manovra resta per quasi tutto il tempo a disposizione nella commissione Bilancio di uno dei due rami del Parlamento, costringendo l’altro a limitarsi a un via libera, trasformandoci in un monocameralismo di fatto.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo in aula al Senato, ha riservato a questo problema un passaggio non scontato: «Il governo», ha ricordato innanzitutto Giorgetti, «ha presentato in Parlamento, alla Camera dei deputati, il 23 ottobre il disegno di legge di bilancio. Questo è semplicemente per dire che probabilmente c’è un piccolo problema di procedure parlamentari che va risolto e che fa riferimento anche a come funzionano le Aule e le commissioni. Non so da quanti anni purtroppo è così», ha aggiunto Giorgetti, «ma siccome la legge bisogna comunque riformarla in base alle nuove regole europee, è già partito un lavoro preliminare. Essendo materia parlamentare e non di governo, l’iniziativa su queste cose deve essere parlamentare e noi», ha garantito Giorgetti, «siamo assolutamente disponibili».
La Verità ha consultato due senatori di primissimo piano della maggioranza, l’economista della Lega Claudio Borghi e il capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri, per capire i motivi di questo problema e ascoltare le proposte per poterlo risolvere. Borghi, in particolare, da presidente della commissione Bilancio della Camera, nel 2018 riuscì a far approvare la manovra il 3 dicembre, dando modo così al Senato di esaminarla nel dettaglio: è stata l’ultima volta che le due Camere hanno avuto pari dignità. Cosa è successo, poi? «L’anno dopo», ricorda Borghi, «la manovra passò prima per il Senato, dove c’era un presidente di commissione del M5s un po’ inesperto, e l’approvazione arrivò a ridosso di Natale, non consentendo quindi alla Camera di esaminarla. Poi ci fu il Covid, e da quel momento purtroppo è saltato tutto. Credo che questa consuetudine», aggiunge Borghi, «sia da addebitare al fatto che ormai succede la stessa cosa per i decreti legge del governo, che vanno convertiti dal Parlamento entro 60 giorni altrimenti decadono. Molto spesso uno dei due rami del Parlamento si prende quasi tutto il tempo per l’approvazione, e l’altro non può fare altro che ratificare». Rimedi possibili? «Bisognerebbe eliminare», riflette Borghi, «dalla legge di bilancio i piccoli e piccolissimi interventi, quelli che stanno a cuore ai singoli parlamentari perché riguardano i territori o determinate categorie, e fanno perdere un sacco di tempo, tra pareri del Mef e discussioni. Basterebbe prevedere un fondo per le proposte dei singoli parlamentari, che verrebbe poi ripartito successivamente, con una discussione apposita».
Molto interessanti anche le considerazioni di Gasparri: «Occorre intervenire», dice alla Verità il leader dei senatori di Forza Italia, «sui regolamenti dei due rami del Parlamento. Al Senato abbiamo introdotto alcune modifiche dopo il taglio dei parlamentari, la Camera è ancora indietro. Suggerirei che prima di esaminare una legge importante, connessa al programma elettorale della coalizione che ha vinto le elezioni, si voti una sorta di pregiudiziale in positivo, che imponga una tempistica certa per l’approvazione di quel provvedimento per ciascuna Camera. In questo modo», sottolinea Gasparri, «la commissione deve calendarizzare i lavori sapendo di dover rispettare una scadenza precisa, dando modo all’altro ramo del Parlamento di poter esaminare con gli stessi tempi quella legge. Bisognerebbe fare la stessa cosa anche per i decreti legge, che devono essere convertiti entro 60 giorni. Succede spesso che un ramo del Parlamento impieghi 50 giorni per l’approvazione, e così l’altra Camera non può far altro che ratificare. Imponendo 30 giorni per ciascuna Camera», aggiunge Gasparri, «anche i decreti legge verrebbero esaminati dai due rami del Parlamento in maniera approfondita. Si può infine intervenire sul lunedì e il venerdì, giornate nelle quali il Parlamento lavora a scartamento ridotto, facendoli diventare giorni di lavoro come il martedì, il mercoledì e il giovedì».
Dal governo invece non arrivano segnali di particolare attivismo rispetto a quanto segnalato da Giorgetti, anche se il ministro dei Rapporti col Parlamento Luca Ciriani ha chiosato dicendo che «il Parlamento, nella sua totalità, potrebbe decidere di intervenire per darsi delle regole più stringenti così da garantire a entrambi i rami di intervenire sul testo della manovra». Mentre il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha dichiarato: «Trovare il modo di avere più di un mese sia per la Camera sia per il Senato è una cosa che si può provare a fare». E ancora: «Sono delle dinamiche che fanno parte del nostro meccanismo, del sistema, che cerchiamo di migliorare ma che abbiamo ereditato».
Legge di bilancio approvata. «Per la sanità in arrivo risorse record»
Dopo il via libera del Senato, la manovra è legge con 108 sì, 63 no e un astenuto. «È una manovra di grande equilibrio, che sostiene i redditi medio bassi, aiuta le famiglie con figli, stanzia risorse record per la sanità, riduce la pressione fiscale e dà una mano a chi produce e crea occupazione e benessere», ha riassunto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Vediamo le misure chiave, a partire da cuneo e Irpef: bonus ai redditi fino a 20.000 euro, per quelli tra 20 e 40.000 una detrazione con décalage. Irpef su tre scaglioni: 35% per redditi oltre 28.000 euro e fino a 50.000 euro, 23% fino a 28.000 euro e 43% oltre 50.000 euro. Prevista anche per il 2025 la maxideduzione al 120% del costo del lavoro per le nuove assunzioni che sale al 130% per i lavoratori fragili. Il tetto dei fringe benefit sale a 1.000 euro per tutti, a 2.000 per chi ha figli; importi maggiorati per i neoassunti che accettano di trasferirsi di oltre 100 chilometri. Prorogata per tre anni la tassazione agevolata al 5% dei premi di produttività per i redditi fino a 80.000 euro. L’Ires, l’imposta sui redditi delle società, è ridotta di 4 punti per chi accantona almeno l’80% degli utili del 2024 e ne reinveste in azienda almeno il 30% (e non meno del 24% degli utili del 2023). Contro l’abuso della Naspi, arriva un nuovo requisito: servono 13 settimane di contribuzione dall’ultima cessazione di lavoro a tempo indeterminato interrotto per dimissioni volontarie. Sale dal 25 al 30% il limite di detassazione per le mance ricevute dai camerieri e da 30 a 35.000 euro il tetto di reddito da lavoro dipendente per accedere alla flat tax per la parte di lavoro autonomo. Per quel che riguarda la pubblica amministrazione, blocco parziale del turnover nel limite del 75% delle uscite. Esclusi enti locali, Forze dell’ordine, Vigili del fuoco e ricercatori. Per il rinnovo dei contratti sono previsti 1,7 miliardi per il 2025, 3,55 per il 2026 e 5,55 dal 2027.Tante le misure a favore della natalità, a partire dai 1.000 euro una tantum per ogni nuovo nato o adottato da gennaio 2025 ai nuclei con Isee fino a 40.000 euro. Viene poi introdotto il quoziente familiare per calcolare le detrazioni, con una stretta per i redditi oltre i 75.000 euro. Il tetto cresce in base al numero dei figli. Si allunga da due a tre mesi il congedo parentale all’80%. Bonus nido con Isee fino a 40.000 euro. Per le mamme lavoratrici, confermata ed estesa alle autonome (con reddito fino a 40.000 euro) la decontribuzione al 100% per le donne con almeno due figli. Sale da 800 a 1.000 euro il tetto delle detrazioni per le rette delle scuole paritarie e aumenta il contributo per le paritarie che accolgono alunni con disabilità. Inoltre arriva un contributo per le attività extra scolastiche dei giovani da 6 a 14 anni in nuclei con Isee fino a 15.000 euro. Previsti pure fondi per gli oratori. Passiamo al capitolo immobili, a partire dal rinnovo fino al 2027 delle agevolazioni sui mutui per l’acquisto della prima casa per gli under 36 e le giovani coppie. Per l’acquisto di un nuovo elettrodomestico ad alta efficienza energetica è previsto un contributo del 30% del costo, fino a 100 euro. Il sostegno sale a 200 euro per famiglie con un Isee inferiore a 25.000 euro. Confermata la carta Dedicata a te per i redditi bassi.
Sul fronte della salute, arriva la psicologo nelle scuole e per il bonus psicologo vengono stanziati 1,5 milioni in più. Il Fondo sanitario sale nel 2025 di 2,5 miliardi a 136,5 miliardi. Cinquanta milioni per il finanziamento del nuovo piano pandemico nel 2025, 150 nel 2026 e 300 milioni annui dal 2027. Incrementate le indennità per i lavoratori del Pronto soccorso e la parte fissa e variabile del trattamento economico dei medici in formazione specialistica. Borse di studio per specializzazioni sanitarie non mediche. Fondo da 3 milioni in tre anni per la cura e prevenzione dell’obesità. Stop alla ricetta cartacea.Per finire, il turismo: nel 2025, rifinanziamento da oltre 152 milioni del trattamento integrativo speciale per il lavoro notturno e straordinario e 110 milioni per i contratti di sviluppo.
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Le proposte dopo le parole di Giorgetti e le polemiche sul monocameralismo di fatto. Gasparri (Fi): «Basta ai lavori a scartamento ridotto lunedì e venerdì». Borghi (Lega): «Fondo per emendamenti sui micro interventi». Sì alla fiducia. Il premier festeggia: «Testo di grande equilibrio»Tutte le misure, dal taglio dell’Ires agli aiuti alle famiglie.Lo speciale contiene due articoli.Le proteste sono sempre le stesse da quando, sei anni fa, è diventata prassi far esaminare la manovra da uno solo dei due rami del Parlamento, relegando l’altro a un ruolo di mera ratifica. La scadenza del 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio è un limite invalicabile, mentre la manovra viene presentata dal governo al Parlamento, giorno più giorno meno, alla fine di ottobre. Funziona così: la Camera (o il Senato, i due rami si alternano anno per anno) riceve dal governo la manovra e la esamina in commissione Bilancio; il testo poi viene discusso in Aula e approvato; a quel punto, la manovra passa all’altro ramo del Parlamento, che discute, valuta e apporta modifiche; essendo cambiato il testo, questo torna di nuovo alla prima Camera che lo ha esaminato, che lo approva in maniera definitiva. Tre letture, di cui una di pura ratifica, in due mesi: il tempo ci sarebbe, eppure sono ormai sei anni che la manovra resta per quasi tutto il tempo a disposizione nella commissione Bilancio di uno dei due rami del Parlamento, costringendo l’altro a limitarsi a un via libera, trasformandoci in un monocameralismo di fatto. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo in aula al Senato, ha riservato a questo problema un passaggio non scontato: «Il governo», ha ricordato innanzitutto Giorgetti, «ha presentato in Parlamento, alla Camera dei deputati, il 23 ottobre il disegno di legge di bilancio. Questo è semplicemente per dire che probabilmente c’è un piccolo problema di procedure parlamentari che va risolto e che fa riferimento anche a come funzionano le Aule e le commissioni. Non so da quanti anni purtroppo è così», ha aggiunto Giorgetti, «ma siccome la legge bisogna comunque riformarla in base alle nuove regole europee, è già partito un lavoro preliminare. Essendo materia parlamentare e non di governo, l’iniziativa su queste cose deve essere parlamentare e noi», ha garantito Giorgetti, «siamo assolutamente disponibili». La Verità ha consultato due senatori di primissimo piano della maggioranza, l’economista della Lega Claudio Borghi e il capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri, per capire i motivi di questo problema e ascoltare le proposte per poterlo risolvere. Borghi, in particolare, da presidente della commissione Bilancio della Camera, nel 2018 riuscì a far approvare la manovra il 3 dicembre, dando modo così al Senato di esaminarla nel dettaglio: è stata l’ultima volta che le due Camere hanno avuto pari dignità. Cosa è successo, poi? «L’anno dopo», ricorda Borghi, «la manovra passò prima per il Senato, dove c’era un presidente di commissione del M5s un po’ inesperto, e l’approvazione arrivò a ridosso di Natale, non consentendo quindi alla Camera di esaminarla. Poi ci fu il Covid, e da quel momento purtroppo è saltato tutto. Credo che questa consuetudine», aggiunge Borghi, «sia da addebitare al fatto che ormai succede la stessa cosa per i decreti legge del governo, che vanno convertiti dal Parlamento entro 60 giorni altrimenti decadono. Molto spesso uno dei due rami del Parlamento si prende quasi tutto il tempo per l’approvazione, e l’altro non può fare altro che ratificare». Rimedi possibili? «Bisognerebbe eliminare», riflette Borghi, «dalla legge di bilancio i piccoli e piccolissimi interventi, quelli che stanno a cuore ai singoli parlamentari perché riguardano i territori o determinate categorie, e fanno perdere un sacco di tempo, tra pareri del Mef e discussioni. Basterebbe prevedere un fondo per le proposte dei singoli parlamentari, che verrebbe poi ripartito successivamente, con una discussione apposita». Molto interessanti anche le considerazioni di Gasparri: «Occorre intervenire», dice alla Verità il leader dei senatori di Forza Italia, «sui regolamenti dei due rami del Parlamento. Al Senato abbiamo introdotto alcune modifiche dopo il taglio dei parlamentari, la Camera è ancora indietro. Suggerirei che prima di esaminare una legge importante, connessa al programma elettorale della coalizione che ha vinto le elezioni, si voti una sorta di pregiudiziale in positivo, che imponga una tempistica certa per l’approvazione di quel provvedimento per ciascuna Camera. In questo modo», sottolinea Gasparri, «la commissione deve calendarizzare i lavori sapendo di dover rispettare una scadenza precisa, dando modo all’altro ramo del Parlamento di poter esaminare con gli stessi tempi quella legge. Bisognerebbe fare la stessa cosa anche per i decreti legge, che devono essere convertiti entro 60 giorni. Succede spesso che un ramo del Parlamento impieghi 50 giorni per l’approvazione, e così l’altra Camera non può far altro che ratificare. Imponendo 30 giorni per ciascuna Camera», aggiunge Gasparri, «anche i decreti legge verrebbero esaminati dai due rami del Parlamento in maniera approfondita. Si può infine intervenire sul lunedì e il venerdì, giornate nelle quali il Parlamento lavora a scartamento ridotto, facendoli diventare giorni di lavoro come il martedì, il mercoledì e il giovedì». Dal governo invece non arrivano segnali di particolare attivismo rispetto a quanto segnalato da Giorgetti, anche se il ministro dei Rapporti col Parlamento Luca Ciriani ha chiosato dicendo che «il Parlamento, nella sua totalità, potrebbe decidere di intervenire per darsi delle regole più stringenti così da garantire a entrambi i rami di intervenire sul testo della manovra». Mentre il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha dichiarato: «Trovare il modo di avere più di un mese sia per la Camera sia per il Senato è una cosa che si può provare a fare». E ancora: «Sono delle dinamiche che fanno parte del nostro meccanismo, del sistema, che cerchiamo di migliorare ma che abbiamo ereditato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/contro-la-manovra-scatola-chiusa-2670697224.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="legge-di-bilancio-approvata-per-la-sanita-in-arrivo-risorse-record" data-post-id="2670697224" data-published-at="1735491259" data-use-pagination="False"> Legge di bilancio approvata. «Per la sanità in arrivo risorse record» Dopo il via libera del Senato, la manovra è legge con 108 sì, 63 no e un astenuto. «È una manovra di grande equilibrio, che sostiene i redditi medio bassi, aiuta le famiglie con figli, stanzia risorse record per la sanità, riduce la pressione fiscale e dà una mano a chi produce e crea occupazione e benessere», ha riassunto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Vediamo le misure chiave, a partire da cuneo e Irpef: bonus ai redditi fino a 20.000 euro, per quelli tra 20 e 40.000 una detrazione con décalage. Irpef su tre scaglioni: 35% per redditi oltre 28.000 euro e fino a 50.000 euro, 23% fino a 28.000 euro e 43% oltre 50.000 euro. Prevista anche per il 2025 la maxideduzione al 120% del costo del lavoro per le nuove assunzioni che sale al 130% per i lavoratori fragili. Il tetto dei fringe benefit sale a 1.000 euro per tutti, a 2.000 per chi ha figli; importi maggiorati per i neoassunti che accettano di trasferirsi di oltre 100 chilometri. Prorogata per tre anni la tassazione agevolata al 5% dei premi di produttività per i redditi fino a 80.000 euro. L’Ires, l’imposta sui redditi delle società, è ridotta di 4 punti per chi accantona almeno l’80% degli utili del 2024 e ne reinveste in azienda almeno il 30% (e non meno del 24% degli utili del 2023). Contro l’abuso della Naspi, arriva un nuovo requisito: servono 13 settimane di contribuzione dall’ultima cessazione di lavoro a tempo indeterminato interrotto per dimissioni volontarie. Sale dal 25 al 30% il limite di detassazione per le mance ricevute dai camerieri e da 30 a 35.000 euro il tetto di reddito da lavoro dipendente per accedere alla flat tax per la parte di lavoro autonomo. Per quel che riguarda la pubblica amministrazione, blocco parziale del turnover nel limite del 75% delle uscite. Esclusi enti locali, Forze dell’ordine, Vigili del fuoco e ricercatori. Per il rinnovo dei contratti sono previsti 1,7 miliardi per il 2025, 3,55 per il 2026 e 5,55 dal 2027.Tante le misure a favore della natalità, a partire dai 1.000 euro una tantum per ogni nuovo nato o adottato da gennaio 2025 ai nuclei con Isee fino a 40.000 euro. Viene poi introdotto il quoziente familiare per calcolare le detrazioni, con una stretta per i redditi oltre i 75.000 euro. Il tetto cresce in base al numero dei figli. Si allunga da due a tre mesi il congedo parentale all’80%. Bonus nido con Isee fino a 40.000 euro. Per le mamme lavoratrici, confermata ed estesa alle autonome (con reddito fino a 40.000 euro) la decontribuzione al 100% per le donne con almeno due figli. Sale da 800 a 1.000 euro il tetto delle detrazioni per le rette delle scuole paritarie e aumenta il contributo per le paritarie che accolgono alunni con disabilità. Inoltre arriva un contributo per le attività extra scolastiche dei giovani da 6 a 14 anni in nuclei con Isee fino a 15.000 euro. Previsti pure fondi per gli oratori. Passiamo al capitolo immobili, a partire dal rinnovo fino al 2027 delle agevolazioni sui mutui per l’acquisto della prima casa per gli under 36 e le giovani coppie. Per l’acquisto di un nuovo elettrodomestico ad alta efficienza energetica è previsto un contributo del 30% del costo, fino a 100 euro. Il sostegno sale a 200 euro per famiglie con un Isee inferiore a 25.000 euro. Confermata la carta Dedicata a te per i redditi bassi.Sul fronte della salute, arriva la psicologo nelle scuole e per il bonus psicologo vengono stanziati 1,5 milioni in più. Il Fondo sanitario sale nel 2025 di 2,5 miliardi a 136,5 miliardi. Cinquanta milioni per il finanziamento del nuovo piano pandemico nel 2025, 150 nel 2026 e 300 milioni annui dal 2027. Incrementate le indennità per i lavoratori del Pronto soccorso e la parte fissa e variabile del trattamento economico dei medici in formazione specialistica. Borse di studio per specializzazioni sanitarie non mediche. Fondo da 3 milioni in tre anni per la cura e prevenzione dell’obesità. Stop alla ricetta cartacea.Per finire, il turismo: nel 2025, rifinanziamento da oltre 152 milioni del trattamento integrativo speciale per il lavoro notturno e straordinario e 110 milioni per i contratti di sviluppo.
Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)
Sul fronte alpino è il secondo anno della Grande Guerra, che da offensiva è ormai mutata in guerra di posizione, con gli italiani concentrati nei tentativi di avanzata sul fronte dell’Isonzo. Gli austro-ungarici invece, forti delle vittorie in Serbia, nutrivano allora l’idea di dare una spallata al nemico attaccando sul fronte trentino per irrompere nella pianura veneta, con l’intenzione di prendere alle spalle il grosso degli italiani schierati sul fronte isontino.
L’azione avrebbe anche avuto, qualora vincente, di alleggerire le pressioni che l’Austria subiva anche sul fronte orientale. Fin dal dicembre 1915 gli austriaci organizzarono le forze, nonostante i non trascurabili problemi logistici che sia il logoramento del primo anno di guerra che le difficoltà di richiamare truppe da altri fronti comportavano. D’altra parte, i comandi supremi italiani trascurarono il pericolo di un attacco dal fronte trentino, considerato sicuro e non prioritario per l’asperità del terreno.
Luigi Cadorna, comandante supremo delle forze armate italiane, fu tra i più convinti sostenitori di questa prospettiva, che si rivelerà fallace. Il settore era allora comandato dal generale Roberto Brusati, che disattendendo alle direttive di Cadorna sul mantenimento di un atteggiamento difensivo sul settore trentino, rispose con una serie di attacchi alle posizioni austriache, allungando troppo la linea del fronte e rendendola più vulnerabile. Neppure le informazioni ricevute dall’ufficio informativo dell’Esercito fecero cambiare idea ai comandi italiani, che pur sapevano di una forte concentrazione di truppe nel Tirolo meridionale. Da parte austriaca, l’offensiva avrebbe dovuto già scattare nell’aprile 1916 ma le condizioni climatiche avverse che portarono a abbondanti nevicate primaverili ritardarono l’azione. Nei primi giorni di maggio del 1916, i piani del generale Franz Conrad von Hötzendorf videro lo schieramento di circa 300.000 uomini e 2.000 pezzi di artiglieria. Una forza molto superiore a quella italiana pronta all’azione tra i rilievi di Folgaria, Lavarone e Vezzena. A difendere le postazioni erano circa 150.000 soldati italiani, con un rapporto di forze di circa 2:1. Cadorna realizzò tardivamente l’incombere dell’attacco e licenziò Brusati per sostituirlo con il generale Pecori-Giraldi l’8 maggio.
Nonostante gli sforzi di quest’ultimo per consolidare la difesa richiamando forze dal fronte isontino, il 15 maggio gli austriaci aprirono le ostilità con un pesantissimo fuoco di artiglieria che precedette l’attacco dell’11ª armata sulla direttrice Folgaria-Lavarone. Due giorni più tardi caddero le linee di Posina e Arsiero, mentre sul monte Pasubio iniziò la battaglia degli Alpini, entrata in seguito nella memoria collettiva come una delle più dure di tutta la Grande Guerra. Le unità imperiali della 11ª Armata cercarono subito di sfondare lungo le direttrici della Val Posina e della Val d’Astico, puntando a isolare le difese del massiccio. Gli Alpini italiani, già presenti sulle quote alte, subirono l’urto iniziale ma mantennero il controllo delle creste principali, unico punto del fronte che non cedette all’attacco nemico per tutta la durata dell’offensiva di primavera.
Anche sul Coni Zugna gli italiani resistettero a lungo, così come i Granatieri di Sardegna sul monte Cengio, sacrificati fino all’estremo. La Val d’Astico e la Val Posina invece, furono il punto debole per le difese italiane: gli austriaci trovarono un varco che permetteva l’aggiramento a valle del Pasubio e del Cengio, penetrando in profondità verso l’altipiano di Asiago alla fine del mese di maggio del 1916. Il 28 maggio entrarono nella cittadina di Asiago, già evacuata dai civili alcuni giorni prima: la pianura veneta era ormai a poca distanza. Tuttavia gli austriaci avevano speso molto nell’offensiva, che mostrava serie difficoltà nella logistica. Nel frattempo Pecori-Giraldi era riuscito a riorganizzare le difese in pianura, con la rapida costituzione della nuova 5ª Armata di circa 180.000 uomini che riuscirono a difendere in extremis la via della pianura.
Fu tuttavia decisivo per le sorti del fronte trentino quanto avvenuto negli stessi giorni sul fronte orientale quando il generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov sferrò un’offensiva violentissima su un fronte di 500 chilometri lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia, costringendo gli austriaci a ridurre l’impegno sul fronte italiano. La pianura veneta era salva. Lo sarebbe stata per poco più di un anno, prima di essere violata dopo la ritirata italiana di Caporetto.
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il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
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Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
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Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
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